martedì 31 marzo 2020

UN APPELLO DA DON COSIMO PER LE FAMIGLIE INDIGENTI

(FOTO DI MIKE PALAZZOTTO)

La pandemia sta facendo sprofondare il mondo in una crisi più facile da attraversare dal punto di vista sanitario che dal punto di vista economico. Sarà duro per quasi tutti gli strati sociali, ma per alcuni è già iniziata la tragedia: tutti coloro che in Italia - per limitarci al nostro Paese - si sono dovuti accontentare di lavoretti precari, spesso in nero, senza nessuna forma di previdenza. A Palermo si registrano episodi che, se non fossero drammatici, sarebbero davvero esilaranti. Penso all'uomo fermato dalla polizia che, per giustificare la sua assenza da casa, dichiara candidamente di essere in quella piazza per lavoro: "Sono il posteggiatore abusivo della zona". Come ha scritto una volta il mio amico sociologo Antonio La Spina, non siamo neppure alla illegalità: ci muoviamo sul piano, anteriore, della a-legalità. 
In questo contesto molti padri di famiglia sono davvero disperati e facile preda di sparute minoranze di stampo mafioso che minacciano azioni di protesta clamorosa e, intanto, moltiplicano sottotraccia rapine, furti, frodi. 
Troveranno, questo Parlamento e questo Governo, la lucidità politica di varare - immediatamente - delle misure severe di contenimento della elusione e della evasione fiscale in modo da accorciare le distanze attuali fra chi possiede molto più del superfluo e chi manca del minimo necessario? Spero di sì e temo di no.
Nell'attesa che i decisori politici si sveglino dalla complicità con i profittatori del sistema, non possiamo lasciar morire di fame intere famiglie né, in alternativa, indurle a gesti inconsulti che aggraverebbero ulteriormente la loro condizione sociale. 
Per questo molte organizzazioni, laiche e religiose, in queste ore stanno affiancando il lavoro del Comune di Palermo per affrontare i casi più gravi di indigenza.
Mi permetto di segnalare un'iniziativa di cui - per la serietà dei due responsabili che si occupano personalmente della gestione sul campo dell'operazione - mi posso fare in piena consapevolezza assolutamente garante.


domenica 29 marzo 2020

FILOSO/FARE NEL TEMPO DELLA PESTE

Filoso/fare in tempo di pandemia

Da qualche giorno Orlando Franceschelli ha lanciato un appello ‘filosofico’ suggeritogli dalla pandemia in corso (http://franceschelli.altervista.org/foto/Pandemia_Franceschelli[6236].pdf ). Dopo aver stigmatizzato i vari “parassiti della sofferenza” che, anche in questa contingenza, non mancano di affacciarsi sulla scena pubblica per guadagnare notorietà o consensi elettorali,  il noto filosofo si chiede e ci chiede: “Se proprio siamo in guerra, contro cosa dobbiamo lottare per vincerla effettivamente? Soltanto contro i virus che sulla faccia della terra ci sono da prima di noi esseri umani? O anche contro le concezioni e i comportamenti di noi ‘sapientes’ che la terra la stiamo trasformando da ambiente-dimora in ambiente-incubo per un numero sempre crescente di esseri viventi? A cominciare ovviamente dagli esseri umani e dagli animali-non-umani più deboli e più poveri”.
Affinché ciò avvenga, la tradizione filosofica occidentale può offrire preziose indicazioni operative. “Da questa pandemia usciremo migliorati se –e solo se- sapremo confrontarci criticamente con la scoperta o ri-scoperta” del “dato di fatto che «possiamo scacciare la natura col forcone, essa tuttavia ritornerà sempre/ e furtivamente si insinuerà tra gli ostacoli che le si frappongono» (Orazio, Epistole, I, 10, 24-25)”. Infatti, ammoniva all’alba della Modernità europea Baruch Spinoza, della natura noi esseri umani siamo «piccola parte», non “proprietari, dominatori, predatori”. Ma – continua Franceschelli – appartiene alla nostra specie anche la possibilità di
“migliorare concezioni, comportamenti, tentativi di essere felici, per quanto è possibile, e solidali verso ogni forma di sofferenza”. 
Questo appello, in quanto ‘filosofico’, può risuonare strano. 
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venerdì 27 marzo 2020

DANTE ALIGHIERI SUL SITO WEB DELLA CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA

Care e cari,
 la "Casa dell'equità e della bellezza" resta chiusa, ovviamente.
 La mutilazione delle nostre relazioni sociali abituali è pesante, bisogna dirselo senza retorica ipocrita. Possiamo solo sperare di trovare in noi, e nei congiunti con cui conviviamo, le risorse per compensare con l'affettuosità reciproca e con la vita interiore (di silenzio, meditazione, studio, letture, ascolto di buona musica, visione di buoni film...) la forte diminuzione della vita di relazione (limitata ai mezzi tecnologici). 
E contare - non so quanto realisticamente - sull'ipotesi che, passata la tempesta, torniamo alla vita 'normale' apprezzandone maggiormente gli aspetti gradevoli.
Mercoledì 1 aprile 2020, come da programma, Maurizio Muraglia e Laura Mollica non vogliono privarci della meditazione filosofica mensile: perciò dalle 18 in poi troverete sul sito della Casa la videoregistrazione della nuova puntata sulla "Divina Commedia" di  Dante Alighieri (in modo particolare su due canti del Paradiso).
Certo mancherà la condivisione delle risonanze dopo gli input di Maurizio e di Laura e soprattutto mancherà l'atmosfera particolare che si crea in presenza; ma meglio di niente.
Chi vuole può approfittare di questi giorni per vedere, o rivedere, la videoregistrazione di quasi tutte le conversazioni precedenti (+ un intervento di Maurizio fuori programma per il 25 marzo, Giornata nazionale dedicata a Dante).
Vi ricordiamo che il sito si raggiunge con il seguente link:

Al più presto possibile,
Adriana e Augusto

lunedì 23 marzo 2020

QUANTO (NON) CI MANCA LA SCUOLA ?

QUANTO (NON) CI MANCA LA SCUOLA ?

Studenti ci siamo stati tutti. E, quando arrivavano vacanze impreviste, scoppiavamo di gioia. Nel gennaio del ’68, nel mezzo di un’epidemia influenzale, è arrivato il terremoto. In quel contesto non certo piacevole – sentire tremare il pavimento era angosciante -  ci rallegrava tuttavia l’idea della chiusura forzata delle scuole a tempo indeterminato. 
Non mi è difficile, dunque, indovinare lo stato d’animo dei ragazzi che, da qualche settimana e per chi sa quante altre settimane, saranno dispensati dalla frequenza scolastica. Né il fastidio dei genitori che – in misura differente a seconda dell’età dei figli – si trovano a gestire la loro presenza in casa anche nelle ore mattutine. Dopo le reazioni emotive per così dire fisiologiche dei primi giorni, però, è prevedibile nel caso degli alunni più maturi – e auspicabile per tutti gli altri – che stiano subentrando altri stati d’animo, accompagnati da altre considerazioni.

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venerdì 20 marzo 2020

FUGGIRE DALLA QUARANTENA FORZATA IN CASA ?


* Nella foto (di Concetta Di Spigno) la scrivania della stanzetta dove leggeva, meditava, scriveva Baruch Spinoza

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18.3.2020

FUGGIRE DAL VUOTO FORZATO DELLE NOSTRE 
QUARANTENE? 

