martedì 17 maggio 2022

FALCONE, BORSELLINO: IL PUNTO TRENT'ANNI DOPO LE STRAGI


 FALCONE, BORSELLINO: FACCIAMO IL PUNTO TRENT’ANNI DOPO

 

Siamo a trent’anni esatti dalle stragi mafiose del ’92 (23 maggio: Capaci, con eccidio di Falcone, la moglie Morvillo, 3 uomini di scorta; 19 luglio: via D’Amelio, con eccidio di Borsellino e cinque guardie del corpo). Ricordarle comporta il rischio di vacua retorica, tacerne la colpa dell’ingratitudine. Quasi sottovoce, dunque, possiamo solo confessare il desiderio di perseverare lungo la stessa strada percorsa da questi due giudici, come da tante persone prima e dopo. Non pedissequamente, ma creativamente. Che potrebbe significare ciò in concreto?

Innanzitutto, autenticarsi con le azioni prima, e più, che con le parole. Le denunce, le invettive, le esortazioni sono necessarie, non sufficienti. Esse traggono linfa dalla professionalità di chi – magistrato o politico, giornalista o prete, sindacalista o insegnante – le pronunzia e diffonde. Ognuno nel proprio ambito di lavoro è posto ogni giorno davanti a bivi : ascoltare la coscienza o gli umori della maggioranza, dire ciò che si ritiene vero o ciò che so risultarmi utile, operare nell’interesse del corpo sociale o della propria corporazione, dedicarsi a colmare le lacune della propria preparazione o a nasconderle con la brillantezza dell’eloquio? Più si conoscono i dettagli della vita dei nostri martiri civili, più si capisce che la loro morte è decifrabile solo come epilogo di un certo modo di esistere. E che non sono grandi perché sono stati uccisi, ma sono stati uccisi perché grandi. 

La loro statura professionale si presta ad essere apprezzata da varie angolazioni tra le quali vorrei sottolinearne una poco visitata: la forza con cui seppero combattere la mafia senza adottare metodi violenti. Non posso in poche righe sintetizzare ciò che ha scritto in proposito il mio amico, sociologo, Vincenzo Sanfilippo (cfr. https://www.augustocavadi.com/2018/07/lotta-nonviolenta-alla-mafia.html ), ma qualche motivo lo voglio accennare.

L’atteggiamento nonviolento autentico non è debolezza, rinunzia al conflitto, resa al nemico: è volontà di combattere e di vincere in maniera più incisiva e duratura di quanto non consentano le armi tradizionali. Ma per fare questo devi saper distinguere, già nel tuo sguardo, l’errore dall’errante o, come diceva Paolo Borsellino a sua sorella Rita, il mafioso dalla persona umana. Il primo lo devi destrutturare, l’altro lo devi sollecitare a ritrovare il suo sé più profondo. 

Questa (non facile) distinzione è possibile se, con Giovanni Falcone, ammettiamo una verità scomodissima: che ogni mafioso, lungi dall’appartenere a una razza mostruosa a parte, ci rassomiglia due volte. 


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https://www.zerozeronews.it/giustizia-e-coscienza-civile-la-strada-di-falcone-e-borsellino/

sabato 14 maggio 2022

EDUCARE IN FASE DI MUTAMENTI EPOCALI


 EDUCARE IN FASE DI MUTAMENTI EPOCALI

 

 

G. Buondonno – G. Bagni, Suonare in caso di tristezza. Dialogo sulla scuola e la democrazia, PM edizioni, Varazze 2021, pp. 191, euro 14,00.

 

Quando un settantenne di oggi andava a scuola, da alunno, incontrava insegnanti che appartenevano – grosso modo – alla stessa era geologica. Ai nostri giorni non è più così: i 40-50 anni di differenza fra gli scolari e i loro docenti segnano un passaggio d’epoca che rende ancor più difficile di sempre intendersi. A questo stacco generazionale (che vale anche all’interno delle famiglie se i genitori non sono più giovanissimi) si reagisce in vari modi: dal pugno duro dell’autoritarismo dogmatico alla rassegnazione di chi abdica a ogni ruolo educativo e, magari, prova a comprarsi un po’ di rispetto giocando a fare l’eterno adolescente. I risultati, in questa varietà di casi, non sono entusiasmanti: si cresce male sia in regime carcerario che senza nessuna indicazione normativa, sia pur da disattendere. Due educatori di lunga esperienza scolastica – Peppino Buondonno e Peppe Bagni – si sono confrontati a lungo, via posta elettronica, su alcuni risvolti didattici di questa problematica e hanno deciso di condividere, in un oggetto cartaceo tradizionale chiamato libro, una parte dei loro messaggi. E’ nato così Suonare in caso di tristezza. Dialogo sulla scuola e la democrazia (PM edizioni, Varazze 2021, pp. 191, euro 14,00) scritto da due “immigrati digitali che insegnano a nativi digitali” (p. 28), consapevoli del cambiamento tra quando il professore doveva “sedurre i propri allievi, nel senso letterale di «se ducere»: condurre con sé, verso un mondo che sapeva di conoscere molto meglio di loro” (p. 29) a quando, come adesso,  li deve preparare a un mondo per certi versi più noto a loro che a lui e, per altri versi, ignoto a entrambi. 

