martedì 22 settembre 2020

PAPA FRANCESCO HA SCELTO. I SUOI AVVERSARI , INTERNI ALLA CHIESA CATTOLICA, PURE.


 

FRANCESCO: UN PAPA CHE GUARDA TROPPO…INDIETRO

 

Non si può negare che per un osservatore la situazione attuale della Chiesa cattolica sia un enigma di difficile decifrazione. Ancora ai tempi della mia gioventù certe schematizzazioni, per quanto approssimative, funzionavano. In ordine decrescente di importanza era un ‘buon’ cattolico chi frequentava regolarmente le chiese (il culto), conosceva  gli elementi fondamentali della dottrina (la catechesi) e si sforzava di fare un po’ di bene attorno a sé o, per lo meno, di non fare troppo male  (la prassi). Dopo secoli – si potrebbe dire due millenni – di questo identikit è ovvio che la stragrande maggioranza dei cattolici (vescovi, preti, fedeli-laici) lo abbia interiorizzato e lo viva come scontato, indiscutibile.

Intanto, però, con il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) si è avviato un processo apparentemente innocuo che, ben oltre probabilmente le intenzioni degli stessi protagonisti, ha provocato un vero e proprio terremoto: si è tolto il divieto di leggere direttamente, personalmente, la Bibbia (sì, si stenta a crederlo: ma vigeva sino agli anni Sessanta del secolo scorso!) ed anzi si sono invitati tutti i battezzati a seguire corsi di formazione biblica, a leggere manuali e commentari, a organizzare piccoli cenacoli di lettura e confronto esistenziale. Perché questo processo è risultato sconvolgente? 

Se si leggono teologi italiani (come Carlo Molari, Ortensio da Spinetoli, Alberto Maggi) o stranieri (come Hans Küng, Eugen Drewermann, José Maria Castillo)   si ricava, fra altri istruttivi insegnamenti, che il messaggio originario di Gesù di Nazaret (la sua “bella notizia” o “ev-angelo”) è stato quasi esattamente capovolto nell’interpretazione dei cristiani. E ciò in misura sempre più stravolgente man mano che ci si allontanava dal I secolo. Per il Maestro di Galilea, infatti, al primo posto era la fede operosa ; molto meno gli interessavano le speculazioni teologico-filosofiche; ancor meno, infine, le pratiche cultuali-liturgiche. Il cattolico ‘medio’ vive una scala di valori inversa rispetto a Gesù Cristo  (di cui pure ogni cristiano si proclama discepolo e tendenzialmente imitatore): si preoccupa molto delle celebrazioni religiose, meno della ricerca teologica e quasi per nulla della fede pro-attiva  (intesa nella sua dimensione mistico-politica di unione con l’Assoluto attraverso l’impegno per una società più giusta, fraterna, libera, solidale). 

La tragedia del cattolicesimo odierno è che alcuni ‘vedono’ e accettano queste scoperte;  altri o non ne vengono mai a conoscenza (non pare che un Berlusconi o un Salvini abbiano dedicato molti anni, e molte notti,  all’esegesi neotestamentaria) o, avendole apprese, non sono disposti a lasciarsi scombussolare inveterati equilibri psichici e di ruolo sociale (come si fa a dire a un cardinal Tarcisio Bertone che l’imitatio Christi non si misura con l’accettazione di tutti decreti del sant’Uffizio e non prevede che le offerte dei fedeli per l’ospedale “Bambin Gesù” vengano destinate alla ristrutturazione del suo appartamento principesco nel centro storico di Roma?). Tra le due categorie di credenti il solco è incolmabile. 

 Da questa “opzione di fondo” discendono innumerevoli conseguenze logiche e pratiche per cui è difficile che la stessa etichetta di ‘cristiano’ possa abbracciare sia il discepolo di un Gesù  che  ha fatto della com-passione per gli ultimi della società il metro di misura della fede (“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” - Matteo 25, 40) sia il fedele preoccupato di accettare intellettualmente tutti i dogmi e tutte le prescrizioni liturgiche, riducendo la sua solidarietà agli impoveriti del pianeta a una monetina elargita con autocompiacimento all’uscita dalla messa domenicale.  

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domenica 20 settembre 2020

L'ARTE DI ESSERE MASCHI SECONDO ANTONINO CANGEMI


 

La produzione saggistica di Augusto Cavadi, specie la più recente, presenta almeno due peculiarità.

La prima: muove da esigenze concrete spesso legate a esperienze operative rifuggendo ogni enunciazione meramente teorica.


La seconda: procede alla ricerca  di un assunto tramite un continuo dialogo col lettore in un itinerario, costellato di dubbi più che di certezze, che tanto somiglia al metodo induttivo socratico.

Così anche nell’ultimo suo saggio, L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato edito da Di Girolamo (Trapani 2020, pp. 174, euro 13.90).

Il libro prende le mosse dalla violenza sulle donne. Esamina il tragico fenomeno nei suoi diversi aspetti, enumera i dati statistici, e approfondisce le radici biologiche, giuridico-culturali, socio-economiche, simboliche-religiose delle differenze tra i due sessi. Percorso questo tragitto, Cavadi giunge al punto cruciale della sua trattazione: l’analisi del patriarcato.

Se è vero che la violenza sulle donne è frutto di una società patriarcale e che la concezione patriarcale, supportata da più fonti e radicata nel tempo, genera la presunta superiorità del maschio sulla femmina, è giunto il momento di chiedersi non solo quanto essa sia legittima e fondata ma anche altro. E cioè se il patriarcato offra al maschio solo e autentici privilegi o se, al contrario, non ne limiti l’identità, riducendola a una sola e stereotipata dimensione.

Come si diceva, i libri di Cavadi sono spesso frutto di esperienze realizzate sul campo, vissute in prima persona. L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato nasce dal movimento “Noi uomini contro la violenza sulle donne”, costituitosi a Palermo nel 2015 sull’esempio di altre associazioni sorte nella penisola e di cui fa parte lo stesso autore.

In “Noi uomini contro la violenza sulle donne”, di cui vengono riportati in appendice “L’autopresentazione” e lo statuto, diversi maschi si riuniscono periodicamente e s’interrogano sul loro ruolo e sulla propria identità confrontandoli con quelli dell’altro sesso. Dai dibattiti tra di loro e con persone dell’altro sesso – che non vanno escluse dall’interazione con i gruppi “maschilisti” – sono emersi tutti i limiti – per il maschio – di un modello che lo vuole risoluto, duro, privo di dolcezze, controllato sino agli estremi nella sua sfera sentimentale.

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venerdì 18 settembre 2020

REFERENDUM: ELIO RINDONE SA DI NON SAPERE


 REFERENDUM: SO DI NON SAPERE

Elio Rindone | 17.09.2020

 

Votare Sì o No al referendum sul taglio dei parlamentari?

Dico subito che sono molto incerto perché … non sono competente in materia.

Fine del discorso? No, perché ho riflettuto sul metodo da seguire quando ci si trova ad affrontare questioni che esulano dalla propria competenza, e sono queste poche riflessioni metodologiche che vorrei condividere.

Dunque: se ho seri problemi di salute, io mi rivolgo ai migliori tra i medici che conosco. Così, se devo decidere come votare su possibili cambiamenti della Costituzione mi rivolgo ai costituzionalisti che stimo di più. È ciò che ho fatto nel caso delle riforme costituzionali proposte da maggioranze di centrodestra prima e di centrosinistra poi. Posso dire che tutti i costituzionalisti da me più apprezzati portavano argomenti che mi hanno convinto a votare No in entrambi i casi.

