domenica 28 novembre 2021

PERCHE' ANCORA STATUE DI SANTI CATTOLICI SI INCHINANO DAVANTI CASE DI BOSS MAFIOSI?

LE INCONFESSABILI CONNIVENZE FRA CHIESA CATTOLICA E MAFIE

 

In tutte le culture inchinarsi è un segno di reverenza, spesso anche di subordinazione. Nell’Italia meridionale – dove il senso della ‘comunità’, basata sui rapporti personali, prevale sul senso della ‘società’, basata sulle regole oggettive – esso possiede ancestralmente un forte valenza simbolica. E’ facile intuire, dunque, quanto credito sociale guadagna un boss mafioso se la statua della Madonna o di un santo protettore, nel corso di una processione, si ‘inchina’ in segno di omaggio davanti la sua abitazione: nel linguaggio espressivo dei segni, equivale a farsi proclamare Dio. O qualcosa di molto vicino al divino.  

Su questo fenomeno non mancano le documentazioni giornalistiche né i commenti occasionai di vari studiosi, ma solo in questi giorni esso è diventato oggetto di uno studio organico nel volume di Davide Fadda, L’inchino. Santi, processioni e mafiosi nel Meridione italiano (Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 168, euro 20,00). 

Il giovane autore è partito da due casi di studio (le processioni della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina e della Madonna del Rosario a San Paolo Bel Sito) e, con l’aiuto di alcuni esperti sui rapporti fra le chiese e le mafie (tra cui don Francesco Michele Stabile, Salvatore Lupo e Giancarlo Caselli), ha inserito questi due episodi di cronaca nel quadro complessivo della religiosità cattolica mediterranea e delle strategie attuate costantemente dalle cosche criminali per strumentalizzarla ai fini della propria legittimazione. Tale strumentalizzazione risulterebbe disagevole se dovesse fare i conti con una chiesa più fedele al messaggio originario di Cristo, più libera perché concentrata su principi di giustizia e di fraternità solidale; non – come invece avviene – con una chiesa “fortemente gerarchizzata”, diventata “una delle potenze indiscusse nel panorama politico europeo per quasi duemila anni” (p. 37).

Il quadro che viene restituito è variegato sia nel tempo che nello spazio: la storia scorre, per fortuna, anche sotto i ponti del Meridione italiano, così che in alcune cittadine le amministrazioni locali – in linea con la tradizione -  chiudono un occhio (o tutti e due gli occhi); in altre, invece, anche per il coraggio personale di alcuni esponenti delle istituzioni civili e religiose, il disegno egemonico dei mafiosi viene smascherato, denunziato e smantellato. Già, il coraggio che – sostiene Fadda – “significa non solo staccarsi da una proposta sociale e culturale «sbagliata» ma non cedere, per quanto possibile, alla nostra paura principale, che è morire” (p. 146). 

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https://www.zerozeronews.it/le-inconfessabili-connivenze-fra-chiesa-e-mafia/

giovedì 25 novembre 2021

CONDIVISIONE E DIFFIDENZA DI FRONTE AL PARADIGMA POST-TEISTA


 “Adista/Documenti”

n. 41 del 20.11.2021

 

IL POST-TEISMO CONTEMPORANEO: FRA CONDIVISIONE E DIFFIDENZA

 

Fra i molti pregi, il numero 35 di “Adista/Documenti” mi ha aiutato a chiarire a me stesso perché il mio giudizio sul paradigma “post-teista” oscilli, quasi per una dialettica interna, fra condivisione e diffidenza. Da una parte, infatti, la radicalità e la schiettezza con cui si contestano i paradigmi teologici precedenti mi risultano liberatori e capaci di aprire scenari entusiasmanti: francamente lo stile abituale di molti teologi di dire-e-non-dire, o di smerciare come mere modifiche di linguaggio dei sostanziali mutamenti dottrinari, mi ha stancato da tempo. Gli studiosi che Claudia Fanti e don Ferdinando Sudati continuano a farci conoscere in lingua italiana preferiscono un più evangelico “Sì, sì; no, no” che consente, e in un certo senso impone, delle più nette prese di posizione da parte del lettore. E’ questa la ragione principale per cui ho aderito con convinzione, sin dall’inizio, all’interessante rete “Inedito cammino” di cui Federico Battistutta ha efficacemente sintetizzato la missione sul numero 37 di “Adista/Documenti”.

Che cosa, tuttavia, mi impedisce di sentirmi totalmente a casa, in buona compagnia, quando si tratta di proporre propositive, costruttive, alternative ai relitti ormai inservibili del passato? Direi che, dal punto di vista del metodo, non mi convincono alcune opzioni di fondo che sintetizzerei in tre parole-chiave.

La prima parola è storicismo ossia la convinzione che ciò che viene dopo sia necessariamente migliore di ciò che viene prima. “Il mondo sta sperimentando una mutazione di grande portata, una metamorfosi globale; ci troviamo nell’occhio dell’uragano di un nuovo tempo assiale simile a quello del VI secolo prima della nostra era. Le idee, i costumi, le relazioni, la geopolitica, la tecnoscienza ecc. configurano un contesto assai diverso da quello derivato dalle convinzioni più profonde del cristianesimo” (p. 3 del Testo-base Per un cristianesimo post-teista). E con ciò ? mi verrebbe da chiedere. Non può darsi che le “convinzioni più profonde del cristianesimo” siano più vere, o più solide o comunque preferibili, delle novità imposteci dall’attuale “uragano”? Sartre è più attuale di Parmenide: ma questa caratteristica non gli assicura per ciò stesso una maggiore autorevolezza, credibilità. La storia non procede, trionfalmente, di bene in meglio, ma a zig-zag: il Novecento, epoca di immensi progressi da tanti punti di vista, è stato insuperabile anche nei disastri (nazifascismo, socialismo staliniano, bombe atomiche liberal-democratiche…). 

“Vere”, “solide”, “preferibili”, “autorevoli”, “credibili”…tutti aggettivi che presuppongono metri di giudizio ‘assoluti’. Che però confliggono con i “nuovi modelli epistemologici, pluralisti e relativisti che mettono in discussione l’esistenza di una verità assoluta” (ivi, p. 2). “Relativisti”: ma il relativismo – ecco una seconda parla illuminante – è una prospettiva ovvia, indiscutibile, starei per dire ‘assoluta’? Personalmente, se fossi relativista (e dunque ritenessi ‘oggettivamente’ equivalenti, interscambiabili, le teologie) mi terrei stretto il paradigma cattolico-medievale che tanto conforto può dare alle inquietudini e ai dubbi dell’uomo, anche contemporaneo, ma che trovo povero di ‘verità’. Se mi interessa il paradigma post-teista è perché lo ritengo più ‘vero’ (= più vicino alla realtà, al come-stanno-le-cose) di altri paradigmi teologici. Qualche anno fa lo psichiatra e psicoterapeuta Giovanni Jervis (nel suo   Contro il relativismo) metteva in guardia dal rischio che - in clima relativista - tutto potesse passare per buono (dogmatismi autoritari inclusi: citava papa Raztinger).

Poiché è stato lo stesso Protagora, il primo teorico del relativismo, ad avvertire che si tratta di una prospettiva invivibile (per cui, in pratica, poi anche lo scettico sceglie una via piuttosto che un’altra, in base ad esempio a criteri di utilità), anche nel nostro ambito troviamo dichiarazioni, lucide e sincere, come quella di Rita Maglietta: si tratta di “individuare, ciascuna/o con i tempi, i modi e la gradualità che ritiene, quali argomenti non sono più compatibili con la propria sensibilità, sensibilità di donne e  uomini del XX secolo. Per me l’interesse per questo filone non è di tipo conoscitivo, e non ha richiesto alcuna scelta drastica” (ivi, p. 7). Intendiamoci: né Rita né altri simpatizzanti del post-teismo si riferiscono alla “sensibilità” meramente soggettiva, quasi si trattasse di una questione di gusti (sui quali, come è noto, non est disputandum). Si riferiscono piuttosto a un sentire collettivo, a una sorta di “Spirito del tempo” o più limitatamente di “senso comune”: qualcosa, comunque, che tocca il nostro ‘sentimento’ (o presentimento), piuttosto che la nostra esigenza intellettuale di dirimere quelle “disquisizioni intorno a dio, sia post o ante, che forse hanno fatto il loro tempo e personalmente metterei da parte per un bel po’ ” (Silvia Papi, ivi, p. 9). Così l’anello si chiude: storicismo, relativismo, sentimentalismo (in senso tecnico, non riduttivo/spregiativo). 

