mercoledì 18 aprile 2018

PROSSIMI EVENTI PRESSO LA CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA

CALENDARIO 7/2018
CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a - Palermo

Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, eccovi il settimo calendario del 2018 (riguarda le iniziative dal 19 al 30 aprile).
     Chi è veramente interessato a un evento ha la possibilità di segnarlo in anticipo nella propria agenda.

 giovedì 19 aprile dalle  20,15  alle 21,30: Augusto Cavadi presenta il nuovo libro di Roger Lenaers, Cristiani nel XXI secolo? Una ri-lettura radicale del Credo (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2018, pp, 70, euro 8,00). Organizza la Comunità di ricerca spirituale laica “Albert Schweitzer” (con possibilità di proseguire la serata in pizzeria).

* domenica 22 aprile dalle  10,15 alle 11,30:  Meditazione comunitariaa cura della Comunità di ricerca spirituale laica  “Albert Schweitzer”.

* giovedì 26 aprile dalle 20,15 alle 21,30: Carmine Palmeri tiene una conversazione su“Punti scottanti della storia del cristianesimo”. Organizza La Comunità di Libera ricerca spirituale “Albert Schweitzer” (con possibilità di proseguire la serata in pizzeria).

* Sabato 28 aprile dalle 9,30 alle 19,30 : Sergio Di Vita conduce un Laboratorio teorico-pratico sul“Teatro dell’Oppresso”. Per informazioni sui costi, sulle tematiche e sul pranzo consultare: https://vitadisergio.wufoo.com/forms/qud7utm1udernr/

* Domenica 29 aprile dalle 10,15 alle 11,30: Meditazione comunitariaa cura della Comunità di ricerca spirituale laica  “Albert Schweitzer”.

Intanto un affettuoso arrivederci.
Augusto Cavadi

PS: Si ricorda alle persone che vogliano partecipare a nostri eventi, e vivono lontano da Palermo, che presso la “Casa” stessa è disponibile un servizio di ospitalità anche per la notte, in cambio di un rimborso delle spese di mantenimento del servizio.

martedì 17 aprile 2018

IL LIBRETTO-DINAMITE DI ROGER LENAERS in tutta Italia

Lo presentiamo - e lo discutiamo insieme - a Palermo, presso la "Casa dell'equità e della bellezza" (via N. Garzilli 43/a), giovedì 19 aprile 2018 alle ore 20,15 
(poi - alle 21,30 - chi vuole può spostarsi e continuare la serata in pizzeria). 
     Ma anche chi non potesse partecipare si regali la possibilità di queste settanta paginette  illuminanti, opinabili, provocatorie, limpide, istruttive, sincere, profonde, sofferte, coraggiose, incoraggianti...Il libro è acquistabile nelle librerie fisiche (distribuito dalla San Paolo) e in tutte le librerie on-line. Costa solo 8,00 euro.

