domenica 9 dicembre 2018

IL MODELLO DELLA "RECIPROCITA' ": NECESSARIO QUANTO INSUFFICIENTE

9.12.2018

IL PARADIGMA DELLA “RECIPROCITA”: RILEVANZA E LIMITI

Nella vita di coppia, come nelle relazioni amicali, ma anche nei rapporti socio-economici, si ritiene basilare il rispetto della “reciprocità”. Che si tratti di una categoria necessaria come condizione minimale dei rapporti interpersonali è evidente: “Io ti cedo un cesto di frutta e in cambio tu mi cedi un cestino di uova”. Perfino il dono, secondo i noti studi di  Marcel Mauss, implica l’attesa (tacita) di un ricambio: “Io ti regalo una coperta per il matrimonio di tua figlia e tu mi regali un servizio di piatti per il matrimonio di mio figlio…”. Percepiamo come palese ingiustizia cedere la frutta o regalare la coperta senza ottenere, né subito né in prospettiva, alcunché in cambio. In un testo del I secolo dell’era volgare questa idea di reciprocità sembra solennemente ribadita e approvata: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini facciano a voi, fatele anche voi: perché questa è la Legge e i profeti” (Mt 7, 12). E’ una massima talmente universale che è stata definita “aurea”. Perfino il detto biblico “Occhio per occhio, dente per dente” – a differenza di quanto comunemente si suppone – è un invito non alla vendetta ma alla giustizia secondo il modello della reciprocità: se uno ti ha tolto un occhio, tu gliene puoi togliere uno, non due; e se uno ti ha rotto un dente con un pugno, tu devi limitarti a rompergliene uno solo, non tutta la dentatura.
     La filosofia occidentale ha sottolineato varie volte la preziosità di questo paradigma, fornendo una fondazione ontologica e antropologica della reciprocità. Mi limito a tre passaggi: Hegel, Feuerbach e Buber. Per Hegel la storia dell’umanità, che coincide con la storia dell’autoconsapevolezza di Dio stesso, conosce un momento decisivo quando passa dalla coscienza all’autocoscienza. E la coscienza di sé è possibile solo nell’incontro con l’altro: io riconosco me come soggetto cosciente nella misura in cui l’altro riconosce me come tale. Questa la radice del desiderio intenso di “essere riconosciuti”, ma tale desiderio può essere soddisfatto solo nella reciprocità: tu riconosci me come soggetto cosciente solo se io riconosco te come tale. Hegel è interessato all’esito tragico di questa tensione, esito che si registra quando uno dei due spezza la reciprocità, vuole essere trattato come soggetto cosciente (padrone) ma tratta l’altro come cosa (servo). Feuerbach e Buber, invece, sono interessati all’esito progressista, evolutivo:  grazie al tu, l’io diventa in atto ciò che – isolato - resterebbe in potenza. Questa reciprocità è amore (Feuerbach) o dialogo (Buber). Per tutti una citazione soltanto: “La crescita interiore dell’io non si compie, come oggi si tende a credere, nel rapporto dell’uomo con se stesso, ma in quello tra l’uno e l’altro, tra gli uomini quindi, specialmente nella reciprocità del rendersi presenza – nel rendere presenza un altro io e sapersi resi presenza nel proprio io dall’altro – che fa tutt’uno con la reciprocità dell’accettazione, dell’affermazione, della conferma” (M. Buber, Distanza originaria e relazione in Idem, Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Milano 1993, p. 292). 
Forse non è superfluo ricordare che l’antropologia di Buber è stata anche richiamata come fondamento di quelle teorie liberal-socialiste, o socialiste liberali, o socialdemocratiche, che hanno provato a mediare fra l’individualismo monadico di certo liberalismo e il collettivismo omologante di certo social-comunismo.  
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   Come ogni principio radicato e condiviso, anche questo è esposto al rischio di una enfatizzazione retorica. Consideriamone dunque, laicamente, alcuni aspetti problematici: non per inficiarne la validità, ma per evitarne la banalizzazione.
    Una prima considerazione riguarda la difficoltà, in tante circostanze, di attuare con buon senso questo paradigma. Un gesto mi è gradito solo se – preliminarmente – l’altro si è “messo nei miei panni” e, a mia volta, potrò ricambiarlo adeguatamente solo se mi “metto nei panni” dell’altro. Certe madri di famiglia meridionali insistono inopportunamente affinché l’ospite di turno accetti a tavola anche la decima portata solo perché non riescono a entrare nella mentalità e nei gusti della persona invitata; così come questi, nel momento di scegliere come omaggio alla padrona di casa una raccolta di poesie in francese cinquecentesco, potrebbe non essere riuscito a entrare nell’ottica e nello stile di vita della destinataria del dono. Ma questo “entrare nei panni dell’altro” è, spesso,  impraticabile (o difficilmente praticabile). Esemplifico: molti miei coetanei hanno lasciato l’Occidente per indossare i panni dell’Oriente. Ci sono riusciti? Dal punto di vista statistico-sociologico certamente no: la stragrande maggioranza, dopo periodi più o meno lunghi, è tornata in patria. Ma anche dal punto di vista – come dire ? – qualitativo l’operazione non è riuscita che rarissimamente: l’occidentale che fa l’orientale resta, comunque, un occidentale. Ci sono delle categorie mentali talmente introiettate sin dal seno materno che è illusorio spogliarsene.