Dentro questo anello, per motivi logici o forse di struttura caratteriale, alcuni non  ci ritroviamo. Per fortuna o per sfortuna (nostra e/o altrui) , a differenza di altre amiche e di altri compagni di viaggio, “abbiamo bisogno di dire cosa è Dio” (o cosa non è, se non è) e non ci “vanno bene tutte le risposte precedenti: è nel cosmo, è in tutto, è nella natura, è un’energia, una forza (…), è anche nella nostra umanità più profonda” (Rita Maglietta, ivi, pp. 7 – 8). Probabilmente la nostra ricerca filosofico-razionale, quando è in gioco l’ipotesi del divino, è destinata al naufragio totale; ma se essa contrassegna l’umanità di alcune e di alcuni di noi, è perché siamo ‘perversi’ o almeno ‘ritardati’? O non è la struttura antropologica in quanto tale configurata  per dirimere le “questioni fondamentali” dell’esistenza  non solo con l’intelligenza, ma anche con essa?  Come mi è capitato di leggere non so più dove, è bello ogni tanto perdere la testa; ma anche farla funzionare comporta le sue gratificazioni. 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

sabato 20 novembre 2021

TRA ATEISMO E RELIGIONE, TERTIUM DATUR


 Sono molto grato a Davide Miccione di aver ospitato, nella Collana di filosofia da lui diretta presso l'editore Algra di Valverde, il libro in cui provo ad esprimere convinzioni, dubbi, sentimenti di quanti - come me - vedono i limiti delle certezze dogmatiche di 'credenti' e di 'atei'. E, nel travaglio della ricerca, si aggrappano a uno dei pochi appigli affidabili: una 'spiritualità' - un modo di intendere e gestire la vita - 'laica' che, in ogni ipotesi, dovrebbe precedere le opzioni in ambito teologico (come in ambito politico) e garantirne autenticità, serietà, trasparenza. 

Il libro è disponibile in tutte le librerie on line e  (su richiesta) fisiche italiane, oltre che direttamente sul sito dell'editore:

Chi volesse servirsi di Amazon è pregato di entrare nel sito della multinazionale passando per il sito:
perché, per qualsiasi prodotto (anche non librario) acquistato dopo essere entrato nel sito di Amazon attraverso questa 'porta', Amazon riconosce una piccola percentuale del suo guadagno per finanziare il blog che diffonde nella rete la letteratura sulla Sicilia. 

venerdì 19 novembre 2021

FILOSOFIA E VOLONTARIATO: UN DIALOGO A DISTANZA CON ALCUNI RAGAZZI DI ENNA

Quando alcune colleghe del Liceo di scienze umane "Napoleone Colajanni" di Enna mi hanno proposto di conversare, con le alunne e gli alunni, su "Filosofia e volontariato" sono rimasto un po' stupito. So che attraversiamo una fase di disimpegno sociale generalizzato che non risparmia certo le generazioni più giovani. Ma proprio perché la stragrande maggioranza degli studenti non aveva mai praticato attività di volontariato - anzi, non ne aveva neppure sentito parlare - l'incontro è stato sorprendentemente fruttuoso. Su base esclusivamente 'volontaria', 35 di loro hanno letto il mio libretto 

e ieri, terzo giovedì del mese di novembre (Giornata mondiale della filosofia per l'Unesco), ne abbiamo parlato in collegamento video in due sessioni mattutine, con due gruppi distinti, di due ore ciascuna.
I ragazzi hanno proiettato delle slide che attestavano un'attenzione intelligente e una reazione critica, supportate dagli stimoli delle colleghe del Dipartimento di filosofia e scienze umane. 
Mi fa piacere riprodurre anche qua un po' del materiale prodotto dalle studentesse e dagli studenti di Enna, senza minimamente ritoccarlo perché parli con la grande spontaneità e le piccole ingenuità espressive con cui è stato preparato e 'offerto'.

Qua il link a un padlet
 (che non so bene cosa sia, ma - se si clicca su - si capisce): 


Alcune alunne hanno anche scritto la Lettera aperta alla "società": sarebbe bello che qualche adulto - specie se inserito nell'apparato amministrativo statale, regionale o comunale - venisse a leggerla e si vergognasse, almeno un po', della pigrizia e della corruzione con cui ha sinora contribuito all'arretratezza socio-economica ed etico-politica della nostra Regione. Quanti milioni di euro, pervenuti dall'Unione Europea anche di recente, giacciono inutilizzati perché da decenni le Giunte siciliane e i vertici della burocrazia regionale hanno imbarcato - con criteri clientelari - funzionari e dipendenti privi di competenze e di senso civico? 



martedì 16 novembre 2021

GIOVEDI' 18 NOVEMBRE 2021 GIORNATA MONDIALE DELLA FILOSOFIA: FILOSOFIA E POLITICA


 (Nella foto: Confucio affida Buddha neonato a Lao Tze)

LA FILOSOFIA E LA POLITICA

 

Il 18 novembre si celebra nel mondo  la “Giornata mondiale della filosofia” indetta, dal 2002, dall’Unesco. In molte scuole e in alcune università si organizzano eventi, ma sarebbe il caso di precisare che la filosofia – rilevante come disciplina specialistica, professionale – lo è almeno altrettanto come atteggiamento mentale ed esistenziale di ogni uomo e di ogni donna, a prescindere dal grado di istruzione e dal campo in cui lavora. Insomma: di filosofia – se non è intesa come mero studio dei testi ‘classici’ più o meno interessanti, ma come arte di pensare e di vivere – c’è necessità tanto dentro quanto fuori le mura dell’accademia. 

La riprova ? Che – per citare Lucien Laberthonniere, un prete vissuto in Francia a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo – “lo si sappia o no, lo si confessi o meno, per il fatto stesso che si è uomo e che si vive, si è metafisico, si dà un certo senso alla propria vita”. O – per adattare ciò che il nostro Antonio Gramsci affermava, più in generale, dell’ “intellettuale” – il filosofo non è un tipo particolare di uomo: ogni uomo, piuttosto, è un tipo particolare di filosofo. 

Nella difficile situazione politica – italiana e soprattutto planetaria – che stiamo attraversando può essere non del tutto superfluo ricordare il ruolo che la filosofia ha giocato nel passato, e può giocare nel presente, per vivificare la dialettica democratica e, ove rischiasse di spegnersi lentamente, per rianimarla. 

Innanzitutto, a livello più evidente, la filosofia attrezza i cittadini dal punto di vista ‘retorico’: dai Sofisti in poi, fornisce le tecniche per convincere gli interlocutori delle proprie tesi e, con ciò stesso, insegna a decostruire le tecniche che altri adoperano per convincere noi. Già Socrate e Platone avvertivano i pericoli di questa funzione ‘retorica’ del filosofare, ma sarebbe ingenuo misconoscerla o addirittura ignorarla: "Vivere attivamente in democrazia” – ha scritto  L. Geymonat – “significa partecipare ad assemblee, prendervi la parola, far valere come efficace discorso la propria opinione frammezzo ad altre opinioni; e perciò saper pesare le varie accezioni e sfumature dei vocaboli, avere nell'orecchio le più felici espressioni dei poeti, riuscire a disporre i periodi in un ordine che incateni l'attenzione, accenda le fantasie e susciti i consensi: significa, insomma, possedere quel complesso di cognizioni grammaticali, lessicali, sintattiche, stilistiche, letterarie che costituisce l'arte dell'eloquenza". 

La retorica, come ogni arma, vale quanto il fine per cui è adoperata. Il puro retore si mette a servizio di qualsiasi causa, purché questa prestazione gli venga adeguatamente compensata. Va dunque distinto dal filosofo che, in buona fede, si convince di una causa (religiosa o politica o sociale) e usa le sue competenze filosofiche per costruire una ideologia.Tommaso d’Aquino, Locke, Marx, Bakunin e tanti altri sono stati molto abili nel costruire apparati di idee funzionali alla difesa e all’applicazione storica delle tesi da ciascuno di essi ritenute ‘vere’. Indubbiamente, a mio avviso, sono stati filosofi autentici perché, soprattutto nella prima fase della loro attività, si sono impegnati nella ricerca della ‘verità’; ma, una volta che hanno ritenuto di averla intuita, si sono impegnati soprattutto nel difendere e divulgare la visione dell’uomo, della società, dello Stato, di Dio, della storia…più adatta a legittimare i propri progetti ‘politici’ e le istituzioni al cui servizio si sono arruolati. La filosofia adempie, dunque, anche una funzione ideologica che – nonostante le diffidenze attuali – non va neppur essa disprezzata. Senza il pluralismo dialettico - lo scontro e l’incontro delle diverse proposte ideologiche -  la democrazia muore: o perché si riduce a “pensiero unico” dominante o perché i cittadini, incapaci di dialettica fra idee opposte, ripiegano sullo scontro fisico o sulla manipolazione subdola delle coscienze. 

Ma la filosofia – almeno in linea di diritto – è più che una miniera cui attingere risorse retoriche e attrezzature ideologiche: coscienza critica di ogni deriva autocratica (anche e soprattutto d'impronta retorico-demagogica) e di ogni integralismo ideologico (tendenzialmente fondamentalistico). Essa è prima di tutto, ed essenzialmente, spregiudicata ricerca della ‘verità’ (nelle molteplici accezioni semantiche della parola). 

