Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
lunedì 10 agosto 2026
martedì 15 ottobre 2024
CARO PAPA FRANCESCO, DAVVERO AMIAMO TROPPO GLI ANIMALI ?
Papa Francesco mi è simpatico, anche quando va un po’ fuori di testa. Anzi, soprattutto quando comincia a sproloquiare. Per esempio mercoledì 25 settembre, all’incontro con alcuni giovani del convegno “Economy of Francesco”, ha detto: “«Coraggio, cari amici! Coraggio! Se sarete fedeli alla vostra vocazione, la vostra vita fiorirà, avrete storie meravigliose da raccontare ai figli e ai nipoti. Vedo che ci sono alcuni bambini lì: è bello questo, in una cultura dove si privilegia avere cagnolini o gatti e non bambini. Dobbiamo bastonare un po’ l’Italia!». Questa storia dell’amore per gli (altri) animali dev’essere un cruccio per il papa perché pochi giorni dopo ha ribadito la sua opinione in proposito durante il viaggio in Lussemburgo e Belgio.
Se
per un caso del tutto improbabile dovessimo chiacchierare una decina di minuti
al bar, restando sul registro ‘leggero’ in cui egli srotola le sue battute
sull’argomento, gli obietterei innanzitutto che la sua enfatizzazione della
paternità biologica mi fa sorridere perché mi evoca alla mente l’invito di un
ipotetico presidente del club degli Astemi a non far mancare mai una bottiglia
di buon vino sulla tavola di ogni famiglia.
Poi,
trasferendomi su un piano meno divertente, gli chiederei se davvero l’umanità,
con i miliardi di abitanti attuali, ha bisogno di incrementare le
nascite o, piuttosto, di distribuire in maniera più equa le generazioni che si
succedono anno dopo anno. Con mia moglie, ad esempio, abbiamo potuto accogliere
nel nostro stato di famiglia una ragazzina africana arrivata in Sicilia su un
barcone senza nessun parente: da anni vive con noi – che chiama ‘papi’ e ‘mami’
- nell’unica stanzetta disponibile in casa
(le altre due sono il soggiorno e la camera da letto) in quanto non
occupata da prole. Questa esperienza – che abbiamo accettato di vivere senza averla cercata intenzionalmente – ci
consente di constatare in prima persona ciò che come insegnanti sapevamo de
relato: quanto sia davvero difficile il mestiere di genitori. Allora,
forse, piuttosto che a fare più figli bisognerebbe esortare a fare
meglio i genitori dei figli che ci sono: se non altro per evitare o
di ucciderli in momenti di esasperazione e di venirne uccisi in momenti di
noia.
Non
è la prima esperienza di ‘adozione’ morale del genere, con varie modalità di
convivenza: qualche volta è andata bene, qualche altra è stato un disastro (ma,
per fortuna, non al punto da scoraggiarci e desistere). Ma c’è un genere di cuccioli che non ci hanno
mai deluso, mai tradito: i vari gattini che si sono succeduti nelle nostre vite
e i vari cagnolini che vi fanno, periodicamente, capolino. Non so se il buon
Bergoglio ha mai avuto animali in casa, io posso testimoniare che non solo mi
danno molto affetto ma che mi hanno educato ad esercitarlo verso di loro e
verso i miei simili. Alla loro pacatezza, alla loro pazienza, alla loro
sconfinata fiducia verso noi umani, alla loro serenità sulla soglia della morte
devo moltissimo. Al catechismo le suore, settant’anni fa, mi insegnavano che
Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo: solo da pochi anni ho capito che,
conseguentemente, è anche in ogni essere vivente e senziente. E che è stata una
cecità intellettuale e morale proibire, in una mostra di presepi di alcuni anni
fa in una cittadina siciliana, un delizioso presepe in cui Giuseppe, Maria e il
bambinello erano – come tutti gli altri protagonisti – dei cagnolini. Il divino
è inimmaginabile, anzi inconcepibile: per questo noi mortali siamo autorizzati –