In questa incertezza globale le poche acquisizioni certe delle scienze cognitive (dalla neurologia alla psicologia dell’età evolutiva) non entrano – di norma – a rivoluzionare la didattica quotidiana effettiva: per esempio facendo sul serio i conti “con gli aspetti percettivi mutati, con quelli elaborativi, con la capacità di concentrazione, con il mutato rapporto tra pensiero ed emozione” (p. 38). Fare i conti con questi mutamenti antropologici non significa assecondarli passivamente, ma provare a gestirli criticamente. Prima di tutto con onestà intellettuale e senso di autocritica: se, ad esempio, io insegnante per primo non riesco a staccarmi dieci minuti dal cellulare o se mi accorgo – riflettendoci su – che non riesco a leggere per intero un libro da più di un anno perché dedico tutto il tempo libero a curiosare su internet, è preferibile che eviti  rimproveri e consigli. Meglio sperimentare preliminarmente su se stessi strategie di liberazione e di acquisizione di quella ‘nuova’ saggezza che consiste nell’abbinare, alla capacità di cercare ciò che non si sa, l’intelligenza di capire cosa è meglio continuare a ignorare per non affollare la mente di nozioni e immagini superflue. 

Il dibattito sull’impatto della quarta rivoluzione industriale  - la rivoluzione che ha introdotto le zone privilegiate del pianeta nell’infosfera – nelle pratiche didattiche ha ricevuto una forte accelerazione dalla pandemia da covid-19. I due autori concordano nel valutare positivamente la didattica a distanza come “sforzo della scuola, sacrosanto e bello, per dare segni della sua presenza e permanenza comunque”; per “ricordare a ciascuno che la scuola c’è, che li attende, che si sforza di tenerli in contatto tra loro, perché il legame sia reale e non virtuale”. Ma a patto di non trasformare queste modalità d’emergenza “in un modello innovativo  per la scuola del futuro”. Si tratta piuttosto di vivere la chiusura temporanea della scuola - casa (fisica) comune – come occasione per riscoprirne il valore: “come scrive Saramago, per vedere l’isola devi remare verso il largo. Solo a distanza apprezzi i suoi confini” (p. 99).

Le problematiche pedagogiche, lungi dall’incidere soltanto all’interno dei perimetri scolastici e universitari, comportano effetti dirompenti sul piano socio-politico: ormai siamo dentro un circolo perverso nel quale politici ed elettori sono carnefici e vittime, insieme, di un’involuzione cognitiva ed etica verso “la semplificazione, l’annientamento della complessità e della contraddittorietà” (p. 41). Non è certo “un caso se, in assenza di un pensiero critico sulla conoscenza, anche il pensiero critico sulla società capitalistica globale è minoritario e impotente” (p. 51).   Dunque, ancora una volta – e come sempre -  “dalle domande sulla scuola, emerge una domanda sull’umanità, sulle strutture sociali, sulla democrazia” (p. 42). 

E’ del tutto comprensibile che in un dialogo sulla scuola - per quanto a trecentosessanta gradi come questo fra due educatori di lungo corso -  non si possano affrontare tutti gli aspetti. Senza nessuna vena polemica, quindi, ma solo come contrappunto integrativo mi permetto di avanzare due considerazioni.

