lunedì 4 luglio 2022

CARLO ROVELLI: CONSIDERAZIONI SULLA GUERRA ATTUALE FRA RUSSIA E UCRAINA

 



Rilancio dal mio blog questo testo di Carlo Rovelli (accompagnato da una colomba di Bansky) perché ne condivido ogni parola. Sono convinto che ognuno è un'autorità nel proprio campo e Rovelli non è né uno storico né un politologo né un filosofo: ma, se un fisico dice cose giuste anche in ambiti differenti dalla fisica, meritano di essere conosciute.

"Amo l' America, ma..."

HO CAPITO IL MOTIVO DEL MIO TURBAMENTO


di Carlo Rovelli (*)


Poche volte mi sono sentito come in questo periodo, così lontano da tutto quanto leggo sui giornali e vedo alla televisione riguardo alla guerra ora in corso in Europa orientale. 


Poche volte mi sono sentito così in dissidio con i discorsi dominanti.  Forse era dai tempi della mia adolescenza inquieta che non mi sentivo così ferito e offeso dal discorso publico intorno a me.


Mi sono chiesto perché. In fondo, sono spesso in disaccordo con le scelte politiche e ideologiche dei paesi in cui vivo, ma questo è normale — siamo in tanti e abbiamo opinioni diverse, letture del mondo diverse.   Anche del mio pacifismo, poi, sono poi così sicuro?  Ho dubbi, come tutti.  Allora perché mi sento così turbato, ferito, spaventato, da quanto leggo su tutti i giornali, e sento ripetere all’infinito alla televisione, nei continui discorsi sulla guerra?


Oggi l’ho capito. L’ho capito proprio ritornando col pensiero al periodo della mia prima adolescenza, quando tanti anni fa la gioventù di tanti paesi del mondo cominciava a ribellarsi a uno stato di cose che le sembrava sbagliato. Cos’era stata quella prima spinta al cambiamento?   Non era l’ingiustizia sociale, non erano i popoli massacrati dal Napalm come i Vietnamiti, non era il perbenismo, la bigotteria, l’autoritarismo sciocco delle università e delle scuole, c’era qualcosa di più semplice, immediato, viscerale che ha ferito l’adolescenza di mezzo secolo fa e ha innescato le rivolte di tanti ragazzi di allora: l’ipocrisia del mondo adulto.


L’istintiva realizzazione da parte della limpidezza della gioventù che 


- gli ideali ostentati erano sepolcri imbiancati


- i nobili valori dichiarati erano coperture per un egoismo gretto


 - l’ostentato moralismo, la pomposa prosopopea della scuola, la pretesa autorità delle istituzioni erano coperture per privilegi, sfruttamento e bassezze.


Questo d’un tratto era insopportabile, per gli occhi limpidi di un ragazzo o una ragazza.


Sono passati tanti anni da allora. Il mondo mi appare infinitamente più complesso, difficile da decifrare, difficile da giudicare, di quanto non mi apparisse allora. L’illusione che tutto possa essere pulito e onesto nel mondo l’ho persa da tempo. Ma l’esplosione dell’ipocrisia dell’Occidente in questo ultimo anno è senza pari.


D’un tratto, l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori, il baluardo della libertà, il protettore dei popoli deboli, il garante della legalità, il guardiano della sacralità della vita umana, l’unica speranza per un mondo di pace e giustizia.   Questo canto a quanto l’Occidente sia buono e giusto e quanto gli stati autocratici siano cattivi è un coro in unisono ripetuto all’infinito da ogni articolo di giornale, ogni commentatore televisivo, ogni editoriale. La cattiveria feroce di Putin è additata, ostentata, ripetuta, declamata, all’infinito.  Ogni bomba che cade sull’Ucraina ci ripete quanto la Russia sia il male e noi il bene.


IO SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che una potenza militare abbia attaccato con futili pretesti un paese sovrano, mi aggiungerei al coro se ogni volta l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto in Afghanistan, in Irak, in Libia, a Grenada, a Cuba, e in tantissimi altri paesi. Lo abbiamo fatto ma ora che lo fanno i Russi ci rendiamo conto di quanto sia doloroso, non lo faremo più.”


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che i confini delle nazioni non sono rispettati, e la Russia ha riconosciuto l’indipendenza del Donbas, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho subito riconosciuto l’indipendenza della Slovenia e della Croazia, cambiando i confini dell’Europa, innescando una sanguinosissima guerra civile, e strappando terre alla Yugoslavia.”


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che Mosca bombarda Kiev, ammazzando civili innocenti, adducendo come motivo che Kiev bombardava il Donbas, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato Belgrado, uccidendo cinquemila persone, donne e bambini innocenti, adducendo come motivo che Belgrado bombardava il Kossovo”.


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che la Russia pretende di cambiare il regime politico di Kiev perché questo regime le si ribella, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato la LIBIA, invaso l’IRAK, destabilizzato governi del mondo intero, dal MEDIO ORIENTE al SUD AMERICA, dal CILE all’ALGERIA, dall’EGITTO alla PALESTINA, ogni volta che un popolo votava per un governo troppo poco favorevole agli interessi occidentali, buttando giù governi democraticamente eletti come in Algeria in Egitto o in Palestina, per invece sostenere dittature come in Arabia Saudita quando  fa comodo, anche se i sauditi continuano a massacrare Yemeniti”.


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO che si commuove per i poveri Ucraini, se questo coro si commuovesse anche per gli Yemeniti, i Siriani, gli Afghani e tutti gli altri, con la pelle di tonalità leggermente diversa, invece di lasciare fuori tutti gli altri a marcire.


O forse sarei in disaccordo, ma non così schifato, se semplicemente sentissi dire “siamo i più forti, vogliamo dominare il mondo con la violenza delle armi, per difendere la nostra ricchezza,  e lo domineremo.  Almeno non ci sarebbe l’ipocrisia, almeno potremmo discutere se questa sia o no una scelta lungimirante, e non sia più lungimirante smorzare lo scontro e cercare collaborazione.


E INVECE SIAMO IMMERSI NELLA PIÙ SFRENATA IPOCRISIA. Arriviamo a eccessi che rasentano il surrealismo. I nostri giornali parlano delle ambizioni “imperiali" della Cina e della Russia.  


Ma la Cina non ha praticamente un solo soldato al di fuori dei confini cinesi riconosciuti internazionalmente. La Russia ne ha solo a pochi chilometri dai suoi confini. I più lontani sono in Transnitzia, a poche decine di chilometri dai suoi eserciti. 


Gli Americani hanno cento mila soldati in Europa, hanno basi militari in centro America, in Sud America, in Africa, in Asia, nel Pacifico, in Giappone, in Corea, praticamente ovunque nel mondo. Eccetto in Ucraina, dove però le stavano iniziando. Hanno portaerei nel mare della Cina.  


Chi ha una politica imperiale?  


Dalle coste cinesi si vedono le navi da guerra americane, non credo che da New York si vedano navi da guerra Cinesi. Eppure i nostri giornalisti surrealisti riescono ribaltare la realtà fino a parlare della logica imperiale di Russia e Cina!


Si paventa l’uso della bomba atomica. Ma è l’Occidente l’unico ad aver usato la bomba atomica per affermare con l’estrema violenza il suo incondizionato domino, nessun altro lo ha fatto. 


Si dice che la Cina è aggressiva.  Ma non ha fatto una solo guerra dopo la Corea e il Vietnam, mentre l’Occidente ha fatto guerre in continuazione nel mondo intero.  


Chi è l’impero?


Il pentagono pubblica regolarmente liste di esseri umani uccisi in ogni parte del mondo dai suoi droni.  Riconosce pubblicamente che molti innocenti vengono uccisi per sbaglio. Il New York Times arriva all’orrore di scrivere un lungo articolo per denunciare il fatto che i poveri soldati americani che guidano questi droni da remoto non hanno abbastanza supporti psicologico per sopportare il duro lavoro e lo stress di dover spesso ammazzare innocenti!  Lo scandalo, per il paludato organo di stampa dei padroni del mondo, non è che siano ammazzati innocenti, è che i soldati che ammazzano non hanno adeguato supporto psicologico!


Neppure l’impero Assiro ricordato nell’antichità per la sua violenza era mai arrivato a una simile arroganza e disprezzo per il resto dell’ umanità!  Ma i nostri giornalisti ignorano felicemente che ogni settimana nel mondo qualcuno viene ucciso da droni americani, e ricordano piuttosto  indignatissimi di una persona uccisa dai russi a Londra.Come sono orrendi i Russi!  E via via così…


La Russia si è permessa di commettere anch’essa qualcosa degli orrori che l’Occidente continua a commettere. L’Irak e L’Afghanistan non avevano fatto male a nessuno: l’Occidente li ha invasi e ha fatto molte centinaia di migliaia di morti, nelle due guerre. E si permette di fare l’anima candida con la Russia?


Che lo faccia promettendo di non invadere più nessun paese, di non infilarsi più in nessuna guerra, di non voler dominare il mondo con la violenza.  Allora mi unirò anch’io al coro di condanna dei cattivi Russi.


Abbiamo sentito l’assurdo. Gli Americani invocare la corte internazionale di giustizia, che hanno sempre ostacolato e a cui non hanno aderito. Invocare la legalità internazionale, quando tutte le loro ultime guerre sono state condannate dalle Nazioni Unite e hanno fatto di tutto per esautorarle, compreso non pagare la loro parte.


Amo l’America.  Ci ho vissuto dieci anni. La conosco. La ammiro.  Ne conosco gli splendori e gli orrori. La brillantezza delle sue università, la vitalità della sua economia, la miseria infame dei ghetti neri e dei ghetti bianchi, le sue carceri dove tengono quasi un americano ogni cento, la violenza per noi europei inconcepibile delle sue strade.  


Amo anche l’Europa, dove sono nato. Ho amato quella che mi sembrava essere la tolleranza e la cautela ereditate dalla devastazione della Guerra Mondiale. Ma non posso non vedere come questa parte ricca e potente del mondo stia sempre più chiudendosi su se stessa in un parossismo di violenza contro il resto del mondo.  


Amo l’Occidente, ma per la ricchezza culturale che ha regalato al mondo intero, non per essere diventato dominante con la schiavitù e sterminando interi continenti, non per questa sfrenata violenza e ipocrisia che continuano gli orrori del passato.


Amo anche la Cina e l’India, di cui pure ho visto miserie e splendori.  È stupido discutere su chi sia migliore, come se dovessimo tutti fare la stessa cosa, o come se qualcuno dovesse necessariamente vincere sugli altri.  


