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venerdì 3 luglio 2026

GLI SCISMATICI LEFEBVRIANI HANNO TUTTI I TORTI? I PARADOSSI DI UN EVENTO GROTTESCO

La notizia di uno scisma da destra (i “lefebvriani”) nella Chiesa cattolica è talmente anacronistica da attirare la curiosità anche della stampa “laica”. Le domande, più o meno ironiche, si moltiplicano: davvero questi vescovi, questi preti, questi seminaristi pensano che per la società occidentale, le cui chiese sono sempre più vuote, sia rilevante sapere se la messa va celebrata in latino o in lingua nazionale? E, se sono convinti che la Chiesa perde ogni anno milioni di “fedeli” perché si apre troppo alle istanze culturali, etiche e sociali dell’umanità in evoluzione, perché non decidono di restarvi, abbarbicati alla Tradizione, nell’attesa di restare presto i soli padroni di casa?

La vicenda, in sé grottesca, presenta non pochi paradossi.

Il primo è che, sulla base della storia della Chiesa cattolica e della teologia,  questa minoranza eretico-scismatica ha ragione rispetto alle innovazioni riformiste accettate, più o meno entusiasticamente, dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) da tutti i papi (da Paolo VI a Giovanni Paolo I, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, da Francesco a Leone XIV). Gli ultrasettantenni come me hanno fatto in tempo a prepararsi alla Prima comunione seguendo il Catechismo di Pio X  che veniva impartito come sintesi autorevole (anzi infallibile) di duemila anni di Magistero ecclesiastico. Oggi è inutilizzabile in comunità cattoliche sufficientemente dotate di istruzione e di buon senso (davvero il Dio della misericordia ha preparato un «inferno» eterno, completo di «fuoco, con ogni altro male, senza alcun bene», per «i cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale»? Davvero sappiamo non solo che Dio esiste, ma anche che esiste «in tre persone, uguali e distinte che sono la santissima Trinità»? E da dove lo sappiamo se neppure Gesù Cristo lo ha mai affermato? E davvero questa «Chiesa fu fondata da Gesù Cristo» anche se non risulta dai vangeli che avesse mai ventilato un simile progetto ai discepoli? E sa Essa, con precisione millimetrica - dal momento che «lo Spirito di verità l’assiste continuamente» -, quali siano «le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali»? E davvero nasciamo con il marchio di un «peccato originale» consumato da una giovane coppia preistorica, Adamo ed Eva, che certamente non è mai esistita?).

Negli ultimi 50 o 60 anni la Chiesa cattolica ha ritenuto necessario rileggere questa antica catechesi in chiave figurata, metaforica, simbolica, poetica per non andare contro tutto ciò che le scienze contemporanee hanno accertato oltre ogni ragionevole dubbio. E ha fatto bene. Ma ha ammesso il cambiamento radicale di registro, il capovolgimento del messaggio, o ha continuato a fare finta di niente come se fosse in atto un modesto maquillage consistente in meri ritocchi terminologici? Monsignor Lefebvre e discepoli non vogliono bersela come innocuo bicchiere d’acqua: state destrutturando l’apparato dogmatico che avevamo accettato come divino e non dovremmo aprire bocca? O ammettete che siamo al Cristianesimo 2.0 (e allora  perché credere che i papi di oggi siano “infallibili” se non lo sono stati i papi del Cristianesimo 1.0 ?) o rinunziate a tutte queste recenti modifiche sostanziali e abbiate il coraggio di continuare a insegnare quelle “verità” per cui molti di noi hanno accettato di morire e ancor più di far morire i dissidenti.

Almeno un secondo paradosso va evidenziato in questa vicenda da “guerra di religione” che ci fa ripiombare indietro di almeno cinque secoli. I lefebvriani, che contestano i papi perché - immersi nella storia mutevole  – dimenticherebbero di giudicarla dal punto di vista immutabile dell’eternità, sono, più o meno consapevolmente, in linea con l’attualità contemporanea. Essi infatti riproducono nel corpo ecclesiale proprio la tendenza attuale del corpo sociale alla reazione, alla marcia indietro, alla restaurazione. Non è un caso che le Destre politiche europee e statunitensi non nascondano solidarietà e simpatia per la Destra teologico-istituzionale che in questi giorni sta ufficializzando la secessione da una Chiesa cattolica (guidata ieri da Francesco, oggi da Leone) che, pur tra ritardi e timidezze, sta provando a liberarsi dai bagagli più ingombranti di un passato che non vuole passare.

 

Augusto Cavadi



https://www.adista.it/articolo/76015

mercoledì 7 gennaio 2026

ADDIO A DON RAFFAELE NOGARO, IL VESCOVO CONTROCORRENTE

 Il giorno dell’epifania don Raffaele Nogaro (vescovo di Sessa Aurunca dal 1982 e di Caserta dal 1990) ci ha lasciato. Centinaia di persone avranno molto da raccontare di lui, del suo sorriso, delle sue invettive contro i camorristi, i politici collusi con le mafie, i protagonisti di vari soprusi. Più d’uno ha scritto dei libri su di lui, sulla sua «radicale mitezza»: un aggettivo e un sostantivo che possono suonare ossimorici solo a chi sconosce l’essenza della “nonviolenza”. In novantadue anni ha molto predicato, scritto e soprattutto agito: un uomo così difficilmente lasciava indifferenti. Molti lo abbiamo amato, non pochi (forse altrettanti?) l’hanno criticato, attaccato, offeso. Alcuni casi sono stati di pubblico dominio come le pressioni di Francesco Cossiga affinché il Vaticano togliesse la voce a un vescovo che senza giri di parole accusava tanti democristiani di tradire il Vangelo e la Costituzione. Altri casi sono rimasti nella memoria privata dei protagonisti. Come quanto accadde nell’anno (il 1994 o il 1995) in cui come “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” ricambiammo i suoi inviti in Campania chiedendogli di tenere, a Palermo, la prolusione a del nostro anno sociale: un’occasione, nella nostra mente, di sottolineare i legami fra don Pino Puglisi e don Giuseppe Diana. Naturalmente, sbarcando all’aeroporto, accompagnammo Nogaro dal cardinale Pappalardo con il quale s’intrattenne brevemente al palazzo arcivescovile. Dal colloquio uscì impallidito e solo a tavola riuscì a confidarsi quasi tra le lacrime: “Mi ha detto di non essere gradito in questa diocesi e di evitare di ritornarvi”.

Molti nemici, molto onore? Forse. Dipende. Ma in ogni caso fa male. Specie a chi è sensibile, delicato. A chi – come recita il titolo di uno dei suoi ultimissimi libri – è convinto che «L’amore supera la verità» perché in Dio coincidono, ma in noi mortali solo il primo è inequivoco.

Augusto Cavadi

° L’articolo è stato pubblicato il 6.1.2026 sulla versione on line di “Adista”

martedì 20 maggio 2025

UN DUBBIO SULL’ OMELIA DI INSEDIAMENTO DI PAPA LEONE XIV (Domenica 18 maggio 2025)

 

La mia è una richiesta di aiuto a capire, una richiesta né retorica né ancor meno polemica. Nella bella omelia di domenica 18 maggio, durante la messa di insediamento, papa Leone XIII ha detto (leggendo un testo scritto reperibile in internet): “Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace”.

Mi pare che, secondo la logica più elementare, questo passaggio sia contraddittorio: è davvero così o mi sbaglio clamorosamente?

Se si fosse limitato ad invitare l’umanità ad accogliere la “proposta di amore” (gratuito, disinteressato, “agapico”) che promana (anche, non soltanto!) dal Gesù dei vangeli, l’avrei trovato legittimo, anzi incoraggiante. Se l’avesse esortata a diventare un’unica grande famiglia, sarebbe stato un appello  inappuntabile.

Ma egli ha specificato: “Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. Ora questo invito papa Prevost lo ha rivolto non solo alle persone che si dicono cattoliche o, comunque, appartengono “a Chiese cristiane sorelle”, ma  anche a “coloro che percorrono altri cammini religiosi” o coltivano “l’inquietudine della ricerca di Dio” o vivono, senza inquietudine, la strada della “buona volontà”.

Mi chiedo dunque:  ha inteso invitare anche chi cristiano non è  ad aderire all’unico  Cristo e a diventare membro della sua grande famiglia? L’ebreo o il musulmano, l’agnostico o l’ateo, pur se adesso battono sentieri di giustizia e di servizio, sono esortati a convertirsi alla proposta evangelica ed ecclesiale? Mi sembrerebbe davvero improbabile! Ma, se questa interpretazione – la più immediata, la più evidente – non è corretta, quale sarebbe invece la più fedele all’intenzione papale? Qualcuno – lo chiedo senza ironia – può aiutarmi a capire?