La prima è suggerita dalla constatazione che gli autori sottolineano, opportunamente, la necessità che a scuola si impari, concretamente, a “cercare risposte collettive perché, come questo tempo di pandemia dimostra drammaticamente, sono le uniche efficaci” (p. 98): non mancano, in proposito, qua e là, i riferimenti nostalgici all’aria del Sessantotto, quando i fermenti e i conflitti sociali si riverberavano all’interno delle aule e dalle aule rimbalzavano per le strade e le piazze. (In qualche passaggio ho trovato delle trasfigurazioni idealizzanti, almeno rispetto alle mie esperienze effettive dell’epoca: le assemblee studentesche non sono mai state solo espressione di “partecipazione orgogliosa”(p. 187), ma anche esercizi di narcisismo dettati da impulsi esibizionistici, nei leader,  e voglia di ottenere tutto senza faticare molto, nei gregari). Non manca  (a p. 186) un riferimento all’incisiva sentenza Don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. Sentenza preziosa per chi, come me, aveva ricevuto in ambienti cattolici una formazione incentrata (almeno metodologicamente) sulla crescita interiore, e gli riusciva faticoso superare la diffidenza nei confronti delle proposte ‘rivoluzionarie’ (identificate spesso con i socialismi ‘reali’ in URSS e in Cina). Ma, leggendo le pagine di questi colleghi cresciuti in ambienti culturali marxisti, o comunque di ‘sinistra’, mi sembra di cogliere una difficoltà per così dire speculare: la diffidenza nei confronti della dimensione spirituale (identificata spesso con l’adesione di fede a una chiesa). Proprio la testimonianza del parroco di Barbiana, invece, mi ha anche insegnato negli anni a capire che la dimensione politica, militante è autentica solo come risvolto di quella dimensione interiore che, nel pur prezioso dialogo fra i due co-autori, viene trascurata o, almeno, data per scontata.  A me ex-sessantottino, il mezzo secolo successivo trascorso da docente e consulente filosofico ha insegnato la necessità di una difficile sintesi fra coltivazione della propria soggettività e impegno civile in mobilitazioni collettive: fra cura della propria spiritualità (prima di tutto basica, laica, a-confessionale) e investimento energetico nello spazio politico (senza accecamenti ideologici che impediscano la critica all’interno stesso degli schieramenti in cui ci si decide a militare). Arrivato anch’io al tramonto dell’avventura terrena, non posso esimermi dal testimoniare che dei tanti compagni che nella seconda metà del XX secolo dichiaravano (con sincerità e passione) di voler cambiare il mondo, molti si sono limitati a ritagliarvisi un cantuccio dove rifugiarsi o da dove arrampicarsi per una privatissima scalata sociale. Chi ha provato davvero a incidere nella storia, complessa e intrigata, dell’umanità sono state quelle persone – donne e uomini – che hanno riversato nell’attività professionale di magistrato o di insegnante, di amministratore pubblico o di imprenditore privato, di giornalista o di poliziotto, di regista o di prete…i frutti di un’effettiva maturazione intellettuale e morale (per evocare Gramsci). A conferma della luminosa asserzione di Georges Friedmann: “Numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della  rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere  degni”. La scuola che sogno è dunque certamente il luogo in cui qualcuno – in controtendenza rispetto alla opinio communis – mostra alle nuove generazioni che il sistema mondiale non può continuare come è andato negli ultimi cinque secoli; che urgono inversioni di tendenza decisive e che “scelte radicali rendono necessari conflitti duri e coraggiosi”  (p. 103) contro i privilegiati che autolesionisticamente stanno guidando la storia dell’intera umanità verso il precipizio; ma anche una palestra dove si imparano la meditazione silenziosa, la contemplazione della bellezza, l’alfabetizzazione emotiva, la grammatica affettiva, la sobrietà nei consumi, la compassione verso tutti i viventi, l’ammissione dei propri errori, la magnanimità di rallegrarsi per i pregi altrui. Perché non è vero che si diventa felici spendendosi per la rivoluzione, piuttosto la rivoluzione ha qualche chance di riuscita se a gestirla  è gente felice. Gli infelici sono marci e, quando hanno in mano uno scampolo di potere, l’usano o per sadismo o per interesse privato. 