Il problema del mondo non è chi deve comandare, che sistema politico dobbiamo adottare tutti.  Il problema del mondo è come convivere, tollerarsi,  rispettarsi, imparare a collaborare.


Il mondo ha diversi miliardi di abitanti. La maggioranza di questi sono fuori dall’Occidente. Ce ne sono in Cina, in India, in Russia, in Brasile, nel resto del Sud America, dell’Africa, dell’Asia. Sono la maggioranza dell’umanità.  Non hanno più simpatia per l’Occidente. Ne hanno sempre meno. Non partecipano alle sanzioni contro la Russia, molti si sono rifiutati perfino di votare la condanna della Russia all’ONU, nonostante fosse ovviamente condannabile. Non perché siano cattivi, perché amino la violenza, o abbiano biechi motivo.  Ma perché vedono la sfrenata ipocrisia dell’Occidente, che riempie il mondo dei suoi eserciti, si sente libero di massacrare, e poi fa l’anima candida se un altro si comporta male.


Il mondo, nella sua vasta maggioranza, vorrebbe che i problemi comuni dell’umanità, il riscaldamento climatico, le pandemie, la povertà, fossero affrontati in comune, con decisioni prese in comune. Vorrebbe che le Nazioni Unite contassero di più.  


È l’Occidente che blocca questa collaborazione, perché si sente in diritto di comandare, perché ha le armi dalla sua, la violenza dalla sua.


Ora l’Occidente si sente inquieto perché la Cina sta diventando ricca, per questo la stuzzica, la provoca, l'accusa di ogni cosa accusabile (e ce ne sono: scagli la prima pietra chi è senza colpe). L’Occidente cerca lo scontro con la Cina.  Vorrebbe umiliarla militarmente prima che cresca troppo e questo diventi impossibile. La classe dominante occidentale ci sta portando verso la terza guerra mondiale. I problemi dell’Ukraina si potrebbero risolvere come alla fine l’Occidente ha voluto risolvere la Yugoslavia: una guerra civile che si trascina da tempo, con interventi militari esterni, che ha portato a una separazione in parti diverse. Ma l'Occidente non vuole una soluzione, vuole fare male alla Russia. Non fa che ripeterlo.


Alla televisione sfilano le facce felici delle riunioni dei leaders occidentali, felici delle loro portaerei, le loro bombe atomiche, le loro armi innumerevoli, trilioni di dollari di armi, con cui si potrebbero risolvere i problemi del mondo, e invece sono usati per rafforzare un predomino violento sul mondo.


E tutto questo colorato delle belle parole: democrazia, libertà, rispetto delle nazioni, pace, rispetto della legalità internazionale, rispetto della legge.  Dietro, come zombi, i giornalisti e gli editorialisti a ripetere.   Sepolcri imbiancati.  Su una scia di sangue di milioni di morti straziati dalle nostre bombe negli ultimi decenni.  Da Hiroshima a Kabul, e continueranno.


(*) https://it.m.wikipedia.org/wiki/Carlo_Rovelli

sabato 2 luglio 2022

LA PEDAGOGIA "DELLA" SOFFERENZA SECONDO ORLANDO FRANCESCHELLI


LA PEDAGOGIA DELLA SOFFERENZA.

INDICAZIONI DA ORLANDO FRANCESCHELLI

Anche se – a giudizio di alcuni – la pandemia da Covid-19 è stata amplificata nel racconto pubblico, in ogni caso ha costituito un dato oggettivo nel biennio 2020 – 2021 (né, al momento in cui scrivo, sembra destinata a tramontare). Essa ha sottolineato anche agli occhi delle fasce benestanti dei Paesi occidentali ciò che in quasi tutto il resto del pianeta è esperienza quotidiana: l’esistenza umana è fragile, esposta a minacce di ogni genere. 

La sofferenza è una buona educatrice? Nei mesi più duri lo si è ripetuto, su un registro linguistico oscillante fra la previsione e l’auspicio: “Alla fine, ne usciremo. E migliori”. Ma il trascorrere del tempo conferma l’opinione più cauta di quanti supponevano – e suppongono – che, dove è in gioco l’essere umano, non scatta nessun automatismo. I fallimenti esistenziali, le malattie psichiche, i dolori fisici…tutto è intrinsecamente ambivalente: può migliorarci o peggiorarci a seconda del nostro atteggiamento di fondo (in genere migliora i migliori e peggiora i peggiori). 

E’ possibile individuare alcune condizioni favorevoli a una “pedagogia della sofferenza” , intendendo il genitivo sia come ‘soggettivo’ (la pedagogia esercitata su di noi dalla sofferenza) che come ‘oggettivo’ (o ‘di argomento’: la pedagogia che possiamo attivare, in noi prima che a vantaggio di altri,  in rapporto alla sofferenza)? Il filosofo Orlando Franceschelli ci prova nel suo Nel tempo dei mali comuni. Per una pedagogia della sofferenza (con Prefazione di Telmo Pievani, Donzelli, Roma 2021, pp. 155, euro 18,00): 

Sopportare la sofferenza per quanto si deve, ridurla per quanto è possibile, conoscere-apprendere quanto di più prezioso essa può insegnarci: la pedagogia della sofferenza educa a non sottovalutare nessuno di questi aspetti della nostra interazione con i pathemata senza redenzione” (p. 111). 

Vediamo, più attentamente, di cosa si tratta.

Sopportare tutto, e solo, ciò che va sopportato

“Sopportare la sofferenza per quanto si deve”: già, infatti non tutte le sofferenze sono inevitabili e dunque da sopportare pazientemente. Molti mali vengono a noi mortali da altri mortali più forti fisicamente, più astuti, più spregiudicati, più prepotenti, più spietati, più egoisti: sono i mali che le strutture economiche, le istituzioni giuridiche, i meccanismi politici, le tradizioni culturali…cristallizzano e perpetuano nella storia. Sono quei mali a cui i grandi riformatori – dai profeti biblici a Gandhi, Che Guevara, Martin Luther King, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (per citare quasi a caso e comunque nel limitato orizzonte di un occidentale) – ci hanno insegnato a ribellarci, facendo leva sull’indignazione individuale e soprattutto sulla mobilitazione di più o meno ampi aggregati sociali. 

Tuttavia, al netto delle sofferenze che l’uomo-lupo infligge all’altro uomo (specie se agnello), l’esistenza umana rimane marchiata da limiti ontologici insuperabili, di cui il decesso fisico è sintesi e cifra. Lo aveva notato già Agostino d’Ippona: nasciamo e di questo moriamo (anche se, abitualmente, ci diciamo che l’uno è deceduto per un incidente sul lavoro, l’altra per un male inguaribile, l’altro ancora nel corso di una rapina in banca). Eppure, oggi, alcune correnti teorico-tecnologiche sembrano voler negare l’ineluttabilità di questi limiti costitutivi dell’esistenza umana. Franceschelli denomina, complessivamente, “futurismo dei vincitori” queste varie correnti che si presentano sia nella versione 

forte del controllo tecnocratico di esseri viventi e ambiente (bio- e geo-ingegneria)” (p. 114) 

sia nella versione

gentile che comunque predilige prospettare e promettere miglioramenti futuri invece di curare le attuali ferite e contrastare efficacemente ingiustizie e privilegi che ne sono la causa. Finendo così per favorire comportamenti individuali e strategie etico-politiche che sono l’esatto opposto teso a migliorare noi stessi e la società anche mediante un serio confronto col problema della sofferenza” (pp.114 – 115). 

Ci muoviamo, insomma, sul filo d’acciaio steso su un burrone: da una parte si può cadere nel “dolorismo” (p. 8) di cui non di rado le religioni monoteistiche – influenzate da certe correnti dello Stoicismo1 - sono state agenzie educative (contribuendo alla passiva e inerte rassegnazione di intere generazioni di fedeli davanti a situazioni di sofferenza che, con blasfema narrazione, attribuivano alla volontà divina stessa); dall’altra si può precipitare nel super-omismo di chi interpreta la nietzschiana volontà di potenza come ineluttabile processo di auto-divinizzazione del mortale (meglio: di alcune minoranze elette2) , anche mediante gli strumenti della tecnica, al di là di ogni finitudine biologica e psicologica3. E’ interessante notare come da premesse onto-teologiche così distanti si possa convergere su esiti pratici, etico-operativi molto simili, se non identici: “preferire la sofferenza a ogni sua possibile riduzione” dal momento che “il piacere, il benessere, la felicità come sono intesi dai sostenitori della civilizzazione umana, da Epicuro a Darwin” (p. 109) , sono “valori” meritevoli di essere perseguiti non dal santo/saggio/superuomo, bensì dalla gente mediocre inadatta a elevarsi sulle vette della vita intellettuale e spirituale. 

Ridurre, per quanto possibile, le sofferenze 

E’ proprio per evitare questo duplice, letale, pericolo che una pedagogia della sofferenza non può esimersi dall’indicare – subito dopo l’invito a sopportare le sofferenze davvero inevitabili, irredimibili – la necessità di impegnarsi a “ridurl[e] per quanto possibile” (p. 111). A tal fine è, innanzitutto, importante la completezza della diagnosi: i mali contro cui dovremmo schierarci non ci assediano in ordine sparso, ma in compagine compatta. In proposito Franceschelli tiene a

precisare che quella del Covid-19, più che una pan-demia, è stata una sin-demia. Questo termine infatti richiama, opportunamente, l’attenzione sul prefisso syn-, ossia sull’insieme dei problemi (sanitari, ambientali, psicologici, sociali, economici) e sulla relazione tra le varie malattie che hanno favorito e reso ancora più devastanti gli effetti della diffusione del coronavirus nella popolazione (demos). E’ per queste ragioni che ‘sindemia’ esprime meglio di ‘pandemia’ non solo la sofferenza comune (la syn-patheia) causata da Covid-19, ma anche il comprensibile timore che la stessa ricerca di una soluzione puramente bio-medica potrebbe rivelarsi fallimentare. Con conseguenze più gravi, com’è agevole capire, per le fasce della popolazione maggiormente svantaggiate ed esposte a disuguaglianze socio-economiche e inospitalità ambientale” (p. 66).