Questa volta, invece, la situazione è diversa: tra i costituzionalisti che stimo, alcuni sono per il Sì e altri per il No. Nei pochi giorni che rimangono prima del voto continuerò, quindi, a informarmi e a riflettere, sempre con l’atteggiamento socratico di chi sa di non sapere, per prendere una decisione soltanto dopo avere attentamente soppesato le ragioni pro e contro.

Cosa, questa, che non è per nulla facile, perché i grandi giornali, i più seguiti canali d’informazione e i personaggi televisivi che hanno maggiore audience sono compattamente schierati per il No, mentre gli argomenti dei costituzionalisti favorevoli al taglio dei parlamentari mi pare che abbiano difficoltà a trovare uno spazio adeguato sui mezzi di comunicazione. Il rischio che vedo, dunque, è quello di dare per scontato che la ragione stia tutta da una parte. Ma davvero certe affermazioni dei sostenitori del No sono così inoppugnabili che i sostenitori del Sì si possono trovare esclusivamente, o almeno prevalentemente, nelle fasce più incolte della popolazione? Vediamo!

Uno degli argomenti più consistenti per votare No è che dal taglio del numero dei parlamentari conseguirebbero una minore rappresentatività del parlamento e una sua minore efficienza. Tesi sostenibile, che però non si può dare per scontata: mi limito a riportare qualche parere contrario. Lorenza Carlassare, la prima donna in Italia a ricoprire la cattedra di diritto costituzionale, ritiene che quei mali abbiano in realtà ben altre cause: “Il cattivo funzionamento delle istituzioni, del rapporto Parlamento/governo in particolare, dipende solo dai numeri o ha cause più profonde? È alla radice della rappresentanza che dobbiamo guardare, alla legislazione elettorale che da decenni produce ‘un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica’ e compromette la ‘funzione rappresentativa dell’Assemblea’; […] non abbiamo norme conformi a un sistema liberale – e dunque pluralistico – del quale le minoranze sono l’essenza. È dunque indispensabile mobilitarsi per una legge elettorale nuova: proporzionale, con soglia di sbarramento non superiore al 3, e senza liste bloccate. Questa è oggi la vera, indispensabile battaglia nella quale il ‘popolo’, per Costituzione sovrano, deve impegnarsi per riprendere l’esercizio della sovranità di cui è stato espropriato. Se, con liste bloccate, la scelta di chi sarà eletto sta unicamente nei vertici dei partiti, gli eletti si sentiranno responsabili soltanto verso i vertici: il loro futuro politico dipende infatti dall’acquiescenza alle direttive imposte, non certo dagli elettori. […] Perché, fra i tanti appelli, non proporne uno sulla riforma elettorale?”.

Anche secondo Andrea Pertici, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Pisa, il fatto che i cittadini si sentano o meno rappresentati dagli eletti non è questione di numeri: “il voto sulla riduzione dei parlamentari ha posto la questione della rappresentanza. Dopo che questa è da anni umiliata dalla rinuncia dei partiti a svolgere la loro funzione costituzionale per il concorso dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, dopo che sono state approvate una sequela di leggi elettorali che impediscono qualunque rapporto tra elettore ed eletto, dopo il noto assenteismo dei parlamentari, dopo gli episodi di conflitto d'interessi degli stessi, […] dopo tutto questo, il problema della rappresentanza può essere davvero ridotto alla diminuzione del numero dei parlamentari?”.

E Andrea Morrone, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Bologna, sostiene che la riduzione dei seggi non mortifica ma al contrario valorizza il ruolo del parlamento: “Esiste una regola generale: il numero dei parlamentari è inversamente proporzionale alla democrazia di un paese. Le assemblee pletoriche si ritrovano solo in dittature come Cina, Corea del Nord e nella ex Urss. Per questo sostengo il “sì”: un Parlamento con numeri più contenuti è coerente con le altre democrazie parlamentari. Tutte quelle europee hanno un numero di eletti compreso tra 450 e 700”.

In sostanza, secondo i suddetti costituzionalisti, molti cittadini non si sentono adeguatamente rappresentati nonostante l’attuale ampio numero di seggi, e ciò perché i parlamentari che i cittadini eleggono come propri rappresentanti non rispecchiano adeguatamente le diverse posizioni degli elettori a causa delle leggi elettorali che alterano l’espressione della volontà popolare mediante premi di maggioranza, liste bloccate o altri espedienti del genere. La riduzione del numero dei parlamentari non risolverebbe certo i problemi ma potrebbe essere un’occasione per varare leggi elettorali che favoriscano una maggiore corrispondenza tra elettori ed eletti.

Il timore di una possibile deriva oligarchica è quindi, a loro giudizio, infondato come infondato sarebbe il timore che gli interessi locali non siano più sufficientemente tutelati, e ciò sia perché con l’istituzione delle Regioni, nel 1970, e con la successiva modifica del titolo V, nel 2001, gli interessi regionali sono anche troppo tutelati dai consigli regionali, sia perché, in base all’art. 67 della Costituzione, “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” e non interessi locali.

C’è un’obiezione al taglio, infine, che mi sembra davvero poco convincente: il ridotto numero dei componenti di un’assemblea ne compromette l’autorevolezza e l’autonomia. Ma allora il nostro Senato, che già ora ha la metà dei componenti della Camera, gode di autorevolezza e autonomia dimezzate! Strano che sino a oggi nessuno se ne sia accorto: forse per la semplice ragione che non è vero!

Credo dunque che si possa affermare, concludendo, che le affermazioni dei sostenitori del No non sono, come si vorrebbe far credere, verità evidenti né dogmi indiscutibili: sono opinioni da verificare confrontandole laicamente con opinioni contrarie non meno argomentate e ugualmente degne, nonostante la potenza di fuoco messa in campo da un’informazione spesso asservita ai poteri forti, di essere prese in considerazione.

www.italialaica.it

mercoledì 16 settembre 2020

NOI UMANI E GLI ALTRI ANIMALI


www.zerozeronews.it

7.9.2020

 

SUGLI ALTRI ANIMALI


Nell’essere umano, così come lo possiamo osservare in questa fase dell’evoluzione, convivono tendenze affettive, cooperative, e pulsioni distruttive. Qualcuno sostiene che la madre di tutte le violenze sia la violenza maschile ai danni delle femmine: la relazione di genere costituirebbe una sorta di palestra originaria per imparare a dominare, a umiliare, a strumentalizzare. Forse, però, non tocchiamo ancora il prius originario: l’atteggiamento predatorio della specie umana (considerata nella duplicità maschile e femminile) nei confronti del restante, vasto,  mondo animale. 

La questione è, oggettivamente, complessa e non si lascia affrontare a livello esclusivamente emotivo, sentimentale: occorre la pazienza delle analisi scientifiche  e la distanza critica della riflessione filosofica.

Tutti gli animali di cui abbiamo conoscenza – a partire da noi stessi - usano organi e abilità di cui sono dotati per difendere sé e i propri piccoli (talora il proprio branco) dagli attacchi esterni e per catturare altri animali potenzialmente commestibili: da questi punti di vista sarebbe stato impensabile che gli umani si fossero ancestralmente differenziati dal resto del mondo animale. Perché una eventuale Intelligenza creatrice abbia potuto progettare, o comunque consentire, tanto spargimento di sangue e di sofferenza è una domanda che può interessare solo i credenti in tale Intelligenza: non mi pare possa inquietare chi osservi l’universo in una prospettiva totalmente immanentistica. 