Proprio la stima verso i co-autori di questo agile, ma denso, libretto mi suggerisce una seconda considerazione: il rammarico di non aver letto il loro parere su una questione che ritengo primaria. Per essere brevi e un po’ spietati: nei quaranta e più anni di servizio ho constatato che raramente gli alunni e le alunne più in gamba decidono di studiare all’università per diventare insegnanti. Medici o magistrati, dirigenti nell’amministrazione statale o nelle imprese private, giornalisti o diplomatici…ma insegnanti no. La ragione più ricorrente: se si è consapevoli delle proprie doti, a vent’anni non si intraprende una strada da cui è certo che si uscirà a settanta con lo stesso riconoscimento sociale e con la stessa remunerazione economica con cui si è entrati. In tutti gli altri settori professionali puoi diventare, se ci aspiri, primario d’ospedale o giudice di cassazione, capo di gabinetto ministeriale o direttore di banca, corrispondente da Mosca o ambasciatore a New York. Ma, se scegli l’insegnamento, sai che ti arruoli da soldato semplice e che da soldato semplice sarai congedato. A meno che non decida di fare il dirigente scolastico o l’ispettore ministeriale: cioè di abbandonare il lavoro che ti appassiona. Per molti di noi intraprendere la strada dell’insegnamento ha comportato una scelta etica, e ascetica, gravosa: come avevamo previsto e accettato, ci troviamo a riscuotere un emolumento mensile pari alla metà, spesso a un terzo o un quarto, dei nostri coetanei. Possiamo andarne fieri (personalmente rifarei esattamente le stesse scelte professionali, anche se né l’idraulico né l’elettricista hanno preso per vera la mia risposta alla loro domanda sull’ammontare della mia pensione), ma non possiamo pretendere che altri siano animati dallo stesso spirito missionario e/o politico-ideologico. Si badi bene: non è necessariamente una questione di soldi, ma neppure si può prevedere che in una società capitalistica l’unico settore professionale nel quale il denaro non abbia rilevanza sia il comparto degli insegnanti. Sino a quando vigerà il patto tacito fra Stato e i docenti della scuola primaria e secondaria (vi assumo senza filtri severi e, una volta in ruolo, vi esonero da qualsiasi verifica della quantità e della qualità della vostra prestazione; ma in cambio accontentatevi di stipendi inferiori agli altri professionisti), non sarà evitabile il paradosso di una scuola che – mediamente - non riesce ad arruolare fra i suoi quadri proprio i frutti migliori della sua semina. In Italia operano – senza contare gli istituti privati – circa 700.000 insegnanti: è intuitivo che, per rispondere a questo fabbisogno di operatori, non si possano adottare gli stessi criteri selettivi vigenti per i circa 10.000 magistrati. Ma in ciascun ordine e grado di scuola non ci sono maestri/e e professori/esse unanimemente riconosciuti/e come appartenenti a una fascia di merito e altri/e appartenenti ad altre fasce di merito? Non ci sono strumenti per ufficializzare e istituzionalizzare queste differenze effettive, senza mortificare né chi può e vuole dare di meno alla scuola né chi può e vuole dare di più? E’ equo riservare il medesimo trattamento sia al docente che svolge una seconda attività privata, si assenta spesso, arriva abitualmente in ritardo, è scostante o aggressivo con gli alunni, non si aggiorna né sui contenuti della propria area disciplinare né sui termini dei dibattiti pubblici né sulle sperimentazioni didattiche…sia al docente che si dedica alla sua professione a tempo pieno, si assenta solo in casi gravi, rispetta con puntualità gli orari di servizio, è comprensivo e rispettoso nei confronti degli alunni, dimostra continuo desiderio di approfondimento sia nell’ambito dei propri studi che nelle questioni socio-culturali in generale ?   Si potrebbero esaminare delle proposte legislative (anche mutuate da sistemi scolastici di altri Paesi come la Francia)  se non si fosse prigionieri, soprattutto nelle aree ‘progressiste’, di alcuni tabù pseudo-egalitari: ma non è questa la sede per esporle e per controbattere le solite obiezioni demagogiche sull’impossibilità di valutare una prestazione ‘sacra’ come l’insegnamento. Mi limito a osservare che, sino a quando non si scioglierà questo nodo (una sorta di conventio ad excludendum gli studenti migliori dalla professione docente), non sarà minimamente intaccato l’80% delle difficoltà del sistema scolastico. Viceversa, inserirvi nei gangli numerose personalità carismatiche – a cominciare dal carisma di saper mettere, senza arroganza sprezzante, le proprie doti a servizio dei colleghi e degli studenti di tutto l’istituto in cui si è incardinati – senza scoraggiarle in fase di scelta della professione e, nel caso che comunque intraprendano la professione docente, senza indurle ad abbandonare la scuola, primaria e secondaria, per accedere alle cattedre universitarie o agli uffici di dirigenti scolastici, sarebbe un’iniezione di vitalità intellettuale e di energia morale.   C’è qualcosa di perverso nella situazione attuale in cui, se un bravissimo insegnante di scuola dell’infanzia o di scuola primaria (apprezzato autore di saggi e relatore ai convegni internazionali) ha da mantenere decentemente una famiglia, è costretto a lasciare il suo ruolo per insegnare al liceo o all’università  dove, invece, accanto a docenti altrettanto preparati, vegetano – praticamente inamovibili – personaggi manifestamente inadeguati: ma davvero riteniamo che educare con saggezza bambini e adolescenti sia più facile, e meno socialmente rilevante, che tenere lezioni a studenti maggiorenni fortemente motivati? I piloti di aerei devono avere una notevole preparazione, ma non riuscirebbero a volare nei cieli se a terra operassero dei mediocri controllori di volo: che succederebbe se i controllori di volo più esperti avessero, come unica possibilità di carriera, diventare piloti d’aereo?

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/educare-in-fase-di-mutamenti-epocali/

giovedì 12 maggio 2022

AVETE GIA' PRENOTATO L'HOTEL PER LE VACANZE FILOSOFICHE PER NON...FILOSOFI ?




INVITO

Il gruppo editoriale Il pozzo di Giacobbe-Di Girolamo di Trapani

organizza la

XXV

SETTIMANA FILOSOFICA

PER… NON FILOSOFI

 

L’umanità: famiglia solidale o covo di lupi?

Le “vacanze filosofiche per…non filosofi”, avviate sperimentalmente sin dal 1983, si sono svolte regolarmente dal 1998. Per saperne di più si possono leggere: Autori vari, Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni (Di Girolamo, Trapani 2008) oppure, A. Cavadi, Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche (Di Girolamo, Trapani 2010) oppure A. Cavadi, Mosaici di saggezze (Diogene Multimedia, Bologna 2015). 