Augusto Cavadi

Per la versione originale cliccare qui: 

https://www.filosofiaperlavita.it/2025/05/un-dubbio-sullomelia-dinsediamento-di.html

(Se entrate nel sito www.filosofiaperlavita.it approfittatene per dare uno sguardo attento ai post pubblicativi e, se risultassero di vostro interesse, iscrivetevi gratuitamente per ricevere via email in automatico i futuri aggiornamenti)

sabato 17 maggio 2025

QUALCHE PREOCCUPAZIONE SUI PRIMI PASSI DI PAPA LEONE XIV

 E’ comprensibile che si voglia caricare di attese ottimistiche l’elezione del papa. Ma ciò non giustifica le critiche su chiunque osi notare (come Vito Mancuso su “La Stampa” del 10 /5 ) che i primi passi del pontefice non siano tutti arrivano incoraggianti.

Confesso che non mi ha entusiasmato la recita dell’Ave Maria a conclusione del suo saluto a pochi minuti dall’elezione: il culto della Madonna ha segnato nella storia delle Chiese un elemento divisivo. Ancora meno mi ha entusiasmato la concessione dell’indulgenza plenaria ai fedeli presenti: la dottrina delle indulgenze,  che  ha segnato l’inizio della Riforma luterana, è ormai abbandonata da quasi tutta la cattolicità.

Mancuso, da parte sua, ha notato con disappunto due passaggi della prima omelia di Leone XIV il giorno dopo l’elezione.

Il primo: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.  Dai Sinottici ad oggi sono in tanti a pensare che Gesù è stato un profeta, un maestro, un modello di umanità, un “leader carismatico”, un uomo di qualità eccezionali (in questo senso un “superuomo”), ma non una “Persona divina” (come sostiene dal IV secolo la dottrina ufficiale cattolica). Sono convinti che egli sia stato il “Figlio di Dio” nell’accezione del I secolo (“Inviato”, “Messia”, “Consacrato”, “Prediletto” etc.). Sono per questo “atei di fatto”? Il papa ha tutto il diritto di sostenere che non sono dentro l’ortodossia cattolica, ma non di bollarli come negatori del Mistero che comunemente chiamiamo “Dio”.

L’altro passaggio che a Mancuso ha suscitato forte perplessità : “la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco”. Se è lecito identificare chi avverta “la mancanza di fede” con l’ateo, sembrerebbe proprio che papa Prevost stia collegando l’ateismo con una serie di fenomeni negativi (“la perdita del senso della vita”  etc.).

A che tipo di collegamento egli si riferisce?

Nell’ipotesi più benevola, sta solo riferendo una sua esperienza: l’ateismo “porta spesso”  (si accompagna a) comportamenti eticamente negativi. Un caro amico mi ha fatto notare che il papa non è stato ingiusto verso gli atei: non ha negato le incoerenze dei cristiani, in questo passaggio le ha solo tenute fuori dal suo angolo di osservazione. Ma, in questa ipotesi, la sua affermazione risulterebbe incompleta e superflua. Incompleta, parziale, perché anche la “fede” (in qualsiasi senso la si intenda) “porta spesso” (si accompagna a) comportamenti eticamente riprovevoli. Superflua, irrilevante, perché – se il collegamento fra ateismo e immoralità  è il medesimo fra fede (ebraica, cristiana, islamica, buddhista…) e immoralità -  sarebbe come dire: “Molti vegetariani sono aggressivi” o “molte persone con i capelli rossi sono sleali”. Se con ciò non si vuol negare che aggressivi siano anche molti carnivori e sleali molte persone con i capelli neri, a che scopo affermarlo?

La mia ipotesi – a onore dell’intelligenza del papa – è che egli abbia voluto collegare l’ateismo e i fenomeni immorali come una causa a degli effetti: il suo “spesso porta” va inteso come “spesso comporta”, include, implica. Va inteso: “Anche se non sempre, spesso l’ateismo è all’origine del nichilismo morale” (insomma una versione attenuata, poiché ammette delle eccezioni, del dostoevskijano: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”).  E se fosse questa davvero la sua convinzione, mi permetterei nuovamente di dissentire. Egli pensa – del tutto legittimamente – che solo una ortodossia può fondare un’ ortoprassi. Ma è davvero così? O l’esperienza ci mostra ogni giorno che persone eterodosse o anche agnostiche o addirittura atee vivono un’etica esemplare non meno di tanti credenti ortodossi? Il nesso fra tesi metafisiche e tesi etiche è complesso, ma proprio per questo sarebbe più prudente non darne per scontata nessuna lettura. Papa Francesco ha insistito su ciò che può unire l’umanità (una sorta di etica universale, ragionevole, potenzialmente condivisibile da chiunque) piuttosto che su ciò che può dividerla (le visioni-del-mondo, le Scritture, le dottrine teologiche): e mi sembrava che fosse il sentiero più conducente.

Augusto Cavadi

“Adista/Notizie”, 20, 24/5/2025

martedì 6 maggio 2025

QUALE CRISTIANESIMO MERITA DI ESSERE 'SALVATO'? UNA RISPOSTA A VINCENZO OLITA

 

Sul n. 563 (10 gennaio 2025) di “Società Libera online” ho letto, con consueto interesse e inconsueto disaccordo, l’articolo, a firma del Direttore Vincenzo Olita, Cultura Woke e Chiesa Anglicana, Futuro e Chiesa Cattolica. In esso vengono fedelmente rappresentate, sulla base di dati statistici, le attuali condizioni di crisi in cui versano le Chiese cristiane e, in particolare, l’Anglicana e la Cattolica: la prima “si avvia verso l’estinzione” (“Negli ultimi anni ancor più di 400 chiese hanno chiuso, in molte città esistono più moschee che chiese e i fedeli sono in netta diminuzione”); la seconda, la Chiesa di Roma, vive – “ all’infuori del clero sul continente africano” – un calo continuo di praticanti e di candidati al ministero presbiterale.

A quali cause bisogna risalire per spiegare questi sintomi di decadenza?

Olita non ha dubbi: la radice è “l’abbandono della tradizione cristiana in nome del politicamente corretto e dell’osanna per la cultura politica woke” (ad esempio la revisione dei testi liturgici e delle preghiere in generale in cui si trasmette una visione esclusivamente maschile di Dio) nonché  l’abbandono di una concezione sacrale del cristianesimo a favore di un impegno sociale in “strutture di beneficenza o enti come Amnesty International”.

Tra le righe di questa diagnosi s’intravede la terapia suggerita dall’autore: invertire la direzione di marcia degli attuali vertici delle Chiese Anglicana e Cattolica, avviati “sullo stesso cammino fallimentare di larghi strati del protestantesimo” tedesco, e rilanciare quel “patrimonio dottrinale” che “sbiadisce, giorno dopo giorno”.

Le questioni da approfondire sono almeno due.

La prima concerne l’interpretazione della crisi attraversata dalle Chiese cristiane: essa è dovuta a un aggiornamento eccessivo del patrimonio dottrinario, liturgico, morale tradizionale o a un ritardo del medesimo aggiornamento? La gente non va più a messa o non si sposa più in chiesa perché il linguaggio dei preti e dei teologi è mutato troppo negli ultimi cento anni (risultando spiazzante) o perché è mutato troppo poco (risultando obsoleto, scarsamente comprensibile, inconciliabile con la cultura del cittadino medio)? Personalmente non ho dubbi: il mezzo secolo di studi teologici che coltivo intrecciandoli agli studi filosofici mi hanno convinto sempre di più che non possiamo mutare la nostra concezione dell’uomo, della storia, della natura, del cosmo in tutti i campi del sapere e restare fermi a duemila anni fa quando parliamo con Dio (trattandolo come Imperatore dispotico) o quando parliamo tra noi di Bibbia o di dialogo fra le grandi religioni del mondo.

Ma, per comodità espositiva, ammettiamo che la risposta per cui propendo (ovviamente non da solo, bensì preceduto da giganti del pensiero teologico come Panikkar, Kueng, Drewermann, Sartori, Barbaglio, Molari, Ortensio da Spinetoli…) sia errata. Ammettiamo che una Chiesa ferma ai dogmi, ai precetti, ai divieti, alle formule di preghiera personale e comunitaria…di settanta o di ottanta anni fa (Olita evoca nostalgicamente addirittura la “essenza controriformista” di mezzo millennio fa!) fosse più appetibile, più seducente, più popolare di una Chiesa in autocritica, talora in vera e propria rifondazione: con che criterio dovremmo procedere? Dovremmo optare per una Chiesa in grado di raccogliere consensi o per una Chiesa che, spogliatasi di superfetazioni teologiche e istituzionali, prova a recuperare il vangelo originario, a sintonizzarsi con il progetto di Gesù e dei primi discepoli? Dovremmo, insomma, privilegiare la ricerca del successo o la fedeltà alla verità?