 Ma oltre questo primo livello di sofferenza per così dire fisiologica, nella storia umana si è andato configurando un secondo livello di offese e di ferite per così dire aggiuntive: e questo ambito problematico interroga tutti noi pensanti (a prescindere dalle convinzioni teologiche personali). Mi riferisco al fatto che l’essere umano, a un certo punto della sua storia, ha imparato a programmare lo sfruttamento metodico degli altri animali: a costruire recinti, prigioni, in cui allevarli sia per alimentarsene sia per utilizzarli in varie attività (dall’agricoltura alla guerra). Il successo di questi sistemi primordiali di dominio ha incoraggiato lo schiavismo intra-specifico (ad esempio delle donne, dei minori e dei prigionieri di guerra) ? Non so se ne abbiano indizi paleontologici, ma non mi risulterebbe sorprendente. Ciò che è certo è che, per millenni, la schiavitù è stata considerata un’istituzione logica, etica, fondata sulle leggi stesse della natura: solo da pochi secoli, e solo in linea teorica di principio, essa è stata abolita. Ancor più recente è il movimento planetario delle donne che, sia pur in alcune regioni e sia pure a livello giuridico, ha ottenuto il riconoscimento della parità di diritti e di opportunità. Quanto ai bambini, i più indifesi tra gli indifesi, stenta a decollare la consapevolezza diffusa che essi non vadano sfruttati né sessualmente né lavorativamente, anzi neppure picchiati e puniti in vario modo a scopi pedagogici.  Ma la forma basica dello schiavismo – il dominio sugli animali – è rimasta lecita giuridicamente e legittima moralmente (con qualche piccola norma contro il maltrattamento gratuito); anzi, sul piano effettuale, ha subito negli ultimi cento anni un aggravamento  scandaloso. La tecnologia ha approntato sistemi di allevamento, di riproduzione e di macellazione che hanno moltiplicato esponenzialmente la portata delle sofferenze animali, riducendone in molti casi a zero i momenti di ‘vita’ libera, naturale. 

  La fenomenologia di questi eccidi quotidiani è stata raccontata, con mano letterariamente magistrale, da Jonathan Safran Foer nel suo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Guanda , Parma 2010, pp. 363, euro 18), ma è facile intuire che atteggiamenti collettivi così diffusi e così inveterati esigono operazioni di scandaglio e di destrutturazione ancor più radicali. E’ quanto offre, tra altri autori interessati alla questione, il filosofo Alberto Giovanni Biuso nel suo recentissimo Animalia (Villaggio Maori Edizioni, Valverde-Catania 2020, pp. 184, euro 16), con un testo impegnativo teoreticamente che vale per intero la concentrazione mentale, e direi spirituale, che esige. 

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lunedì 14 settembre 2020

RISPOSTE A DOMANDE PRECISE : LA PROVOCAZIONE DEL VESCOVO SPONG

 

www.zerozeronews.it

14.9.2020

 

LA RIFORMA DEL GALLO. UN GIORNO IL GALLO FARÀ LE UOVA ?

 

Con questo titolo mi è stato ‘taggato’ su Facebook un intervento  di Salvo Di Pietra a commento di una recensione da me pubblicata su questo sito (https://www.zerozeronews.it/la-rivoluzione-teologica-del-vescovo-spong/). Trascrivo il messaggio cortesemente inviatomi:

 

“In questi giorni sale alla ribalta, tra cattolici progressisti, il pensiero di un vescovo della chiesa episcopale statunitense (fondata nel XVIII secolo, distaccata dalla Chiesa anglicana ma parte della Associazione Comunione anglicana in piena comunione con la Chiesa evangelica luterana in America), John Shelby Spong. Mantenendo la tradizione e la teologia anglicana, la Chiesa episcopale si considera una via media, fra il cattolicesimo e il protestantesimo. Del suo pensiero Augusto Cavadi fece una sintesi, come suo solito, chiara ed essenziale, con lo scopo, da ciò che si evince dal suo articolo, di sottolineare che anche una chiesa può riformarsi, autocomprendersi attraverso una lettura demitizzante della Bibbia ed in particolare dei vangeli (non è certo il primo).

Tanti cattolici "progressisti" si rifanno a Spong per dimostrare che anche la Chiesa Cattolica Romana può riformarsi, prova ne è la Chiesa pentecostale statunitense nella forma pensata da Spong.

Chiedo ad Augusto Cavadi, intellettuale che stimo per lucidità ed onestà intellettuale: 

-Lei crede, al di là di giudizi di valore dell'una o altra visione (non le sto chiedendo cosa ritiene più giusto, più auspicabile) che la Chiesa Cattolica romana possa abbracciare nel tempo una teologia di questo "tenore contenutistico"?

Lei ritiene che sia ragionevole solo immaginare che la Chiesa cattolica possa muoversi verso una trasformazione così radicale, che nega una Tradizione bimillenaria, il suo creduto, il suo impianto dogmatico e strutturale?

Lei non ritiene, come me, che una tale trasformazione possa decretare la fine del Cattolicesimo fin dalle fondamenta su cui si sostiene da due millenni o 1900 anni (uno fra tutti ministero ordinato depauperato dai suoi tratti essenziali, ministero ordinato sul quale tutto si fonda nel Cattolicesimo)?

Non ritiene, come me, che sia legittimo ai credenti agognare una chiesa sempre più aderente ai principi evangelici, al suo messaggio essenziale, ma che un cattolico che vuol considerarsi tale non può abbracciare tali ipotesi senza rinnegare il Cattolicesimo stesso e considerarsi fuori da ogni orizzonte del Cattolicesimo cattolico romano?

E concludo: Non le sembra ovvio ed evidente anche a lei che il pensiero di Spong sia assolutamente fuori dall'orizzonte del Concilio Vaticano II  e dalle intenzioni di papa Francesco, che pur richiamando ad un ritorno al vangelo e alla lotta al clericalismo mai si sognerebbe di avallare la teologia di Spong?

Ritiene Lei possibile che un giorno il gallo possa fare le uova?”.

 

Sulla scia del mio ‘maestro’ san Tommaso d’Aquino, il cui metodo mi ha aiutato a fuoriuscire dal cattolicesimo nel quale lo avevo conosciuto, proverò a rispondere, sia pur sinteticamente, a ciascuna domanda. (Attribuire a un ex-cattolico la qualifica di ‘progressista’ non ha molto senso, come non lo avrebbe attribuirmi la qualifica di ‘conservatore’. Se volete sapere cosa pensi su queste tematiche un “cattolico progressista” chiedete a un…”cattolico progressista”).

Alla prima: non so rispondere. La Chiesa cattolica, in venti secoli, è stata capace di  capovolgere più volte delle tesi da essa affermate come irrinunciabili: non so se arriverà a sposare queste tesi di Spong, ma se fra un secolo dovesse avvenire non me ne stupirei (ammesso che tra un secolo mi trovi nelle condizioni ontologiche di potermi stupire di qualcosa).

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sabato 12 settembre 2020

ANDREA CAMILLERI E' SCIVOLATO SU UNA 'BOLLA' ?



“ADISTA – NOTIZIE”

12. 9. 2020

 

 

ANDREA CAMILLERI E’ FINITO IN UNA ‘BOLLA’ ?

 

Dopo l’unificazione d’Italia (1861) vari autori individuano nella Chiesa cattolica l’agenzia culturale più responsabile del degrado morale delle regioni meridionali. A suffragio della tesi viene addotta la consuetudine, che perdura per quattro secoli dal Quattrocento al 1915, delle “Bolle di crociata” o di “componenda” a cui Andrea Camilleri dedica nel 1993 un pamphlet - intitolato, appunto, La bolla di componenda (Sellerio, Palermo) – che verrà più volte ristampata negli anni. Di che si trattava? Ogni anno il papa elencava una serie di dispense di carattere religioso che i fedeli potevano acquistare secondo un preciso tariffario: per esempio l’esenzione dall’obbligo del digiuno quaresimale o, per chi avesse commesso un furto,  la possibilità di trattenere per sé una parte della refurtiva (a patto che il resto fosse restituito al proprietario o, in caso di impossibilità, utilizzato a favore della collettività). 

