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martedì 24 giugno 2025

MEDITERRANEO DI GUERRA E DI PACE

 “Nello spazio mediterraneo questo è chiarissimo: i problemi ambientali, sociali, politici ed economici, e quindi bellici sono tra loro profondamente intrecciati: si può pensare di affrontarli solo insieme e con tutto se stessi”: questo passaggio della Prolusione del cardinale Matteo Zuppi all’inaugurazione dell’anno accademico 2024 – 2025 della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli) è un po’ la chiave del volume a più voci (Mediterraneo di pace, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025, pp. 189, euro 18,00) che alcuni docenti della medesima Facoltà hanno costruito con le proprie risonanze al testo del Presidente della Conferenza episcopale italiana.

Un primo grappolo di contributi è pervenuto dall’area dei teologi (F. Mandreoli, M. Prodi, N. Oliveri, M. Naro, S. Zetea, C. Franchitti, P. Trianni, F. D’Andrea, M. Serio, C. Matarazzo, E. Scarpino, A.P. Borrelli ) che hanno provato a rispondere alla domanda iniziale di Zuppi: “Quali fondamenti per una teologia e prassi di pace?” (p. 11). Nell’impossibilità di sintetizzare, senza banalizzare, tali contributi, mi limito a segnalare – dal momento che la trovo particolarmente originale oggettivamente e particolarmente eloquente per la mia attuale esperienza soggettiva – l’appello di Paolo Trianni : “Tutta la vita è in pericolo”: ripartire dal rispetto per la vita (pp. 67 – 72). Il riferimento principale è al tema (tradizionalmente estraneo al mondo cattolico) dell’attenzione alla sofferenza animale e della conseguente scelta vegetariana: “senza il vegetarianesimo ed il rispetto per la vita – qualcuno ha perfino ipotizzato che senza i mattatoi non ci sarebbero stati i lager nazisti – diviene difficile e persino incoerente parlare di pace” (p. 72).

Una seconda costellazione di risonanze alla Prolusione dell’arcivescovo di Bologna è stata offerta dal punto di vista del Diritto ecclesiale e della Sociologia: M. Munno ha sottolineato l’urgenza de Il “necessario ritorno alla via di Gesù” (pp. 107 – 113); U. R. Del Giudice ha insistito su La “notte” e la “luce” del Diritto tra culture e sapienza religiosa (pp. 115 – 120); L. M. Guzzo ha tracciato delle piste Per una storia del diritto canonico a partire dagli ultimi (pp. 121 – 126); G. Marcello, rilanciando il Tutto è connesso di papa Francesco, ha sostenuto che “l’economia capitalistica impoverisce e uccide, e che siamo di fronte a una guerra mondiale combattuta a pezzi, alimentata dalle diseguaglianze economiche, sempre più profonde” (p. 130).

Un terzo gruppo di interventi provengono da studiosi di storia come D. Garribba (La storia: un’irrinunciabile compagna di viaggio, pp. 133 – 138); A. Carfora (Ragionare storicamente per “disarmare” il Mediterraneo, pp. 139 – 145); A. Criscuolo (Dalla “Regina delle vittorie” al “Sollievo dei migranti”: storicizzare per evitare “cortocircuiti” spirituali, pp. 147 – 152); A. S. Romano (Al servizio della verità storica: l’Istituto di Storia del cristianesimo “Cataldo Naro, vescovo e storico della Chiesa” , pp. 167 – 182). Quest’ultimo contributo restituisce la storia ormai quasi ventennale dell’Istituto della Sezione “San Luigi” della Facoltà pontificia partenopea: una storia feconda di pubblicazioni (“133 libri, cioè un libro ogni 52 giorni”, p. 171), distribuite in tre Collane ospitate dalle edizioni trapanesi “Il pozzo di Giacobbe”.

Le dense pagine di S. Tanzarella (Il Mediterraneo e la catastrofe umana: l’afasia di una teologia senza contesto, pp. 153 – 166) costituiscono un prezioso sigillo all’intero volume: esse richiamano fortemente l’esigenza che la teologia non si sottragga alle dolorose provocazioni della storia contemporanea e che, sulla scia di Simone Weil, solleciti le comunità cristiane – e, tramite esse, l’intera umanità – ad “andare oltre la legalità di leggi ingiuste e dimostrare, in nome della retta coscienza, che è impossibile una giustizia senza misericordia e senza carità” (p. 166). Ciò in tanti campi e su tanti fronti, a cominciare dalla “catastrofe umana che quotidianamente si consuma in questo mare Mediterraneo e sulle sue sponde (come su tutti i confini impenetrabili dell’Europa), lì dove ogni diritto umano è negato. Perché la condizione dell’essere migrante non sottrae o cancella il diritto alla vita” (ivi).

 

Augusto Cavadi

 “Adista/ Segni Nuovi”, n. 25 del 28.6.2025

mercoledì 24 aprile 2024

Pace nel Mediterraneo: un ruolo anche per le Chiese cristiane?

 Negli ultimi tre millenni almeno il Mediterraneo si è presentato ambivalentemente come crocevia di sapienze, ma anche di conflitti. Le cronache incredibilmente dolorose di questi giorni lo confermano. Cosa possono fare le Chiese cristiane in generale e la Chiesa cattolica in particolare?

Con Edgar Morin direi, innanzitutto, che ogni riforma seria parte da una revisione del pensiero. Ho curato nel 2019 l’edizione italiana di un suo breve, ma intenso testo (Pensare il mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero),  di cui non saprei restituire i finissimi ricami  intellettuali. In sintesi un po’ brutale si potrebbe dire che occorre da una parte conoscere il Mediterraneo, la storia delle sue civiltà antiche, delle sue religioni tuttora perduranti, delle sue tensioni politiche e socio-economiche attuali; ma, dall’altra, lasciare modificare dal Mediterraneo la propria mente,  la propria postura intellettuale. Che, tra molto altro, significa consentire alla pluralità dei punti di vista di impedire l’irrigidimento dei fondamentalismi esclusivisti ed escludenti; di imparare che “relatività” non è “relativismo” perché, se ritengo inaccettabile ogni assolutizzazione, non posso assolutizzare neppure il principio di relatività. Ma – la domanda s’impone –  nelle scuole cattoliche, nelle facoltà cattoliche, nelle associazioni cattoliche, nelle parrocchie vi è questa conoscenza elementare del contesto geo-culturale in cui ci è capitato di nascere? Che sappiamo della sapienza greca, dell’ebraismo, dell’islamismo (ammesso che sappiamo qualcosa del cristianesimo)?  E, soprattutto, vi è la consapevolezza  che essere cristiani non significa possedere in maniera totale la verità sull’uomo, sulla storia, sull’universo? Se non vogliamo trastullarci con giochi di prestigio non possiamo negare che la fede monoteista, che si ritiene che rivelata in Scritture sacre, costituisce un grave rischio: chi è convinto di avere il monopolio del Divino difficilmente tollera concorrenti e, ancora meno, si pone in ascolto per ricevere da altri correzioni e integrazioni.

L’autocritica intellettuale in ambito cattolico può considerarsi a buon punto solo quando si perviene alla conclusione che la ricerca della verità teoretica è irrinunciabile nell’esperienza antropologica, ma che in questa ricerca il vangelo non ci può essere di particolare soccorso. Esso, infatti, racconta la vicenda straordinaria di un predicatore nomade palestinese che non era un intellettuale, bensì un testimone. Un maestro di vita, di azione, di atteggiamento rispetto all’umanità e alla natura: la sua filosofia, più che amore per la sapienza (in senso greco), era sapienza dell’amore (in senso ebraico). Il tentativo rivoluzionario di papa Francesco – che gli attira non per caso gli strali più feroci da parte di preti e fedeli sedicenti conservatori – è proprio questa conversione di registro: ricordare che il cristianesimo non è nato come ortodossia di una scuola, ma come ortoprassi di un movimento religioso e sociale. Qualcuno ha detto acutamente che la prima vera enciclica di papa Bergoglio non è stata la Lumen fidei del 2013 che Benedetto XVI aveva redatto in gran parte e aveva lasciato per così dire in eredità da firmare, bensì il suo viaggio a Lampedusa. Se questa torsione dal primato della teoria al primato della pratica fosse evangelicamente fondata, si imporrebbe un’altra domanda: cosa stanno facendo i credenti per dare un proprio contributo ai terremoti costituiti dai flussi migratori in corso? Periodici giornalistici di chiaro orientamento partitico, ignari di fare buona pubblicità,  hanno accusato alcuni vescovi di finanziare delle ONG dedite al salvataggio di migranti in mare e, da varie fonti ufficiali, si sa dei canali “umanitari” di immigrazione legale attivati in sinergia da associazioni cattoliche come Sant’Egidio e alcune Chiese riformate: ma le centinaia, anzi migliaia, di parrocchie, conventi ormai in disuso o trasformati in alberghi, seminari vescovili  occupati da giovani in numero decrescente…perché non accolgono stabilmente degli immigrati, anche impiegandoli in dignitose attività remunerate? Sarebbe una strategia efficace materialmente e, almeno altrettanto, simbolicamente.

