giovedì 16 agosto 2018

CI VEDIAMO VENERDI' 17 AGOSTO A PETRALIA SOTTANA (PALERMO) ?

Il libretto "Tutti in campo", 
su Peppino Impastato 
raccontato ai ragazzini (10 - 14 anni), 
scritto da Adriana e Melania 
e illustrato da Letizia,
continua il suo viaggio...
Prossima sosta: 
fra le splendide montagne delle Madonie.
Chi può, non si perda l'appuntamento.
Chi non può, non si perda il libretto 
(acquistabile in tutte le librerie fisiche e on line).

mercoledì 15 agosto 2018

LA LEGALITA' NELLE SPIAGGE SICILIANE: DUE PESI E DUE MISURE

“Repubblica – Palermo”
15.8.2018

LA LEGGE A DUE VELOCITA’ NELLE SPIAGGE SICILIANE

Prima di entrare a casa di un estraneo sconosciuto, di piantargli una tenda in giardino per alcuni giorni e alcune notti (senza avere nessun servizio igienico a disposizione), di allestire magari una cucina all’aperto con bombola a gas e relativi rischi per sé e i vicini, chiunque avrebbe qualche minuto di esitazione. Ma se il terreno non è di un privato, se per esempio è una spiaggia pubblica come a Romagnolo o a Vergine Maria, qualsiasi esitazione sembra sparire: chiunque decida, vi si insedia e la privatizza selvaggiamente. Dal momento che lede i diritti di tutti, suppone di non stare ledendo i diritti di nessuno: neppure sospetta di stare compiendo un gesto mille volte più odioso che se invadesse la proprietà di un singolo cittadino.
   Aggiungerei che ad essere danneggiati sono i cittadini in generale, ma non tutti alla stessa maniera: la media e alta borghesia ha i suoi “villini” in zona (da Cefalù a San Vito Lo Capo) o usufruisce di spiagge riservate agli hotel in Italia e nel mondo o – nella ipotesi meno ottimistica – ha mezzi e soldi per cercare di volta in volta zone balneabili libere da vandali. Non così la piccola borghesia e il proletariato che, non potendosi permettere vere e proprie vacanze, si concedono solo brevi spostamenti nelle immediate adiacenze della città: in quelle spiagge, insomma, dove regna la legge del più furbo e del più sfacciato. Dove (non lo scriverei se non l’avessi visto con i miei occhi) si delimita il proprio spazio familiare con un confine di cannucciato o almeno di pietre.  E dove l’immondizia si accumula di sera in sera (non di rado trasbordando dalla riva al mare).
    Interverranno tempestivamente le Forze dell’ordine (auspicabilmente sollecitate e coordinate dalla Prefettura)? O si aspetterà che l’ondata trasgressiva passi da sola, lasciando inevase le segnalazioni di molti cittadini indignati, per poi magari dare una bella lezione di civiltà agli ambulanti africani che vendono collanine e cuscinetti di plastica faticando sotto il sole cocente di agosto dalla mattina alla sera?
    Ma questa è una conferma, e direi una rappresentazione plastica, di ciò che avviene ancora in troppe aree del Meridione italiano. Tolleranza con i violenti: qualcuno occupa una casa assegnata per legge ad altri e nessuno osa contestarlo. Se – come è avvenuto in questi giorni a Palermo – il sindaco decide di applicare la normativa europea e italiana, che prevede fondi specifici per l’integrazione dei Sinti e  Rom (cosiddetti Nomadi o Zingari), e assegna a poche decine di famiglie degli appartamenti sequestrati ai mafiosi, scoppia il finimondo. La Destra – con qualche eccezione – accorre in aiuto dei ribelli, nella convinzione davvero illuminante che la legalità è sacra quando l’autorità è reazionaria e diventa contestabile quando l’autorità è progressista. Ma non c’è nulla di più illusorio: quando l’illegalità qualunquista avanza (strumentalizzata da certa Destra adesso, come in altri casi da certa Sinistra), a perderci siamo tutti perché ci ritroviamo più poveri di diritti e di speranze civiche. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 10 agosto 2018

LE QUATTRO DONNE DI CARLA GAROFALO

8.7.2018


                   LE QUATTRO DONNE DI CARLA GAROFALO

  In una stanza d’ospedale si ritrovano quattro donne: due ricoverate in seguito a incidenti stradali gravi, due perché legate (una sorella, l’altra amica) alla meno grave delle degenti. Di tre il lettore apprende via via  le storie, intrise – come ogni esistenza - di momenti gioiosi e di vicende drammatiche; la quarta, fasciata e immobilizzata come una mummia, tace e, almeno apparentemente, neppure ascolta. Eppure sarà proprio lei la chiave di volta dell’intero romanzo quando riprenderà a interagire attivamente con l’ambiente: il suo racconto costituirà una sorta di password per entrare nel segreto delle vite altrui e per illuminarne alcuni passaggi decisivi. Così Giulia capisce che l’ex-marito non merita neppure di essere odiato; Milena che la realizzazione professionale, per quanto rilevante, non è sufficiente a dare senso a una vita e che è altrettanto necessaria  l’attitudine all’ascolto empatico (e compassionevole); Charlotte, infine, capisce che fa parte della tragicità della condizione umana ricevere grandi ferite anche da persone che pure ci stimano e ci vogliono bene.
    L’autrice di Quattro donne(Qanat, Palermo 2018, pp. 238, euro 15,00) è Carla Garofalo - una donna, dunque -  e, come si allude in una sorta di esergo in calce, probabilmente ha proiettato prismaticamente nelle quattro protagoniste altrettanti aspetti della sua personalità. Il registro linguistico è volutamente piano, discorsivo, quotidiano: dunque apprezzato da un lettore desideroso di farsi coinvolgere  nello sviluppo narrativo più che da un critico letterario in cerca di raffinatezze espressive e di innovazioni stilistiche.  
   Il messaggio cruciale dell’intero romanzo è probabilmente affidato a Milena, “avvocata avvocatessa avvocata”, non più convinta di aver fatto bene a rinunziare all’amore coniugale stabile e alla creazione di una famiglia con figli per dare “spazio ad altre priorità: l’ambizione, la carriera, il successo, la bellezza, i corteggiamenti, le relazioni sociali”. E’ lei, infatti, che, in una svolta decisiva della narrazione, osserva. “Mi accorgo ora che forse la vita deve essere complicata, per essere degna di chiamarsi vita, e che in fondo i dolori non sono poi così male…  rilasciano crescita, maturità, profondità. Sono un privilegio i dolori”.
 Un messaggio “davvero prezioso”, soprattutto in fasi storiche come la nostra in cui i progetti individuali di molti cittadini, fondendosi con le proposte ideologiche di molti politici, sembrano esaltare esattamente l’opposto: la difesa miope del proprio orticello, l’idiosincrasia verso ogni novità che minacci il tran tran abituale, la rinunzia a ogni sofferenza affrontata non per masochismo quanto per passione verso ciò che si ritiene giusto e bello.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 7 agosto 2018