Anche su questa seconda questione non ho dubbi: se scopro che la mia Chiesa ha accumulato potere e denaro falsificando l’insegnamento dei profeti, del Maestro e dei suoi apostoli; seminando promesse illusorie e minacce infondate; imponendo in nome di Dio, sulle spalle della povera gente, dei pesi inventati da uomini…ho il dovere morale, prima ancora che il diritto intellettuale, di denunziare l’imbroglio secolare. Anche a costo che le Chiese storiche, con miliardi di fedeli più confusi che persuasi, chiudano i battenti e lascino terreno a piccole Chiese costituite da uomini e donne in sincera, continua, ricerca di ciò che veramente ha proposto (insieme a tante cose inaccettabili o comunque datate) il filone del profetismo ebraico-cristiano.

Se il criterio è condivisibile, allora il compito della teologia libera e liberante sarà di risalire, per quanto possibile alle scienze bibliche ma con serietà scientifica e spirituale, al messaggio cristiano dei primi secoli: prima che l’infausta alleanza con l’imperatore Costantino trasformasse in ideologia sociologicamente conveniente una rivoluzionaria proposta di vita più sobria, fraterna, solidale, compassionevole. Verso questo cristianesimo i privilegiati della Terra non potranno nutrire simpatia e, legittimamente, appoggeranno altre versioni ‘sacrali’, ottime come “oppio dei popoli”; ma perché stentano a riconoscerne la fondatezza storica e la valenza salvifica anche persone impegnate con dedizione nella costruzione di una “società libera”?

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

* Poiché, in maniera non esattamente 'liberale', il Direttore di "Società libera online" ha preferito non ospitare sulla Sua rivista questa mia 'replica', essa è stata pubblicata da Gianfranco D'Anna su:

https://www.zerozeronews.it/chiesa-senza-futuro-non-hanno-un-domani-solo-quanti-non-credono-nella-sua-valenza-salvifica/

sabato 3 maggio 2025

IL PAPA CHE VERRA': DUE IPOTESI PLAUSIBILI, ANZI TRE

 

Ad ogni morte di papa il mondo occidentale si sveglia teologo. E mentre chi teologo lo è davvero tende a tacere, perché sa – come ha scritto in questi giorni don Paolo Scquizzato - che “il Silenzio è l’ultimo nome che ci rimane per Dio”, altri intellettuali (la cui formazione in queste tematiche si è fermata al catechismo  della Prima Comunione) moltiplicano dotti pareri e irrichiesti consigli. Talora misti a cavolate imbarazzanti come la tesi che il rimpianto Benedetto XVI sia stato l’ultimo papa legittimo (tesi che, se veritiera, farebbe dell’intero collegio cardinalizio un gregge di incompetenti in diritto canonico e dell’eruditissimo  Joseph Ratzinger un povero rimbambito incapace persino di dimettersi come si deve).

In questa bailamme non mi sembra corretto sottrarmi alla richiesta di qualche amica che – avendo letto un mio intervento sul difficile bilancio del pontificato appena conclusosi (https://www.adista.it/articolo/73728) – mi sollecita alcune parole sul pontificato che ci attende.

Da filosofo, e in quanto tale curioso anche delle cose di religione, mi pare di poter osservare che le attese (talora speranzose, talaltra timorose) del popolo cattolico si assestino su due ipotesi di massima.

 

La prospettiva del cristianesimo consolatorio

In una prima prospettiva, che approssimativamente ma non del tutto propriamente viene definita “conservatrice”, ci si attende un papa che allo smarrimento di senso dell’umanità contemporanea risponda con l’annunzio, chiaro e forte, delle certezze dottrinarie elaborate in quasi venti secoli di storia (più esattamente dal Concilio di Nicea del IV secolo al Concilio Vaticano II del XX secolo): Dio c’è e ne conosciamo gli attributi principali; si è incarnato pienamente ed esclusivamente nell’uomo Gesù di Nazareth; il quale ha fondato una Chiesa, destinata a perdurare sino alla fine della storia, che, illuminata in maniera infallibile dallo Spirito Santo (cioè da Dio stesso nella sua terza manifestazione, dopo il Padre e il Figlio), ha insegnato tutte le verità assolute necessarie alla nostra serenità terrena (con la morte ognuno di noi sopravviverà, almeno in forma di anima immateriale, nella sua individualità e sarà giudicato meritevole di paradiso, purgatorio o inferno; a questo giudizio individuale farà poi seguito, alla fine del mondo, il giudizio universale che ristabilirà definitivamente la giustizia ricompensando in maniera sovrabbondante chi sulla Terra ha subito senza proprie colpe sfruttamento, violenze, soprusi, guerre, inganni, frodi etc.).

Chi può negare che questo plesso dottrinario eserciti un fortissimo fascino per la sua coerenza logica interna e ancor più per il conforto che offre davanti allo spettacolo della storia che, come già notava Shakespeare, sembra il racconto senza capo né coda di un ubriaco? Chi può negare, come ripetono in questi giorni di pre-conclave dei cardinali scontenti dell’era bergogliana, che un papa simile a Pio XII, a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI potrebbe attrarre persone scoraggiate e desiderose di un manto protettore?

 

La prospettiva del cristianesimo inquietante

Perché allora, fra alti prelati, presbiteri, suore istruite, laiche e laici cattoliche/ici con titoli accademici teologici, molte persone si riconoscono in una seconda prospettiva che, altrettanto sommariamente e giornalisticamente, viene definita “progressista”? Perché non è scontato che il successore di Francesco sia un restauratore? La risposta telegrafica (che esigerebbe una biblioteca per essere argomentata) sarebbe: perché la costellazione dei dogmi cattolici, indubbiamente consolante, ha il difetto di non essere “vera”. Essa infatti ha trovato consenso per secoli o per le minacce di sanzioni terrene e ultraterrene o per le promesse rassicuranti. Tramontata l’era dell’Inquisizione e dei roghi, dall’Illuminismo in poi,  a chi cercava una luce nel buio dell’orizzonte si presentava come sovra-razionale, ma non come ir-razionale. Certo anche in passato per molta gente non è stato rilevante che un annunzio fosse ‘realistico’, cioè compatibile con ciò che sappiamo sulla realtà con sufficiente chiarezza: le bastava che fosse confortante. Ma per altre persone la proposta cattolica non era soltanto affascinante, era anche convincente: anzi, era affascinante perché convincente. La Chiesa, da parte sua, non ha ceduto su questo punto decisivo: essa ha inteso esercitare un Magistero rassicurante perché ‘vero’, in quanto garantito dalla Verità stessa. Gli esponenti più autorevoli da Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino a Jacques Maritain e Paolo VI hanno ribadito che il cristianesimo merita di essere adottato solo se, pur andando oltre,  non va contro le regole della logica, i dati delle scienze naturali, le scoperte delle scienze storico-antropologiche,  le acquisizioni della filologia e così via.

Da un secolo a oggi, però, è proprio questo statuto epistemico veritativo che si è incrinato: molte intelligenze cattoliche – studiando con impegno e sincera disposizione alla ricerca – sono pervenute alla conclusione che la corona dei dogmi cattolici risulta insostenibile al vaglio delle analisi filosofiche e scientifiche, anzi quasi sempre addirittura in contraddizione con la stessa Bibbia.

Da qui un bivio: alcune persone, proprio per onestà intellettuale, con sofferenza ma con convinzione, passano dall’ovile dei “persuasi” all’ampia prateria dei dubbiosi. L’esodo dei perseguitati per Modernismo continua anche dopo il tramonto dell’etichetta teologica della prima metà del Novecento.

Altre persone preferiscono, sino a quando non vengono censurate o espulse, restare all’interno della Chiesa cattolica ma rifondandone il senso e la missione. Secondo loro,   se il messaggio cristiano fosse, originariamente ed essenzialmente, una proposta dottrinaria, chi ne vedesse l’impossibilità di giustificarla con argomenti plausibili dovrebbe, per coerenza, abbandonarla all’archeologia mitologica. Ma proprio l’analisi ‘scientifica’ dei testi biblici – in particolare del Secondo Testamento – attesta che la fede secondo Gesù e i suoi primi discepoli non è accettazione cerebrale di tesi metafisiche, quanto un modo di giocarsi l’esistenza terrena per far fiorire la vita in se stessi e nelle altre creature. Non è un catalogo (che va affidato al lavoro dei filosofi e degli scienziati) di risposte agli enigmi dei mali sia naturali sia causati dagli umani, ma un invito operativo a lenire tali mali, almeno nella misura in cui ciò rientra nelle nostre possibilità.

