sabato 13 luglio 2024

ADDIO A GIUSEPPE CARLO MARINO, INTELLETTUALE IMPEGNATO E PERSONA PER BENE.

Poiché la mafia - una concreta organizzazione criminale - è anche portatrice di una visione del mondo e della storia, va contrastata sia sul piano della repressione giudiziaria che della de-costruzione culturale. Tra gli intellettuali che si sono impegnati di conseguenza rientra certamente il palermitano Giuseppe Carlo Marino che si è spento il 10 luglio dopo una lunga, logorante malattia. Secondo la classificazione convenzionale è stato un “laico” (iscritto al Partito Comunista Italiano sin dagli anni Settanta) , ma nell’ambiente fiorentino dove si è trasferito da studente ha frequentato personaggi di varia estrazione: da Giovanni Spadolini a Giorgio La Pira, Mario Luzi e Nicola Pistelli.

E’ anche il desiderio di lavorare per la sua terra che lo induce a tornare in Sicilia: come docente liceale a Partinico, prima, come professore di Storia moderna all’Università dopo. Inoltre ha collaborato per alcuni programmi con la RAI.

Esordisce con un testo giovanile del 1964 che avrà la fortuna di un long seller: L'opposizione mafiosa (1870-1882): baroni e mafia contro lo stato liberale. Non meno letti (anche fuori dagli ambienti specialistici accademici) L'ideologia sicilianista: Dall'età dei lumi al Risorgimento del 1972 e La formazione dello spirito borghese in Italia del 1974.

Tra i testi che documentano la sua vicinanza militante ai movimenti  Antimafia come rivoluzione culturale del 1993. Dal 1998 in poi viene riedita la sua opera matura di sintesi sistematica: la Storia della mafia che parte della spedizione dei Mille sino alla reazione dello Stato alla mafia corleonese (da lui denominata  “nazimafia”). Ovviamente i suoi interessi non si limitano al Meridione (come attesta il suo Globalmafia. Manifesto per un'internazionale antimafia edito da Bompiani nel 2011) né alla tematica delle mafie (sua, ad esempio, una Biografia del sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamentiedita sempre da Bompiani nel 2004).

Quanti l’abbiamo contattato per chiedergli di trattare un argomento di sua competenza, o di presentare il libro di qualche collega, abbiamo sempre trovato una signorile ma affabile disponibilità. Al di là di qualche tocco di estrosità pittoresca, incontravamo uno studioso serio intellettualmente e moralmente. Insomma, una persona per bene.

Augusto Cavadi

"Repubblica / Palermo" on line del 13. 7. 2024.

venerdì 12 luglio 2024

LA RIVOLUZIONE ? PIU' NECESSARIA CHE MAI, MA A PARTIRE DA SE'

 

Se qualche extra-terrestre ci sta osservando non potrà fare a meno di vederci come i passeggeri di un transatlantico in rotta di collisione con un iceberg. O, meglio, con uno sciame di iceberg. La maggior parte di noi continua allegramente a mangiare, bere e ballare; i pochi che intuiscono la gravità della situazione sono tentati dalla disperazione. Confesso di riconoscermi in questa sparuta minoranza. Davanti alla tragedia imminente – questa volta ancora più grave delle prime due Guerre mondiali – mi avverto inerme.

Per questo ho accolto volentieri l’invito di una coppia di giovani amici di intervenire alla III edizione del “Festival filosofico per non filosofi di professione”   da loro organizzato a Gibilrossa, sulle colline palermitane (dal 12 al 14 luglio) (vedi qui https://www.augustocavadi.com/2024/05/festival-filosofico-per-non-filosofi-di.html) : spero di trovare, nello scambio dialogico comunitario, qualche indicazione.

Personalmente non ho ricette. Tra i pochissimi punti certi è che sia opportuno adottare metodologicamente un sano strabismo: con un occhio guardare la totalità, il macro, con l’altro la particolarità, il micro (a partire dalla propria interiorità) . Tale metodo ha trovato anche una formulazione sloganistica : “Pensare globalmente, agire localmente”.

“Pensare globalmente” perché ormai è evidente che tutto si tiene e che abbiamo bisogno di teorie di ampio respiro, di filosofie a trecentosessanta gradi, di nuove utopie (con tutte le cautele del caso, si potrebbero anche chiamare ideologie).

“Agire localmente”: perché nessuna meta si raggiunge senza il primo passo. E se nessuno lo osa, nessun processo si avvia. Ma il primo passo sarà nella direzione giusta se sarà compiuto con mente illuminata e animo pulito; con saggezza e coraggio; con consapevolezza intellettuale e trasparenza etica. Mi piace chiamare “spiritualità laica” questa costellazione di qualità antropologiche che precedono, e rendono possibile, ogni ulteriore strategia operativa nel piccolo e nel grande.

A chi è più propenso verso la mobilitazione collettiva, va ricordato l’invito del Gruppo “Alleati dell’Arca”: “Ciò che si vuole per il futuro, bisogna incominciare a farlo subito. Altrimenti si lascia un presente che ha i suoi limiti ma anche la sua qualità, per un futuro ipotetico di cui sono garantite le realtà di sangue con cui si tenta di realizzarlo”.

Viceversa a chi è più propenso a coltivare la propria formazione e i propri micro-progetti, ma rinunzia ad alzare lo sguardo sugli orizzonti planetari perché troppo scuri e minacciosi, vanno ricordate le righe di Antonio Gramsci vergate nel carcere fascista: “Si dirà che ciò che ogni singolo può cambiare è ben poco, in rapporto alle sue forze. Ciò che è vero sino a un certo punto. Poiché il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento e, se questo cambiamento è razionale, il singolo può moltiplicarsi per un numero imponente di volte e ottenere un cambiamento ben più radicale di quello che a prima vista può sembrare possibile”.

Nessuna contrapposizione di principio, dunque,  fra lavoro sulla propria soggettività (e nella cerchia dei propri amici) e tensione verso una trasformazione del “sistema” globale. Che l’umanità si salverà solo mediante un’inversione di rotta radicale è ormai evidente, ma è altrettanto evidente che tale inversione rivoluzionaria per essere efficace dovrà passare per una catena di riforme, di sperimentazioni, di innovazioni pionieristiche all’insegna della “nonviolenza” (sulla scia di Gandhi, Martin Luther King, Capitini). Come ha scritto nel 1942  Georges Friedmann, “numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni”.                                                                                            Augusto Cavadi

* Per la versione originaria illustrata cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/la-rivoluzione-ma-a-partite-da-se/


lunedì 8 luglio 2024

FEMMINISTE RADICALI NELL'EPOCA DELLA NORMALIZZAZIONE RASSEGNATA

 