È attivo anche il sito https://vacanze.filosofiche.it curato da Salvatore Fricano (Bagheria).

Programma orientativo

Arrivo nel pomeriggio (possibilmente entro le 19) di giovedì 18 agosto e primo incontro alle ore 21. La partecipazione alle riunioni è ovviamente libera, ma le stesse non subiranno spostamenti per far posto a iniziative private.

Sono previsti due seminari giornalieri, dalle 9.00 alle 10.30 e dalle 18.15 alle 19.45, sui seguenti temi:

* L’umanità fra immagine ideale e realtà effettiva

* La tensione dialettica fra il singolo e la moltitudine

* Noi umani siamo il virus o la terapia?

* Ci sarà un futuro di giustizia per i popoli?

I seminari saranno introdotti a turno da Augusto Cavadi (Palermo), Salvatore Fricano(Bagheria), Elio Rindone (Roma), Giacomo Vaiarelli (Palermo).

È possibile chiedere di anticipare e/o posticipare di qualche giorno il soggiorno in albergo.

Partenza dopo il pranzo di mercoledì 24 agosto.

Costi:

L’iscrizione al corso (comprensiva dei materiali didattici) è di euro 180 a persona. Chi si iscrive entro il 30 giugno ha diritto a uno sconto di 30 euro. Le coppie che si iscrivono entro tale data avranno un ulteriore sconto di 15 euro a persona.

Eccezionalmente si può partecipare a uno dei 12 incontri (euro 10).

Ognuno è libero di trovare il genere di sistemazione (albergo, camping o altro) che preferisce.

Chi vuole, può usufruire di una speciale convenzione che il comitato organizzatore (che come sempre non può escludere eventuali sorprese positive o negative) ha stipulato con:

Hotel Meranda

Via del Turismo, 29, 87052 Camigliatello Silano, Tel. 0984578022

Sito web: http://www.hotelmeranda.com/

Mail: info@hotelmeranda.com (a cui ci si può rivolgere per la prenotazione delle camere e il versamento del relativo acconto).

Si consiglia di chiedere l’iscrizione per tempo, poiché il numero delle camere è limitato, facendo riferimento alla convenzione particolare col gruppo di filosofia.

La pensione completa, comprensiva di bevande e con menu unico ma vario nel corso della settimana, costa a persona:

* in camera singola (con bagno) € 75 al giorno.

* in camera doppia (con bagno) € 65 al giorno.

Avvertenze tecniche

  • Per l’iscrizione ai seminari, dopo aver risolto la questione logistica, inviare scheda d’iscrizione e la copia (anche mediante scanner) del versamento di € 50,00 a persona, a titolo di anticipo sulla quota complessiva, a: prof. Elio Rindone (tel 0699928326 – fax 0623313760 – email: eliorindone@tiscali.it oppure a.cavadi@libero.it). In caso di mancata partecipazione alla vacanza-studio, detta somma non verrà restituita. La prenotazione al seminario non è valida finché non è stato effettuato il versamento e la data del bonifico fa fede per lo sconto!
  • Il saldo della quota di partecipazione sarà versato all’arrivo in albergo.

martedì 10 maggio 2022

SEVERINO DIANICH IN PRESENZA E VIA INTERNET: L'INCERTO FUTURO DELLE CHIESE


 L’Associazione Logos e koinonia, la Fondazione Parrino e il Centro di ricerca esperienziale di teologia laica di Palermo organizzano un incontro in presenza e on-line, con don Severino Dianich, decano dei teologi italiani, sul tema:

Sempre da riformare? Prospettive future della Chiesa

Appuntamento alle ore 18,00 di giovedì 12 maggio 2022 presso la sede di “Logos e koinonia” (via Brigata Aosta, 15 - Palermo).

 Nel corso dell’incontro Augusto Cavadi presenterà brevemente il volume di Ortensio da Spinetoli, Rifondare la Chiesa. Una follia inevitabile (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2021).

Link per il collegamento: link: https://meet.google.com/rkh-vmdb-mga

Ingresso libero nel rispetto delle normative sanitarie vigenti.

domenica 8 maggio 2022

LE QUATTRO PARETI DELLA GABBIA DEL MASCHILISMO


 PRIGIONIERE DEL MASCHILISMO ? SI’, MA ANCHE I MASCHI

 

Solo chi perde la libertà impara a conoscerla davvero. La prigionia può essere una scuola di crescita conoscitiva. Ma a patto che, se si perde la libertà, o non la si è mai sperimentata perché si è nati in prigione, si abbia la consapevolezza della propria prigionia. E’ almeno dal mito platonico della caverna a oggi che i filosofi provano a metterci in guardia da quella forma di povertà estrema che consiste nel non sapere neppure di essere poveri. 