I LEGHISTI E I SIMBOLI CATTOLICI: UN INCONTRO A PALERMO GIOVEDI' 9 AGOSTO 2018

* ASSOCIAZIONE NOI SIAMO CHIESA Sicilia
* SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA "Giovanni   Falcone"
PRESSO "CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA"

                                Via Nicolò Garzilli 43/a - Palermo

Care amiche e cari amici,
     
     Siamo in piena estate e molti appuntamenti sono stati sospesi. Tuttavia l’attenzione alla cronaca e il desiderio di rifletterci su criticamente non vanno in vacanza… Ecco perché due Associazioni ospitate nella nostra "Casa dell'Equità e della Bellezza" di via Nicolò Garzilli 43/a a Palermo (la "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” e la Struttura siciliana del Movimento internazionale “Noi siamo Chiesa”) ci invitano a trascorrere una serata insieme per 
                              giovedì 9 agosto 2018.

In una prima parte (dalle ore 19 alle ore 20,30) faremo un approfondimento su “La Lega e la strumentalizzazione del cattolicesimo identitario”: sarà un’occasione per riprendere in mano il libro del prof. Augusto Cavadi Il Dio dei leghisti (delle edizioni San Paolo).
In una seconda parte (dalle ore 21 alle 22,30) ci ritroveremo in trattoria per conversare amichevolmente.
Ovviamente è possibile aderire anche solo a uno dei due momenti del programma: per la cena è comunque altamente consigliabile prenotarsi (presso la mia e-mail o il mio cellulare) entro la sera precedente.
Cordialmente,

                                                                Salvo Menna
                                                                salvomenna@yahoo.it
                                                                347.2684932

P.S.: maggiori informazioni sul Movimento Internazionale NOI SIAMO CHIESA sul sito www.noisiamochiesa.org e sulla analoga pagina facebook oppure sul sito www.we-are-church.org

P.P.S.: maggioni informazioni sulla Scuola di formazione Etico-Politica "Giovanni Falcone" sul sito www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it e sulla analoga pagina facebook.

domenica 5 agosto 2018

I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI (21ma. PUNTATA)

"Gattopardo"
(Edizione Sicilia)
1 agosto 2018
                                       PER    COLPA      DI     CHI


Al turista che intrattiene una chiacchierata con un taxista, o con un venditore di souvenir ,capiterà prima o poi di sentire una lamentazione ormai canonica: “Siamo stati occupati da innumerevoli dominatori che arrivano, predano e tornano da dove erano partiti solo quando vengono scacciati da nuovi conquistatori”. Se l’interlocutore siciliano è anche un po’ istruito correda la sua geremiade con un elenco più o meno ordinato di sfruttatori: Greci, Punici, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Borboni e,  infine, Piemontesi. Con questa teoria il siciliano “medio” ritiene di auto-assolversi da ogni responsabilità per tutto ciò che nella sua isola non va bene: dai trasporti alla sanità, dall’arretratezza economica alla corruzione mafiosa. 
  Ma è davvero così? 
Una valutazione obiettiva dovrebbe mettere in conto almeno due dati. Indubbiamente, se alcuni esponenti di un’etnia sbarcano – ben armati – in una regione, attratti dalle bellezze naturali e dalle potenzialità economiche, non sono animati da intenti missionari: ingenuo aspettarsi un comportamento da benefattori. E, infatti, gli stranieri che hanno esercitato una qualche forma di governo sulla Sicilia – anche indirettamente come gli Inglesi nell’Ottocento e gli Statunitensi nel Novecento – hanno cercato di trarre il massimo profitto possibile. Ma (prima considerazione) non hanno solo preso, hanno anche dato. Senza gli Arabi, per limitarci a un esempio di tragica attualità, l’isola non avrebbe conosciuto grandi innovazioni tecniche in agricoltura né capolavori in architettura. E soprattutto (seconda considerazione) gli stranieri non hanno dominato ricorrendo di norma al terrore, alla violenza sistematica, ai genocidi, bensì  ottenendo la complicità di alcune fasce sociali indigene. Una volta dei baroni, felici di rinunziare a qualsiasi attività produttiva; un’altra della borghesia, altrettanto pigra e improduttiva; altre volte dei ceti meno abbienti disposti ad accogliere gioiosamente qualsiasi Liberatore che promettesse pane e feste. 
   Di questa storia di complicità, di tradimenti da parte di siciliani  a danno  di altri siciliani… nelle lamentazioni di strada non c’è traccia. E anche negli ultimi decenni formazioni partitiche nate nel Settentrione d’Italia, attorno a imprenditori radicati nelle regioni del Nord  o a imbonitori che non hanno nascosto il disprezzo razzista verso tutto ciò che si trovava da Roma in giù, hanno trovato e trovano consensi elettorali imprevedibili. Poi, tra qualche tempo, umiliati dalle delusioni, si dirà che siamo stati colonizzati da queste formazioni politiche nordiste: e avremo qualche nome da aggiungere alla lista dei dominatori di cui lamentarci.