 

Due modelli di papa

Chi ha capito i limiti del “teismo” cattolico e la preziosità dell’agape evangelica spera dunque che il successore di Francesco – pur condividendone alcuni difetti e mostrando pregi che Bergoglio non ha mostrato – resti almeno fedele alla sua intuizione di fondo: che solo la follia di una prassi nonviolentemente liberatrice degli impoveriti della Terra, e della Terra stessa ormai stremata da uno sfruttamento secolare senza freni, possa salvare l’umanità (prima di tutto) e la Chiesa (secondariamente). Un papa, insomma, che come i cristiani dei primi secoli, non abbia paura di remare controcorrente, non tema l’impopolarità e il calo dei sedicenti fedeli, ma annunzi una proposta di vita che non spenga l’inquietudine teoretica ed esiga un più intenso impegno etico.

Molto più  ‘normale’, conforme al buon senso, è indubbiamente il modello di papa auspicato da quanti si dicono ancora cattolici perché una vecchia teologia (ma non così antica come si presenta: va indietro solo sino al IV secolo!) gli promette beatitudini future: essi accusano Francesco di aver tentato di trasformare la Chiesa in un’organizzazione di volontariato sociale, aspettano un papa che torni alle “verità definite” e ai “valori non negoziabili” e che, in virtù di tali promesse accattivanti, attiri nuovi adepti, soprattutto fra i giovani incerti e smarriti. Un papa che “voli alto”, molto in alto, al di sopra delle miserie di questa “valle di lacrime”: che proclami “misteri” trascendenti, riservati a chi è disposto a credere senza più pensare, e princìpi etici talmente generali da essere sottoscritti unanimemente; che eviti di compromettere l’autorità di portavoce dell’Eterno con analisi socio-economiche, valutazioni storico-politiche, denunzie di crimini circoscritti e individuabili. Con affermazioni, insomma, empiricamente verificabili e, per ciò stesso, anche falsificabili.

Quale dei due modelli di papa sceglieranno gli eminentissimi in conclave? Non sono in grado di sbilanciarmi in previsioni, ma non mi stupirei che puntassero su qualche nome di mediazione (salvo poi a scoprire che l’eletto è meno ‘equilibrato’ di come lo si attendeva perché o non ha saputo o non ha voluto farsi conoscere anticipatamente sino in fondo) . So solo che le statistiche attestano che il declino delle adesioni alla Chiesa cattolica abbia avuto origine già durante i pontificati di papi “duri e puri” come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma anche se ciò non fosse vero;  anche se non fossimo in una fase storica irreversibilmente “post-religionale” in cui la concezione stessa di un “papato” come monarca assoluto risulta anacronistica, che servirebbe ‘salvare’ la Chiesa cattolica dall’autodissoluzione tornando a parlare di “misteri” ignoti e a ignorare le esigenze evidenti dell’ecologia “integrale” (dunque della revisione radicale dei nostri rapporti con gli altri esseri viventi)? Se il futuro di una Chiesa ha senso è in funzione di un futuro dell’umanità. Non certo il contrario.

Augusto Cavadi

“Adista/Notizie” del 10 maggio 2025

martedì 22 aprile 2025

PONTIFICATO DI BERGOGLIO: UN DIFFICILE BILANCIO

 PAPA FRANCESCO: UN DIFFICILE BILANCIO

Ci vorranno anni per redigere un bilancio attendibile del pontificato di Bergoglio (2013 – 2025), al di là delle etichette coniate in vita per esaltarlo (“papa rivoluzionario”) o per denigrarlo (“papa eretico”). 

Di certo è che la sua persona, il suo magistero, il suo stile di governo sono stati contrassegnati da una notevole e persistente ambivalenza (per i più malevoli,  ambiguità). Da una parte, infatti, è stato un papa di grandi aperture innovative (come nei confronti delle problematiche socio-economiche ed ecologiche); ma, per altri versi, non ha nascosto né una devozione religiosa tradizionalista né alcuni pesanti giudizi su questioni eticamente sensibili (dalla fluidità della nozione di “genere” alla liceità dell’aborto procurato).

Cosa resterà della sua azione nella storia della Chiesa cattolica?

L’elezione del nuovo pontefice potrà offrire qualche elemento di risposta, ma direi che – almeno  nell’immediato - non si registrerà nessun mutamento di rilievo. Egli infatti ha interpretato in maniera originale il ruolo, ma lasciando intatto il copione: fuor di metafora, è stato un papa che non è riuscito a (o non è stato capace di) trasformare il papato come istituzione.

Ad incidere nel lungo periodo potrà essere, piuttosto,  qualora venga raccolta e portata avanti dai successori, la sua prospettiva teologica. Sì, può suonare a prima vista paradossale: il papa meno ‘teologo’ della storia recente (nessun titolo accademico a differenza di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI) ha, tacitamente, testimoniato una visione teologica molto più fedele al messaggio originario dei suoi dotti predecessori; l’unica visione, tra l’altro, che potrebbe salvare la Chiesa cattolica dal precipitare nell’irrilevanza pubblica a cui sembra inesorabilmente destinata.

Egli infatti ha intuito, più per esperienze di vita che a seguito di faticosi studi in biblioteca, che la fede cristiana è un modo di essere-nel-mondo e di relazionarsi con gli esseri viventi più che l’accettazione intellettuale di una serie di “verità” catechetiche. Come è stato felicemente osservato da qualcuno, la sua prima vera enciclica non è stata  la Lumen fidei (che papa Ratzinger gli aveva lasciato quasi completata sulla scrivania), bensì il suo viaggio a Lampedusa per lanciare un segnale a favore dei migranti. In questi dodici anni il filo rosso dei suoi interventi è abbastanza riconoscibile: le questioni dottrinarie possono essere più o meno interessanti, ma ciò su cui si misura la nostra sequela del Cristo dei vangeli è la solidarietà con i disperati, gli sfruttati, gli impoveriti. Papa Francesco ha testimoniato che l’ortodossia è fondamentale, ma che consiste nella centralità dell’ortoprassi. Eretico è chi nega che l’essenza, il principio, l’anima  sia l’amore a trecentosessanta gradi, non chi ha dubbi su un dogma proclamato nel XVI secolo o nel XX o chi dissente sulla traduzione dal greco in latino di un versetto biblico. 

Se la Chiesa avrà un futuro sarà non in quanto agenzia culturale in grado di produrre sistemi teologici mirabolanti,  bensì in quanto palestra di persone, comunità, movimenti specializzati nell’amore gratuito, nel dono creativo, nell’agape trasformatrice. Dall’imminente conclave si capirà se i cardinali hanno compreso la posta in gioco o se preferiranno far finta di niente, continuando a gingillarsi sul Titanic ignari degli iceberg disseminati sulla rotta.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

Qui il link all'originale:

Una versione più sintetica (con un titolo di cui non sono responsabile) qui:

giovedì 3 aprile 2025

L’eredità di Ortensio da Spinetoli: report di Valerio Gigante del Convegno romano del 26.3.2025

 

Cercare assieme, cercare ancora.                                L’eredità di Ortensio da Spinetoli

Ricordare la figura di Ortensio da Spinetoli a cento anni dalla nascita. Ma perché, qual è il senso e la portata della sua testimonianza umana e intellettuale per la Chiesa e per la società odierna? È una domanda che vale per tante figure che hanno accompagnato la storia della Chiesa e della società del passato recente e remoto. Vale ancora di più per Ortensio, che le circostanze storiche hanno condannato alla marginalità, al punto che sin dagli anni ‘70 Ortensio ha potuto parlare e scrivere solo in una sorta di semi-clandestinità, allontanata dalla Chiesa istituzionale e dalle facoltà teologiche.