ANCORA UN ROMANZO SU PALERMO


www.siciliainformazioni.com
16.4.2018

Sulla scia luminosa di Rainer Maria Rilke, Wim Wenders  ha provato a raccontarci, in un celebre e riuscito film del 1987, cosa si muova nel cielo sopra Berlino. Più modestamente, ma anche più realisticamente, Mariceta Gandolfo prova a raccontarci cosa si muova Sotto il cielo di Palermo(La Zisa, Palermo 2017, pp. 143, euro 12,00) o, meglio, qualcosa di ciò che si è mosso sotto il cielo palermitano negli ultimi cento anni. Qualcosa: più precisamente alcune vicende delle famiglie dei suoi genitori, il dottor Nino e mamma Ela, intrecciate con le “microstorie” di parenti e amici, più o meno noti, appartenenti alla piccola e media borghesia cittadina.
    La narrazione, sostanzialmente biografica, non lo è in maniera esclusiva: infatti, come dichiara l’autrice in quarta di copertina, si tratta di “un misto di realtà e d’invenzione: autentiche le ricostruzioni storiche, tratte da fonti accreditate e dalla memoria orale; frutto di fantasia alcune vicende private che rispettano tuttavia carattere e temperamento dei personaggi reali”. 
    In questa narrazione Palermo non risulta mero palcoscenico né una sorta di telone dipinto come sfondo: come dichiara la stessa autrice, nello stesso luogo, si tratta di una vera e propria “protagonista del romanzo, con i suoi riti, le sue tradizioni e il suo dialetto colorito, attraverso le ripercussioni che la Storia avrà sulle vite dei personaggi”. Tra queste tradizioni non potevano mancare, di certo, almeno alcuni accenni alle delizie culinarie che aiutano a perdonare tante altre esperienze assai meno delizianti: se è vero, come spiega alla nipotina un personaggio de La lunga storia di Marianna Ucrìa, che l’inferno possiamo immaginarlo fedelmente come una specie di grande Palermo senza pasticcerie. Personalmente ho sottolineato la pagina dedicata alla “pasta al forno” (traduzione italiana dell’enigmatica pasta cu furnudialettale) (pp. 42 – 43).
     Raccontare Palermo è impossibile senza notare le sue molteplici contraddizioni che, ancor oggi, mutatis mutandis,  la rendono tanto interessante e stimolante quanto faticosa e scoraggiante. Per limitarmi a una sola evidenziazione: la contraddizione, nella Palermo  anteriore al boom economico degli anni Sessanta del Novecento, fra la ricchezza, parassitaria ed esibita, degli aristocratici di origine spagnola e la miseria, accettata come dato naturale da una maggioranza di proletariato e sotto-proletariato(nonostante occasionali vampate di ribellione, ma più fuori le mura della capitale che al suo interno: vedi i “Fasci siciliani” di fine Ottocento). Palermo è, storicamente, come quasi tutto il Regno delle Due Sicilie, una capitale senza borghesia colta e soprattutto produttiva, weberianamente intraprendente. Negli anni Venti, quando la nonna materna dell’autrice arrivò a Palermo dalla nativa Milano, trovò “due città: una era la città del popolo, con le viuzze, i mercati, la gente vestita poveramente che parlava ad alta voce in tono sguaiato con un orribile accento dalle vocali molto aperte, che viveva per strada, mettendo le sedie davanti all’ingresso delle abitazioni troppo piccole e buie per poter ospitare tante persone in una stanza; l’altra era la città dei nobili, con i suoi palazzi grandiosi, le ville magnifiche, le signore elegantissime che andavano due volte l’anno a Parigi per rinnovare il guardaroba, la Palermo dei ricevimenti, delle corse automobilistiche, del golf. Osservò tutto questo con i suoi acuti occhi azzurri e decise che non avrebbe fatto parte di nessuno dei due mondi: loro erano borghesi, venivano dalla più operosa città d’Italia, non si sarebbero mescolati al popolino ignorante, ma neanche alla nobiltà parassitaria, che viveva in modo grandioso ed era capace di bruciare in una sola notte, al tavolo da gioco o in una cena per cento invitati, le rendite di un anno intero delle loro campagne” (pp. 17 – 18). Lei, il marito commerciante, avrebbe riempito il vuoto storico nel mezzo dei due strati sociali opposti: come i Florio, i Whitaker, gli Ingham, i Woodhouse, i Caflisch…
 Due notazione in chiusura.
 La prima è una precisazione. A proposito dello sbarco delle truppe statunitensi in Sicilia nel 1943, e della nomina a sindaci di vari mafiosi, l’autrice scrive che “la mafia era così entrata ufficialmente in politica, infiltrandosi nel principale partito di governo, comprandosi il voto degli elettori” (p. 72). Ma è davvero questo il momento in cui la mafia entra in politica o vi era entrata a metà del secolo precedente? Anzi: la mafia non era diventata mafia proprio quando era entrata nei gangli dello Stato? Lo dimostra, con una serie impressionante di testimonianze, Umberto Santino nel suo recente La mafia dimenticata. D’altronde è proprio in nome di un ambiguo antifascismo dei mafiosi (di quei mafiosi che non erano riusciti a riciclarsi nei quadri del Partito fascista e che erano stati perseguiti dal regime, almeno sino al trasferimento del prefetto Mori) che essi vengono nominati sindaci.
 La seconda notazione apre uno spiraglio sul futuro. Infatti, come avviene di norma, anche in questo libro lo sguardo attento e curioso sul passato suggerisce – pur senza proporselo intenzionalmente -  delle idee per l’immediato futuro. Un esempio lo traggo dalle righe iniziali di pagina 51: “Mondello è tutt’ora bellissima, ma a quei tempi doveva essere una specie di paradiso: anche le foto in bianco e nero lasciano intuire la trasparenza dell’acqua, il bianco accecante della sabbia, il verde fitto dei giardini e dei palmeti. Una volta, quando vennero a Palermo lo zio Ernesto e la zia Dina, i ragazzi, in loro compagnia, avevano preso il battello a vapore che collegava giornalmente il porto di Palermo col porticciolo di Mondello e quella gita per mare era rimasta indelebilmente impressa nei loro cuori”. Dunque l’idea di un collegamento giornaliero fra Palermo e Mondello via mare non è solo una bizzarra fantasia che mi accompagna da molti anni, ma è stata effettivamente realizzata quasi un secolo fa ! Perché non potrebbe realizzarsi nuovamente, magari estendendosi in estate tra porti siciliani più distanti ? 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


http://siciliainformazioni.com/augusto-cavadi/799250/sotto-il-cielo-di-palermo-cosa-e-accaduto-il-romanzo-della-gandolfo