Blaise Pascal, all’inizio della Modernità, l’aveva asserito con la lucidità dello scienziato: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera”. Chi avrebbe scommesso, solo qualche settimana fa, che un pensiero del genere si sarebbe rivelato attuale?
Pascal non era né un musone (molte sue pagine sono venate da un humor sottile, penetrante) né un un misantropo (quando poteva si recava nella comunità giansenista di Port Royal). Tuttavia considerava problematica l’affannosa ricerca di divertissement : che non è, propriamente, il ‘divertimento’ - comprensibile e legittimo - di chi cerca un po’ di svago dopo una giornata di concentrazione sul lavoro, quanto la fuga da ogni forma di raccoglimento. E’ il terrore di stare un’ora fermo, a riflettere sul senso di ciò che si è e che si vuole davvero: un terrore così angosciante che si preferisce qualsiasi rischio in pace e in guerra, qualsiasi fatica.
Ebbene questa incapacità di silenzio, di meditazione, è per Pascal causa di ogni infelicità: ci cacciamo nei guai più vari perché temiamo la “noia” come un buco nero. E’ cronaca di questi giorni, di queste ore: siamo disposti a rischiare ogni contagio – passivo e attivo – pur di evitare la quarantena in casa. 
Ma Pascal non condanna, moralisticamente, nessuno. Sa infatti che la spasmodica tensione verso ritmi di vita incalzanti, luoghi affollati, spazi rumorosi, bevande inebrianti non è solo causa di infelicità. Prima ancora, più originariamente, ne è un effetto. La distrazione forzosa produce infelicità; ma, in un circolo vizioso, ne è anche il prodotto. Siamo infelici perché incapaci di sostare, ma siamo incapaci di sostare perché infelici.

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mercoledì 18 marzo 2020

UN APPELLO FILOSOFICO DA ORLANDO FRANCESCHELLI



Tutti si preoccupano di suggerirci cose da 'fare' in tempi di quarantena. Bene. 
Ma ci sarebbe anche qualcosa da NON 'fare': 
da non fuggire il vuoto impostoci, le pause forzate. 
Ci sarebbe da sopportare, affrontare, coltivare gli spazi di silenzio involontario; 
approfittarne per rivedere criticamente ciò che siamo stati, 
che siamo nel presente
e che vogliamo essere nell'immediato futuro. 
Il nostro amico Orlando Franceschelli invita chi ama la filosofia autentica
 (che abita le aule accademiche e scolastiche, ma non sempre né soltanto) 
alla riflessione e - se lo si desidera - alla condivisione.

https://karllowith.jimdofree.com/principio-natura/i-contributi/franceschelli-virus-madre-natura/

domenica 15 marzo 2020

PREGARE AL TEMPO DEL VIRUS ?

Gianfranco D'Anna, per anni corrispondente da Palermo per i TG della RAI, mi ha telefonato per una delle sue sfide sornione: secondo te ha senso pregare per liberarsi dalla peste del coronavirus? Me lo scrivi un pezzo per il mio sito? Sul momento ho risposto che toccava una questione troppo complessa. Poi, quando abbiamo chiuso la telefonata, non sono riuscito a liberarmi la mente dalla 'pro-vocazione'. E ho trovato tregua (provvisoria) solo quando gli ho mandato la paginetta al link che segue (come al solito, la responsabilità del titolo è redazionale, non dell'autore):


venerdì 13 marzo 2020

UN MEMORANDUM PER IL DOPO-VIRUS

Su  Facebook gira questo testo. E' anonimo e mi dispiace perché avrei voluto stringere la mano - almeno telematicamente ! - all'autore sconosciuto.
* MI HANNO SEGNALATO IL LINK ALL'AUTORE (GRAZIE, NINO):
https://www.facebook.com/pg/emiliomolapagina/posts/?ref=page_internal


Lo rilancio dal mio blog a beneficio di quegli amici e di quelle amiche che non frequentano i social o che, comunque, non si siano imbattuti in questo lucido e acuto "pro memoria".


Quando ci saremo lasciati tutto questo alle spalle, e torneranno a difendere gli evasori fiscali trattandoli - tutti - come povere vittime perché buoni elettori, ricordiamoci dei cittadini onesti che le tasse le hanno sempre pagate. Perché è grazie a loro che abbiamo ricevuto le migliori cure del mondo, senza sganciare un centesimo. Evasori inclusi.

Quando torneranno a dirci che la priorità del Paese è fermare qualche barca di disperati, ricordiamoci di questi giorni in cui a essere trattati da appestati siamo stati noi. 

Quando torneranno a dirci che la priorità è smantellare lo Stato Sociale perché bisogna lasciare quei soldi nelle tasche dei più ricchi con la flat tax al 15%, ricordiamoci di cosa la Sanità Pubblica ha fatto per tutti noi in questi giorni.
E ricordiamoci dell'opera straordinaria di migliaia di medici, infermieri, oss, tutti, che in Italia sono pagati meno che altrove, sono precari più che altrove, ma che hanno dato tutto, tutto, nonostante tutto.
Quando torneranno a dirci che le ONG sono bande di criminali senza scrupoli e dedite ai loro interessi, ricordiamoci di quando quello stesso partito ha chiesto in Lombardia aiuto alle ONG per affrontare l’emergenza.
Quando torneranno a dirci che gli africani ci portano le malattie e che per questo bisogna ributtarli in mare, ricordiamoci di quando siamo stati respinti noi. E ricordiamoci di quell’italiano che ha portato il coronavirus in Africa. E in Africa è stato ricoverato e curato. 
Quando torneranno a dirci che “loro” difendono la Patria e la dignità dell’Italia, ricordiamoci delle interviste che hanno rilasciato in mezza Europa contro il governo italiano, per far credere che non stesse fronteggiando al meglio l’emergenza pur di lucrare qualche voto. Danneggiandoci spaventosamente agli occhi del mondo. 
E ricordiamoci di chi era in montagna a mangiare prosciutto e formaggio e chi nelle Istituzioni e negli ospedali a lavorare giorno e notte per la salvezza del paese.
Quando torneranno a dirci che finanziare la Ricerca e l'Istruzione non è importante e che quei soldi è meglio usarli altrove, ricordiamoci di questi giorni. E dei risultati ottenuti in silenzio dai nostri ricercatori precari. 
Quando l’emergenza sarà finita e torneremo a quel clima misero e puerile della politica italiana di ogni giorno, proviamo a ricordare i giorni in cui abbiamo capito cosa sia davvero importante. Di quanto sia fragile la vita, anche sociale, e quanto per essa siano importanti cose che diamo per scontate e trattiamo quasi con fastidio.
Per una volta, una volta almeno, proviamo a non dimenticare.

martedì 10 marzo 2020

IL CORONAVIRUS E' UN CASTIGO. DI DIO ?



https://www.zerozeronews.it/sciacalli-del-coronavirus-che-saccheggiano-le-coscienze/

