giovedì 20 settembre 2018

IL GIRO TRENTINO-VENETO-EMILIA: QUALCHE APPUNTO PER UN BILANCIO

Care e cari,
  non è facile rispondere a chi di voi chiede qualche bilancio delle mie due settimane in Trentino, Veneto ed Emilia. Anche per non annoiarvi, mi limito a qualche sprazzo:

a)   Il ritiro spirituale a Terzolas (Trento) sulla conversione personale e istituzionale (in particolare della chiesa cattolica). Venti persone belle che, nonostante il peso degli anni, non smettono di interrogarsi e di attivarsi per un mondo meno disumano. La relazione della teologa (laica) della liberazione Maria Soave Buscemi sui vangeli mi ha fatto balenare un’ipotesi: e se non fosse proprio il cristianesimo – purificato dalle sue superfetazioni dogmatiche e moralistiche – a poter costituire quel grande movimento transnazionale in grado di offrire al mondo (per lo meno al mondo occidentale) una prospettiva di uscita dalla rassegnata accettazione attuale del sistema capitalistico d'impronta individualistica e liberista? Papa Francesco lo lascerebbe sperare, ma proprio la sua vicenda raffredda i miei entusiasmi: se neppure un papa riesce a intaccare la struttura piramidale-conservatrice cresciuta per due millenni su se stessa, che possibilità restano ai semplici “fedeli laici” della base (ammesso che siano ancora interessati a questo genere di possibilità)? Mi è tornata in mente la vecchia formula: ottimismo della volontà, pessimismo dell’intelligenza. Comunque porto nel cuore l’immagine di una coppia di ultra-ottantenni che si  accudivano reciprocamente come due innamoratini all’inizio della loro storia: lei mi ha donato un mazzolino di mughetto che ho consegnato a Palermo alla mia Adriana. E porto anche l’immagine del silenzioso cappuccino, padre Giorgio Butterini, che per decenni è stato l’animatore della Comunità “S. Francesco Saverio” di Trento, organizzatrice del convegno. Una psichiatra ha raccontato di essersi avvicinata, ormai tanto tempo fa, perché – entrata per caso in una chiesa – lo aveva sentito affermare dal pulpito: “Dio vuole che siate felici. Non ci ha creato per la sofferenza”. 
b)  La conversazione sulle quattro correnti ideologiche (liberismo, comunismo, socialdemocrazia e dottrina sociale cattolica) confluite nella Costituzione italiana del 1948 in una cascina privata nella campagna intorno a Motta di Livenza (Treviso), raggiunta sulle ali del mio angelo Gianfranco. Mi sono basato su alcuni capitoli del mio La bellezza della politica. Attraverso e oltre le ideologie del Novecento. Anche là persone belle, tra cui perfino qualche giovane, non ancora rassegnate all’omologazione imperante dell’ingiustizia legalizzata. Sono abituato alla generosa ospitalità di persone come la moglie Francesca e la figlia Chiara, molto meno alla vivacità intellettuale e al desiderio di confronto che caratterizza abitanti e frequentatori della casa: a cominciare da Onorio stesso che, dopo quarant’anni di duro lavoro di artigiano e di commerciante, spezzando l’idolatria dell’arricchimento infinito, decide di dedicarsi alla lettura, allo studio, alla riflessione e di invitare ogni tanto qualcuno in grado di allargare gli orizzonti abituali. Una conferma all’ipotesi, balenatami a Terzolas,  di un cristianesimo rifondato sulla fedeltà al vangelo come progetto di rigenerazione planetaria?  Non proprio. Dopo decenni di militanza cattolica, Onorio è convinto che per nessuna religione – nessuna – ci sia ormai un futuro: troppo ingenti le innovazioni scientifiche, tecnologiche, sociali intervenute nell’ultimo secolo. Egli sposa senza “se” e senza “ma” la prospettiva degli autori di Oltre le religioni. Non vuole neppure istituzionalizzare le iniziative culturali che propone nella sua cascina per timore che diventino qualcosa di divisivo fra un “noi” e un “loro”. Spera in una ereditarietà giocata esclusivamente sulla convinzione e sulla libertà dei successori.
c)   Bologna sono stato ospite di “Babel house”, la casa di Dino aperta a nomadi di varie etnie. Perfino siciliana. 
Due serate, in due posti differenti, sono state dedicate a discutere della strumentalizzazione cui la Lega, di ieri e di oggi, sottopone i simboli cristiani a fini elettorali. A partire dal mio libro del 2012, Il Dio dei leghisti, si è concordato sul fatto che  - almeno dall’imperatore Costantino (IV secolo d. C.) in poi  - il potere politico ha cercato di utilizzare la religione come mezzo di propaganda e di legittimazione. Che ciò avvenga è disdicevole, ma ovvio; altrettanto disdicevole, ma meno ovvio, che le chiese e le istituzioni religiose si prestino – per interessi di vario genere, anche economici – ad essere coinvolte nella truffa. 
Un’altra mezza giornata è stata dedicata, presso un Centro civico della città, a Giuseppe Impastato e all’attualità della sua testimonianza in una fase triste del movimento antimafia (in cui perfino magistrati ed esponenti apicali delle associazioni dei commercianti tradiscono la causa per avidità di denaro e delirio di onnipotenza). L’occasione si è rivelata propizia per presentare sia il mio Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi  sia il libretto per i più piccoli, scritto da Adriana con la sua collega Melania Federico, Tutti in campo. E tu conosci Peppino Impastato ?

d)  Il giro si è concluso splendidamente sulle colline tosco-emiliane. A Loiano (Bologna), infatti, Fabio è riuscito – per il secondo anno consecutivo – a convocare, in nome della “Tenerezza”, persone che nella quotidianità provano a pensarla e soprattutto a viverla. Così, il primo giorno, Elena ci ha guidati ai primi passi dello yoga, Laura (Associazione “Bimbo tu”) ci ha raccontato il suo volontariato con i bambini gravemente malatiFederica (CIWF Italia) della sua azione di pressione politica per rendere meno crudeli gli allevamenti degli animali che mangiamo; il secondo giorno  Marco ci ha risvegliato i sensi esterni e interni con un’ora di Qi Qong, Patrizia ci ha introdotti alla teoria e alla pratica della comunicazione nonviolenta (secondo il metodo Rosenberg) e Michele, non senza abilità istrioniche, ci ha contagiato un po’ della sua grande passione per gli alberi (e altri oggetti a forma fallica 😑). Nel mio intervento ho provato a ipotizzare il passaggio da una spiritualità del “sacri-ficio” a una spiritualità del “santi-ficio” : da una spiritualità basata sull’espiazione di un presunto “peccato originale” a una spiritualità basata su una “benedizione originaria” (Matthew Fox).
Superfluo aggiungere che, come in tutte queste occasioni di convivenza, si scoprono persone meravigliose (come Giovanni e Barbara) che custodiscono le ricchezze intellettuali e etiche della loro interiorità dietro livello di una silenziosa discrezione.