Sulla scia degli autori ottocenteschi Camilleri si scaglia contro questa istituzione stigmatizzandola come con-causa della religiosità idolatrica dei meridionali e della mentalità mafiosa. 

Don Francesco Michele Stabile, uno degli storici maggiormente esperto sulla tematica, interviene con un denso volume (Chiesa madre, ma cattiva maestra? Sulla ‘bolla’ di Andrea Camilleri, Di Girolamo, Trapani 2020, pp. 232, euro 15,00) per denunziare quella che ritiene, nonostante “le legittime intenzioni di Camilleri di trovare le ‘cagioni’ dei mali siciliani, e non solo siciliani, un’ambigua operazione di mistificazione della verità”. Infatti, almeno in questo caso,  nell’animo di Camilleri il letterato prende il sopravvento sul ricercatore scientifico e inanella una serie di falsità oggettive: che nessuno ha mai visto una bolla di componenda cartacea a causa dell’occhiuta omertà ecclesiastica; che ogni bolla assolveva da reati futuri come fosse un’agenzia assicurativa che rilasciava polizze contro i fulmini divini; che gli introiti della vendita dei privilegi finissero nelle casse della Chiesa. Don Stabile – che in tutta la sua lunga produzione storiografica ha evidenziato costantemente le responsabilità della gerarchia cattolica per il ritardo con cui ha preso coscienza della “gravità dei mali sociali dell’isola e del pericolo mafioso” – da storico, questa volta, contesta punto per punto le tesi di Camilleri. Introvabile una sola copia della ‘bolla’? No, ce ne sono diverse e Stabile ne pubblica in appendice una del 1847 proclamata da papa Gregorio XVI (pp. 194 – 202). Le bolle assolvevano preventivamente dai reati futuri? Falso. Come si legge in una di esse, la “composizione” era possibile solo nel caso in cui  il colpevole di furto non conoscesse “il Padrone a cui legittimamente possa restituirsi” la refurtiva e “colla condizione, che non abbia fatto questi guadagni colla fiducia di quietare il rimorso della sua coscienza con questa Bolla di composizione perché in tal caso deve restituire interamente alla S. Crociata in sussidio delle spese contro gl’infedeli”. Il ricavo della vendita degli indulti andava alla Chiesa? Falso anche questo: Camilleri “non accenna che i soldi della Bolla erano appannaggio dello Stato e non dei preti”. 

  Insomma don Stabile avrebbe desiderato che l’illustre conterraneo – purtroppo scomparso prima che la monografia storica venisse stampata – avesse presentato “la fonte in questione, cioè la Bolla, nella sua verità con i suoi limiti e rischi, ma senza pregiudizi, tenendo conto del contesto storico e culturale in cui nacque. Una lettura non fuorviante, anche se non gradita. Può anche non piacere questo vecchio connubio tra Chiesa e Stato, e neanch’io ne sono entusiasta, ma faccio lo storico e devo teneree conto sia del testo che del contesto”. “Camilleri fa il romanziere e non lo storico” – conclude don Stabile – “per cui può spacciare come verosimile un suo intrigante giallo su una Bolla misteriosamente scomparsa”. Egli stesso lo confida verso la fine del saggio: “Mi sono abbandonato alla fantasia, all’invenzione, e forse è un atteggiamento disdicevole in un contesto tanto serio”. 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

giovedì 10 settembre 2020

PIU' CHE REGIONE, MENO CHE NAZIONE


“Gattopardo” (Sicilia)

Agosto 2020

 

Un’isola non abbastanza isola

 

Polizzi Generosa - una cittadina sulle Madonie da cui ci si affaccia su un panorama incantevole – ha dato i natali a un intellettuale poliedrico (docente, poeta, narratore, critico letterario, politologo) vissuto a cavallo fra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento: Giuseppe Antonio Borgese.   La Fondazione a lui intestata ha ripubblicato un suo testo del 1933 destinato a presentare brevemente la Sicilia e i siciliani ai turisti. 

L’incipit è fulminante: “Un’isola non abbastanza isola: in questa contraddizione è contenuto il tema storico della Sicilia, la sua sostanza vitale”. Infatti è sì un’isola, ma “lo stretto di Messina che la separa dal continente nel suo punto più angusto non raggiunge i quattro chilometri” e “anche la separazione dall’Affrica [sic !], ben più vasta, ma non enorme (ottanta miglia)”, è geologicamente recente. Anche storicamente, la Sicilia ha avuto ed ha con il continente africano (pensiamo ai Cartaginesi e poi agli Arabi) e con la penisola italiana (vedi le vicende risorgimentali che portarono all’unificazione nazionale, senza mai riuscire a zittire le aspirazioni indipendentistiche) un rapporto travagliato: un perenne “nec tecum nec sine te vivere possum” (“non riesco a vivere né con te né senza di te”) che sintetizza il “destino umano” di quest’isola mediterranea. 

         Ma la matrice più influente della civiltà siciliana è stata greca. Dionigi il Vecchio, tiranno greco-siculo,  fece di Siracusa – fra il quinto e il quarto secolo avanti Cristo – “la maggiore città d’Europa”. Poi Roma conquistò l’isola che, però, non adottò il latino e mantenne la lingua greca (e in alcuni casi l’arabo) sino a quando, con Federico II e gli Svevi, non inventò il neo-latino: insomma, la Sicilia, essendo diventata “a un tratto neo-latina” “quasi senz’essere stata latina”, è “il luogo unico dove l’italianità fiorisce direttamente dal tronco ellenico”. I siciliani sono figli più di Atene che di Roma. Una conferma viene dall’architettura: “sarebbe esagerato dire che chi vuol vedere la Grecia vada in Sicilia”, ma “la visione della Grecia, se non vi s’aggiunga la Sicilia, è mutila”.  

        Con queste radici, e con questa storia, si capisce perché i siciliani ogni tanto sognano l’autarchia. Ma, per fortuna o per sfortuna, non ci riescono e certe aspirazioni restano velleitarie: “meno che nazione, la Sicilia è più che regione; non un frammento d’Italia, ma sua integrazione e aumento”. L’Italia, insomma, non sarebbe tale senza la Sicilia: solo alcuni connazionali meno evoluti culturalmente possono ostinarsi a dimenticarsene, ricordandosene solo quando decidono di trascorrere le vacanze in zone salubri e accoglienti. O quando intendono raccattare un po’ di consensi elettorali per rafforzare i propri schieramenti partitici. 