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    Ma ammettiamo che ci si possa effettivamente “mettere nei panni dell’altro” o, addirittura, “scambiarsi i panni”. Mi chiederei: non ci sono casi in cui questi gesti sono dannosi? Che “mettersi nei panni degli altri” spogliandosi totalmente dei propri non sia conveniente (parlo dal punto di vista non meramente utilitaristico dell’individuo, ma complessivo dello sviluppo dell’umanità) lo attestano personaggi di elevata statura intellettuale e morale come Bede Griffiths che si sono sì trasferiti in India; hanno imparato a relativizzare il punto di vista occidentale; hanno cercato di imparare dalle sapienze induiste e buddhiste…ma non hanno ritenuto opportuno gettare alle ortiche la saggezza greca né tanto meno la mistica ebraico-cristiano-islamica. Griffiths  ha auspicato, piuttosto,  il “matrimonio” fra Oriente e Occidente e, come sappiamo bene , un matrimonio riesce quando nessuno dei due rinunzia alla propria identità, quando la smussa delle proprie asprezze e la lascia integrare dalla relazione con la identità dell’altro. 
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      Ci sono casi, poi, in cui la reciprocità risulta – se non dannosa -  inutile. Se io ti offro un panino e tu mi ricambi, qui ed ora, con un panino identico, dal punto di vista ‘oggettivo’, ‘materiale’, che cosa è cambiato? Non potevamo tenerci ognuno il nostro panino? Se io mi metto nei tuoi panni, e tu nei miei, ci ritroviamo di nuovo entrambi in panni differenti, anche se scambiati. Una reciprocità perfetta sembrerebbe implicare che, se io mi metto nei tuoi panni di caporale e tu nei miei panni di generale, lasciamo invariata la differenza gerarchica tra chi sta sopra e chi sta sotto. Che non si tratti di ipotesi paradossali e del tutto astratte lo attesta la dialettica servo/padrone enunciata da Hegel e ripresa da Marx: se il servo, a forza di servire, diventa padrone del suo padrone, la relazione fra chi domina e chi è dominato resta la stessa. Cambiano solo i protagonisti della relazione. Già l’etimologia del vocabolo suggerisce la possibilità che, alla fin dei conti, la situazione di arrivo risulti pari a quella di partenza: reciprocità è, infatti, un movimento di andata e di ritorno (reciprŏcus : «che va e viene, che fluisce e rifluisce», composto da  recus «che sta indietro», e procus , «che sta innanzi»). 
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Dopo aver escluso i casi in cui il modello della reciprocità (“trattare l’altro come egli tratta noi”) risulti o impraticabile o dannoso o superfluo, ci troviamo davanti a un modello – come si accennava all’inizio – socialmente irrinunciabile. Ma anche in questo caso non dovremmo dimenticare che si tratta di un modello minimale, perfettibile. In ultima analisi, insufficiente per promuovere un progresso profondo e duraturo nell’evoluzione umana. Abbiamo evocato il detto: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini facciano a voi, fatele anche voi”. Eppure nel medesimo testo si legge: “Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico: Non contrastare il  malvagio; anzi, se uno ti percuote sula guancia destra, porgigli anche l’altra; e a chi vuole litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. (…) Benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e vi perseguitano” (5, 38 – 44). Non c’è dubbio che qui viene contestato il principio della reciprocità in nome di un criterio diverso: non trattare l’altro come egli tratta te. Possiamo liquidare questi – e simili inviti – ritenendoli provenienti da una fonte soprannaturale e destinati a creature eccezionali che prima o poi finiamo col venerare come santi. Ma è proprio così che dobbiamo – o per lo meno possiamo – interpretare le cose?
      Propenderei per una risposta negativa. Innanzitutto perché non è vero che siamo davanti a inviti unici, di origine divina. Tutte le letterature sapienziali (greca, latina, buddhista…per non parlate dell’ebraismo precedente e contemporaneo di Cristo) sono ricche di inviti simili, nella certezza – per dirla con Socrate – che è molto meglio subire un’ingiustizia anziché farla.
      Inoltre propenderei per una risposta negativa perché non sembra che Gesù di Nazaret qui si stia rivolgendo a persone eroiche. Il tono è di chi espone verità evidenti. E a me pare che, dopo le lezioni di Gandhi, di Capitini, di Martin Luther King, questo invito a non fermarsi alla logica della mera reciprocità – “ti ripago con la stessa moneta” – abbia acquistato una forze euristica e strategica persino nei rapporti internazionali. Quante volte sentiamo dire nel dibattito pubblico che non possiamo dare agli islamici la libertà di culto dal momento che i paesi islamici non la garantiscono a tutti i cristiani? Ora, a parte che solo alcuni paesi islamici hanno norme così restrittive, cosa penserebbe Gesù di questo argomento? Ognuno di noi è responsabile, come individuo e come collettività, dell’evoluzione complessiva dell’umanità. Aiutare alcune frange dell’islamismo a crescere nella democrazia lo si può non tempestandole di bombe dagli aerei, ma testimoniando con i fatti che la democrazia è tanto forte da non temere i suoi avversari. Uno Stato laico non può trattare laicamente solo i laici, ma anche i fanatici e i dogmatici: solo così può convertirli alla laicità. Forse siamo davanti a un altro paradosso: uno Stato può salvaguardare la propria laicità quando, stabiliti certi argini indiscutibili di convivenza civile, per il resto deve comportarsi…evangelicamente. Deve lasciare che i musulmani edifichino le loro moschee non perché è lecito ai cristiani fare altrettanto in tutti i paesi a maggioranza islamica, ma proprio perché non lo è. Insomma, il criterio della reciprocità – che in molti casi salvaguarda la giustizia elementare – in alcuni casi va trasceso proprio in nome di una civiltà più evoluta.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