anzi obbligati – a moltiplicare le nostre rappresentazioni, a patto di non
dimenticare neppure per un momento che sono sempre e solo ‘nostre’. Dunque
parziali, imperfette e non di rado fuorvianti, come quando abbiamo descritto
l’Invisibile come Condottiero di eserciti, Giudice implacabile, Re irato (che
solo il sangue del Figlio ha potuto rabbonire). Questo papa, meritoriamente,
esorta senza posa a deporre la violenza e a stabilire relazioni di pace nel
micro e nel macro. Vorrei suggerirgli, in tutta umiltà, di esaminare come
ipotesi ciò che sempre più persone
sparse nel mondo andiamo faticosamente comprendendo: la madre di tutte le
violenze – la palestra e la pista di decollo – è la violenza sistemica contro i
fratellini più piccoli e più indifesi che alleviamo in condizioni disumane per
poi ucciderli in maniera crudelissima. La cultura cristiana – in questo
tremendamente identica all’ebraica e all’islamica – è spietata verso miliardi
di creature che trattiamo come merce senza sentimenti. Che il papa, i vescovi,
i preti, i teologi, i fedeli laici spendano qualche volta una parola di
misericordia per le vittime dello specismo: sperimenteranno che la tenerezza
verso gli animali inermi ci induce ad aprire gli occhi sulla nostra violenza
sistemica verso la natura in genere, i nostri bambini, le nostre donne, quei
nostri simili che solo per ignoranza possiamo bollare come “diversi” e
inferiori.
Certo, anche la convivenza con gli animali domestici può dare adito ad esagerazioni tra il patetico e il ridicolo (ho visto acquistare ciotole in argento per i croccantini e vietare di fotografare il proprio felino per salvaguardarne la privacy); ma non è certo l’unico campo in cui diamo sfogo alle nostre nevrosi. Anche verso i figli biologici si può sbagliare per eccesso di consumismo e di permissivismo e – in perfetta buona fede – allevare egoisti capricciosi. Ma se qualcuno usa il fuoco per incendiare boschi o villaggi non è un motivo sufficiente per farne a meno sempre e comunque.
Augusto
Cavadi
Versione
originale su “Adista/Segni Nuovi”, n. 36 del 19.10.2024
venerdì 12 luglio 2024
LA RIVOLUZIONE ? PIU' NECESSARIA CHE MAI, MA A PARTIRE DA SE'
Se
qualche extra-terrestre ci sta osservando non potrà fare a meno di vederci come
i passeggeri di un transatlantico in rotta di collisione con un iceberg. O,
meglio, con uno sciame di iceberg. La maggior parte di noi continua
allegramente a mangiare, bere e ballare; i pochi che intuiscono la gravità
della situazione sono tentati dalla disperazione. Confesso di riconoscermi in
questa sparuta minoranza. Davanti alla tragedia imminente – questa volta ancora
più grave delle prime due Guerre mondiali – mi avverto inerme.
Per
questo ho accolto volentieri l’invito di una coppia di giovani amici di
intervenire alla III edizione del “Festival filosofico per non filosofi di
professione” da loro organizzato a
Gibilrossa, sulle colline palermitane (dal 12 al 14 luglio) (vedi qui https://www.augustocavadi.com/2024/05/festival-filosofico-per-non-filosofi-di.html) : spero di trovare,
nello scambio dialogico comunitario, qualche indicazione.
Personalmente
non ho ricette. Tra i pochissimi punti certi è che sia opportuno adottare
metodologicamente un sano strabismo: con un occhio guardare la totalità, il
macro, con l’altro la particolarità, il micro (a partire dalla propria
interiorità) . Tale metodo ha trovato anche una formulazione sloganistica :
“Pensare globalmente, agire localmente”.
“Pensare
globalmente” perché ormai è evidente che tutto si tiene e che abbiamo bisogno
di teorie di ampio respiro, di filosofie a trecentosessanta gradi, di nuove
utopie (con tutte le cautele del caso, si potrebbero anche chiamare ideologie).