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https://www.zerozeronews.it/pace-nel-mediterraneo-che-ruolo-per-le-chiese-cristiane/


martedì 12 marzo 2024

Daisaku Ikeda , il Martin Luther King giapponese


Ho appreso solo in questi giorni che il 15 novembre 2023 è deceduto a Tokio, all’età di 95 anni, Daisaku Ikeda. Ignoravo questo nome sino a quando, poche settimane fa, un amico caro mi ha regalato il volume di Lawrence Edward Carter, Il maestro buddista di un pastore battista. Come il mio viaggio interreligioso con Daisaku Ikeda mi ha reso un cristiano migliore, Esperia Edizioni, Milano 2020.  In esso l’autore ricostruisce una genealogia giapponese: Nichiren Daishonin (1222-1282) è stato un illustre maestro buddista i cui insegnamenti sono stati ripresi e rilanciati nel XX secolo da Tsunesaburo Makiguchi (1871 – 1944); quest’ultimo, deceduto in carcere perché contrario al culto obbligatorio verso la persona ‘divina’ dell’Imperatore, ha avuto come discepolo e prosecutore Josei Toda (1900 – 1958) che è considerato l’architetto del progetto filosofico-spirituale-educativo noto come Soka Gakkai. Il testimone passò, infine, a Daisaku Ikeda che ha dedicato la lunga e feconda esistenza alla diffusione di questa versione ‘laica’ del buddismo in tutto il mondo, costruendo “un sistema scolastico che va dall’asilo alle scuole superiori in Giappone, asili a Singapore, Hong Kong, Malesia e Corea del Sud, un asilo e una scuola elementare in Brasile e due università, una in Giappone e l’altra in America. Tutte queste istituzioni scolastiche si fondano su una pedagogia della pace che cerca di ispirare gli studenti a un’etica di dedizione e realizzazione, basata non sulla competizione, ma sulla cooperazione” (p. 153). La libertà intellettuale e spirituale con cui ha rielaborato la tradizione millenaria buddista gli ha provocato critiche e scomuniche da parte di potenti esponenti del ‘clero’ buddista ortodosso.

Carter, da pastore della Chiesa battista e Decano della Cappella internazionale “Martin Luther King” di Atlanta (USA),  incontra, agli inizi del Millennio attuale, Ikeda e la Soka Gakkai in una fase di sconforto. L’invito a perseguire non “una ‘pace passiva’ – l’assenza di guerre – ma la trasformazione radicale delle strutture sociali che minacciano la dignità umana” (p. 187), già udito dalla viva voce di Martin Luther King, gli risuona come nuovo: il pensatore giapponese e il suo movimento gli danno “le ali di una rinnovata speranza che la pace, anche in quest’epoca sempre più caotica, terrificante, violenta e assetata di guerra, sia un obiettivo a cui vale la pena aspirare” (p. 176). Essi risvegliano in lui la convinzione , condivisa da tutti i giganti della storia, che, “al fine di trovare il filo conduttore profondo che ci unisce aldi là di tutti i confini”, bisogna superare  “i limiti di etnia, nazionalità, religione, lingua, genere e cultura” sino ad “attingere a un fiume sotterraneo di saggezza che scorre sotto tutte queste stratificazioni storico-culturali” (p. 104).

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https://www.zerozeronews.it/la-filosofia-pacifista-del-grande-maestro-buddista-daisaku-ikeda/


lunedì 15 gennaio 2024

PAPA FRANCESCO AI DIPLOMATICI IN VISITA DI AUGURI: PREGI E LIMITI DI UN DISCORSO A TUTTO TONDO

 

 Adista Notizie n° 2 del 20/01/2024

Un’etica condivisa nell’epoca post-religiosa

Personalmente dal discorso di papa Francesco Ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno (8 gennaio 2024) ho tratto due o tre considerazioni.

La prima è la radicale laicità del registro comunicativo. Il papa non parla da una cattedra sovra-elevata, in quanto portavoce di un Dio che gli parla mediante un filo diretto ed esclusivo, ma da umano pensante a umani pensanti: i quattro quinti del testo sono dedicati ai temi – intrecciati – della pace, della salvaguardia dell’ambiente e della giustizia internazionale. Se i bravi cristiani di tutte le confessioni, cattolica in primis, vorranno rimproverarlo per non aver detto che l’umanità avrà un futuro solo se si convertirà al cristianesimo, si accomodino pure: dimostreranno di non aver capito per nulla che viviamo in un’epoca postreligionale in cui solo ritrovando un’etica basilare comune si potrà sperare di non affondare irreversibilmente nell’autodistruzione. Solo chi rispetta, con convinzione teorica e coerenza pratica, i «principi razionalmente evidenti e comunemente accettati» della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) ha il diritto morale di dirsi credente, ateo o agnostico. Senza queste fondamenta antropologiche ogni professione religiosa, filosofica o politica è solo una maschera ideologica (perniciosa prima di tutto per chi la indossa ingenuamente).

Una seconda considerazione riguarda le tematiche concernenti la bioetica. Rispetto agli interventi dei due papi precedenti, qui occupano il posto marginale che meritano nell’ottica di chi guarda, con saggezza, alla complessità delle tragedie in corso. Alcune di queste tematiche non sono neppure nominate esplicitamente, ma vi si fa tacita allusione, come per l’eutanasia («In ogni momento della sua esistenza, la vita umana dev’essere preservata e tutelata, mentre constato con rammarico, specialmente in Occidente, il persistente diffondersi di una cultura della morte, che, in nome di una finta pietà, scarta bambini, anziani e malati») e l’aborto procurato («la via della pace esige il rispetto della vita, di ogni vita umana, a partire da quella del nascituro nel grembo della madre»). Ed è proprio a proposito della vita del “nascituro”, che Francesco aggiunge: «Non può essere soppressa, né diventare oggetto di mercimonio. Al riguardo, ritengo deprecabile la pratica della cosiddetta maternità surrogata, che lede gravemente la dignità della donna e del figlio. Essa è fondata sullo sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre. Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto. Auspico, pertanto, un impegno della Comunità internazionale per proibire a livello universale tale pratica». Anche autorevoli femministe, di formazione molto lontana dal mondo cattolico, hanno salutato con plauso questo passaggio. Personalmente non ho un’idea chiara e definitiva sulla questione, ma onestà intellettuale impone che qui si legga solo ciò che è scritto: che il papa condanna la “maternità surrogata” in quanto «mercimonio», effetto di un “contratto” che comporta lo «sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre». Su altre motivazioni (più nobili) non c’è parola. Forse Francesco condanna anche queste fattispecie, ma è certo che non lo fa in questo discorso. Se trovo prudente questo silenzio, non posso non evidenziare un altro silenzio (assai meno apprezzabile): sulla necessità imprescindibile che tutte le agenzie educative (per prima la Chiesa cattolica!) si impegnino a diffondere una cultura della prevenzione delle gravidanze e assicurino, soprattutto alle donne, l’accesso gratuito a tutti gli strumenti contraccettivi.