 

  Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com 

martedì 8 settembre 2020

SARA SCARAFIA INTERVISTA DON COSIMO SCORDATO: "DOPO 35 ANNI LASCIO L'ALBERGHERIA"


Nella foto in alto (al termine dell'ultima celebrazione eucaristica presieduta da Don Cosimo nella chiesa di San Francesco Saverio all'Albergheria, domenica 6 settembre 2020, alle ore 19): Cosimo, io e Massimo Messina (il nostro amico - più giovane -  che continua a dirigere uno dei due centri sociali del quartiere avviati da Scordato: l'associazione "Parco del Sole").
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“Repubblica – Palermo”

06 settembre 2020

 

INTERVISTA A DON COSIMO SCORDATO

 

di SARA SCARAFIA

 

Prima di celebrare stasera alle 19 la sua ultima messa come rettore di San Francesco Saverio, la chiesa che ha "fondato" 35 anni fa nel cuore dell'Albergheria, inaugurerà la "casa della salute", un progetto finanziato in gran parte dal Rotary e messo su con le maestranze del quartiere, che garantirà visite specialistiche gratuite. Un ambulatorio dopo la trattoria, la gelateria, la pizzeria e l'impresa di pulizia nate dalla consapevolezza che se la Chiesa non promuove il riscatto sociale rischia di fallire. Se lo chiami prete di frontiera, padre Cosimo Scordato, 71 anni, dice che preferisce "prete local": "Le parrocchie devono riscoprire la loro vocazione territoriale, andare lì dove è la gente". Stasera per la messa sarà montato un maxi schermo in piazza e la sua immensa comunità ha già preparato i fazzoletti. Scordato se ne va senza cedere il testimone. L'arcivescovo Corrado Lorefice, che stasera non sarà in piazza San Saverio, non ha ancora scelto il successore e nell'attesa manderà "a turno alcuni sacerdoti" fanno sapere. Il primo pare sarà Carlo Cianciabella, un prete quarantenne che è parroco a Villagrazia di Palermo, e al quale Scordato sarebbe felice di lasciare il timone.
Padre Cosimo, perché lascia l'Albergheria?
"Perché il quartiere ha bisogno di un cambiamento. Quando un progetto cammina sulle proprie gambe bisogna avere il coraggio di lasciarlo andare. E San Saverio è un grande progetto collettivo - penso a Nino Rocca, Maria Di Carlo, Augusto Cavadi, Maria Pia Giordano, don Francesco Stabile, Michela Alamia, Massimo Messina e tanti altri - che oggi conta su una comunità matura".
Scordato che il 30 settembre compirà 72 anni - alla festa dei 70 anni in chiesa c'era pure l'amico Francesco De Gregori - ha svuotato la sua casa nel quartiere e donato alle biblioteche dei seminari e a quella dell'Abatellis migliaia di volumi. Mentre passeggia tra l'Albergheria e Ballarò è un continuo fermarsi per un saluto e una domanda: "Non sparisci vero?".

Cosa farà?
"Continuerò a insegnare alla facoltà teologica. Mi prenderò un periodo sabbatico e poi cercherò una chiesa tra Palermo e Bagheria, la mia città, per dare una mano e celebrare. All'Albergheria verrò, da amico".
Che quartiere era l'Albergheria 35 anni fa?
"Quando misi gli occhi su questa chiesa era quasi chiusa. Il quartiere era difficile, come del resto lo è oggi, ma allora metteva paura: non c'era niente. Ci veniva padre Pino Puglisi a fare formazione con i ragazzi della federazione universitari cattolici: e lui ci spinse a insediarci. Nel 1986 la inaugurammo con il cardinale Pappalardo che ci diede la missione di trasformarla in un posto dove si coltivasse la preghiera, la cultura e la promozione sociale. Noi ci muovemmo come esploratori".
Cosa faceste?
"Volevamo conoscere il quartiere. E quando Donatella Natoli aprì il distretto socio sanitario ci aiutò a individuare le emergenze: dall'infanzia alla salute, dalla casa al lavoro. Così partirono i progetti che poi sono diventati impresa sociale, come la trattoria".
Per aprire il ristorante "Il vicolo" mise soldi di tasca sua?
"Mettemmo in cinque una quota per la ristrutturazione, poi il progetto andò avanti con le forze del quartiere. E oggi va bene, anche se è disturbato dall'abusivismo che regna intorno. Dal 14 settembre il mercato dell'Albergheria dovrebbe essere finalmente regolamentato dopo un lavoro di mediazione durato anni".
Se dovesse scegliere tre momenti che raccontino questi 35 anni?
"Quando nel 1988-1989 c'erano 120 bambini al centro sociale e nessuno in strada. Quando negli anni Novanta, dopo l'ennesimo crollo, facemmo diversi giorni di sciopero della fame per l'emergenza casa qui in piazza. Quando nel 2014 si laureò Mario in Ingegneria, il primo laureato tra i nostri ragazzi. L'ultimo, il settimo, Giovann Battista, si è laureato a luglio in Scienze della formazione. Ad ogni laurea le campane della chiesa suonano a festa".
Che ricordi ha dello scandalo pedofilia che negli anni Novanta sconvolse il quartiere?
"Un giorno, dopo la messa, facemmo una marcia spontanea fino a Santa Chiara per dire a padre Meli e agli altri che c'eravamo. Ci trovammo impreparati a gestire una cosa così grande e grazie al professore Giovanni Fiandaca organizzammo un convegno che mise tutti attorno a un tavolo e finalmente la procura dialogò con la procura dei minorenni".
Che quartiere è oggi l'Albergheria?
"Un quartiere difficile dove la droga è tornata a girare e a essere considerata un lavoro. Un quartiere che ha avuto un piccolo ristoro dal reddito di cittadinanza, ma al quale serve un progetto. Molte luci sono state accese, bisogna continuare".
E Palermo? Come sta?
"È una città che è cambiata profondamente ma non ha un progetto di sviluppo. Trentacinque anni fa l'emergenza era la mafia, una mafia prepotente e radicata. Oggi la mafia c'è ancora ma l'emergenza è la mancanza di un modello di sviluppo che dovrebbe partire da un'analisi quartiere per quartiere".
Chi dovrebbe farla?
"Le istituzioni, compresa l'Università che dovrebbe aprire le sue porte al territorio e dialogare con la politica. Sull'Albergheria facemmo un'indagine conoscitiva tra gli altri con le docenti di statistica sociale Enza Capursi e Ornella Giambalvo. Ma poi non è arrivato il modello di sviluppo".
Palermo è una città accogliente?
"Idealmente sì. Ma c'è molta idealità e poca progettualità: perché non si riescono a integrare i migranti in progetti sociali come la pulizia, per esempio?". Poco lontano dalla chiesa una donna nera rovista nella spazzatura in pieno giorno.
Che sindaco è stato Orlando?
"Passo. Anzi no, una cosa la dico".
Prego.
"Ha la stoffa di un buon politico, ma forse anche lui dovrebbe passare la mano".
E l'arcivescovo Corrado Lorefice?
"Persona ottima e culturalmente aperta, ha solo qualche difficoltà a mantenere i contatti con il clero locale".
Le dispiace che stasera non ci sarà?
"So che è impegnato altrove. Se venisse farebbe piacere a me e alla gente".
De Gregori verrà?
Ride. "Ma no! Sarà semplicemente un passaggio di consegne".
Palermo ha una speranza?
"Sì. Ma deve raccogliere tutto quello che ha: creare una grande assemblea dal basso che metta insieme quello che si muove nei quartieri. Un'assemblea che dialoghi con le istituzioni, che a loro volta dovrebbero dialogare con l'università perseguendo un modello di sviluppo che parta dai bisogni dei territori".
Nelle sue omelie ha preso posizione sui diritti civili, dalle unioni omosessuali all'eutanasia. A che punto è il cammino della Chiesa in questa direzione?
"Si va avanti nonostante le resistenze di alcune frange. Dio vuole l'uomo libero e nessuna regola può valere più della propria coscienza".
Le mancherà l'Albergheria?
Silenzio. "È dentro il mio cuore". All'Albergheria manca già.

 


domenica 6 settembre 2020

L'EPIDEMIA OGNI TEISMO PORTA VIA?


“Viottoli”

Luglio 2020

 

LA PANDEMIA OGNI TEISMO PORTA VIA ?