CONTINUA QUA:

https://www.zerozeronews.it/filosofia-day-la-giornata-della-ricerca-della-verita/

sabato 13 novembre 2021

CORSO RESIDENZIALE GRATUITO PER INSEGNANTI E EDUCATORI DA TUTTA ITALIA

La partecipazione è gratuita; l'organizzazione offrirà i pasti, gli spostamenti collettivi in città e - a chi è residente in città diverse da Palermo - anche l'alloggio. Agli iscritti solo l'onere del viaggio dalla propria città a Palermo.


VII Edizione del Corso di Formazione per Insegnanti

PERCORSI DIDATTICI DI ANTIMAFIA SOCIALE

Una proposta multidisciplinare tra processi educativi e impegno sociale 

" Una scuola per Tutti e per Ognuno. Percorsi di didattica inclusiva "

Palermo 18-19-20 novembre 2021

 

Programma dei lavori

 

Giovedì 18

Ore 11,00   Inizio attività presso “Santa Maria della Reale - Centro di Spiritualità”: Presentazione dei Lavori e Introduzione di collegamento tra le Relazioni del già svolto Modulo on line e il Percorso esperenziale del Modulo in presenza a cura del Professore Giuseppe Burgio dell'Università Kore di Enna. 

Pranzo sociale presso il Centro di Spiritualità.

Ore 11,30   Incontro con il Professore Giuseppe Barbera su Scuola e Ambientalismo: un connubio non rinviabile sul piano dell'Ecologia e della Responsabilità Sociale nei confronti dell'Ambiente. (n. 3 ore di attività formative)

 

Ore 16,00 Incontro con il Consulente filosofico Augusto Cavadi su "Scuola e analfabetismo affettivo-sessuale: diagnosi e terapia di un sistema strutturalmente patriarcale e maschilista. Oltre le polemiche tendenziose su «l’ideologia di genere»”.

Cena sociale presso il Centro di Spiritualità.

Ore 21,00   Serata conviviale con Performance teatrale di Gianni Caputo.

 

Venerdì 19

Ore 09,00   Trasferimento nel Quartiere San Filippo Neri (ZEN) e visita al Centro Sociale Zen Insieme per un incontro-confronto con il Gruppo di lavoro degli Operatori Sociali coordinato da Mariangela Di Ganci, con la partecipazione di altri Operatori Sociali ed Insegnanti delle Scuole locali e di Rosalba Romano - Funzionario di Servizio Sociale USSM di Palermo sul tema delle povertà socio-culturali e dei problemi di genere e delle discriminazioni in generale.

Ore 13,00   Trasferimento nel Quartiere Albergheria (Ballarò) presso Struttura Al fresco giardino e bistrot di cotti in fragranza, gestita dalla Cooperativa sociale Rigenerazioni, impegnata in Percorsi di Imprenditoria responsabile sul piano etico ed ecologico, per l'inserimento sociale di Soggetti in difficoltà e il recupero di Luoghi degradati in cui praticare forme diverse di integrazione e di accoglienza turistico-culturale. 

Pranzo sociale presso la struttura Al fresco.

Ore 16,00   Visita nello storico Centro di accoglienza e sostegno di Immigrati di Santa Chiara per confronto con don Domenico Luvarà, Responsabile del Centro ospitante e con Pietro Bartolo - già Medico di Lampedusa, Responsabile delle prime visite ai Migranti sbarcati e attualmente Deputato Europeo - sui temi del razzismo e dell'integrazione con tutti i problemi derivanti.

Ore 20,00   Visita a Moltivolti, Impresa sociale polivalente di ristorazione, coworking, attività no profit e di turismo responsabile per un Progetto-Laboratorio di Comunità intimamente connesso con un Quartiere - Albergheria-Ballarò - all'interno del quale vivono 15 diverse comunità e si parlano almeno 25 Lingue. 

Cena sociale al ristorante Moltivolti.

Ore 21,30   Visita in Monumenti particolarmente significativi tra quelli della Città antica.

 

Sabato 20

Ore 09,00   Incontro con la Professoressa Maria Dell'Aria sul tema della difesa della Libertà d'Insegnamento. Il caso dell'ITI Vittorio Emanuele di Palermo.

Ore 11,00   Verifica collettiva del Percorso formativo e workshop su indirizzi e prospettive della Formazione nel Sistema Scolastico.

 

Il Direttore del Corso

Prof. Giuseppe Burgio

 

Ulteriori informazioni

I/le partecipanti saranno ospitati/e presso “Santa Maria della Reale - Centro di Spiritualità” - Salita del Convento n. 55 (90131) Palermo

 

Contatti:
TUTOR DEL CORSO: dott. Giovanni Abbagnato - 
giovanniabbagnato@gmail.com;
DIRETTORE DEL CORSO: prof. Giuseppe Burgio - 
giuseppe.burgio@unikore.it;

AMMINISTRAZIONE: Salvatore Cernigliaro - s.cernigliaro@gmail.com - cell. 329 145 8410

giovedì 11 novembre 2021

LA GABBIA DEL MASCHILISMO IMPRIGIONA SOLO LE DONNE ?


 

LA GABBIA DEL PATRIARCATO

 

Dei femminicidi – e più in generale dei casi di violenza ai danni di donne in quanto donne – si parla ormai abbastanza. Meno, molto meno, di quell’impianto culturale, istituzionale e sociale che ne costituisce l’humus. Insomma: ci si concentra sulla punta dell’iceberg, senza preoccuparsi di analizzare la massa sommersa. 

Il movimento nazionale “Maschile plurale”, nel cui alveo si riconosce anche il nostro piccolo “Gruppo noi uomini contro la violenza sulle donne a Palermo”, è impegnato invece proprio nell’analisi critica dell’ordine maschilista-patriarcale nella storia dell’Occidente: non solo per una (pur necessaria) chiarezza  intellettuale, ma anche e soprattutto per una revisione delle pratiche, collettive e individuali, abitualmente più diffuse.

Schematizzando in maniera un po’ brutale per desiderio di sintesi, si potrebbero focalizzare quattro principali costellazioni di aspetti del sistema maschilista-patriarcale in cui  - al di là, o meglio al di qua, di responsabilità morali soggettive – ci troviamo immersi come abitanti attuali del pianeta.

Già dal punto di vista  biologico,  la gravidanza, il parto, l’allattamento sono fasi della vita femminile che comportano inferiorità in caso di scontro ‘fisico’ nella coppia.

Meno appariscente, ma non meno pesante, la sperequazione subita dal genere femminile nell’ambito socio-economico: sin da bambine, le donne sono adibite a lavori domestici senza nessuna forma di retribuzione. Se decidono di lavorare fuori casa, hanno più difficoltà nell’essere assunte e più facilità nell’essere licenziate: e, nei periodi in cui sono in attività, sono costrette a “lavorare il doppio per guadagnare la metà”. E’ in questo contesto socio-economico che vigoreggia da secoli “il più antico mestiere del mondo”: la  mercificazione del sesso viene oggi perpetrata  in forme inedite e attraverso canali differenziati.

La situazione non migliora dall’angolazione giuridico-culturale: per limitarci al nostro Paese, la parità dei coniugi davanti alla Legge è sancita solo nel 1975 ed è solo nel 1981 che si cancella il “delitto d’onore”. Alle donne, nonostante l’articolo 51 della Costituzione, l’accesso alla magistratura è stato concesso solo nl 1963: sino ad allora, infatti, era prevalsa la tesi di alcuni parlamentari che il ciclo mestruale le rendesse inadatte ad esercitare con obiettività la funzione giurisdizionale. 

Sullo sfondo, o alla radice, di tanti pregiudizi anti-femminili dominano delle concezioni simbolico-teologiche che qualche teologa ha sintetizzato affermando: “sino a quando Dio viene concepito sempre e solo come Maschio, il maschio (non necessariamente credente, confessante, praticante) avvertirà la tentazione di concepirsi come dio”[1] .


***

Sappiamo che la riflessione femminista ha indagato a fondo – e non senza inevitabili contrasti ‘interni’ – queste varie dimensioni dell’impianto maschilista-patriarcale da almeno mezzo secolo. Da alcuni decenni si sono aggregati alla ricerca diagnostica e terapeutica anche dei maschi: 


PER COMPLETARE LA LETTURA; BASTA UN CLICK QUI:


https://libertariam.blogspot.com/2021/11/la-gabbia-del-maschilismo-diaugusto.html


 



[1] Cfr. A. Cavadi, L’arte di essere maschio libera/mente. La gabbia del patriarcato, Di Girolamo,  Trapani 2020, p. 64.

[2] Cfr. A. Cavadi,  Né Principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di ‘genere’ nella società del futuro, Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 73 – 74.

domenica 7 novembre 2021

GLI SVIZZERI IN SICILIA: IERI E OGGI


 (Foto di Giro Randazzo)

“Il Gattopardo”

Ottobre 2021

 

GLI SVIZZERI IN SICILIA

 

La memoria della mia generazione è costellata da immagini di concittadini che, valigia alla mano, emigrano. Per esempio verso la mitica Svizzera. Quasi sempre con una scorta di dolci siciliani da offrire ai parenti che li aspettano e li adotteranno per i primi mesi. Ma, già dall’Ottocento, il flusso non è stato unidirezionale. Intere famiglie svizzere si sono trasferite in Sicilia in cerca di fortuna e  non di rado – sommo ardimento ! – per trapiantarvi le ricette della pasticceria svizzera. Celebri i casi dei Caflisch, trasferitisi a Palermo, e del Caviezel, che optarono per Catania: entrambi provenienti dal Cantone dei Grigioni. Tra le tradizioni culinarie degli ‘immigrati’ e degli ‘indigeni’ nessun conflitto, anzi una fecondazione reciproca che ha dato origine alle specialità (ormai note anche fuori dalla Sicilia) della pasticceria “svizzera siciliana”. 