AUGUSTO CAVADI
www.augustocavadi.com




Augusto Cavadi
www.augistocavadi.com
   

giovedì 2 agosto 2018

CON MIGUEL BENASAYAG, "OLTRE LE PASSIONI TRISTI"




Con un po' di ritardo (!?) è uscito il numero di aprile 2016 della rivista "Phronesis". Contiene anche la mia recensione di un libro di Benasayag , Oltre le passioni tristi , che dedico volentieri alle decine di amiche e di amici che incontrerò tra poche settimane (21 - 27 agosto), per la "Vacanza filosofica per non...filosofi" sul tema "Lo spazio della speranza in un'epoca di disperazione", a Lovere (sul Lago d'Iseo).

            Con Miguel Benasayag  Oltre le passioni tristi 

“Phronesis”
Rivista gratuita on line
Organo dell’Associazione nazionale dei consulenti filosofici
nn. 25 – 26
Aprile 2016


        La pubblicazione di Sofia e psiche. Consulenza filosofica e psicoterapie a confronto, raccolta di saggi curata da Giorgio Giacometti   ed edita nel  2010 da Liguori (Napoli), intese segnare una svolta, almeno in ambito nazionale, nei rapporti fra mondo phi e mondo psi: dalla fase della diffidenza (sostanzialmente reciproca) alla fase della convivenza pacifica (se non addirittura della cooperazione sinergica). Dopo almeno un decennio speso a marcare le differenze epistemologiche fra consulenza filosofica e psicoterapia, sembrò giunto il momento di registrare le affinità e le parziali convergenze operative. Purtroppo la svolta culturale si verificò in una fase sociale economicamente problematica (che perdura sino ai nostri giorni) per cui, da una parte,  la consulenza filosofica come professione ha stentato a decollare e, dall’altra, gli psicoterapeuti (gli psicoanalisti in specie) hanno visto ridursi progressivamente, ma inesorabilmente, la clientela. Insomma la marcia di avvicinamento, avviata nel primo decennio del XXI secolo, non mi pare che abbia fatto grandi passi in avanti: se non altro perché i due fronti o non sono andati avanti o sono addirittura regrediti.
       Almeno sul piano epistemologico, se non sul terreno professionale ed operativo, il dialogo però continua e Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa (Feltrinelli, Milano 2016, pp. 155, euro 18,00) di Miguel Benasayag (con la collaborazione di Angélique del Rey) ne costituisce, oggettivamente, una tappa significativa. Scrivo “oggettivamente” perché da nessuna riga del libro traspare l’intenzione dell’autore di confrontarsi con la consulenza filosofica: ma ciò non ha impedito ai filosofi partecipanti al seminario nazionale di aggiornamento organizzato da “Phronesis” a Brescia dal 21 al 24 agosto 2016 di adottare il libro dello psicoterapeuta argentino come punto di riferimento per chiarire cosa accomuni e cosa differenzi la CF dalle psicoterapie in generale e, in particolare, dalla “terapia situazionale” (p. 9)  di cui Benasayag si presenta come promotore. 
       Premessa, e data per scontata, la differenza di intenzione fra ogni consulenza filosofica (che intende aiutare a pensare fuori da ogni paradigma terapeutico senza escludere eventuali benefici psicologici) e ogni psicoterapia  (che intende aiutare a uscire da una condizione di sofferenza psichica senza escludere eventuali modifiche alla propria visione del mondo), quali dunque le affinità e le diversità fra l’approccio dell’autore de L’epoca delle passioni tristi (2003)  e l’approccio condiviso in “Phronesis”?
      Iniziamo con le affinità (almeno secondo la mia attuale comprensione):
a)  La consapevolezza della crisi delle “grandi narrazioni” della Modernità che costituivano per molti (occidentali) dei parametri di riferimento esistenziale e politico. Per dirla con Malraux, siamo la prima generazione della storia umana che non sa cosa ci stia a fare nel mondo;
b)  la convinzione che l’isolamento, psico-sociologico, di cui molti contemporanei si lamentano si radica in una “solitudine (…) di natura ontologica” che è il vero “fondamento delle nuove sofferenze psichiche” (pp. 15 – 16): è la solitudine di chi sperimenta la “separazione” da alcuni aspetti del proprio essere sino alla “distruzione permanente dell’interiorità” (p. 17);
c)  la constatazione che la “solitudine ontologica” si manifesta oggi anche come incapacità di “essere colpiti da qualche cosa di altro da sé, di sentirsi vibrare al ritmo della società e degli eventi storici, delle grandi speranze, dei grandi racconti”; di “non vivere la propria sofferenza unicamente come un semplice malfunzionamento, ma come una faglia strutturale, legata all’apertura della vita personale alla vita collettiva, alla grande storia” (p. 51);
d)  la convinzione che l’intelligenza come “ capacità di disintegrarsi quanto basta per potersi conformare all’ ‘esoscheletro’ di un’impresa” va ben  distinta dalla capacità di comprendere “la complessità della vita” (p. 18); 
e)  la riserva critica nei confronti della “medicalizzazione della vita” (p. 21) in generale e, in particolare, nei confronti della re-interpretazione della “sofferenza ‘esistenziale’ (sperimentarci potenti e limitati)” in “problema tecnico, ‘sofferenza patologica’ ” (p. 23): “la norma diventa un diktat imperioso: se siete obesi o anoressiche, malate di cuore o diabetici, o soffrite di malattia psichica, questo diventa un affare che riguarda i tecnici della salute, quelli che possiedono la griglia di valutazione della norma, e non avete che da essere un ‘beneficiario delle cure’ passivo e obbediente” (p.21); 
f)   la convinzione che, sebbene la maggior parte delle persone che soffrono disagi cerca “il servizio rapido ed efficace della cancellazione di qualunque traccia di sofferenza, di tutti i sintomi”, ciò di cui hanno più profonda esigenza è (come emerge esplicitamente in qualche raro caso) di “comprendere il ‘senso’ delle (loro) sofferenze, perché (soffrono), dove (soffrono) , senza pretendere (…) rapidità ed efficacia nella soluzione del problema” (p. 19); 
g)  la convinzione che la propria attività professionale sia “una dimensione ulteriore del processo di emancipazione globale” (p. 8); 
h)  la convinzione che, di fronte alle “nuove sofferenze psichiche”, la risposta della psicoanalisi dominante risulti inadeguata perché essa ignora “i grandi mutamenti antropologici della nostra epoca, il più importante dei quali è senza dubbio quello dell’ibridazione della cultura e del vivente con la tecnologia” (p. 9). In particolare il “riduzionismo psicoanalitico” (di cui Deleuze e Guattari hanno formulato acutamente la critica ne L’anti-Edipo), facendo del “complesso di Edipo” una sorta di “imbuto che ‘familiarizza’ ogni conflitto, ogni desiderio, ogni tropismo”,  partecipa “alla costruzione di una società intesa come una serie di individui  senza qualità, perché senza legami, radici e territori” (p. 60);
i)    la convinzione che, di fronte alle medesime “nuove sofferenze psichiche”, anche le reazioni da parte di altre “terapie adattive” risultano inadeguate: esse, infatti, “ci propongono come soluzione di de-territorializzarci ancora di più, di dimenticarci di noi stessi per poter, non dico essere felici, ma almeno sopravvivere” (p. 9). Il “nocciolo metafisico” di queste terapie che si presentano “oggettive” ( e “materialiste”) è di rivolgersi a “un’entità che, deprivata di ogni traccia di singolarità, avrebbe come unico e trascendentale interesse quello di essere performante e adattata alle regole della società” (p. 76);