Eppure, in modo per alcuni versi sorprendente, le pagine di Ortensio continuano a suscitare interesse e dibattito. Il suo libro postumo – quasi una sorte di testamento spirituale – L’inutile fardello, pubblicato nel 2017 dalla casa editrice laica Chiarelettere fu un piccolo caso letterario, con diverse ristampe e migliaia di copie vendute. Di questa permanenza di Ortensio nella vita e nel dibattito ecclesiale e culturale si è discusso a Roma, presso la basilica dei SS: Apostoli, lo scorso 16 marzo. C’erano oltre 100 persone, venute ad ascoltare e a confrontarsi con Ricardo Peréz Márquez, teologo, del Centro studi biblici “G. Vannucci” di Montefano e Augusto Cavadi, filosofo, della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” di Palermo. Moderati dalla giornalista Luce Tommasi, i relatori e gli interventi dei presenti hanno messo in evidenza la consapevolezza che la forza e radicalità del pensiero di Ortensio sono state più forti della violenza con cui il potere ecclesiastico ha tentato di silenziarlo. E che, anzi, proprio la condizione di marginalità che Ortensio ha dovuto subire per oltre 40 anni, unite alla coerenza di vita e testimonianza gli hanno consentito di instaurare e mantenere un legame solidissimo con le generazioni di laici e credenti vissute nel post Concilio, che si interrogavano su un nuovo modo di leggere e interpretare le Scritture. Augusto Cavadi nel suo intervento ha sostenuto che Ortensio, con i suoi testi e la sua proposta di esegesi biblica, con la sua ecclesiologia e la sua teologia sia stato soprattutto capace di parlare ai non specialisti, a coloro che non frequentavano le biblioteche e le facoltà teologiche; addirittura a coloro che non si interessavano della Chiesa e dei suoi problemi nel rapporto con il mondo contemporaneo. Una circostanza straordinaria, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove drammatico è stato il divorzio tra ricerca teologica e cultura laica, consumatosi sin dal periodo post unitario. Se infatti, ha spiegato Cavadi, in Paesi come la Germania, le facoltà teologiche si trovano all'interno di atenei statali con il risultato di un continuo e fecondo dialogo tra culture e visioni del mondo, in Italia la teologia è sempre stata monopolio esclusivo della Chiesa. Questa circostanza ha provocato enormi danni alla cultura cattolica, ma ha avuto conseguenze disastrose anche per la cultura laica.

L’“ecumenismo dell’ignoranza”

Cavadi, che ha insegnato per 40 anni nei licei, ha raccontato ad esempio di essersi spesso trovato di fronte a insegnanti di letteratura, storia, arte completamente digiuni di conoscenze bibliche e competenze teologiche, che non sapevano nulla di Gesù e della dottrina cattolica; ma che spiegavano la Divina Commedia o i capolavori della pittura o le guerre di religione senza questo indispensabile retroterra culturale. Oggi poi, che, ha chiosato Cavadi, neanche i cattolici leggono e sanno più di teologia, siamo di fronte a una sorta di «ecumenismo dell’ignoranza». In tale contesto, pochissimi intellettuali cattolici hanno avuto la capacità e il coraggio di superare questo divorzio, facendo breccia in un pubblico laico, digiuno di questioni religiose. Capitò al biblista Giuseppe Barbaglio, con il suo fortunato testo su Paolo di Tarso. O a Vittorio Messori con la sua Inchiesta su Gesù. È capitato in anni recenti a Vito Mancuso o a Mauro Pesce. Ma sempre in modo episodico. Ortensio invece ha inciso in maniera profonda su diverse generazioni; non solo con i suoi libri, ma con il suo metodo di indagine. In un periodo, peraltro, in cui la teologia dava risposte a domande che la società secolarizzata non si poneva. In un dialogo tra sordi che la ricerca di Ortensio ha saputo lentamente trasformare.

Tre qualità

Dell’eredità di Ortensio, Cavadi sottolinea in particolare tre qualità: la competenza scientifica, che gli consentiva di argomentare, documentando puntualmente e in maniera circostanziata ciò che sosteneva. In questo modo Ortensio non doveva rifugiarsi, come altri teologi, in un linguaggio astruso, autoreferenziale e specialistico, ma comunicava in maniera chiara e nitida, sempre aperto al confronto con ogni possibile rilievo critico. E sempre consapevole della provvisorietà di ogni affermazione e ipotesi, che poteva e anzi doveva sempre essere soggetta a revisione e approfondimento.

Poi Ortensio aveva la passione per la ricerca; e ogni volta che scriveva o parlava si percepiva il suo desiderio di indagare il testo biblico assieme a coloro che lo ascoltavano e lo leggevano, evitando ogni atteggiamento di superiorità intellettuale.

La terza qualità di Ortensio è che era una persona libera. Libera dalla dipendenza economica nei confronti dell'autorità; e libero dal desiderio di fare carriera. Aveva infatti accettato di essere degradato e impoverito pur di difendere le sue idee; e ha fatto anzi di questa sua condizione il presupposto di una ricerca realmente libera, perché realmente indipendente da ogni condizionamento. 

Ortensio scriveva e affermava contenuti di grande radicalità ma mai in uno spirito distruttivo Se demoliva indicava sempre un aspetto positivo, una prospettiva possibile per uscire dalla crisi che le sue affermazioni avevano aperto. E sempre Ortensio proponeva le sue interpretazioni come ipotesi, sottolineando sempre – come ha ricordato Perez – che le parole migliori sono quelle che devono ancora essere scritte e che fare esegesi biblica e fare teologia equivale a mettersi costantemente in cammino.

Il Vangelo per l’uomo, non per l’istituzione

Mantenendo con perseveranza la fedeltà alla parola, ha ricordato Ricardo Peréz Márquez, profeti come Ortensio sono stati ingiuriati, ma la storia ha dato loro ragione. Anche se la loro esistenza si può chiudere con una sconfitta, il fatto di essere stati vigili e perseveranti rende ancora viva e attuale la loro testimonianza. In particolare Ortensio ha saputo comunicare la ricchezza umana del Vangelo, sempre consapevole delle incomprensioni e del rifiuto di quanti sono pronti a sacrificare il bene delle persone alle ragioni dell’istituzione.

Ortensio era convinto che il Vangelo fosse distinto e distante da ogni dottrina. Uno dei suoi tratti distintivi è stata la passione per la parola, che Ortensio ha sempre saputo coniugare con il rigore e la coerenza della vita. Per lui, ha spiegato Peréz Márquez, la parola non serve a confermare una dottrina, ma a nutrire la fede dei credenti per orientarne le scelte alla realizzazione del regno. Ortensio lo ha fatto introducendo tra i primi il metodo storico critico all'esegesi delle scritture. Demitizzare i testi sacri, riportandoli al contesto storico culturale nel quale sono stati prodotti per renderli significativi per la vita dei credenti. Liberando la teologia dai fardelli inutili imposti dall’ideologia religiosa, che identifica la verità con la dottrina. Ortensio ha insegnato una prassi che si oppone a ogni forma di dogmatismo applicato alla parola. Alcuni dei libri di Ortensio da Spinetoli sono disponibili presso Adista, 06/6868692, abbonamenti@adista.it, www.adista.it).

Un’ultima notazione: alla fine dell’incontro i presenti si sono spostati in Basilica, per assistere alla celebrazione di una messa in ricordo di Ortensio celebrata dal card. Matteo Zuppi. Un segno – ma resta da capire quanto sarà rilevante (una analoga iniziativa del cardinale per Ernesto Bonaiuti non ha avuto sinora alcun seguito) – dell’attenzione che oggi anche l’istituzione ecclesiastica ha voluto mostrare nei confronti di questo grande biblista. 

Tratto da: Adista Notizie n° 13 del 05/04/2025

Per la versione originale illustrata basta un click qui:https://www.adista.it/articolo/73472



venerdì 15 novembre 2024

LA CHIESA CATTOLICA E LA GUERRA: STORIA DI UN RAPPORTO AMBIGUO

 E' on line, scaricabile gratuitamente, il n. 70 del bimensile "Dialoghi Mediterranei", rivista dell'Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo (Trapani).

Tra i numerosi articoli interessanti segnalo l'excursus storico-critico di Elio Rindone sul giudizio (molto oscillante) della Chiesa cattolica sulla legittimità della guerra: un intervento che esplora il passato per sollecitare i cristiani di oggi a una rottura più netta con ogni logica bellicista.

Cliccare qui:

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-chiesa-condanna-la-guerra/

giovedì 29 agosto 2024

ADDIO AD ARNALDO NESTI, PADRE DELLA SOCIOLOGIA DELLA RELIGIONE IN ITALIA


Alla rispettabile età di 92 anni si è spento, in questi scampoli di agosto, Arnaldo Nesti. Che la grande stampa non abbia dato risalto alla notizia fa parte del gioco: chi è vissuto di ricerca, di pubblicazioni, di organizzazione di eventi culturali – senza sgomitare per un po’ di pubblicità e di consensi – perché dovrebbe avere da morto i riconoscimenti che non ha avuto (più precisamente: che ha avuto solo in parte) da vivo ? Ma agli amici spetta almeno il dovere di un grato saluto.

Lo conobbi negli anni Ottanta, durante la “Primavera di Palermo”: ospite del sindaco Orlando girava per la città con un autista per osservare il Festino di santa Rosalia e abbozzare un confronto con festività religiose simili a Barcellona in Catalogna e a Città del Messico. Fu lui a presentarsi per chiedermi delle notizie sui rapporti fra mentalità mafiosa e religiosità cattolica: lo fece con un garbo così signorile, quasi con modestia nei confronti di un interlocutore come me più giovane e per nulla accademicamente blasonato, che diventammo amici. Da allora la mia casetta fu (quasi sempre) la sua residenza palermitana e il suo appartamento in via sant’Agostino, nel cuore e sui tetti di Firenze, la mia tana fiorentina.