Ci sono questioni di cui l’opinione pubblica si occupa da ‘emergenza’ a ‘emergenza’, ignorandone il carattere strutturale e, perciò, permanente. La condizione della donna è una di queste. Opportuno dunque, anzi necessario, ritornare ciclicamente alle fonti storiche che possono restituirci alcuni tratti essenziali della questione femminile. Soprattutto in fasi storiche, come l’attuale, in cui l’oblio dei travagli che hanno condotto a risultati rilevanti (sia pur parziali) in varie culture – quali i diritti umani in generale – rischia di compromettere quanto acquisito e di spostare indietro di secoli l’orologio della storia. Come ricorda Deborah Ardilli, nella Introduzione al volume da lei curato, Manifesti femministi. Il femminismo radicale attraverso i suoi scritti programmatici (1964 – 1977), Morellini Editore – VandA.ePublishing, Milano 2018, dopo una “prima ondata femminista negli Stati Uniti e nei paesi europei tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX” se ne può individuare una seconda, “negli anni Sessanta e Settanta” del secolo scorso, qualificabile come “radicale” in quanto fondata “sul riconoscimento dell’impossibilità sociale dell’uguaglianza all’interno di un sistema patriarcale o, per meglio dire, etero-patriarcale” (p. 15). In questa fase si registra “una presenza femminista nera”  che, costituitasi in “ovvia connessione con i movimenti per la liberazione nera” (Diritti Civili, nazionalismo nero, Pantere Nere), ha avvertito la necessità di formare un gruppo femminista nero separato” (p. 214). Solo dagli anni Ottanta in poi si sarebbe configurata una terza fase – oggi egemone – del “pensiero della differenza sessuale” (p. 9) che, planando in direzione del moderatismo, avrebbe sostituito il “discorso apertamente antagonista per la liberazione delle donne” con il “discorso rispettabile dei diritti e della parità” (così Stefania Arcara cit. a p. 10).

I testi raccolti sono distribuiti in tre sezioni, dedicate rispettivamente a Italia, Stati Uniti e Francia.

 

In Italia

Tra i testi della prima sezione, troviamo un Documento per un’apertura di dibattito (1964) a firma di Daniela Pellegrini che con lucidità indica, tra gli “ostacoli” che si oppongono all’emancipazione di una donna, non solo l’indifferenza/ostilità dei maschi, ma anche l’incomprensione di altre sue simili:

 

“la donna è la nemica più vera della donna, proprio perché è costretta a esserne la rivale per trovare la propria trascendenza agli occhi dell’uomo: essa ‘guata’ l’altra per coglierla in fallo, sia perché è così poco femminile, sia perché lo è così troppo! Calunnia, disprezzo, diffidenza, disistima, invidia…nulla è risparmiato alla donna dalla donna di fronte al maschio, di fronte alla caccia al maschio” (pp. 72 – 73).

 

 Evadere dalla costrizione psicologica di rivaleggiare con le altre è possibile solo tessendo quel “legame sconosciuto delle donne fra loro” che si chiama “solidarietà” (p. 73).

Nel Manifesto programmatico (1966) del Gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo) ci sono almeno due spunti meritevoli di nota. Il primo consiste nell’invito a evitare che l’emancipazione femminile si risolva in una “antitesi pura e semplice allo status quo”, dal momento che “il rovesciamento della condizione di fatto” attuale potrebbe comportare, riduttivamente, o la “lotta per la supremazia sul maschio (dittatura rovesciata – nuovo matriarcato)” o la “mascolizzazione della donna (convalida dei modelli culturali attuali)” (p. 77). Il secondo spunto consiste nell’invito alla “emancipazione dell’uomo” dal momento che, in un regime patriarcale, è

 

“a sua volta privato di vaste possibilità umane. Come la donna non ha raggiunto la propria maturità senza conquistare a sé valori finora negatile, così l’uomo non possiederà sufficienti strumenti di giudizio e comprensione se non conquisterà quelli da lui finora disprezzati, o invidiati, come ‘femminili’ ” (ivi).

 

Passi interessanti non mancano neppure nel (primo) manifesto Rivolta Femminile (1970) redatto da Carla Lonzi. Ad esempio il nesso fra maschilismo e bellicismo: “La guerra è stata sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile” (p. 81). O anche la critica alla dottrina marxista che privilegia “la lotta di classe” ma “ugualmente esclude la donna” (p. 83), con la conseguenza  che, come  “al termine di ogni rivoluzione popolare”, anche nella fase di transizione socialista “la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi” (p. 81).

Sul rifiuto della tesi che “solo dopo la presa del potere da parte del proletariato la condizione della donna si risolverà” (p. 91) insiste anche il documento Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna (1971) redatto  a Trento dal gruppo Cerchio Spezzato.

Lo scritto Salario contro il lavoro domestico, a firma di Silvia Federici, tematizza la rivendicazione di un salario per le casalinghe che viene interpretata come strategia politica:

 

 la richiesta mediante la quale la nostra natura finisce e inizia la nostra lotta, perché volere salario per il lavoro domestico significa già rifiutare questo lavoro come espressione della nostra natura e quindi rifiutare proprio quel ruolo femminile che il capitale ha inventato per noi” (p 98).

 

La prima sezione si chiude con un testo alquanto criptico di Carla Lonzi, Io dico io, secondo manifesto Rivolta Femminile (1977), nel quale la pensatrice italiana, secondo l’interpretazione della Ardilli, denuncia i rischi insiti nella “crisi dovuta al successo mondano del femminismo” (p. 34), alla sua “domesticazione patriarcale nel momento in cui anche per la femminista si apre la promessa del riconoscimento” (ivi).

 

Negli Stati Uniti d’America

La seconda sezione dell’antologia si apre con il manifesto Verso un movimento di liberazione femminile (1968) firmato da Beverly Jones (Parte prima) e Judith Brown (Parte seconda). Vi si svolge una critica parallela ai neri e alle donne che si illudono di poter raggiungere l’uguaglianza di diritto e di fatto con i maschi bianchi senza mobilitarsi in maniera compatta e conflittuale. Si elenca una serie di “progetti” (p. 150) su cui le donne dovrebbero concentrare le proprie energie: salvaguardare la specificità del movimento femminista rispetto a movimenti apparentemente simili, ma ignari della verità basilare che “non può esserci reale ristrutturazione di questa società fino a quando non saranno ristrutturate le relazioni tra i sessi” (ivi); “prendere lezioni di jujitsu o di karate fino a diventare esperte di arti marziali” (ivi); contestare i programmi televisivi e gli spot pubblicitari in cui le donne non sono rappresentate “in tutta la loro complessità” (p. 151), ma solo come “stupide” schiave delle mode; “condividere le proprie esperienze le une con le altre per comprendere, identificare ed enunciare esplicitamente le tante tecniche psicologiche di dominio (maschile) dentro e fuori casa” (ivi); “progettare comunità in cui le donne possano essere liberate dalle loro incombenze per un tempo abbastanza lungo da permettere loro di fare esperienza dell’umanità” (p. 152); produrre “letteratura femminista, storica o di altro genere” (p. 153); “indagare le reali differenze caratteriali e cognitive tra i sessi” (pp. 153 – 154); rivendicare “parità di retribuzione a parità di lavoro” e, per le casalinghe, “un reddito annuale garantito” (p. 154) che le liberi dalla condizione di asservimento nei confronti dei mariti; “l’aborto, al pari dei contraccettivi, deve essere legale e accessibile se le donne devono assumere il controllo dei loro corpi, delle loro vite e die loro destini” (ivi).