PS: Vi prego di leggere, tra i commenti sottostanti,  la precisazione-correzione che mi è giunta dal carissimo amico  Alberto Cacopardo.

sabato 8 dicembre 2018

OLTRE LE RELIGIONI? IL DIBATTITO CONTINUA ANCHE SU "SERVITIUM"

"Comunicazione filosofica"
Dicembre 2018
(Rivista di filosofia scaricabile gratuitamente dal sito della Società Filosofica Italiana)


“Comunicazione filosofica”
Dicembre 2018


          OLTRE    LE  RELIGIONI ?     UN DIBATTITO ATTUALE

      
I termini della questione
Nel numero 37 (novembre 2016) ho presentato un libro a più voci (AA. VV.,Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umanaPrefazionedi M. Barros, Gabrielli, San Pietro in Cariano) di alcuni teologi – cattolici e protestanti – convinti che, ormai, il paradigma “religionario” sia irrimediabilmente superato e che, dunque, il cristianesimo può salvarsi solo liberandosi dalla corazza che l’ha trasformato da “fede” (in origine) in “religione” (nei duemila anni successivi all’esperienza gesuana). 
Com’era prevedibile, una problematica del genere non poteva restare confinata negli stretti ambiti della teologia ma era destinata a interpellare filosofi e storici, biologi e sociologi, antropologi e fisici.  Ad esempio, in Italia, la prestigiosa rivista “Servitium” (risalente al compianto padre Davide Maria Turoldo) dedica, nell’ultimo numero (237, maggio-giugno 2018), più di un intervento alla problematica, lasciando ampia libertà di parola a posizioni talora quasi opposte.
   Il testo-base è certamente La dimensione mitologica nel cristianesimo. Teologi per un nuovo linguaggio religiosoin cui don Ferdinando Sudati presenta brevemente il vescovo episcopaliano statunitense John Shelby Spong, il teologo spagnolo Gumersindo Lorenzo Salas, il gesuita belga Roger Lenaers, l’ex-gesuita spagnolo naturalizzato statunitense Salvador Freixedo. 
   Due interventi (entrambi firmati in tandemda due scienziati: Maurizio Busso e Fausto Grignani) sono sostanzialmente consonanti con le proposte dei teologi esposti da Sudati: “Pensiamo sia ormai giunto il momento che le chiese cristiane accettino senza riserve e facciano propria l’evoluzione delle specie viventi sulla terra, ivi compreso l’uomo” (L’uomo, genere e specie, p. 113). Più in generale: “Non si vede che le chiese sono vuote? Non è perché l’uomo sia cambiato in peggio, ma perché la religione cessa di essere possibile se, in un’epoca in cui conosciamo per certo molte cose dalla scienza, essa costringe a professarne altre in antitesi con quelle note” (La chiesa nel pensiero moderno: rinnovarsi o sparire?, p. 73). Occorre rileggere il cristianesimo liberandolo da ogni involucro pre- o anti-scientifico. “Ci sono oggi ” – ammettono i due autori citando in nota il libro Oltre le religioni– “scuole di teologia che tentano percorsi di questo genere, ma non sono quelle che si ascoltano a messa; si tratta di piccole élite, osteggiate ed emarginate dalla gerarchia” (ivi).
  Anche Ugo Trivellato sembra concordare  con le esigenze della nuova teologia, sostenendo che bisogna ripartire dal “riconoscimento della figura eccezionale di un ‘uomo’, Gesù ebreo di Nazaret, e della ‘sua’ fede” (Dalla sfida della modernità a interrogativi più radicali,p. 80); tuttavia egli mette in guardia dal rischio di separare arbitrariamente la fede dalla religione ed entrambe dal decorso della storia umana. A suo avviso, non può che fallire il tentativo di “operare un ardito innesto della (pretesa) fede adulta di oggi sulla (pretesa) fede del cristianesimo primitivo” (p. 77).
  Più esplicite si fanno le riserve critiche di Carlo A. Bolpin: che farsene di un Gesù, quale viene presentato ad esempio da un padre Lenaers, “modello umano più alto (finora)” perché è riuscito ad avere “un’intimità con il mistero originario che chiamiamo Dio così intensa rispetto al livello medio degli esseri umani da risultarci irraggiungibie” (Nell’incessante radicale domandare mi interessa…, p. 89) ? Inoltre: “oggi siamo già nella postmodernità e nel postumano. E quindi di quale ‘umano’ parliamo a cui proporre un cristianesimo comprensibile?” (p.90).  
  Se le riserve di Bolpin sono chiare, ma per così dire sottovoce, il tono si fa più sostenuto – se non addirittura perentorio – in Non buttare il bambino con l’acqua sporca !di Bepi Campana. Con innegabile acutezza di sguardo, egli - dopo aver chiarito che per lui “agnosticismo e ateismo sono opzioni assolutamente ‘sensate’, favorite dai seri ritardi culturali della comunità cristiana nel suo complesso oltre che, su un altro piano, da molti cattivi esempi “ – chiede che, però, si “continui a marcare una differenza tra ateismo, agnosticismo, fede: differenza che queste bizzarre forme di ‘modernismo’ irenico tenderebbero invece a far sbiadire oltre il giusto” (p. 83). il riferimento è sempre ai co-autori di Oltre le religioni(Spong, Vigil, Lenaers, Lopez Vigil) i quali, avendo deciso di “assumere come unico campo od orizzonte la dimensione spazio-temporale della Natura” e, prima ancora, di “assumere i risultati delle scienze moderne come criterio esclusivo di giudizio filosofico-teologico”, avrebbero decretato, tanto “logicamente” quanto disastrosamente, il naufragio di tutta intera una sequenza di perle irrinunciabili: “la fine  della trascendenza, del teismo, di un Dio personale, della fede cristiana” (ivi).
 Alcune (possibili) critiche alle critiche    