Una terza considerazione viene suggerita dal passaggio – anche esso mediaticamente enfatizzato in queste ore – sulla Condanna della “teoria del gender”: «Purtroppo, i tentativi compiuti negli ultimi decenni di introdurre nuovi diritti, non pienamente consistenti rispetto a quelli originalmente definiti e non sempre accettabili, hanno dato adito a colonizzazioni ideologiche, tra le quali ha un ruolo centrale la teoria del gender, che è pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali. Tali colonizzazioni ideologiche provocano ferite e divisioni tra gli Stati, anziché favorire l’edificazione della pace». Non è la prima volta che il papa prende di mira questa “teoria”, ma – come nelle volte precedenti – non indica nessun riferimento a istituzioni, libri, studiosi che la sosterrebbero. Così, però, offre un vantaggio immeritato a quelle frange conservatrici, anzi reazionarie, che nella sua stessa Chiesa come in altre Chiese cristiane, lo contestano. Sono infatti intellettuali delle Destre teologiche di orientamento fondamentalista ad aver inventato la categoria “teoria del gender” per fare di molte teorie (alcune convincenti, altre opinabili, altre ancora insostenibili) un unico mazzo da bruciare al rogo. No, caro papa: su questioni delicate o si procede con il cesello o si tace del tutto. Quale bioetico o quale esponente del pensiero femminista, quale teorico del mondo LGBT+ sostiene che si debbano cancellare le “differenze” per renderci tutti «uguali»? In questo territorio culturale – che pur frequento da alcuni anni – ho incontrato esattamente tesi di segno opposto: ognuno di noi è unico e nessuno ha il diritto di omologarlo a una pretesa normalità. Ma, «se sbaglio, mi corriggerete».

Augusto Cavadi co-dirige, con la moglie Adriana Saieva, la “Casa dell'equità e della bellezza” di Palermo. Ha pubblicato, tra l’altro, “Il Dio dei mafiosi” (2009), "Dio visto da Sud" (2021) e "O religione o ateismo? La spiritualità 'laica' come fondamento comune" (2021)

domenica 23 gennaio 2022

Etty Hillesum, una mistica laica

 



ETTY HILLESUM, UNA MISTICA LAICA

La barbarie nazi-fascista (non la prima né l’ultima nella storia dell’umanità) ci sarebbe meno impressa nell’animo se fra le vittime non ci fossero stati testimoni giganteschi anche dal punto di vista del pensiero.  Etty Hillesum (assassinata ad Auschwitz non ancora trentenne nel 1943) è tra questi personaggi. La statura intellettuale ed etica di lei si va profilando con più nitore man mano che si diffonde la conoscenza dei suoi scritti, meritoriamente tradotti dall’olandese anche in italiano per i tipi dell’Adelphi: il Diario e le Lettere.  Impossibile leggerli e non innamorarsi dell’autrice, non partecipare alla sua splendida personalità e alla sua tragica fine come se fosse un’amante, una sorella, una figlia. 

Come prima introduzione alla sua opera ci può accompagnare con profitto l’agile, intenso, libretto di Daniele De Vecchi, Etty Hillesum mistica. La ragazza che non sapeva inginocchiarsi, Pazzini Editore, Verucchio (RN): a patto, però, da non lasciarsi depistare dal termine “mistica”. Etty è infatti un’ebrea educata in una famiglia borghese, lontana da appartenenze confessionali e ancor più da devozionismi bigotti. Ancora tre anni prima del suo martirio decide di abortire: non perché il figlio fosse stato concepito all’interno della relazione con un vedovo mai risposatosi, ma per non aggiungere “un altro infelice a quelli che vivono su questa terra”. I tedeschi hanno già invaso l’Olanda ed Hetty chiede di lavorare a Westerbock, un campo di smistamento dei suoi connazionali, destinati allo sterminio. Le sofferenze che l’accerchiano, sino a soffocare essa stessa, le ravvivano la dimensione spirituale: una spiritualità ampia, articolata, sfaccettata in cui è certamente riconoscibile la venatura religiosa, ma a tinte fortemente originali. Come in molti mistici cui attingeva, quale Meister Eckhart, ai confini con l’eresia: “Ho ritrovato il contatto con me stessa, con la parte migliore e più profonda del mio essere, quella che io chiamo Dio”. Il suo  Dio è poco ‘teistico’, assai  poco isolato e lontano nella sua onnipotenza imperscrutabile. Se la religione, nell’accezione dominante, è conquista e strumentalizzazione del Divino, la Hillesum ne è agli antipodi: ella ne avverte la presenza per sottrazione, non per addizione; per resa, non per arrembaggio. Come scrive efficacemente De Vecchi, “il cammino  di affinamento porta Etty alla radice dell’esperienza spirituale: il superamento dell’egocentrismo e delle sue pulsioni che imprigionano l’io nelle maglie dell’illusione” (p. 22). 

E’ questa spiritualità così ‘laica’ che le consente un’accettazione commovente delle tragedie di cui è spettatrice e protagonista: “Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona”. 

Per completare la lettura della breve recensione, clicca qui:

martedì 20 aprile 2021

HANS. KUNG HA SMESSO DI PUNGOLARE LE CHIESE CRISTIANE: CHI SE NE RALLEGRA, CHI LO RIMPIANGE


 In occasione del decesso di Hans Kung pubblico un mio ricordo di lui ospitato sul sito online www.zerozeronews.it e il podcast di una trasmissione di RAI RADIO 1 dove (tra i minuti 20 e 25) rispondo ad alcune domande all'interno della trasmissione "Mediterradio".

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LA MORTE DI HANS KUNG

 

Per le tante persone (credenti in senso religioso o meno) che non amano aggiornarsi sull’evoluzione delle varie discipline, Hans Küng non dice nulla. Per chi, invece, legge almeno un po’, la sua morte (6 aprile 2021) è una data significativa. La Chiesa cattolica - da più di mezzo secolo spaccata a metà come una mela dal Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) – ha perduto un riferimento, per alcuni polemico per altri luminoso, inevitabile.

Per una prima metà, il Concilio ha segnato il massimo dell’apertura possibile e dunque un punto di arrivo oltre il quale non si potrebbe andare: è la metà che scherzosamente chiamo ‘benedettina’ perché ha in Ratzinger, poi papa Benedetto XVI, il suo leader più prestigioso. Ai suoi occhi, Küng è stato un critico severo e appassionato, disposto a subire ogni genere di provvedimento disciplinare (ad esempio il ritiro dell’autorizzazione a insegnare teologia cattolica nelle università) pur di mantenersi libero di comunicare al pubblico i risultati – talora sconvolgenti – della ricerca biblica e sistematica. 

Per l’altra metà della Chiesa (intesa anche qui complessivamente:  non solo vescovi e preti, ma anche laici e laiche) il Vaticano II ha segnato solo l’inizio di un processo di apertura: è la metà che scherzosamente chiamo ‘francescana’ perché ha in papa Francesco l’esponente più prestigioso. Ma attenzione: non il suo leader. L’omologo di Ratzinger non è Bergoglio, ma Hans Küng: è lui che ha guidato chierici e laici verso nuovi orizzonti teologici e spirituali. Direi dunque, con la brutalità inevitabile degli slogan, che con la morte di i conservatori perdono il più grande avversario e i progressisti la loro guida carismatica. 

Vorrei strappare all’oblio inevitabile un ricordo personale. Nel 1996 si voleva invitare Küng in Sicilia ma egli aveva dichiarato di essere stanco di girare il mondo e che, in Italia, si era visto perfino disdire la sera prima la possibilità di parlare in pubblico per divieto del vescovo di una diocesi. Allora il Centro ecumenico a-confessionale “La Palma” di Cefalù sperimentò un piccolo stratagemma per attirare quel personaggio che era già una leggenda vivente: si affidò al maestro Giuseppe Testa il compito di musicare un testo ‘ecumenico’ scritto da Küng (una versione del ‘Padre nostro’ tale che potesse essere recitato da ebrei, cristiani e musulmani insieme) e lo si invitò alla ‘prima mondiale’ di quell’ “oratorio” per voce solista, coro e orchestra (“Fili d’amore, fili nello spazio”). Küng, vinto dalla curiosità, accettò di spostarsi a Cefalù e vi tenne una delle sue splendide conferenze sulla necessità di concentrarsi su ciò che unisce le tre grandi religioni monoteiste per lavorare alla pace nel mondo. 