Nella seconda parte del Manifesto si insiste su tutta una serie di fraintendimenti e di possibili strumentalizzazioni di cui le femministe possono restare vittime se si accontentano di piccoli miglioramenti, a titolo individuale, all’interno di un sistema complessivo che resta patriarcale, maschilista e sessista. A questi equivoci sono particolarmente esposte le giovani donne “radicali” che  sono meno condizionate rispetto alle donne mature, sposate, con figli da allevare: ma non per questo davvero libere di vivere la femminilità in maniera alternativa. Esse stesse, comunque, una volta sposate, magari con un leader di movimenti emancipazionisti (anti-imperialistici, anti-militaristi etc.) , scoprono presto che “lo stile delle (loro) giornate assomiglia più a quello delle sorelle che non appartengono al movimento che a quello del marito” (p. 164). Infatti il matrimonio è

 

“per le donne ciò che l’integrazione è per i neri. Esso consiste nell’atomizzazione di un sesso in modo da renderlo politicamente impotente. L’anacronismo permane perché le donne non vogliono combatterlo, perché gli uomini ne traggono benefici consistenti e non vi rinunceranno e perché, anche se uomini e donne volessero trasformare l’istituzione, essa è alla mercé delle istituzioni più potenti che la utilizzano e le imprimono la sua forma” (p. 167).

 

Un’alternativa – almeno temporanea- all’istituzionale matrimoniale  potrebbero essere delle “comuni femminili” (ivi) dove vivere sollevate “dall’obbligo terrificante di surclassare le sorelle nelle frequentazioni, nella cura dell’aspetto ecc.” (p. 168) e dove azzerare “il lavaggio del cervello da parte della pubblicità sexy dei media e dei discorsi all’interno del movimento sullo scopare il più possibile” (p. 173). Chi decide per il matrimonio tradizionale deve comunque “chiedere parità di tempo” per le proprie cose.

“Questo comporta che il marito si faccia carico di metà del fardello di portare avanti una famiglia: in termini di cucinare, pulire, fare il bucato, ricevere ospiti ecc.” (p. 174).

 

Solo a queste condizioni materiali, le donne troveranno il

 

 “tempo per leggere, studiare, scrivere, dibattere tra noi. E quando agiremo politicamente, avremo bisogno di tempo per organizzarci ecc.” (p. 175).

 

Un capitolo a sé occupa la questione dell’omosessualità:

 

 “le donne che si allontanano dagli uomini per un po’, alla ricerca l’una dell’altra per costruire relazioni politiche, pensiero di movimento e organizzazione, sono destinate a vedere qua e là qualcuna che amano” (pp. 176 – 177).

 

Poiché però anche nella Nuova Sinistra statunitense è influente la mentalità puritana, “una paura continua dell’omosessualità può essere l’ultima spiaggia tramite cui l’ordine maschile può tenerci al rimorchio” (p. 177).

Sempre nel 1968 viene pubblicato il Manifesto BITCH a firma di Joreen (alias Jo Freeman) nel quale bitch significa “femmina di cane” (e, per estensione, “stronza” o “puttana”). Il suo profilo è variegato: “non passa mai inosservata” (p. 187), muove il corpo liberamente senza rispettare la “maniera femminile appropriata” (ivi), persegue “l’autoespressione e l’autorealizzazione” (p. 188) e viene accusata di dominare quando osa fare “ciò che sarebbe considerato naturale se fatto da un uomo” (ivi).

 

 “Ciò che sconcerta in una Bitch è che è androgina, Incorpora in sé sia qualità tradizionalmente definite ‘maschili’ sia ‘femminili’. (…) Non le piacciono le maniere indirette, sottili, misteriose dell’ ‘eterno femminino’. Disdegna la vita per procura ritenuta naturale per le donne perché vuole vivere una vita propria” (p. 189).

 

“Le Bitch sono state le prime donne ad andare all’università, le prime a infrangere la barriera invisibile delle professioni, le prime rivoluzionarie sociali, le prime leader operaie, le prime a organizzare altre donne” (p. 196): “sono donne, ma non vere donne. Sono umane, ma non sono maschi. Alcune non sanno neppure di essere donne perché non possono relazionarsi con altre donne” (p. 197).

 

Il Manifesto Redstockings (anonimo) è stato diffuso come volantino nel 1969. E’ articolato in 7 tesi: le proponenti sono impegnate per realizzare un movimento unitario di liberazione femminile; “le donne sono una classe oppressa” (p. 199) e i conflitti fra un uomo e una donna  sono “conflitti politici che possono essere risolti soltanto collettivamente” (p. 200); “la supremazia maschile è la forma di dominio più antica, più fondamentale” (ivi) su cui si radicano tutte le altre forme di oppressione (“razzismo, capitalismo, imperialismo ecc.)” (ivi); “ogni uomo è libero di rinunciare alla sua posizione di superiorità, posto che sia disponibile a essere trattato come una donna da altri uomini” (p. 201); “l’autocoscienza” non è una “terapia”, ma “l’unico metodo tramite cui possiamo assicurarci che il nostro programma di liberazione sia basato sulla realtà concreta della nostra vita” (ivI); “ripudiamo ogni privilegio economico, razziale, di istruzione e di status che ci divide dalle altre donne” (p. 202);

“ci appelliamo a tutti gli uomini affinché rinuncino ai loro privilegi maschili e sostengano la liberazione delle donne nell’interesse della nostra umanità e della loro” (ivi).

Nel 1970 viene distribuito il testo La donna identificata donna a firma di un gruppo che si autodefinisce delle Radicallesbians. L’incipit è  di forte impatto:

 

“Che cos’è una lesbica? Una lesbica è la rabbia di tutte le donne condensata fino al punto di esplosione” (p. 203).

 

 Poco dopo il parallelo con l’omosessualità maschile: al pari di questa, il lesbismo è

 

“una categoria di comportamento possibile soltanto in una società sessista caratterizzata da ruoli sessuali rigidi e dominata dalla supremazia maschile” (p. 204). “Solo le donne possono darsi l’un l’altra un nuovo senso del sé. L’identità dobbiamo svilupparla in relazione a noi stesse, e non in relazione agli uomini. Questa coscienza è la forza rivoluzionaria da cui seguirà tutto il resto, perché la nostra è una rivoluzione organica. Perciò dobbiamo essere disponibili e solidali l’una con l’altra, offrire il nostro amore e il nostro impegno, garantire il supporto emotivo necessario a sostenere questo movimento. Le nostre energie devono fluire verso le sorelle, non regredire verso gli oppressori. Fino a quando la liberazione delle donne cercherà di liberare le donne senza affrontare la struttura eterosessuale di base che ci vincola all’interno di una relazione individuale con i nostri oppressori, energie immense continueranno a confluire nel tentativo di rafforzare ogni relazione particolare con un uomo, di migliorare la qualità del sesso, di fargli girare la testa, nel tentativo di fare di lui l’ ‘uomo nuovo’, nell’illusione che questo ci permetterà di essere la ‘nuova donna’ ” (p. 210).