Allora non ero stato espulso (per colpe che dopo quarant’anni non sono riuscito neppure a individuare) dal novero dei collaboratori del mensile “Segno” dei Padri Redentoristi di Palermo: dunque negli archivi dei numeri pubblicati rimangono colloqui fra me e lui, resoconti di avventure progettate insieme (ad esempio un convegno sulla religiosità meridionale a Mezzojuso, nell’Eparchia di Piana degli Albanesi, area ideale per scambi fra Oriente greco-ortodosso e Occidente latino-cattolico), mie recensioni di libri suoi.

Ma chi era Arnaldo Nesti? Da giovane prete si era laureato in sociologia della religione con una tesi su Antonio Gramsci e, quando fu certo che non avrebbe potuto conservare con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI la libertà intellettuale e progettuale, ha rinunziato al ministero presbiterale per occupare la prima cattedra universitaria italiana di “Sociologia della religione”.

Impossibile richiamare tutti i titoli delle sue pubblicazioni, più impegnative o meno: ormai i motori di ricerca sul web ci hanno liberato da ogni alibi conoscitivo (si può partire dal profilo che Luca Kocci ne ha tratteggiato su “Adista” in queste ore: https://www.adista.it/articolo/72392

Da parte mia non posso risparmiarmi almeno due riferimenti alle imprese che hanno inserito il “Professore” nella storia dell’istruzione e della vita ecclesiale italiana: la fondazione e la direzione sino all’ultimo respiro della rivista “Religioni e società” e l’istituzione della “Summer School on Religion” di San Gimignano (che si sta celebrando per il XXXI anno proprio in questi giorni dal 24 al 28 agosto).

Tra i doni che ho ricevuto da Arnaldo il contatto con Mariangela Maraviglia, una studiosa a lui – meritatamente-  cara che ha voluto ricordarlo su Facebook con una delle sue tante pagine illuminanti: “Il senso dell’essere umano nella storia di oggi è di trovare un principio che gli consenta di muovere le energie intellettuali e spirituali per costruire la solidarietà, l’armonia […]: amare il prossimo come se stessi, amare la terra come se fosse il nostro corpo, mantenere il respiro di una vita che si rinnova continuamente, accarezzare il volto altrui, correre sui prati ad ammirare i gigli, inseguire con gli occhi il volo delle rondini, ricordarsi che, nel quadro del cosmo in cui ci troviamo, in comunione coi vivi e coi morti di ogni tempo, come afferma l’astrofisico Carl Sagan (1934-1996), «siamo polvere di stelle che contempla le stelle»” (A. Nesti, L’incerto domani. Spiragli spirituali, Roma 2020, da me recensito su: https://www.zerozeronews.it/dio-fedi-e-dintorni-verso-una-civilta-post-religiosa/ ).


               Augusto Cavadi

www.girodivite.it

28.8.2024

mercoledì 14 agosto 2024

Jacques Gaillot, vescovo di nessuna diocesi e di ogni emarginato

 A  ventisei anni ordinato prete cattolico (1961), a quarantasette vescovo di Évreux in Normandia (1982): Jacques Gaillot era tra gli astri nascenti del clero francese post-conciliare. Ma, come riferisce Lorenzo Tommaselli nel suo bel profilo biografico Jacques Gaillot. Un vescovo per il Vangelo (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2024), il giovane prelato aveva un vizietto: non beveva, non fumava, non andava a letto né con donne né con uomini, ma era convinto, sulla scia del Predicatore errante palestinese, che “la Chiesa deve essere la Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione” (p. 32). E allora – memore della convinzione maturata durante il servizio militare in Algeria: “il rifiuto assoluto per ogni forma di violenza e la scoperta della nonviolenza come pratica di vita, intrinsecamente evangelica” (p. 12) – si presenta in tribunale per dare solidarietà a Michel Fache, “un giovane obiettore di coscienza” (p. 15) : non certo un esordio promettente per un vescovo appena consacrato! Ma è solo l’inizio di una valanga: critica di un documento della Conferenza episcopale francese in cui si ammette la costruzione di armi atomiche sia pur a scopo di dissuasione dei possibili aggressori (p. 16); dichiarazione a favore del matrimonio dei preti (pp. 61 – 63); interviste a sostegno degli omosessuali cattolici (pp. 19 – 20); addirittura un intero libro per denunziare “gli effetti perversi sulla situazione degli immigrati che vivono in Francia a causa delle leggi promulgate dal ministro dell’Interno, Charles Pasqua” (p. 24): ce n’è abbastanza, insomma, perché la Congregazione dei vescovi di Roma (il dicastero che si occupa appunto dei vescovi di tutto il mondo, sotto la supervisione del papa, che nel 1995 è Giovanni Paolo II) lo rimuova dalla sua diocesi e lo trasferisca “alla sede titolare di Partenia” (p. 33).

Si tratta di un’operazione diplomatica da standing ovation: da una parte non si vuole mantenere viva questa spina nel fianco delle gerarchie ecclesiastiche, ma dall’altra non si vuole punire clamorosamente un vescovo a cui non si può rimproverare nessun genere di infedeltà morale. E allora lo si trasferisce in una sede episcopale, Partenia, che sarebbe in mezzo al deserto algerino se…non fosse stata cancellata secoli prima! Monsignor Gaillot deve dunque scegliersi una sede fisica e si trasferisce al numero 7 di rue du Dragon a Parigi: non in un signorile palazzo adatto a un vescovo sia pur “emerito”, ma in un fabbricato occupato abusivamente da senza-tetto. Se non può essere il vescovo di un’area geografica definita, sarà (anche attraverso il Web che inizia a diffondersi in quegli anni) il vescovo degli ultimi di ogni zona del pianeta: sarà, come si intitola una sua pubblicazione, Monseigneur  des autres (p. 40).

Il programma di governo del “primo vescovo internauta” (ivi) è tanto semplice quanto conciso: “La vita prima dei dogmi. Gli atti prima della parola. La spiritualità prima della morale. L’essere umano prima di tutto” (ivi).

Con l’elezione di papa Francesco il clima generale della Chiesa cattolica – almeno psicologicamente – muta e, nel 2015,  Bergoglio invita il “fratello” nell’episcopato a un colloquio informale a Santa Marta: è un bel momento anche se nessuno dei due chiede o offre la reintegrazione giuridica in una diocesi “normale”. Gaillot ha d’altronde già raggiunto l’età della pensione e nel 2023 l’ottantasettenne – ma ancora attivissimo – presule viene stroncato da una malattia fulminante. I suoi “confratelli” vescovi non possono fare a meno di dichiarare nel comunicato ufficiale che, “al di là di alcune prese di posizione che hanno potuto essere fonte di divisione”, Jacques Gaillot, sino all’ultimo, “ha conservato la preoccupazione dei più poveri e delle periferie” (p. 50).

Il testo di Tommaselli, intriso di stima e di affetto maturati anche in incontri personali, è completato da due testimonianze preziose (a firma di p. Alex Zanotelli e del vescovo emerito di Caserta, mons. Raffaele Nogaro) e da alcune pagine di Gaillot stesso: un invito implicito ad approfondire la conoscenza di questa persona speciale, il cui “eterno sorriso” costituiva “il suo biglietto da visita nell’incontro con gli altri” (p. 53).

 Augusto Cavadi

* La versione originale, illustrata, si trova a questo link:

https://www.zerozeronews.it/jacques-gaillot-il-vescovo-senza-diocesi-e-di-tutti-gli-emarginati/

 

giovedì 1 agosto 2024

SULLA "POCHEZZA INTELLETTUALE" DEL PAPA ARGENTINO: UN DIALOGO MANCATO SULLA "PREALPINA" DI VARESE

 Il 13 luglio 2024 il quotidiano lombardo "La Prealpina" ha ospitato un intervento del mio simpatico amico Guido Martinoli. Come ogni volta in questi casi, il buon Guido mi invia copia del suo scritto perché immagina - con fondate ragioni - che la lettura del prestigioso quotidiano di Varese e dintorni non rientri fra le mie priorità. Poiché Guido sollecita sempre dei feed-back che, per motivi di tempo, posso dare solo raramente, ho approfittato delle ferie estive per inviare alla Direzione della "Prealpina" una mia riflessione sul tema. 

Ho spedito la mia e-mail il 25 luglio e, tramite internet, ho visto che sono state pubblicate "lettere" il 26, il 27 e il 28. Supponevo di dover aspettare il mio turno, ma poiché il 29, il 30 e il 31 il quotidiano ha preferito non aprire neppure la rubrica pur di non essere moralmente costretto a ospitare il mio scritterello, ho dedotto che esso non fosse particolarmente gradito. Devo riconoscere che da parte della Direzione si è trattato di una scelta coerente: sarebbe stato contradditorio infatti dare prova troppo ampia di "democrazia" da parte di una testata che si orienta in direzioni differenti. 