sabato 14 aprile 2018

IL BIGLIETTO PER IL BUS: MEDAGLIA D'ORO A CHI LO COMPRA E LO VIDIMA




“Repubblica – Palermo”
14.4.2018

L’ENIGMA DEL BUS: IL BIGLIETTO NON SI TROVA E, SE SI TROVA, NON SI TIMBRA

Bus e tram sono l’unica alternativa al caos tossico della mobilità urbana effettivamente accessibile a una popolazione mediamente non proprio benestante come la palermitana. Perché, allora, se ne trascura irresponsabilmente la funzionalità?
 Il buongiono, anzi il cattivo giorno, si vede sin dall’inizio: sei a una fermata del bus, fosse pure un capolinea, e nessuna tabella – né stampata né tanto meno elettronica – ti informa su quando potrai salire in una vettura, o per lo meno su quando sarebbe teoricamente previsto. Ti affidi agli imperscrutabili decreti della provvidenza o del caso o del destino, a seconda della tua prospettiva filosofica preferita. Non è così non solo a Milano o a Torino, ma neppure in città più piccole di Palermo come Brescia o Trento.
  Una volta sopra il bus noti con sorpresa che nessuno vidima il biglietto: tutti abbonati? Il dubbio amletico ti accompagna per l’intero tragitto dal momento che – se non sei su una linea centrale come il 101 – è statisticamente assai probabile che non vedrai nessun controllore. Decine di volte a settimana, centinaia di volte l’anno utilizzo una linea che dalla periferia (Vergine Maria) arriva al centro città (piazza Crispi, più nota come piazza Croci): posso attestare, anche sotto giuramento davanti a una corte giudiziaria, che il controllore non passa più di una volta ogni mille. E forse è meglio così. Infatti, quando passa, succede di tutto: da passeggeri che tirano fuori dalla tasca il biglietto per timbrarlo come se non fossero già su da molte fermate a passeggeri che sostengono di dover scendere con urgenza perché non si erano accorti di esser saliti sulla vettura sbagliata. Ciò che di più diseducativo – diseducativo per i ragazzi, ma non meno per gli adulti – è il caso non infrequente di passeggeri (ormai arcinoti) che sfidano apertamente il (rarissimo) controllore: “Non ho il biglietto né ho i soldi per comprarlo. Mi avete mandato cinquanta multe a casa: mandatemene altre cinquanta!”.  Non so in altre occasioni, ma quando sono stato testimone della scena la signora o il signore in questione sono rimasti seduti e il controllore ha preferito fare spallucce e sorvolare. Facile immaginare i commenti di quei pochi passeggeri che, pur non nuotando nell’oro, di ritorno dal cimitero dei Rotoli si erano forniti del titolo di viaggio prescritto: infatti la differenza fra il povero-povero e il povero-così-così non è facile da determinare e per quest’ultimo suona offensiva l’indulgenza riservata al primo. Non sarebbe preferibile che l’Amat prevedesse, ovviamente sulla base di documentazione oggettiva, degli abbonamenti gratuiti per i nullatenenti anziché lasciare all’arbitrio di alcuni (passeggeri) dichiararsi impossibilitati a pagare e di altri (controllori) accettare l’estemporanea dichiarazione di indigenza? E’ sin troppo nota la legge sociologica per cui i comportamenti illeciti sono molto più contagiosi dei comportamenti civici.
   A scoraggiare i quali, infine, l’Amat contribuisce con due incredibili fenomeni. Il primo: due o tre rivendite autorizzate mancano di biglietti da vendere, allora ti rechi in uno dei pochi punti della città dove sono in vendita direttamente dall’Amat, ma non di rado – una volta al mese, una volta ogni tre mesi? – il passeggero armato di buona volontà si sente rispondere: “Ne siamo sprovvisti, sono esauriti”. Che una volta ogni dieci anni possa accadere questo sarebbe strano, ma comprensibile; stranissimo, e incomprensibilissimo, è che questo disservizio si verifiche più volte in un anno. Stento a ipotizzare che ciò avvenga in aziende, pubbliche o private, nel mondo civile: chi può permettersi di perdere centinaia, forse migliaia di euro, solo perché ci si rivolge in ritardo a una tipografia o ci si rivolge tempestivamente a una tipografia che consegna i biglietti in ritardo?
    Come se la penuria di biglietti – quasi fosse una carestia dovuta a eventi metereologici imprevedibili – non fosse abbastanza, l’Amat aggiunge autolesionisticamente un’altra furbata: lascia una vettura su tre con la macchinetta vidimatrice fuori servizio. Il passeggero  che ha deciso di pagare il biglietto anche per compensare i molti che non lo fanno e quindi per non far chiudere un servizio pubblico essenziale; che non ha trovato dal giornalaio sotto casa i biglietti da acquistare e ha fatto il giro del quartiere per procurarsene; una volta salito sul bus, infine, deve sentirsi dire dall’autista cui si è rivolto per verificare se , per caso, la macchinetta fosse spenta anziché rotta: “Usi una sua penna e segni ora, giorno, mese e anno sul biglietto: è come se fosse timbrato”. Se davvero ha con sé una penna funzionante, e la mette in funzione, merita almeno  una medaglia d’oro al valor civile. Cosa meritino i dirigenti dell’Azienda Municipalizzata Auto Trasporti non sta a me stabilirlo; toccherebbe piuttosto al Consiglio comunale e soprattutto alla Giunta in carica.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com