A una diagnosi così impegnativa non può non conseguire una terapia altrettanto complessa. L’autore la incentra sulla “sinergia pensare-fare” (p. 124) così come è ribadita nella tradizione filosofica occidentale da Goethe (“Pensare e fare, fare e pensare. Ecco la somma di ogni saggezza”, cfr. p. 11 ) sino a Wittgenstein e Williams: una sinergia che eviti la riduzione del ‘fare’ a “un attivismo incondizionato” e il ‘pensare’ a “una contemplazione di entità soprannaturali più o meno solitaria, apatica, separata dalla vita” (pp. 17 – 18)4. Ovviamente l’intreccio fra teoria e prassi non avrebbe senso se avessero ragione o gli idealisti negatori di una consistenza reale della natura extra-mentale, come Hegel e Croce (perché operare su un “fantasma”?) o i materialisti negatori di una qualche trascendenza del pensiero rispetto alle sue radici biologiche e socio-economiche (e dunque votati a un pragmatismo del “fare senza pensare”)5, tra i quali ha rischiato, salvandosi solo  in extremis , di ascriversi Marx. Rettamente intesa, al di là della depistante opposizione fra “interpretare” e “trasformare” il mondo6, la “sinergia di pensare e fare” può alimentare “il concreto perseguimento” di quel “rapporto ragionevole e lungimirante tra ambiente naturale e storia della nostra specie” che “costituisce il nostro primo bene comune” (pp. 41 – 42). Al di là dell’illusione antropocentrica – se non antropoteistica – di poter disporre della “sovrumana storia dell’universo” come si trattasse di una delle “nostre umanissime creazioni storiche” (p. 42), ma anche della tentazione di “rifugiarsi in determinismi (genetico, socio-economico, geo-ambientale) o in fatalismi, spesso invocati nel tentativo di legittimare il proprio non assumersi responsabilità appellandosi a riduzionismi biologici o ad argomentazioni sostanzialmente metafisiche su necessità sovrannaturali” (p. 43). 

Accrescere sapere e saggezza

Sopportare i mali inevitabili e impegnarsi a ridurne al minimo l’impatto doloroso, su noi e gli altri viventi, sarebbero frutti pedagogici incompleti, per quanto preziosi, se non integrati da - o forse meglio: radicati in - un accrescimento di sapere e di saggezza. Di questa evoluzione cognitivo-etica fanno parte alcune acquisizioni. 

La prima: non si può vivere alla giornata, senza una propria interpretazione della vita, Senza “maturare liberamente e criticamente anche una «propria concezione del mondo» (Gramsci)” grazie, innanzitutto, a un costante “dialogare socraticamente e laicamente con gli altri con-filosofanti” (p. 47). Le trasformazioni storico-sociali sono sì effetto di mobilitazioni collettive, ma tali movimenti macroscopici originano nella “coscienza dell’uomo singolo che conosce, vuole, ammira, crea” (Gramsci, cit. a p. 47). 

La seconda acquisizione è una specificazione/esplicitazione della precedente: l’attività filosofica a cui sono chiamati non solo i professionisti della storia della filosofia, ma i cittadini e le cittadine in quanto esseri pensanti, va intesa come indagine critica sui fenomeni illustrati dalle scienze empiriche e finalizzata a “vivere come si deve” (per dirla con Montaigne citato a p. 3) o a fare degli “uomini”, non dei “libri” (per dirla con Feuerbach citato a p. 11) . Dunque una filosofia scevra da complessi di superiorità rispetto alle “scienze naturali e umane, la conoscenza storica, la cultura umanistica nel senso più ampio (arte, teologia, antropologia, diritto, economia)” e immune dalla tentazione del teoreticismo aristocratico (secondo cui si vivrebbe per filosofare, dimenticando che, invece, si filosofa per dare il proprio contributo alla “crescita individuale e civile”, p. 6). 

Si potrebbe aggiungere una terza acquisizione ‘sapienziale’: un simile modo di praticare la filosofia, per quanto concentrato sul presente e aperto alla progettazione del futuro, non si sottrae a 

l’inquietudine e la pena che nascono dal passato: da comportamenti e fatti su cui grava il peso dell’irrevocabilità. E talvolta del rimpianto. Il conoscere-apprendere attraverso la sofferenza - ammoniva Eschilo – è un dono che costa travaglio: fa scendere nel nostro cuore, anche durante il sonno, qualche goccia di tormentoso ricordo del male” (p. 116).

Una filosofia che non ripiega in una sorta di “anti-pedagogia della dimenticanza” pur di evitare il pungolo dell’interazione con

le testimonianze più significative delle sofferenze patite sulla Terra: quelle dei sommersi” (p. 115). 

Una quarta lezione che potremmo trarre dalla “sindemia” in corso riguarda l’ampliamento del nostro orizzonte di preoccupazioni:

alle sofferenze che hanno sempre accompagnato la vita e la storia si stanno affiancando ferite ecologiche che ormai coinvolgono l’intero pianeta” (p. 122).

Alla globalizzazione dei mali non si può reagire frammentariamente, secondo la logica tribale, ma convertendosi – gradualmente – a “un cosmopolitismo all’altezza dell’Antropocene” (p. 59) consapevole del fatto che “nessuno si salva da solo” (p. 77); che “le frontiere che contano ormai sono solo quelle del pianeta” (p. 60), tra i cui cittadini vanno inclusi gli “altri «agenti animati » che vivono sulla Terra” (ivi).

Siamo entrati, infatti, nell’

Antropo-cene, un’era geologica di cui è artefice l’agire umano (Anthropos) e che è del tutto nuova (come ci ricorda il suffisso -cene, dal greco kainos) rispetto ai precedenti Olocene e Pleistocene , durati rispettivamente migliaia e milioni di anni” (p. 53)7.

Possiamo far finta di niente oppure – seguendo il pressante invito già di Jonas – assumerci la “responsabilità” di questa nuova condizione dell’uomo nel cosmo: attrezzarci di un’ “etica dell’eco-appartenenza” (p. 50).

Una quinta lezione, infine, potrebbe riguardare più direttamente la consapevolezza dei rischi intrinseci alle nostre attuali risorse scientifico-tecniche:

gli odierni rampolli di Homo sapiens dispongono di conoscenze scientifiche e capacità tecnologiche davvero formidabili, ma stentano a utilizzare con moderazione, solidarietà e lungimiranza la potenza che esse mettono nelle loro mani, e che in precedenza l’umanità non ha mai posseduto. Spesso infatti questa potenza viene finalizzata non tanto a una più giusta estensione di beni comuni quali cibo, salute, istruzione, liberazione di tempo da dedicare alla fruizione di cultura e bellezza, bensì agli interessi economici, politici, militari dei paesi e dei gruppi sociali più influenti” (pp. 122 – 123). 


PER COMPLETARE LA LETTURA BASTA UN CLICK QUA:

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/lesperienza-della-sofferenza-tra-filosofia-e-pedagogia/


NOTE

1 Si pensi alla “rigida avversione per ogni «positiva gioia di vivere […] e un disprezzo per il corpo e per la vita dei sensi» (M. Pohlenz) che rendono a dir poco problematiche non solo la benevolenza cosmopolitica e la sopportazione dei mali care agli stoici, ma anche lo stesso, concreto vivere secondo natura da essi perseguito” (pp. 100 – 101). 

2 “E’ al servizio della volontà di potenza che egli [Nietzsche] ha suggerito di mettere l’umana – anzi: sovrumana – capacità di sopportazione, spingendosi perfino a chiedere ai propri discepoli di essere disponibili non solo a soffrire, ma anche a infliggere sofferenze” (p. 105) : “ai più deboli – al gregge degli uomini allevato dalle moderne democrazie” (p. 107). 

3 Ci si riferisce ovviamente all’ “uso delle biotecnologie” “volto a produrre superuomini post- o trans-umani” (p. 41). Alcuni passaggi di testi stoici (ad esempio l’esortazione di Seneca: “Sopportate da forti [ferte fortiter]. In questo superate anche Dio: egli è esente dalla sopportazione dei mali [patientia malorum], voi siete superiori alla sopportazione”, p. 101) suggeriscono l’idea che non siamo proprio all’opposto dell’antropocentrismo nietzschiano e che l’invito di Epitteto a darsi pensiero solo di occupare il proprio posto nel mondo “con disciplina e sottomissione a Dio” (p. 103) non riesce a occultare del tutto l’orgoglio che sospinge a una “apatia” sovrumana, al di là del ‘bene’ e del ‘male’ (intesi, questa volta, in senso fisico e socio-economico, non morale come sarà per Nietzsche).

4 Secondo Franceschelli, dunque, “l’attività filosofica è ben lungi dal coincidere con lo «staccarsi da tutte le cose esteriori» e con «l’abbandonarsi alla contemplazione di Lui»: con l’entrare in conversazione con Dio o «indiarsi» , come secondo Plotino accadrebbe sempre «a chi abbia molto contemplato»” (p. 19). La filosofia non coincide con la mistica, insomma (e concordo); ma neppure – noterei sommessamente -la esclude. Ovviamente, per dirimere la questione, bisognerebbe preliminarmente convenire sul significato del vocabolo ‘mistica’ che per qualcuno significherebbe, da Meister Eckhart a Hegel, “l’approfondimento spirituale, in senso assolutamente razionale” (M. Vannini, Escatologia e/o mistica in AA.VV., Sulle cose prime e ultime, Augustinus, Palermo 1991, p. 27) e, di conseguenza, addirittura il nucleo essenziale e irriducibile sia della fede cristiana che della filosofia occidentale. 