                                            Augusto

                                                                   (www.augustocavadi.com)

mercoledì 19 settembre 2018

SE I CATTOLICI PASSASSERO DALLE PAROLE AI FATTI

“Repubblica – Palermo”
19.9.2018

SE LA CHIESA CATTOLICA PASSASSE DALLE PAROLE AI FATTI 

      Come previsto, Francesco ha rinnovato la condanna morale dei mafiosi pronunziata da Giovanni Paolo II ad Agrigento 25 anni fa. E adesso cosa succederà? La memoria del passato può illuminare l’immediato futuro. A suo tempo, a prendere sul serio il grido di papa Wojtyla, più che i cattolici, furono i mafiosi: che, infatti, si affrettarono a uccidere don Pino Puglisi e a mettere bombe al Verano e al Laterano. Non risulta che nel mondo cattolico - parrocchie, congregazioni religiose,  scuole confessionali e oratori – la reazione emotiva abbia comportato una “conversione” di atteggiamenti mentali, metodi pedagogici, stili di vita. Politici che sbandieravano la propria fedeltà all’educazione ricevuta in prestigiosi licei cattolici sono arrivati ai vertici istituzionali della regione, e da lì sono precipitati sotto il peso di condanne giudiziarie per favoreggiamento delle cosche mafiose, senza che si siano registrate significative prese di distanza da esponenti del clero e del laicato cattolico. Insomma: la mafia che uccide e mette bombe “fa schifo”; la mafia che corrompe, che raccomanda agli esami universitari o ai concorsi pubblici, che altera l’assegnazione degli appalti…viene accettata come parte integrante, quasi naturale, del panorama dalla maggior parte del mondo cattolico. Né più né meno, insomma, di ciò che avviene nel resto della popolazione.
  Cosa ci si potrebbe auspicare per il seguito di questa visita papale, nel complesso significativa? Almeno tre novità.
   La prima riguarda la revisione delle situazioni illegali interne al mondo cattolico. Mi riferisco, per conoscenza diretta, alle strategie eccessivamente protezionistiche nelle scuole cattoliche, soprattutto quando arrivano commissioni esterne come in occasione degli esami di maturità: nella migliore delle ipotesi, non si vede nessuna differenza con scuole private note come diplomifici a scopi mercantili. O la condizione di molti lavoratori (cuochi, camerieri, portinai…) di istituti cattolici, specie se riconfigurati come luoghi di ospitalità turistica.
   La seconda novità riguarda il rapporto delle parrocchie con i propri territori. Proprio secondo l’esperienza di don Pino Puglisi, esse dovrebbero sia registrare i bisogni del quartiere sia mettersi a fianco – pariteticamente – degli organismi civici (istituzionali o spontanei) che provano a cambiare le cose. L’idea che non fare “politica” è il modo peggiore di farla dovrebbe finalmente entrare nel patrimonio catechetico di ogni comunità cristiana: l’equidistanza fra Stato e mafia, la concentrazione esclusiva sulle questioni devozionali e liturgiche, è un regalo che non si può continuare a concedere al sistema di potere politico-mafioso.
   Ma – e sono alla terza e ultima novità augurabile – gli eventuali mutamenti sul piano dei comportamenti pratici presupporrebbero come condizione necessaria (anche se, purtroppo, non sufficiente) una capillare formazione socio-politica mirata a fedeli praticanti di ogni generazione: una formazione culturale e etica che, partendo dal fenomeno mafioso, allarghi lo sguardo critico sui problemi del Mezzogiorno, del  Mediterraneo, dell’Unione Europea nonché sulle connessioni con le mafie extra-europee. In un momento storico come l’attuale – in cui le “grandi narrazioni” del XX secolo sembrano eclissate e da più versanti ideologici si tende a ridurre la politica a mere scelte tecniche – la chiesa cattolica potrebbe costituire, se riattingesse alle fonti originarie del vangelo della fraternità e dell’attenzione alle vittime della storia,  una riserva di motivazioni ideali. Nell’imperdonabile latitanza in proposito delle altre agenzie educative (i partiti, i sindacati, la stessa scuola) potrebbe conferire al dibattito politico – nel rispetto dell’autonomia di coscienza dei cittadini, credenti o meno -  quel “supplemento d’anima” di cui sembra accusare disperato bisogno. 

                                                                                Augusto Cavadi
                                                                        www.augustocavadi.com

venerdì 14 settembre 2018

OLTRE LA SPERANZA E LA DISPERAZIONE: UNA SINTESI DEI 5 INTERVENTI INTRODUTTIVI

Oggi la speranza sembra aver perso molto del suo fascino, perché concepita come attesa passiva o come ingannevole illusione. Appare, perciò, quasi impossibile coltivare speranze di grande respiro, e tutt’al più ci si limita alle piccole speranze quotidiane.
a) Innanzitutto: cosa intendiamo, semanticamente, con la parola “speranza”? “L’attesa – più o meno attiva – di un bene che non è ancora presente ma che con qualche ragionevolezza si ritiene possibile” (Lilia Sebastiani). Questa ipotesi di definizione abbraccia ogni genere di “speranza”: sia essa orientata a beni immanenti (individuali come l’assenza di dolore o collettivi come la realizzazione di una società mondiale senza né padroni né servi) che a beni trascendenti (individuali come l’immortalità dell’anima o collettivi come la “ricapitolazione” di tutta la storia umana e cosmica in Dio).
Augusto Cavadi