giovedì 12 aprile 2018

LA SETTIMANA PALERMITANA DELLA NONVIOLENZA: ULTIMI GIORNI

www.livesicilia.it
12.4.2018

LA VIA PRATICABILE DELLA NONVIOLENZA
Le religioni sono affilate come lame a doppio taglio: possono fare molto male, ma anche molto bene. Nella storia dell’umanità, complessivamente, che bilancio può trarsi? Personalmente non saprei rispondere. A chi snocciola meriti indiscussi d’istituzioni e personaggi religiosi, mi viene spontaneo opporre esemplificazioni di segno contrario. Tuttavia non ritengo onestamente sostenibile l’equazione religione uguale oppressione e sfruttamento delle masse.  Proprio in questi giorni, ad esempio, cade il cinquantesimo anniversario dell’assassinio del pastore battista Martin Luther King , il cui ruolo nell’emancipazione dei neri negli Stati Uniti d’America sarebbe  difficilmente esagerabile. Il suo “I have a dream” è diventato uno slogan – efficace, abusato e ambiguo come tutti gli slogan – ma ha certamente consegnato alla storia uno dei suoi protagonisti più amati. La città di Palermo, che gli ha dedicato già da tempo  una lapide dentro il Palazzo delle Aquile, non vuole lasciar passare sotto silenzio l’anniversario. Per questo  la Consulta della Pace della Nonviolenza, dei Diritti Umani e del Disarmo, in collaborazione con altre associazioni cittadine, ha voluto organizzare dal 4 al 13 aprile  la Settimana della nonviolenza: un cartello di eventi tesi a sensibilizzare e informare la cittadinanza sul tema della nonviolenza (per il programma completo e dettagliato vedi www.pressenza.com/it/2018/03/palermo-settimana-della-nonviolenza-4-13-aprile-2018). 
   Alcuni di questi eventi hanno caratteristiche comuni a iniziative in tutto il mondo per l’occasione: la conferenza di Pat Patfoort , antropologa belga, prevista venerdì 13 a chiusura della Settimana.  Altri appuntamenti, invece, sono segnati da alcuni fenomeni legati al nostro tempo e al nostro territorio. Mi riferisco, ad esempio,  a quella serie di eventi dedicati alla denunzia e al contrasto della violenza contro le donne, tra cui spicca, il dibattito  intorno al tema “Violenza nella nascita”, a cura dell'associazione “L'arte di Crescere” e del @Centro Antiviolenza "Lia Pipitone" , organizzato per giovedì 12. O anche al seminario a cura della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”, gestito da Enzo e Manfredi Sanfilippo, su “Metodi di lotta nonviolenta al sistema mafioso”, sulle orme di Danilo Dolci: un seminario in continuità con un convegno nazionale sullo stesso tema (i cui atti sono stati editi) organizzato a Palermo 13 anni fa e che è rimasto  l’unica iniziativa del genere mai realizzata. 
    Su ciascuna di queste tematiche gli equivoci possibili sono innumerevoli. La nonviolenza (scritta proprio senza trattino per evocare il termine positivo gandhiano) viene ancora confusa con il buonismo sentimentale o addirittura con la rassegnazione passiva: così intesa sarebbe più un aggravio che un alleggerimento dei drammi (come i femminicidi o il sistema di dominio mafioso) cui intende far fronte. Essa, al contrario, nei suoi esponenti classici (tra i quali l’umbro Aldo Capitini, ieri, e il palermitano Andrea Cozzo, oggi) è una strategia adottabile solo da chi ha il coraggio di guardare i conflitti senza girarsi dall’altra parte; di affrontarli a viso aperto; di contrastarli con una fermezza che solo i più coraggiosi possono scoprirsi dentro e con una lungimiranza tale da voler conquistare definitivamente la mente del nemico anziché limitarsi a tacitarla temporaneamente. Insomma: tra il ribellismo violento (che ha sfiancato i contestatori di ieri molto più dei padroni del mondo) e l’apatia rinunciataria (che caratterizza gli sfruttati di oggi, a cominciare dalle giovani generazioni quando non sono sotto l’ala protettiva di potenti genitori), la nonviolenza potrebbe costituire una via praticabile. E fruttuosa. 
 Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

lunedì 9 aprile 2018

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (puntata n. 17)