5 La circolarità dialettica pensare-fare necessita di almeno due condizioni. La prima (inficiata, come si è visto, dall’idealismo post-kantiano) è che la soggettività ‘spirituale’ non sia tutto; che si riconosca alla realtà naturale extra-umana una consistenza su cui operare. La seconda condizione è che il soggetto non sia in tutto e per tutto omologo all’oggetto; che possegga una qualche forma di trascendenza ‘critica’ verso la materia di cui pure impastato. Franceschelli rivendica, legittimamente, la presenza in Marx della prima condizione, il realismo gnoseologico e ontologico, difendendolo (sulla scia di Lukács) dall’accusa di un pragmatismo che eliminerebbe “tanto dalla teoria che dalla prassi ogni rapporto con la realtà oggettiva” (p. 33). Non altrettanto forte mi è sembrata la sua preoccupazione di rivendicare, i Marx, la seconda condizione: a mio avviso, infatti, Marx supera i materialismi settecenteschi non solo perché “teorici” (poco attenti alla dimensione attiva, pratica, dell’essere umano), ma anche perché troppo unilateralmente…materialisti. Dietro la facciata del suo attivismo (non perdiamo più tempo in dispute teoretiche, filosofiche, interpretative del mondo: cfr. qui p. 46) mi viene da sospettare che celasse il dubbio che l’uomo, pur non essendo solo ‘spirito’, fosse anche tale. Non era così ingenuo da ignorare che recepire la lezione degli idealisti sul “lato attivo” della soggettività umana significasse, inseparabilmente, mutuarne l’istanza meta-materialistica: se sono esclusivamente un aggregato di materia, perché non dovrei beatamente accontentarmi di essere trascinato nel suo flusso perenne? Lo stesso Franceschelli cita passaggi dei Grundrisse in cui Marx tratta del rapporto tra le “forze della natura e dello spirito” (p. 36): egli li cita per segnalare “il rischio di sopravvalutare l’attività dell’uomo e svalutare la naturalità del mondo” (ivi), ma potrebbero essere anche indici a favore del mio sospetto. Il nodo teoretico resta comunque la identificazione o meno di ‘natura’ e ‘materia’: la materia è certamente natura, ma non tutta la natura. Si potrebbe azzardare: la materia è la natura prima che attui, e manifesti, alcune delle sue numerose (forse innumerevoli) potenzialità

6 Engels si dichiarava “convinto che col marxismo la filosofia sarebbe stata «cacciata dalla natura e dalla storia». Non a caso invece, per un interprete delle Tesi su Feuerbach dell’importanza di Gramsci la filosofia «in quanto filosofia della prassi non è abolita e sostituita dalla pratica, come parrebbe dalla tesi XI e dalle sue consuete interpretazioni». Appunto: da cacciare dalle nostre visioni dei rapporti tra realtà naturale e storia umana non è la filosofia, ma la prassi senza filosofia, il fare e l’attivismo senza pensare” (pp. 40 – 41).

7 “Il dibattito sulle cause, sulle conseguenze e sulle potenzialità di questa nuova epoca […] è indubbiamente arricchito dal contributo degli studiosi propensi a definire non Antropo-cene ma Capitalo-cene il periodo storico in cui viviamo, visto che il «deragliamento geologico» del sistema Terra è stato causato non tanto dall’agire di un’indifferente umanità (dall’Anthropos) quanto dal saccheggio capitalistico delle risorse naturali […], anche nella versione sovietica e cinese” (p. 53). 

mercoledì 29 giugno 2022

23 MAGGIO - 19 LUGLIO 1992: LA RECENSIONE DI D. FADDA AL LIBRO DI A.CAVADI SU MAFIA E ANTIMAFIA OGGI

(La foto proviene dalla Libreria Macaione di v. Marchese di Villabianca 102,     Palermo. Da oggi il libro è acquistabile anche in tutte le librerie fisiche italiane).

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DAVIDE FADDA RECENSISCE

  QUEL MALEDETTO 1992. L'INQUIETANTE EREDITA' DI FALCONE E BORSELLINO

(Di Girolamo editore, Trapani 2022, pp. 140, euro 15,00)


«Di vero c’è solo il botto. Ancora oggi. Di vero c’è solo il botto, e nulla più». Comincia così, con questa citazione da Giacomo Di Girolamo, l’ultimo libro di Augusto Cavadi, Quel maledetto 1992. L'inquietante eredità di Falcone e Borsellino, Di Girolamo Editore, Trapani 2022. Lo scrittore siciliano in questo saggio si focalizza sull’eredità etica che le stragi del 1992 ci hanno lasciato e su quanto siano decisivi - in questo senso - i nostri comportamenti quotidiani al fine di attuare una vera “antimafia” del fare a scapito delle sole parole (cfr. p.98). Ripercorrendo le note vicende storiche di quei giorni, l’autore sottolinea quanto «la situazione sia per certi versi identica ma anche, per fortuna, incomparabilmente diversa» (p.15), rispetto a trent’anni fa.

La peculiarità della narrazione di Cavadi è data dalla prospettiva emotiva che egli adotta inizialmente dinnanzi ai fatti del ’92. La logica è infatti di mostrare al lettore quanto l’indignazione personale metta in moto tutta una serie di meccanismi che possono essere l’arma vincente nella strada del cambiamento sociale. Il primo capitolo Tragedia storica, angoscia privata ben sintetizza questo intento. Raccontandoci la sua esperienza personale egli ci invita, come ben argomentato dalla giudice Franca Imbergamo nella Prefazione, a utilizzare questo dolore, e la relativa indignazione, come molla per una maggiore consapevolezza del proprio diritto/dovere di essere cittadini: «Gli ho chiesto – a Giovanni Falcone – perdono. Perdono a nome di quei palermitani che si erano lamentati perché il suono delle sirene disturbava la pennichella pomeridiana. […] Perdono a nome di quel politico (amico!) che, in tv, lo aveva accusato di essere ingiustificatamente cauto nell’incastrare gli amici potenti dei mafiosi. […] Perdono a nome del poliziotto che, in coda con me al panificio, prometteva al collega che l’avrebbe ammazzato lui quel giudice se non l’avesse fatto prima la mafia: troppe lavate di capo per chi veniva sorpreso a leggere la Gazzetta dello sport quando avrebbe dovuto controllare ingressi ed uscite del portone» (p.10).

Nel secondo capitolo, Trent’anni dopo, l’autore mette in evidenza cosa è cambiato e cosa invece è, per certi aspetti, addirittura peggiorato nel contrasto alle mafie. Pur sottolineando come la situazione attuale sia profondamente diversa rispetto al periodo delle stragi, Cavadi ci spiega che, nonostante la sconfitta dell’apparato militare di Cosa Nostra, il rapporto politico tra mafie e istituzioni non soltanto non è morto, ma è rigoglioso; all’ala militare, insomma, si è sostituita, in termini di importanza, l’ala politica delle mafie. Sul piano del cambiamento, invece, si sottolinea come la mancata vittoria di Cosa Nostra non sia da attribuire esclusivamente ai martiri civili più noti, di cui dobbiamo certamente custodire la memoria, ma anche a tutti quegli eroi silenziosi, che fortunatamente non sono morti e di cui spesso non conosciamo il volto, «che hanno perseverato nel fare, molto semplicemente, il proprio mestiere» (pp. 21-22).

Nel terzo capitolo, E domani?, vengono poste le basi di una proposta civica che tenga in considerazione sia la celebrazione dei martiri laici in senso stretto, attraverso la commemorazione, pur sempre necessaria, sia le azioni che quotidianamente debbono poterci distinguere in questo senso. Come fattore primario Cavadi evidenzia la conoscenza del fenomeno, di cui tratta nel capitolo quarto: Anzitutto conoscere. Pur sottolineando che la sola conoscenza del “sistema criminalità” non ne provoca, in automatico, il rifiuto, egli ritiene che questo sia il passaggio iniziale in grado di «abbattere gli stereotipi sul sistema mafioso e focalizzarlo nella sua vera identità: un’associazione gerarchica di cosche i cui membri mirano al dominio e al denaro mediante un consenso sociale ottenuto con proposte di corruzione e, se necessario, con minacce violente» (p.36). Enigmatica, in tal senso, la formula da lui rilanciata: la forza della mafia sta fuori dalla mafia (p. 38). L’approfondimento sul tema della criminalità organizzata è mal sostenuto, secondo l’autore, da «una preoccupante superficialità intellettuale», la quale troppo spesso edulcora nelle sue opere queste organizzazioni al punto da renderne al pubblico una visione per certi aspetti apologetica. Non basta, quindi, la sola forza repressiva messa in atto contro le consorterie mafiose, ma urge una rivalutazione sociale e antropologica del fenomeno. Per far questo bisogna decostruire la narrazione delle mafie come cancro per approcciarci ad esse, invece, come ad «un modello diffuso di relazioni tra le parti della società» (così V. Sanfilippo citato a p. 61). Bisogna cioè riconoscere che siamo inseriti in un sistema in continua trasformazione di cui tutti siamo un tassello a suo modo determinante. È proprio questo infatti il tema del quinto capitolo Inventare strategie di opposizione nonviolenta: l’autore sottolinea come i giudici Falcone e Borsellino avessero ben chiaro questo aspetto e come tale approccio non fosse solo più umano eticamente, ma anche più efficace professionalmente. L’approccio nonviolento di Falcone è restituito con le sue stesse parole: «Perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno […] e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono. […] Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi» (p. 65).

Nella parte finale del saggio, Boicottare gli affari illeciti e Riscoprirsi animali politici, ci viene mostrata la questione più scottante della tematica, e cioè i rapporti tra le mafie, l’economia e la politica. Il sotto-sistema mafioso immette nel sistema economico ingentissime somme di denaro che sono, a tutti gli effetti, risorse del (e nel) mercato bancario. Questa ricchezza “illegale”, determinata anche dal coinvolgimento attivo di colletti bianchi, innesca un effetto-domino anche nel mercato “legale” creando un cortocircuito per cui moltissime attività lecite sono finanziate da soldi sporchi. Se quindi l’attività giudiziaria dovrà cercare di stroncare questi meccanismi, il singolo cittadino, nel suo piccolo, può partecipare attivamente al contrasto dei medesimi, attraverso il boicottaggio di attività notoriamente in mano a mafiosi e di prodotti illegali o di dubbia provenienza. Un’ulteriore inversione di tendenza avverrebbe se i cittadini, soprattutto i migliori, si impegnassero nella cosa pubblica in modo attivo così da contrastare le cosche le quali non vogliono essere l’anti-Stato ma, attraverso i propri rappresentanti, farsi Stato: «Si perpetua un circolo vizioso per cui i cittadini più degni non vogliono compromettersi nella gestione della cosa pubblica perché inquinata dalla mafia; le amministrazioni pubbliche corrotte e corruttibili sono sempre più manovrate da boss mafiosi; e ciò allarga il fossato tra esse e i cittadini onesti che si confermano nella decisione di astenersi dall’impegno nelle istituzioni» (p.89).

Nella conclusione del saggio, Rovesciare la pedagogia mafiosa, l’autore illustra come è esercitata l’egemonia culturale mafiosa e come essa abbia primariamente dei risvolti pedagogici importantissimi nella trasmissione dei valori e dei comportamenti all’interno della comunità: «Per questo un’educazione mirata alla prevenzione e al contrasto della mentalità mafiosa è necessaria, ma non deve presentarsi con questa etichetta. La stessa parola – mafia – sulla bocca dell’educatore significa una cosa, all’orecchio del ragazzo di quartiere popolare significa un’altra cosa. Per certi versi l’opposto. La metodologia deve invece fare leva sulla sostanza, sui contenuti effettivi. […] Poi eventualmente da adulto il ragazzo potrà scoprire che i principi ispiratori che aveva gradualmente abbracciato, man mano che abbandonava la filosofia di vita assorbita passivamente da bambino, erano principi frontalmente contrari ai dettami mafiosi» (p.98).