     Dico subito di aver apprezzato molto l’apertura mentale con cui la redazione di “Servitium” ha ospitato interventi così articolati e “dissonanti”, animati da una franchezza di toni insoliti negli ambienti cattolici dove spesso le preoccupazioni diplomatiche prevalgono sulla chiarezza nell’esposizione delle proprie idee. Incoraggiato da tanta parresia provo anch’io a offrire qualche elemento di riflessione in più. 
    Mi libero subito dall’unico sassolino nella scarpa che mi disturba. Nelle prime righe del suo intervento Campana dichiara di scrivere sui teologi del paradigma post-religionario senza averli letti, ma basandosi unicamente sulle sintesi preparatorie di Oltre le religionidistribuite in vista del Convegno di Rimini delle Comunità di base italiane (2017) intitolato: “Beati gli atei perché vedranno Dio”. La lettura dei riassunti di quell’unica raccolta di saggi, “a ragione o a torto”, gli sarebbe risultata  “sufficiente per togliergli del tutto la voglia di leggere i suddetti volumi nella loro integralità” (p. 81) . Personalmente ho avvertito tante volte un fastidio simile leggendo brani, o recensioni, di libri; ho anch’io deciso di non leggerli integralmente; ma non ho mai pensato di scrivere un intervento critico su testi che non abbia esaminato attentamente e dettagliatamente. Tra l’altro, nel nostro caso, si tratta di scritti che, pur all’interno di una certa “aria di famiglia” (come direbbe Wittgenstein), sono ben caratterizzati singolarmente e ciò che vale per uno non vale necessariamente per tutti gli altri. Un esempio fra tanti: alcuni autori sembrano critici sulla categoria “religione” in quanto tale, altri sembrano criticare la “religione” solo quando, e nella misura in cui, non è animata da una “fede” profonda.
  Ma entro un po’ nel merito delle questioni.
  Busso, Grignani, Trivellato, Campana, Bolpin, ma anche Sudati e – a monte – i suoi teologi “post-religionari” sono d’accordo su un criterio di fondo: il cristianesimo va ‘purificato’ per salvarne il salvabile. E ciò non solo per affezione a un patrimonio che è stato importante nella formazione di molti di noi, ma anche e soprattutto per amore dell’umanità che – nel caso di una cancellazione totale del messaggio evangelico dalla memoria storica – si ritroverebbe più impoverita che liberata. La domanda allora è: che cosa del cristianesimo è accettabile oggi senza dover pagare il prezzo di mortificare la propria intelligenza?Preciso subito cosa intendo per “mortificare”: non trascendere, ma contraddire. E che cosa intendo per “intelligenza”: ciò che, allo stato evolutivo attuale dell’umanità, viene ritenuto acquisito irreversibilmentedalla comunità dei pensanti (dunque ad esempio la tesi, incontrovertibile, che il nostro pianeta non è il perno immobile intorno a cui gira il sole; tesi ben più solida della tesi, molto plausibile ma a tutt’oggi falsificabile,  che l’origine dell’universo sia stato un “Big Bang”). 
  L’obiezione spontanea a questa mia asserzione (nella sostanza nulla di nuovo rispetto al Pascal della ragione che sola può stabilire quando è il caso di andare oltre se stessa) è facilmente immaginabile e, in parte, formulata da Campana e Bolpin: come la mettiamo, allora, con i miracoli; la verginità di Maria prima, durante e dopo il parto; la resurrezione di Gesù dai morti…? Personalmente (dunque neppure in questo caso intendo parlare a nome del variegato arcipelago dei teologi di cui don Sudati è convinto ed esperto esegeta) risponderei: in linea di principio, teorica,non è contro la ragione ammettere che un Dio onnipotente e onnipresente possa compiere miracoli; ma in linea di fatto, concretamente, gli autori del Nuovo Testamento hanno inteso proporci come “oggetto” di fede tali miracoli? Se gli esegeti più preparati mi insegnano che, per primi, sono stati proprio  gli autori dei testi neotestamentari a  non intendere usare un linguaggio descrittivo, bensì simbolico (o, in una certa accezione semantica, “mitico”), perché dovrei essere più realista del re e accettare come letteralmente veridici dei racconti che sono stati redatti su ben altro (e più significativo)  registro linguistico? Mi limito all’esempio cruciale: Paolo o i redattori dei Sinottici, quando parlano di Gesù “risvegliato da Dio il terzo giorno”, intendono parlarmi di una rivivificazione del cadavere di Gesù o della convinzione che, dopo la sua morte, egli sia entrato nel mistero di Dio dove – come tutti noi mortali – sperimenta una forma di esistenza assolutamente inconcepibile secondo le categorie mentali in nostro attuale possesso?  Se leggo l’Iliadeo l’Eneidecome resoconti storico-geografici, e non come poemi che rivelano alcune costanti antropologiche universali, le valorizzo maggiormente o le fraintendo banalizzandole? 
  Ma torniamo al filo principale delle mie considerazioni: che cosa del cristianesimo posso (non devo!) accettare senza svendere la mia intelligenza di umano del XXI secolo?
   Apro il Nuovo Testamento  (una delle fonti, se non vogliamo dire l’unica fonte, della fede cristiana) e ci trovo un messaggio cruciale: Dio è amore e chiede ai suoi figli (autentici) di farsi sacramenti (segni sensibili ed efficaci) di tale agape. Questo messaggio cruciale è accompagnato da una chiosa, a mio parere decisiva: si può essere figli (autentici) senza credere che Dio esista purché se ne  testimoni l’oblatività gratuita, ma non si può essere figli (autentici) se ci si limita a credere che Dio esista senza preoccuparsi di testimoniarne l’oblatività gratuita. 