 

La Dichiarazione del Combahee River Collective del 1977 chiude la sezione dell’antologia dedicata ai materiali di origine nord-americana. Si tratta di “un collettivo di femministe nere” (p. 212) , “attivamente impegnate nella lotta contro l’oppressione razziale, sessuale, eterosessuale e classista” nella convinzione che “i principali sistemi di oppressione sono imbricati” (ivi). Le quattro tematiche principali del documento sono: “la genesi del femminismo nero”; il progetto “politico specifico”; “i problemi organizzativi delle femministe nere”; “temi e pratiche del femminismo nero” (p. 213).

In sintesi, si potrebbe affermare che questa corrente del femminismo è nata come combinato disposto di antirazzismo e di antisessismo, integrandosi successivamente con la difesa dal dominio eterosessista e capitalistico: una mistura non priva di paradossi se  è vero che le protagoniste lottano “a fianco degli uomini neri contro il razzismo, pur lottando contro di loro riguardo al sessismo” (p. 217). E che di antagonismo rispetto alla “maggior parte delle persone nere” (p. 220) ci sia bisogno lo attestano varie citazioni come le prime righe di un “pamphlet del nazionalismo nero dei primi anni Settanta” (p. 221):

 

“Fa parte e ha fatto parte delle nostre tradizioni che l’uomo sia il capo della casa. Egli è il dirigente della casa/nazione perché la sua conoscenza del mondo è più vasta, la sua consapevolezza è più grande, la sua comprensione è più completa e l’uso che fa di queste informazioni è più saggio” (ivi).

 

Alla contestazione del sessismo (nero o bianco che sia) le autrici del documento  dedicano delle precisazioni degne di sottolineatura:

 

“Abbiamo una quantità di critiche e di ribrezzo per ciò che gli uomini sono stati addestrati a essere in questa società: per ciò che sostengono, per il loro modo di agire e di opprimere. Ma non coltiviamo l’idea fuorviante che sia la mascolinità per sé – ovvero la mascolinità biologica – a renderli ciò che sono. In quanto donne nere pensiamo che ogni forma di determinismo biologico sia una base particolarmente pericolosa e reazionaria su cui costruire una politica” (p. 219).

 

In Francia

 

La sezione dedicata alla produzione francese del “femminismo radicale” inizia con il documento Per un movimento di liberazione delle donne firmato nel 1970 da M. Rothenburg, M Stephenson, G. Wittig e M. Wittig. Uno dei fili rossi è costituito dalla tesi di F. Engels secondo cui

 

la prima opposizione di classe che si manifesta nella Storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra l’uomo e la donna nel matrimonio e la prima oppressione del sesso femminile da parte del sesso maschile (p. 233).

 

La fotografia è impietosa. La Rivoluzione francese del 1789 aveva promesso la liberazione delle donne “come gli schiavi e i negri” (p. 238), ma il patibolo su cui cadde la testa di Olympe de Gouges ne proclamò la smentita. Oggi le donne negli ambienti di lavoro occupano i ruoli infimi, “sullo stesso piano dei lavoratori immigrati” (p. 237). Se, invece, sono casalinghe, vivono

 

“una solitudine, un isolamento, unici nella storia dell’umanità. Non abbiamo, come i neri, i ghetti per riunirci e radunarci. Se lavoriamo soltanto in casa, ci tocca aspettare il ritorno dei nostri mariti per avere un contatto umano. Ripiegate su noi stesse, tagliate fuori dal mondo, ci distruggiamo” (p. 236).

 

In particolare le autrici si soffermano sul “lavoro servile”, la “mostruosità” per cui

 

“esiste nelle società moderne una sorta di lavoro che non ha valore di scambio, è il lavoro che facciamo a casa. Rappresenta una massa enorme di produzione socialmente necessaria”,

 

ma inesistente per il “mercato” (p. 242). In questo contesto, la libertà femminile di lavorare fuori casa si identifica con la libertà di caricarsi di “un doppio lavoro” (p. 243).

Poiché le grandi organizzazioni partitiche e sindacali, anche di sinistra, ritengono che l’oppressione delle donne sia una questione da affrontare dopo la soluzione dello sfruttamento capitalistico in generale, le firmatrici del documento ritengono indispensabile costituirsi sin da subito in movimento rivoluzionario autonomo:

 

“Noi siamo il popolo e vogliamo partecipare alla presa del potere per potervi rappresentare i nostri interessi. Noi diciamo che volerci impedire di partecipare alla presa del potere, se non in maniera accessoria come le aiutanti e le ausiliarie che siamo sempre state, è un punto di vista sciovinista maschile” (p. 248).

 

L’articolo Il nemico principale, del 1970, è di Christine Delphy (che originariamente si firmò con lo pseudonimo di Christine Dupont) . Ci si concentra su due obiettivi: uno teorico (“trovare le ragioni strutturali per cui l’abolizione dei rapporti di produzione capitalistici  non è di per sé sufficiente a liberare le donne”) ed uno pratico (“costituire il movimento femminista in “forza politica autonoma”) (p. 253) L’autrice evidenzia come, anche in società “socialiste” (all’epoca URSS e Paesi satelliti, Cina popolare, Cuba), il lavoro femminile non viene remunerato né quando si tratta di allevare figli e curare la casa né quando si tratta di “produzioni destinate al mercato” ma “prodotte all’interno della famiglia” (p. 256): dunque in una “unità di produzione” diversa dalla “bottega” e dalla “fabbrica”, cioè “ nella maggior parte dell’agricoltura, del commercio e nell’artigianato” (p. 257).

Se “lo sfruttamento patriarcale costituisce l’oppressione comune, specifica e principale delle donne” - da abbinare allo “sfruttamento sessuale”, la  “seconda componente dell’oppressione delle donne”  (p. 274) – è necessario, sul versante operativo, “a breve termine”, “procedere alla mobilitazione nella lotta immediata”; “a lungo termine”, tendere alla convergenza “delle lotte antipatriarcali e delle lotte anticapitaliste” in un’unica “lotta rivoluzionaria” (p. 276).

 

“Il rovesciamento totale delle basi di tutte le società conosciute” non “potrà compiersi senza una rivoluzione, cioè la presa del potere politico”: “tale presa del potere deve costituire l’obiettivo ultimo del Movimento di liberazione delle donne” (ivi).

 

Il penultimo testo dell’antologia Manifesti femministi è il documento anonimo Féministe Révolutionnaire del 1972 in cui si spiega il senso dell’auto-denominazione: “femministe” perché era importante, di fronte ai benpensanti, “nominarci con il termine della loro derisione e del loro obbrobrio” (p. 280); “rivoluzionarie” perché “la lotta delle donne, se viene portata fino in fondo, fino alla distruzione totale dell’ordine patriarcale, rimette in questione i fondamenti stessi della società, dunque assesta un colpo a molte altre cose” (ivi).

Definizione dell’oppresso (1971) di Christiane Rochefort è la brevissima prefazione alla versione francese di Manifesto SCUM di Valerie Solanas. Il testo, letterariamente fulminante, non è un’apologia della gestione ‘nonviolenta’ dei conflitti. Sostiene infatti che l’oppresso è, per definizione, colui che tira fuori il coltello: sino a un momento prima, l’oppressore non lo riconosce come tale. E neppure egli stesso se ne rende pienamente conto.