PER COMPLETARE CLICCA QUI:

https://www.zerozeronews.it/leredita-che-kung-lascia-alla-chiesa-di-papa-francesco/


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Per la registrazione della breve intervista radiofonica (ai minuti 20 - 25, ma tutta la trasmissione mi è sembrata di insolito livello):

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/04/Mediterradio-del-1642021---IX-Ciclo---Trentunesima-puntata-f91834e3-7707-480f-9bbd-fd36322ba990.html




domenica 24 gennaio 2021

OLTRE LE RELIGIONI. UNA NUOVA EPOCA PER LA SPIRITUALITA' UMANA


 “Comunicazione filosofica”

n. 37 – Novembre 2016

      

AA. VV., Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umana, Prefazione di M. Barros, Gabrielli, San Pietro in Cariano (Verona) 2016, pp. 239, euro 16,50

 

Ci sono libri di teologia che possono interessare soltanto i teologi. Ma quando un libro di teologia non parte dal presupposto che esista un Dio trascendente e personale; che questo Dio si sia auto-rivelato a un solo popolo della terra; che poi si sia incarnato un’unica volta nella natura umana in Gesù di Nazareth, il quale avrebbe fondato una chiesa indefettibilmente assistita dallo Spirito Santo etc. etc.; bensì mette in discussione proprio le basi della teologia ortodossa tradizionale, interessa solo i teologi? O non anche i filosofi? O i filosofi molto più che i teologi? Forse interessa esclusivamente i filosofi e per nulla i teologi ‘ufficiali’: quei filosofi, almeno,  dalla cui prospettiva teoretica il pensiero sul divino non si sia definitivamente eclissato.

     Un esempio tipico di testo teologico per… non teologi (di professione) è questa esplosiva raccolta di saggi curata da C. Fanti e F. Sudati: un libro così netto nell’impostazione e così limpido nel linguaggio che solo chi crede di sapere tutto, o ha deciso di non sapere nulla, sulla crisi attuale delle religioni monoteistiche può esonerarsi dal leggerlo. Sin dalla Prefazione il monaco benedettino Marcelo Barros offre su un piatto d’argento la chiave ermeneutica dei cinque saggi (che, con la Presentazione analitica di Claudia Fanti e la Piccola introduzione a John Shelby Spong di don Ferdinando Sudati, diventano in realtà sette) : “Fino ad oggi, la sfida di de-occidentalizzare il cristianesimo, di liberare l’islam dai condizionamenti storici della cultura araba, di completare il lavoro di Gandhi in un’India ancora segnata dalla divisione religiosa delle caste si è posta in modi diversi, ma con la stessa urgenza. E purtroppo, a quanto pare, né le Chiese né altre religioni hanno ufficialmente preso sul serio e affrontato in profondità tali sfide. (…) E’ questo il quadro che ci obbliga a parlare di “crisi delle religioni” e, ora, di paradigma post-religionale, come pure di ricerca di una spiritualità umana laica e post-religiosa. (…) Il libro Oltre le religioni può essere un ottimo strumento in questo percorso” (pp. 10 – 13).

     Di che si tratta in dettaglio? I contenuti dei saggi che costituiscono il libro vengono anticipati brillantemente nella Presentazione della Fanti, in perfetta sintonia con l’ouverture di Barros: “Riuscirà il cristianesimo nell’impresa di trasformare se stesso, reinterpretando e riconvertendo tutto il suo patrimonio simbolico in vista del futuro che lo attende? Riuscirà a liberarsi di dogmi, riti, gerarchie e norme, di tutti quei rituali religiosi che (…) hanno finito per complicare – anziché favorire – la nostra relazione con Dio, ostacolando inoltre, e soprattutto, le nostre relazioni umane?  (…) E’ un compito, questo, cui hanno rivolto le proprie riflessioni teologi come il vescovo episcopaliano Juhn Shelby Spong, il gesuita belga Roger Lenaers, il clarettiano spagnolo, naturalizzato nicaraguense, José Marìa Vigil, esponenti di punta di questo nuovo paradigma post-religionale e autori della presente opera, ma cui guardano con interesse e con passione anche quanti, pur al di fuori della ricerca teologica propriamente detta, vogliono sentirsi vicini <<alla Vita che Gesù ha difeso e a cui ha dato dignità>>, come spiega nel suo modo impareggiabile, nel secondo capitolo di questo libro, la giornalista e scrittrice cubana-nicaraguense Marìa Lòpez Vigil” (p. 18).

   Procedendo in ordine, il primo teologo che incontriamo è il vescovo Spong: prima attraverso il profilo biografico-intellettuale di don Sudati (che vede in lui “lo specchio in cui il vecchio cristianesimo riflette le proprie contraddizioni e quello nuovo le sue potenzialità”, p. 66), poi grazie alle “Dodici tesi” da lui appese, nel 1998, “alla maniera di Lutero, all’ingresso principale della cappella del Mansfield College, all’Università di Oxford, nel Regno Unito” (p. 70). Esse esortano tutte le confessioni cristiane a ripensare, profondamente, la formulazione teologica dell’unica fede evangelica in considerazione della insostenibilità del “teismo” tradizionale; della dottrina cristologica della “incarnazione di una divinità teistica”; della mitologia pre-darwiniana del “peccato originale”; della “nascita verginale” di Gesù “intesa in senso biologico letterale”; delle “storie dei miracoli del Nuovo Testamento” interpretati come “avvenimenti soprannaturali”; della “interpretazione della croce come sacrificio per i peccati” (“basata su concezioni primitive di Dio”); della risurrezione di Gesù concepita come “un risuscitare fisico all’interno della storia umana”; del “racconto dell’ascensione di Gesù” inintelligibile in una visione post-copernicana del cosmo; della morale come insieme di princìpi etici rivelati in maniera definitiva da Dio; della preghiera intesa come “petizione” a un Dio esterno alla storia umana perché agisca in essa; della dottrina del rapporto fra morale terrena e condizione post-terrena; della legittimazione di ogni discriminazione sulla base delle opinioni teologico-religiose di ciascuno. La conclusione dell’autore è icastica: “Le dodici tesi stanno ora davanti alla chiesa. Il futuro del cristianesimo dipenderà da come questa sarà capace di rispondere” (p. 120).

   Segue un articolato e argomentato intervento – provocatorio,  e insieme incoraggiante, sin dal titolo -  di Maria Lòpez Vigil: Beati gli atei perché incontreranno Dio. Sulla base della propria esperienza biografica, l’autrice racconta perché non riesce più a “credere a questo incomprensibile linguaggio dogmatico, amalgamato a una filosofia superata” (p. 122) , di cui si servono tutte le chiese cristiane; ma anche perché Gesù di Nazareth resti il suo “riferimento religioso e spirituale”, il suo “riferimento etico”, quello “più familiare per provare a percorrere il cammino che (la) apre al mistero del mondo” (p. 123).

    Sul tema dell’incompatibilità con la modernità non del cristianesimo, ma della teologia cristiana bimillenaria, insiste Lenaers; a giudizio del quale, infatti, la fede cristiana (spogliata dagli involucri culturali con cui si è storicamente impastata) e la modernità “si completano e si arricchiscono vicendevolmente. La fede cristiana arricchisce la modernità liberandola dalla sua cecità di fronte a una Realtà che ci trascende totalmente e al tempo stesso ci abbraccia. Senza questa intuizione, l’affermazione umanistica del valore assoluto della persona e dei diritti umani perde il suo indispensabile fondamento. (…) D’altro lato, la modernità arricchisce la nostra fede e la completa, liberandola dall’immagine antropomorfica di un Theos nell’alto dei cieli che è stata ricevuta in eredità dalle generazioni preistoriche e che ancora non si osa abbandonare, per quanto non sia stato altro che il frutto di pura ignoranza. Questa immagine, in realtà, è stata uno schermo fra noi e l’Amore assoluto” (p. 157).

 Il penultimo contributo al volume, di J. M. Vigil, si concentra sulla pars costruens del paradigma “post-religionale” (p. 159) : una volta che le funzioni “accidentali” (p. 171) delle religioni tradizionali  risulteranno superflue – o addirittura dannose – ad esse non resterà che tramontare o riscoprire il loro “servizio essenziale, centrale”: alimentare “la spiritualità dell’essere umano”. Con questo termine l’autore non rimanda a nessuna dimensione “a- mondana, incorporea, extracosmica” (p. 172) bensì a quanto “vi è di più profondo in noi stessi, quello che ci fa essere ciò che siamo, quello che ci rende umani, la stessa specificità umana” (p. 173). Chiaramente si tratta di “una spiritualità non religiosa, semplicemente umana, propria dell’essere umano in quanto tale, prima di qualunque adesione religiosa confessionale” (p. 188) se è vero – come è vero – che non si può essere religiosi se non si è spirituali, ma si può essere spirituali anche senza essere religiosi. 