La ricerca gastronomica non è stato l’unico campo in cui si è realizzata questa osmosi etnica: ne è testimonianza la “Scuola Svizzera” di Catania. In questa città della costa jonica – dal cui porto partono molti prodotti agricoli e minerari siciliani – nel XIX secolo si sono stabiliti diversi cittadini svizzeri, attirati dalle attività legate alle esportazioni. E’ proprio su loro iniziativa che nel 1881 nasceva il primo Club svizzero e, un ventennio dopo, l’Associazione per la Scuola Svizzera: un’istituzione tuttora attiva, anche se frequentata per la maggioranza da alunni di origine italiana, desiderosi di una formazione a più ampio raggio culturale (grazie, per esempio, alle lezioni di lingua tedesca). 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

venerdì 5 novembre 2021

LA COMUNITA' CRISTIANA DEL SAN SAVERIO DI PALERMO: UN TRISTE TRAMONTO...


 “Adista /Segni nuovi”

13 novembre 2021

 

DOPO TRENTACINQUE ANNI CHIUDE UNA DELLE COMUNITA’ CRISTIANE PIU’ VIVE DEL MEZZOGIORNO ITALIANO

 

Nel 1984 un giovane docente della Facoltà teologica di Sicilia chiese e ottenne la ‘rettoria’ di una splendida chiesa tardo-barocca nel cuore del centro storico di Palermo. Il cardinale Salvatore Pappalardo non ebbe esitazioni: la chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria (il quartiere del mercato storico Ballarò), abbandonata da anni, era adiacente a un Pensionato gestito direttamente dall’Università degli studi e si prestava a diventare una sorta di cappella cattolica per docenti e studenti. Ma per don Cosimo Scordato, il nuovo rettore, l’aggettivo ‘cattolico’ – che ha finito col designare una delle tante confessioni cristiane diffuse nel mondo – etimologicamente significherebbe ‘inclusivo dell’intero’, universale, planetario,. Da qui la decisione che il tempio affidatogli diventasse la casa di tutti: una volta a settimana il luogo della celebrazione eucaristica secondo il rito cattolico (ma ospitando, secondo le circostanze, fratelli di confessione protestante o ortodossa); per gli altri sei giorni uno spazio a disposizione della città (assemblee sui problemi del quartiere, mostre di pittura e di fotografia, presentazione di libri, concerti musicali, tavole rotonde…).

Così, in pochi anni, la chiesa di San Saverio diventava un punto di incontro per credenti in senso religioso e non-credenti (preferibilmente designati come diverso-credenti). Se nei primi mesi sembrava di assistere a scene dal film di Nanni Moretti La messa è finita – con due o tre vecchiette nella grande chiesa deserta – ben presto persone da tutta la città, anzi da tutta la provincia, vi confluivano attratte dallo stile accogliente della piccola comunità nascente e dalle omelie, leggere nel tono ma rigorose e impegnative nei contenuti, del presidente dell’assemblea celebrante. Persone omosessuali, divorziate, ex-preti ed ex-suore…chiunque trovasse chiuse le porte di altre chiese, trovava un sorriso e una mano tesa: un invito a confidare nella comprensione divina e nella solidarietà fraterna e sororale. 

Intorno alla chiesa fiorirono iniziative di ogni genere: da un centro sociale aconfessionale e apartitico a una trattoria gestita da una cooperativa di giovani, da un’agenzia di viaggi a una gelateria, da una scuola popolare di teatro a mille altre iniziative di cui parlarono giornali e televisioni di varia nazionalità. Non mancarono neppure libri (di o con Cosimo Scordato) che, via via, raccontavano le vicende del “San Saverio” (termine comprensivo di realtà giuridicamente distinte me operativamente convergenti: la rettoria della chiesa ‘materiale’; la comunità cristiana e i gruppi ospitati nei locali della chiesa; il centro sociale auto-gestito con le sue diverse articolazioni interne per settori: doposcuola, spazio donne, spazio anziani e così via): da Fare teologia a Palermo. Intervista a don Cosimo Scordato sulla ‘teologia del risanamento’ e sull’esperienza del Centro sociale ‘San Francesco Saverio’ all’Albergheria (Augustinus, 1990) a Uscire dal fatalismo. Un’esperienza di pastorale del ‘risanamento’ (Paoline, 1991); da Le formiche della storia. Un itinerario collettivo di liberazione all’Albergheria di Palermo (Cittadella, 1994) a Libertà di parola (Cittadella 2013); da Dalla mafia liberaci o Signore. Quale l’impegno della Chiesa? (Di Girolamo, 2014) a Un Dio simpatico. Sguardo teologico sul contemporaneo (Il pozzo di Giacobbe, 2018). 

Con l’autunno del 2020 don Cosimo Scordato, ormai settantenne, si è dimesso da rettore della chiesa di san Francesco Saverio, mantenendo solo la titolarità di una chiesetta vicina (San Giovanni Decollato) che – sorta come una specie di succursale nel medesimo quartiere– negli ultimi anni ha acquisito, grazie a operatori laici come Massimo Messina e la sua squadra di volontari/e,  una propria identità autonoma di spazio sociale e culturale poliedrico. Alla festa di compleanno, fra altri ospiti all’insaputa del festeggiato,  monsignor Nunzio Galantino e Francesco De Gregori. Nessuno prevedeva, e tanto meno si augurava, che il successore ‘canonico’ di don Scordato fosse un suo clone. Ma nessuno prevedeva, e tanto meno si augurava, che la successione avvenisse nel segno della discontinuità. L’arcivescovo don Corrado Lorefice ha nominato un prete quarantenne, incaricato di occuparsi della pastorale giovanile diocesana, non estraneo alle opportunità offerte da Internet,  e, dunque, propenso a dialogare soprattutto con il mondo universitario. Purtroppo, però, a dispetto di ogni altra possibile affinità, anche in questo caso è emersa la frattura terribile, all’interno della Chiesa cattolica, fra due ‘paradigmi’ inconciliabili. Il nuovo rettore, infatti, è – del tutto legittimamente – interno alla logica ratzingeriana: esponente convinto e battagliero di una chiesa gerarchica, verticale, attentissima al rispetto letterale della ‘dottrina’ e ancor più delle ‘rubriche’ liturgiche, preoccupata di contaminarsi con la mentalità ‘peccatrice’ della modernità ‘secolarizzata’. In poche parole: interno a quella ecclesiologia pre-conciliare che papa Bergoglio sta tentando di convertire all’originaria ispirazione evangelica. 

Ma intanto, a più di un anno dal pensionamento del ‘vecchio’ rettore, il bilancio del ‘nuovo’ è scoraggiante: i membri della comunità  -  sorpresi e umiliati da rimproveri (“E’ finita l’epoca del «tu» confidenziale al presbitero: ho studiato cinque anni teologia e non mi giro neppure se non mi si appella con il «Lei»”) , sottrazione di responsabilità (“Le chiavi di tutti i locali della rettoria sono in mio esclusivo possesso”), azzeramento di fiducia (“Non devo certo dare conto ai fedeli delle entrate e delle uscite finanziarie”), pesanti ingerenze sulla prassi liturgica consolidatasi (“A messa non possiamo perdere troppo tempo con i canti: la gente ha fretta”), rifiuto di qualsiasi confronto pubblico (nonostante la richiesta della comunità e dello stesso arcivescovo) – si sono via via assentati dall’appuntamento domenicale, disperdendosi in altre chiese o abbandonando del tutto la partecipazione alle celebrazioni eucaristiche. 

La vicenda non meriterebbe particolare attenzione se non avesse valenza simbolica, quasi a mo’ di metafora: paradossalmente spetta a vescovi, presbiteri e fedeli laici – oggi al di là della soglia dei settant’anni, che si sono formati ai tempi del Concilio Vaticano II – criticare il clericalismo difeso, e praticato, da  generazioni più giovani di trent’anni, formatesi nel clima controriformistico di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. 

Sappiamo tutti – tranne quanti si lasciano accecare volontariamente dalle illusioni – che ogni esperienza umana, specie se bella e autentica, implica una data inesorabile di scadenza. Ma per le comunità come per gli individui c’è modo e modo di morire. Quando è il pastore a disperdere il gregge – soprattutto perché le pecore non vogliono comportarsi da... pecore – il rammarico e l’amarezza sono più gravi di quando la responsabilità ricade su lupi estranei e nemici. 