j)    un giudizio di moderata approvazione di “molte terapie cosiddette alternative e dal tono talora mistico” che, se “praticate con consapevolezza e al di fuori della ‘soggettività settaria’ ” presentano almeno due “punti di forza”: “il primo, direttamente legato al carattere olistico dei loro fondamenti, consiste nel ricordare al paziente sofferente che egli ha dei legami, che questi sono organici e che, di conseguenza, i dolori e altri disagi di cui soffre hanno un senso”; “l’altro punto di forza di alcune di queste terapie risiede nella loro considerazione della centralità dei corpi”, rimossa nella postmodernità e dalla “svolta linguistica” (dei filosofi analitici anglosassoni degli anni Cinquanta per i quali “il corpo è intessuto di linguaggio”) e da un “fisicalismo” (neopositivistico)  esasperato che,  nella riduzione del corpo ad aggregato di funzioni separate, finisce col negare il corpo stesso “in quanto istanza auto-organizzata” (pp. 86 – 87).
Evidenziate le affinità (se qualcuno dei lettori non le riconoscesse come tali farebbe benissimo a scrivere le proprie obiezioni prolungando la riflessione pubblica avviata), non si possono tacere le differenze:
a)   la “terapia situazionale” ha come obiettivo “liberare i normali dalla norma” (p. 10). La formula, efficace letterariamente, è ambigua dal punto di vista semantico. Talora sembra asserire che si tratti di “liberare il paziente” dalla “tirannia della norma” (p. 143), dunque da ogni “immagine normalizzatrice” (p. 142) rispetto alla quale la sua vita può risultare inesorabilmente inadeguata: in questo senso siamo ancora una volta davanti a una sintonia fra psicoterapia e CF. Qualche altra volta, però, sembrerebbe che la psicoterapia debba “liberare il paziente” dalla “norma” in sé (senza distinguere la normalità statistica dalla normalità etica). In questa ipotesi avremmo una chiara differenza rispetto alla CF, la quale  - almeno a mio parere - mira a far sì che l’ospite elabori delle ragioni ragionevoli per restare nella norma se c’è già, per rientrarvi se ne è fuori, per uscirne se la ritiene castrante, per restarne fuori se ne è già fuori ed è convinto di restarci…Insomma in una prospettiva filosofica la normalità (statistico-sociologica e, più ancora, etica) non è a priori condivisibile, ma neppure insopportabile: va sottoposta, di volta in volta, a vaglio critico;
b)   La “terapia situazionale”  poggia, innanzitutto, sulla “accoglienza di una singolarità” (p. 101). Il “singolo” è visto in quanto esponente di una storia (dal punto di vista diacronico) e di un contesto socio-culturale (dal punto di vista sincronico). Penso che anche la CF debba disporsi ad accogliere una “singolarità” e che non debba mettersi alla ricerca, per dirla con Deleuze, di “sporche piccole storie ” (p. 112) ma promuovere l’apertura dello sguardo a trecentosessanta gradi. Tuttavia, da Aristotele in poi, sappiamo che la storia è descrizione di eventi e personaggi colti nella loro individualità inconfondibile, mentre la letteratura e soprattutto la filosofia tendono a vedere, nell’individuo, il portatore (più o meno consapevole) di idee generali. Parafrasando Hegel si potrebbe dire che in CF cerchiamo l’universale nel concreto. Questa tensione ad attraversare il particolare per leggervi, in filigrana, l’universale non è forse intrinseca al Logos che – come insegna Eraclito – è “comune” agli svegli? Ovviamente è un’indagine che corre i suoi rischi: come certe psicologie sussumono i casi particolari entro modelli generali, anche a costo di trascurare o negare fattori assolutamente irripetibili, così la CF potrebbe leggere le visioni del mondo di ogni ospite catalogandole, forzatamente, entro schemi aprioristici. “Sei corporeista? Allora sarai anche ateo e sarai anche convinto che con la morte si chiude definitivamente la storia di ogni essere umano”: senza neppure ipotizzare che ci possono essere  - e ci sono stati nella storia (ad esempio nei primi secoli del cristianesimo come in alcune teologie del XX secolo) – delle persone che sono corporeiste, ma non escludono né Dio (talora concepito, alla  Hobbes, come un Grande Corpo sottile) né che Dio possa richiamare all’essere chi, con la morte, è precipitato nel nulla;
c) la “terapia situazionale” è animata dalla “profonda convinzione che ciascuno è come deve essere” e “aspira a un’armonizzazione tra i ritmi corporei e i riti simbolici che strutturano la vita di una persona” (p. 122); per la CF l’armonia fra i propri dati fisiologici, la propria storia personale e il contesto socio-culturale non può costituire un “obiettivo” soddisfacente. Sono certamente il prodotto di natura e cultura, ma non necessariamente un prodotto che è “come deve essere”: forse sono un perfetto mafioso siciliano o un perfetto figlio di papà della Milano da bere  - e addirittura mi sento pacificamente in armonia psicologica in tutte le dimensioni del mio vivere -, ma la filosofia potrebbe incrinare questa mia autosoddisfazione (se non accade che la vita stessa mi schiaffi in faccia qualche ostacolo problematizzante). Insomma, per dirla con Hegel, la filosofia - a differenza di qualsiasi psicoterapia – non è sempre rassicurante.  
a)   Lo psicoterapeuta è preoccupato di non mettere in pericolo la “asimmetria radicale” e “strutturante” (p. 133) nella relazione fra sé e il paziente; il filosofo, in considerazione della particolarità della sua prestazione di “aiuto”, non ha la stessa preoccupazione. Certo, di solito non può che presupporre – fra sé e il consultante - un certo dislivello di attitudine al filosofare e di competenze nel farlo. Ma, intanto, questo dislivello non è inevitabile: se un filosofo chiede a un collega una consulenza filosofica lo fa presupponendo una disparità di attitudine/competenza filosofica? Secondariamente: qualora il dislivello di partenza ci sia ma si vada riducendo nel corso dei colloqui, al punto che in alcuni dialoghi il consulente venga stimolato dal consultante più di quanto non riesca a stimolare quest’ultimo, ciò costituisce un vulnus o non piuttosto un valore aggiunto ? Poi, certo, dipende di cosa si intenda per rottura dell’asimmetria. Se è “diventare un po’ troppo amico” (p. 133) del consultante non vedo minimamente il problema; se, invece, è “dare dei soldi a dei pazienti che si trovavano in difficoltà economiche” , e constatare che qualcuno fra questi “se n’è andato” (p. 133) senza farsi più rivedere, allora è un'altra faccenda…
Dal complesso del libro si ricava, tra le altre, l’impressione che vi siano delle sovrapposizioni parziali (ma non sempre marginali) fra psicoterapia (almeno nel senso di Benasayag) e CF (almeno secondo la perimetrazione “Phronesis”). Ciò, ovviamente, non deve stupire né ancor meno preoccupare: ogni “incontro” (p. 131) fra umani ha qualcosa di simile e qualcosa di dissimile rispetto a ogni altro incontro. Il rischio da evitare è di essere abbagliati dalle somiglianze sino al punto da non vedere le dissomiglianze. Nel nostro caso: se siamo psicoterapeuti, il rischio di utilizzare gli strumenti della filosofia sino al punto da non perseguire la " cura” del paziente (somministrandogli, sottobanco e senza professionalità, una prestazione filosofica); se siamo filosofi, il rischio di utilizzare gli strumenti della psicologia sino al punto da non perseguire il “dialogo filosofico” con l’ospite (somministrandogli, sottobanco e senza professionalità, una prestazione psicoterapeutica).  Quando leggiamo che, “più che una ‘cura’, la dimensione terapeutica rappresenta l’apertura di una nuova dimensione della vita grazie al tandem terapeuta-paziente” (p. 132), ci piace interpretare il “più che una ‘cura’ ” nel senso di “oltre che una cura” e non “piuttosto che una ‘cura’ ”. Almeno dal punto di vista degli obiettivi dovremmo avere le idee chiare: poi, sul piano dei mezzi, (quasi) tutto può andar bene…