Poiché invece in questo blog non esiste nessuna censura - non vengono rimossi dai 'commenti' neppure interventi palesemente inconsistenti dal punto di vista argomentativo -, tranne che nei casi di ingiurie offensive, d'accordo con Guido pubblico integralmente la sua 'lettera' alla "Prealpina" (del 13.7.24) e la mia risposta (che ormai "blowing in the wind").

La chiesa non è una democrazia, nonostante Bergoglio
Ho appena sentito i discorsi dei prelati e di Papa Bergoglio oggi 7 luglio a Trieste e sono rimasto nauseato per l’ingiustificata e “pelosa” difesa e sostegno della democrazia. In verità, già prima delle europee ci fu il solito e imbarazzante invito dei cardinali ad andare a votare, per “partecipare” alla vita sociale, come se una misera croce su una banale scheda bastasse per tale presunto dovere sociale e morale.
Adesso è ufficiale: anche il Papa è preoccupato che “la democrazia non gode di buona salute”. Patetico e deplorevole! Ma che c’entrano la fede, la chiesa e i suoi ideali, essenzialmente qualitativi, virtuosi e personali, con la democrazia, trionfo di quantità, superficialità e massificazione? Nessun libro sacro dell’antico e nuovo testamento (dal Pentateuco ai vangeli, all’apocalisse), né alcun pensiero fondante dei padri della chiesa (Ambrogio, Agostino, Tommaso), né gli stessi studiosi contemporanei (Von Balthasar, Kung, Panikkar), hanno mai sfiorato il termine “democrazia”, per non sporcare i santi contenuti. Fu solo il mitico Ratzinger che osò farlo, dimostrando un coraggio non comune nell’affermarne la totale estraneità della “sua chiesa” col ben noto “La chiesa non è una democrazia (https://www.youtube.com/watch?v=DyCw9M7mH24)”.
Nella “pochezza intellettuale” del Papa argentino invece, pare prosperare una vera infatuazione per tale penoso sistema. Come mai? Ci sono diverse risposte e tra queste segnalo:
- L’emotiva e radicata metafora del buon pastore. La relativa parabola e iconografia ha “certificato” il Papa quale unico erede del Cristo sulla terra e che ciò che lui comanda deve essere osservato da tutte le pecorelle a lui affidate. In tale visione è certo molto più facile, efficace e sicuro condurre un gregge di anime candide, indistinte, obbedienti e senza guizzi creativi e destabilizzanti, anziché stimolarle a pensare e approfondire in privato il messaggio biblico-cristiano (ricordo che fu proprio questa la causa prima dello scisma protestante).
- Lo “scadimento strategico” del magistero pietrino. Il “Francesco” ha ormai palesato i suoi reali obiettivi, meramente terreni e legati a valori marginali, momentanei, materiali e ambientali, nella totale indifferenza verso i grandi orizzonti della salvezza delle anime e del trascendente.
- La prevenzione e il soffocamento di potenziali dissidenti o eretici. Il fresco caso Viganò la dice lunga sul timore di lasciar spazio al libero pensiero, foriero di dubbi, ansie e critiche pericolose. Sullo sfondo dilaga la secolarizzazione, che minaccia il logoro potere temporale d’una gerarchia in fase preagonica, incapace di reggere le attuali e impreviste spinte culturali e tecnologiche, in netto contrasto coi suoi vecchi fondamenti fideistico-religiosi.
- L’allineamento politico al pensiero unico dominante. La democrazia, nonostante le forti bordate dell’astensione, è ancora un “modello in voga” (che solo l’8% dei governi l’adottino mi pare falso, chennedicano i media pro papato) ed è meglio averla come amica e alleata.
L’inarrestabile disavventura bergoliana continua, povera chiesa cattolica romana!

guido.martinoli@libero.it

TROPPA DEMOCRAZIA NELLA CHIESA? O FORSE TROPPO POCA ?

Come ogni volta che viene ospitato sul vostro quotidiano, anche oggi l’ingegnere Guido Martinoli mi ha gentilmente girato la sua “lettera” del 13 luglio intitolata  “La chiesa non è una democrazia, nonostante Bergoglio”. In essa, il mio simpatico amico esprime la “nausea” per “l’ingiustificata e «pelosa» difesa e sostegno della democrazia” avanzata da papa Bergoglio e dal cardinale Zuppi (presidente della Conferenza dei vescovi italiani) a Trieste nel corso della “Settimana sociale” dei cattolici.

Non ho nessun titolo per assumere il ruolo di avvocato difensore della gerarchia cattolica, ma come filosofo delle religioni e teologo free-lance mi piacerebbe offrire ai vostri lettori qualche considerazione di segno diverso affinché, come auspica il buon Martinoli, ciascuno/a possa “pensare e approfondire in privato il messaggio biblico-cristiano”.

Primo flash: è vero che papa  Francesco “ha ormai palesato i suoi reali  obiettivi, meramente terreni e legati a valori marginali, momentanei, materiali e ambientali, nella totale indifferenza verso i grandi orizzonti della salvezza delle anime e del trascendente”?  Se egli dice cose diverse da ciò che i vangeli attribuiscono a Gesù, è vero. Se leggendo i vangeli scoprissimo che Gesù ha rivelato che, al Giudizio finale, saremo valutati esclusivamente su ciò che avremo fatto per chi ha fame, sete, freddo… su questa terra, papa Francesco non è meno – ma se mai più -  fedele alla missione di un annunziatore del messaggio cristiano. Dunque non resta che leggere, dalla prima all’ultima pagina, i quattro vangeli (niente paura: un’oretta al giorno e in quattro giorni

Il lavoro è completato!) per stabilire se ha ragione la competenza ingegneristica del buon Guido o “la  «pochezza intellettuale« del Papa argentino” (eletto evidentemente da un’ottantina di cardinali rimbambiti che non si rendevano conto dell’errore madornale che stavano consumando).

Secondo flash: per Guido aveva ragione papa Benedetto XVI quando scriveva, e ribadiva, che “La chiesa non è una democrazia”. Anch’io sono convinto che essa non sia stata progettata da Gesù come una “democrazia”, per una ragione radicale: Gesù, come insegnano i biblisti di tutto il mondo, riteneva imminente la fine del mondo e dunque non ha progettato nessuna chiesa. Né democratica, ma neppure aristocratica o monarchica. Mi spiego. Poiché di fatto la fine del mondo tarda ad arrivare, in questi duemila anni i cristiani si sono dovuti organizzare in qualche maniera: più comunitaria-orizzontale quando erano piccoli aggregati di minoranza, in maniera più gerarchica-verticale quando dopo l’Editto di Costantino (315 d.C.) si è andata costituendo la Chiesa universale. Dunque non c’è nessun dogma in proposito: la Chiesa si può dare, come si è data nei secoli, strutture più simili alle democrazie greche o all’Impero romano. Oggi, in pieno secolo XXI, è una delle monarchie più assolute del pianeta: c’è chi, come Martinoli,  ne è contento (e anzi si preoccupa perché papa e vescovi, almeno a parole, vorrebbero maggiore collegialità o sinodalità) e chi, come me, ne è scontento (e vorrebbe che ci fosse più partecipazione popolare e che si prendessero sul serio inviti come quello di Gesù: “Se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti; e se uno vuol essere il primo, si faccia servitore di tutti. Infatti anche il Figlio dell'uomo è venuto non per farsi servire, ma per servire e per dare la propria vita come riscatto per la liberazione degli uomini” - Marco, 10, 43 – 45). De gustibus non est disputandum? Non c’è da “disputare”, ma  magari da ragionare serenamente sì.  Almeno sino a quando un po’ di bistrattata libertà democratica ce lo consentirà.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

mercoledì 31 luglio 2024

ERASMO DA ROTTERDAM: UN PIONIERE DEL PACIFISMO LAICO EVANGELICAMENTE INSPIRATO

 Per benemerita iniziativa del Centro Gandhi Edizioni, Rocco Altieri ha curato l’edizione italiana di B. Ligt, Erasmo nonviolento. La voce dell’Umanesimo in un’Europa dilaniata dalle guerra  (Pisa 2023). Erasmo (1466 – 1536) visse in un momento storico tra i più bellicosi della storia occidentale e la somiglianza con i nostri tempi risalta evidente. L’autore presenta Erasmo come pioniere della “scienza della pace” e il titolo italiano sarebbe stato, a mio avviso, più preciso se all’originale olandese fosse stato aggiunto “pacifista” piuttosto che “nonviolento” (anche per educare i lettori alla distinzione fra queste due categorie, ben chiarita da  Andrea Cozzo nel suo La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o  rifiutarla, Di Girolamo, Trapani 2022, p. 11).