Ma cosa dicono in proposito le tradizioni filosofiche e religiose?
b) Per i greci, in genere, la realtà è un tutto divino, una natura intesa come forza generatrice eterna e immutabile, che si manifesta nelle infinite forme di vita che si rinnovano secondo un ordine necessario e razionale. In questa visione, in cui la gioia è inseparabile dal dolore e la vita dalla morte e che ha trovato compiuta espressione nello stoicismo, non c’è evidentemente posto per la speranza. La grande speranza di una liberazione totale e definitiva dal dolore è invece possibile per Platone, che contrappone all’effimero mondo sensibile un mondo spirituale ed eterno, attingibile dalle anime immortali. La prospettiva biblica, al contrario, offre la speranza di un mondo buono qui sulla terra, e con Gesù pare che finalmente stia per avere inizio il regno di Jahvé. La morte di Gesù porta i discepoli a riformulare l’oggetto della speranza che, specialmente per opera di Agostino, diventa la beatitudine nell’aldilà, con la conseguente svalutazione medievale della vita terrena.
Elio Rindone

c) Si può sperare in Nulla? La domanda sembra paradossale, ma solo se si rimane in superficie. Nella tradizione filosofica occidentale si spera sempre in qualcosa e questo qualcosa riguarda il rapporto della singola persona con il trascendente, ovvero con il divino. Dunque, debbo potermi aspettare una qualche forma di salvezza, ovvero di sopravvivenza dell’io. Tale atteggiamento, tuttavia, finisce col produrre insieme alla speranza, cui si attribuisce in genere un valore positivo, anche la disperazione. Si spera perché si è disperato, si dispera perché si è sperato. Il primo atteggiamento, in estrema sintesi, è presente nella vicenda filosofica di Kierkegaard. La disperazione, giunta a consapevolezza, è la molla esistenziale da cui il singolo può compiere il grande balzo verso la fede nel Dio di Abramo. D’altra parte, seguendo l’iter poetico-filosofico di Leopardi, per esempio, si perviene ad una lucida disperazione, come presa d’atto della vanità, dell’insignificanza della “natura matrigna”, proprio perché, da giovani, ci si era naturalmente abbandonati alle speranzose illusioni tipiche di quell’età.
Se ci si distacca dalla trascendenza, invece, è possibile sperare in Nulla, proprio perché tutto è attualmente dato e non c’è nulla da aspettarsi, tanto meno la permanenza illusoria del proprio io. Questa concezione può essere declinata sostanzialmente in due maniere: la prima, tipica di Spinoza, che fa coincidere Dio e Natura, in una visione immanentistica e attualistica che non lascia spazio a speranza e timore se non come passioni egualmente da superare per giungere alla serenità tipica del saggio, che guarda al divino-naturale attraverso le categorie della ragione cartesiana; la seconda che possiamo riscontrare, per esempio, nella filosofia buddista, secondo cui l’essenza di tutti i fenomeni è quella “vacuità”, da cui dipende la loro insostanzialità ed impermanenza, da cui discende uno stile di vita che valorizza al massimo ogni aspetto della vita quotidiana, nel qui ed ora, da viversi per ciò che è e per come è, senza attese messianiche o millenaristiche.
Francesco Dipalo

d) La «suprema speranza» che Nietzsche-Zarathustra annuncia ai suoi discepoli è anche una speranza nuova, nel senso che essa deve prendere il posto delle antiche speranze della tradizione platonico-cristiana. Dopo la morte di Dio e la fine del retro-mondo metafisico, Nietzsche vuole “rifidanzare” l’uomo con la realtà naturale, superando sia il nulla in cui la morte del Dio biblico ha precipitato la coscienza moderna che la vecchia idea di uomo. Eterno ritorno e volto dionisiaco della natura sono l’approdo di questa parte del suo esperimento filosofico.
Ma la sua ‘grande speranza’ è appunto questa: che al posto del nulla e dell’ultimo uomo subentri un superuomo che sappia sostituirsi a Dio nel dire agli altri come devono comportarsi, riaffermando così l’a-sociale «istinto dei ‘signori’ per nascita (vale a dire della solitaria specie predatrice dell’uomo)». (Genealogia della morale). «Che cosa non darei, -si legge nella IV e ultima parte dello Zarathustra- per avere questa sola cosa: questi figli, questo vivaio vivente, questi alberi della mia volontà e della mia suprema speranza».
Questa «nuova bella specie di uomo» (ibidem) deve essere superiore a ogni valore (cristiano, democratico, socialista) di compassione e solidarietà per il gregge dei ‘mal riusciti’ e dei ‘superflui’. E se il suo avvento fa parte innegabilmente della nuova speranza e della «grande politica» annunciate dal quinto vangelo anti-cristiano di Nietzsche, proprio chi è interessato a ‘rifidanzare’ l’uomo con la natura non può sottrarsi a qualche considerazione critica. Più precisamente: non può non riprendere la propria ricerca non di un ritorno a prima di Nietzsche ma di una «via praticabile oltre Nietzsche» (K. Löwith). Nietzsche ha temuto che un giorno sarebbe stato santificato (Ecce Homo). Le dinamiche mercantili e le logiche di bio-potere innegabilmente operanti nelle nostre società non costituiscono la più insidiosa santificazione di fatto della neo-aristocratica «grande politica» nietzscheana? Se pensiamo che questo interrogativo ha un suo fondamento, sembra difficile non concludere che a contrastare questa santificazione sono maggiormente chiamati proprio coloro che, anche grazie a Nietzsche, sentono alle spalle ogni prospettiva teologico-metafisica. E alle sfide del presente (crisi ecologica, biotecnologie, migrazioni) sono impegnati a rispondere con una «fedeltà alla terra» ispirata non all’affermazione di un’autoreferenziale volontà di potenza (da Nietzsche concepita come «essenza» stessa della vita), ma a una plausibile, saggia e solidale ricerca della possibile felicità di ogni essere senziente.
Orlando Franceschelli