“Gattopardo”
Aprile 2018
 I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (17. ma   puntata )

    In questa rubrica provo a spiegare ai turisti che vengono in Sicilia quel fenomeno strano, enigmatico, costituito dai … siciliani. Posso osare l’ardua impresa perché in Sicilia ci sono nato e vissuto per quasi settant’anni; e non da osservatore del tutto sprovvisto di attrezzi per leggere uomini e cose. Eppure…Eppure devo ammettere, con onestà, che di fronte a certi “misteri” non mi resta che arrendermi. 
   Quando, ad esempio,  con una coppia di amici tedeschi mi è capitato di fare una passeggiata dalla borgata di Vergine Maria verso Mondello, sulla stradina laterale dell’Addaura, sfiorando dall’alto l’immenso complesso di edifici dell’ex-istituto “Roosevelt”, cosa avrei potuto rispondere alla domanda: “Perché questi edifici su una costa così bella, da cui si ammira un panorama incantevole, sono disabitati e abbandonati? Perché non diventa una struttura polivalente - gestita da cooperative di giovani disoccupati - per eventi culturali, ricevimenti di nozze, feste di compleanno, turismo giovanile, funerali laici? E se  l’amministrazione regionale non vuole, o non sa, metterli a frutto né intende affidarli a imprenditori privati, perché non li demolisce restituendo la costa al suo splendore originario?” (Meno male – penso tra me e me – che non sappiano che a poche centinaia di metri da qui abbiamo una caverna con iscrizioni preistoriche di interesse estremo, la cui visita è affidata alla disponibilità semi-volontaria di un custode difficilmente reperibile).
   O, quando, per fare un altro esempio, accompagno un collega di Torino per una visita medica al complesso ospedaliero “Enrico Albanese” (noto anche come “Ospizio marino”), disteso sulla costa fra la Tonnara Florio e Villa Igea, cosa rispondere alla domanda sulle ragioni per cui molti padiglioni sono in stato di abbandono né l’Azienda provinciale sanitaria – che lamenta continuamente mancanza di risorse finanziarie e di locali – li recupera, come farebbe qualsiasi altra Azienda (pubblica o privata), per risparmiare su altre spese e addirittura lucrare a beneficio della collettività?
  Il “Roosevelt” e l’ “Enrico Albanese” sono stati costruiti appositamente su due angoli di bellezza strepitosa: in nessuna nazione occidentale (ancor meno in Cina, forse neppure in Africa) gli amministratori pubblici consumerebbero sprechi del genere. Perché ciò che è ordinaria amministrazione in Trentino-Alto Adige o in Valle d’Aosta (per restare nei confini italiani) dev’essere considerato dalle nostre parti un sogno talmente irrealizzabile da non esaminarne e discuterne neppure la fattibilità? Di solito si risponde: perché non sarebbe possibile “mangiarci”. Ma in questi casi sarebbe una risposta non convincente. Infatti qualsiasi cinico potrebbe controbattere che opere del genere, oltre a garantire lavoro onesto a centinaia di cittadini, non escluderebbero margini per la corruzione, almeno nella fase di ristrutturazione e ammodernamento dei locali. Come fare a spiegare al visitatore che l’autolesionismo dei siciliani (della maggior parte dei siciliani, non di tutti: mi consta che alcuni imprenditori onesti hanno tentato invano di acquisire in affitto delle parti almeno di questi spazi) arriva al punto da non essere attratti né dal gusto di lasciare la propria terra più abitabile di come l’hanno trovata alla nascita né dalla seduzione della bustarella sottobanco? L’ignavia vince 1 a zero sia se si batte contro la dedizione al bene comune che contro l’avidità privata. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 6 aprile 2018

LE SCOMUNICHE AI MAFIOSI: ASPETTI PROBLEMATICI

Da questa mattina, sulla home page di www.repubblica.it, più precisamente nel blog "Il Dio dei mafiosi" curato da A. Bolzoni, è ospitato un post richiestomi sulla tematica delle scomuniche ai mafiosi:

    http://mafie.blogautore.repubblica.it/2018/04/1711/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P33-S1.6-T1