“Agire
localmente”: perché nessuna meta si raggiunge senza il primo passo. E se
nessuno lo osa, nessun processo si avvia. Ma il primo passo sarà nella
direzione giusta se sarà compiuto con mente illuminata e animo pulito; con
saggezza e coraggio; con consapevolezza intellettuale e trasparenza etica. Mi
piace chiamare “spiritualità laica” questa costellazione di qualità
antropologiche che precedono, e rendono possibile, ogni ulteriore strategia
operativa nel piccolo e nel grande.
A
chi è più propenso verso la mobilitazione collettiva, va ricordato l’invito del
Gruppo “Alleati dell’Arca”: “Ciò che si vuole per il futuro, bisogna
incominciare a farlo subito. Altrimenti si lascia un presente che ha i suoi
limiti ma anche la sua qualità, per un futuro ipotetico di cui sono garantite
le realtà di sangue con cui si tenta di realizzarlo”.
Viceversa
a chi è più propenso a coltivare la propria formazione e i propri
micro-progetti, ma rinunzia ad alzare lo sguardo sugli orizzonti planetari
perché troppo scuri e minacciosi, vanno ricordate le righe di Antonio Gramsci
vergate nel carcere fascista: “Si dirà che ciò che ogni singolo può cambiare è
ben poco, in rapporto alle sue forze. Ciò che è vero sino a un certo punto.
Poiché il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso
cambiamento e, se questo cambiamento è razionale, il singolo può moltiplicarsi
per un numero imponente di volte e ottenere un cambiamento ben più radicale di
quello che a prima vista può sembrare possibile”.
Nessuna contrapposizione di principio, dunque, fra lavoro sulla propria soggettività (e nella cerchia dei propri amici) e tensione verso una trasformazione del “sistema” globale. Che l’umanità si salverà solo mediante un’inversione di rotta radicale è ormai evidente, ma è altrettanto evidente che tale inversione rivoluzionaria per essere efficace dovrà passare per una catena di riforme, di sperimentazioni, di innovazioni pionieristiche all’insegna della “nonviolenza” (sulla scia di Gandhi, Martin Luther King, Capitini). Come ha scritto nel 1942 Georges Friedmann, “numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni”. Augusto Cavadi
* Per la versione originaria illustrata cliccare qui:
https://www.zerozeronews.it/la-rivoluzione-ma-a-partite-da-se/
giovedì 9 febbraio 2023
L'INGUARIBILE VIZIETTO DI SCROCCARE LIBRI A SBAFO
L'ARTE DI SCROCCARE LIBRI AD AUTORI ED EDITORI
Se qualcuno di voi produce e vende parmigiano reggiano, o olio pugliese, riceve mai richieste di merce in omaggio? Suppongo proprio di no. L'onorevole Tizio, il professore Caio, il vescovo Sempronio proverebbero un forte imbarazzo a chiedere – direttamente o per interposta persona – quanto potrebbero senza problemi acquistare presso il negozio sotto casa.
Con i libri, invece, non funziona così.
Se un compagno d'infanzia che non vedi da decenni, o un lontano parente emigrato in una città diversa dalla tua, vengono a sapere che è uscito un tuo volume, scattano le richieste di omaggi. Tali questuanti si distribuiscono, fondamentalmente, su due livelli di evoluzione culturale.
I più primitivi suppongono che, se hai pubblicato un testo, sei proprietario di tutte le copie che desideri e che dunque devi soltanto disturbarti a impacchettare il volume, recarti al più vicino ufficio postale, fare affrancare la busta e spedirla. Quasi quasi, nella loro mente cavernicola, con la richiesta ti hanno gratificato, dandoti la possibilità di diffondere il tuo verbo al di là delle ristrette pareti domestiche.