  L’ultimo saggio, del medesimo J. M. Vigil, in qualche modo esplicita il presupposto scientifico di tutti i discorsi precedenti. Esso infatti informa sul “nuovo paradigma archeologico-biblico” (p. 201) ossia sulla vera e propria rivoluzione interdisciplinare che ha ormai indotto la stragrande maggioranza degli studiosi di storia a negare che la Bibbia racconti avvenimenti e personaggi realmente esistiti: “il nuovo paradigma archeologico c’invita a decostruire tanta sicurezza e dogmatismo edificati su basi d’argilla, mitiche, oggi messe a nudo, per rivalutare la validità del nostro patrimonio simbolico e procedere con molta più umiltà, chiedendo inoltre perdono a tutti coloro che lungo il cammino abbiamo umiliato perché la pensavano in maniera diversa” (p. 233). 

      Già: atei e agnostici, seguaci di religioni pagane o panteistiche, persino monoteisti di confessione diversa dalla propria sono stati – e in talune frange fondamentaliste continuano a essere – oggetto di vere e proprie persecuzioni morali (e, là dove possibile, materiali). Sorte non migliore è riservata a quanti, pur dichiarandosi della nostra stessa confessione monoteistica, osano contestare questa o quella interpretazione autoproclamatasi l’unica ortodossa. Per questo tutti gli autori di questi saggi, e non pochi tra i lettori che hanno vissuto e vivono fasi di transizione intellettuale e spirituale analoghe, non avranno difficoltà a condividere quanto scrive – non senza allusione agli attacchi teorici e agli attentati fisici effettivamente subiti – il vescovo Spong: “Viviamo in un momento critico della storia cristiana. Il nostro tempo esige guide eroiche che probabilmente andranno incontro al rifiuto di coloro che si considerano ‘i fedeli’. La salvezza del cristianesimo merita lo sforzo e il costo? Credo di sì. L’appello a una riforma radicale è la sfida cui la nuova generazione deve rispondere” (p. 92). 

venerdì 25 dicembre 2020

L'ALTRO NATALE, FUORI DALLE SDOLCINATURE


 Gianfranco D'Anna, direttore del sito www.zerzeronews.it, mi ha chiesto una riflessione natalizia per i suoi lettori. La estendo volentieri alle amiche e agli amici di questo blog (con la gratitudine per i 750.000 accessi registrati dalla sua apertura ad oggi):

Gesù di Nazareth è nato certamente circa duemila anni fa, ma non sappiamo né il luogo né la data né tanto meno l’ora. Questo velo di ignoranza non costituiva problema per le prime generazioni cristiane alle quali i simboli interessavano molto più dei fatti di cronaca: da qui la decisione di scegliere il 25 dicembre, Natalis Solis Invicti (giorno natale del Sole invitto) come data convenzionale di nascita del loro Maestro. Una data, per altro, con illustri precedenti in tante culture: dall’egiziana (che vi festeggiava la nascita di Osiride e di suo figlio Oro) alla babilonese (che celebrava la nascita del dio Tammuz dalla dea Istar, rappresentata con il bimbo in braccio e un’aureola a 12 stelle). Queste elementari informazioni di storia delle religioni – oggi note a tutti, tranne che ad alcuni politici ferocemente attaccati a tradizioni di cui non sanno nulla -  comportano, fra tante altre conseguenze, l’invito a respirare a pieni polmoni: ad ampliare gli orizzonti mentali dalla nostra cerchia tribale sino ai confini del pianeta. Non perché Cristo sia il centro della storia universale (questo qualcuno lo può credere per fede, non constatare nei fatti né tanto meno augurarsi di imporlo forzatamente a chi crede diversamente), ma perché egli volle essere monopolio di nessuna cultura e  profeta di un annunzio universale. Infatti, come documentano gli studi biblici più attenti e più onesti degli ultimi cento anni, il Predicatore errante palestinese non intese rivelare segreti sovrannaturali per spiriti eletti, ma ricordare – con l’efficacia eloquente della testimonianza sino alla morte – il progetto di Dio sull’intera umanità: un sistema sociale intessuto di relazioni libere, giuste, anzi solidali, fraterne, compassionevoli. Nel linguaggio dell’epoca e del contesto culturale in cui egli visse, tale progetto – per moltissimi versi il capovolgimento della tavola dei valori su cui si basavano e si basano i regni umani – veniva denominato anche “regno di Dio”. 


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https://www.zerozeronews.it/il-natale-di-tutti-fra-storia-fede-e-teologia/

sabato 16 maggio 2020

SU SILVIA ROMANO : QUALCHE CONSIDERAZIONE SUPPLEMENTARE

L'agenzia di stampa "Adista" (Roma) mi ha offerto la possibilità di riprendere e integrare le mie precedenti considerazioni sulla vicenda di Silvia Romano. So benissimo che ci siano tante questioni 'aperte', ma resto convinto che - senza alcune premesse di ordine generale - ogni discussione rischia di cadere nella banalità o addirittura nell'ingiustizia.
Qui il link al testo:


lunedì 11 maggio 2020

LA CONVERSIONE DI SILVIA ROMANO: UNO SCANDALO SUPERFLUO

LA CONVERSIONE DI SILVIA ROMANO: UNO SCANDALO SUPERFLUO

 Silvia Romano, ragazza generosa e coraggiosa che ha deciso di investire gli anni migliori della sua vita in progetti di promozione sociale in Africa (insomma, che ha fatto qualcosa per “aiutarli a casa loro” invece di limitarsi a suggerirlo su Facebook fra un mojito e l’altro al Papeete Beach), è tornata libera in Italia dopo un anno e mezzo di prigionia. Alle polemiche di rito previste in casi del genere (contro la cooperazione internazionale, contro il volontariato, contro ogni tentativo di rendere meno straziante il divario internazionale fra ricchi e impoveriti) questa volta si è aggiunto un elemento pepato: la Romano è tornata convertita all’islamismo. Nell’attesa di saperne un po’ di più dalla sua viva voce, o da pagine del suo diario, potrebbe essere istruttiva qualche informazione in più rispetto al bagaglio culturale della media degli italiani.
A)  Un primo dato di fatto è che la conversione all’islamismo da parte di persone nate in Occidente non è un fatto frequente, ma accade da tempo di continuo. Ci sono non centinaia, ma migliaia di cittadini europei che – per le ragioni più varie, qualche volta anche per vicende sentimentali private  – incontrano dei musulmani coerenti con lo spirito autentico del Corano (dunque musulmani esposti come vittime al terrorismo dei correligionari fondamentalisti, esattamente come i meridionali onesti sono le prime vittime dei meridionali mafiosi) e si convertono all’islamismo.
B)  Questa conversione può attuarsi partendo da posizioni o di agnosticismo e di indifferentismo religioso o di appartenenza a una delle decine di chiese cristiane (la più numerosa delle quali è la chiesa cattolica).  