e) Le vite filosofiche sono essenziali alle strutture filosofiche, alle visioni del mondo. Abbiamo analizzato diversi momenti delle esistenze di filosofi quali Bruno e Galilei, Severino Boezio, Schopenhauer, Wittgenstein e messo in evidenza le ‘possibilità’ incontrate, nelle situazioni cariche di speranza oppure di-sperate. Abbiamo riscontrato che risulta innegabile che l’esistenza si muova fra le possibilità. La speranza è una figura di tale possibilità, che si instaura in modo spesso creativo. Ma la speranza è comunque una costruzione umana, che assume piuttosto la forma di un contenitore e non di un contenuto. Pertanto è legittimo analizzare, dal punto di vista propriamente filosofico, lo spazio emergente della speranza, piuttosto che la speranza stessa. Per Heidegger è l’angoscia e per Jaspers sono le varie situazioni-limite, ovvero quei determinati eventi della vita che ci appaiono particolarmente drammatici e che rimettono in discussione il nostro atteggiamento fondamentale fino a quel momento. La dimensione patica (il pathos dei sentimenti) dell’esistenza fornisce materiale al filosofo che ha il dovere, più degli altri, di affrontare e analizzare. Proponendo vari ‘esercizi di speranza’ abbiamo infine indicato l’esercizio fondamentale. Cosa emerge quindi dall’analisi del fondamento (Ur-grund) della speranza? Possiamo rintracciare il sentimento prevalente dei nostri tempi, la sperimentazione del nulla.
Salvatore Fricano
Qui tutte le foto e i video che vorrete visionare:
http://vacanze.domandefilosofiche.it/2018/09/2018-lovere/

giovedì 13 settembre 2018

GENNARIO IORIO INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SU "RADIO OLTRE"

Gennaro Iorio è un coraggioso e generoso collega che tiene da anni una rubrica radiofonica (Radio Oltre Cultura) a Bologna. 
Ancora una volta mi ha invitato nei suoi studi per parlare un po' dei due temi che in questi giorni mi hanno impegnato nei vari incontri pubblici della città emiliana: la mafia (assassina di Peppino Impastato) e la Lega (abile calamita del voto cattolico meno "francescano" e più vicino agli ideali del conservatorismo borghese).
Se qualcuno avesse voglia e soprattutto tempo di riascoltare la trasmissione potrebbe cliccare anche qui sotto:

CONVEGNO SULLA TENEREZZA A LOIANO (BOLOGNA) SABATO 15 E DOMENICA 16 SETTEMBRE 2018


CARE E CARI,

   con la presentazione odierna (giovedì 13 settembre alle ore 16) del mio libro su Peppino Impastato martire civile contro la mafia e contro i mafiosi (presso il Centro civico di via Faenza 4) si concludono i miei incontri pubblici nella splendida e ospitale Bologna. Con alcuni amici ci sposteremo da venerdì sera a Loiano, sulle colline dell'Appennino tosco-emiliano,  per un fine-settimana trans-disciplinare e pluri-disciplinare sul tema della tenerezza. La partecipazione, anche parziale, agli appuntamenti previsti dal calendario (cfr. qui sotto) è libera e gratuita.
   Augusto

                                                           ***
                                    Seminario sulla tenerezza    
                                 seconda edizione  15/16 settembre 2018
         Sala Maria Dalle Donne, Municipio del Comune di Loiano (Bologna)




sabato 15 settembre

9,00  “yoga per cominciare”  con Elena Querzola dell'Associazione Shanti Om

10,30 saluti e introduzione al seminario a cura di Fabio Bonafé, ideatore e regista del convegno

11,00  primo incontro  
“una esperienza di sostegno e di aiuto”  con Laura Selvini dell'Associazione bimbotu onlus 

13,00  pranzo   
(per chi vuole con prenotazione al Ristorante Anconella)

15,30  secondo incontro
“a tavola con rischio: cosa mangiamo veramente?” con Federica Di Leonardo di CIWF Italia

17,30 terzo incontro 
“la tenerezza come fabbrica del sacro” con Augusto Cavadi

19,30  conclusioni della giornata



domenica 16 settembre

9,30 
“esercizi per risvegliare l'energia”con Marco Fregni  

11,00 quarto incontro
“preferisci avere ragione o essere felice? introduzione alla comunicazione non violenta” 
con Patrizia Naldi 

13,00  pranzo libero 

15,30  quinto incontro
 “alla scuola degli alberi”  con Michele Giovagnoli 

18,00 conclusioni, abbracci e saluti

martedì 11 settembre 2018

CI VEDIAMO A BOLOGNA GIOVEDI' 13 SETTEMBRE ALLE ORE 16,00 ?


Care e cari dell'area emiliana,
   dopo la bella serata di ieri (lunedì 10) vi ricordo che replicheremo l'incontro pubblico sulla (in)compatibilità fra Carroccio e Vangelo domani sera (mercoledì 12) presso la Chiesa dell'Annunziata (via San Mamolo, 2).
    Sin da adesso - affinché chi lo desideri possa programmarsi la giornata in tempo - vi ricordo anche che giovedì 13 settembre alle ore 16,00 presenterò il mio libro su Peppino Impastato ed anche la versione, per i ragazzini di 10 - 13 anni,  scritta da Adriana e Melania.
    Augusto

lunedì 10 settembre 2018

CI VEDIAMO, A BOLOGNA, MERCOLEDì 12 SETTEMBRE ALLE ORE 21,00 ?

Care e cari contatti dell'Emilia, nel ricordarvi l'appuntamento di questa sera (lunedì 10 settembre alle ore 20,30 presso la Parrocchia di San Giuliano, via Santo Stefano 121, Bologna), vi comunico che un incontro sul medesimo tema sarà replicato mercoledì 12 (sempre alle ore 21) presso la Rettoria della Chiesa dell'Annunziata (via San Mamolo 2). 

domenica 9 settembre 2018

CHE COSA POSSIAMO IMPARARE NOI DAGLI IMMIGRATI ?

“Repubblica – Palermo”
8.9.18

CHE COSA POSSONO DARE A NOI GLI IMMIGRATI EXTRA-EUROPEI?