   Ebbene: questo nucleo essenziale, irrinunciabile, della fede cristiana è veicolato in un complesso involucro di teorie scientifiche, affermazioni storiche, norme etiche, speculazioni metafisiche…Nel XVII secolo Galileo Galilei ci ha insegnato (al prezzo che sappiamo!) che si può essere credenti senza condividere le teorie scientifiche; la critica storica della Bibbia, dal XVIII secolo in poi, ci ha insegnato che si può essere credenti senza condividere i riferimenti storiografici; l’esegesi biblica e la teologia morale, dal XIX secolo in poi, ci hanno insegnato che si può essere credenti senza condividere (tutte) le prescrizioni etiche (per esempio l’obbligo delle donne di partecipare alle liturgie con il capo velato – e la bocca cucita). Restano in piedi le speculazioni metafisiche: esiste un Essere assoluto e necessario, fonte di tutto ciò che esiste; Egli è immanente ma anche trascendente; tiene il mondo nelle sue mani e può intervenire secondo i suoi criteri per modificare le leggi naturali e per condizionare il corso della storia umana etc. Queste teorie metafisiche, indubbiamente contenute nel Nuovo Testamento, fanno parte dello zoccolo duro irrinunciabile?  La chiesa cattolica (anche quella “buona”, illuminata, non piromane né pedofila…) ha pensato sino a oggi di sì. I teologi post-religionari tendono a rispondere di no. Personalmente direi: non ne fanno parte, ma ciò non significa che si debba passare dall’obbligo di accettarle all’obbligo di rifiutarle. Sono disposto a riconoscere come fratello di fede sia chi condivida l’onto-teologia agostiniano-tomista (di ascendenza platonico-aristotelica) sia chi condivida la teologia kantiano-hegeliana (di ascendenza neo-platonica) sia chi non condivida nessuna teologia “positiva”, concettualmente elaborata, in quanto orientato a seguire la teologia “negativa” (di ascendenza pseudo-diogeniana)…purché intenzionato, come opzione di fondo, ad amare non solo eroticamente e amicalmente, ma anche agapicamente. A mio sommesso avviso, la scelta di una di queste onto-cosmo-teologie dev’essere affidata alla riflessione personale (e libera nel doppio senso che si può intraprendere o meno e che, se si intraprende, non deve avere altri limiti che le regole della ricerca metafisica razionale): nessuna persona né istituzione ecclesiale si deve sentire autorizzata a imporre, in nome della Bibbia, una strada piuttosto che un’altra (proprio per le stesse ragioni per cui non può imporre una teoria astronomica o biologica o sociologica o etica). Altra cosa, se mai, è che una chiesa suggerisca, consigli, ad approfondire un’ipotesi metafisica piuttosto che un’altra: ma senza il ricatto, più o meno esplicito, che il sistema onto-teologico da essa suggerita sia più compatibile di altri (o, addirittura, l’unico compatibile rispetto ad altri) con la fede cristiana. 
   Insomma: non vorrei gettare nessun bambino con l’acqua sporca. Solo che vorrei si distinguesse, meglio del passato, il bambino dall’acqua (sporca, o pulitissima, che sia). Fuor di metafora: il messaggio dell’imminente “regno di Dio” dalla cornice teo-cosmologica nella quale tale messaggio era, inevitabilmente, incastonato. Questo è l’insegnamento dei teologi post-religionari che mi sembra accettabile. Se poi essi, in tutto o in parte, vogliono buttar via ogni tipo di acqua nell’illusione di tenersi in braccio un bambino asciutto, è affar loro. La dose di verità delle reazioni critiche di Trivellato, Campana e Bolpin  è che bisogna stare attenti a prosciugare eccessivamente il bambino: senza acqua (antica o nuova, calda o fredda, limpida o così così) rischierebbe di morire disidratato. In effetti, qui i teologi del paradigma post-religioso mostrano il fianco più scoperto: rifiutano una concezione complessiva del divino, dell’umano e dell’universo ma non sembrano preoccupati di elaborarne – ovviamente a proprio rischio e sotto la propria esclusiva responsabilità intellettuale – una alternativa. Forse perché si tratta di un compito molto più teoretico-filosofico che ermeneutico-teologico. Il fatto che sia oggettivamente irrilevante per un cristiano, in quanto tale, decidere fra monoteismo, teismo, deismo, panteismo (e, secondo i teologi della morte di Dio di mezzo secolo fa, ateismo) non significa che tale decisione sia altrettanto irrilevante per un cristiano in quanto essere pensante: solo che è una decisione che non posso prendere a colpi di citazioni bibliche. Devo impegnare le energie intellettuali di scienziati e poeti, di mistici e di filosofi, senza escludere a priorinessuna conclusione; neppure l’agnosticismo di un Luigi Lombardi Vallauri. Personalmente non prevedo di gettare la spugna, dopo decenni di ricerca, alla vigilia del congedo da questa terra così affascinante e da questa storia così inquietante. In una delle sentenze di Agostino che mi sento di condividere, egli  ammette che qualsiasi parola su Dio è un balbettare; ma aggiunge che non varrebbe la pena di parlare di alcunché se si ritenesse di tacere per sempre su di Lui. Con Galilei continuo a ritenere che la Bibbia mi dica “come si vada al cielo”, non “come è fatto il cielo”; ma ciò non significa che , a prescindere dalla Bibbia, voglia rinunziare a capire, se ci riesco, se Qualcuno abiti il cielo e, in caso affermativo,  come sia meno inadeguato concepirLo. Liberarsi dalla gabbia del letteralismo antropomorfico biblico, per stabilirmi nella gabbia dell’immanentismo rinunciatario scientista, non la considererei la più saggia delle operazioni. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