Una seconda categoria di richiedenti omaggi sa che l'editore ti ha regalato 3 copie previste nel contratto e che tutte le altre – ammesso che ne abbia di riserva a casa tua – sono state acquistate con lo sconto del 30% sul prezzo di copertina. Questi più raffinati intellettuali, dunque, solitamente ti scavalcano e si rivolgono direttamente alla fonte originaria: la casa editrice che ha investito migliaia di euro per confezionare quel libro e che, prima ancora di sapere quante copie sono state acquistate in giro per l'Italia, deve apprendere con sconforto quante copie vengono richieste gratis per recensioni, biblioteche scolastiche, circoli di anziani pensionati, carceri, ospedali...
Ad amareggiare non sono certamente le rare e-mail in cui qualche persona dichiara di essere interessata a un certo titolo, ma in serie difficoltà economiche: magari fra queste persone può infiltrarsi pure un finto disoccupato, ma almeno la motivazione espressa ha un suo senso. Molto più rattristante è osservare che, di solito, le richieste di libri in omaggio provengono da fasce sociali benestanti che fanno leva proprio sul fatto che occupano ruoli sociali elevati: come se non mettere mano al portafoglio – e dunque non incoraggiare chi lavora a vario titolo nel delicato mondo dell'editoria – fosse uno sorta di status symbol : “Mica sono un cittadino qualsiasi che, per leggere un libro, deve uscire da casa, andare il libreria e per giunta sborsare il prezzo di copertina!”.
Autori e editori hanno mille aneddoti da raccontare. Solo per dare un'idea di come va il mondo, mi limito a due episodi.
Il primo è capitato a un editore che, richiesto da un vescovo, gli ha spedito in dono un mio libro sulla teologia della liberazione, con la speranza – confidatami – che quell'omaggio sarebbe stato compensato da una sorta di campagna promozionale del presule presso i suoi preti. Immaginate la delusione nell'apprendere che, da quel momento, Sua Eccellenza non perdeva occasione per raccomandare ai suoi contatti di non leggere “cosacce” scritte da me e/o pubblicate da quella casa editrice “falsamente cattolica”...
La seconda disavventura è capitata direttamente a me, senza la mediazione di un editore. Invitato dalla biblioteca di un ridente comune balneare della provincia di Palermo – Terrasini – presentai un mio libro di introduzione alla politica che fu anche acquistato da una decina di presenti all'incontro. Quasi all'uscita mi ferma un signore abbastanza avanti negli anni che mi chiede di regalargliene una copia. A occhio e croce, non mi sembrava indigente e gli chiesi la ragione per cui non mi aveva proposto di acquistarlo come avevano fatto altri suoi concittadini. “Veda” - fu la risposta - “ogni settimana in estate qui presentiamo libri di autori noti anche in TV ed io ne acquisto sempre una copia. Ma Lei non mi pare così famoso come gli altri scrittori: dunque a Lei conviene regalarmi un volume per diffonderlo molto più che a me spendere soldi per acquistarlo”. Commosso da tanta sollecitudine per la diffusione della mia fama anche in quell'area dell'Isola, declinai la proposta con un sorriso: “Preferisco rimanere un illustre sconosciuto che diventare un povero squattrinato per via di troppi omaggi in giro”.
Per completare la lettura, clicca qua:
https://www.zerozeronews.it/la-diffusissima-sindrome-dei-libri-a-scrocco/
martedì 22 novembre 2022
L'APPARENTE FOLLIA DELL' AUTENTICA 'PRUDENZA'
L'APPARENTE FOLLIA DELLA “PRUDENZA” AUTENTICA
Sulla pallida ambiguità dell'espressione “virtù cardinali” ci siamo brevemente soffermati in un intervento precedente (https://www.zerozeronews.it/virtu-e-vizi-concetti-ormai-anacronistici/) . Ma quali sarebbero tali “virtù” ritenute “cardini” di una vita etica?
L'elenco tradizionale le dispone in ordine di rilevanza decrescente: innanzitutto la “prudenza”, poi – un gradino appena sotto – la “giustizia”; ancora più sotto la “fortezza” e, infine, la “temperanza”. Questa graduatoria rispecchia la scala delle facoltà umane corrispondenti: la prudenza e la giustizia, infatti, sono qualità della nostra intelligenza, la fortezza della nostra volontà, la temperanza della nostra dimensione pulsionale.