 

Qualche perplessità

Il tentativo di dare un’idea,  sia pure a volo d’uccello, delle 300 pagine di questa singolare antologia non lascia molto spazio alle considerazioni critiche (per le quali, oltre tutto, non ritengo di avere delle competenze professionali adeguate). Mi limito dunque a esprimere, con l’ingenuità del profano, alcune perplessità.

a)      A p. 81 leggiamo: “Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente”. Tutte le ideologie? L’ideologia femminista fa eccezione perché è femminista o perché non è ideologia?

b)      A p. 102 leggiamo: “Solo quando gli uomini vedranno il nostro lavoro come lavoro, il nostro amore come lavoro, e soprattutto la nostra determinazione a rifiutare entrambi, cambieranno il loro atteggiamento nei nostri confronti”. Il rapporto affettivo-sessuale (addirittura l’amore) è un “lavoro”? Solo se l’amore è la motivazione (inventata) che io attribuisco all’altro può essere “lavoro” o, meglio, la benda che mi impedisce di riconoscere il lavoro altrui come lavoro.

c)      A p. 166 leggiamo: “L’istituzione del matrimonio non libera le donne, non assicura la crescita emotiva e intellettuale, e non offre risorse politiche. (…) La donna è imprigionata in una relazione che è politicamente oppressiva, fisicamente sfiancante, emotivamente e sessualmente stereotipata e intellettualmente atrofizzante”. E’ un dato statistico (= per lo più) o una visione eidetica (= essenzialmente)? Nell’una e nell’altra ipotesi, il matrimonio è anche questo o solo questo? Forse l’autrice propende per il primo corno dell’alternativa, visto che alcune pagine dopo apre uno spiraglio: “Teoricamente, queste donne e questi uomini potrebbero, in futuro, una volta liberati dall’intoppo servo-padrone, incontrarsi ed elaborare una nuova istituzione domestica che serva meglio gli interessi di uomini liberi e donne libere. Non ci sentiamo obbligate a offrire alcun modello utopico di quell’istituzione, ma siamo certe che verrà progettata molto rapidamente, e molto ragionevolmente, dalle anime liberate. Alcune donne, quindi, e forse alcuni uomini, dovranno rifiutare l’attuale modello domestico, distruggerlo e costruirne un altro” (p 168).

d)     A p. 154, come in altri passaggi, si ribadisce che “l’aborto, al pari dei contraccettivi, deve essere legale e accessibile se le donne devono assumere il controllo dei loro corpi, delle loro vite e dei loro destini”. E’ sensata l’equivalenza tra il diritto di gestire liberamente la propria sessualità prevenendo condizioni traumatiche (la contraccezione) e il diritto di gestire una gravidanza involontaria nella logica della riduzione del trauma psico-fisico (l’aborto procurato)? E’ solo da un punto di vista maschile che non si riesce a separare, nell’intervento chirurgico, l’esercizio di un diritto dall’esperienza di una sofferenza?

e)     In vari passaggi del volume ritornano, abbastanza intrecciate, due tesi: che le donne costituiscono una “classe” (nel senso marxiano del termine) e che non potranno modificare una subalternità millenaria senza una “rivoluzione” (nel senso marxiano di conquista del “potere”). Se interpretate come denunzia di una acquiescenza generalizzata allo status quo ( formulabile con frasi del tipo: “Le donne hanno già fatto passi da gigante: un po’ di pazienza e nei prossimi decenni l’emancipazione arriverà a compimento per maturazione fisiologica”), le due tesi marxiane veicolano un allarme – e un appello operativo – senz’altro necessario. Se invece le si volessero adottare come princìpi costitutivi di un progetto politico, dovrebbero preliminarmente sottoporsi alla disamina analitica e storica di tutte le categorie originariamente e tipicamente marxiane, dal momento che esse sono tanto euristicamente preziose quanto insufficienti rispetto alla realtà antropologica e sociologica. Detto brutalmente: la “classe” e la “rivoluzione” come presa del Palazzo d’Inverno si sono rivelate maledettamente più complesse di quanto Marx, Engels e Lenin ritenessero. Ma questo non è un dettaglio, bensì il titolo di un volume – anzi di un’Enciclopedia – da scrivere ex novo.

Augusto Cavadi

Per la versione originaria (illustrata) basta un click qui:

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/femministe-radicali-nellepoca-della-normalizzazione-rassegnata/


lunedì 1 luglio 2024

COSA DI NUOVO NEGLI STUDI BIBLICI SULLA FIGURA E IL MESSAGGIO DI GESU' DI NAZARETH ? UN INCONTRO A PALERMO

 

Le scienze storiche, archeologiche, filologiche hanno comportato dei veri e propri terremoti anche nel campo degli studi biblici. Le conseguenze più sconvolgenti si sono registrate nell’esegesi dei vangeli e, dunque, nell’interpretazione della figura e del messaggio di Gesù di Nazareth.

La stragrande maggioranza della popolazione nulla sa e nulla desidera sapere di questi mutamenti epocali: chi crede di credere non ha mai letto una riga di teologia e può dunque continuare pacificamente nella sua “fede del carbonaro”; a maggior ragione, chi crede di non credere non ha mai letto una riga su questi temi e può dunque continuare pacificamente a dirsi ateo o per lo meno agnostico.

C’è però una sparuta minoranza di persone che – credenti o meno nell’accezione comune dei termini – vogliono informarsi, capire, aggiornarsi sui risultati degli studi scientifici riguardanti la Bibbia. Esse pensano che solo dopo aver preso consapevolezza di ciò che dicono davvero i testi (soprattutto del Secondo Testamento) possono decidere se accettare o rifiutare i messaggi contenuti in essi.

A queste (poche) persone in sincera ricerca è destinato il volume Gesù, questo sconosciuto. Cosa sapere prima di credergli o di rifiutarlo (Edizioni Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2024, pp. 322, euro 28,00) scritto dal magistrato di Cassazione, ora in quiescenza, Dario Culot, che ha affrontato la tematica con l’atteggiamento professionale di chi, prima di pronunziare giudizi, vuole accertare (nella maniera più oggettiva possibile a noi mortali) l’oggettività degli eventi.

Poiché da quando Culot si occupa di questi argomenti riceve, in presenza o per posta, obiezioni e richieste di chiarimento, il volume è strutturato in due parti.

Nella prima si decostruisce la gabbia categoriale in cui, negli ultimi XX secoli, si è imprigionata la novità rivoluzionaria dell’uomo  Gesù incentrata “nella dignità e felicità delle persone, nella gioia del vivere, nel piacere e nel godere di tutto il bello e il buono che Dio ha messo nella vita” (p. 195).

Nella seconda parte, poi, l’autore risponde ad alcune delle tante domande ricevute come reazione alle sue tesi: un’occasione preziosa per apportare chiarimenti su tanti elementi della dottrina cristiana tradizionale (dalla Trinità alla Madonna) che sono stati presentati come divinamente “rivelati” mentre erano solo interpretazioni – non sempre neppure legittime – di fantasiosi teologi accreditati da gerarchie ecclesiastiche eccessivamente sicure di sé.

Alcuni lettori resteranno “scandalizzati” dall’apprendere teorie ormai acquisite negli ambienti accademici anche cristiani, ma altri potranno scoprire che dirsi cristiani è molto più semplice dal punto di vista intellettuale e molto più entusiasmante (anche se impegnativo) dal punto di vista dell’agire personale e sociale.