Le scomuniche ai mafiosi, come le grida di manzoniana memoria, si sono moltiplicate in proporzione alla loro inefficacia. Già nel 1945 i vescovi siciliani ricordano che sono automaticamente (“ipso facto”) scomunicati “tutti i rei sia di rapina sia di omicidio”. Seguono anni di ambiguità sotto l’egida del cardinale Ruffini che non era un filo-mafioso, ma uno dei molti che (anche nella magistratura e società civile) riduceva la mafia a fenomeno delinquenziale come tanti nel mondo, senza  vederne lo spessore politico-economico. Nel 1993 Giovanni Paolo II, in visita in Sicilia, non usa il termine tecnico “scomunica” ma lancia ai mafiosi quel grido diventato celebre (“Convertiteti: una volta verrà il giudizio di Dio!”) che risuona ancora più eclatante di una mera dichiarazione canonica. Da allora, e specialmente dopo l’assassinio di don Puglisi e di don Diana, i vescovi ribadiscono che, anche senza una condanna esplicita, chi uccide o danneggia gravemente e intenzionalmente il prossimo si pone da solo fuori dalla comunione ecclesiale (ex communione). Si arriva così al recente pronunciamento di Francesco I nei pressi di Sibari il  21 giugno 2014: “I mafiosi sono scomunicati, non sono in comunione con Dio”.
      Chi segue i complessi rapporti fra Chiesa cattolica e mafie non può non constatare con soddisfazione la crescente consapevolezza, nei pastori e nei fedeli, dell’incompatibilità fra il vangelo e la lupara. Ma, con altrettanta lucidità, non può chiudere gli occhi su alcuni aspetti problematici della questione.
      Una prima considerazione: i mafiosi non vivono in una sfera vitrea fuori dal tempo e dallo spazio, risentono dei mutamenti culturali epocali esattamente come il resto dei cittadini. La secolarizzazione, che segna mentalità e costumi del Meridione, incide anche sul peso che essi danno agli aspetti teologici, liturgici e canonici. In alcune lettere intercettate e pubblicate, Matteo Messina Denaro confessa chiaramente di non ritenersi più cristiano: non crede più in Dio né in una vita dopo la morte.
     Una seconda considerazione: una cosa è condannare ex cathedra i mafiosi in generale e tutta un’altra cosa è applicare la condanna, nella concretezza dei territori specifici, ai singoli mafiosi in carne e ossa. Se sono papa o vescovo è relativamente facile comminare scomuniche; se sono parroco in un quartiere popolare di Catania, o in un piccolo borgo dell’Aspromonte, non è altrettanto facile negare a un noto boss il matrimonio in chiesa o il funerale religioso in pompa magna.
     Ma ciò che riterrei decisiva è una terza, e ultima, considerazione. Se scopro che la mia cucina è infestata da formiche o scarafaggi, prima di attrezzarmi d’ insetticidi, non mi chiederò che cosa attragga tanto gli sgraditissimi ospiti? Analogamente, prima di studiare strategie per cacciare i mafiosi dalla comunità ecclesiale, sarebbe più logico interrogarsi sulle ragioni per cui i mafiosi frequentano gli ambienti cattolici e tengono tanto a occupare posti di rilievo al loro interno (dirigenti di associazioni, superiori di confraternite rionali , amministratori di opere pie…). Si potrebbe scoprire una verità scomoda ma lampante: curie vescovili e parrocchie attirano mafiosi e amici di mafiosi, come il cacio attira i topi, perché sono luoghi dove girano soldi e si muovono leve di potere. Sarebbe così – si chiedono alcuni teologi più schietti – se le comunità cattoliche vivessero in maniera più sobria, più libera dall’affarismo economico, dalle relazioni con ministeri e assessorati, dalle manovre elettorali? Chiese più vicine allo stile evangelico  - alla solidarietà con gli impoveriti e gli emarginati; alla cura dell’ambiente naturale; all’osservanza delle regole democraticamente stabilite; al rispetto laico della libertà di coscienza di tutti… - sarebbero ancora appetibili agli occhi dei mafiosi ? O questi, piuttosto, se ne terrebbero lontani con sussieguo, come da congreghe di patetici idealisti?