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9.3.2020
EPIDEMIE E SCIACALLAGGIO DELLE COSCIENZE


Ogni epidemia suscita sciacalli. I meno peggiori sono quelli che rubano a casa dei morti e degli sfollati; gli altri – gli imperdonabili – saccheggiano le coscienze dei concittadini. Quei sedicenti ‘profeti’ (preti cattolici come pastori protestanti), ad esempio, che tentano di cavalcare la tragedia mondiale attuale per fare propaganda a una loro orribile divinità che starebbe punendo i mortali per i loro molteplici peccati. Scienza, filosofia, teologia critica e buon senso non possono che stigmatizzare, solidalmente, questi biechi tentativi di strumentalizzazione bigotta.
 Ma basta contestare le spiegazioni rozze, primitive, blasfeme ? O non è possibile – anzi, doveroso – recepire quel brandello di verità che esse, sia pur assai maldestramente, veicolano?
  Per spiegare cosa intendo dire, parto dal ritaglio di un “Domenicale” di dicembre 2009 del “Sole 24 Ore” capitatomi per caso fra le mani mentre, in questi giorni di reclusione forzata in casa, mettevo ordine fra le carte dell’archivio. A conclusione di un pezzo intitolato Pandemie. Largo alla medicina ma più integrata l’epidemiologa Ilaria Capua scriveva: “Il concetto di One Health si prefissa l’obiettivo di considerare la salute pubblica come il frutto delle interazioni fra ospiti (uomini, animali e piante), patogeni (virus, batteri e protozoi) e l’ambiente in senso lato. Non è quindi più possibile considerare un episodio di malattia come evento disgiunto da ciò che accade nel serbatoio animale (compresi gli invertebrati) e nell’ambiente. Soltanto in questo modo si potrà agire attivando  dei sistemi di prevenzione integrati e affrontare il problema alla fonte anziché quando è ormai un problema di salute pubblica  conclamato. E’ necessario quindi che le discipline mediche (medicina umana, medicina veterinaria  e farmacia) comprendano l’importanza dell’integrazione fra di loro e nel contempo con le discipline che studiano l’ambiente poiché sono ormai interdipendenti e interconnesse in maniera irreversibile”.
La scienziata, ovviamente, non evoca nessuna punizione divina. Ma – sia pur sommessamente – tira in ballo la responsabilità umana, collegando in un rapporto di causalità ignoranza e ignavia di noi mortali (in altri termini: i nostri ‘peccati’ o, laicamente, i nostri errori e le nostre colpe) con le epidemie e le pandemie. Rileggendo quelle righe a più di dieci anni di distanza, non possiamo fare a meno di chiederci, senza scomodare nessuna Trascendenza, se non siamo noi stessi i giudici e i carnefici della nostra vita. Le malattie sono ‘castighi’, ma decisi e comminati da noi stessi. Che cosa abbiamo fatto da allora ad oggi, come cittadini e come ceti politici, per ridurre le immani sofferenze degli animali d’allevamento e da macello ? Che cosa per ridurre l’inquinamento della terra, delle acque, dell’aria? Già all’inizio della Modernità il filosofo Francis Bacon ci aveva (invano) avvertito: “Alla natura si comanda solo obbedendole”. Noi vogliamo continuare a comandare autocraticamente, dittatorialmente, totalitariamente? Accomodiamoci pure. Purché disposti a pagare il prezzo di questa “tracotanza”.  Dispiace, però, che la Natura non sia attrezzata a individuare con precisione chirurgica i soggetti più  responsabili di queste catastrofi annunziate: così, a cadere,  sono, quasi sempre, i meno ricchi e i meno potenti. 

Augusto Cavadi 
www.augustocavadi.com

domenica 8 marzo 2020

LA FORZA DI UN CANTO (EQUIVOCATO)

“Il Gattopardo”

Febbraio 2020

LA FORZA DI UN CANTO 

Prima di essere toccato dai colori, dai profumi e dai sapori della Sicilia, non appena vi mette piede, il turista è stato raggiunto – già a casa sua – dalle note di canti tradizionali. Il significato delle parole è percepito confusamente (o, nel caso di viaggiatori stranieri, per nulla): ma le musiche di Ciuri ciuri o di A luna ammenzu ‘u mari o di Quant’è laria la me zita sono note ben al di là dei confini dell’isola.

   Tra le canzoni popolari più conosciute rientra Vitti ‘na crozza di cui Rosa Balistreri e Domenico Modugno hanno diffuso interpretazioni indimenticabili. E’ diventata una sorta di inno del folclore siciliano. Ma quasi nessuno – isolano o turista – ne conosce il significato originario. Come spiega in un libro (La messa negata) di alcuni anni fa  Sara Favarò, il teschio che parla invocando una degna sepoltura era appartenuto a uno zolfataro inghiottito dalla bocca d’ingresso (“cannuni”) di una miniera. Infatti, sino agli anni Quaranta del XX secolo, i preti cattolici usavano negare  i funerali a chi decedeva “per morte violenta”, e per giunta nell’oscurità infernale delle zolfatare:  ancora nel 1988 un vescovo, proveniente da una famiglia di contadini e minatori, ricordava con tristezza che, ai tempi della sua giovinezza,  “gli zolfatari restavano sempre gli <<altri>>, i non uomini o gli ex uomini; i senza religione e senza educazione, i <<morti di fame>>, sì, ma anche i violenti; bisognava aiutarli ma mantenendo le distanze. Dovevano prima superare lo stadio della selvatichezza e solo dopo, una volta che fossero entrati nel pianeta-uomo, potevano entrare in rapporto con coloro che avrebbero dovuto poi sempre considerare, con dovuto ossequio, i loro <<benefattori e salvatori>> ”. 

 La vergognosa tradizione fu interrotta nel 1944 quando a Lercara Friddi (nella provincia di Palermo) don Filippo Aglialoro, sconvolto dalla notizia di 11 minatori ingoiati dalla terra, decise di scendere nel buio della zolfatare e di celebrarvi messa in suffragio delle vittime sul lavoro. Negli anni immediatamente successivi fu un altro prete contro-corrente, don Salvatore Buccoleri, a proseguire la svolta in favore di questi disgraziatissimi fra i lavoratori disgraziati dell’epoca. Vitti na crozza è dunque un doloroso, patetico, struggente canto di protesta verso la prassi clericale discriminatoria posto sulla labbra di un cadavere ingiustamente dimenticato. 

  Che resti un portabandiera della tradizione musicale siciliana va benissimo, ma ovviamente nella versione originale di nenia melodiosa meditativa che invita a non perpetuare situazioni d’iniquità a danno di vivi e di morti. Sarebbero, invece, da evitare tante altre versioni commerciali, probabilmente frutto di ignoranza più che di cattiva fede, che – infiocchettando l’esecuzione musicale con battimani e tarantelle – tradiscono la drammatica serietà del messaggio che l’autore intese lanciare a suo tempo. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 6 marzo 2020