 Augusto Cavadi

* Mercoledì 3 luglio 2024, dalle ore 18.30 (puntuali !) alle 20.00, terrò un seminario a partire da questo testo di Dario Culot al "Centro di ricerca esperienziale di teologia laica" presso la "Casa dell'equità e della bellezza" di Palermo (via Nicolò Garzilli 43/a). Partecipazione libera e gratuita (gradita una prenotazione all'email: a.cavadi@libero.it)

* Il testo originario corredato da illustrazioni si apre al link: 

https://www.zerozeronews.it/linesauribile-miniera-degli-studi-scientifici-della-bibbia/



martedì 25 giugno 2024

LE ELEZIONI COMUNALI A PERUGIA: UN POSSIBILE MODELLO PER RINNOVARE LA VECCHIA POLITICA

Che cosa è successo a Perugia

 

Prima che sulle elezioni di Perugia si riversi la retorica dei commenti tutti interni alla politica politicante, prima che vengano banalizzate battendo sul tasto della città che verrà governata per la prima volta da una donna (sarebbe successa la stessa cosa con Margherita Scoccia, ma non sarebbe stata affatto la stessa cosa), conviene riavvolgere il nastro e mettere in fila un po’ di elementi.

La spirale del centrodestra

Il Barton Park è un luogo recintato da una cancellata alta e nera. È un pezzo di Perugia che dà di sé l’immagine di un luogo pubblico ma è gestito da una società privata che ci ha investito sopra per trarne legittimamente profitto e lo pubblicizza definendolo «una location di eccellenza per eventi di successo». Il Barton Park non è libero come un qualunque altro spazio che sia davvero parte della città di tutte e di tutti: vi si può entrare solo se la proprietà che ne detiene le chiavi apre il cancello che delimita il confine di quel luogo con la Perugia pubblica. Avere deciso di tenere lì l’evento di chiusura del primo turno della campagna elettorale, che poteva essere anche l’ultimo, è stato un segnale piuttosto contraddittorio, o forse inequivocabile, da parte del centrodestra perugino: una coalizione che da dieci anni gestiva la cosa pubblica e si candidava a continuare a farlo ma ha celebrato uno dei suoi momenti pubblici più importanti in un luogo privato. Si è trattato di uno dei tanti errori commessi da una maggioranza che pensava di avere la vittoria in mano ma si è trovata a fronteggiare una situazione inaspettata ed è per questo entrata in una spirale di difficoltà che ne ha squadernato tutti i limiti.

Avanti, ma indietro

Il centrodestra ha iniziato la campagna elettorale con l’intento di fornire di sé l’idea di una forza proiettata in avanti. «Indietro non si torna» è stato all’esordio lo slogan dei primi manifesti giganti che hanno tappezzato la città. Seguito e confermato da «Il futuro non si ferma», che doveva essere il claim centrale della comunicazione politica costruita intorno a Margherita Scoccia. La candidatura di Vittoria Ferdinandi è stata una di quelle folate di vento inaspettate che fanno volare via i fogli dalla scrivania. In difficoltà di fronte a una candidatura marziana, che riattivava energie insospettate, faceva il pieno di pubblico e parlava una lingua nuova e intraducibile per quel ristretto circolo di persone composto da politici e pezzi di giornalismo che scambiano se stessi per l’intero universo, i partiti e la candidata di centrodestra hanno cominciato a volgere gli occhi all’indietro, verso un paesaggio per loro rassicurante: “Perugia capitale della droga” e il “buco di bilancio” sono diventati a un certo punto i tasti su cui battere per tentare di appiccicare sull’avversaria l’etichetta di una continuità con un passato che il centrodestra aveva sconfitto dieci anni prima. Tentare di legare Ferdinandi a quel passato è stata la manifestazione della volontà di esorcizzare la portata radicalmente innovativa dell’avversaria. Ma come il successivo tentativo di dipingere la candidata come una pericolosa estremista, si è trattato di una caricaturizzazione così lontana dalla realtà che la maggioranza dell’elettorato l’ha respinta come un organismo fa rigettando cellule che non riconosce. A ciò si è aggiunta una sorta di incompatibilità ontologica tra quello slogan, «Il futuro non si ferma», e il continuo ritorno al passato del discorso pubblico della destra, che ha generato un altro corto circuito, esattamente come quello innescato da una coalizione che si candida a gestire il pubblico ma lo fa da un luogo privato. Il tutto è successo mentre accanto al claim originario ne è stato coniato un altro, in corsa: «Perugia è di tutti», proprio nel tentativo di relegare Ferdinandi e l’intelligenza e l’emozione collettiva che la sostengono nell’angolo di una partigianeria estremista evidentemente indegna di far parte dei tutti. È stato un altro segnale di difficoltà, poiché la sovrapposizione di claim – per di più così incongrui – è stata del tutto disorientante. Il combinato disposto tra il ritorno al passato e uno slogan come «Perugia è di tutti» ha restituito simbolicamente la rappresentazione di una maggioranza che ragionava nel proprio intimo come se fosse stata ancora l’opposizione di dieci anni fa. La campagna elettorale di Scoccia è stata un continuo riassetto sulla base delle novità creative introdotte dall’avversaria: dall’idea dei manifesti extra lunghi a quella dei reel sui social media – inizialmente studiati come pillole di fiction, prodotti in laboratorio con tanto di copione; in seguito invece, sulla base di quanto andava facendo Ferdinandi, estrapolati da momenti in presa diretta della campagna elettorale. Fino all’evento finale prima del ballottaggio, in cui il centrodestra è tornato in piazza IV Novembre, cuore della città, copiando il centrosinistra che quella cosa l’aveva fatta due settimane prima, alla fine del primo turno, quando l’ex maggioranza si era andata a rinchiudere nella privatezza del Barton Park. Sia chiaro, non è in ballo qui una questione di riconoscimento di diritti d’autore. È che il modo in cui la coalizione che governava Perugia si è condannata a rincorrere gli avversari che partivano sfavoriti denota una più ampia mancanza di spessore. Per di più, copiare da una candidata che al tempo stesso si tenta di relegare nell’angolo dell’estremismo è di una doppiezza disorientante, esattamente come lo è stato l’accavallamento degli slogan.

Materiale/immateriale

L’ultima parte di campagna elettorale Scoccia e il suo entourage l’hanno fatta virare su un concetto di concretezza che nei loro auspici avrebbe dovuto fare giustizia della fumosità ideale con la quale intendevano disegnare la parte avversa. È stato forse il momento in cui la naturale attitudine del centrodestra è emersa al di là delle giravolte di una campagna elettorale ondivaga perché in pesante affanno. Come abbiamo abbiamo già tentato di interpretare analizzando i programmi delle due principali coalizioni, quello che è parso il nucleo fondante del centrodestra perugino è stata una fiducia quasi messianica nella promessa di opere (il nodo, la stazione Medioetruria e il metrobus sono state le più qualificanti) che si sono pensate risolutive dei problemi delle persone. L’idea è stata insomma che il consenso di elettori ed elettrici fosse agganciabile prefigurando loro la realizzazione di cose. A quella che doveva essere la concretezza di opere e fatti solidi e tangibili, Ferdinandi ha contrapposto l’immaterialità irrinunciabile della visione. E sulla dicotomia materiale/immateriale si è giocato un pezzo consistente di campagna elettorale.