Per il presente c’è poco da fare: ogni vescovo deve accontentarsi di fare il pane con la farina a disposizione (anche se resta un po’ strano constatare che diversi preti conservatori e tradizionalisti smettono di essere tali solo quando si tratta di obbedire ai pastori da loro ritenuti 'progressisti': sono, insomma, sì difensori del principio di autorità, ma a intermittenza). Non così per il futuro: se candidati al presbiterato dimostrano di non avere l’elasticità psicologica per rapportarsi alla pluralità dei fedeli (e manifestano la presunzione di voler insegnare come vivere a persone che hanno il doppio dell’età anagrafica e della saggezza acquisita), pur in regime di penuria di ‘vocazioni’, non andrebbero ordinati. Si potrebbe aggiungere che, una volta ordinati presbiteri (o presbitere !) , dovrebbero essere incaricati/e di guidare solo comunità che, avendoli/e conosciuti/e per un periodo sperimentale, ne condividessero la mentalità teologica e lo stile pastorale (come avviene in molte chiese sorelle di confessione evangelica). Ma qui si aprirebbe tutto un altro discorso.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com


INTEGRAZIONE aggiunta sabato 6.11.2021

In tempo di inesattezze circolanti sul web e altrove, in questo blog ci tengo a riferire solo fatti 'veri' (distinguendo dalle mie opinioni, di cui sono l'unico responsabile). Per questo pubblico volentieri le precisazioni pervenutemi da Nino Spitalieri, uno dei protagonisti anche attuali della comunità san Saverio: precisazioni che non modificano la sostanza delle cose, ma che riporto per evitare che chicchessia si concentri sul dettaglio e perda di vista l'insieme dell'affresco:


"Grazie Augusto per il bell’articolo su San Saverio. Rende molto bene il clima che abbiamo vissuto in questo ultimo anno. Ma ad onore del vero, mi corre l’obbligo di precisare che due affermazioni che attribuisci a d. Massimiliano per quello che mi risulta  non sono esatte:


- “E’ finita l’epoca del «tu» confidenziale al presbitero: ho studiato cinque anni teologia e non mi giro neppure se non mi si appella con il «Lei»”. Per quello che mi costa al primo incontro avuto con lui ha detto “chiamatemi don Massimiliano, anzi d. Max, se no a che cosa sono serviti i sette anni di seminario?” (quindi accettava il “Tu” ma voleva essere riconosciuto nella qualità di sacerdote e quindi diverso da noi. Affermazione forse ancora peggiore della distanza data dal “Lei”.”

- “Le chiavi di tutti i locali della rettoria sono in mio esclusivo possesso”. In vero ha sostituito la serratura del portone di accesso ai locali  fornendo la nuova chiave ai responsabili delle due confraternite, al Sig. La Barbera dipendente della rettoria per l’apertura della chiesa e al sig. Antonio,  operatore di un’associazione in favore dei tossicodipendenti per il servizio di accoglienza dei giovani interessati. Non c’è stata invece la stessa disponibilità per gli operatori della comunità del progetto “sostegno scolastico”, che detenevano le chiavi da 30 anni. Ha offerto, tuttavia,  la disponibilità ad essere presente, anche in ore serali, per aprire in caso di necessità. (Non si comprende tale posizione se non nel volere affermare chi è il padrone di casa che accoglie l’ospite)".

FUGA DALL' «OPUS DEI» FRA FANTASIA E STORIA


 I gemelli rubati e l’Opus Dei (Ducale, Milano 2021) di Cesare Bianco è un testo strano. La trama, infatti, si presenta come invenzione letteraria, ma l’ordito è fitto di documenti storici, di cui in bibliografia si citano puntualmente le fonti. E’ dunque, inscindibilmente, un romanzo (e tale si auto-cataloga sin dalla copertina) e un articolato cahier de doléances sulle vicende interne di tanti movimenti cattolici contemporanei. Questa duplicità di registro risulta, insieme, un vantaggio e un difetto: un vantaggio perché il genere narrativo attrae il lettore più di quanto avvenga, abitualmente, ai saggi storici e di denunzia; un difetto perché può indurre a supporre che – come recita anche la dicitura sul retro del frontespizio -  “ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale” (dicitura stampata o per distrazione o per evitare fastidi giudiziari da parte delle potenti organizzazioni  ecclesiali citate, Opus Dei in primis). 

Per ovvie ragioni non mi soffermo sulla trama romanzesca, limitandomi a osservare che non sempre il piglio della scrittura è all’altezza di alcune invenzioni: l’autore, infatti, scrive in maniera piana e accessibile, ma un po’ piatta e poco personale. Si lascia apprezzare di più per alcuni sprazzi di fantasia intriganti. 

L’aspetto più interessante, a mio modesto parere, riguarda i contenuti, attinti da libri scritti o autobiograficamente da membri dell’Opus Dei fuggiti dalla gabbia dell’istituzione (a partire da Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei di Maria del Carmen Tapia, pubblicato in Italia da Baldini & Castoldi) o  storiograficamente da studiosi esterni (come Opus Dei segreta di Ferruccio Pinotti, edito dalla Rizzoli). Il quadro che emerge  non è, dunque, del tutto inedito, ma non per questo meno sconcertante: l’Opus Dei, per le relazioni simbiotiche con il fascismo di Francisco Franco, è riuscito a realizzare in maniera integrale – si direbbe paradigmatica – l’idea di una struttura religiosa verticistica, imperniata sul culto della personalità del “padre” fondatore (Josemarìa Escrivá de Balaguer) e sul primato dell’obbedienza ai superiori nella catena gerarchica, ossessionata dalla fedeltà alla Tradizione (ovviamente solo recente, dal Concilio di Trento al Concilio Vaticano II escluso) e dalla diffidenza verso ogni anelito teologico e/o politico e/o culturale alla libertà, all’uguaglianza dei diritti (anche tra maschi e femmine) e alla fraternità (effettiva, non solo retoricamente proclamata). 

Indubbiamente chi ha avuto, come me, esperienze dirette di organizzazioni come l’Opus Dei sa che nessuna di esse avrebbe coinvolto migliaia di persone in mezzo mondo se fosse stata priva di aspetti positivi: sia pur in misura – mi pare – decrescente, esse continuano ad attrarre soprattutto giovani a cui offrono, in società sempre più frantumate, non solo degli ideali ‘forti’, ma anche dei riferimenti comunitari cui aggrapparsi per sfuggire l’angoscia dell’isolamento individualistico. (Non siamo lontani dalle motivazioni psico-sociali che, in alcune aree, spingono giovani uomini e donne a entrare  in associazioni di stampo mafioso o in formazioni fondamentalistiche in cui sacrificano le vite reali nell’illusione di trovarvi un senso assoluto). 

Se questa analisi è, almeno approssimativamente, corretta, il superamento di tali aggregazioni perverse (un tradimento del vangelo di Gesù) non può avvenire mediante provvedimenti legislativi e giudiziari repressivi a posteriori : o si taglia la radice o l’albero continuerà a riprodurre frutti tossici. E la radice è, prima di tutto, l’assenza ( o almeno la progressiva scarsità) di alternative valide. 

PER COMPLETARE LA LETTURA BASTA UN CLICK QUA:

mercoledì 3 novembre 2021

LA GABBIA DEL MASCHILISMO: NE PARLIAMO IN PRESENZA O IN COLLEGAMENTO INTERNET ?


 Care amiche e cari amici, 

la Fondazione Emanuele Parrino e l’Associazione Logos e Koinonia sono liete di invitarvi alla conversazione di Augusto Cavadi su: 

La gabbia del maschilismo imprigiona solo le donne?

Venerdì 5 novembre, alle ore 18:15

 

L’incontro si terrà in presenza in via Brigata Aosta, 15 (Palermo). 

Saranno necessarie la prenotazione (scrivendo a fondazioneparrino@libero.it), l’esibizione del green pass e la mascherina. Ma ci si potrà collegare anche in videoconferenza attraverso il link: https://meet.google.com/rkh-vmdb-mga

Per eventuali problemi tecnici telefonare al 333/357.1715 (Rosario Mineo).

Vi aspettiamo.

ROSARIO  GRECO

martedì 2 novembre 2021

LA DOMENICA: UN GIORNO DA LIVELLARE A TUTTI GLI ALTRI DELLA SETTIMANA?


Da quasi vent'anni offriamo, con un gruppetto di amiche e amici, a Palermo la possibilità di uno spazio mensile per incontrarsi 'disarmati', meditare su qualche tematica di rilevanza esistenziale, condividere a tavola ciò che ognuno/a sarà voluto mettere a disposizione degli altri. In questo articolo appena apparso su "Dialoghi mediterranei" (1 novembre 2021) - rivista bimestrale dell'Istituto Euro-arabo di Mazara del Vallo (Tp) scaricabile gratuitamente su internet - provo a spiegare le ragioni 'fondanti' di questa pratica. Qui mi limito ad aggiungere che per partecipare basta pre-annunziare la propria presenza alla mia e-mail (a.cavadi@libero.it).