LA CRISI DEL MASCHIO SECONDO CICCONE

www.zerozeronews.it
19.2.2020

https://www.zerozeronews.it/maschi-in-crisi-e-nellocchio-del-ciclone/

    Della crisi del maschio – e dei maschi – si parla spesso, a proposito e a sproposito. L’ultimo libro di Stefano Ciccone (Maschi in crisi? Oltre la frustrazione e il rancore, Rosenberg & Sellier, Torino 2019, pp. 158, euro 13,50) ne tratta in maniera seria e documentata. Il linguaggio talora tecnico, sempre scientificamente sostenuto, potrebbe scoraggiare qualche lettore non introdotto alla letteratura sulle tematiche di “genere”: provo, con i rischi del caso, a tradurne i contenuti essenziali per un pubblico ampio. 
Prima notazione: “La crisi del maschile, l’erosione o l’evaporazione della mascolinità vengono assunti senza consapevolezza della storicità di queste categorie e del loro riproporsi nel tempo ogni volta come «emergenze». In queste narrazioni si confondono e si sovrappongono saperi esperti e senso comune e si confondono notazioni diverse: mascolinità, virilità, autorità paterna, potenza virile, fertilità. Così la crisi di autorevolezza maschile nel lavoro o nell’economia vengono chiamate in causa nelle analisi preoccupate sulla crisi di fertilità maschile; l’appello al valore della capacità paterna di esercizio del limite viene sovrapposto all’affermazione della virilità come riferimento simbolico da preservare” (pp. 151 – 152).
    In questo bailamme si può individuare un punto di riferimento per iniziare a orientarsi: chi parla di “crisi” (o di termini equivalenti: “perdita”, “eclissi”, “degenerazione”…) lo fa in riferimento a un modello precedente da cui la condizione maschile sarebbe decaduta o, comunque, rispetto al quale la condizione maschile attuale si rivelerebbe slittata. 
    Ciò posto, si delineano per il mondo maschile due strade principali per uscire dall’impasse.
   La prima, forse la più diffusa e certamente la più facile, è mossa dalla “frustrazione” e dal “rancore” evocati dal sottotitolo. O, per lo meno, dal rimpianto per la sostanziale corrispondenza fra modello (o paradigma o dispositivo) tradizionale ed effettiva condizione maschile nella società: è la via del ritorno al patriarcato perfetto, o per lo meno quasi-perfetto, in cui erano chiare simbolicamente e nette praticamente le gerarchie fra maschi e femmine, mariti e mogli, fratelli e sorelle…Da qui un atteggiamento più o meno aggressivamente anti-femminista e anti-femminile: che le donne tornino al loro luogo “naturale”, il focolare o al massimo il cortile di fronte casa; che si concentrino sulle mansioni che hanno sempre saputo svolgere diligentemente (buona cucina e allevamento dei figli di giorno, un po’ di sesso senza troppa insofferenza di notte); che lascino agli uomini, ai “veri” uomini (cioè ai maschi immuni dalle chiacchiere del “politicamente corretto”), i ruoli di comando, di direzione, di gestione della cosa pubblica. Non mancano pagine di maschilisti prive di efficacia letteraria che mascherano abilmente – dietro un velo di vittimismo – le pulsioni di rivincita nei confronti di un sesso ritenuto troppo emancipato: “Il Maschio Pentito oggi consiglia, promuove e pratica quell’autodafé per maschi che è il processo al maschio. […]      L’imputato è naturalmente colpevole, infatti si processa la sua natura di maschio. Il processo consiste in una sequenza ormai proceduralizzata che prevede nell’ordine: accusarsi in quanto maschio pubblicamente di ogni infamia trascinando solidarmente nella colpa tutti gli altri maschi, con a seguire la dichiarazione di vergogna e abiura della propria identità, la promessa di cambiarla in base al nuovo modello del giorno meglio se suggerito da una donna psicologa, che normalmente propone una specie di collezione estate inverno dell’identità maschile, la dichiarazione di superiorità delle donne in tutti i campi e l’invocazione finale alla futura città delle donne, nuovo. E ultimo nonché unico paradiso realizzabile in Terra” (così un brano tratto da internet e riportato dall’autore alle pp.  80 – 81). Meno divertenti tutti quei testi contro gli immigrati (e contro le donne europee che si dedicano alla loro accoglienza): “La polarità dicotomica tra maschile e femminile , tra natura e cultura, tra mente e corpo si mescolano tra loro producendo rappresentazioni stigmatizzanti in cui sesso, razza e classe si intrecciano: l’uomo nero portatore di una sessualità predatoria e più selvaggia perché meno civilizzata ma per questo anche più vitale e potente” (p. 41).  
  Sia pur minoritaria (statisticamente) e faticosa (dai punti di vista esistenziale e politico) è possibile un’altra strada che parte dall’interrogativo se davvero i segni di cedimento del sistema patriarcale-maschilista siano da considerarsi una disgrazia oppure un’opportunità inedita per gli uomini quanto per le donne. In questa seconda prospettiva ci si può accorgere che il modo tradizionale di concepire il maschio-padre costituisse una gabbia che limitava non soltanto (come è stato abbondantemente messo in luce dai femminismi) l’autonomia delle donne, ma anche – sia pur meno evidentemente – la piena e libera autorealizzazione degli uomini. 
   Poiché Ciccone persegue questa pista, si tratta per lui non di tornare indietro con nostalgia a un assetto fra i sessi (o fra i generi) che mostra le sue crepe e di forzare la storia attuale a rientrare negli argini da cui è esondata, ma di affrontare esplicitamente la decostruzione di quell’assetto istituzionale e culturale ormai datato, sostenendolo e accompagnandolo nel processo di trasformazione in avanti. Qui egli ha modo di richiamare le linee principali del Movimento “Maschile Plurale” (www.maschileplurale.it), di cui è tra i fondatori e gli attuali animatori, che ormai da trent’anni moltiplica in Italia i centri di aggregazioni per uomini desiderosi sia di conoscersi meglio sia di impegnarsi nel sociale per una nuova cultura della maschilità.  Riprende in maniera più sintetica delle considerazioni argomentate nel suo precedente – e non meno impegnativo – Essere maschi. Tra potere e libertà (Ronsenberg & Sellier, Torino  2009, pp. 252, euro 18,00) con il medesimo intento: tentare di nominare - affinché attraverso “le parole per dirlo” (Marie Cardenal) possa emergere alla coscienza pubblica - l’attuale “desiderio maschile di cambiamento” che implica, fra molto altro, “la ricerca di una nuova paternità, di un nuovo rapporto fra vita e lavoro, di una diversa esperienza del corpo” (p. 152). 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

mercoledì 4 marzo 2020

SOSPENSIONE TEMPORANEA EVENTI PROGRAMMATI

SOSPENSIONE  TEMPORANEA EVENTI CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
E DELLA SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA "G. FALCONE"
Care e cari,
   sino ad oggi - mercoledì 5 marzo 2020 - abbiamo tenuto aperta la nostra Casa per la meditazione filosofica condivisa su Dante Alighieri perché convinti , da profani, che i rischi di contagio a Palermo non ne giustificassero la chiusura.
Ma siamo anche cittadini di uno Stato democratico e riteniamo di avere delle responsabilità non solo verso noi stessi (per cui possiamo rischiare sulla nostra pelle) ma anche verso gli altri (che potremmo contagiare senza saperlo): perciò, in ossequio alle decisioni del governo nazionale, la nostra Casa dell'equità e della bellezza seguirà il calendario delle scuole pubbliche. Ci sono fasi della storia in cui bisogna procedere uniti, senza stupide strumentalizzazioni partitiche.
Ovviamente la sospensione degli eventi NON implica che i piccoli gruppi ospitati nella Casa (i cui responsabili hanno pure le chiavi) non possano continuare a tenere le loro riunioni organizzative limitatamente ai soci (della Scuola "Falcone", del Gruppo "Uomini contro la violenza sulle donne", del "Teatro degli oppressi" etc.).
Nella speranza di riaprire al più presto le porte secondo il Calendario resovi noto a inizio del mese, vi porgiamo il nostro abbraccio più cordiale (tanto, via computer, non c'è pericolo di contagio...),
Adriana e Augusto
Con-direttori della "Casa dell'equità e della bellezza" di Palermo
* Analoga decisione ha preso l'associazione di volontariato culturale "Scuola di formazione etico-politica G. Falcone" in riferimento al ciclo di incontri di formazione politica programmati a Monreale (in sinergia con le associazioni "Mons Realis" e "Liberi di lavorare") a partire da venerdì 6 marzo 2020. 

martedì 3 marzo 2020

VICTOR FRANKL E LA CONSULENZA FILOSOFICA

Sull'ultimo numero della rivista "Phronesis", scaricabile (gratuitamente) on line dal sito dell'associazione nazionale dei consulenti filosofici (https://www.phronesis-cf.com/phronesis-n-2-seconda-serie-febbraio-2020/ ), si trova un dialogo fra Neri Pollastri e me sullo psicoterapeuta Victor Frankl , sulle affinità e sulle differenze della sua "logo-terapia" rispetto alla consulenza filosofica di orientamento achenbachiano (in cui sia Neri che io ci riconosciamo, con le ovvie sfumature personali).
                                                           ***
“Phronesis”, febbraio 2020, nuova serie, 2