     Gli appelli alla scuola per una maggiore sensibilizzazione sulla tematica dell’immigrazione si sono intrecciati, in questi giorni, con nuovi episodi di violenza razzista. E anche in Sicilia: proprio in quell’isola che, da Mazzara del Vallo a Lampedusa, si era caratterizzata in Europa ormai da decenni come modello di accoglienza e di convivenza.
     La gravità e la (relativa) novità di questi episodi, lungi dallo scoraggiare gli operatori scolastici (e direi gli educatori in generale), impongono una maggiore concentrazione degli sforzi. 
     Premessa generale di ogni indicazione più dettagliata è l’avvertenza di non cadere nella trappola dell’emergenzialità. Migrazioni e incontri/scontri di tradizioni culturali non sono fenomeni passeggeri (come miopi politiche poliziesche suppongono), bensì epocali. Dobbiamo attrezzarci per strategie di lungo periodo, senza esaltarci per piccoli progressi né sconfortarci per regressi momentanei.  
     In un’ottica lungimirante mi pare che sia fondamentale operare almeno questi due passaggi. Il primo: passare dall’anonimato delle tematiche ai volti concreti. Quando sono invitato in scuole del Settentrione italiano a parlare di mafia e di antimafia, a parte i due o tre colleghi che organizzano la visita, trovo, quasi sempre, un clima di estraneità culturale e di diffidenza emotiva. Quando, però, mi espongo nella mia effettiva umanità, con le cicatrici che la mafia ha provocato nella mia carne di siciliano e anche con la fierezza di conterraneo di tanti eroi civili, di solito il clima cambia: la questione mafiosa perde i contorni astratti e diventa storia vissuta di uno come loro, con gli stessi dubbi e le stesse aspirazioni. Così è stato ogni volta che a scuola abbiamo invitato, con l’aiuto di “Amnesty International”, un immigrato a incontrare i ragazzi. La questione si è trasformata in esperienza esistenziale: non date, numeri, normative bensì volti precisi, racconti autobiografici con nomi e cognomi. Allora la conoscenza smantella molti pregiudizi e fa cadere sipari ideologici costruiti su ignoranza atavica. 
     Ma l’incontro con un immigrato in carne e ossa (o anche con qualche ragazza importata dalle mafie africane per essere venduta sul mercato del sesso e aiutata a uscirne da associazioni come “Il pellegrino della terra” o altri comitati Anti-tratta) è solo un primo passo. Un secondo passo è più radicale: consiste nel capovolgere la prospettiva abituale. Chiedersi non più, o non soltanto, cosa possiamo fare noi europei per i profughi, ma anche cosa possono dare questi immigrati a noi. Apprendiamo dagli addetti ai lavori che i contributi previdenziali di tanti lavoratori stranieri salvano le pensioni di altrettanti lavoratori italiani e persino leghisti incalliti del Nord-Est  ricordano a Salvini che gli immigrati sono una risorsa bracciantile per tante industrie in cerca di manodopera. Ma gli immigrati hanno da dare dal punto di vista, oltre che   produttivo ed economico, antropologico e culturale. Anche se lo ignoriamo - o lo dimentichiamo facilmente - non pochi di loro hanno diplomi e lauree;  conoscono più di una lingua; in ogni caso sono portatori di tradizioni mitiche e simboliche di estremo interesse. Perché non invitarli nelle nostre aule, nei nostri centri sociali, nelle nostre parrocchie a raccontarci le fiabe della loro infanzia, i proverbi dei loro anziani, le ricette della loro cucina, i farmaci naturali in uso nei loro villaggi? Perché non farci insegnare le loro danze e le loro musiche? Perché non farci spiegare come vivono la poligamia, la famiglia patriarcale, la dimensione della fraternità e della sororità estesa a intere tribù? Perché non farci aiutare a vedere l’Occidente con i loro occhi di vinti e colonizzati dagli occidentali? Avvertiamo, comprensibilmente, il desiderio di viaggiare, di andare in Africa equatoriale o in Estremo Oriente: ma perché, intanto, non fruiamo dell’Africa e dell’Asia che sono nelle nostre strade e che bussano alle nostre porte? 
  Non credo a nessuna ricetta miracolosa. Dunque neppure queste strategie pedagogiche eliminerebbero del tutto razzismo e xenofobia. Ma almeno potrebbero ridurne le manifestazioni e soprattutto modificare la coscienza di chi le mette in atto: ragazzi di Lercara Friddi o famiglie di Partinico alzerebbero i bastoni contro immigrati indifesi non più con senso di superiorità etnica, semai  per complesso di inferiorità intellettuale e morale.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
      

venerdì 7 settembre 2018

CI VEDIAMO DOMENICA 9 SETTEMBRE 2018 A MOTTA DI LIVENZA (TREVISO) ?

A famigliari, amici e conoscenti                                                                 Motta di Livenza agosto 2018

                                                   Carissimi, siete invitati Domenica 9 settembre 2018 , alle ore   16,30

 All’incontro con Augusto Cavadi (filosofo) su:
                                                        “Le radici culturali della Costituzione italiana”.
La Costituzione italiana è la “carta d’identità” dell’Italia risorta dopo la tragedia del nazi-fascismo (e dell’inutile e disastrosa Seconda guerra mondiale): ma pochi la conoscono e, ancor meno, ne hanno indagato le radici ideali. Essa nasce, infatti, come confluenza fra tre grandi tradizioni culturali antitetiche alla visione fascista dell’uomo, della società e dello Stato: la tradizione social-comunista, la tradizione liberal-democratica e la tradizione cattolico-popolare.
Questi tre filoni ideologici sono andati in crisi in varia misura e ciò ha comportato, fra l’altro, l’appannamento dei valori costituzionali: la Carta ha così cessato di essere l’elemento coagulante della popolazione italiana e un progetto di sviluppo per il futuro.
A queste tematiche ci introdurrà Augusto Cavadi (www.augustocavadi.com) che è stato per quarant’anni docente di filosofia, storia e educazione civica nei licei siciliani e ha fondato, nel 1992, l’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” di Palermo (tutt’ora attiva: www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it). 
Egli baserà la conversazione sul suo libro La bellezza della politica. Attraverso, e oltre, le ideologie del Novecento (Di GirOlamo, Trapani 2015).
Si consiglia di partecipare all’incontro muniti di una copia della Costituzione italiana che può essere gratuitamente scaricata da internet.
Credo sia una buona occasione di conoscere e approfondire quei valori costituzionali che nel tempo si sono appannati per riscoprire e attuare un progetto di evoluzione verso il bene comune, inoltre,ci sarà il piacere di rivederci.
A presto Onorio
Onorio Zaratin via della Croce,1 Motta di Livenza   3486039484

giovedì 6 settembre 2018

IL CUORE HA LE SUE RAGIONI CHE LA RAGIONE NON CONOSCE ?