“Dialoghi mediterranei”

1 novembre 2021

 

LA DOMENICA IERI, OGGI E (FORSE) DOMANI

 

Siamo in tempo di secolarizzazione, di de-sacralizzazione, di laicizzazione o siamo già trapassati in una fase di post-secolarizzazione, di ri-sacralizzazione, di forme nuove di religiosità (più o meno autentica, più o meno idolatrica)?  In mancanza di idee precise, lascio in sospeso la domanda. Ciò che mi sembra, comunque, indubbio è che in tutto l’Occidente il cristianesimo istituzionale (sia cattolico che protestante) agonizza in una crisi irreversibile. Sulla diagnosi concordano osservatori preoccupati, anzi amareggiati, e osservatori emotivamente distaccati, quando non compiaciuti.

Di tutta questa complessa problematica vorrei qui ritagliare un solo aspetto: il senso della domenica. E lo faccio perché convinto che si tratti di uno di quegli elementi di rilevanza non solo teologico-religiosa, ma anche antropologico-sociale i cui mutamenti meriterebbero di essere seguiti con attenzione critica, invece di lasciarli accadere come meri effetti di decisioni politiche ed economiche più o meno anonime. 

 

La domenica: cosa è stata

 

Le tre più numerose religioni monoteistiche conoscono la scansione del mese in settimane, ciascuna delle quali trova coronamento in una giornata festiva (il sabato per gli ebrei, la domenica per i cristiani e il venerdì per gli islamici). Il “giorno del Signore” è prima di tutto

 

         “quel giorno in cui l’uomo può respirare e liberarsi dal giogo del 

           lavoro; può dimenticare l’inutilità”

 

(almeno relativa, se commisurata con l’impiego di energie necessario ad ogni realizzazione)

 

          “del suo sforzo e semplicemente vivere, sicuro che Dio ha cura di lui” [1]

 

E non solo il cittadino autonomo, ma anche lo schiavo e l’animale:

 

 “tutti dovevano vivere il sabato come giorno della liberazione” [2].

Oltre che “il giorno del riposo”, il sabato è

 

                          “il giorno in cui l’uomo diviene consapevole della sua dignità:

                             che egli nonostante tutto è creatura di Dio”[3]

 

infine è 

 

                        “quel giorno in cui l’uomo deve pensare a Dio in modo speciale, 

                          dato che negli altri giorni le preoccupazioni dell’esistenza glielo

                          fanno così facilmente dimenticare”[4].

 

I cristiani, nei primi secoli, continuano a celebrare il sabato; poi vi aggiungono il primo giorno dopo il sabato in quanto giorno della resurrezione di Gesù; infine sostituiscono il sabato con la domenica, nella quale celebrano

 

           “la quintessenza della fede cristiana: la vittoria dell’amore di Dio

             sul peccato e sulla morte e, in questa vittoria, la rivelazione di che

             cosa è Dio”[5]

 

Per essi, la domenica è anche il giorno dell’attesa escatologica, dell’utopia: non solo gli esseri umani, ma

 

                  “la creazione stessa sarà liberata dalla servitù della corruzione, 

                   per avere parte alla libertà della gloria dei figli di Dio” [6]

 

Come si leggeva in una Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana del 1984, la domenica è 

 

          “anche il giorno del riposo, pregustazione e pegno del riposo vero,

            ultimo, eterno; il giorno che non avrà mai fine oltre il quale

            non ci sarà altro giorno; l’ottavo, l’ultimo, il definitivo. Il giorno

            in cui il lavoro cede definitivamente il posto alla contemplazione, 

            il pianto alla gioia, la lotta alla pace. Non alibi alla pigrizia, ma

            progetto e speranza per dare senso e coraggio all’impegno di anticipare

            già nell’oggi ciò che viene contemplato e sperato come futuro”[7] . 

 

          Su questo aspetto escatologico della domenica c’è da notare che, un po’ paradossalmente, esso contiene in germe il superamento di alcune caratteristiche della domenica che attualmente riterremmo irrinunciabili. Infatti Apocalisse 21, 1 – 2 adotta, per significare il mondo nella sua versione definitiva, rigenerata da Dio, l’immagine della Gerusalemme celeste e di essa afferma che non avrà più templi (21, 22):

 

                “Non c’è più bisogno di templi e non possono neppure più 

                  esistere i templi. Il tempio c’è sulla terra; l’edificio di legno

                  e di pietra, come luogo che la religiosità ha riserbato per le realtà

                 sacre. Qui il tempio può esserci, perché le cose stanno disposte

                 e distinte nello spazio, e c’è bisogno del tempio, perché in questo

                   mondo ci sono ancora i luoghi profani, anzi dissacrati. 

                   Ma quando la «realtà prima» e la sua ingiustizia è «passata», 

                       quando Dio «ha fatto tutto nuovo» (21, 4 – 5) ed egli è 

                        «tutto in tutto», allora non può più esserci un tempio particolare, 

                       perché tutto è «tempio». Non si potrà dire, in corrispondenza,

                       che non ci sarà più neppure uno speciale giorno sacro? Esso

                       aveva significato finché il ritmo della vita avanzava nel tempo; 

                       allora ai giorni del servizio per il mondo poteva seguire ogni 

                       volta il giorno sacro in cui esprimere l’apertura umana verso

                       Dio. E l’uomo aveva bisogno di esso perché senza questo

                       giorno riservato, difeso da divini comandamenti e da ordini

                       sociali, l’esistenza mondana avrebbe inghiottito l’uomo. 

                      Ma ora c’è l’eternità, puro essere creatura di Dio; perciò un

                      giorno del Signore distinto dai giorni dell’uomo non avrebbe

                       più senso, né possibilità. Come il «tempio» si è fatto identico

                      con la spazialità della creazione assunta nell’eternità, così 

                       il «giorno del Signore» è divenuto identico con la sua

                       temporalità assunta nell’eterno”[8].

 

La domenica: cosa è diventata

La domenica è ormai quasi dappertutto, quasi per tutti, un giorno come un altro. Le ragioni della produzione, del commercio e dei servizi alla persona (soprattutto in campo turistico) hanno avuto la meglio sulla tradizione fondata su esigenze bio-psicologiche e su istituzioni culturali. In un libro che non ho apprezzato, gli autori hanno efficacemente fotografato la situazione di molti (per fortuna: non di tutti i) inostri contemporanei:

 

           « E’ domenica, ma potrebbe essere martedì o venerdì. E anche se è 

           domenica, comunque è un giorno nel quale le famiglie non si ritrovano

          affatto, perché la mamma il pomeriggio fa la cassiera al centro commerciale, 

         il papà al mattino ha il turno in tipografia, il figlio più grande vende 

         mobili da montare all’Ikea e il più piccolo resta a casa a giocare 

          ai videogiochi. Se poi capita, per una specie di congiunzione astrale, 

          che una domenica questi poveri disgraziati siano liberi dal lavoro, 

         che cosa faranno? Non dico per santificare la festa […]. 

         Ma per divertirsi, per cercare un po’ di felicità legittima insieme, 

         che cosa si inventeranno?  Ma è semplice: una bella gita al centro

          commerciale più vicino. Può esistere qualche cosa di più spaventoso

        di una vita simile? La verità è che siamo giunti di fronte a un bivio: 

        quale strada imbocchiamo dipende dal  modo in cui decidiamo

         di vivere le nostre giornate di festa. Basta un breve 

        giro in auto durante una qualsiasi domenica dell’anno in qualsiasi 

       regione italiana per rendersi conto della gravità della situazione. 

        Decine di migliaia di persone affollano i grandi magazzini, le cittadelle 

        del consumo, gli outlet village, gli iper-super-mega centri commerciali. 

        E anche se non lo sanno, stanno lavorando. Perché  - parafrasando Karl 

        von Clausewitz -  lo shopping domenicale è la prosecuzione del turno 

         in ufficio con altri mezzi. Anche se non se ne rendono conto, i

         consumatori della domenica sono dei forzati della catena 

        di montaggio consumistica. Hanno lavorato sodo per tutta la settimana, 

         e con quale prospettiva? Racimolare abbastanza soldi per andare la

        domenica a comprare qualche cosa. Qualche cosa di essenzialmente 

        inutile, ma appunto per questo di indispensabile secondo la società 

        degli spot: il telefonino che fa le foto, la macchina fotografica che 

        telefona, il televisore piatto che si vede peggio, il walkman per sentire

         la musica mentre tua madre, tuo marito o la tua fidanzata stanno tentando 

        di parlarti. Completano la catena di montaggio i commercianti e i commessi: 

       poveracci che sacrificano la domenica per racimolare un po’ di denaro 

       da spendere o in altro giorno della settimana, o nella prima domenica

        libera, travestendosi per l’occasione da consumatori»[9] .

 

       Gli autori del brano riportato accennano a “un bivio”: la domenica canonica, del ‘precetto’ cattolico oppure la domenica vuota, del ‘precetto’ consumistico. E, in effetti, sociologicamente, sembrerebbe che abbiano ragione. Molta gente si rifugia in chiese di cui non condivide né il credo né la morale pur di evitare lo squallore dei grandi magazzini; proprio come altra gente, altrettanto priva di fede, si ritrova a ciondolare annoiata fra i corridoi dei grandi magazzini pur di non cedere al conformismo tradizionalistico e ipocrita di una pratica senza convinzioni.