Diritto e Rovescio
Viktor Frankl e la consulenza filosofica

Caro Neri,
nel suo, pur documentato, volume La casa di psiche. Dalla psicanalisi alla pratica filosofica Umberto Galimberti non cita neppure una volta Victor E. Frankl. Eppure lo psicoterapeuta viennese costituisce a mio avviso uno snodo ineludibile del percorso dal mondo delle psicoterapie al mondo delle pratiche filosofiche (e, in particolare, della consulenza filosofica). E ti spiego perché.
Frankl, da giovane medico, viene internato in quattro lager nazisti e solo per una serie di circostanze strabilianti riesce a sopravvivere. Come racconta nel suo bellissimo, imperdibile, Uno psicologo nei lager, è anche questa esperienza dolorosa che gli fa intuire che esistono sofferenze non solo corporee e psichiche, ma anche spirituali (“noogene” dal greco nous che significa mente, intelletto, anima). L’essere umano, infatti, è sì spinto dall’impulso sessuale (Freud) e dalla volontà di affermazione (Adler), ma è anche affamato di significato. Molti scompensi psichici sono dovuti alla frustrazione del nostro bisogno di “senso” (in greco logos). Da qui l’idea di elaborare una scuola che Frankl ha battezzato “Logoterapia e analisi esistenziale” e che in Italia è stata importata da studiosi di vario orientamento filosofico. 
L’approccio terapeutico di Frankl è per questo specificatamente destinato a quelle persone affette da «crisi di maturazione esistenziali che presentano un quadro clinico nevrotico e tuttavia non sono nevrosi in senso stretto, cioè nel senso di affezioni psicogene. Si comprende da sé che un uomo oppresso da un problema spirituale, o teso da un conflitto di coscienza, potrà ammalarsi – al pari di qualsiasi nevrotico nel senso banale della parola – d’una sindrome che in primo piano presenta caratteristiche vegetative. Bisogna esser preparati ad eventualità del genere e al rischio di un errore d’interpretazione che esse comportano, massime in un’epoca come l’attuale; oggi, infatti, sono sempre più numerosi i pazienti che si rivolgono allo psichiatra non perché abbiano sintomi psichici, ma perché semplicemente hanno dei problemi umani» (V. Frankl, Teoria e terapia delle nevrosi, 1962)
Egli, con ammirevole apertura mentale, ritiene che la sua “logoterapia” possa essere adottata non solo da neurologi e psichiatri, ma anche da medici di altre specializzazioni. Ovviamente in questi casi «non è più una terapia nel senso rigoroso della parola, ma si risolve in quella che abbiamo chiamato “cura medica dell’anima”»: il chirurgo rispetto al paziente cui amputare una gamba, o il dermatologo al cospetto di una donna sfigurata irreversibilmente, pur restando medico, accetta di rapportarsi da “uomo a uomo”.
Frankl, addirittura, afferma che, nei casi in cui «la frustrazione esistenziale non è divenuta patogena, ma si è mantenuta blanda», è possibile – e augurabile – che si sperimenti una “analisi esistenziale”: «in tal caso però questa non rappresenta una terapia della nevrosi né è di competenza esclusiva del medico», «tocca altrettanto da vicino il filosofo ed il teologo, il pedagogo e lo psicologo; giacché il dubbio sul significato dell’esistenza chiama in causa loro non meno del medico».
Così Frankl ha allargato lo sguardo dalla psicoterapia (riservata ai medici psicoterapeuti) alla “cura medica dell’anima” (accessibile a tutti i medici, anche non psicoterapeuti) sino alla “analisi esistenziale” (accessibile a professionisti di vari settori, anche né psicoterapeuti né medici). Ma ci sono filosofi disponibili a mettere da parte le proprie ricerche storiografiche e gli impegni didattici per aprire lo studio a persone desiderose di confrontarsi sul senso dell’esistenza? 
Frankl non lo poteva prevedere, ma una ventina d’anni dopo alcuni filosofi tedeschi (Gerd Achenbach) e poi in vari Paesi del mondo (tra cui, in Italia, proprio tu) si sono chiesti: chi ha “crisi esistenziali” o, comunque, “problemi umani” e non vuole rivolgersi a un prete – o per lo meno: non soltanto a un prete – deve essere costretto a ripiegare necessariamente su un terapeuta (sia pure di ampie vedute come gli esponenti della “logoterapia” e di altre correnti affini)? Oppure è possibile aprire degli studi di “consulenza filosofica” (Philosophische Praxis) in cui una persona trovi un interlocutore qualificato a conversare con lei senza né medicalizzarla né evangelizzarla?

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Caro Augusto,
Viktor Frankl è stato uno dei primi personaggi che ho studiato quando, ormai oltre vent’anni fa, ho iniziato a occuparmi di Philosophische Praxis. Lo feci perché volevo capire se quel che aveva proposto Achenbach in Germania potesse avere una sua autonomia, oppure fosse solo una scimmiettatura di pratiche già esistenti, nel qual caso avrei lasciato perdere tutto e sarei tornato a occuparmi di quella che di solito viene definita “filosofia accademica”. Invece, proprio il confronto con la logoterapia e con il counseling rogersiano - cioè con le psicoterapie apparentemente più vicine a quella che poi in Italia decidemmo di chiamare “consulenza filosofica” - mi mostrò in modo chiaro che uno spazio c’era eccome, perché le differenze erano e sono amplissime, se si guarda correttamente alla Philosophische Praxis
A mio parere l’unica cosa della logoterapia interessante per la consulenza filosofica è il cosiddetto “sistema Valori-Scopi-Significati”, il quale - come già scrivevo nel 2004 nel mio Il pensiero e la vita - «può in effetti esser interpretato come una schematizzazione non banale della “concezione della realtà” che ciascun uomo reca con sé e che sta al centro dell’interesse e del lavoro di un consulente filosofico». Tuttavia, proprio perché si tratta di una schematizzazione, il suo uso può semplificare oltremisura la complessità dell’apparato valoriale e concettuale, oltre a far correre il rischio di un impiego meramente tecnico-strumentale, al quale non a caso neppure Frankl è sfuggito. Inoltre, sono oggi ancor più scettico di allora riguardo alla “compatibilità” delle due pratiche, in quanto la definizione del lavoro logoterapico che riportavo allora (prendendolo da un libro di due epigoni italiani e non di Frankl) non mi persuade affatto: “riorganizzazione delle mappe e processo di riapprendimento e rieducazione”, infatti, cozza con l’intervento filosofico-consulenziale, il quale può al massimo essere una “riorganizzazione delle mappe” (anche se non sempre e non necessariamente lo è), ma mai un “riapprendimento” e una “rieducazione”, i quali mettono in gioco un atteggiamento pedagogico-educativo che è uno dei più infidi pericoli per la consulenza filosofica, pronto a farla deragliare e a inficiarne l’efficacia.
Inoltre, come scrivevo anche allora, «la logoterapia include sistematicamente altri momenti, sui quali la distanza da un lavoro filosofico è molto ampia», quali «il “contratto” terapeutico», la «polarizzazione attentiva (spesso a livello subliminale) alle “sfumature” dei messaggi comunicativi» - che appare piuttosto una manipolazione del comportamento comunicativo prescindente dalla trasparenza della relazione dialogica - e «una componente metodologica, che risulta nei più recenti lavori della scuola italiana addirittura centrale». Ne concludevo che «l’unica “ricerca” [cioè quel che la consulenza filosofica deve solo ed esclusivamente essere] qui presente è quella - tutta “tecnica” e desunta da precise conoscenze psicologiche - di specifiche forme distorsive, che sono interpretate come “sintomi” di disagi sottostanti e da fronteggiare attraverso strategie d’intervento a loro volta linguistico-psicologiche».

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Caro Neri, 
in quel tuo lavoro, mi pare, rimanevi quasi esclusivamente sul piano del processo della pratica, non affrontando la questione dello “sguardo” che essa ha su se stessa e sulla sua missione. Adesso puoi aggiungere qualche considerazione da questa angolazione ?