 

La pandemia planetaria del covid-19 ha risvegliato forme di devozione religiosa dormienti, ma ha anche accentuato – in altri – l’esigenza di approfondire la riflessione sulla crisi del “teismo”. L’instant book (disponibile in formato elettronico e cartaceo) La goccia che fa traboccare il vaso. La preghiera nella grande prova , a cura di Paolo Scquizzato ed edito nella primavera del 2020 dalle edizioni Gabrielli, raccoglie alcune considerazioni di autori vari su queste tematiche, in continuità – più o meno esplicita – con i volumi della collana Oltre le religioni pubblicata dalla medesima casa editrice. In questa raccolta di testimonianze si respira un’aria di famiglia impregnata di insoddisfazione per la teologia ereditata e di ricerca di una spiritualità più autentica, in sintonia con ciò che avviene nel mondo della scienza, della società, dell’arte e – conseguentemente – nel cuore di ciascuno di noi. 

A molte persone, rispetto alle quali nutro simpatia e desiderio di comunione,  questa atmosfera culturale/psicologica/esistenziale risulta sufficiente per costituire una base d’intesa, di ‘con-cordia’, di complicità affettiva. Anch’io sono convinto che questo livello di consonanza sia prezioso, riguardi l’essenziale. Tuttavia sarei insincero se non mi riconoscessi in quella sparuta minoranza di persone che,  per carattere o educazione o professione, avvertono l’esigenza intellettuale di precisare i significati delle parole nella convinzione che la dimensione ‘spirituale’ superi, senza trascurarla bypassandola, la volontà di verità. E che una certa chiarezza concettuale (imperfetta quando si tratta di tematiche oltre-che-fisiche), per quanto sul momento possa risultare spoetizzante, alla lunga abbia i suoi vantaggi anche sul versante della vita. 

 

Che significa esattamente ‘teismo’

"Per teismo s'intende la concezione di Dio, tramandata dall'antichità, che tuttora fa da fondamento all'impianto religioso del cristianesimo: la credenza in un Essere supremo trascendente, invisibile, eterno, creatore e sostentatore di tutta la realtà, dotato di onnipotenza, onniscienza, perfetta santità e benevolenza, che interagisce personalmente con gli esseri umani”: così l’a me tanto  caro don Ferdinando Sudati che, del ‘post-teismo’, è uno degli apostoli più miti e attivi nel nostro Paese [1].

Ciò che, attualmente, penso è che questa formulazione rappresenti un Dio inaccettabile se letta in un determinato registro, ma non altrettanto inaccettabile se letta in altri registri. Nell’impossibilità di un’analisi completa, mi limito a qualche flash che possa avviare, piuttosto che definire, la questione.

 

L’antropomorfismo biblico

 Non è il caso di spendere molte parole per rifiutare una lettura antropomorfica del divino così come ci viene ripresentata nei libri del Primo e del Secondo Testamento: un Dio che si adira, sceglie, condanna, aiuta, punisce, si pente…Tuttavia non va sottovalutata l’opinione –  espressa fra gli altri da Vito Mancuso – che, nell’immaginario collettivo inconsapevole (se non addirittura inconscio) dei cristiani,  Dio sia tuttora  il Deus rappresentato magnificamente da Michelangelo nella cappella Sistina[2].

 

La trascendenza

Il Dio del teismo è trascendente, dunque ‘altro’ rispetto all’universo sperimentabile e misurabile. Nessuno di noi, sin da quando ha imparato da bambino la preghiera di Gesù (“Padre nostro che sei nei cieli…”), ha potuto fare a meno di identificare trascendenza e ‘esternità’. Anzi, adottando il vocabolario di Jung, si potrebbe considerare l’equivalenza “cielo= sede del divino” come un archetipo universale. 

Ma questa “immagine” della trascendenza avvicina o allontana dalla nozione filosofico-teologica corrispondente? A me pare che la nozione di trascendenza sia prigioniera di quegli stessi simboli originariamente elaborati per veicolarla. “E’ abbastanza naturale “ – ha scritto Joseph de Finance – “che l’intervallo assoluto che ci separa dal Tutt’altro ci si presenti dapprima sotto la figura familiare di ciò che, all’interno della nostra esperienza, ci separa da esseri che noi giudichiamo superiori: il Padre, il Re, il Cielo…Occorre un pensiero già esercitato per distinguere esplicitamente l’infinito dal grandissimo, ciò che sfugge ad ogni misura da ciò che eccede il nostro potere di misurare. Ad una coscienza religiosa ancora rudimentale l’Assoluto si presenterà dunque sotto dei volti la cui inadeguatezza ci sembra evidente. Non bisogna arrestarsi però a ciascuna di queste espressioni come se essa formasse, da sé sola, un senso compiuto; bisogna invece interpretarle attraverso il movimento che le ha suscitate, che le porta, le anima, dona loro un senso, e che le fa rifiutare via via che esse manifestino la loro insufficienza in rapporto ad un’esigenza sempre meglio percepita. E’ come se il loro ruolo fosse quello di rivelare al pensiero religioso, in ciascuna delle sue tappe, mediante questa reazione di rigetto, la vera portata del suo slancio. Bisogna che il pensiero esista, e prenda figura, perché esso possa superarsi. Ma esso deve superarsi, altrimenti la figura diventa un ostacolo ed uno schermo, e lo slancio religioso affonda o si smarrisce”[3]. Sì, affermare la trascendenza divina significa che “Egli è al di là, al di sopra”, ma “come la sorgente e il fondamento di tutto”[4]. E’ proprio per questa ragione che “vi è al fondo di ogni essere in quanto essere, e più in particolare al fondo di ogni spirito in quanto spirito, un’intima affinità con Lui  - non rappresentabile, non esprimibile in concetti proporzionati – che assicura alle nostre affermazioni su Dio il sovrappiù di significato necessario alla loro verità. Se noi vogliamo portare in chiaro questo sovrappiù, non lo possiamo che per mezzo di termini che, a loro volta, attingono nell’indicibile il loro sovrappiù di senso; e così di seguito”[5]. Insomma: la nozione ‘comune’ di trascendenza esige di essere continuamente… trascesa.

  Se vogliamo pensare l’Impensabile con l’aiuto di metafore tratte dalla nostra esperienza mondana, potremmo riferirci a una canzone di John Lennon. Dei marziani che atterrassero sul nostro pianeta il giorno dopo un disastro nucleare totale potrebbero trovare un cd con Immagine del cantante inglese. Si dedicherebbero, molto comprensibilmente, a capire di cosa sia fatto un cd; ad analizzarne i materiali, la struttura chimico-fisica, le fasi in cui si è snodato il relativo processo produttivo e così via. Uno di loro potrebbe sostenere, a ragione,  che con tutte quelle ricerche – in sé preziose – non si attinge  il proprium  di quella canzone in quanto ‘trascendente’ il metallo del disco: vero. Ma “dove” , se non nel disco,  lo si potrebbe rintracciare? Eppure tale ‘immanenza’ non solo non escluderebbe, ma anzi presupporrebbe, una qualche irriducibilità ontologica fra i contenuti noetico-estetici e il supporto materiale che li veicolano. 

Dagli anni del liceo mi sono abituato a pensare – non a immaginare – così la trascendenza di Dio: ero post-teista ‘anonimo’ o ultra-teista? Sta di fatto che gli attacchi contro un Dio ‘esterno’ al mondo non riescono a scandalizzarmi: un Dio unilateralmente trascendente (o, peggio, spazialmente tale) ho smesso di concepirlo già da quando, a sedici anni, a scuola, sant’Agostino ci parlava di un Dio “all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (interior intimo meo et superior summo meo:  Confessioni, III,6,11).