https://www.sfi.it/files/download/Comunicazione%20Filosofica/cf41.pdf

venerdì 7 dicembre 2018

GAETANO CELAURO SU "UN DIO SIMPATICO"

29-11-2018 


“Un Dio simpatico. Sguardo teologico sul contemporaneo” di Cosimo Scordato


Un Dio simpatico. Sguardo teologico sul contemporaneo copertina del libro
Il libro afferisce a Don Cosimo Scordato ed è un omaggio ai suoi settant’anni da parte di suoi amici ed estimatori, Augusto Cavadi e Maria D’Asaro. Il volume “Un Dio simpatico. Sguardo teologico sul contemporaneo” raccoglie alcune delle sue principali tematiche affrontate in alcuni scritti ed esternazioni in vari campi e settori, alcuni inediti o di difficile reperibilità.
Cosimo Scordato è un sacerdote speciale che conduce al contempo una duplice attività: insegna Teologia sacramentaria ed estetica teologica presso la Facoltà Teologia di Sicilia e nei suoi scritti, omelie e discorsi traspare pienamente questa sua cultura ampia ed insieme aperta, ma egli è anche rettore della chiesa S. Francesco Saverio e con l’omonimo Centro sociale è impegnato con passione e partecipazione in un progetto di risanamento nel quartiere Albergheria di Palermo.
Quest’opera che come riportato in copertina è stata messa insieme “a sua insaputa“ vuole essere un’antologia organica di quelli che sono da considerare i suoi brani migliori e significativi, una sorte di sintesi del suo pensiero. Si parla tra l’altro di Dio, dell’uomo, di Cristo, della Chiesa, del matrimonio, della malattia, della Mafia e dell’impegno sociale, dove opera in prima linea.
Ne è scaturita questa pubblicazione, che nel sottotitolo di copertina recita “Uno sguardo teologico sul contemporaneo”, che trasmette i tratti caratteristici del pensiero e dei sentimenti autentici di Cosimo Scordato, scevro da limitazioni dettate dal ruolo ricoperto di membro del corpo ecclesiastico. Emerge quello che è la sua trasparenza di pensiero nell’esercizio del suo impegno sociale, la sua genuinità, sincerità unita alla sua forza e la sua fragilità senza mascheramenti.
Lo si considera più che un Padre, appellativo che non gli si confà, un fratello, una persona che si trova a fianco e che condivide più ancora gli interrogativi che le risposte, la ricerca prima ancora delle soluzioni.
Il libro nei limiti descrittivi dello strumento letterario, con stile leggero e comprensibilissimo, vuole essere una testimonianza diretta, per lasciare una traccia indelebile del percorso umano, spirituale e sociale di quest’uomo. Esprime un’immagine diversa da quella stereotipata di quella del prete che è anch’egli un uomo con le sue angosce e preoccupazioni. Cosimo Scordatoè una persona ottimista che contagia e trasmette questo suo positivo stato d’animo a chiunque lo incontri, nello spirito appunto di un Dio Simpatico e amorevole che è vicino all’uomo, lontano anni luce dal Dio degli eserciti e vendicatore delle immagini testamentarie.
Attraverso il messaggio di misericordia e di accoglienza si lanciano ponti, si aprono finestre e non si alzano mura. Un Dio simpatico perché l’evangelo di Gesù per natura sua parla ed interpreta con fatti concreti il “pathos” di Dio con l’umanità. Un pathos vissuto simpaticamente che suscita approvazione per qualcosa che si constata come invero doveva e deve essere.

https://www.sololibri.net/Un-Dio-simpatico-Sguardo-teologico-sul-contemporaneo-Scordato.html

mercoledì 5 dicembre 2018

I FURBETTI DELL'ASSESSORATO REGIONALE: SOLO PUNTA DI UN ICEBERG

    “Repubblica – Palermo”

5.12.208

IL “FURBETTO”  CHE E’ IN CIASCUNO DI NOI

Che anche sullo scandalo degli assenteismi fraudolenti all’Assessorato regionale alla Sanità occorra dare alla magistratura il tempo necessario per valutare caso per caso, è fuori discussione. Ma intanto alcune considerazioni s’impongono senza ritardi.
      Prima: la società civile non è peggiore, ma neppure migliore, del ceto politico che elegge a rappresentarla nelle istituzioni. L’unica differenza tra una buona percentuale di cittadini e la sua quota proporzionale di esponenti politici è che i primi rubano poco perché hanno meno occasioni dei secondi: ma ognuno, nel suo piccolo o nel suo grande, fa quel tanto che può.
       Seconda considerazione: se i dirigenti apicali dell’Assessorato non sapevano, sono degli incapaci; se sapevano e tacevano, sono dei complici. In entrambi i casi – al di là dei cavilli legalistici per cui, in quanto dirigenti, non avevano obblighi di cartellini – vanno sanzionati in maniera esemplare dai responsabili della politica regionale prima ancora che dalla magistratura. Senza contare, poi, che sarebbe molto triste se, appartenendo alla fascia sociale alto-borghese dei magistrati che indagano e che dovranno giudicare, dovessero ricevere un trattamento di favore.
      Terza considerazione: parte offesa da simili comportamenti assenteistici sono quei cittadini che, con le proprie tasse, pagano gli stipendi di questi dipendenti senza averne un ritorno adeguato in puntualità ed efficienza nei servizi. Ma, in particolare, sono i tanti cittadini – giovani e meno giovani – che si trovano disoccupati (o sottoccupati) solo perché non avevano le conoscenze “giuste” per essere assunti da Mamma Regione. Chi ha compiti e poteri in questi campi dovrebbe ricavare dalle cronache, per nulla imprevedibili, di questi giorni una forte sollecitazione a cambiare stile e a selezionare il personale degli uffici pubblici sempre meno per appartenenze partitiche o sindacali e sempre più per meriti documentabili. E ciò esigerebbe che anche le scuole medie superiori e le università evitassero di regalare diplomi e lauree per malintesa compassione verso studenti che, per scarso impegno oltre che per modestia di doti intellettuali, non li meritano ma finiranno lo stesso con lo scavalcare nelle graduatorie per incarichi pubblici i compagni più dotati e soprattutto più capaci di dedizione al lavoro. 
      Insomma, la comprensibile indignazione emotiva di questi giorni, amplificata dalle condivisioni via Facebook ma destinata a raffreddarsi con l’incalzare dei prossimi scandali, ha senso solo se viene interpretata criticamente per quello che è: lo smascheramento di un modo di concepire la vita, l’etica e la socialità che non appartiene esclusivamente a cinquecento indagati. Sono infatti la punta di un iceberg di cui tutti gli altri, più o meno, costituiamo la base sommersa. Quando in un punto qualsiasi del corpo scoppia un bubbone, solo un organismo sciocco può indignarsene eccitato senza sospettare una malattia più radicale e più diffusa. 

         Augusto Cavadi
  www.augustocavadi.com

martedì 4 dicembre 2018

PROSSIMI INCONTRI ALLA CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA DI PALERMO

Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo,

   questo aggiornamento fa da ponte fra il 2018 e il 2019: dunque, ovviamente, auguri per tutto.