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mercoledì 15 aprile 2020

UNA LETTERA SPIAZZANTE DELL'ATTUALE VESCOVO DI ROMA



Ai fratelli e alle sorelle dei movimenti e delle organizzazioni popolari
Cari amici,
Ricordo spesso i nostri incontri: due in Vaticano e uno a Santa Cruz de la Sierra, e confesso che questa "memoria" mi fa bene, mi avvicina a voi, mi fa ripensare ai tanti dialoghi avvenuti durante quegli incontri, ai tanti sogni che lì sono nati e cresciuti, molti dei quali sono poi diventati realtà. Ora, in mezzo a questa pandemia, vi ricordo nuovamente in modo speciale e desidero starvi vicino.
In questi giorni, pieni di difficoltà e di angoscia profonda, molti hanno fatto riferimento alla pandemia da cui siamo colpiti ricorrendo a metafore belliche. Se la lotta contro la COVID-19 è una guerra, allora voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altre armi se non la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che rifioriscono in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Come vi ho detto nei nostri incontri, voi siete per me dei veri “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi.
So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato. E voi non avete le risorse per svolgere la sua funzione. Siete guardati con diffidenza perché andate al di là della mera filantropia mediante l'organizzazione comunitaria o perché rivendicate i vostri diritti invece di rassegnarvi ad aspettare di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola di chi detiene il potere economico. Spesso provate rabbia e impotenza di fronte al persistere delle disuguaglianze persino quando vengono meno tutte le scuse per mantenere i privilegi. Tuttavia, non vi autocommiserate, ma vi rimboccate le maniche e continuate a lavorare per le vostre famiglie, per i vostri quartieri, per il bene comune. Questo vostro atteggiamento mi aiuta, mi mette in questione ed è di grande insegnamento per me.
Penso alle persone, soprattutto alle donne, che moltiplicano il cibo nelle mense popolari cucinando con due cipolle e un pacchetto di riso un delizioso stufato per centinaia di bambini, penso ai malati e agli anziani. Non compaiono mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente. Vorrei che sapeste che il nostro Padre celeste vi guarda, vi apprezza, vi riconosce e vi sostiene nella vostra scelta.
Quanto è difficile rimanere a casa per chi vive in una piccola abitazione precaria o per chi addirittura un tetto non ce l’ha. Quanto è difficile per i migranti, per le persone private della libertà o per coloro che si stanno liberando di una dipendenza. Voi siete lì, presenti fisicamente accanto a loro, per rendere le cose meno difficili e meno dolorose. Me ne congratulo e vi ringrazio di cuore. Spero che i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici (che mettano al centro lo Stato o il mercato) non sono sufficienti per affrontare questa crisi o gli altri grandi problemi dell'umanità. Ora più che mai, sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere.
So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze, eppure siete costretti a subirne i danni. I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento... e la quarantena vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti.
Vorrei inoltre invitarvi a pensare al "dopo", perché questa tempesta finirà e le sue gravi conseguenze si stanno già facendo sentire. Voi non siete dilettanti allo sbaraglio, avete una cultura, una metodologia, ma soprattutto quella saggezza che cresce grazie a un lievito particolare, la capacità di sentire come proprio il dolore dell'altro. Voglio che pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità, e sull'accesso universale a quelle tre T per cui lottate: “tierra, techo y trabajo” (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro). Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all'idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile; ma soprattutto voi disponete di una voce autorevole per testimoniare che questo è possibile. Conoscete infatti le crisi e le privazioni... che con pudore, dignità, impegno, sforzo e solidarietà riuscite a trasformare in promessa di vita per le vostre famiglie e comunità.
Continuate a lottare e a prendervi cura l’uno dell’altro come fratelli. Prego per voi, prego con voi e chiedo a Dio nostro Padre di benedirvi, di colmarvi del suo amore, e di proteggervi lungo il cammino, dandovi quella forza che ci permette di non cadere e che non delude: la speranza. Per favore, anche a voi pregate per me, che ne ho bisogno.
Fraternamente,
Francesco
Città del Vaticano, 12 aprile 2020, Domenica di Pasqua

giovedì 24 ottobre 2019

STA PER CONLUDERSI UN SINODO ERETICO SULL'AMAZZONIA?


www.nientedipersonale.it
24.10.2019

UN SINODO ERETICO E APOSTATA ?

Il 27 ottobre prossimo si chiuderà a Roma il sinodo dei vescovi convocato sull’Amazzonia sulla base di un documento di lavoro  (Instrumentum laboris)   reso pubblico il 17 giugno 2019 e subito oggetto di pesanti accuse da esponenti del clero cattolico. Fra le molte critiche avanzate sul testo spiccano le accuse di “eresia” e di “apostasia” formulate dal cardinale tedesco Walter Brandmüller (90 anni, insigne storico della Chiesa, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche dal 1998 al 2009 e coautore, nel 2016, dei celebri “Dubbi” sulla retta interpretazione e applicazione di Amoris laetitia ).
Non sarebbe possibile, nel breve spazio di un articolo, esaminare uno per uno i capi d’accusa elencati dall’illustre porporato: rivalutazione delle religioni naturali praticate da popolazioni indigene, recupero del linguaggio mitico rispetto al registro della concettualizzazione razionale, ipotesi di ordinazione presbiteriale di uomini anziani sposati e di ordinazione diaconale di donne.
A inizio del suo j’accuse Sua Eminenza Brandmüller offre una chiave di lettura che, a mio avviso, molto acutamente evidenzia una delle ragioni radicali del suo dissenso: “Per cominciare, occorre chiedersi perché un sinodo dei vescovi dovrebbe trattare argomenti, che – come è il caso dei tre quarti dell’ Instrumentum laboris – hanno solo marginalmente qualcosa a che fare con i Vangeli e la Chiesa. Ovviamente, da parte di questo sinodo dei vescovi viene compiuta anche un'aggressiva intrusione negli affari puramente mondani dello Stato e della società del Brasile. C’è da chiedersi: che cosa hanno a che fare l'ecologia, l'economia e la politica con il mandato e la missione della Chiesa? E soprattutto: quale competenza professionale autorizza un sinodo ecclesiale dei vescovi a emettere dichiarazioni in questi campi? Se il sinodo dei vescovi davvero lo facesse, ciò costituirebbe uno sconfinamento e una presunzione clericale, che le autorità statali avrebbero motivo di respingere”.
Si potrebbe chiedere come mai il cardinale teutonico, nei lunghi decenni di insegnamento e di governo pastorale, non abbia avuto mai da contestare la Dottrina sociale della Chiesa che, dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) sino a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, si è espressa proprio su quelle tematiche (“l’ecologia, l’economia e la politica”) che, a suo autorevole ma forse tardivo parere, non avrebbero nulla – o avrebbero poco – a che fare “con il mandato e la missione della Chiesa”. Ma questa sarebbe un’obiezione ad hominem e trovo più interessante la questione di principio, di ordine generale. Che pensarne?
Personalmente sono perfettamente d’accordo con il grandissimo teologo olandese Edward Schillebeeckx (1914 – 2009) che ha sintetizzato, anche per i lettori non disposti a leggere i suoi tomi più voluminosi, le proprie idee sul tema nell’agile volumetto Perché la politica non è tutto. Parlare di Dio in un mondo minacciato (1986, tradotto in italiano dalla meritoria editrice Queriniana nel 1987). L’autore concorderebbe con l’invito del cardinale tedesco ad evitare il clericalismo invadente: infatti egli scriveva che il Magistero cattolico non può parlare di politica o di economia (l’ecologia era meno presente nel dibattito pubblico) come se avesse le risposte pre-confezionate dall’alto e dovesse, semplicemente, trasmetterle, verso il basso, a governanti e elettori. Tuttavia, la Chiesa – deposti i panni di Mater et Magistra – ha non solo il diritto ma più radicalmente il dovere di entrare, sia pur con discrezione e rispetto, nel grande “cantiere dell’etica” in cui è impegnata incessantemente l’intera umanità. Certo, se il messaggio evangelico – come è stato troppo stesso interpretato, riduttivamente – fosse un messaggio esclusivamente rivolto alla dimensione immateriale dell’uomo considerato in quanto individuo, la Chiesa non avrebbe nulla da dire sulla ricerca del Bene terrestre e collettivo. Ma se, invece, come attestano anche gli esegeti più esperti, il messaggio evangelico fosse anche un messaggio rivolto alla dimensione carnale e storica dell’essere umano considerato in quanto membro di una comunità più ampia che è l’umanità, la Chiesa non potrebbe sottrarsi al compito di contribuire alla determinazione teorica del Bene comune e alla individuazione dei metodi più congrui per perseguirlo. Essa non può tacere davanti ai crimini del socialismo sovietico, del nazionalsocialismo tedesco, del fascismo italiano, del capitalismo selvaggio; davanti al rischio di una guerra nucleare; davanti allo sterminio di popolazioni che fuggono da regioni desolate dai conflitti inter-etnici, dallo sfruttamento delle grandi multinazionali occidentali, dalla corruzione dei ceti dirigenti locali, dalla sete, dalla fame… La Destra cattolica, come le Destre attive in tutte le chiese cristiane, pretenderebbero questo silenzio omertosamente complice: ma chi, come papa Francesco, preferisce seguire le indicazioni evangeliche - e non  i sondaggi di elettori abbrutiti dal consumismo e dall’ignoranza capillare – sa che non può tacere. 
Queste non sono soltanto le idee della Teologia della Liberazione latinoamericana: sono le convinzioni – in buona sostanza recepite dall’ultimo Concilio ecumenico, il Vaticano II (1962 – 1965) - di grandi papi come Giovanni XXIII e Paolo VI. Quest’ultimo ha lasciato una formula che per molti della mia generazione ha costituito un faro (la cui attenuazione, nel mondo ecclesiale e più ampiamente nel panorama culturale-politico contemporaneo, è all’origine del grande buio che stiamo attraversando): il messaggio evangelico, come ogni proposta sapienziale degna di considerazione, ha come destinatari “tutto l’uomo e tutti gli uomini”. Su “tutti gli uomini” l’Eminentissimo Brandmüller sembra avere le idee chiare (almeno, si spera): non altrettanto, pare, su “tutto l’uomo”.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

sabato 24 agosto 2019

ANTI-EBRAISMO: UN RAZZISMO IN DECLINO ?