 

 

La personalità

Oltre che trascendente, il Dio del teismo “interagisce personalmente con gli esseri umani”: dunque è, in qualche modo, un ‘soggetto’ con cui si può interloquire in una relazione bi-univoca. 

Ammettiamo che il Dio post-teista non sia, non possa essere concepito, come trascendente nell’immanenza: ciò comporterebbe, inesorabilmente, la negazione di ogni sua ‘personalità’? 

Alcuni, come Eugen Drewermann, non lo ritengono. La sua posizione  mi pare interpretabile come exemplum di un rifiuto del teismo=trascendente ma non del teismo=personalità. Ascoltiamo la risposta da lui data nel 1991 a chiusura di un’intervista con un giornalista della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”: “Credo in Dio in due modi. Da un lato ritengo che le scienze naturali siano sul punto di delineare anche un nuovo quadro del pensiero teologico. Esse rendono evidente la necessità di rispettare un sistema auto-organizzantesi. Non è più possibile parlare dello spirito e della materia così come eravamo abituati nell’Occidente cristiano. Riconosciamo che lo spirito è un carattere strutturale di tutti i sistemi complessi. Attraverso l’evoluzione il senso nasce da sé. In tal senso Dio è qualcosa che si sviluppa nel mondo e col mondo. Questo è un concetto che rinvia al panteismo, un concetto di grande poesia e creatività, ma anche di saggezza, nel quale la coesistenza degli uomini con le creature che sono loro vicine viene concepita ex novo. [...] L’altro punto è il seguente: non è più possibile rimuovere l’angoscia originata dal fatto che gli esseri umani sono diventati individui. Fa parte di noi, della nostra personalità e della nostra libertà, della nostra capacità di riflettere su noi stessi. Credere in un Dio personale ritengo sia un postulato importantissimo che risponde all’angoscia dell’uomo. Penso che questo fosse ciò che Gesù intendeva quando voleva incoraggiarci a camminare sulle acque e a sentire che l’abisso può sostenerci, purché abbiamo fiducia. Queste due immagini di Dio – quella del Dio personale e quella dello Spirito che si sviluppa in termini evolutivi nel senso della teoria dei sistemi – sono in effetti antitetiche. Ma penso che la vecchia dottrina cristiana della Trinità possa essere in grado di collegare insieme questi due poli”[6]. Aggiungo subito che il ricorso alla “vecchia dottrina cristiana della Trinità” – la via seguita anche da Vito Mancuso[7] - non mi convince; ma, prima della soluzione, mi sembra importante sottolineare l’istanza di una relazione con il Divino nella quale non si riconosca al micro-partner (l’essere umano) una consapevolezza che non si ammette nel macro-partner (il Tutto “onni-abbracciante”).

Già da decenni pensatori non proprio conformisti come Hans Küng hanno provato – ovviamente lasciandosi alle spalle l’antropomorfismo ingenuo popolare come l’antropomorfismo più raffinato del Catechismo cattolico – a scavare dentro queste categorie, anche alla luce di antiche intuizioni teoretiche e mistiche,   offrendone un’interpretazione (tendenzialmente almeno) conciliabile con la cultura contemporanea. Il teologo svizzero propone la categoria della “transpersonalità” e di “superpersonalità”: “Dio non è certamente una persona nel modo in cui lo è l’uomo: l’Onnicomprensivo e Onnipervadente non è mai un oggetto da cui l’uomo possa distanziarsi per esprimersi su di lui. Il fondamento, il sostegno e il fine originario dell’intera realtà, che determina ogni singola esistenza, non è una persona particolare tra le altre persone, non è un super-uomo o un super-io. Anche il concetto di persona è una cifra per indicare Dio: Dio non è la persona suprema tra altre persone. Egli trascende anche il concetto di persona: Dio è più che persona. […] Un Dio che giustifica la personalità, non può essere egli stesso apersonale. Proprio perché non è una ‘cosa’, proprio perché, come si sostiene in Oriente, non è visibile, disponibile, manipolabile, Dio non è neppure im-personale o infra-personale. Dio trascende anche il concetto di impersonale: Egli non è neppure meno che persona. […] Dio non è qualcosa di neutro, un Es, ma un Dio degli uomini, che provoca la decisione della fede o dell’incredulità: Egli è spirito dotato di libertà creativa, è l’identità originaria di giustizia e amore, un interlocutore che trascende e insieme giustifica ogni personalità interumana. Se si vuole chiamare la realtà primissima e ultimissima con i nomi che le danno le filosofie religiose dell’Oriente (il ‘Vuoto’ o il ‘Nulla assoluto’), si deve anche aggiungere che essa è l’Essere stesso che si manifesta con un’esigenza e una comprensione infinite. Nel caso che si faccia questione di parole, sarà meglio definire la realtà realissima come transpersonale e superpersonale, invece che come personale o apersonale”[8]

 

La numerosa famiglia dei post-teisti

Questi brevissimi cenni a interpretazioni non volgarmente teistiche della trascendenza e della personalità del Fondamento degli esseri non hanno sfiorato altri aspetti della dottrina tradizionale, quali l’onnipotenza e la benevolenza (per non parlare dei tratti patriarcali[9]) : non si possono, di volta in volta, affrontare tutti gli interrogativi, anche se mi pare evidente che la pietra d’inciampo più grave di ogni teismo sia costituita dalla scia di atroci sofferenze che il processo evolutivo del cosmo comporta.  

Qui mi bastava segnalare che tra i post-teisti ci troviamo in tanti. E  tutti legittimamente. Mi piacerebbe, però, che in questa numerosa e variegata famiglia non si annullassero le differenze proprio per rispetto delle identità di ciascuno. A questo desiderio di chiarezza fanno appello anche atei dichiarati: “Io non sono ateo” (spiega un amico a André Comte-Sponville), “credo che ci sia qualcosa, un’energia…”. E il pensatore francese risponde: “Perbacco ! Anch’io credo che ci sia qualcosa, un’energia […]. Ma credere in Dio non è credere in un’energia: significa credere in una volontà o in un amore! Non è credere in qualche cosa; significa credere in Qualcuno! Ed è a questa volontà, a questo amore, a questo Qualcuno […] a cui, per parte mia, non credo”[10]

Poiché è impossibile definire l’atteggiamento concreto di ogni persona (anche Joseph Ratzinger, da giovane, nella sua Introduzione al cristianesimo, sosteneva che in ognuno di noi coabitassero il credente e l’incredulo), propenderei a limitarmi a categorie astratte, a posizione teoriche idealtipiche. Esiste l’ateismo (nell’accezione  comune di affermazione dell’inesistenza di Dio comunque concepito); esiste l’agnosticismo (nell’accezione  - per esempio di un Luigi Lombardi Vallauri che preferisce definirsi apofatico[11]  – di sospensione di qualsiasi affermazione sull’esistenza o sull’inesistenza di Dio); esiste il  panteismo (come lo abbiamo visto brevemente pennellato da Drewermann); esiste il panenteismo (che Vito Mancuso ha efficacemente proposto soprattutto nel suo trattato già citato)…

A scanso di equivoci, lo voglio ribadire in chiusura: miliardi di persone non avvertono nessuna esigenza di collocarsi all’interno di una di queste etichette. Anzi, per dirla tutta, ne sono pure infastidite. Se la messa tra parentesi di queste tematiche non impedisce, ma anzi favorisce in loro, l’esperienza dell’amore in tutte le sue valenze (dall’eros all’agape, passando per l’amicizia), sono beati: hanno già l’unum necessarium

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

 



[1] F. Sudati, Cristianesimo senza miti. Fine della fase premoderna in C. Fanti – J. M. Vigil (a cura di), Una spiritualità oltre il mito. Dal frutto proibito alla rivoluzione della conoscenza, Gabrielli, S. Pietro in Cariano 2019, p. 145.