www.istitutoeuroarabo.it/DM
1.9.2018

IL CUORE HA LE SUE RAGIONI CHE LA RAGIONE NON CONOSCE ? [1]

Già quando ho ascoltato per la prima volta Silvia Di Luzio, a un convegno emiliano sulla “tenerezza” in cui eravamo entrambi relatori, la sua suggestiva sottolineatura della polivalenza funzionale dell’organo cardiaco [2]mi ha richiamato spontaneamente alla memoria la celebre, fulminante,  asserzione di Blaise Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” (pensiero  277 , ed. Brunschwig). 
   Per noi filosofi Pascal è uno strano compagno di viaggio. Per un verso, infatti, non può considerarsi un filosofo canonico: nella breve, intensa, esistenza ha svolto varie mansioni (matematico, fisico, ingegnere meccanico, teologo, mistico, scrittore polemista…)[3]tranne che il filosofo di professione, convinto com’era che “tutta la filosofia non valga un’ora di fatica ” (pensiero 79, ed. Br. )[4]. Tuttavia non c’è lettore di cose filosofiche che possa evitare di confrontarsi con le sue opere, o almeno con quelle riflessioni in frammenti pubblicate postume col titolo Pensieri.
   Ed eccomi allora alle prese con una domanda: caro Blaise, davvero il cuore ha ragioni che la ragione non conosce? O, in termini sostanzialmente equivalenti, davvero ci sono situazioni della vita in cui dobbiamo andare non dove ci indica la ragione ma – per prendere in prestito il titolo del più fortunato romanzo di Susanna Tamaro – “dove ci porta il cuore”[5]?
    Se fossimo nell’assetto circolare da me preferito nelle sessioni di filosofia-in-pratica, ognuno di noi avrebbe lo spazio per riflettere e esprimere la propria convinzione in proposito: e, secondo il buon Platone, sfregando le pietre delle nostre menti prima o poi si accenderebbe qualche scintilla di verità. Ma stiamo giocando un gioco diverso dalle pratiche filosofiche di gruppo e sono costretto dunque a dire – unilateralmente – la mia. Con quale impoverimento conclusivo per gli altri e, soprattutto, per me è facilmente immaginabile.
    Schematizzando in maniera brutale, dunque, proverò ad argomentare due differenti risposte (ognuna delle quali dipende dall’accezione semantica che diamo alle due parole-chiave “cuore” e “ragione”).
    In un primo scenario mi troverei fermamente dissenziente dalla tesi pascaliana. Se per “cuore” intendiamo il potenziale emotivo, il sentimento, o addirittura la nostra sfera inconscia e pre-conscia, confesso – contro molte ortodossie maggioritarie di impronta new age– che il cuore non ha ragioni e deve lasciarsi orientare dalla ragione. Dissento fermamente dalla contrapposizione – tutta giocata a favore del ‘cuore’ – fra cuore e ‘mente’: “La mente è moderna quanto il cuore è antico. Chi bada al cuore – si pensa allora – è vicino al mondo animale, all’incontrollato, chi bada alla ragione è vicino alle riflessioni più alte. E se le cose invece non fossero così, se fosse vero proprio il contrario? Se fosse questo eccesso di ragione a denutrire la vita? []La mente è prigioniera delle parole, se un ritmo le appartiene è quello disordinato dei pensieri; il cuore invece respira, tra tutti gli organi è l’unico a pulsare, ed è questa pulsazione che gli consente di entrare in sintonia con pulsazioni più grandi”[6]. No: con buona pace della Tamaro (il cui romanzo, per altro, mi è piaciuto dal punto di vista letterario) non  voglio andare dove mi porta il cuore perché non voglio andare a sbattere il muso contro i muri della illusione e della delusione. Se inteso in questo significato – qualcosa come la “parte” passionale dell’anima che Platone paragonava a uno scalpitante  cavallo bianco che un bravo auriga deve saper controllare saldamente con le redini in mano – a mio parere vale per il cuore ciò che Gibran ha sostenuto per il complesso di passioni di cui siamo capaci: “La vostra ragione e la vostra passione sono/ il timone e le vele della vostra anima navigante./ Se si spezzano le vele, o si spezza il timone,/ o andrete, sbandati, alla deriva,/ oppure resterete a ristagnare in mezzo al mare./ Infatti la ragione, quando domina da sola,/ è una forza imprigionante;/ e la passione, quando non è custodita, è una fiamma che brucia a propria distruzione./ (…) Vorrei consideraste il vostro giudizio ed il vostro impulso/ sempre come fareste con due ospiti amati in casa vostra./ Sicuramente non onorereste un ospite più che l’altro:/ poiché chi ha più attenzione verso uno solo/ perde l’affetto e la fiducia di entrambi”[7]
   Ma questa accezione di “cuore” e questa accezione di “ragione” – sulla base delle quali non condivido il detto pascaliano che sembrerebbe privilegiare qualche facoltà rispetto alla “ragione” - non sono le uniche possibili, anche se risultano oggi le più diffuse. Ce ne sono, infatti, altre che, se adottate, rendono a mio parere la tesi pascaliana del tutto condivisibile.   Per accostarci a questa interpretazione – di cui  tra l’altro, secondo molti interpreti, si trovano echi nello stesso Pascal -  dobbiamo risalire al significato che il termine “cuore” possedeva nella tradizione biblica. In questa prospettiva,

                    “<<cuore>> non va inteso tanto nel senso psicologico
                     del sentimento quanto nel senso del centro profondo 
                     nel quale l'uomo si determina alla conoscenza e alla 
                    decisione>>[8].