La priorità di un’antimafia del fare rispetto a un’antimafia delle sole parole è un tema di stretta attualità che è stato trattato con originalità dall’autore. Se la via è quella del 'fare' - nella risoluzione un problema plurisecolare - allora non possiamo che interrogarci sulla nostra condizione di individui, sia come esseri umani sia come cittadini. E se la sofferenza dei primi, anche espresso come sentimento di angoscia così ben descritto da Augusto Cavadi, sarà funzionale alla rivalutazione del senso civico dei secondi, allora potremmo dire di esserci avvicinati, forse, successo.

Davide Fadda

https://www.girodivite.it/Quel-maledetto-1992-L-inquietante.html 

lunedì 27 giugno 2022

18 DONNE DI TUTTA ITALIA S'INTERROGANO SUL LORO RAPPORTO CON IL SISTEMA MAFIOSO

(Foto di Gaetano Ceraulo)

DONNE DENTRO E FUORI IL SISTEMA DI DOMINIO MAFIOSO

Una scrittrice (Gisella Modica) e una sociologa (Alessandra Dino) hanno chiesto a 16 donne di varie parti d'Italia un contributo sul loro rapporto con le tematiche delle mafie meridionali. Ne è risultato un testo – Che c'entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni (Mimesis, Milano – Udine 2022, pp. 270, euro 24,00) - intessuto di registri comunicativi non omogenei: infatti il linguaggio descrittivo scientifico si intreccia con il narrativo-biografico e questo, ancora, col linguaggio inventivo della creazione letteraria. Questa varietà di registri non è un difetto perché, anzi, rende la lettura ‘sorprendente’: completato un capitolo appartenente a un certo genere letterario, te ne trovi innanzi un successivo di genere letterario completamente diverso. 

Un limite, se mai, potrebbe individuarsi nella preponderanza di dati, esperienze vissute, rispetto a una griglia interpretativa complessiva del ruolo delle donne nel mondo delle mafie. Comunque, anche se fosse metà dell’opera, sarebbe già una metà preziosa: infatti, se esiste qualcosa come un sapere mafiologico, esso può progredire solo in quanto intreccio epistemico di categorie scientifiche e di vissuti esistenziali.

In questo ricco magma di testimonianze e di invenzioni poetiche mi limito a qualche spunto.

Un primo tema è costituito dalla relazione fra violenza mafiosa e violenza di genere. In qualche mia pubblicazione sula “gabbia del patriarcato” ho avanzato delle somiglianze che in più di un passaggio di questo testo vedo ribadite. 

  • Come il sistema mafioso è oppressivo anche quando non uccide (anzi, forse soprattutto quando non ha bisogno di ricorrere alla violenza esplicita, esercitata) così il sistema patriarcale-maschilista è oppressivo anche quando non uccide (anzi, l’intensificarsi dei femminicidi è la spia di una crescente resistenza femminile alla ‘normalità’ della subordinazione di genere). Ma l'opinione pubblica (pur essendone essa stessa vittima ordinaria e quotidiana) si accorge della mafia e della violenza strutturale ai danni delle donne solo quando vede il sangue. Da qui la necessità, nell’uno e nell’altro caso, di acquisire “una visione non emergenziale del fenomeno” (Sara Pollice, p. 145); di “costruire una visione delle cose che consenta alle ragazze” – nel caso della mafia: ai cittadini – “di liberarsi da gabbie che loro stesse considerano normali, anzi, necessarie” (Clelia Lombardo, p. 91);

  • come il sistema mafioso mortifica e avvilisce l’umanità non solo delle vittime ma anche dei carnefici, così “la mentalità patriarcale” impoverisce e rattrappisce la personalità degli stessi maschi che la riproducono passivamente . In entrambe le situazioni – per dirlo con Simone Weil citata da Maria Livia Alga a p. 164 – “la violenza pietrifica, diversamente, e ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano”. La riprova: i maschi evoluti sono al di là tanto del sistema mafioso quanto del maschilismo, come Peppino Impastato che “nel corso della sua breve vita cercherà di emanciparsi, alimentando un nuovo modo di relazionarsi tra i generi” (Evelin Costa,p. 52)

  •  un altro aspetto della questione mafia-donne riguarda non più solo le analogie fra sistema mafioso e sistema maschilista, ma proprio la violenza esercitata contro le donne all’interno del sistema mafioso: il caso di Lia Pipitone, uccisa dai killer del padre mafioso nel 1983, raccontato anche da Clelia Lombardo nel suo contributo, è solo uno dei tanti evocati lungo tutto il volume (per esempio nei contributi di Sara Pollice Il filo che ci unisce, pp. 143 – 153, di Floriana Coppola, Storia di Anna, pp. 171 – 185, di Chiara Natoli, Trent’anni dopo. L’eredità di chi non c’era, pp. 215 - 217).

Un secondo tema è l’intreccio fra legami affettivi, familiari, e distanziamento cultuale, etico-politico, da soggetti decisamente mafiosi. Gisella Modica racconta il travaglio nei confronti della figura del nonno materno, per anni ammirato, poi 'scoperto' come boss. Sul piano dei vissuti esistenziali non è facile districarsi, ma concettualmente dovrebbe essere evidente la possibilità che un affetto familiare sincero co-esista con una presa di distanza pubblica, serena ma ferma, dall’universo dei propri cari. Non c’è contrasto fra i due atteggiamenti, anzi la forma più matura e costruttiva di amore potrebbe manifestarsi come invito a rinnegare un passato indecente: ti amo al punto da chiederti di liberarti, sino a che sei in tempo, dalla zavorra che sinora ti ha appesantito e infangato. E’ l’esperienza che racconta di sé un nipote di Matteo Messina Denaro grazie alle cui sollecitazioni il padre ha finito con l’abbandonare pubblicamente l’appartenenza alla cosca di Castelvetrano. 

Qui sfioriamo, e in un certo senso sforiamo su, un terzo tema che mi sta a cuore: la postura nonviolenta come co-essenziale, rispetto ai metodi giudiziari, per scardinare il sistema mafioso. Maria Di Carlo non solo ricorda lo stile di Giovanni Falcone (che è stato efficace proprio come inquirente grazie alla sua “capacità di trattare l’altro (anche un mafioso!) con rispetto umano, avendo cura di creare con lui un sentimento di empatia” (pp. 73 – 74), ma racconta anche la storia di Maria Luisa Javarone che, madre di una giovane vittima di violenza da parte di una gang, cerca (purtroppo invano) di solidarizzare con la madre di uno degli assassini del figliolo. 

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https://www.zerozeronews.it/donne-dentro-e-fuori-il-sistema-di-dominio-mafioso/


giovedì 23 giugno 2022

SIAMO ANCORA IN REGIME DI PATRIARCATO MASCHILISTA?


 PERCHE' IL PATRIARCATO ROVINA LE STORIE INDIVIDUALI, MA ANCHE COLLETTIVE


Dopo un secolo di lotte femministe, a che punto in Occidente è oggi il patriarcato? Esso è “allo stesso tempo sotto assedio e al potere” rispondono Carol Gillican e Naomi Snider in Perché il patriarcato persiste? (Vanda Edizioni, Milano 2021, p. 133). Per spiegare questa formula paradossale (che andrebbe benissimo anche per illustrare lo stato della mafia nel Meridione italiano) sono necessari tre o quattro passaggi.

Il primo, ovviamente, è intendersi sulla definizione di “patriarcato” che, secondo le autrici, è “una cultura fondata su una struttura binaria e gerarchica di genere” per la quale:

  1. le capacità umane” sono o “mascoline” o “femminili” e le mascoline sono da privilegiare;

  2. alcuni uomini” sono al di sopra di altri e tutti gli uomini al di sopra delle donne”;

  3. si perpetua “una separazione tra il sé e le relazioni”, con la conseguenza (dannosa sia per gli uomini che per le donne) che gli uomini vengono obbligati ad “avere un sé senza relazioni” e le donne ad “avere relazioni senza avere un sé” (p. 32).

Un secondo passaggio consiste nel distinguere (senza separarle !) la dimensione istituzionale-politica dalla dimensione psicologico-soggettiva: dal punto di vista delle leggi pubbliche e persino del costumi privati e familiari, il patriarcato maschilista ha subito seri colpi, ma dal punto di vista dei meccanismi psicologici esso perdura e si perpetua inossidabilmente. Trasformare le teorie politiche, giuridiche, sociali è necessario, ma – se non si trasforma anche la psicologia della gente – risulta insufficiente. 

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https://www.zerozeronews.it/il-maschilismo-che-altera-i-rapporti-sociali-e-personali/


sabato 18 giugno 2022

I QUATTRO MAESTRI IN UMANITA' SECONDO VITO MANCUSO



Dalla rivista (on line, scaricabile gratis) "Phronesis",

n. 5, seconda serie, maggio 2022

REPERTORIO:

Vito Mancuso
I quattro maestri
(Garzanti, Milano 2020, pp. 528)

di Augusto Cavadi

I quattro maestri di Vito Mancuso possono interessare il mondo della consulenza filosofica, e più ampiamente delle pratiche filosofiche, per diversi aspetti.

Il primo, più rilevante, è un filo rosso che lega la lettura di Socrate, Buddha, Confucio e Gesù: si tratta di personaggi considerabili come “maestri” (e non solo come “istruttori” o “dottori”) in cui il pensiero e la vita sono stati inseparabilmente intrecciati (un po’ come è avvenuto ai nostri tempi – nota l’autore – con «quattro donne ebree: Hannah Arendt, Etty Hillesum, Edith Stein, Simone Weil», p. 19). Di loro si può dire che abbiano realizzato l’invito di Kant: «Non si tratta di speculare sempre, ma bisogna una buona volta pensare di passare alla pratica» (pp. 19 - 20). Con un’importante precisazione di Mancuso: quando si dice “pratica” non si intende qualcosa che “vale meno”; al contrario, «vale di più rispetto a una domanda solo teoretica: vale di più perché suppone l’impianto teorico ma lo verifica a contatto con l’esistenza reale giungendo a toccare la vita nella sua concretezza» (p. 20). Esemplare, ma non esclusivo, il caso di Socrate che «non era per nulla interessato a fondare la filosofia morale, nel senso di istituire una nuova disciplina accademica; egli piuttosto intendeva praticare la filosofia come morale e la morale come filosofia»: infatti, da una parte, egli trasformò la filosofia «in un esercizio della propria interiorità, paragonabile agli esercizi ginnici», in un «esercizio spirituale»; dall’altra parte, la morale divenne in lui filosofia perché cessò di «essere conformazione a regole tradizionali» per farsi capacità di «capire cosa è giusto in ogni specifica situazione concreta, evitando prescrizioni dogmatiche che piovono dall’alto senza rispettare la singolarità della situazione e di chi la vive», in nome del primato dell’ “autocoscienza” (p. 84). Significativa, in proposito, è una notazione sul criterio con cui Socrate sceglieva i temi della sua indagine: trascorreva le giornate discutendo con “pittori, scultori, calzolai, fabbri, muratori, cuochi, medici, fabbricanti di corazze, una volta anche con un’etera (oggi si direbbe una escort) di nome Teodote. Da queste conversazioni ricavava immagini per tradurre in linguaggio quotidiano i problemi della filosofia e ancor prima individuava gli stessi problemi della filosofia” (pp. 51 – 52), che dunque venivano da lui – più che ‘dedotti’ secondo un ordine sistematico- ‘indotti’ dagli imprevedibili incontri con i non-filosofi (di professione). 