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

sabato 28 luglio 2018

NOTERELLE DALL'OSSERVATORIO DEL MIO BLOG


La prestigiosa rivista "Servitium" mi ha chiesto una testimonianza sull'esperienza, assai limitata, di gestore di un blog che si occupa non solo di letteratura e di politica, ma anche di filosofia (di strada) e di teologia (laica). Qui di seguito il mio contributo.
                                                      ...
“Servitium”
III, 237 (2018)
Il blog strumento di comunione
 di Augusto Cavadi 

Dall’invenzione-scoperta del fuoco in poi, ogni innovazione tecnologica suscita pari entusiasmi e apprensioni. Internet non poteva fa- re eccezione. Intanto che si chiariscano le diatribe filosofico-socio- logiche sul dominio della tecnica, ognuno cerca nel suo piccolo un proprio modus vivendi. Per quanto mi riguarda seguo il criterio adottato quando è arrivato il telefono, poi il televisore, poi il cellulare: né adorare né sabotare, ma utilizzare. Così da anni sperimento la gestione di un blog (www.augustocavadi.com) come luogo di dialogo con alcune centinaia di persone – la maggior parte delle quali amiche nella vita prima che nella “rete” – desiderose, come me, di confrontarsi francamente ma serenamente sulle domande cruciali dell’esistenza. Dunque anche sulle questioni spirituali (in generale) e teologiche (in particolare). 
Rispetto ai social, tenere un blog comporta numerosi vantaggi: primo e fondamentale fra tutti è che sei letto quasi esclusivamente da un pubblico che si auto-seleziona, che ti visita appositamente, a cui interessa ciò che scrivi anche se non lo condivide. Non di rado sono persone – come Maria D’Asaro (maridasolcare.blogspot.it) o Bruno Vergani (www.brunovergani.it) – che, a propria volta, aggiornano un loro blog con interventi pacati, articolati. Niente, dunque, slogan sbrigativi né polemiche da cortile. Qualcuno, ogni tanto, ci prova a fare “ammuina”: ma, se nessuno gli dà retta, presto desiste e naviga altrove. 
Dal mio (parziale, modesto, limitato) punto di vista e d’interlocuzione ho registrato sinora la conferma di ciò che tutti gli osservatori della chiesa cattolica (almeno italiana) sanno: che in essa, dal Concilio vaticano II in poi, il pluralismo di posizioni è davvero stupefacente. Ma una cosa è saperlo in astratto, un’altra sperimentarlo effettivamente nel quotidiano. Si va dai nostalgici del devozionismo privato e municipale quasi superstizioso agli intellettuali che si sfidano a colpi di decostruzionismo francese e di analisi del linguaggio anglosassone; dai difensori accesi di simboli identitari ritenuti millenari (e invece inventati da cinque o sei secoli al massimo) agli esteti che non accettano nulla del cattolicesimo tranne la solennità delle liturgie in latino e dei canti gregoriani. La varietà e la mobilità delle posizioni creano situazioni al limite del comico: gruppi e movimenti ultra-papalini, ad esempio, accelerano tanto sulla difesa della “civiltà cristiana” dall’invasione islamica da tro- varsi a sbattere contro gli inviti accorati del papa (di cui si proclamano fedeli a oltranza) ad accogliere lo straniero non “nonostante sia” ma “proprio perché è” diverso. 
Per sincerità devo confessare che, in questa variopinta girandola di casi antropologici interessanti, non tutti mi riescono ugualmente simpatici. Capisco chi è stato da sempre progressista e adesso si rallegra di vedere sul soglio pontificio un gesuita abbastanza aperto; capisco un po’ meno chi è stato da sempre conservatore e ades- so si chiede con preoccupazione cosa abbia combinato lo Spirito santo consigliando a Benedetto XVI le dimissioni e al concistoro cardinalizio l’elezione di un successore sideralmente distante; non capisco per nulla, e anzi mi provocano fastidio, quanti sono stati da sempre conservatori e adesso, da una sera a una mattina, si svegliano progressisti, tolleranti, ecumenici. Apprezzerei una conversione meditata e sofferta, ma il conformismo è brutto anche quando ci si sposta da posizioni sbagliate a posizioni più corrette. Specie se c’è puzza di arrivismo... 