Già da questi cenni si intuisce che la “prudenza” dell'etica classica occidentale ha ben poco a che spartire con la “prudenza” esaltata dal 'buon senso' borghese moderno e contemporaneo. Non caratterizza per nulla, infatti, i soggetti che osano, ma non troppo; che si slanciano in avanti, ma con misura; che intraprendono una corsa, ma decisi a non premere sino in fondo l'acceleratore. Essa è piuttosto sinonimo di “saggezza”. E il saggio è uno che procede lentamente se c'è da esser cauti, ma che corre a precipizio se c'è da non perdere un minuto di tempo. E' un esperto della misura e, proprio per questo, sa che in alcune circostanze l'unica misura è giocarsi senza misura. Sa che, talora, la follia apparente è la scelta sostanzialmente più sensata.
Ciò va declinato anche al negativo: nel linguaggio ordinario diciamo – opportunamente – che superare i 120 kilometri orari in autostrada è segno di imprudenza, ma dovremmo aggiungere che lo è, nelle medesime situazioni, procedere a meno di 80 chilometri orari. Solo se confondiamo la prudenza “con la cautela o con la moderazione” possiamo fraintenderla come una pseudo-virtù “modesta e quasi senile, carica di paure e di incertezze” (Remo Bodei, Prudenza in R. Bodei - G. Giorello – M. Marzano – S. Veca, Le virtù cardinali. Prudenza, Temperanza, Fortezza, Giustizia, Laterza, Bari – Roma 2017, p. 5).
La prudenza – meglio la saggezza – non è dunque la caratteristica delle “anime morte”, degli ignavi, bensì dei lungimiranti: capaci di non sprecare un euro se non vedono nessuna valida ragione, ma di svuotare il conto in banca se ritengono che, in una determinata contingenza, ne va dei loro principi. Se, all'uscita da un pub, rischio la vita gettandomi dal London Bridge per vincere una scommessa tra amici un po' brilli non mostro d'esser saggio; ma altrettanto “imprudente” sarei se, sapendo nuotare, non mi tuffassi nel Tamigi per salvare un bimbo in difficoltà. Infatti anche questa astensione sarebbe effetto di una valutazione errata.
Molti magistrati, nella recente storia italiana, sono stati uccisi: per imprudenza? Ed è stata, invece, per alcuni altri magistrati, indice di prudenza, saggezza, lungimiranza evitare certi incarichi, non proseguire certe indagini, seppellire sotto montagne di fascicoli certi documenti? Purtroppo è questo il modo più comune di esprimersi. Ma si deve alla loro memoria rettificare almeno le parole: chi rischia senza validi motivi è stolto, imprudente. Altrettanto, però, chi – pur in presenza di valide ragioni – decide di non rischiare. E prudente – davvero prudente, previdente, provvidente - è chi, evitando i rischi evitabili, affronta lucidamente gli inevitabili. La prudenza – ha sostenuto qualcuno – è la 'provvidenza' di cui siamo capaci noi mortali. Con tutte le incertezze del caso: saggezza implica discernimento di ciò che è meglio scegliere in una situazione determinata: solo a posteriori, e a distanza i tempo, si potrà stabilire con ragionevole certezza chi è stato imprudente per eccesso e chi (non meno colpevolmente !) per difetto.
In ogni esempio emerso in queste righe la saggezza è stata sempre legata a un'azione: guidare un'automobile, spendere soldi, donare beni materiali, tuffarsi da un ponte, esercitare una professione...Infatti la prudenza/saggezza non è una qualità della mente contemplativa, bensì della ragion pratica: i sapienti cercano di stabilire cosa sia bene e male in astratto, nell'universalità dei casi; ai saggi spetta deliberarlo, per sé, nel qui e ora. E' difficile essere saggi senz'essere, almeno un po', sapienti; ma non altrettanto difficile esser sapienti senza mostrare d'esser saggi.
https://www.zerozeronews.it/lapparente-follia-dellautentica-prudenza/