·     Giovedì 6 dicembre:Cine-filosofia condotto da Vincenzo Lima (all’interno delle attività promosse dalla Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone). Per chi desidera iniziare con una sobria cenetta (quota euro 3,00) appuntamento alle 20,00. Alle 20,30 si inizia l’incontro di riflessione su temi filosofici a partire da spezzoni di film. Si prevede di chiudere al massimo entro le 22,30. E’ prevista una quota di euro 5,00 (tranne per chi sostiene già mensilmente l’autogestione della Casa).

·     Lunedì 10 dicembre dalle 19,15 alle 21,45: Sergio Di Vita conduce un corso annuale di “Teatro dell’Oppresso” che si svolgerà nella Casa (all’interno delle attività promosse dalla Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone)

    Lunedì 17 dicembre ,dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso delle tre ore è previsto un momento conviviale autogestito. Poiché molte scuole e associazioni chiedono interventi e testimonianze sul tema, i maschi disposti a momenti di autocoscienza, di riflessione su testi specifici e a tenere incontri di formazione sono vivamente pregati di aderire al gruppo ormai troppo sparuto rispetto alle richieste che provengono dall’esterno.

·      Domenica 13 gennaio 2019  dalle 11,00 alle 13,00:Incontro di spiritualità laica (“La domenica di chi non ha chiesa”). Dopo la prima mezz’ora di accoglienza reciproca, dalle 11,30 alle 13,00 una meditazione condivisa (introduce Giovanni La Fiura). Alle 13,00 pranzo con ciò che ciascuno desidera offrire in tavola. Chi non è già sostenitore mensile della Casa è invitato a versare 5,00 euro per le spese di gestione della stessa. 

                                                     Intanto un affettuoso arrivederci,
                                                             Augusto Cavadi
                                                         a.cavadi@libero.it


domenica 2 dicembre 2018

I VANGELI LEGITTIMANO LA RETORICA SULLA "FAMIGLIA" ?

Martedì 27 novembre 2018 sono stato invitato a una tavola rotonda presso l'Assemblea regionale siciliana per la fondazione di un nuovo Movimento politico-culturale che, secondo le parole del fondatore, si basa su quattro pilastri: "Casa, lavoro, famiglia e Europa". Poiché erano tra i relatori personaggi folcloristici, alcuni dei quali autori di libri sul recupero della "famiglia tradizionale", ho accettato di intervenire solo a patto di avere libertà di scegliermi il tema. Così è stato e, con malcelato disappunto di non pochi presenti, ho comunicato le mie idee politicamente poco "corrette".
Chi è interessato può leggere, qua di seguito, un resoconto del mio intervento ospitato da un quotidiano online (www.livesicilia.it) e la registrazione video curata da Radio Radicale (presso il cui sito si possono vedere/ascoltare anche gli interventi che hanno preceduto e seguito il mio).

                                           ***
1.12. 2018

CONTRO LA RETORICA DELLA “FAMIGLIA”

Non solo gli ultimi papi, ma anche recenti esponenti politici di vario orientamento (da Casini a Berlusconi e a Salvini) sostengono – più o meno convintamente – che , tra i “valori” da difendere e promuovere, rientri la “centralità” della “famiglia” fondata sul matrimonio eterosessuale e aperta alla procreazione.  Certo, ognuno è libero di proporre la gerarchia di valori etico-politici che ritiene più vera, specie se evita di smentire con la propria vita ciò che proclama nei comizi, ma non di legittimare con il vangelo le proprie opinioni. Infatti, se interroghiamo senza pregiudizi ideologici le fonti, scopriamo che – nonostante la grancassa clericale e elettorale – esse parlano pochissimo della famiglia e, quando vi accennano, lo fanno con spirito critico
    Mi limito a qualche rapida pennellata. 
    Gesù è dodicenne e, a quell’età, durante il pellegrinaggio a Gerusalemme, potrebbe essere nella carovana dei maschi con il papà o nella carovana delle donne, con mamma. Risultato: ognuno dei due genitori pensa che sia con l’altro e solo dopo tempo si accorgono che lo hanno perduto di vista entrambi. Lo cercano e lo trovano, nel tempio, che discute con i dottori. “Sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»”(Luca 2, 48 – 49).
      Nozze di Cana. La madre di Gesù avverte il figlio: “Non hanno più vino”. Risposta: “Che c’è in comune fra te e me, donna ?” che tradotto sarebbe: “Fatti i fatti tuoi come io mi faccio i miei!” (Giovanni 2,4).
       “Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre>>” (Matteo 12 , 46 – 50;cfr. Marco 3, 31 – 35; cfr. Luca 8, 19 - 21).  La risposta è perfino dolce se si pensa che, in una circostanza simile, il vangelo dice che “i suoi parenti, udito ciò, vennero per prenderlo, perché dicevano:  è fuori di sé” (Marco 3, 21).
            “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Matteo 10 , 34 – 37; cfr. Luca 12, 51-53; 14, 26).
       “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno” (Matteo 10, 21; cfr. Marco 13, 12).
     “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Matteo, 19, 29: cfr. Marco 10, 29 – 30).
        Un giovane decide di entrare nel gruppo dei discepoli. “Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre”. Replica: “Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, cioè che siano tua madre e i tuoi fratelli a seppellire tuo padre (Matteo 8, 21-22; Luca 9, 59- 62).
      Se questo è il quadro complessivo (a prescindere da eventuali esegesi diverse per questo o quel versetto) , il cattolico – specie se istruito teologicamente – dovrebbe opporsi a ogni esaltazione retorica, enfatica, ossessiva, della famiglia anagrafica. La “crisi” di questa istituzione, di cui si parla a proposito e a sproposito, potrebbe essere effetto della sua indebita assolutizzazione. Vero, infatti, che la famiglia è sociologicamente e costituzionalmente una cellula della società: ma, appunto, come ogni cellula vive bene solo se lavora in sintonia con altre cellule, in funzione del tessuto di cui fa parte e dell’intero organismo. Una famiglia avulsa da una visione – e da una politica – di contesto è solo il tentativo di garantire l’individualismo proprietario della tradizione borghese: e, in quanto tale, merita di scomparire. Sono convinto che a un cristiano consapevole – come a un laico libero dalle angustie dell’egoismo tribale – la famiglia può interessare solo come volano, pista di decollo, della passione per la città e, ancor più ampiamente, per l’unica grande famiglia umana. Associazioni, partiti, movimenti che sbandierano il tema della famiglia per legittimare le loro posizioni contro la giustizia sociale, i diritti civili, il disarmo, la gestione umanitaria dei flussi migratori, il governo delle risorse ambientali sono o degli ingenui che segano il ramo su cui sono appollaiati o degli sciacalli ideologici che puntano sulla buona fede, e sull’ignoranza, delle fasce più tradizionaliste dei rispettivi Paesi. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