Vediamo un secondo aspetto per cui questo voluminoso, ma fruibilissimo, testo di Mancuso può incuriosire il mondo della consulenza filosofica. Sulla valenza “pratica” del filosofare sono possibili – e rilevabili di fatto – molti equivoci. Tra questi la possibilità di intendere la pratica come il fine cui subordinare la teoria così ridotta a mezzo. Personalmente non vedo nulla di male a che si utilizzi il “filosofato” a scopi estrinseci rispetto al “filosofare”: è quanto hanno sempre fatto gli ideologi (utilizzando le idee in funzione della prassi politica) e, più di recente, fanno alcuni psicoterapeuti (utilizzando categorie, intuizioni, scenari filosofici in funzione della salute complessiva del paziente). Veramente importante è chiarire in maniera netta che questa (legittima) strumentalizzazione della filosofia non è ciò che va inteso come “pratica filosofica”. Il libro di Mancuso offre vari esempi. Il filosofare di Socrate ha – consapevolmente e intenzionalmente – degli effetti “politici”, ma non si tratta di effetti estrinseci: egli fa politica non solo da filosofo, ma in quanto filosofo. «Egli rifiutò sempre di appartenere a un partito prendendo attivamente parte alla vita politica. Affermava di esserne impedito da una voce divina», ma «il suo rifiuto di assumere una posizione determinata nella competizione politica non equivale in nessun modo a un disinteresse per la vita politica: come sarebbe stato possibile per uno come lui che viveva nella polis e per la polis?». Egli si dedica infatti, più che ai frutti e ai rami, alle radici della vita politica: a stimolare la ricerca di «ciò che oggi chiamiamo competenza, preparazione, merito» (p. 58) e, soprattutto, della “statura morale” (tipica del governante che ragiona «in base a ciò che è giusto in sé» e non «a ciò che piace ai più» (p. 59). Coltivare questa ricerca che Gramsci avrebbe chiamato “intellettuale e morale” è un’attività filosofica e, inscindibilmente, politica.

Qualcosa del genere la si può rinvenire in Buddha a proposito del rapporto fra teoria e pratica terapeutica: sarebbe impreciso e riduttivo sostenere che, per lui, la conoscenza è funzionale alla guarigione. Questa affermazione sarebbe solo la metà di una circonferenza: se, infatti, la conoscenza «non è mai fine a se stessa ma sempre finalizzata alla guarigione» (p. 126), è anche vero che «si guarisce solo conoscendo, cioè risanando la mente dall’ignoranza» (p. 127). Insomma: non basta dire che «conoscenza e guarigione» costituiscono «una specie di circolo» perché, più precisamente, la conoscenza è la guarigione.

Questi “maestri” – ecco una terza valenza che interseca la professione del filosofo pratico – non hanno lasciato nulla di scritto. Hanno preferito nettamente l’oralità. «Vi sono individui» – nota l’autore – «il cui esercizio del pensiero richiede compagnia e che danno il meglio di sé nelle conversazioni improvvisate nelle case e nelle strade; e ve ne sono altri che invece necessitano di solitudine e raccoglimento e che quando sono chiamati a conversare risultano spenti, a volte persino bloccati»: non solo Socrate, ma anche Buddha, Confucio e Gesù sembra «appartenessero alla prima categoria». Ciò ovviamente senza né escludere che gli stessi “maestri” in questione «avessero momenti di solitudine volontaria» né che il fatto di non avvertire «mai l’esigenza di scrivere» li abbia posti, per ciò stesso, su un livello superiore rispetto ai «pensatori della seconda categoria», per i quali scrivere è «tipico, direi essenziale» (p. 52).

Più propensi a decostruire che a fornire sistemi belli-e-fatti: ecco una quarta caratteristica di questi “maestri” che, per riecheggiare Nietzsche, più che idee offrono «metodi» (p. 97). Nel caso di Socrate - maestro di ironia e di maieutica - sarebbe sin troppo facile mostrarlo. Ma vale anche per Confucio. Commentando uno dei detti a lui attribuiti – «Possiedo io forse la conoscenza? Non la possiedo. Allorché una persona, per quanto semplice, mi pone un problema, lo esamino sotto tutte le angolazioni, abbandonando ogni idea preconcetta» – Mancuso osserva: «per Confucio era soprattutto decisivo il metodo» (p. 257). E aggiunge: «Egli procedeva empiricamente, per lo più privo di presupposti dogmatici che gli anticipassero a priori cosa fosse bene e cosa male» (pp. 257 - 258).

Anche in Gesù ritroviamo la tendenza a smontare le convinzioni dominanti: «Avete in- teso che fu detto... ma io vi dico» (p. 352). Al posto della precettistica rabbinica, articolata e dettagliata, egli propone un criterio di fondo (l’amore di Dio attraverso l’amore del prossimo) che – in ciò dissentendo da Vito Mancuso – a me pare simile a un “metodo” filosofico: infatti costituisce sì «un ben preciso contenuto da comunicare» (p. 353), ma di tipo “formale” (come l’imperativo categorico kantiano) e non “materiale” (come una casistica gesuitica).

Una quinta, conclusiva, caratteristica trasversale ai quattro maestri prescelti da Man- cuso è la consapevolezza di essere insufficienti, limitati, più che uomini perfetti – come ha detto Ortensio da Spinetoli di Gesù – perfettamente uomini. Come ogni filosofo- consulente di orientamento achenbachiano, essi sanno di poter pronunziare solo la penultima parola perché l’ultima è riservata alla responsabilità del soggetto interlocutore. Infatti «il lavoro effettivo lo deve compiere ognuno nella propria interiorità facendo scaturire dentro di sé il maestro più importante di tutti: il maestro interiore, il quinto maestro, o magari la quinta maestra, facendo del femminile la nuova sorgente della vita etica e spirituale» (p. 440). 

giovedì 16 giugno 2022

DEFICIT DI ACQUA IN SICILIA: COLPA DELLA NATURA O DELLE CLASSI DIRIGENTI ?

 

“Il Gattopardo”

(edizione cartacea Sicilia)

Aprile 2022

DEFICIT DI ACQUA IN SICILIA: COLPA DELLA NATURA O DELLA CLASSE DIRIGENTE?

“Ma in Sicilia avete tutto: sole, mare, montagne, arte…!” osservano spesso i visitatori. “Proprio tutto no” – obietta il siciliano ‘tipico’. “Purtroppo, scarseggia l’acqua: piove troppo poco”. (Ricordate, nel capolavoro di Roberto Benigni Johnny Stecchino, il personaggio che elenca le tre piaghe della Sicilia: l’Etna, il traffico e – appunto – la siccità ?).

Che si tratti di un luogo comune lo attestano le statistiche: nell’isola, infatti, piove certamente meno che sulle Alpi, ma non in misura mediamente insufficiente. Se l’acqua nelle case scarseggia, le responsabilità, passate e presenti, sono esclusivamente da attribuire a noi siciliani. Non alla Natura.

Gli incendi che deforestano ogni estate montagne e colline (provocati da criminali che, incredibilmente, rimangono impuniti nell’era dei droni e dei satelliti-spia) amputano la millenaria funzione di trattenimento dell’acqua piovana esercitata da alberi e arbusti. Là dove, nonostante tutto, il prezioso liquido viene raccolto in bacini, si spreca per malfunzionamento delle dighe che – per difetti strutturali o per guasti temporanei – non riescono a conservarlo sino ai mesi estivi.

L’acqua che sopravvive a tanta dispersione viene, almeno, distribuita razionalmente? Purtroppo no. Soprattutto nel passato, il controllo dell’elemento necessario all’irrigazione dei campi era in mano alle cosche mafiose che potevano così condizionare la vita economica e sociale di vasti territori; ai nostri giorni – in cui il dominio mafioso nel settore agrario sembra in declino – ci pensano la miopia dei politici e la corruzione dei burocrati a impedire che la rete di distribuzione dell’acqua venga inficiata da tubature fatiscenti (come, per altro, avviene in tante altre regioni italiane). 

Un romanzo di Anna Li Vigni di alcuni anni fa, intitolato Da bere agli assetati e ricco di riferimenti alla pasticceria siciliana, fa comprendere perché dalle nostre parti si preferisca ottemperare ad altri inviti evangelici. Come dare da mangiare agli affamati.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

martedì 14 giugno 2022

1980 - 2022: QUARANT'ANNI DOPO L'OMICIDIO MATTARELLA, COSA E' CAMBIATO A PALERMO?


 “Infiniti mondi”

Maggio 2022


Il caso Sicilia. Bilancio critico di 40 anni di antimafia “dal basso” 


Il 1980 si è aperto (6 gennaio) con l’assassinio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella. Non era il primo né sarebbe stato l’ultimo dei “cadaveri eccellenti”. Nella lista, incredibilmente lunga, degli attentati per mano mafiosa ce ne sono almeno tre che hanno scosso – in maniera singolare – l’opinione pubblica: 3 settembre 1982 (generale-prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa)1, 23 maggio 1992 (giudice Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta), 19 luglio 1992 (giudice Paolo Borsellino, con le persone – tra cui una poliziotta – della scorta)2. Che cosa abbiano significato nell’immaginario collettivo di noi siciliani queste tre stragi è difficile esprimerlo in parole: si rischia o di dire troppo poco o di cadere nella retorica più trita. Quando, nel 2012, mi fu chiesta una testimonianza a venti anni esatti da Capaci e via D’Amelio, non sono stato capace di scrivere altro: “Raramente capita che le tragedie della storia ci tocchino quasi fossero vicende private. A me è capitato pochissime volte. Due di queste, a meno di un mese di distanza, fra il 23 maggio e il 19 luglio del maledetto ’92 ” 3.