Il conservatorismo e le vite

Scoccia ha interpretato un ruolo tradizionale: quello della candidata che promette cose concrete, opere tangibili, e le promette nella lingua che parlano in genere i candidati e le candidate tradizionali. L’ha fatto nella convinzione che questa, oggi, sia la funzione della politica: agevolare il quotidiano tran tran rendendolo più agevole. Si tratta di una posizione conservatrice in sé: non c’é nessun anelito al cambiamento in quella piattaforma semplicemente perché chi l’ha realizzata ritiene nel proprio intimo che non ci sia niente da cambiare. Ferdinandi, essendo una marziana della politica, portatrice di un punto di vista esterno al pianetino autoreferenziale dei posizionamenti geografici (destra, sinistra, centro) divenuti incomprensibili quando non indigesti a gran parte dell’elettorato, ha colto che la desertificazione dell’asfittica rappresentanza partitica si può tentare di colmarla cercando di riconnettere la politica alla vita delle persone sempre più sfilacciata, precarizzata, in affanno. E la vita delle persone è fatta per gran parte di immaterialità: la soddisfazione, le aspirazioni, l’immaginazione, i sentimenti, la tranquillità, il riconoscersi in qualcosa di più autentico del mero possesso di cose o della fruizione di opere pubbliche che spesso peraltro rispondono agli interessi di pochi piuttosto che a quello generale. Si tratta di astrattezze solide, senza la cornice delle quali le cose concrete diventano inerti e fini a se stesse. È dall’esigenza di colmare queste mancanze che anche all’interno del comune di Perugia sono germogliate esperienze di rigenerazione urbana, librerie indipendenti, cinema di comunità, ristoranti inclusivi, associazionismi di vario tipo e mutualismi di quartiere. Esperienze che sono andate a riempire i vuoti lasciati da una politica che non rappresenta più come riusciva a fare fino a cinquant’anni, non è in grado di progettare alcunché, ma scimmiotta i comportamenti di cinquant’anni fa. Il disallineamento logico tra queste due dimensioni genera un panorama surreale, in cui matura il disamore verso le cose comuni, confuse con un pubblico che da anni dà mostra del peggio di sé. Le esperienze sommariamente elencate sono concretissime, ma derivano da un’aspirazione ideale senza le quali non sarebbero mai state immaginate. Una delle chiavi con cui si può leggere la candidatura di Ferdinandi è questa: è come se la ricchezza trasformativa di quelle esperienze generate dall’immaterialità delle esigenze di solidarietà, cultura non ingessata, solidarietà di cui la città pullula sia riuscita a contaminare un pezzo di mondo che ha deciso di entrare nelle istituzioni. Non c’è stato un piano a tavolino, e neanche un rapporto di causa-effetto, nessun automatismo meccanicista, meno che mai un qualche tipo di complotto o di ordita occupazione del potere, come si potrebbe pensare dal pianetino autoreferenziale della politica e di un pezzo del circuito massmediatico. Quello che assomiglia di più a ciò che è successo è il movimento del polline trasportato dalle api: casuale ma non caduto dal cielo. Qualcosa che esiste e viaggia anche se non si vede, e prima o poi va a depositarsi da qualche parte e feconda.

Una candidatura marziana

Ferdinandi, con il sostegno dell’intelligenza e dell’emozione diffuse che l’hanno supportata, si è fatta traduttrice lucida, chiara e fedele di esigenze difficili a dirsi perché sepolte sotto la tirannia del reale che congiura per far apparire immutabile ciò che è invece una costruzione umana, e che come tutte le costruzioni umane può essere migliorata, a patto che si abbia una solida cornice ideale, e quindi immateriale, entro cui collocare le cose concrete da fare. Intelligenza ed emozione, sentimento e ragione, uniti all’essere sintonizzati con un qui e ora che i vecchi arnesi degli anni ottanta-novanta del secolo scorso non consentono di comprendere, sono stati due ingredienti senza i quali non si capisce la straordinarietà della candidatura di Ferdinandi e della sua campagna, che infatti resta marziana, incomprensibile ai molti che hanno ragionato e continueranno probabilmente a farlo con categorie vetuste, utili oggi come i gettoni per le cabine telefoniche. È da questa sostanziale incapacità di leggere il reale, oltre che da una sostanziosa punta di strumentalismo, che sono nate e poi degenerate le accuse di estremismo, centrosocialismo, movimentismo nei confronti della candidata che ha vinto le elezioni. Solo che non c’è niente di più estremo, rigido, arido e inutile che rimanere abbarbicati a paradigmi confortevoli ma sganciati dalla realtà. L’incapacità a comprendere del centrodestra e di un nutrito panorama di osservatori ha cozzato contro un atteggiamento ancor più sorprendente di Ferdinandi. Laddove infatti un’altra parte politica si sarebbe intimidita di fronte a una campagna degli avversari così caparbiamente aderente alla tirannia del reale, la candidata che ha vinto le Comunali di Perugia ha invece rilanciato rivendicando la necessità della visione e dell’immaterialità dentro cui collocare la concretezza delle cose da fare. E, soprattutto, ha collegato politica e vita: ha fatto intravedere che le trasformazioni politiche possono diventare trasformazioni in meglio per la vita di chi sta peggio, e non solo. Solo una marziana avrebbe potuto inserire nel comizio di chiusura del primo turno della campagna elettorale la metafora del liquido amniotico che protegge e nutre il feto che la donna ha in grembo consentendogli però di comunicare con l’esterno e di assorbire nutrimento: un confine non ottusamente chiuso e rigido ma poroso ed elastico come è la vita stessa, appunto, che il liquido protegge e cura. E solo con la comprensione più autentica del qui e ora che stiamo vivendo, dello svilimento della vita pubblica a causa di rappresentanti inadeguati, si poteva mettere a leva la partecipazione dei cittadini intesa non come mero ascolto ma come chiamata alla coprogettazione della cittadinanza, cioè come autentico metodo di governo che trasformi il pubblico spesso sinonimo di “di nessuno”, nel tentativo di farlo diventare diventare comune, di tutte e tutti.

Ferdinandi ha aggirato la cittadella del potere autoreferenziale cercando la legittimazione nelle persone e parlando alle loro vite reali. C’è riuscita perché si è tenuta a debita distanza dal recinto delle liturgie di posizionamento della politica politicante e dei circoletti massmediatici, utilizzando un lingua nuova in cui fragilità, tessitura, diritto all’autonomia, visione e immaginazione hanno preso il posto di fondi, investimenti, milioni, destra, sinistra, estremismo così in voga altrove.