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


martedì 3 aprile 2018

LA MAFIA DESNUDA SECONDO ANTONIO CANGEMI

2.4.2018
LA MAFIA DESNUDA DI AUGUSTO CAVADI
(recensione di Antonio Cangemi)

      C’è antimafia e antimafia. L’esperienza testimonia che tante iniziative di contrasto alla mafia sono solo di facciata o mosse da intenti strumentali; altre sono sincere e disinteressate. L’antimafia di Augusto Cavadi rientra di diritto tra quelle genuine. Nel suo ultimo libro “La mafia desnuda” edito da Di Girolamo, Cavadi ci racconta “l’esperienza della Scuola di formazione etico-politica ‘Giovanni Falcone’ “ (che peraltro è il sottotitolo del volumetto) cui il saggista palermitano ha dato vita. La Scuola di formazione “Giovanni Falcone” è nata nel 1992  come reazione alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma è lo sviluppo del “Laboratorio di cultura politica permanente itinerante e pluralistico” avviato già anni prima per volontà dello stesso Cavadi.  Nel breve saggio “la mafia desnuda”, Cavadi illustra le ragioni che condussero a trasformare la più tiepida esperienza del Laboratorio in quella – incalzata dall’ansia di risposta all’angoscia provocata dalle stragi mafiose e supportata da una più avvertita esigenza d’impegno- della Scuola di formazione. Con l’onestà intellettuale che lo contraddistingue, Cavadi espone i momenti di maggiore vitalità di questa esperienza (non ancora conclusa) e quelli di parziale affievolimento della partecipazione e degli interessi; la sua narrazione non si fa mai ingabbiare da tentazioni narcisistiche, né scade in manifestazioni autoreferenziali. Con esemplare oggettività, Cavadi mette in rilievo i punti di forza e i limiti dell’ iniziativa. Che è un’iniziativa fondata sul volontariato. E proprio sul volontariato Cavadi, in uno dei vari documenti contenuti nel libro, ci offre la sua “diagnosi critica”, assai interessante. Le associazioni di volontariato spesso rischiano di spegnersi dopo pochi mesi di vita e di non incidere sufficientemente sul tessuto sociale e, quel che è peggio, possono essere strumentalizzate da un sistema di potere non cristallino e insensibile alle istanze sociali. Da qui – spiega Cavadi – la necessità che il volontariato vada oltre la “solidarietà corta”, abbia cioè una prospettiva politica, sia legato alla polis, non sia disancorato dal contesto civile entro cui si muove; inoltre il volontariato, affinché non si esaurisca in soccorsi immediati privi di progettualità, deve reggersi su basi culturali solide. Perciò la scuola Falcone, pur essendo  essa stessa  volontariato, si è rivelata e continua a rivelarsi fonte di sostegno di tante altre iniziative fondate sull’impegno volontario. Promuovere dibattiti, seminari, tavole rotonde sui temi della mafia rivolti ai cittadini tutti e non solo agli addetti ai lavori, educare a meditare sull’agire nella legalità – il fine perseguito dalla Scuola Falcone- serve a smuovere le coscienze, a spazzare l’indifferenza, a promuovere l’impegno civile e con esso a figliare iniziative. “La mafia desnuda” è ricca di riflessioni. Tra di esse si segnala quella riferita alla “filosofia-in- pratica”- di cui l’autore è uno dei più partecipi esponenti – e alla sua possibile interlocuzione con l’universo mafioso. La filosofia può interagire con i mafiosi? Sì, secondo Cavadi, purché si spogli di supponenza e di sovrastrutture dogmatiche. Il fatto stesso che un mafioso accetti di confrontarsi con la filosofia è segno di un suo allontanarsi dalla prigione di una mentalità – quella mafiosa – chiusa e diffidente sino  agli estremi. Nel libro, infine, sono presenti diverse indicazioni sulla Scuola Falcone: la sede, lo statuto, i soci, il sito web, i recapiti cui potersi rivolgere per dare il proprio contributo all’associazione. Non occorrono requisiti particolari per essere accolti dalla Scuola: basta solo essere animati – come lo sono tantissimi palermitani e siciliani anonimi – da spirito di “resistenza” alle logiche mafiose o paramafiose del potere privo di forza etica.

lunedì 2 aprile 2018

RATZINGER ATTACCA, I TEOLOGI TEDESCHI ALZANO GLI SCUDI


http://livesicilia.it/2018/04/01/ratzinger-non-e-infallibile-il-giallo-del-vaticano_946394/

Qualcuno di voi segue le vicende interne al Vaticano ? Se, come me, ama i gialli e le storie di spie, glielo consiglierei. In queste settimane, ad esempio, è successo che monsignor Dario Edoardo Viganò abbia proposto a Joseph Ratzinger di scrivere una prefazione a una collana di undici libretti in cui altrettanti autori presentano sinteticamente il pensiero di papa Francesco. La strategia è chiara: indurre l’ex papa a parlare bene del successore. Ma Benedetto XVI, che non è stupido, annusa la trappola, prenda carta e penna, ringrazia e rifiuta. Viganò, in perfetto stile sovietico, pubblica la lettera del papa con un trucco fotografico grazie al quale salta un pezzo centrale. La cosa viene notata, solleva clamore mediatico e monsignor Viganò ritiene necessario firmare le proprie dimissioni.

Ma qual era il passaggio censurato ? In esso Ratzinger esprimeva la sua "sorpresa" nel vedere tra gli autori prescelti "il professor Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per aver capeggiato iniziative anti-papali". Insomma: una bella, triplice stoccata! Al teologo Peter Hünermann, accusato di essere in odore di eresia; a monsignor Viganò, accusato di aver incaricato Hünermann di scrivere su papa Francesco; allo stesso papa Francesco che ha fatto tesoro di molte indicazioni innovative di Hünermann, soprattutto in campo morale.