I sommovimenti tellurici di questi decenni non lasciano indenni neppure i territori esterni al mondo ecclesiale. Ciò vale, innanzitutto, per il variegato mondo “protestante”: ormai la differenza fra un cattolico e un luterano è molto meno significativa della differenza fra un cattolico conservatore e un cattolico progressista o fra un luterano conservatore e un luterano progressista. I confini attraversano le chiese trasversalmente più che separarle verticalmente. In questi anni sono stato contattato da una chiesa locale evangelicale per uno scambio di opinioni in campo teologico e morale. Ho trovato una comunità piccola, ma davvero desiderosa di capire e di orientarsi. Ci siamo via via confrontati sul modo di concepire il divino, di interpretare la Bibbia, di rapportarci alle tematiche etiche attuali e le nostre idee – o per lo meno le nostre ipotesi – si sono avvicinate sin quasi a identificarsi. Attraverso la mia amichevole mediazione hanno voluto incontrare preti come don Cosimo Scordato e teologi come Vito Mancuso con i quali hanno avuto dialoghi intensi. Una volta uno di loro ha commentato: «Ma chi l’avrebbe detto, anche solo dieci anni fa, che saremmo stati entusiasti di parlare con studiosi cattolici?». Risultato: hanno mutato denominazione (da Chiesa El Shaddai, che in ebraico sarebbe l’Onnipotente, in Comunità di libera ricerca spirituale Albert Schweitzer) e ai loro incontri partecipano persone di vario orientamento, anche agnostici in ricerca. 
Già, anche agnostici: infatti quando una chiesa planetaria, come la cattolica, allenta i vincoli dottrinari e disciplinari al proprio interno, sprigiona energie che si ripercuotono non solo nell’ambito dell’ecumenismo cristiano ma, più ampiamente, nella società civile. Una chiesa monolitica che, compattamente, propone l’aut-aut di accettare o rifiutare un “pacchetto” di dogmi e di prescrizioni morali, infatti, provoca molto facilmente il rifiuto altrettanto deciso e compatto delle donne e degli uomini in sincera ricerca della verità. Ma una chiesa che conosce l’elasticità delle articolazioni interne, la “gerarchia delle verità”, l’autocritica rispetto ai propri errori, la sincera disponibilità a imparare dalle acquisizioni più valide delle scienze e del pensiero e delle arti..., è una chiesa che incuriosisce molto di più i non-credenti o i diverso-credenti. Anche da questo punto di vista non mancano i paradossi: non si tratta di fare il modernista a tutti i costi, di scimmiottare un progresso che spesso è tale solo in quanto nega e contesta. A un non-cristiano interessa assai poco la diatriba fra aggiornati e passatisti. Ma se il cristiano guarda alla propria tradizione con attenzione critica; se depura il messaggio evangelico originario dalle superfetazioni di cui si è appesantito nei secoli; se è talmente “tradizionalista” da ritornare alle radici di un annunzio semplice e profondo («Il regno di Dio è vicino: convertiamoci alla verità nella libertà e nell’equità»), allora cessa di essere un’anomalia antropologica e diventa un rispettabile cooperatore del cantiere dell’umanità. Il futuro del pianeta ha bisogno di raccogliere i rivoli di tutte le sapienze emerse nei millenni: la tradizione ebraico-cristiana non ha più titoli di altre, ma neppure meno. Se essa riscopre lo specifico della vicenda umana di Gesù di Nazaret – la centralità dell’ agape in un progetto di vita personale e sociale – acquista un sobrio ma indiscutibile diritto d’interlocuzione nell’agorà della Terra. 
«Ma non è troppo poco questo specifico cristiano? Dove andremo senza l’apparato metafisico di una dottrina teologica capace di dirimere ogni minimo dubbio, insegnandoci per filo e per segno – anzi, per domanda e risposta – chi è Dio, perché c’è il mondo, perché c’è il dolore nella storia, che cosa ci aspetta dopo la morte? E cosa sarà dei fedeli se davanti ai dilemmi morali dell’esistenza, dalla procreazione alla cura delle malattie terminali, non avranno un prontuario autorevole di ricette pronte-da-portare che li sollevi dalla fatica della riflessione e della deliberazione?»: queste, e simili, le obiezioni che avverto oggi circolare in molti ambienti cattolici e perfino in persone che, pur non essendo cattoliche, ritengono che la chiesa cattolica costituisca un baluardo insostituibile contro i venti distruttivi della postmodernità. È da questa paura della libertà che scaturisce la diffidenza, e in alcuni l’ostilità, verso il nuovo-antico paradigma di papa Francesco (che egli ne sia consapevole sino in fondo o meno): se non sappiamo riconoscere la serietà e la profondità di questa paura, se non sappiamo valutarla nella sua tragicità con il rispetto con cui Dostoevskij l’ha rappresentata sulle labbra del Grande Inquisitore, cadremo nella trappola dello scon- tro frontale intestino. Oggi la partita si gioca fra chi è disposto a vendere la coscienza in cambio della certezza e chi è disposto a mantenere il timone della propria vita anche a costo di rischiare il naufragio. È una partita interna alla chiesa cattolica, ma non soltanto: altre chiese, altri partiti, altre organizzazioni socio-culturali, altri sistemi politici ne sono investiti. Nietzsche l’aveva predetto con la solita diabolica lucidità: la verità non è questione di acume intellettuale, ma di coraggio. 