        Il rifugio fuori porta si rivela una via di fuga deludente. La mentalità contadina e montanara sospinge, per così dire spontaneamente, al rispetto ecologico; non altrettanto la mentalità urbana. Ci si scopre infatti ineducati a convivere con le piante, con i fiumi, con gli altri animali: noi cittadini avvertiamo l’impulso (che non sempre controlliamo) a strappare fiori, a uccidere passeri, a incidere con il coltellino i tronchi d’albero. Sporchiamo con i rifiuti i boschi, quando non li incendiamo; inquiniamo le acque correnti; distruggiamo, con radioline e smartphone, il silenzio delle colline e delle valli. Tranne in eccezioni tuttora abbastanza rare, una domenica all’aperto è una giornata di profanazione.

Quali possono essere alcune ragioni di questa metamorfosi del modo di vivere la domenica, della sua riduzione a un giorno di pura

 

               “evasione, nel quale l’uomo, vestito a festa ma incapace di fare festa, 

                 finisce con il chiudersi in un orizzonte tanto ristretto che non gli

                 consente più di vedere il cielo”[10] ?

 

Una prima ragione: il riposo – l’astensione dal lavoro – è

 

                 “un valore immediatamente sentito dall’uomo stanco: egli 

                   sente che le tensioni si sciolgono, che le forze si rifanno, 

                   che il rapporto con l’esistenza ritorna aperto e gioioso. Ma 

                   il riposo è anche un disvalore nel senso che chi riposa non ha

                  appunto nulla da fare. Questa impressione è tanto più deprimente

                  quanto più l’uomo in questione è attivo, ed è diventata del tutto

                  intollerabile da quando l’attivismo moderno ha distrutto la capacità

                 d’essere tranquillamente con se stessi. Vuoto, noia, impazienza

                 sono le pericolose conseguenze”, 

 

ad evitare le quali

 

                       “il riposo ristoratore ed allietante” 

 

si capovolge in incombenza faticosa:

 

                       “un’ «impresa» al rovescio” [11].

 

Una seconda ragione dell’evaporazione della domenica la si può individuare nell’amplificazione sociale, collettiva, del disagio or ora descritto. Non è infatti solo il singolo individuo che non sa che farsene di un giorno liberato dalla fatica, ma più in generale

 

                          “l’uomo moderno – soprattutto quello che non ha più

                           convinzioni religiose e a cui mancano i significati che

                           ne conseguono e gli atti religiosi del culto che riempiono

                           il tempo domenicale”[12]

 

Perché una società che già ha abbandonato i riti del passato ormai inattendibili, ma non ha ancora inventato degli equivalenti funzionali, dovrebbe mobilitarsi per salvaguardare la domenica? Essa non sembra aver trovato, alla domanda su come gestire il tempo libero, “una risposta autentica, ossia illuminante, traducibile nella realtà dell’uomo medio”. L’esperienza di molte famiglie è, infatti, che si riduca a

 

                    “un tempo vuoto con tutte le conseguenze derivanti. Un tempo

                         di cattivo umore e di dissipazione, che si scarica nell’alcool […]

                         o in uno sport la cui chiassosa agitazione distrugge ogni elemento

                         del riposo”[13].

 

 

Non va taciuta almeno una terza ragione di carattere ‘strutturale’ (nell’accezione marxiana del termine): 

 

                       “Nel tempo pre-tecnico il processo produttivo poteva

                        essere senz’altro interrotto; con la tecnica non è più così. 

                        I suoi processi si svolgono in contesti oggettivi, che non 

                        possono essere interrotti senza che ne nascano perdite 

                        considerevoli”[14].

 

Forse si potrebbe aggiungere una quarta motivazione di ordine psico-pedagogico. Le Chiese cristiane – la cattolica in particolare – hanno presentato la celebrazione della domenica più come un dovere che come un diritto; più come un ‘precetto’ (vocabolo militare) che come un privilegio, un premio, un dono, un’opportunità. Guardini, nell’epoca tetra pre-conciliare di papa Pio XII, poneva la questione con un interrogativo retorico:

 

           La dottrina e la prassi della domenica si sono abbastanza sforzate di mostrare

             come si potesse riempire la domenica di momenti e di valori validi e fecondi

              di gioia ? O non venne forse il credente messo unicamente di fronte al 

              comandamento, cosicché le sue capacità inventive e creatrici vennero

              bloccate, cosicché la domenica ha finito con l’essere appresa come qualcosa

              di essenzialmente negativo ?[15]

               

 

Gli uomini e le donne del nostro tempo faticano già ad accettare un Dio comprensivo e filantropo; immaginiamoci con quanta disponibilità possano accettarne Uno che emani imperativi perentori; che – alquanto contraddittoriamente – ordini all’umanità di assumere, per così dire a comando, un atteggiamento festoso. 

 

La domenica: cosa potrebbe diventare

L’eclissi della domenica come giorno dedicato a Dio è irreversibile? Secondo la mia opinione soggettiva – che non vuole avere nessuna pretesa di scientificità – la risposta è affermativa. Se l’origine della domenica è stata, essenzialmente, religiosa (“Ogni domenica è Pasqua” [16]), ritengo che la sua persistenza – o, secondo i casi, la sua rinascita – non potrà avvenire sulla base di argomentazioni religiose. Bisogna, indubbiamente, offrire al cittadino medio le occasioni per “fare dei suoi giorni liberi” – quindi la problematica si estende dalle domeniche ai sabati, e poi anche alle ferie estive e invernali -  “qualcosa di più che un tempo di spreco di denaro e di energie vitali, o di più che un tempo di vuoto e di noia”[17]: ma sarebbe una sconfitta certa se si puntasse su occasioni esclusivamente o prevalentemente o essenzialmente ‘religiose’. L’unica strada percorribile, almeno ai miei occhi, si snoda su un terreno pre-religioso: il terreno della spiritualità ‘naturale’ o, meglio, ‘storico-antropologica’ (dal momento che, come sappiamo, non c’è ‘natura’ nell’essere umano che non sia storicamente contrassegnata). Mi riferisco a un insieme di princìpi, costumi, simboli, istituzioni, relazioni interpersonali, atteggiamenti virtuosi…che precedono, e fondano, eventuali ulteriori opzioni di tipo ideologico-politico e/o teologico-confessionale: un insieme di qualità ‘laiche’ che costituiscono la sintassi elementare della coltivazione dell’humanum, senza il quale le battaglie sociali o le devozioni mistiche puzzano di inautenticità. Quando non si configurano come pericolose minacce fondamentaliste. 

 Sono convinto che la stessa domenica ‘cristiana’ abbia iniziato a scricchiolare dalle fondamenta – nonostante l’apparente unanimità della frequenza ai riti liturgici – proprio per la sottovalutazione di questa spiritualità basica, elementare. Per secoli si è stati fedeli alle convocazioni festive pur restando estranei – nel resto della settimana, nel resto dell’anno – a un’autentica apertura a quella Parola (Logos, Tao) che ci raggiunge, prima ancora che in Libri sacri, attraverso la duplice, inscindibile, mediazione dell’universo (fisico) e della storia (umana). Le nostre chiese sono state affollate da gente che non sospettava neppure di dover cercare il divino nell’interiorità, nell’esperienza della convivialità e del servizio: perché stupirsi che se ne sia allontanata delusa nel vedersi mutata in nulla dalla partecipazione conformistica e tradizionalistica a celebrazioni del tutto avulse dal ‘prima’ e dal ‘dopo’?  Ancora nel 1984 un vescovo siciliano poteva notare, in proposito, che

 

             “il giorno del Signore, perciò, non può non essere il giorno

               della condivisione, della carità, della ricerca degli ultimi.

                Sarebbe un controsenso, e molto spesso lo è, partecipare

                all’assemblea domenicale e poi dimenticarsi dei fratelli

               che soffrono per insoddisfatte esigenze primarie di vita”[18]

 

Certo, quando si toccano questi argomenti, i fraintendimenti linguistici sono possibili, se non inevitabili. Può darsi che nel vocabolario di altri osservatori ciò che io chiamo – non senza perplessità e riserve – ‘spiritualità’ venga definito ‘religiosità’ o, addirittura, ‘religione’. Ma anche in questi casi sarebbe, a mio avviso, opportuno che non ci si riferisse a nulla di ‘rivelato’ dall’Alto in maniera esplicita ed esclusiva, bensì a fenomeni psico-sociologici. Per questo sono, sì,  d’accordo con Romano Guardini quando scrive che

 

        “se il giorno del riposo dev’essere ciò che intende la sua essenza, non può

          semplicemente consistere nel fatto che in esso non si lavora. Questo non

          basta a conferirgli quella validità che giustifica e garantisce alla lunga

          la cessazione dal lavoro. E tanto meno basta il fatto che in esso avvengano

          cose che servono al sollievo e alla gioia o che arricchiscono culturalmente.