Nel contesto storico che gli appare manicomiale, Erasmo prova ad opporre la voce della saggezza più antica che, per lui , è un intreccio inseparabile di saggezza filosofica greco-romana e di saggezza teologica evangelica. Nella sua prima opera, Il disprezzo del mondo, “accanto alle settanta citazioni dai classici – Virgilio, Orazio, Ovidio, Terenzio, Lucano, in particolare Giovenale – ce ne sono solo cinque dalla Bibbia. E il tutto fa più appello alla ragione umana che alla fede ecclesiastica. (…) Difende deliberatamente l’epicureismo (…) e definisce Gesù il suo «amico più importante», per citarlo allo stesso modo con cui cita Virgilio o Cicerone” (p.215).  Ed è in questa prospettiva sapienziale che in uno dei suoi primi trattati, Orazione sulla pace e la discordia contro i faziosi, non si capacita della stoltezza dei contemporanei: “Oh, irragionevole ragione degli uomini che pur potendo vivere ininterrottamente felici, a causa della loro ambizione, si mettono in testa una continua infelicità! E ciò mentre dall’honestas scaturisce la vera voluptas, che rende già possibile un’esistenza armoniosa sulla terra” (Ivi).

 

Diagnosi

Potremmo, un po’ troppo schematicamente, distinguere le idee di Erasmo riportate, e commentate, in questo volume in due tempi. Innanzitutto, la diagnosi della manifestazione della follia costituita dalla guerra. Essa non è un male come gli altri, ma una sorta di culmine/sigillo che enfatizza sino al parossismo la condizione antropologica di base: “Quanto fugace, breve e fragile è la vita umana, a quali malanni è esposta, dal momento che tante malattie ed eventi accidentali le stanno addosso – rovine, naufragi, terremoti, fulmini? Che bisogno c’è, dunque, di andare in cerca anche dei malanni della guerra, i quali, per altro, sono i più disgraziati di tutti?” (p. 65). Davvero Dulce bellum inexpertis (“Dolce la guerra solo a chi non l’ha mai sperimentata”) !

Come i danni materiali non fossero abbastanza, la guerra ne provoca di morali: “Le guerre, forse, si potrebbero sopportare, se ci rendessero solo disgraziati, e non anche malvagi e perfidi, e se la pace ci facesse solo più felici, e non anche migliori. Empio, perciò, è chiunque provoca la guerra". Tutti i mali naturali che possono capitarci ci rendono solo disgraziati, ma non malvagi. La guerra è il male più atroce e pernicioso, che da solo tutti li comprende e li supera” (E. Peyretti, Erasmo, Umanesimo e cristianesimo della pace in "Tempi di fraternità'", n. 6, giugno-luglio 2018).

Preventivare ricavi e perdite potrebbe portare a sostenere (riprendendo un pensiero di Cicerone) che: “Qualsiasi pace ingiusta è quasi sempre preferibile alla più giusta di tutte le guerre. Valuta prima attentamente cosa richiede o comporta una guerra, e vedrai quale guadagno” (p. 58).

Tutte le considerazioni sinora svolte da Erasmo hanno un valore universale, ma egli ne aggiunge altre rivolte più specificamente ai cristiani. Quando “partecipa amareggiato a Bologna al trionfale ingresso notturno del grande papa-soldato Giulio II: torce accese, processioni di bambini esultanti, guerrieri, muli, cavalli, trombe, armi, vescovi e cardinali vestiti pomposamente e infine il papa, come un dio pagano, su una magnifica portantina, inneggiato da un popolo impazzito a cui vengono gettate monete d’oro luccicanti dalla lunghissima processione”, non può frenarsi dallo scrivere: “cosa c’entra tutto questo con la simplicitas et paupertas nelle quali il vicario di Cristo dovrebbe eccellere? Cristo stesso fu illuminato da torce solo quando, con un Pietro disarmato, si preparò a morire in modo non violento per i suoi…” (p. 277).

 

Terapia

Cosa fare, allora, se si vuol passare dalla diagnosi alla terapia?

Innanzitutto non perdere la capacità di scandalizzarsi e di indignarsi: “Ci siamo  tal punto abituati alle guerre, al brigantaggio, ai tumulti civili, alle faziosità, ai saccheggi, alle pestilenze, alle carestie, alla fame che quasi non consideriamo più tutte queste cose come dei mali” ( p. 72).

Un primo, basilare, livello d’intervento non può non essere che il pedagogico. Il che presuppone una realistica visione dell’uomo ed un’autocoscienza critica da parte degli educatori.

Una realistica antropologia considera l’ambivalenza costitutiva dell’essere umano: “L’uomo è predisposto ad un’effettiva ragionevolezza, ratio, in forza del suo ingenium o intellectus; tuttavia , tende fin dalla nascita piuttosto alla stultitia , all’immoralità e alla follia, che praticamente si manifesta con ogni genere di ‘barbarie’ – ignoranza, immoralità, superstizione, crudeltà, ingiustizia, oppressione, guerra, ecc. – Il mero sviluppo intellettuale non può quindi essere d’aiuto perché, in caso di cattiva inclinazione, viene utilizzato in modo improprio. L’educazione quindi è un’eruditio orientata a saggezza, sapientia la quale, quando arriva a comprendere se stessa, diventa philosophia” (p. 252).

La consapevolezza dell’ambivalenza dell’essere umano deve indurre genitori e insegnanti, prima di ogni altra mossa, all’autocritica e all’autoformazione: “Ogni educatore deve in primo luogo educare se stesso: tali genitori, tali figli! Ci sono perfino interi popoli che, quando i giovani hanno ancora la bocca sporca di latte, li addestrano alla guerra, insegnano loro ad avere uno sguardo minaccioso, a brandire la spada e infliggere ferite ai loro vicini” (Ivi).

La prima palestra dell’avviamento alla violenza come postura abituale è la violenza contro gli animali, soprattutto se inermi e facilmente prede di caccia. Un secondo gradino è costituito dalla violenza sui minori. E solo degli educatori ri-educatisi possono spezzare la catena di quella che nel XX secolo sarà denominata “pedagogia nera”. Infatti, ai tempi di Erasmus, gli allievi venivano trattati molto aspramente in collegi dove si viveva in condizioni igieniche disastrose, con poco cibo e molte correzioni fisiche: egli per primo l’aveva sperimentato sulla propria pelle. (Un terzo spazio in cui esercitare l’attitudine violenta è costituito dalle relazioni di genere, prevalentemente dei maschi sulle femmine: ma il monaco rinascimentale Erasmo non pare accorgersene).

Per quanto fondamentale, la pedagogia non è sufficiente: va integrata con un’impostazione politica adeguata. Egli sottolinea la necessità di un controllo dei governanti da parte dei governati e  “si chiede apertamente per quanto tempo ancora i popoli si lasceranno maltrattare dai principi; afferma che una guerra dovrebbe al massimo essere condotta con il consenso dell’intera nazione interessata; riconosce che i cittadini abbiano il diritto di rendere impossibili tutte le guerre ingiuste e che possano farlo immediatamente, cosicché la stragrande maggioranza del popolo possa consapevolmente unirsi contro la tirannia di pochi: la decisione unanime di un popolo dovrebbe frenare un principe malvagio nelle sue passioni, poiché il bene comune oltrepassa quello particolare” (pp. 303 – 304). .

In un’epistola a Leone X, in cui dissente dalla volontà di questo papa di muovere guerra ai Turchi, arriva ad estendere il diritto/dovere di disobbedienza civile anche nei confronti delle autorità ecclesiastiche: “deve essere riconosciuto pubblicamente che un papa guerriero non merita nessuna obbedienza” (p. 309).

Il potere dei cittadini di condizionare le scelte dei politici si potrebbe concretizzare, secondo Erasmo, costringendoli ad assumere alcune linee programmatiche. Una prima indicazione è lo smantellamento degli eserciti stabili: “Gli eserciti permanenti non servono a nulla: meno soldati ci sono, meglio è!” (p. 300). Una seconda indicazione è di sostituire, come mezzo di risoluzione dei conflitti, la guerra con una sorta di “arbitrato internazionale”: “Quando sorgono conflitti sottoporre le controversie in questione a dei seri eruditi  ecclesiastici e a uomini, divenuti saggi per esperienza, per farle giudicare da loro, piuttosto che procedere a una guerra così rischiosa” (p. 209).

                                                                 Augusto Cavadi

Qui l'edizione in originale:

Adista News - Erasmo da Rotterdam: un pioniere del pacifismo