24.8.2019

PERCHE’ IL RAZZISMO ANTI-EBRAICO NON TRAMONTA MAI DEFINITIVAMENTE? 

Cosa hanno mai fatto gli ebrei? Dialogo tra nonno e nipote sull’antisemitismo: con questo titolo, a firma di Roberto Finzi,  si apre una recentissima collana di saggistica dell’Einaudi-Ragazzi. Il libro è scritto da uno studioso (di padre ebreo) molto competente e può essere letto con profitto non solo dai giovanissimi cui è rivolto, ma anche dai meno giovani di ogni età. Vi si elencano infatti i pregiudizi che, negli ultimi venti secoli, si sono sommati riguardo agli ebrei con conseguenze anche molto concrete di cui siamo per lo più al corrente. E se oggi gli episodi di antisemitismo, pur persistendo, sono diminuiti è perché – triste ammetterlo! – il razzismo degli Occidentali ha trovato un nuovo “capro espiatorio” nei musulmani (le cui frange estremiste, fondamentaliste e terroristiche, costituiscono una percentuale statisticamente minima).
Dispiace un po’ che questo volumetto, non privo di tanti pregi, scivoli su alcuni passaggi e non sia abbastanza chiaro su altri (prescindo dalla bizzarria delle scelte tipografiche di cui, almeno a me, sfugge totalmente la logica: le frasi si aprono ora senza virgolette, ora con virgolette basse doppie che non vengono mai chiuse).
Lo scivolone più grosso riguarda l’origine della separazione dei cristiani dal ceppo ebraico. Che i primi abbiano addossato al secondo la responsabilità della morte di Gesù (ridimensionando la responsabilità dei romani ed estendendo a tutto il popolo ebraico la responsabilità di un ristretto gruppo dirigente del I secolo) è vero e l’autore lo ricorda con chiarezza (secondo il vangelo di Marco i sacerdoti del Tempio “vedono in Gesù un pericolo per il loro potere” e “danno subito vita a una congiura”). Qualche riga dopo, però, lo stesso Finzi aggiunge: “Il contrasto tra cristiani ed ebrei ha un carattere religioso. Secondo i cristiani, Dio si fa uomo per rendere possibile, attraverso il suo sacrificio, la salvezza dell’umanità. […]Per questo motivo, nel pensiero religioso cristiano, gli ebrei hanno una posizione molto particolare. [...]Il loro comportamento, che, ripeto, realizza la volontà divina, determina d’altra parte la morte del figlio di Dio incarnatosi in Gesù. Da qui l’accusa di <<deicidio>>, per cui sono puniti da Dio e devono essere tenuti il più possibile isolati dai veri credenti”. Da brani come questi il lettore, poco aggiornato in teologia, evince che l’accusa radicale e decisiva di “deicidio” sia comune al “pensiero religioso cristiano” dalle origini sino ai nostri giorni. Ma, storicamente, non è così. Non è così per almeno i primi tre secoli di cristianesimo perché, in quel lungo periodo di tempo, i cristiani - né nel Nuovo Testamento né nella letteratura teologica coeva e successiva – parlano di Gesù come Dio, bensì come “figlio di Dio” (che, nel linguaggio dell’epoca, designa senza ombra di dubbio una condizione umana di messia, inviato, unto del Signore). Il plesso micidiale di tre tesi (Gesù non è un uomo ricolmo di Spirito, ma la seconda Persona della Trinità; “Gesù <<deve>> morire per consentire all’umanità di redimersi”; dunque gli ebrei sono colpevoli di “deicidio” e così facendo rendono “possibile la realizzazione della volontà di Dio”) si è andato configurando nell’Alto e soprattutto nel Basso Medioevo (ad opera in particolare di sant’Anselmo d’Aosta e della sua teoria della morte “riparatrice” del Figlio per volontà insindacabile del Padre). Finzi non avverte il lettore che, dunque, non sta parlando del “pensiero religioso cristiano” tout court, ma di un segmento – per la verità lungo, troppo lungo! – della sua storia. Quanto all’ultimo  mezzo secolo egli segnala che il Concilio Vaticano II ha delegittimato l’anti-ebraismo cattolico, ma non accenna minimamente alle motivazioni teologiche (pressoché unanimi) di questa svolta epocale: l’acquisizione che non si possa più sostenere l’idea di un Dio che “sacrifica” come un Moloch gigantesco una seconda Persona divina. E’questa la ragione radicale per cui solo i cristiani più ignoranti in campo teologico (ahimé, statisticamente la maggioranza!) possono ancora sostenere l’accusa di “deicidio” rivolta agli ebrei. Gesù è stato condannato a morte non perché si autodefinisse Dio (autodefinizione che egli non ha mai espresso), ma perché – in perfetta continuità con il profetismo ebraico – intendeva instaurare un “regno” di libertà, giustizia, solidarietà inaccettabile per i poteri religiosi ebraici e per i poteri politici romani. 
Un passaggio in cui Finzi sarebbe potuto essere, a mio modesto avviso, più chiaro riguarda la confutazione delle teorie razziste. Egli si limita a citare l’affermazione di Luigi Luca Cavalli Sforza secondo cui “le razze non esistono come entità chiaramente e facilmente distinguibili”. Ma allora esistono come entità “confusamente e difficilmente distinguibili”? Non si può – e dunque non si deve – affermare con chiarezza che le razze non esistono (se consideriamo l’umanità nel suo complesso) o che, se consideriamo l’umanità nel contesto delle altre specie viventi,  esistono (sia pure distinte da labili confini), in quanto razza umana, razza equina, razza felina e così via ?
  Chiudo con una notazione delicata. L’autore mette, giustamente, in guardia dall’errore di identificare l’ anti-israelismo (l’opposizione alla politica dell’attuale Stato d’Israele) con l’anti-semitismo (l’odiosa opposizione a una presunta “razza” ebraica”). Ma sui motivi di questa erronea identificazione sorvola, a mio avviso, troppo rapidamente. Infatti, sulla questione “israelo-palestinese” egli si limita ad osservare che, in “questa lunga, ingarbugliata e non ancora conclusa storia”, “anche Israele ha le sue colpe non lievi”: “certo dovrà trovare una soluzione che riconosca pure i diritti dei palestinesi”. Non è troppo poco? Che la maggioranza dei governi israeliani stia trattando generazioni di palestinesi con una crudeltà non molto minore di quanto generazioni di ebrei siano state trattate dai nazisti tedeschi e dai fascisti italiani, non è riconosciuto anche da ebrei di tutto il mondo e persino da minoranze democratiche che vivono all’interno dello Stato d’Israele? Se ognuno di noi continua ad attenuare le responsabilità antiche e presenti delle proprie patrie e delle proprie chiese, sottraendosi al dovere intellettuale e morale dell’autocritica collettiva, non si avrà mai giustizia. Né, di conseguenza, pace.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com 

http://livesicilia.it/2019/08/24/gli-ebrei-e-quel-razzismo-che-non-tramonta-mai_1080967/

sabato 13 aprile 2019

LIBERTE',EGALITE',FRATERNITE': IDENTIKIT DEL LAICO

"ADISTA"
30.3.2019
Numero speciale dedicato a "La sfida della laicità nel mosaico della democrazia"