giovedì 26 luglio 2018

QUALCHE NOTERELLA SPARSA DAL/SUL MESSICO

ALLE AMICHE E AGLI AMICI che mi chiedono incuriosite/i, passo volentieri qualche appunto che ho preso durante queste tre settimane nella penisola dello Yucatàn. Tra qualche ora riprendiamo l'aereo per Milano. E' stato bello partire, è stato bello girare da queste parti, ma è altrettanto bello tornare a casa ritrovando amici di ogni specie... animale (compresa, ovviamente, l'umana).
PS: Il murale che ho fotografato è di facile comprensione: "Se nessuno ci salva dalla morte, almeno che ci salvi l'amore della vita").

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Un po’ in tutti i Paesi del mondo si assiste ad una velocizzazione crescente dei cambiamenti (e si spera che gli Antichi avessero torto nell’assioma: motus in fine velocior…). Ma in queste tre settimane nella penisola dello Yucatan, in Messico, questa percezione è stata tanto evidente e intensa da risultare inquietante. Non sono certo le sceneggiate organizzate a uso e consumo dei turisti – con artisti di strada camuffati da indigeni che battono tamburi e danzano – a darti l’impressione di vivere in pochi metri la transizione di secoli, forse di millenni. No: piuttosto è la passeggiata un po’ più lunga nella Quinta Avenida di Playa del Carmen a farti passare, surrealisticamente, dal XXI secolo all’XI o XII. Cominci dall’imbarcadero per l’isola di Cozumel e sei immerso nella contemporaneità con i suoi pregi (una chiesetta bianchissima la cui abside è un vetro enorme che accompagna il tuo sguardo sull’oceano) e i suoi difetti (spreco di luci e di suoni assordanti dalle prime ore del mattino sino a notte fonda). Ti inoltri fra due fila fittissime di negozi che vendono di tutto, che ti offrono servizi dettagliati per la cura del corpo dai capelli alle unghie dei piedi; ovviamente ce n’è per tutte le tasche, soprattutto per i milionari che possono acquistare oggetti impreziositi dalle grandi firme italiane e francesi. L’amico che ci accompagna spiega che solo cinque anni prima le piazzette di alcuni dei centri commerciali più lussuosi erano pezzi di foresta con alberi altissimi e antichissimi. E’ solo un indizio, un’anticipazione. Terminata la parte turistico-commerciale, la stessa strada continua per chilometri costeggiando una giungla che la divide dalla spiaggia. Cartacce, rifiuti, carcasse di animali un po’ dovunque. Getti lo sguardo nella fitta vegetazione selvaggia e vedi delle capanne abitate: da quanti secoli? Ti auguri che siano ormai abbandonate, ma persone di ogni età che incontri per strada contraddicono i tuoi auspici: sono particolarmente scuri di pelle, coperti di pochi stracci, a piedi nudi, sporchi almeno quanto abbronzati. Ogni tanto qualcuno entra o esce dalla giungla. Che fanno per le strade disabitate o brulicanti di turisti da ogni parte del mondo? Soprattutto bambini e ragazzine infilano le manine negli improbabili cestini dei rifiuti per trarne lattine abbandonate  di bevande d’ogni genere: possono così riempire sacchi neri più grandi e pesanti di loro che rivenderanno non so a chi e non so a quanto. 
 Così, a pochi metri di distanza, scorre davanti ai tuoi occhi il futuro (al cinema è già possibile assistere a film 4 D: se un’auto sbanda sullo schermo, il tuo sedile si inclina di conseguenza; se vi soffia un forte vento, la tua faccia viene schiaffeggiata da folate di vento…);  il presente (sei in America, ma la globalizzazione ti consente di acquistare tessuti del “Bianco del Nilo”, sandali tedeschi “Birkensotock” e gelati italiani “Amorino”); il passato (la guida del sito archeologico di Coba informa che sino agli anni Settanta del secolo scorso in molti villaggi si sconosceva lo spagnolo e ancor oggi delle persone anziane parlano solo la lingua maya: dall’invasione degli Europei nel XV secolo  ai nostri giorni il tempo si è fermato). 
  Proprio nessun filo rosso lega in queste zone del Messico (esentate dalla pestilenza del narcotraffico , con delitti di ogni genere annessi, che sfregia altre regioni del medesimo Stato) passato, presente e futuro? Almeno uno mi colpisce: l’eccezionale mitezza di questa gente. Il bambino più misero, trasportato da un papà altrettanto malandato che pedala sulla “limousine maya” (il risciò locale), ti sorride e ti saluta esattamente come la ragazza benestante, a passeggio con i suoi cani, che non hai mai visto prima in vita tua. Gli automobilisti sono di una disciplina rigorosa ma – non so come spiegarmi meglio – senza quel sapore di freddo legalismo che si avverte nell’Europa continentale. Specie nei confronti dei pedoni è una disciplina gentile, cortese. Anche qui traspare un rispetto quasi sacro per la persona dell’altro, chiunque egli sia. La tonalità di fondo sa di atavica, inossidabile pazienza. Certo questo pregio ha, come risvolto, una lentezza operativa talora esasperante. Come nel caso dei carabinieri in Italia, capisci che le barzellette sui messicani sono due o tre: le altre riportano aneddoti veri. Ma appena pensi che in Europa tutti hanno fretta, sono impazienti e aggressivi, ti è facile perdonare i ritmi da contagocce dominanti da queste parti. C’entra la convinzione maya che la vita è un cerchio eterno che prevede la morte, la permanenza nell’altro mondo e la rinascita? Forse non si avverte l’urgenza di sbrigare tutto in tempo prima di morire: quello che non si riuscirà a completare oggi, lo si completerà domani; e quello che non si completerà in questa vita, lo si completerà nella prossima. 
    Tutto ciò rende facile, e doloroso,  immaginare l’impatto delle popolazioni indigene con i primi conquistadores: le une che accoglievano fiduciose, a braccia aperte, gli altri, armati di tutto punto e accecati dall’avidità e dai pregiudizi razzisti. Come spesso accade nella storia, i più civilizzati si sono rivelati troppo evoluti per difendersi dalla violenza dei degenerati.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