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Caro Augusto,
lo farò volentieri, prendendo spunto da quel che tu stesso scrivi per descrivere l’opera di Frankl.
Ciò che dell’approccio frankliano confligge con la consulenza filosofica è proprio il fatto che assuma la presenza nell’uomo di qualcosa come un “bisogno di senso” e/o una “sofferenza spirituale”. E ciò per almeno due ragioni, che ti spiegherò brevemente.
La prima è che, nella misura in cui si tratta di un’assunzione, essa non è “filosofica”, bensì “dottrinaria”: la filosofia pone dubbi, non assume. Nel processo del filosofare la postulazione può avvenire, ma non può esser fatta in fase fondativa, perché un’assunzione (qualunque essa sia) non sarà compatibile con qualsivoglia lettura del mondo, ma solo con quelle che la ritengano valida. Va da sé che assumerla, da parte del filosofo consulente, costringe (magari inconsapevolmente, il che è peggio) a riconoscere “uomo” solo chi abbia o possa avere quel “bisogno”, mentre rende incomprensibile (almeno se non ridotto a “malato”, “immaturo”, “perverso”, ecc.) chi non l’abbia. 
La seconda è che quella postulazione porta a lavorare in modo - se non propriamente terapeutico, qual è peraltro proprio quello di Frankl - quantomeno strategico-strumentale: l’uomo ha una sofferenza noogena dovuta a un bisogno di senso frustrato, ergo si tratta di agire strategicamente sulla causa per ottenere l’effetto di eliminare la sofferenza. Nulla di ciò è in gioco nella Philosophische Praxis/Consulenza filosofica, nella quale - come ben ripete Achenbach (per non dire quanto l’ho ripetuto io...) - non si tratta di agire in modo strategico-strumentale, né di guarire, né di educare, né di aiutare, né di soddisfare bisogni (neppure nel caso siano “spirituali”), né di alleviare sofferenze, bensì solo di filosofare, di fare una ricerca di verità nel pensiero dell’ospite, assieme a lui medesimo. Il resto né ci interessa, né ci deve interessare, dato che siamo filosofi e non terapeuti, guaritori o educatori.
Per inciso, proprio il rimaner rigorosamente filosofi, ossia ricercatori, senza cedere alle tentazioni (umane, troppo umane) di aiutare l’interlocutore e di soddisfarne le esigenze è la cosa più difficile della professione di consulente filosofico, quella sulla quale cade la maggior parte di coloro che provano a praticarla.
Per concludere, il consulente filosofico non si occupa del “bisogno di senso” - che magari è pane per i denti del prete - ma della consistenza e della chiarezza della visione del mondo dell’ospite. E se questi viene e pone un “problema di senso” (a me, in quindici anni, è successo una volta sola e già dopo una seduta avevamo chiarito che si trattava di un “problema di corna”...), la questione da porre è: ma come mai ha questo dannatissimo bisogno di “senso”? Quali sono le ragioni per cui non riesce a vivere bene anche senza?. La differenza da Frankl è, mi pare, enorme.

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Caro Neri,
le tue idee sul “bisogno di senso” mi ricordano Freud quando sosteneva che avvertirlo fosse sintomo di disagio psichico. Sinceramente non capisco queste posizioni se non ipotizzando un equivoco terminologico. “Senso” è per me innanzitutto “direzione”: la mattina mi sveglio e ho bisogno di chiedermi che “senso” avrà la giornata: in che direzione, verso quale méta, procederà. So che non potrò stabilire tutto da me, ma so anche che – se voglio – potrò non farmi determinare totalmente da processi biochimici, condizionamenti sociologici, eventi storici… Insomma, alla fine della giornata, potrò fare un bilancio fra i miei desideri-progetti e le esperienze-realizzazioni effettivamente attuate. Può darsi che ne risulti una giornata del tutto insignificante, banale, piatta, meccanica. In una parola sintetica: senza senso, assurda. Ma può darsi, invece, che almeno in minima parte abbia avuto un significato, una originalità, una sporgenza sul conformismo. In una parola sintetica: un senso. 

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Caro Augusto,
in effetti una delle ragioni per cui non mi piace l’uso del termine “senso” è proprio la sua ambiguità. Con grande frequenza, infatti, il significato che - esplicitamente o meno - viene dato alla parola non è quello che specifichi tu, bensì è “scopo e valore della vita”, qualcosa che si determina una volta per tutte e che spesso viene identificato in un unicum - per inciso, proprio ciò che Frankl, sposando almeno in parte la tesi di Freud che si tratti di un disagio psichico, sostiene essere deleterio, nella misura in cui rende fragile la visione del mondo e perciò vulnerabile l’esistenza.
Ma tu escludi che sia questo il modo in cui usi “senso” e dai al termine il significato di “direzione della giornata”. Un tale uso mi pare condivisibile, ma esso di fatto esclude proprio la possibilità che esistano seri “problemi di senso”: perché la direzione del cammino di un giorno è diversa da quello di un altro; perché anche all’interno della giornata ce la costruiamo momento per momento e possiamo cambiarla ogni volta che vogliamo; perché può ben accadere di avere delle giornate “senza meta” e sarebbe opportuno che imparassimo anche a goderne, invece di riempire ogni giorno di “mete da raggiungere”, triste eco di quella cultura produttivista che nobilita il lavoro e con ciò gli permette di distruggere il pianeta. Perciò, un “problema di direzione”, nel modo in cui l’hai definita, non fa sì che ci si rechi da qualcuno che ci aiuti a identificarla; e se ciononostante si volesse andare da un filosofo consulente, questi - non potendo dare consigli - non potrebbe far altro che porre in questione il bisogno stesso: la consulenza, infatti, come dice Achenbach è “bonifica dei bisogni”, ovvero coltivazione del “bisogno giusto”, come preferisco esprimermi io. Del resto, che il “bisogno di senso”, anche inteso come dici tu, non sia un bisogno necessario e perciò, se crea disagio, possa essere superato, ce lo ricorda Antonio Machado con i suoi versi tanto spesso citati in ambito pratico-filosofico:

Viandante, sono le tue impronte
il cammino, e niente più,
viandante, non c’è cammino, 
il cammino si fa andando.
Andando si fa il cammino,
e nel rivolger lo sguardo
ecco il sentiero che mai 
si tornerà a rifare.
Viandante, non c’è cammino, 
soltanto scie sul mare. 

Un piccolo chiarimento sul senso come disagio psichico, al quale alludevi riferendoti a Freud. Personalmente cerco di tenermi assai lontano da ogni lettura eziologica: per me non esistono “disagi psichici”, se non nel senso ovvio e banale che ogni “disagio” è un fenomeno psichico, ovvero appartiene alla sfera emotivo-corporea. In altre parole, non esiste un “disagio logico”, ma solo fallacie o confusioni logiche che, percepite, producono un disagio sul piano emotivo-corporeo. Ecco allora che il concetto di “senso”, inteso come “scopo e valore della vita”, è potenzialmente produttore di “disagio” sul piano psichico: averlo all’interno della mappa del mondo induce un “bisogno di senso”, soddisfare il quale è possibile in due forme entrambe perniciose: una forma “forte” - il senso ha un’“oggettività” non decisa dal singolo individuo portatore di vita - che obbliga ad affidarsi alla fede in un essere trascendente che lo sugelli, aprendo una serie di conflitti tra fede e ragione; una forma “debole” - il senso è soggettivo, lo decide l’individuo - che porta a quella fragilità delle visioni del mondo e alla vulnerabilità dell’uomo messe in luce da Frankl.

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Caro Neri,
prendo atto della differenza delle nostre posizioni sulla questione del senso della vita. E, tanto per restare alla larga da qualsiasi irenismo, ti provoco su una questione che sfiori nella tua risposta: la fede in una Trascendenza (più o meno confessionalmente determinata). Premesso che, a mio parere, si può essere convinti che la natura umana abbia alcuni fini o scopi “oggettivi” senza necessariamente rifarsi a un “essere trascendente” che “suggelli” questa oggettività (conosco, ad esempio, molti aristotelici atei o agnostici convinti che la fioritura dell’umano si abbia solo nella conoscenza di ciò che davvero è e nel servizio del Bene della polis), non vedo – comunque – perché l’ipotetica convinzione che l’universo non sia una totalità ontologicamente autosufficiente debba necessariamente aprire “una serie di conflitti tra fede e ragione”. Certo vi sono molti modi di concepire la fede (pensiamo alla dogmatica cattolica o alla paradossalità kierkegaardiana), così come molti modi di concepire la ragione (pensiamo al positivismo), che rendono conflittuale la compresenza nel medesimo soggetto di “credere” e “sapere”: ma si tratta, appunto, di alcuni modi di interpretarli.
Sul versante che interessa noi filosofi “praticanti”, questo significa – esprimo il mio parere sperando che sia il tuo e temendo che non lo sia – che, così come ci si può rivolgere nello stesso periodo della propria vita (sia pure per esigenze differenti e con differenti aspettative) a un consulente filosofico e a uno psicoterapeuta (vedi gli scritti raccolti a cura di Giorgio Giacometti in Sofia e psiche. Consulenza filosofica e psicoterapie a confronto), ci si possa rivolgere a un consulente filosofico e a un consigliere teologico-religioso (vedi gli scritti raccolti, per la medesima edtrice Liguori di Napoli, da Chiara Zanella in Sofia e agape. Pratiche filosofiche e attività pastorali a confronto). Insomma: a mio sommesso avviso, nulla vieta a un coniuge in dubbio se divorziare o meno, o a un genitore sconvolto dalla diagnosi infausta per un figlio, di rivolgersi sia a un prete sia a uno psicoterapeuta sia a un filosofo (ognuno per un’angolazione differente da cui affrontare il proprio problema). Specie se, in concreto, queste figure professionali saranno incarnate da soggetti convinti che ogni contaminazione fra psicologi-psicoterapeuti, filosofi-consulenti e consiglieri pastorali non può che arricchire la competenza specifica di ciascuno, dal momento che - come un poliedro - l’essere umano è uno e centomila. Obiezioni ?