In un articolo su “Avvenire” il monaco di Bose Enzo Bianchi si esprime più dettagliatamente:

          “cercando di conoscere che cosa è il cuore nella Bibbia, nella tradizione
            della sapienza di Israele e poi negli scritti del Nuovo Testamento, ci si 
            rende conto che il termine 'cuore' ha risonanze che non sono identiche a
              quelle del nostro linguaggio odierno. Quando nel nostro contesto
             socio- culturale si parla di cuore, si allude innanzitutto alla vita 
             affettiva, alle emozioni, ai sentimenti che hanno nel cuore la loro
             sede: «Il nostro cuore ama o odia, il nostro cuore è tenero o è chiuso,
             il nostro cuore accoglie o respinge », siamo soliti dire. Nel linguaggio
           biblico, invece, il cuore ha un significato molto più esteso perché
            designa tutta la persona nell’unità della sua coscienza, della         
           sua intelligenza, della sua libertà; il cuore è la sede e il principio della
            vita psichica profonda, indica l’interiorità dell’uomo, la sua intimità
             ma anche la sua capacità di pensiero; il cuore è la sede della memoria,
             è il centro delle operazioni, delle scelte e dei progetti dell’uomo. In
            una parola, il cuore è l’organo che meglio rappresenta la vita umana 
             nella sua totalità. […] Antoine de Saint-Exupéry ha scritto: «Non si 
  vede bene che col cuore». La Bibbia presenta questa stessa verità applicandola 
              piuttosto agli orecchi, o meglio agli 'orecchi del cuore': tutto l’operare,
              il sentire, il pensare dell’uomo nasce dal cuore, quindi è il cuore che
              deve essere innanzitutto  raggiunto dalla Parola di Dio e mettersi al
              suo ascolto. […] Non si dà un ascolto solo negli orecchi propriamente
             detti, perché questo equivarrebbe semplicemente a udire un suono, 
           a udire delle parole; si dà vero ascolto quando le parole di Dio scendono
            nel profondo del cuore e qui sono accolte, meditate, ricordate,
            pensate, collegate tra loro, interpretate e custodite con perseveranza, 
            in modo che, grazie al loro dinamismo ispirante, diventino azione. Senza 
            questa qualità di vita interiore l’ascolto è vano, illusorio; anzi, è 
              mortifero, perché quando non c’è vero ascolto allora si apre
                 la strada alla terribile esperienza che i profeti definivano sklerokardía 
           (Ger 4,4 LXX; cf. Ez 3,7 LXX; Sal 94 [95],8 LXX), durezza di cuore”. [9]

    In questa prospettiva il cuore non è una parte dell’essere umanodistinto, e tendenzialmente opposto, alla ragione: è piuttosto il tutto dell’essenza umana di cui la ragione è una parte, un’articolazione, una manifestazione. Il cuore non è un ramo che si divarica, come altri rami quale la ragione, dal tronco: è piuttosto questo tronco stesso considerato come principio vitale di ogni possibile ramificazione. 

    Potrei provare a ridirlo prendendo a prestito il vocabolario junghiano. Come è noto, per lui, vi sono quattro funzioni o qualità principali nell’essere umano: la razionalità, il sentimento, la sensibilità e l’intuizione. Il ‘cuore’ potrebbe concepirsi come la fonte da cui scaturiscono queste funzioni, una sorta di Sé che tende a integrare – nell’interezza di un soggetto – l’inconscio e le sue ombre. Se le cose stessero così,  davvero il cuore saprebbe molte cose che la ragione non conosce. Infatti, nel linguaggio filosofico dominante in molti esponenti della storia della filosofia, la ragione è propriamente la ratio discorsiva: la capacità di argomentare passando da una premessa a una conclusione non evidente. Se parto dalla premessa che ogni totalità è maggiore di una sua parte posso facilmente dimostrare che chi mangia una torta ne mangia più di chi riceve solo una fetta di una torta identica alla prima: ma chi mi dice che “ogni totalità è maggiore di una sua parte”? Chi mi dice che “se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C”? Chi mi dice che, “in un determinato momento e sotto il medesimo punto di vista, questa penna non può essere e non-essere una penna”? In filosofia si usa dire che questi princìpi primi, da cui parte la ragione per le sue dimostrazioni, non sono a loro volta dimostrabili: possono solo essere intuiti. L’intelligenza umana non  è solo analitico-discorsiva ma anche sintetico-intuitiva: e la conoscenza parte da un’intuizione e, grazie alla ragione (se correttamente usata), arriva a un’altra intuizione. Questa capacità intuitiva Pascal l’attribuisce al  “cuore”: ed è ovvio che, in questo senso, il cuore ha le sue ragioni che la ragione deve limitarsi a presupporre con rispetto e docilità. 

   Ma così la facciamo troppo semplice e, probabilmente, anche troppo fredda. Le nostre capacità intuitive non scattano solo davanti ai primi principi della logica e/o della matematica: scattano anche nelle relazioni umane. Chi mi dice che questa persona che mi propone l’amicizia è sincera? Chi mi dice che questo bambino, apparentemente arrogante, ha bisogno di affetto? Chi mi dice che quel politico è corrotto perché infelice e non infelice perché corrotto? Noi potremmo rispondere: l’intuizione (sostenuta dalla ragione) , il sesto senso (sostenuto dai cinque abituali). Pascal dice: lo “spirito di finezza” che è un’altra manifestazione del “cuore”.

   Ma l’uomo, considerato unitariamente nella sua totalità, oltre che intuizione dei princìpi primi e “spirito di finezza” nel decifrare la soggettività altrui, è anche capacità di amare: per il cristiano Pascal, di amare Dio e gli altri dello stesso amore con cui Dio ama (dunque di agape, di charitas). In ciò, a suo avviso, consiste la vera “saggezza”: l’organo che ne è capace è, ancora,  il “cuore”. Leggiamo le righe conclusive del pensiero 793 (Br.):

 

                 “Ma ci sono alcuni che non sanno ammirare se non le grandezze

                   carnali, come se non esistessero anche le grandezze intellettuali,

               e ce ne sono altri che non ammirano se non le grandezze intellettuali, 

               come se non ce ne fossero altre infinitamente più alte nella saggezza. 

                  Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i suoi regni non

                  valgono la più piccola intelligenza; perché questa conosce tutto 

                  questo e se stessa; ma i corpi, no. Da tutti i corpi messi insieme

                 non si potrebbe ricavare un piccolo pensiero: questo è 

                 impossibile, e appartiene a un altro ordine. Da tutti i corpi 

                 e da tutti gli intelletti non si potrebbe ricavare un moto di vera 

                carità: questo è impossibile, e appartiene a un altro ordine, 

                quello soprannaturale”.