Ma la bordata dell’ex papa non è piaciuta all’Associazione dei teologi europei “Esct” , fondata proprio Hünermann, che ha reagito fermamente: “Riteniamo – scrive l’attuale presidente Thiel – che la fedeltà ecclesiale del professor Hünermann sia irreprensibile. Fu il suo zelo a una fedeltà genuinamente ecclesiale, che insieme riconosce e facilita una pluralità di validi approcci teologici, ad averlo portato alla creazione dell’Esct nel 1989”. E ancora: “Era anche l’anno nel quale gli eventi politici che si stavano svolgendo nell’Europa centrale e orientale garantivano nuova libertà e nuove opportunità per la cooperazione teologica ed ecclesiale”. […] L’Esct non è mai stata concepita in opposizione al magistero pontificio. Sin dal suo inizio e fino ad oggi crediamo che abbia fornito una piattaforma paneuropea essenziale per il dialogo dei teologi cattolici di tutte le discipline teologiche in tutta Europa. In effetti, crediamo che il leale servizio dell’Esct alla missione della Chiesa abbia superato la prova del tempo e continui ancora oggi a facilitare una pluralità autenticamente cattolica di approcci teologici in risposta alle molte e urgenti sfide affrontate dalla nostra Chiesa in Europa. Per tutto questo siamo molto grati all’ispirazione e alla lungimiranza del professor Hünermann”.

Insomma: secondo i teologi europei più prestigiosi e più avanzati Joseph Ratzinger ha confermato, con le righe censurate da monsignor Viganò, di non essere più “infallibile”. Ammesso, e non concesso, che lo sia stato prima.

venerdì 30 marzo 2018

ATTIVITA' DAL 5 AL 15 APRILE 2018 PRESSO LA CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA



CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA

Via Nicolò Garzilli 43/a - Palermo

Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo,
     eccovi il sesto calendario del 2018 (riguarda le iniziative dal 5 al 15 aprile).
     Chi è veramente interessato a un evento ha la possibilità di segnarlo in anticipo nella propria agenda.

 giovedì 5 aprile dalle 17,30 alle 19,30: Come trattiamo le donne della nostra vita?  Incontro, gestito dal Gruppo noi uomini contro la violenza sulle donne, aperto al pubblico (specialmente maschile) in occasione della Settimana su “Palermo e la nonviolenza”  nel 50mo anniversario dell’assassinio di Martin Luther King. Partecipazione libera e gratuita.

* venerdì 6 aprile dalle 18 alle 19,30: corso di educazione alla nutrizione, in collaborazione con il Cesmi,  tenuto dal dott. Davide Trio (iscrizione al corso euro 50,00; sconto di 10 euro ai sostenitori annuali della Casa dell’equità e della bellezza nonché ai pazienti abituali del dott. Trio).

* domenica 8 aprile dalle  11,00 alle 13,00:  Domenica di spiritualità laica. Quota di partecipazione: euro 5 (esentati i sostenitori annuali della “Casa dell'Equità e della Bellezza”). A seguire possibilità di restare a condividere il pranzo con il sobrio contributo alimentare di ciascuno.

* mercoledì 11 aprile dalle 18,00 alle 19,30: Conversazione di Ana Alfonso sull’arte di vivere e la leadership personale. Partecipazione gratuita ma obbligatoria la prenotazione attraverso il link  www.education2freedom.com/moduli 

* giovedì 12 aprile dalle 18 alle 20: Incontro su “Metodi nonviolenti per il superamento del sistema mafioso” a cura di Enzo e Manfredi Sanfilippo a partire dal volume (a cura di V. Sanfilippo), Mafia e nonviolenza, edizioni Di Girolamo. Organizza la Scuola di formazione etico-politica G. Falcone in occasione del 50mo anniversario dell’assassinio di Martin Luther King. Ingresso libero e gratuito.

* Sabato 14 e Domenica 15 Aprile dalle 9,30 alle 18,30 : stage sulla prevenzione e gestione dei conflitti con l’antropologa   Pat Patfoort (docente, trainer e mediatrice a livello personale e internazionale nel campo della Prevenzione, Trasformazione e Gestione Nonviolenta dei Conflitti).
Durante questo fine settimana si faranno  laboratori e si simuleranno casi in situazioni di contrasto. Lo stage  è rivolto ai singoli, alle coppie, agli operatori sociali, ma anche a coloro che vogliono creare le condizioni ottimali all'interno del loro gruppo di lavoro, associazione o altro. Il costo dell'incontro sarà di 90 €, per l'intero weekend. Per info iscrizioni: Anna cell. 3888990588    oppure  annare_@libero.it

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Intanto un affettuoso augurio di serene festività pasquali.
Augusto Cavadi


PS: Si ricorda alle persone che vogliano partecipare a nostri eventi, e vivono lontano da Palermo, che presso la “Casa” stessa è disponibile un servizio di ospitalità per la notte precedente e/o successiva all’evento stesso, in cambio di un rimborso delle spese di mantenimento del servizio.