Una condizione di illibertà di cui raramente siamo consapevoli è costituita dalla gabbia del maschilismo. Almeno se, per maschilismo, intendiamo un sistema culturale, istituzionale, sociale, politico, economico in cui – mediamente – le donne si trovano in situazioni oggettive di svantaggio, di subordinazione, rispetto agli uomini.

Le pareti di questa gabbia sono almeno quattro.

Innanzitutto un fattore biologico: la femmina paga il privilegio di poter concepire e mettere al mondo figli con la  riduzione della prestanza fisica nei mesi della gravidanza, prima del parto, e dell’allattamento dopo. 

Questo fattore fisiologico è stato accentuato da scelte socio-economiche: la divisione del lavoro fra femmine, dedite alla cura dell’abitazione e dei piccoli, e maschi, dediti alla caccia, alla guerra, ai lavori extra-domestici come il commercio. Tutt’oggi si registra una disparità di opportunità lavorative fra donne e uomini: lo slogan “Dobbiamo lavorare il doppio per contare la metà” è eccessivo, ma può farci attenti alle statistiche secondo cui, a parità di mansioni, le donne guadagnano circa un terzo in meno dei colleghi uomini. 

Un terzo ordine di vincoli della libertà muliebre appartiene all’ordine giuridico-istituzionale: dalle città greche agli Stati nazionali contemporanei è stato necessario il trascorrere di circa 25 secoli affinché il diritto di votare venisse esteso dai maschi alle donne. In Italia, come è noto, si è dovuto attendere il 1946, ma ciò non ha impedito né di mantenere sino agli anni Settanta il diritto del marito di controllare la posta e di ‘correggere’ con le maniere forti i difetti della moglie (e, nel caso dell’assassinio per “motivi d’onore”, di godere delle attenuanti previste dal codice penale) né di escludere le laureate in giurisprudenza dalla carriera in magistratura.


PER COMPLETARE LA LETTURA BASTA UN CLICK:

https://www.zerozeronews.it/prigionieri-del-maschilismo-si-ma-anche-i-maschi/


Lunedì 9 maggio 2022, alle ore 17.30, terrò una conversazione su queste tematiche sia in presenza che on line:




giovedì 5 maggio 2022

AGLI AMICI DI BERGAMO, COSTA VOLPINO, PINEROLO, TORINO : QUALCHE OCCASIONE PER INCONTRARCI

Care e cari,

dopo due anni di 'ritiro' forzato, pare che si possa ricominciare a vedersi in presenza.

Affinché chi lo desideri possa organizzarsi in tempo per  trovare modo d'incontrarci, comunico sin d'ora alcuni miei appuntamenti pubblici fra Lombardia e Piemonte.

Giovedì 19 maggio 2022 a Bergamo

                               ore 18: apericena presso "Spettegolezzi" (v. Ghislandi) 

                               ore 21: dialogo con Fabrizio Longhi a partire dal mio libro "Religione o ateismo? La 

                                           spiritualità 'laica' come fondamento comune" (Algra Editore) presso Parrocchia

                                          di S. Fermo (via  Santi Maurizio e Fermo, 11)

Venerdì 20 maggio 2022 a Costa Volpino (Bg):

                                       - giornata di vacanza con gli amici che vivono affacciati sul Lago d'Iseo

Sabato 21 maggio 2022 a Pinerolo (To):

                            ore 15,30 : Incontro su "Una spiritualità oltre le religioni" presso il Salone del Circolo

                                              dei lettori (Via Duomo 1 , di fronte al municipio).

Domenica 22 maggio 2002 a Torino (presso lo stand "Regione Sicilia" del Salone del libro): 

                            ore 12,45: Breve presentazione del mio libro  "Religione o ateismo ?" (Algra Editore)

                            ore 16,45: Breve presentazione del mio  "Dio visto da Sud" (Spazio cultura edizioni)

                            ore 18,00: Presentazione del mio libro "Quel maledetto 1992. L'inquietante eredità di 

                                             Falcone e Borsellino" e del libro del mio amico Davide Fadda "L'inchino.

                                             Santi, processioni e mafiosi nel Meridione italiano", entrambi editi da

                                            Di Girolamo Editore.
 

martedì 3 maggio 2022

DALL' ALBERO DI "UNA CITTA' PER L'UOMO" IL SEME PREZIOSO DELLA SCUOLA DI FORMAZIONE POLITICA "FALCONE"

Qui di seguito il mio contributo al volume La politica umanizzata. La 'Primavera' di Palermo e il sogno di una Città per l'Uomo quarant'anni dopo, Torri del Vento Edizioni, Palermo 2022 che verrà presentato martedì 3 maggio 2022, alle 17.00, presso l'istituto Gonzaga di Palermo (SOLO IN PRESENZA).