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Caro Augusto,
no, certo, nessuna obiezione riguardo al fatto che ci si possa rivolgere a più specialisti allo stesso tempo; del resto, io stesso ho lavorato in un centro di salute mentale operando sulle medesime persone in collaborazione con psichiatri, psicologi ed educatori: ognuno faceva il proprio lavoro, diverso da quello degli altri, e spesso il lavoro dell’uno completava o favoriva quello degli altri. 
Sulla contaminazione come arricchimento della competenza reciproca ho invece qualche perplessità. Infatti, se il lavoro di ciascuno è diverso, la “contaminazione” può davvero avere quel significato negativo che porta con sé in origine il termine, perché può invitare a svolgere un lavoro improprio, cioè quello che dovrebbero fare gli altri. L’unica cosa che la collaborazione può insegnare è a conoscere meglio il lavoro altrui per evitare di farlo, ma questa non è “contaminazione”, bensì solo migliore conoscenza dell’opera dei colleghi.
Per venire all’altro tema, inizio dalla tua premessa che, francamente, trovo quantomeno curiosa: certo che esistono atei o agnostici “convinti” dell’oggettività di fini o scopi per l’uomo; peccato solo che la loro sia una “convinzione” e non una “dimostrazione”, e perciò sia soggettiva e non oggettiva! In altre parole, forse non avranno fede in una essere trascendente, ma certo ce l’hanno in valori trascendenti. E il problema “logico” tra fede e sapere sta nella trascendenza, sia essa in un essere supremo o in valori.
Siamo con ciò al tema della compresenza di fede e sapere. Io non penso affatto che i due aspetti non possano convivere nello stesso soggetto: penso solo che non sia facile, o quantomeno non frequente, che ciò succeda. La ragione è semplice e in qualche modo la mostrano anche le tue stesse parole. Hai infatti parlato di “ipotetica convinzione che l’universo non sia una totalità ontologicamente autosufficiente”, ma questa - in quanto “convinzione” - è una posizione soggettiva; come tutte le ipotesi, essa è legittima ma, come tutte le ipotesi, richiede di essere dimostrata come vera, oggettiva; viceversa, di solito la si assume per vera già quando la si pone come ipotesi, e si corre subito a cercare qualcosa che la soddisfi - appunto una Trascendenza. E se qualcuno si azzarda a sostenere che l’ipotesi sia falsa - che il mondo, cioè, sia ontologicamente del tutto autosufficiente - o che la risposta teologica non cambia in nulla i problemi ontologici ipoteticamente sollevati, apriti cielo!
In vita mia ho conosciuto qualche credente che faceva pacificamente convivere fede e ragione: erano persone che non pretendevano di razionalizzare la fede, che non parlavano di “insufficienza ontologica del mondo” ma solo di personale bisogno di credere nella trascendenza, che non confondevano i due piani e riconoscevano l’“assurdità” razionale della loro fede. A loro non ho nulla da obiettare, anzi, sono pronto a concedere che sia comunque “ragionevole” - per quanto non “razionale”- lasciare all’uomo la libertà e il diritto di coltivare anche i propri sogni irrazionali: non siamo fatti di pura ragione (e, aggiungerei, fortunatamente). A condizione, tuttavia, che esso sia consapevole dello “statuto” di quel che fa quando si dedica alla propria fede. Devo dire, però, che questo tipo di credenti è piuttosto raro e che, anzi, tra coloro che si ritengono tali sono frequenti quelli che, “quando il gioco si fa duro”, si rivelano indisponibili alla chiara distinzione dei due piani.
Potrei concludere dicendo che proprio questo tipo di credenti può giustamente recarsi contemporaneamente da un consulente filosofico e da un consigliere teologico-religioso: il primo si occuperà della chiarezza delle loro mappe del mondo, il secondo della chiarezza delle loro mappe dell’aldilà-del-mondo. Anche qui, è importante che non ci sia contaminazione, altrimenti l’uno prenderà a occuparsi di quel che è compito dell’altro e viceversa, e allora addio chiarezza!
Prima di concludere il nostro carteggio vorrei però tornare al tema da cui eravamo partiti, cioè a Frankl, chiedendoti: ma una volta preso atto della nostra diversità di posizioni rispetto al senso della vita, in quanto consulenti filosofici che ne facciamo di quest’ultimo? Ammesso che qualcuno venga da noi a porcelo come problema (ripeto, a me in vent’anni è successo una sola volta), ci mettiamo a cercare una risposta o lasciamo questo compito ad altri - per esempio ai logoterapeuti - e ci occupiamo di altro? Credo non ci sia bisogno di dire come la pensi io...

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Caro Neri,
ti devo, dunque, una precisazione e una risposta. 
La precisazione: nel mio vocabolario una convinzione può essere sia soggettiva e indimostrata sia acquisita dopo lunga riflessione e articolato ragionamento (anche se, in quanto filosofica, non può mai ritenersi irreversibile davanti a nuove contestazioni… convincenti). Anch’io, come te, rispetto chi sostiene di credere per motivi non supportati dalla ragione (o per lo meno dalla ragionevolezza), ma personalmente sono interessato a visitare l’ambito del noumenico, del trascendente, solo con i modesti mezzi dell’intelligenza (intuitiva e discorsiva). Comunque qua dovrei esplicitare un concetto di fede lontano dal linguaggio comune (influenzato soprattutto dalla dogmatica cattolica tradizionale) e vicino, se mai, al Wittgenstein che annotava qualcosa del genere: “Invece di dire «io credo», preferisco dire «io t’amo». E molti pseudo-problemi si dissolvono da sé”.
Quanto alla risposta che mi solleciti sul “senso della vita”, posso solo dirti che, evidentemente, intendiamo questa espressione in due maniere radicalmente diverse. Secondo la mia interpretazione, infatti, è qualcosa di così universale che potrei capovolgere la tua affermazione: non solo i nostri “ospiti” lo avvertono spesso, ma direi che - addirittura - in fondo in fondo non avvertono che tale bisogno di senso. Quando Socrate afferma che “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”, a quale ricerca secondo te si riferiva? Secondo me alla ricerca di ciò che dà sapore all’esistenza, di ciò che rende preferibile il vivere al morire o al non-esser-mai-nato: nel mio dizionario, alla ricerca di ciò che strappa l’esistenza all’assurdo e le conferisce un “senso” potenziale (che sta a noi attuare o lasciare in nuce). Poi, soltanto poi (un poi logico, non cronologico), ha senso – è ragionevole – interrogarsi sulle problematiche categoriali quotidiane: il rapporto con i propri colleghi di lavoro, la ricerca di un compagno, la relazione con i figli, l’impegno socio-politico e così via… Qualche volta Frankl mi serve per sottolineare quanto sia importante cercare un “senso” della vita per sopravvivere ai travagli, ma come consulente filosofico mi sforzo di aggiungere – magari gradualmente - che lo si deve cercare a prescindere dai nostri “bisogni” emotivi, psichici, persino esistenziali. Che lo si deve cercare senza essere sicuro di trovarlo e che anche l’eventuale “scoperta” – la “convinzione” maturata – che la vita non abbia alcun “senso” (neppure potenziale) rende la vita stessa più “degna di essere vissuta”.