  1. Radici sentimentali della reazione antimafia

Perché rievoco queste risonanze soggettive, affettive, morali ? Perché – per ragioni che mi sfuggono: altre vittime non meno “illustri” sono cadute da un secolo e mezzo a oggi – senza questi effetti nell’animo di molti di noi non si spiegherebbe un dato storico indubitabile: che in Sicilia la reazione popolare, o per lo meno sociale, al dominio mafioso è stata di una consistenza e di una durata incomparabili rispetto ad altre regioni italiane, anche meridionali. In Calabria, in Campania, soprattutto in Lombardia con la fondazione del Circolo “Società civile” ad opera di Nando dalla Chiesa – senza contare l’attività di sensibilizzazione e di collegamento sull’intero territorio nazionale, da Torino, con “Libera” di don Luigi Ciotti 4 – non sono mancate associazioni, organizzazioni, aggregazioni; nulla, però, di confrontabile con la mobilitazione in Sicilia. 

A quarant’anni di distanza dalla data-simbolo (un po’ arbitrariamente) prescelta, che bilancio si può fare di questo che – approssimativamente – possiamo denominare “movimento antimafia dal basso” ?


  1. Il coinvolgimento attuale dell’osservatore-partecipante

Innanzitutto deve premettere una preoccupazione: siamo troppo vicini, anzi ancora immersi nel flusso degli eventi, per guadagnare quel minimo di distacco emotivo necessario ai consuntivi storici. L’osservatore-partecipante è stato sottoposto in questo lungo periodo cronologico a sommovimenti da ”montagne russe” o da “saune svedesi”: prostrazioni strazianti (“Qui è morta la speranza dei siciliani onesti” ha scritto una mano ignota sul luogo dell’omicidio di dalla Chiesa), balzi di entusiasmo per risultati enfatizzati (pensiamo a quando non si trovava in nessun angolo del Paese un teatro abbastanza ampio da contenere le presentazioni di libri come Delitto imperfetto 5 di Nando della Chiesa o Palermo 6 di Leoluca Orlando), di nuovo momenti di sconforto senza fondo (Antonino Caponetto, capo del pool antimafia avviato da Rocco Chinnici, che dopo via D’Amelio, tra le lacrime confida alle telecamere: “E’ finito tutto, è finito tutto…”) e così via sino ai nostri giorni, in cui – quando sei invitato in giro per portare la tua testimonianza di cittadino schierato – non sai più se considerarti orgoglioso di far parte del “movimento antimafia” siciliano o vergognarti di troppi compagni di strada indegni. 


  1. A che punto, in generale, con la lotta alla mafia?

Dopo la premessa sul coinvolgimento diretto dell’osservatore nelle vicende di cui si vorrebbe rendere conto, va subito aggiunto che qualsiasi bilancio sul “movimento antimafia dal basso” va inscritto all’interno del più ampio scenario della lotta alla mafia condotta anche dalle autorità giudiziarie, dalle istituzioni politiche, dai mezzi di informazione e dagli esponenti apicali delle chiese più numerose (dunque, in primis, dai vertici della chiesa cattolica). Cominciamo dunque dalla domanda suggerita da uno sguardo complessivo, d’insieme: a che punto siamo con il contrasto alla criminalità organizzata?

Per quanto strano possa sembrare, non si registra un accordo fra le risposte a questa domanda. Non sono forse i dati oggettivi ? Non dovrebbero imporsi a tutti? Le divergenze non dovrebbero iniziare quando dai dati oggettivi si passi alla loro interpretazione soggettiva? Sì, è vero: i dati sono oggettivi. Ma se non vengono considerati tutti, se si opera una selezione, il giudizio conseguente muta. Se, ad esempio, consideriamo eventi e numeri riguardanti il contrasto giudiziario a Cosa Nostra, non sarebbe né corretto né psicologicamente consigliabile negare i risultati molto incoraggianti raggiunti. Per la prima volta nella sua storia più che centenaria, la mafia siciliana è stata decapitata: i suoi capi storici, infatti, sono stati quasi tutti catturati, processati, condannati e hanno chiuso in carcere le loro infami esistenze. 

Tutto bene, dunque? Così sarebbe se Cosa Nostra, oltre ad essere un soggetto ‘militare’, non fosse anche un soggetto politico, economico e persino culturale-pedagogico. Poiché, invece, lo è, i dati da tenere in conto sono anche altri: quali rapporti fra mafiosi e politici? Quali i condizionamenti mafiosi nel mercato ? Quale la condivisione della tavola-dei-valori mafiosi da parte di frange consistenti della società? Con questi nuovi dati alla mano, il quadro ottimistico muta di segno. I colori sbiadiscono, le ombre si allungano. Ed è in questo panorama chiaroscurale che va inserita la questione, più specifica e circoscritta, del ruolo dell’antimafia sociale nell’ultimo quarantennio.


  1. Il bilancio dell’antimafia “dal basso”

E vediamo, all’interno di questo scenario più ampio, che bilancio possiamo tratteggiare del movimento antimafia ‘sociale’. Per precisione analitica distinguerò cinque punti di vista principali.

Dall’angolazione culturale il movimento siciliano ha prodotto dei materiali davvero interessanti che hanno focalizzato molte facce del poliedrico fenomeno mafioso. Si sono indagate le vicende storiche pre- e post-unitarie (Umberto Santino7, Giuseppe Carlo Marino8, Salvatore Lupo9, Amelia Crisantino10sono solo alcuni nomi tra numerosi, e non meno meritevoli, altri); si sono tematizzati i profili giuridici e giudiziari (ad es. Rocco Chinnici11, Giovanni Falcone12, Giovanni Fiandaca13, Roberto Scarpinato14, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino15), i nessi con il sistema politico (ad es. Francesco Forgione16), il ruolo delle donne (ad es. Anna Puglisi17), i rapporti con la chiesa cattolica (ad es. Francesco Michele Stabile18, Cosimo Scordato19, Cataldo Naro20, Alessandra Dino21, Augusto Cavadi22), gli aspetti psicologici e psicopatologici (Girolamo Lo Verso23).

Dall’angolazione politica i risultati sono stati decisamente deludenti. Il movimento antimafia ha sì tentato di proiettarsi, con formazioni elettorali, sul piano istituzionale e amministrativo (per esempio con il Movimento “Una città per l’uomo”, con “La Rete” di Leoluca Orlando, con “L’Altra Sicilia” di Rita Borsellino), ma tali tentativi si sono rivelati, alla fine, fallimentari. Anche il popolo dell’antimafia, come il resto della popolazione, ha dimostrato di essere disposto – nel migliore dei casi – a firmare deleghe in bianco a capi carismatici, non ad assumersi responsabilità permanenti in prima persona. Né ad esito migliore ha condotto la strategia di appoggiare la candidatura in vari partiti di singole personalità del movimento antimafia: anche quando tali esponenti hanno effettivamente raccolto consistenti consensi elettorali, o hanno validato la profezia di Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”24 o – nei casi meno gravi, come il presidente della giunta regionale Rosario Crocetta – hanno dato prova di limitatissime capacità di governo. 

Dall’angolazione economica il bilancio registra una certa parità fra successi e fallimenti. Nella colonna delle ‘entrate’, dei guadagni, dobbiamo segnalare il movimento “Addiopizzo” attivato da giovani palermitani che hanno tappezzato la città di manifesti artigianali con su scritto “Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Sinora hanno aderito centinaia di commercianti e di consumatori, anzi si sono create organizzazioni simili per i professionisti (“Professionisti liberi”) e per gli imprenditori (“Libera impresa”). Intercettazioni telefoniche hanno confermato la validità della mobilitazione popolare: “Evitate” – ha raccomandato qualche boss ai suoi scagnozzi – “di chiedere soldi a questi che espongono il cartellino «Io non pago il pizzo». Non si sa mai: potrebbero avere qualche telecamera nascosta che si può vedere dalla Questura”. Purtroppo c’è anche una colonna di ‘uscite’, di perdite: il sistema bancario continua a prestare denaro a chi ne ha meno bisogno, o addirittura a chi è in grado di esercitare pressioni varie perfino ambigue, negandolo a chi è davvero nei guai. Da qui il sistema creditizio parallelo di Cosa Nostra fondato sull’usura e, in prospettiva, sull’acquisizione delle imprese insolventi. E’ notizia confermata da più fonti che la pandemia del covid-19 ha moltiplicato e accentuato i casi di indebitamento da parte di operatori onesti nei confronti di finanziatori sporchi. 

Dall’angolazione pedagogica i risultati raggiunti sono incoraggianti ma non soddisfacenti. Rispetto agli anni della mia adolescenza, è finalmente crollata l’ambiguità per cui nelle scuole e nelle altre agenzie educative ci si attardava nel duplice dibattito se la mafia esistesse e, nel caso affermativo, se fosse davvero un danno per la Sicilia. Oggi sempre più raramente ‘mafioso’ è un complimento e ‘sbirro’ un’offesa. Tuttavia la presa di distanza da certi luoghi comuni non ha significato il radicamento di una formazione organica adeguata: un po’ succintamente, si potrebbe dire che la pedagogia “mafiosa” non è stata ancora sostituita da una pedagogia “alternativa” perché imperniata sulla conoscenza, e più ancora sull’esperienza quotidiana, di princìpi come l’esercizio del pensiero critico, la partecipazione democratica, il rispetto delle norme costituzionali, la solidarietà verso le fasce impoverite e emarginate, la sensibilità per le bellezze naturali e artistiche e così via.