***

A LEZIONE DI POLITICA. La Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”

 

in P. Toro (a cura di), La politica umanizzata. La “Primavera” di Palermo e il sogno di Una città per l’Uomo quarant’anni dopo, Torri del Vento Edizioni, Palermo 2022, pp. 201 - 209

 

           Dopo quel maledetto 23 maggio 1992  - in cui sull’autostrada dall’aeroporto a Palermo, all’altezza dell’uscita per Capaci, esplosero le bombe criminali che uccisero Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta -  gli alunni in classe mi chiesero che cosa potessimo fare per arginare questo fiume di terrore. Sul momento rimasi senza parole. Osservavo, riflesso nei loro occhi, il mio stesso smarrimento. Poche altre volte nella vita ho sperimentato l’angoscia per eventi pubblici, di rilevanza sociale. Intanto si rincorrevano nella mente le tante, troppe polemiche di quegli anni: preti che volevano insegnare il mestiere ai politici, politici che volevano insegnarlo ai magistrati, giornalisti che volevano insegnarlo a tutti gli altri…Quasi colpito da un’illuminazione – per altro assai banale – risposi ai miei ragazzi: “Possiamo fare meglio ciò che facciamo di solito”. Spiegai che Giovanni Falcone era diventato Giovanni Falcone facendo, al massimo delle possibilità umane, il magistrato inquirente. L’Italia si sarebbe salvata solo se ogni cittadino e ogni cittadina avessero esercitato le proprie competenze professionali al più alto livello possibile. Noi docenti per scelta di vita, loro alunni almeno per quella fase biografica, avevamo il compito di studiare: lo avremmo potuto svolgere con l’intenzione di trasformarlo in arma intellettuale contro il sistema mafioso[1]. La mafia era prosperata in più di un secolo anche grazie al silenzio su di essa: bisognava sottrarle questo vantaggio, stanarla dall’ombra con potenti riflettori luminosi, strapparle da addosso i paludamenti ingannevoli con cui si camuffava agli occhi degli ingenui e degli opportunisti. Uscire dal silenzio senza entrare nel mondo della chiacchiera[2].

Da alcuni anni avevo avviato, con colleghi ed ex-alunni di liceo, un Laboratorio di cultura politica pluralistico e itinerante : una domenica al mese ci incontravamo nella sede di un’associazione, ogni volta diversa, a Palermo o in altri Comuni della provincia, per discutere insieme sul libro che ci si era impegnati a leggere, individualmente, nelle settimane tra un appuntamento e l’altro[3]. Era giunto il momento di dare all’iniziativa, molto informale, una configurazione più istituzionale e di accentuarne la valenza contestativa del dominio mafioso. Da qui l’idea di trasformare il Laboratorio in una Scuola di formazione etico-politica stabile e permanente. 

 

La scelta della sede e del nome

Tra i promotori del Laboratorio di cultura politica alcuni eravamo o soci o simpatizzanti del Movimento politico-culturale “Una città per l’uomo” che, nonostante l’emorragia di aderenti transitati (in alcuni casi per autentica convinzione, in altri per calcoli elettorali) alla “Rete” di Leoluca Orlando, continuava - grazie all’impegno tenace di Nino Alongi, di Pino Toro e di pochi altri fedelissimi - a gestire una sede accogliente (in via Galileo Galilei) e una rivista (“CxU”) ormai nota e apprezzata da abbonati sparsi anche fuori dalla Sicilia. Fu dunque spontaneo chiedere al Movimento ospitalità e riceverla con generosità e convinzione: l’intento formativo apparteneva, infatti, al DNA a “Una città per l’uomo” che l’aveva perseguito costantemente attraverso convegni di studio, conferenze, presentazioni di libri etc.

Come battezzare questa Scuola? La lista dei caduti nella lotta alla mafia – iniziata esattamente negli stessi anni dell’origine della mafia stessa[4] -   era già tanto lunga da provocarci l’imbarazzo della scelta. In particolare, per limitarsi al sangue ancora tiepido che aveva bagnato le strade di Palermo dopo la strage di Capaci, si ventilò l’ipotesi di dedicare la nuova struttura a Paolo Borsellino, in quanto di area “cattolica” come la maggior parte degli aderenti a “Una città per l’uomo”, o alla venticinquenne agente di polizia Emanuela Loi, in quanto “donna”. Prevalse la proposta di dedicarla a Giovanni Falcone. Fu così che chiedemmo un appuntamento alla sorella del giudice, Maria, per avere l’autorizzazione ad intestare la Scuola al fratello: non volevamo strumentalizzare un nome già venerato esponendoci all’accusa di sciacallaggio. Maria Falcone, che conosceva direttamente solo Pino Toro, ci chiese informazioni sul nostro profilo professionale e sulle nostre appartenenze associative (con mio stupore non aveva mai sentito parlare né del Centro sociale San Francesco Saverio né del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato: “Era il nostro Giovanni che in famiglia si teneva informato su ciò che succedeva in città”); infine ci accordò l’autorizzazione richiesta. Manifestò anche il proposito di collaborare attivamente con noi anche nel ruolo di docente di diritto nelle scuole secondarie superiori, ma poi – forse impegnata nella laboriosa gestione della Fondazione intestata al fratello – non ebbe modo di dare attuazione al proponimento.  