          E un’altra volta non basta che in esso si sviluppi un sentimento della comunità

          fra coloro che riposano, dopo che sono stati anteriormente nella comunità

           del lavoro. Tutto ciò rimane in una sfera empirica. Occorre di più. Un 

           riposo autentico ha sempre avuto una dimensione che trascende l’empirico.

           Essa fu sempre improntata dal carattere della festa, e la «festa» è un fenomeno

           religioso”[19].

           

Sono altresì d’accordo quando egli aggiunge la constatazione  storica  che 

 

          “nell’Occidente la festa religiosa fu per duemila anni sostanziata dalla fede cristiana”[20]

 

e che

        

          “la parte del mondo segnata dal cristianesimo, vale a dire in ogni caso l’Europa e

            l’America, ha le proprie radici nel cristianesimo” [21]

 

(almeno se si sottintenda che abbia le radici anche nel cristianesimo e non solo in esso). 

Ma, a più di sessant’anni di distanza da quando il grande pensatore italo-tedesco scriveva le sue pagine, non posso concordare con la sua convinzione che

 

           queste radici sono, a dispetto delle defezioni, vive ancora[22].

 

E forse egli stesso, oggi, avrebbe mutato parere. 

Per fortuna, la domenica cristiana è ‘sacra’ (“un organo importante nell’insieme della vita umana”[23]) perché è una ‘festa’, ma non è una ‘festa’ perché ‘cristiana’. Se lo fosse, infatti, il tramonto del cristianesimo comporterebbe inevitabilmente il tramonto di ogni ‘domenica’. 

La ‘domenica’ (o un suo equivalente funzionale) può avere un futuro, anche oltre la tradizione cristiana, perché risponde a esigenze antropologiche universali che attestano la dimensione ‘spirituale’ dell’essere umano. Qui siamo a un livello così radicale da precedere - e render possibile -  ogni opzione teistica, atea o agnostica minimamente autentica. In questo senso, e in questo senso soltanto, posso sottoscrivere l’asserzione di Guardini:

 

             “Se la domenica scompare, si avrà un ulteriore e decisivo passo avanti

                 verso l’esteriorizzazione della esistenza. Ma la perdita di sostanza

                 umana, l’indebolimento dell’autentica forza umana creatrice di storia,

                 non potranno essere equilibrati da vantaggi tecnici ed economici. Anche

                 coloro per i quali il nucleo cristiano della domenica non ha più validità

                 dovrebbero prendere in considerazione questi aspetti e vedere la domenica

                  non soltanto da prospettive tecniche o formali-neutrali, ma da più

                 profonde prospettive” [24]

  

Una di queste “più profonde prospettive” è quanto un numero crescente di autori denomina col termine “spiritualità”.  Non posso in questa sede riassumere neppure brevemente i volumi che ho dedicato ad una, sia pur incompleta, rappresentazione di tale spiritualità che ho qualificato anche come ‘filosofica’[25]. Il lettore intuirà da sé che essa include - tra molto altro -  il senso critico, l’esigenza della pausa, l’attitudine alla meditazione, il gusto del silenzio contemplativo, l’attrazione verso ogni forma di bellezza naturale e artistica, la capacità di dialogare senza pregiudizi, la ripugnanza viscerale verso l’ipocrisia, la preoccupazione fattiva per le sorti del pianeta, la postura nonviolenta, la comunione solidale verso ogni genere di viventi, la cura per alleviare ogni causa di sofferenza, il tratto gentile, i modi affabili, il piacere dell’umorismo…

 

Postilla storico-pratica

 

La spiritualità o coinvolge il soggetto in tutte le sue dimensioni (anche sociale) o non è autentica. Per questo, da quasi venti anni, ho proposto a un piccolo gruppo di amiche e di amici di darci un appuntamento mensile per sperimentare, in pratica, una spiritualità laica, naturale, basica (che, nella mia visione, coincide in buona parte con una spiritualità filosofica a-confessionale). Sono nate così le “Domeniche di chi non ha chiesa” che si svolgono in maniera sobria, essenziale: ci si incontra alle 11 di un mattino (solitamente la prima domenica di ogni mese, per facilitare la memorizzazione dell’appuntamento) e, per la prima mezz’ora, nell’attesa anche dei ritardatari, ci si accoglie a vicenda. Dalle 11,30 un volontario – che si è proposto il mese precedente – offre uno spunto di meditazione: una poesia o un brano musicale o un frammento di film o una pagina di romanzo o un testo da lui scritto per l’occasione…In clima di silenzioso raccoglimento, chi vuole re-agisce all’input condividendo proprie esperienze o intuizioni o riflessioni: gli altri presenti possono recepire o lasciar cadere i contributi dei singoli, evitando di entrare in dialettica quando non sono d’accordo con ciò che è stato offerto al gruppo. Verso le 13 si chiude la parentesi meditativa e si apre la fase conviviale, liberamente festosa: sulla tavola ognuno mette a disposizione di tutti qualcosa da mangiare o da bere, mentre si chiacchiera con chi si vuole su ciò che si vuole. Di solito, prima di congedarsi verso le 16/17, ci si scambiano le informazioni su incontri, progetti eventi, manifestazioni… in calendario per le quattro settimane successive, quasi a sottolineare che il ‘riposo’ domenicale non vuole costituire una via di fuga dalle proprie responsabilità professionali, sociali e politiche. Tranne periodi di emergenza – quali gli ultimi due anni di pandemia – gli incontri mensili si svolgono presso la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo che è anche attrezzata come casa di ospitalità per chi desiderasse partecipare a qualcuna di queste domeniche di spiritualità laica (per altre informazioni e contatti: a.cavadi@libero.it). 

 

Augusto Cavadi



[1] R. Guardini, La domenica: ieri, oggi e sempre in Idem, Ansia per l’uomo, Morcelliana, Brescia 1969, vol.II, p. 214.

[2] Ivi.

[3] Ivi, p. 215. In Esodo 20, 8 – 11 si legge infatti: “In sei giorni farai il tuo lavoro, ma il settimo giorno cesserai, affinché possano riposarsi il tuo bue e il tuo asino e possano riprendere fiato il figlio della tua serva e il forestiero”.

[4] Ivi.

[5] Ivi, p. 217.

[6] Lettera ai Romani, VIII.

[7]  CEI, Il giorno del Signore, Dehoniane, Bologna 1984, 20, p. 14. Si coglie agevolmente l’eco di celebri pagine agostiniane: la storia dell’intera umanità, secondo il padre della Chiesa latina, si sarebbe conclusa con il Dies dominicus, “il quale sarà come l’ottavo giorno consacrato con la risurrezione di Cristo e che figura il riposo eterno, non solo dello spirito, ma anche del corpo. Là riposeremo e vedremo; vedremo ed ameremo; ameremo e loderemo. Ecco ciò che sarà nella fine senza fine. E quale altro fine è il nostro se non quello di pervenire al regno che non ha fine?” (La città di Dio, XXII, 30, 5). Brani agostiniani paralleli, inseriti nell’alveo della tradizione cristiana anteriore e posteriore, nonché commentati, si trovano in J. Pieper, Felicità e contemplazione, Morcelliana, Brescia 1962, pp. 49 – 57.

[8] R. Guardini, La domenica, cit., p. 223.

 

[9] A. Gnocchi – M. Palmaro,  Contro il logorio del laicismo moderno. Manuale di sopravvivenza per cattolici, Casale Monferrato (Al), Piemme, 2006, pp. 62 – 63.

 

[10] CEI, Il giorno del Signore, cit.  5, pp. 6 – 7. 

[11] R. Guardini, La domenica, cit., p. 225. 

[12] Ivi, p. 226.

[13] Ivi, p. 227.

[14] Ivi.

[15] Ivi, p. 240. 

[16] Ivi , p. 218.

[17] Ivi, pp. 228 – 229.

[18] V. Mondello, Il giorno del Signore, il Signore dei giorni, LDC, Leumann 1984, 15, p. 20.

[19] R. Guardini, La domenica, cit., p. 233.

[20] Ivi, pp. 233 – 234.

[21] Ivi, p. 234.

[22] Ivi.

[23] Ivi, p. 235.

[24] Ivi, pp. 236 – 237.

[25] Nel 2015 ho pubblicato Mosaici di saggezze. La filosofia come nuova antichissima spiritualitàPrefazione di O. Franceschelli, Diogene Multimedia, Bologna. Esauritasi anche la seconda edizione (2016), l’editore ha preferito ripubblicare il testo distribuendolo in tre più maneggevoli volumi.  Pur essendo autonomi, sarebbe preferibile leggerli in questa sequenza: Voglio una vita spregiudicata. La filosofia come spiritualità per chi ritiene di non averne una (2020); Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia (2020); La filosofia come terapia dell’anima. Linee essenziali per una spiritualità filosofica (2019). 


UNA VERSIONE ILLUSTRATA DI QUESTO TESTO E' VISIONABILE QUI:


http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-domenica-ieri-oggi-e-forse-domani/