Trasversalmente rispetto alle quattro angolazioni evocate (culturale, politica, economica e pedagogica), ma anche a titolo fondativo di condizione di possibilità, non si può tacere sull’angolazione etica. Tra coloro che, celebrati perché martiri civili o rimasti sconosciuti perché sopravvissuti allo scontro sanguinario, si sono schierati con fermezza dalla parte della giustizia e della vera libertà, ce ne sono stati di privi di motivazioni etiche? O non è possibile rintracciare, all’origine della loro insubordinazione alla dittatura mafiosa, una riserva di energie morali alimentate ora da fede religiosa ora da convincimenti politici ora da una solida spiritualità laica? Da questo punto di vista il bilancio della lotta al sistema mafioso si presenta particolarmente preoccupante. Casi eclatanti particolarmente vergognosi (come la giudice Silvana Saguto, il presidente di Sicindustria Antonello Montante, il presidente di Confcommercio Roberto Helg) sono solo alcune punte di iceberg che emergono su un mare di corruzione, collusioni, scambi di favore, appropriazioni indebite, abusi. Ciò che preoccupa ancora di più, comunque, è una prognosi derivante da una panoramica più ampia. Fino ad oggi, infatti, ad ogni mafioso o para-mafioso ha fatto da pendant un cittadino onesto o addirittura impegnato attivamente contro il sistema mafioso: forse perché è stato beneficiato dall’incontro contagioso con personalità eticamente luminose incontrate in ambienti scolastici o sindacali o partitici o ecclesiali o associativi…Ma le generazioni affacciatesi sulla scena sociale nel periodo che stiamo esaminando in queste pagine – diciamo dai micidiali anni Ottanta a oggi – in quali ambienti hanno potuto avvertire, sperimentare, interiorizzare delle tensioni morali? Nelle scuole (essenzialmente palestre per allenarsi a ottenere più successo dei compagni) ? Nei sindacati (macchine burocratiche dove imparare l’arte del privilegio e del clientelismo) ? Nei partiti (caserme per soldati proni al leadervincente, ma abili a saltare sul carro del successivo)? Nelle comunità di tipo religioso (dove – in ambito cristiano e non meno in ambiti orientali - vigoreggia la tentazione di declinare la vita di fede in chiave più intimistica e egocentrica che attivamente solidale)? Nell’associazionismo laico (dove le lotte per l’occupazione dei ruoli apicali sono tanto più animate quanto meno consistente è il potere effettivo che vi si può esercitare)? 


  1. Per (non) concludere

Non formulo queste domande oppresso dallo scoraggiamento né tanto meno per indurre altri a scoraggiarsi, ma solo per desiderio di realismo dettato da onestà intellettuale. Solo se saremo capaci di diagnosi per quanto possibile lucide potremo azzardare delle terapie per quanto possibile efficaci. Soprattutto libere da enfasi retoriche, ormai neppure in grado di consolare sé stessi o gli altri.

Molti episodi, personaggi, ambienti che non sono stati chiamati in causa nelle mie righe precedenti sono stati rievocati, invece, in un libro del giovane e coraggioso giornalista marsalese Giacomo di Girolamo dal titolo inequivoco: Contro l’antimafia. Indubbiamente alcune espressioni sono (volutamente) esagerate, per esempio là dove, proprio come ouverture, scrive: “Io non ho mai avuto paura” (della mafia), “adesso sì” (dell’antimafia), perché quest’ultima si sarebbe trasformata in “un luogo di compromessi al ribasso, di piccole e grandi miserie, di accordi nell’ombra per spartirsi soldi e potere” 25. Tuttavia, nel complesso, il libro - scritto senza reverenze bigotte – è privo di acredine26 e avrebbe meritato un più ampio dibattito proprio all’interno del movimento passato ai raggi X27.

Come negare che uno dei limiti più gravi dell’antimafia militante è stato, ed è, l’incapacità di “coinvolgere altre persone al di fuori di questa élite che noi rappresentiamo, questo ceto medio impegnato, informato e itinerante, che si sposta, ascolta, applaude, inorridisce e ride. E si vede e si rivede, registrato, e ripetuto. Poi, quasi sempre, torna a pensare agli affari suoi”28 ? O anche l’approssimazione tuttologica con cui i sedicenti mafiologi “parlano di tutto, ognuno mette quintali del proprio ego a disposizione della folla plaudente, si calca sul pedale dell’emotività e alla fine ce ne andiamo privi di informazioni nuove ma con i lucciconi negli occhi”29 ? Non meno grave l’alto tasso di litigiosità interna alle organizzazioni nate in nome della legalità (democratica): “Ognuno pensa a se stesso; dietro l’ideologia di facciata e i proclami e le marce, ognuno pensa sé. E a volte odia il compagno di battaglia più di quanto odi i mafiosi” 30. Alle base di queste e altre distorsioni cova forse l’illusione che la mafia sia un’infiltrazione malata in un tessuto istituzionale e sociale sano e che dunque si possa fare lotta alla mafia senza, contestualmente, lavorare per un altro modello complessivo di società. Illusione che ne implica un’altra, logicamente anteriore: che si possa lavorare per una società nuova rimanendo persone ‘vecchie’, attaccate a quelle stesse ambizioni di dominio incontrastato e di arricchimento indefinito che caratterizzano l’orizzonte mentale del mafioso.

Gli ultimi quarant’anni di movimento antimafia siciliano, con le sue luci e le sue ombre, potrebbe insegnarci – se avessimo orecchie per intendere – essenzialmente questo: non c’è contrasto alla mafia senza politica (strategica), non c’è politica senza etica (rinnovata). 


Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

a.cavadi@libero.it

1 Sul quale resta attualissimo N. dalla Chiesa, Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana, Melampo, Milano 2007.

2 Per inquadrare nel contesto storico le due stragi cfr. U. Santino, Breve storia della mafia e dell’antimafia, Di Girolamo, Trapani 2011, pp. 145 – 149.

3 A. Cavadi, Tragedia storica, angoscia privata in D. Gambino – E. Zanca ( cura di), Vent’anni, Coppola, Trapani 2012, p. 33.

4 Cfr. N. della Chiesa (in collaborazione con L. Ioppolo, M. Mazzeo e M. Panzarasa), La scelta Libera. Giovani nel movimento antimafia, Gruppo Abele, Torino 2014.

5 N. dalla Chiesa, Delitto imperfetto, cit.

6 L. Orlando, Palermo, Mondadori, Milano 1990.


7 U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti University Press, Roma 2009 e U. Santino, La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico, Melampo, Milano 2017. A. Crisantino, Breve storia della Sicilia. Le radici antiche dei problemi di oggi, Di Girolamo, Trapani 2012 e A. Crisantino, Capire la mafia. Dal feudo alla finanza, Di Girolamo, Trapani 2019.

8 G. C. Marino, Storia della mafia. Dall’ «Onorata società» a «Cosa nostra», la ricostruzione critica di uno dei più inquietanti fenomeni del nostro tempo, Newton Compton, Roma 2006 e G. C. Marino, Globalmafia. Manifesto per un’Internazionale antimafia, con un contributo di A. Ingroia, Bompiani 2011.

9 S. Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004 e S. Lupo, Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia, a cura di G. Savatteri, Laterza, Roma – Bari 2010.

10 A. Crisantino, Breve storia della Sicilia. Le radici antiche dei problemi di oggi, Di Girolamo, Trapani 2012 e A. Crisantino, Capire la mafia. Dal feudo alla finanza, Di Girolamo, Trapani 2019.

11 R. Chinnici, L’illegalità protetta. Le parole e le intuizioni del magistrato che credeva nei giovani, Glifo, Palermo 2017.

12 G. Falcone, Interventi e proposte (1982 – 1992), Sansoni, Milano 1994.

13 G. Fiandaca (con S. Lupo), La mafia non ha vinto. Il labirinto della Trattativa, Laterza, Roma-Bari 2014.

14 R. Scarpinato (con S. Lodato),  Il ritorno del principe , Chiarelettere, Milano 2008.

15 G. Pignatone – M. Prestipino, Modelli criminali: Mafie di ieri e di oggi, Laterza, Roma- Bari 2019.

16 F. Forgione, Amici come prima. Storie di mafia e politica nella Seconda RepubblicaPrefazione di N. Tranfaglia, Editori Riuniti, Roma 2004.

17 A. Puglisi, Storie di donne. Antonietta Renda, Giovanna Terranova, Camilla Giaccone raccontano la loro vita, Di Girolamo, Trapani 2007 e A. Puglisi, Donne, mafia e antimafia, Di Girolamo, Trapani 2012.

18 Don Francesco Michele Stabile ha dedicato molti capitoli dei suoi libri di storia della chiesa cattolica in Sicilia, e molti saggi e articoli su riviste culturali, ai rapporti fra mondo cattolico e mafia. In maniera più diretta e organica affronta la tematica in Chiesa madre, ma cattiva maestra? Sulla “bolla” di Andrea Camilleri, Di Girolamo, Trapani 2020.

19 C. Scordato, Dalla mafia liberaci o Signore. Quale l’impegno della chiesa ?, Di Girolamo, Trapani 2014.

20 Cataldo Naro ha toccato in numerose occasioni la questione dei rapporti fra la chiesa cattolica e la mafia (vedi soprattutto La speranza è paziente. Interventi e interviste (2003-2006), Sciascia, Caltanissetta-Roma 2007), ma non ha fatto in tempo a produrre un’opera organica in proposito. Il fratello Massimo (autore, tra molto altro, di Contro i ladri di speranza. Come la Chiesa resiste alle mafie, Dehoniane, Bologna 2016) ha curato una raccolta - che sarà presto pubblicata - degli scritti del defunto arcivescovo di Monreale sulla tematica in questione.

21 A. Dino, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra, Laterza, Roma-Bari 2008.

22 A. Cavadi, Il Dio dei mafiosi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2009 e A. Cavadi (ed.), Il vangelo e la lupara. Documenti e studi su chiese e mafie, Di Girolamo, Trapani 2019 (contiene saggi di Francesco Michele Stabile e Cataldo Naro).

23 G. Lo Verso – G. Lo Coco, La psiche mafiosa. Storie di casi clinici e collaboratori di giustizia, Franco Angeli, Milano 2013 e G. Lo Verso, La psicologia mafiosa. Un fondamentalismo nostrano, Di Girolamo, Trapani 2017.

24 I bersagli (Leoluca Orlando e Paolo Borsellino) erano sbagliati (soprattutto il secondo), ma la questione sollevata dallo scrittore siciliano era fondata.

25 G. Di Girolamo, Contro l’antimafia, Il Saggiatore, Milano 2016, pp. 13 – 15.

26 E non vorrebbe correre “il rischio di travolgere tutto, appiattendo nello stesso panorama storie diverse, la generosità e la buona fede di tanti, di un’antimafia operosa e sincera” (Ivi, p. 141).

27 A Palermo lo abbiamo presentato e discusso con l’autore presso la sede operativa dell’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica G. Falcone”, ma con poche decine di partecipanti e soprattutto senza alcuni esponenti di associazioni criticate nel testo e da me invano invitati a esporre le proprie contro-considerazioni. Ignorare, evitare il regalo di un contraddittorio, lasciar dimenticare…vecchie tecniche, mai abbandonate. 

28 Ivi, p. 46. 

29 Ivi. 

30 Ivi, p. 147.