[2] Cfr. V.  Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti, Milano 2015.

[3] J. De Finance, Au-delà de tout. Per un Dio senza antropomorfismi, Ila Palma, Palermo 1984, pp. 24-25.

[4] Ivi , p. 51.

[5] Ivi, pp. 51- 52.

[6] E. Drewermann, La posta in gioco. Verbale di una condanna, Edizioni di Comunità, Milano 1994, pp. 320 – 321.

[7] Cfr. V.  Mancuso, Dio e il suo destino, cit.

[8]  H. Küng Dio esiste?, Mondadori, Milano 1979, pp. 704 – 705.

[9] “Nella nuova religiosità, il rifiuto di un Dio autoritario e legislatore, archetipo ipermaschile che alla fine fa capo ai concetti di dogma e norma, favorisce lo sviluppo della fede in una energia divina benevola e protettrice che avvolge l’universo e guida le nostre vite in modo misterioso. Tale concezione rievoca la provvidenza dei filosofi stoici dell’antichità. Porta inoltre a riscoprire le figure femminili del sacro nelle antiche società, figure tanto combattute dai monoteismi. Certo, non si tratta di venerare le «dee madri» del passato, ma vengono ridate al cosmo le qualità femminili e materne di cui era stato in parte spogliato dalle società patriarcali. Il concetto antico di «anima del mondo» (Anima mundi)  riemerge dal profondo dell’inconscio  collettivo ed esprime benissimo la dimensione femminile del divino attraverso le sue manifestazioni cosmiche” (F. Lenoir, Le metamorfosi di Dio. La nuova spiritualità occidentale, Garzanti, Milano 2005, p. 297). 

[10] A.  Comte-Sponville Lo spirito dell’ateismo. Introduzione a una spiritualità senza Dio, cit., p. 76. 

[11] Cfr. L. Lombardi Vallauri, Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo, Le Lettere, Firenze 2001. 

venerdì 4 settembre 2020

DON COSIMO SCORDATO VA IN PENSIONE: CON LUI SI CHIUDE UNA STAGIONE ECCLESIALE E CIVILE ?


 “Repubblica- Palermo”

4.9.2020

 

DON COSIMO SCORDATO VA IN PENSIONE: UNA DIFFICILE EREDITA’

 

Con la celebrazione eucaristica di domenica 6 settembre (preceduta da un incontro pubblico, sabato 5 alle ore 11, all’interno della Via dei Librai, in via Collegio Giusino, in cui saranno presentati gli ultimi due volumi di don Cosimo Scordato) non è solo il quartiere Albergheria che saluta il rettore della chiesa di san Francesco Saverio, ma in un certo senso tutta la città di Palermo. Grazie al suo carisma di animatore di comunità e di predicatore, infatti, da più di trent’anni le sue messe, a due passi dal mercato di Ballarò, sono state frequentate da persone provenienti da tutte le zone della città e non di rado anche da turisti che ne avevano notizia grazie ai suoi libri e alle varie interviste rilasciate.

Tuttavia sarebbe riduttivo limitare il significato di questo pensionamento da rettore di una chiesa del centro storico a una vicenda biografica particolare, per quanto interessante e degna di memoria. Con don Scordato, infatti, esce dalla scena pubblica ‘ufficiale’ un modello di prete incarnato da diversi esponenti della sua generazione, anch’essi in quiescenza o in procinto di andarci. E questa dimensione simbolica è ancora più rilevante di una decisione personale.

Dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) anche in Sicilia hanno scelto di diventare presbiteri dei giovani che abbracciavano con convinzione la svolta epocale della Chiesa cattolica. In particolare almeno tre indicazioni principali. 

La prima: i cristiani non devono rapportarsi ai concittadini dall’alto di una cattedra, ma come compagni di ricerca e di strada. L’adesione di fede al vangelo non esime dall’imparare con docilità le lezioni della scienza, della filosofia, delle arti, della politica nobile. Don Scordato ha saputo relazionarsi in questa maniera con intellettuali e artisti, professionisti e operatori sociali: con semplicità laica, senza spocchia né malcelato senso di superiorità. Ne sa qualcosa Francesco De Gregori quando, di passaggio da Palermo, chiede al suo amico prete di passare riservatamente una sera in trattoria a parlare di musica. 

Una seconda indicazione: i cristiani sono autorizzati non a farsi giudici di alcuno (sulla base di parametri morali non di rado insostenibili), ma solo a porgere una mano a chi ne faccia richiesta in passaggi problematici dell’esistenza. Sin dalle prime messe a san Saverio la chiesa è stata affollata da persone separate, divorziate, omosessuali, alcoliste: con decenni di anticipo sul magistero di papa Francesco, don Scordato ha mostrato – con le parole e con i gesti d’accoglienza – che il predicatore nomade di Galilea è venuto per i ‘malati’, non per i ‘sani’; per i ‘peccatori’, non per i ‘giusti’. 

Infine, ma non per ultima in ordine d’importanza, la terza indicazione:  la chiesa di Gesù di Nazareth è aperta a tutte e a tutti, ma non indifferentemente. Non senza opzioni preferenziali. Essa non può restare neutrale nella tensione dialettica fra chi possiede molto e chi possiede poco o nulla; fra chi occupa posti apicali nelle istituzioni per corrompere e lasciarsi corrompere e chi vive la politica come servizio di liberazione degli svantaggiati; fra criminali e loro amici, da una parte, e chi mette a rischio la propria vita per contrastare il dominio mafioso. Ne sapeva qualcosa Paolo Borsellino quando, con la massima discrezione, arrivava puntuale per partecipare alle celebrazioni eucaristiche domenicali. 

 L’elenco di ciò che il concilio Vaticano II ha suggerito ai preti come don Cosimo sarebbe troppo lungo da sciorinare. Ma non si può fare a meno di constatare che, dopo la morte di Paolo VI, il lungo ‘regno’ di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI ha deluso molti pastori (che infatti hanno abbandonato la talare) e  attratto al sacerdozio dei giovani caratterizzati, nella maggior parte dei casi, da altre sensibilità, altre motivazioni, altri stili. Si badi bene: non sono in questione limiti soggettivi, peraltro inevitabili in chiunque, ma modi di interpretare la figura e la missione del prete. Nell’attuale generazione dei preti, tra i quaranta e i cinquant’anni, numerosi sono quanti vedono nella mentalità laica, nella fatica della ricerca culturale, nell’impegno sociale (anche rischioso) degli optional rispetto a ciò che ritengono fondante e prioritario: il ruolo di  funzionari di Dio, di amministratori ‘moderati’ di un’Istituzione che non deve scandalizzare nessun fedele.  Con don Scordato, insomma, si chiude una stagione che avuto i suoi protagonisti noti e meno noti e perfino i suoi martiri: don Pino Puglisi in Sicilia, don Beppe Diana in Campania. Per chi non vive di nostalgia per la Chiesa “madre e maestra”, giudice dei peccatori e preoccupata di difendere lo status quo della società da qualsiasi genere di innovazione, resta una sola speranza: che grazie a vescovi come Lorefice a Palermo o Bergoglio a Roma si formino nuove generazioni di preti che spendano le energie (e gli introiti!) secondo la testimonianza di un don Milani: per servire i poveri, senza servirsi di loro.

 

Augusto Cavadi

WWW.AUGUSTOCAVADI.COM