Una generazione nuova

Il collegamento vivido con il qui e ora e tutto ciò che ne è scaturito è stato reso possibile anche dalla presenza di un altro ingrediente. Il tentativo di ritorno al passato della propaganda del centrodestra e la coazione ad analizzare le cose come se ci si trovasse in una qualsiasi delle campagne che hanno preceduto quella appena trascorsa rischiano di offuscarlo, invece va colto in tutta la novità che rappresenta. Vittoria Ferdinandi ha 37 anni, il gruppo delle persone che ha trainato la sua campagna è composto da sue e suoi coetanei. Si tratta di una generazione che vive e ha vissuto tutte le asprezze del qui e ora ed è lontana galassie dalle zone di comfort di chi, avendo avuto la fortuna di vivere la propria vita negli anni del boom o di ciò che ne restava, non si è dovuto adattare a più lavori contemporaneamente, a emigrare, a contratti saltuari, a paghe da fame, a occupazioni per cui non sarebbe servito studiare ciò che si è studiato, a stage non retribuiti che però fanno curriculum. C’è anche questo gap generazionale ad aver reso marziana la candidatura di Ferdinandi. Un gap che ha reso grotteschi i tentativi di chi con le lenti di decenni fa tentava di affibbiare etichette di passatismo ideologico a una candidata e a uno staff che hanno invece mostrato plasticamente come la cornice ideale sia necessaria a collocare le cose e a coglierle nella loro purezza. Se Ferdinandi fosse cresciuta a pane e ideologia nel senso più retrivo del termine utilizzato dai suoi detrattori, sarebbe caduta nella trappola che per settimane le hanno teso gli avversari: trasformare la campagna elettorale in senso ottusamente ideologico in un triviale derby fascisti-comunisti. Se avesse avuto la paura del proprio passato che hanno o hanno avuto persone più anziane di lei, inebetite di quello sport nazionale che è stata per anni la corsa al centro, avrebbe avuto remore ad abbracciare l’anziana signora che l’ha aspettata con la bandiera rossa sul marciapiede in attesa che passasse l’autobus scoperto della candidata in tour per la chiusura di campagna elettorale per il ballottaggio. Con Ferdinandi e la generazione che è salita con lei alla ribalta, la bandiera rossa riacquisisce la purezza di uno dei simboli di chi ha scritto la Costituzione e ha dato un futuro decente a un paese che ha rischiato di averne uno nero. Si tratta di un concetto semplicissimo, che è stato reso difficile proprio da decenni di un’ideologia che questa generazione si è tolta di dosso con una sana scrollata di spalle: collegando le idee alle vite. E cercando di tradurle in politica per le vite. Per di più con una creatività che ha costretto gli avversari a una rincorsa sfiancante. Un’ultima nota, su questo: Ferdinandi non è del Pd, ma se alla guida nazionale del Pd non ci fosse stata Elly Schlein la sua candidatura sarebbe stata probabilmente risucchiata in chissà quale gioco autoreferenziale e la generazione nuova triturata ancora.

I rischi, adesso

Un pezzo consistente di elettorato, seppur quasi sommerso dai messaggi torbidi e tendenzialmente intimidenti della tirannia del reale, ha capito tutto questo, anzi è parso non volere altro che capire tutto questo, e si è emozionato e ha conseguentemente fatto aderire la propria intelligenza alla proposta di Ferdinandi. L’ha fatto anzi la maggioranza delle persone che sono andate a votare a Perugia. Il che significa che per molti e molte l’immaterialità è un valore senza il quale la concretezza si muove senza bussole per l’interesse generale, e che la politica non è fatta di cose, ma di tentativi di cambiare in meglio le vite, altrimenti diventa un campo arido. È un fenomeno di cui prendere nota, il cui significato travalica i confini municipali. Un rischio però c’è: è che Vittoria Ferdinandi resti sola. Che si trasformi in idolo isolato. Che la sua vittoria sospinga anche le persone che l’hanno votata a rientrare in casa, magari dopo avere tirato un sospiro di sollievo. Se succedesse questo sarebbe una sconfitta per due motivi. Primo: significherebbe che anche la parte che ha sottoscritto la candidatura marziana è diventata vittima dell’egemonia del pensiero semplicistico che ritiene che la sostituzione dei leader sia di per sé risolutiva dei problemi inediti che abbiamo davanti. Si percorrerebbe così esattamente all’inverso il tentativo di nuova via che la candidatura di Ferdinandi ha tentato di tracciare, legare la politica alle vite, mostrando che i cambiamenti politici possono migliorare la qualità del vivere. Secondo: senza l’intelligenza e l’emozione collettive che la candidatura Ferdinandi ha rimesso in circolo, non c’è cambiamento possibile; se venissero a mancare la corsa elettorale sarebbe stata vana.

Un pezzo assai consistente di elettorato, esausto da decenni di autoreferenzialità e analisi vuote, non è invece riuscito ad essere avvicinato e ha scelto di non votare, di essere equidistante tra due mondi, quelli incarnati dalle due candidate, mai così agli antipodi, elemento che ha reso la campagna elettorale davvero la competizione tra due alternative. Anche questo è un fenomeno di cui prendere nota perché ha a che fare con la qualità della nostra democrazia, che non è costituita solo dal momento del voto, come da più parti si indica. Ed è un elemento che sfiderà il governo della città chiamato ora a suturare anche le ferite da campagna elettorale.

La destra

Un altro pezzo consistente di elettorato ha votato per una candidatura che, in contrapposizione alla visione estesa di democrazia radicale rappresentata da Ferdinandi, ne predilige una minima, che per semplicità qui si può definire ristretta al momento del voto in cui si decide chi deve comandare per i successivi cinque anni. È legittimo. Solo che oggi quella parte in Umbria sembra essere drammaticamente sprovvista di persone in linea coi tempi e in grado di amministrare. Il suo maggior partito, Fratelli d’Italia, ha perso in due anni con suoi candidati – Masselli a Terni, Scoccia a Perugia – le elezioni comunali nei due capoluoghi di provincia di una regione nella quale costituisce la prima forza politica. Fratelli d’Italia è insomma una sorta di anello debole ma forte: troppo più forte dei suoi stessi alleati di coalizione, che così faticano a instaurare una qualche dialettica, ma intimamente sprovvisto della capacità di governo e di visione che occorrono per svolgere il ruolo di guida. Ne è la dimostrazione plastica il fatto che l’ex coordinatore regionale di quel partito, persona che dopo lustri di Consiglio regionale oggi siede in Parlamento, ha detto che quello che adesso si appresterà a fare FdI è «ciò che abbiamo sempre fatto: combattere i comunisti». Ancora il passato che non passa, un po’ poco come piattaforma per gli anni venti del Duemila. In questo scenario, la coalizione di centrodestra si presenterà alle elezioni regionali del prossimo autunno con una presidente uscente che rappresenta un partito, la Lega, passato in Umbria dal 37 per cento di cinque anni fa, quando Donatella Tesei venne eletta, al 6,8 per cento delle Europee di due settimane fa. A debolezza si aggiunge debolezza, quindi.

Anche sotto questa ultima luce quello che è successo a Perugia è importante: segna una discontinuità di linguaggio e generazionale che potrebbe essere linfa per un futuro del tutto differente dalle liturgie autocentrate del passato. Quello che succederà d’ora in poi farà parte dello svolgimento di un altro capitolo. Lo seguiremo con attenzione. 


Questo il link all'edizione originale:

https://www.cronacheumbre.it/2024/06/25/che-cosa-e-successo-a-perugia/#comment-241