mercoledì 25 luglio 2018

AVERE MENO E' MEGLIO O PEGGIO ? L'OPINIONE DI SALVATORE LA PORTA

30.6.2018



 SULL’ARTE DI NON AVERE NIENTE

Un libro fitto di riferimenti – ad altri libri, a film, a canzoni – può dare fastidio. Ma se le citazioni sono infilzate come da un’unica freccia, che le attraversa per lanciarle in avanti verso un bersaglio preciso, perdono qualsiasi sapore di erudizione e risultano quasi inevitabili; in certo senso, è come se acquisissero una nuova anima.
E’ questo il caso del libro – bello-e-buono direbbero i Greci – Less is more. Sull’arte di non avere niente di Salvatore La Porta  (Il Saggiatore, Milano 2018, pp. 176, euro 16,00). In esso infatti Buddha e Socrate, Platone e Dostoevskij,  Gaugin e  Proust, Mark Twain e Fabrizio De André (insieme a molti altri) vengono evocati – talora come autori, talaltra proprio come personaggi storici -  per articolare la dimostrazione di una tesi centrale: vivere con meno è vivere più intensamente, “ il desiderio di possedere è naturale ma è anche una trappola” e “c’è un’alternativa altrettanto connaturata all’essere umano: la capacità di non avere niente, di decidere che è meglio avere di meno per conservare la propria libertà intellettuale, morale e fisica”. Quest’arte non ha nulla a che fare con l’ideologia della miseria, con il pauperismo, con il masochismo: “saper rinunciare al desiderio di possesso, o almeno lottare contro di esso, è anche e soprattutto un’arte della gioia, l’opportunità di riappropriarci dei nostri reali desideri e di lavorare per essi nel corso dell’esistenza, senza sensi di colpa,  sfidando la possibilità di un fallimento senza il terrore di chi pensa che perdere quel che si ha è perdere se stessi”. 
   In ogni epoca – né la nostra sembra fare eccezione, anzi ! – il senso della proprietà come elemento irrinunciabile della propria identità viene instillato sin dai primi anni di vita. Il prezzo è alto: la progressiva riduzione, sino alla completa “eliminazione”, del “gioco” dalla vita. Copriamo di regali i bambini, privandoli dell’esperienza di “vivere senza avere niente almeno durante l’infanzia, in modo che possano comprendere da sé chi siano e chi vogliano diventare. Perché facciamo una cosa tanto orribile ai figli che amiamo? Per paura ovviamente. L’eterna antagonista dell’arte di non avere niente”.
   “Se l’arte di non avere niente si esprime durante l’infanzia nel gioco, in seguito si realizza invece nel viaggio”: ma a patto che sia davvero un’avventura, un’apertura all’imprevisto, non l’ingreggiamento in una comitiva organizzata dall’inizio alla fine.  Arthur Rimbaud – con il suo “andare avanti e indietro per la Francia, l’Inghilterra, l’Europa” senza avere “una rendita da spendere” – è un modello esemplare di questo genere di viaggio avente come méta la riscoperta della propria nudità esistenziale. Un altro modello è stato Jack London che, in una lettera all’amico Ronald Franz, scriveva: “C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo”. Chi evita il viaggio autentico si dedica a “sistemarsi”, ma “quando tutto è accumulato, completato, adulto, è altrettanto naturale un improvviso disagio.Una sorta di claustrofobia, nel fissare dal fondo di queste pareti ogni giorno più alte e ormai in penombra, quel cielo lontanissimo”. Insomma: “i beni che accumuliamo sono statici, e noi siamo una strana razza di crostacei, meno furbi di un paguro che, quando incontra una conchiglia più comoda, vi si trasferisce senza grossi traumi.  Per noi, prima o poi arriva sempre quella notte di sogni inquieti, l’orrore per il nostro guscio”. 
    E questo non vale solo per i beni materiali, ma per gli onori e per le nostre stesse idee. Per gli onori: “ogni uomo è tormentato dall’ambizione ma incapace di dimenticare la bellezza che soltanto l’arte di non avere niente può farci vivere”. Le nostre idee: non è sorprendente che anche esse “siano proprietà che accumuliamo nel tempo e che finiscano, come tutti gli averi, per modificare i nostri comportamenti al di là dei nostri veri desideri. Fanno parte del guscio anche queste: a volte sono laparte più spessa”.
     L’ultima occasione che ci offre la vita di sperimentare la saggezza della moderazione (in un mondo di sperequazioni incredibili fra chi ha troppo e chi ha quasi niente: “secondo il rapporto Oxfam del 2017, l’1 per cento della popolazione più benestante del pianeta possiede più ricchezza netta del resto dell’umanità. Il rimanente 99 per cento, appunto”) è l’invecchiamento e l’approssimarsi alla morte. Ma è appunto un’occasione: la si può valorizzare come anche sprecare nel rimpianto e nel rammarico. 
    Il libro così intenso perché così sincero di La Porta si chiude con l’allusione a quelle migliaia, a quei milioni, di esseri umani che praticano sul pianeta “l’arte di non avere niente” e proprio per questo non hanno neppure “visibilità”, riconoscimento sociale, gratitudine pubblica: sono persone coraggiose e generose che nell’impegno sociale, nel volontariato, nelle organizzazioni non governative…spendono quel poco che posseggono per “seguire le proprie idee”. Il lettore è dunque invitato a mettersi fuori, dall’uscio della propria casa, alla ricerca di queste persone che, avendo rinunciato “a una parte dei propri averi: al tempo, all’ozio, anche al denaro, magari”, riescono a “scoprire una soddisfazione più profonda dopo aver dato, dopo essersi stancato, per non aver guadagnato nulla di tangibile”. Secondo l’autore , per ogni sarebbe il modo migliore di completare il libro con la propria, inconfondibile, firma.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com