 

   Il “cuore” è dunque la radice da cui si dipartono varie articolazioni spirituali: la “ragione” (o, talora equivalentemente, lo “spirito di geometria”); l’ “intelletto” (o, talora equivalentemente, l’intuito dei principi primi di ogni ragionamento logico); l’intuito psicologico (o “spirito di finezza”); la dedizione oblativa (o “carità”). Esso non è in concorrenza (né ancor meno in polemica) con l’ordine dell’intelligenza né con l’ordine dei corpi: li presuppone, li contiene, ma li trascende.

  Allora: vado dove mi porta il cuore? In questo senso – abbastanza fedele ad alcuni frammenti pascaliani (10)  -  senza dubbio. Perché non mi bastano né le scienze “geometriche” né la filo-sofia come amore della saggezza:  desidero sperimentare anche la saggezza dell’amore. A qualcosa di simile, forse, si riferiva  Hegel quando, due secoli dopo Pascal, auspicava l’esperienza di un  “cuore pensante”. Non ascoltarlo, non seguirlo, significherebbe limitarsi a quella “ragione pura e senza mescolanza” che, secondo Giacomo Leopardi, è “fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia”; quel genere di follia che consiste – per riprendere la sentenza incisivamente ironica di Chesterton – nel perdere non la ragione, ma tutto il resto, tranne la ragione.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-cuore-ha-le-sue-ragioni-che-la-ragione-non-conosce 

 



[1]Il testo è servito come base per una comunicazione orale al Convegno interdisciplinare dal titolo  Lo viso mostra lo color del core…”  (Dante Alighieri) organizzato a Palermo il 2 luglio 2018, presso la sede degli Ordini dei Medici, da IARFS ( Istituti associati ricerca e formazione sistemica).
[2]La dott.ssa pescarese Di Luzio, cardiologa, ha affidato le sue osservazioni cliniche e le sue inferenze teoriche al volume Il cuore è una porta.Dalla scienza, un’ipotesi di evoluzione, Amrita, Torino 2011.
[3]“Ci fu un uomo che a dodici anni, con aste e cerchi, creò la matematica; che a sedici anni, stese il più dotto trattato sulle coniche dall’antichità in poi; che a diciannove anni condensò in una macchina una scienza che è interamente dell’intelletto; che a ventitré anni dimostrò i fenomeni del peso dell’aria ed eliminò uno dei grandi errori della fisica antica; che all’età in cui gli altri iniziano appena a vivere, avendo già percorso tutto l’itinerario delle scienze umane, si accorse della loro vanità e volse la mente alla religione; che da quel momento fino alla morte – avvenuta a trentanove anni – sempre malato e sofferente, fissò la forma della lingua in cui dovevano esprimersi Bossuet e Racine, diede il modello tanto del motto di spirito più perfetto quanto del ragionamento più rigoroso; che infine, nei brevi intervalli concessigli dal male, risolse – quasi distrattamente – uno dei maggiori problemi della geometria e scrisse pensieri che hanno sia del divino che dell’umano. Il nome di questo genio portentoso è Blaise Pascal” (Chateaubriand cit. nella quarta di copertina di B. Pascal, Pensieri,traduzione, introduzione e note di Paolo Serini con un saggio di Carlo Bo, Mondadori, Milano 1984).
[4]Secondo alcuni, dal frammento in cui si trova la sua asserzione, si evince che  Pascal si riferisce qui non alla filosofia in generale, ma alla filosofia che – in stretta connessione con le scienze empiriche e matematiche – si occupa del cosmo. D’altronde, di un suo interlocutore, si dice che ritenne “opportuno mettere il signor Pascal sul suo terreno e parlargli delle letture di filosofia di cui si occupava maggiormente. Lo portò su questo terreno sin dalle loro prime conversazioni. Il signor Pascal gli disse che le sue letture abituali erano state Epitteto e Montaigne e gli fece grandi elogi di questi due autori” (N. Fontaines, Colloquio con il signor de Saci su Epitteto e Montaignein B. Pascal, Pensieri, cit., p. 508).
[5]S. Tamaro,  Va’ dove ti porta il cuore, Baldini & Castoldi, Milano 1994.
[6]Ivi, pp. 73 – 74.
[7]G. Kahlil Gibran, Il profeta, Guanda, Milano 1983, ed. or. 1923, p. 87 (traduzione da me leggermente modificata).
[8]C. Scordato, Per una teologia del canto. Col 3, 16 – 17 ed Ef 5, 18 – 20 contenuto nel n. 2, 1987 (curato da P. Gizzi)  dei Quaderni dell’Istituto di musica “Vincenzo Amato”,  Palermo, pp. 28 – 32.
[9]E. Bianchi, Cuore: il luogo della lotta invisibile, “Avvenire”, 2 novembre 2014. Sarebbe interessante sviluppare dei parallelismi con alcune espressioni della cultura greca. Ad esempio, secondo Giuseppe Spatafora,  “Omero può essere considerato il padre in Grecia del monocentrismo biologico” (I moti dell’animo in Omero, Carocci, Roma 1999, p. 12). “Tutte le funzioni vitali per Omero sembrano infatti concentrate in un unico organo posto all’interno del petto” (p. 12) che viene attraversato dal thumòs. Questo “dipende essenzialmente dal sangue e dalla nutrizione” (p. 13) ed è, inseparabilmente, “principio della sensibilità, dell’emozione, del pensiero, del movimento, del linguaggio” (ivi). L’intelletto, il nùs, è “un tipo di esplicazione del thumòs”: “può considerarsi come la capacità intellettiva del thumòs”(ivi). 
(10) “Inoltre, per Pascal, il cuore non è il sentimento. <<Pascal diffida giustamente del sentimento; l’ha bandito espressamente dal campo delle conoscenze naturali; se ne ha provato i benefici (cfr. Memoriale), non ne ignora i pericoli; infatti non possediamo norme sicure per distinguere il sentimento dalla fantasia o dall’immaginazione e spesso rischiamo di sbagliare scambiando l’uno con le altre>> (J. Chevalier, Pascal,Plon, Paris 1957, p. 276) ” (G. Auletta, nota 35 in B. Pascal, La ragione e le ragioni del cuore. Il Memoriale e 108 Pensieri scelti da Carlo Bo, traduzione e note di Gennaro Auletta, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, p. 60).