LIBERTE’, EGALITE’, FRATERNITE’: IDENTIKIT DEL LAICO

    Il laico, nella chiesa, è il non-presbitero; nella società, il non-cattolico; al Consiglio superiore della Magistratura il non-togato…Ma questa identificazione polemica, o per lo meno in negativo, non è fortemente riduttiva? La condizione di laico è essenzialmente determinata da un’opposizione, da una distanza, da un rifiuto? Una bellissima figura di laico del Novecento, Norberto Bobbio, non era per nulla d’accordo. La laicità è un grappolo di qualità, di atteggiamenti, di virtù interamente declinati al positivo: senso critico, capacità di ascolto, curiosità per il diverso, memoria storica, apertura al nuovo, gusto del bello, rispetto per l’avversario, gentilezza nei modi… E’ in questo solco che ho inteso dare un contributo enucleando, in Mosaici di saggezze, una “spiritualità laica” di matrice filosofica
    Invertendo le tendenze linguistiche oggi dominanti dovremmo imparare a riconoscere nella laicità la dimensione fondante, costitutiva, rispetto alla quale ogni altra determinazione o è una (legittima perché arricchente) esplicitazione/specificazione o è una (illegittima perché impoverente) sottrazione/menomazione: per cui un magistrato è un laico che esercita la magistratura e un predicatore esaltato o un tifoso sfegatato sono dei  non-laici ubriacati di fanatismo.    
    Già questo è vero nell’ambito ecclesiale. Secondo la teologia cattolica, se il battesimo non ti rende laico – membro del laos,del popolo (di Dio) – non puoi accedere a nessun altro sacramento. Mi pare fosse il padre domenicano Congar a proporre di eliminare tutti i titoli onorifici affastellatisi lungo venti secoli di storia e di lasciarne uno solo: “Eminentissimo laico”. Su questa scia, proprio in queste settimane, un presbitero – invitato a presentarsi via internet  a un gruppo di amici – esordiva spiritosamente scrivendo: “Nato nel 1963, laico ridotto allo stato pretale dal 1988…”.
    Così dovrebbe andare anche nella pratica e, conseguentemente, nella convenzione linguistica della società in senso più ampio. Oggi si dice di Tizio che è credente, però laicamente o dirige un partito, però laicamente: domani si dovrebbe poter dire è credente/agnostico/ateo autenticamente perchéè laico; è dirigente/militante/simpatizzante di un partito in maniera civile perché è laico.   La laicità, insomma, come connotazione ovvia, scontata, universalmente presupposta. 
    Se così fosse – e così dovrebbe essere – la laicità, più che una caratteristica differenziante, tendenzialmente minoritaria se non addirittura ereticale, dovrebbe essere interpretata come il modello ordinario di riferimento: il fertile humus nel quale affondare, eventualmente, le radici delle proprie specifiche scelte confessionali, professionali, politiche o d’altro genere.
     L’ordinario si registra nel quotidiano, lo straordinario nelle ricorrenze eccezionali: dunque, il laico si riconosce prima di tutto nella quotidianità. Se egli non tradisce le sue qualità nello stile abituale, nella monotonia dei giorni feriali, molto probabilmente è uno che indossa la maschera della laicità solo per risultare “politicamente corretto” nelle occasioni in cui i riflettori sono puntati su di lui. 
    Solo a titolo esemplificativo, evoco rapidamente tre o quattro situazioni in cui l’autenticità del nostro essere laici viene messa alla prova.
    Un contesto davvero quotidiano è la tavola. Feuerbach esagerava nell’affermare che l’uomo è ciò che mangia; ma non c’è dubbio che ciò che mangia rivela molto del tipo di uomo che è. Dalla scelta dei propri cibi, e soprattutto dal giudizio sulle scelte altrui, si nota la differenza fra l’approccio laico e l’approccio bigotto, fondamentalista. Il laico non è, in quanto tale, un relativista né tanto meno un qualunquista: ha maturato dei propri criteri su ciò che mangia e su ciò che beve. Ma proprio la fatica con cui ha maturato le sue opinioni gli ha insegnato che siamo in un campo estremamente complesso, dove s’incrociano e si scontrano considerazioni ragionevoli di segno assai diverso. Dunque, se è vegano, non deride i vegetariani; se è vegetariano, non deride gli onnivori; se è onnivoro, non deride né i vegetariani né i vegani, appellandosi ad argomenti tradizionalistici (“Si è sempre fatto così”) o conformistici (“In tutto il mondo si fa così”) e rivelando solo ignoranza storica e provincialismo miope. Non si tratta (solo) di    buona educazione borghese; “tollero” (che brutto verbo!) opzioni alimentari diverse dalla mia perché ho capito che dietro ogni piatto c’è una storia, laboriosa, di credenze religiose, di discernimenti filosofici, di condizionamenti politici. Un esempio di saggia laicità è, a questo proposito, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di J. S. Foer. 
   Un altro significativo test al quale viene sottoposta la nostra – presunta o reale – laicità è costituito dalle relazioni di genere. Il laico è maschio, non maschilista; è femmina, non in servizio permanente effettivo contro ogni traccia di maschile che incrocia nella vita; è eterosessuale, non omofobo; è omosessuale, senza nasconderlo e senza farne una bandiera esibita contro la normalità piccolo-borghese…Anche qui: non si tratta di perbenismo. Si tratta di aver capito che, per natura e per cultura, non esistono né due né tre né cinque generi sessuali: ognuno nasce, e cresce, dentro una gamma molto vasta – già dal punto di vista biologico, ancor più dal punto di vista psicosociologico – di identità sessuali. I dogmatici sono sempre arci-sicuri di essere al posto giusto in questa gamma di possibilità e, soprattutto, sono arci-sicuri che gli altri, se occupano un posto diverso, sono nell’errore; i laici trasformano volentieri le proprie tesi in ipotesi e si lasciano sorprendere dalle molte cose in cielo e in terra che non sono contenute nella loro visione del mondo. In questo campo, sanno che ci sono molti modi di essere maschio, di essere femmina, di essere gay, di essere lesbica…L’agile volumetto di Selene Zorsi, Il genere di Dio. La Chiesa e la teologia alla prova del Gender,può costituire un valido strumento di chiarificazione in merito. 
    Le vicende politiche italiane di questi mesi evidenziano un aspetto della laicità nel quotidiano che ha acquistato, se non erro, particolare rilevanza. Mi riferisco alle scelte elettorali. Chi supera la tentazione  (raramente dettata da nobili motivazioni) all’astensionismo, vota un partito quasi sempre con il criterio del “meno peggio”. La libertà del laico comporta la libertà, davanti a sé stessi e agli altri, di valutare con la massima oggettività possibile le politiche effettivamente praticate dal partito per cui si è votato e, dunque, di approvarne alcune di contestarne altre. Questa distanza critica è incomprensibile per le mentalità non-laiche che seguono le cronache con lo stesso distacco emotivo con cui seguirebbero una corsa di cavalli dopo aver puntato su uno di essi l’intero patrimonio familiare. Ai suoi occhi, il laico che riconosce errori della sua parte politica è un incoerente; se riconosce mosse opportune degli avversari, è un traditore; se non difende con argomenti anche capziosi  i propri parlamentari, è un vigliacco.  Insomma, al cospetto del manicheismo non-laicale si squadernano solo due vie: o l’ignavia di chi rinunzia al diritto/dovere di votare o l’appartenenza cieca ad un simbolo elettorale, senza “se” e senza “ma”. 
    Va ricordato almeno un quarto contesto in cui viene  verificata (o falsificata) l’autenticità della nostra laicità: l’ambito lavorativo. “Da qualche tempo” – scriveva già a metà del XX secolo Romano Guardini nel secondo tomo del suo Ansia per l’uomo – “si vede che i compiti scientifici, tecnici, sociali, e molti altri, diventano così grandi che uno da solo non è più in grado di dominarli. Così, al posto della personalità dominatrice, succede il team, o gruppo di lavoro. Nel gruppo nessuno si distingue; ma ognuno è importante. Ciascuno lavora al suo posto; ma con responsabilità per la causa comune. Ciascuno sa che per lo scopo comune può fare assegnamento sugli altri: così, con tutta naturalezza, egli si coordina con gli altri…”. La mentalità laica riconosce come congeniale questa logica comunitaria, orizzontale, cooperativistica. Non si tratta di misconoscere le leadership, le eccellenze, quando effettivamente esse si danno: si tratta di non cristallizzare gerarchie stabili, di non sclerotizzare rendite di posizione, e soprattutto di fare in modo che i talenti di ciascuno rifluiscano nel bene comune. Laicità è anche rifiuto dell’idolatria, del divismo, della piaggeria e dell’adulazione. Esalta la libertà, senza dimenticare l’uguaglianza dei diritti né la fraternità che non ha requie sino a quando tali diritti non saranno effettivamente assicurati a tutte le persone (e, analogamente, a tutti i viventi). 
       
Augusto Cavadi
Consulente filosofico