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Caro Augusto,
non ho esitazione a rispondere che per me la ricerca a cui si riferisce Socrate è quella della conoscenza di come è fatta la realtà in cui viviamo, ovvero la ricerca di mappe del mondo sempre più adeguate a farci vivere bene. L’intera speculazione di Socrate, così come quella di Platone, muove dal problema della convivenza civile ad Atene, che è appunto “vita quotidiana”; ogni sua/loro teorizzazione in merito a fondamenti, valori e mondo iperuranio deriva dalla necessità di dare una base oggettiva a una mappa capace di comprendere e affrontare efficacemente quel problema politico. Del resto, se vogliamo considerare Socrate il “padre” della filosofia, non è possibile assegnare alla sua ricerca un significato così determinato e ristretto qual è quello del “senso della vita”: moltissimi filosofi si sono del tutto disinteressati di questo tema, utilizzando però il suo stesso approccio.
Personalmente non ho mai pensato che la filosofia fosse ricerca di “ciò che dà sapore all’esistenza, di ciò che rende preferibile il vivere al morire o al non-esser-mai-nato”: tutto “dà sapore all’esistenza”, come a suo modo recita Machado; e cosa tra questo tutto possa per ciascun individuo rendere “preferibile il vivere al morire o al non-esser-mai-nato” mi sembra proprio cosa da “convinzione soggettiva” che, in quanto tale, non è - né può o deve essere - oggetto del filosofare, che si occupa invece di cose di una qualche oggettività.
Del resto, aldilà della mia preferenza soggettiva, anche oggettivamente mi pare insostenibile che compito della filosofia sia la ricerca del senso della vita, per una moltitudine di ragioni: perché si è filosofi quando il sapere non si ha, e se (come tu dici) il senso della vita è indispensabile per vivere, allora è necessario conoscerlo e seguirlo, cioè cessare di esser filosofi per vestire i panni dei sapienti; perché se la filosofia più che dar risposte pone domande, allora non può che frustrare la richiesta di senso (e infatti non è un caso che Achenbach sostenga che la consulenza filosofica frustra la domanda dell’ospite); perché, ancora, avremmo elenchi e manuali interamente da riformare, visto che, come già accennavo, gran parte dei filosofi di ricerca del senso non si sono occupati; perché - infine e soprattutto - cercare un “senso della vita” è già assumere una determinata dottrina che preveda che esso possa esistere, nonché farsi schiavi di uno stato umano che ne fa sentire il bisogno. 
Riguardo a quel che dici sulle convinzioni, mi sembra di capire che il tuo modo di intenderle sia prossimo alla distinzione cui accennavo nella mia precedente missiva, quella tra ciò che è “razionale” e ciò che, pur irrazionale, è “ragionevole”. E non c’è dubbio che anche chi si interessi di tarocchi, spiritismo o parapsicologia lo faccia con i mezzi della propria intelligenza: infatti, di solito i loro discorsi sono intelligibili e talvolta anche suggestivi e affascinanti. Il problema nasce quando essi credono che le carte abbiano un reale potere di previsione, che gli spiriti circolino concretamente tra le case abbandonate o il potere del cervello guarisca davvero i tumori a distanza - in una parola, che l’universo irrazionale, che indagano razionalmente, esista. È allora che nascono quelli che chiamavo “conflitti tra fede e ragione”, perché si vuol affermare che esista ciò che si dichiara inconoscibile, violando la distinzione dei due campi. 
Certo, se tu precisi di sostituire a «io credo» un «io amo», il problema è in parte risolto, sia perché ci si può ben innamorare di un’inesistente immagine della nostra o altrui mente, sia perché con tale passo esci completamente dal piano della razionalità per entrare in quello dei sentimenti. Questi ultimi, come sai, non sono propriamente materia dei filosofi (se non per una loro classificazione dossografica), bensì degli psicologi. Un filosofo, e ancor più un consulente filosofico, i sentimenti può solo studiarli per comprendere a quali valori siano legati (come fa per esempio Achenbach con lo svanito innamoramento tra la giovane greca e il maturo tedesco in Saper vivere); quindi in questo caso la mia domanda sarebbe: cosa ti ha fatto innamorare di Dio? O, ancora più precisamente: quali tuoi valori soddisfa l’essere di cui ti sei innamorato, e che posto hanno quei valori nella tua visione del mondo?
Devo confessare invece che sono piuttosto sorpreso dalla tua affermazione secondo la quale i nostri ospiti non proverebbero altro bisogno che quello di un senso della vita: come ti scrivevo, in vent’anni un solo consultante mi ha presentato questo problema e, senza neppure che avessi bisogno di porlo in questione, in breve lui stesso ha confessato di averlo messo avanti “per darsi un tono”; perciò mi sembra incredibile che i tuoi consultanti l’abbiano viceversa messo sempre a tema. Né potrei accettare un’eventuale obiezione per la quale il bisogno di senso starebbe in verità alla base delle “problematiche categoriali quotidiane”: come infatti c’insegna Achenbach, in quanto filosofi dobbiamo prendere le parole dei consultanti per quello che sono, senza interpretarle alla luce di “teorie del sospetto”, che non sono solo quelle della psicoanalisi, ma anche tutte le pretese “universalizzazioni” che possiamo assumere riguardo una pretesa “natura umana”.
Riguardo poi proprio la pretesa universalità del “bisogno di senso”, Augusto, permettimi di contestarla, stavolta per ragioni non solo di principio, ma anche e soprattutto puramente esperienziali. Le prime concernono il fatto che un bisogno come questo, simbolico e non materiale come possono essere il freddo e la fame, esiste solo se c’è un apparato concettuale che lo supporta e svanisce se quello viene meno; in parole più semplici, si ha bisogno di un senso della vita se si crede che questo esista e sia importante, mentre se si riconosce che la sua ridondanza, inconsistenza o ininfluenza, il bisogno si dissolverà. Si spiega così l’esistenza delle ragioni esperienziali: al pari di me, anche la maggior parte delle persone che frequento abitualmente il bisogno di un “senso della vita” infatti non ce l’hanno. Vivono e fanno cose che sembrano loro importanti, di valore, necessarie, ma non legano il loro esser nate a “missioni da compiere”. La lirica di Machado che ti ho riportato ne è un’ulteriore conferma, così come lo sono la spiritualità orientale, tutta legata all’aderire alla vita momento per momento, senza fini o progetti, o la Lebenskönnerschaft di Achenbach, che si basa sulla non ipostatizzazione di alcun sapere, significato, valore.
E allora, concludendo questo nostro interessantissimo scambio, posso dire di non stupirmi che la nostra professione non sia decollata: perché già le differenze emerse tra me e te - che pur siamo persone serissime, rigorose, costantemente dedite alla riflessione sul loro agire e pure piuttosto affiatate - sono sufficienti a delineare percorsi assai diversi, anzi, due approcci direi quasi incompatibili: tu hai di fronte un uomo necessariamente bisognoso “di senso”, io uno che non sa neppure cos’esso sia; tu hai per obiettivo della tua pratica dare una risposta concreta a quel bisogno, io trovare un equilibrio concettuale e teoretico entro il quale il senso può esserci o non esserci, senza volerne soddisfare il bisogno neppure nel caso sorgesse. Se avessimo tempo - e forse dovremmo trovarlo! - potremmo esplicitare ancora molte altre differenze, conseguenza di queste. Trascurando qui il fatto che, a mio parere, il tuo approccio non è conforme alla Praxis achenbachiana (che il bisogno non lo soddisfa per principio), ti domando: stanti cotante differenze, e aggiunte poi tutte quelle che emergerebbero dal confronto con altri colleghi, come vuoi che il pubblico dei potenziali “ospiti” possa mai riconoscerci come membri paritetici di una medesima professione?
E con questa retorica e triste domanda, ti saluto con autentico affetto.