                                    ***

RADIO RADICALE:



venerdì 30 novembre 2018

FESTIVAL DELLA FILOSOFIA D'A-MARE DAL 25 AL 28 APRILE 2019

Care e cari,

   sono stato davvero sorpreso - gradevolmente sorpreso - dal ricevere vostre sollecitazioni a pubblicare sin d'ora i dati essenziali del Festival della filosofia d'a-Mare di cui realizzeremo la sesta edizione nel lungo ponte primaverile tra la Pasqua e il Primo maggio del prossimo anno.
  Ovviamente si tratta di una BOZZA DI PROGRAMMA che potrà subire variazioni.
     Comunque la anticipo soprattutto per quanti volessero prenotare in tempo gli alberghi e gli aerei.
    E vi consiglio di studiare bene il calendario: potreste trovare conveniente allungare di parecchi giorni, in avanti o in dietro, il vostro soggiorno siciliano !

Augusto
338.4907853

Giovedì 25 aprile 2019
Ore 15 – 16,30 : Accoglienza, registrazione, sistemazione alberghiera
Ore 16,30 – 17,30 : Passeggiata filosofica (Augusto Cavadi)
Ore 21: Concerto (Giorgio Gagliano)
Venerdì  26 aprile 2019
Ore 9,30 – 11,00 : La passione amorosa(Alberto Giovanni Biuso)
Ore 11,30 – 13,30: Laboratori di con-filosofia (filosofi e non-filosofi di professione in ricerca) sul tema dell’amore: con Chiara Zanella (I) , Marta Mancini (II) , Augusto Cavadi (III). Ovviamente se ne potrà scegliere uno dei tre.
Ore 16,30 – 18,00:  I molti volti della sofferenza(Giorgio Gagliano)
Ore 18,30 – 20,30: Laboratori di con-filosofia (filosofi e non-filosofi di professione in ricerca) sul tema della sofferenza con Chiara Zanella (I), Marta Mancini (II) , Augusto Cavadi (III). Ovviamente se ne potrà scegliere uno dei tre.
Sabato 27 aprile 2019
Ore 9,30 – 11,00 :  Natura umana, biotecnologie e poteri economico-politici  (Orlando Franceschelli)
Ore 11,30 – 13,30: Laboratori di con-filosofia (filosofi e non-filosofi di professione in ricerca) sul tema delle biotecnologie con Chiara Zanella (I) , Marta Mancini (II) , Augusto Cavadi (III). Ovviamente se ne potrà scegliere uno dei tre.
Ore 16,30 – 18,30 : 
Agorà di confronto su tutte le tematiche affrontate (i partecipanti al Festival interloquiscono con Alberto Giovanni Biuso, Augusto Cavadi, Orlando Franceschelli, Giorgio Gagliano, Marta Mancini, Chiara Zanella)

Ore 21: Spettacolo teatrale

Domenica 28
Ore 10,00 – 12,00: Laboratori di con-filosofia (filosofi e non-filosofi di professione in ricerca) su:
-      Mistica cristiana e mistica buddhista (Giorgio Gagliano)
-      Essere animali (Alberto Giovanni Biuso)
Elogio della solidarietà samaritana (Orlando Franceschelli) 

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Note tecniche

* Si può dormire e mangiare dove si preferisce: Castellammare del Golfo offre ottime possibilità  per tutte le tasche e per tutti i gusti.
La nostra organizzazione ha stipulato una convenzione con i due splendidi Hotel "Al Madarig" e "Punta Nord Est" (nel primo dei quali si svolgeranno molti incontri).
Qui di seguito le condizioni economiche concordate per entrambe le strutture alberghiere.
Di solito arriva una domanda ricorrente: ma sino a quando si può prenotare in questi due hotel?
La risposta è sempre la stessa: sino a quando ci saranno posti liberi. Perciò può darsi che tra pochi giorni ci sia tutto occupato, può darsi che ci siano camere libere la mattina del 25 aprile 2019.

Camera e colazione: € 40,00 
Supplemento singola: € 20,00 
Supplemento vista mare e balcone: € 10,00 a camera 
Gratuità: 1 su 20 paganti 
Tassa di soggiorno: € 1,50 per persona, a notte. Per eventi patrocinati dal comune, gratuita. 
Sale meeting(N. 2 DISPONIBILI):  incluse 
Modalità di prenotazione: Ogni partecipante dovrà contattare direttamente la struttura e garantire la prenotazione tramite i dati di una carta di credito (numero e scadenza) oppure un acconto pari all'importo della prima notte tramite bonifico. 
Cancellazione: le cancellazioni effettuate fino a 7  giorni prima della data prevista di arrivo non comportano alcun costo. Le cancellazioni tardive e la mancata presentazione comportano l'addebito del costo della prima notte.
  
I nostri Servizi: 
•        Bar 
•        Wi-fi gratuito  in tutta la struttura, 
•        Internet point gratuito 
•        Deposito bagagli gratuito 
•        Parcheggio libero davanti l'Hotel (fino ad esaurimento posti) 

Unico riferimento per le prenotazioni (specificando in quale dei due alberghi si intende sostare e facendo esplicito riferimento alla convenzione per il Festival di filosofia):
                                                             info@almadarig.com