 

I primi anni di vita

Con la sponsorizzazione ‘morale’ di Maria Falcone  (ci sarebbe stata, l’anno dopo,  una sponsorizzazione finanziaria, da parte della neo-fondazione “G. Falcone”,  per la stampa dei depliant cartacei, ma una tantum: “Nel mondo vi sono decine di iniziative nel nome di Giovanni, non possiamo certo supportarle tutte”[5]) l’inaugurazione del primo anno formativo, nell’ottobre del 1992, ebbe un carattere solenne: la Lectio magistralis fu tenuta da Luciano Violante in qualità di presidente della Commissione parlamentare antimafia[6] e, insieme ad alcuni familiari di Falcone, vi presero parte – con squisita delicatezza solidale – alcuni congiunti di Paolo Borsellino. 

Dal numero delle persone accorse già per l’inaugurazione capimmo che i locali di “Una città per l’uomo”, per quanto in grado di accogliere una sessantina di convenuti, erano marcatamente insufficienti. Era un momento storico di straordinario coinvolgimento emotivo: anche persone non abituate a uscire da casa, a impegnarsi in momenti pubblici, avevano avvertito l’esigenza interiore di appigliarsi a qualsiasi punto di orientamento.  

Ci affrettammo a chiedere aiuto a Nino Fasullo, un religioso ‘redentorista’ che aveva fondato e dirigeva la rivista “Segno”, anche essa decisamente schierata nel campo dell’antimafia e, per alcuni mesi, fummo ospitati nei locali che la sua Congregazione religiosa aveva ceduto in affitto all’Università di Palermo. Intanto la voce si diffondeva e da varie realtà istituzionali e associative, della città e dell’isola, ricevevamo l’invito ad aprire sezioni ‘locali’ della Scuola “Falcone” o, per lo meno, a organizzarvi dei cicli seminariali: impossibile fare un elenco completo delle sedi e dei luoghi (da parrocchie in quartieri periferici come Settecannoli[7], a città come Trapani e Augusta) dove tenemmo serie di incontri pubblici. Va almeno ricordata, però, l’istituzione della Targa “Falcone” assegnata annualmente, per vari anni, a persone che – preferibilmente lontano di riflettori – avessero contribuito efficacemente a incrinare la compattezza della sovranità mafiosa. 

Di cosa trattavamo nei seminari che si svolgevano ogni giovedì, puntualmente, in blocchi di quattro per tema? Dalla mafia come soggetto politico (Umberto Santino) alle linee essenziali della teologia della liberazione (Rosario Giué e Giulio Girardi), dalla partitocrazia  (Alfio Mastropaolo) alla questione meridionale (Nino Morreale). Per l’inaugurazione di ogni anno sociale, poi, veniva invitata qualche personalità di rilievo nazionale: un modo, sì, per acquistare visibilità in città, ma anche per tessere rapporti con soggetti e enti autorevoli da cui poter imparare metodi e contenuti. L’elenco sarebbe anche qua molto lungo: dal ministro Luigi Berlinguer al professor Alfio Mastropaolo, dal professor Giuseppe Alberigo al giornalista Curzio Maltese, all’imprenditore Tano Grasso, al vescovo Raffaele Nogaro, al procuratore della Repubblica Pietro Grasso. 

Non mancarono sin dall’inizio varie pubblicazioni destinate a diffondere, al di là dei confini della Scuola, le idee portanti che al suo interno si andavano elaborando e condividendo: sia sulla pagina palermitana di “Repubblica”  (dove Nino Alongi per molti anni ebbe ogni settimana ospitalità fissa) sia in appositi opuscoli e libri (tra cui, R. Giué, Terra di profezia. Vangeli e mafia nel sud d’Italia, Edizioni della battaglia, Palermo 1993; A. Cavadi, Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su chiese e mafie, Dehoniane, Bologna 1994 ; R. Giué, Il vangelo della carità in terra di mafia, Arci Sicilia, Palermo 1995; R. Giué, Osare la speranza. La teologia della liberazione dall’America Latina al Sud d’Italia, La Zisa, Palermo 1997; R. Giué – G. Battaglia – P. Fricano, Spiritualità e politica, La Zisa, Palermo 1999;  N. Alongi, La politica delle tribù. Tre anni di cronaca siciliana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002).

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Intanto, dopo i primi anni di iniziative all’insegna del coinvolgimento emotivo, emerse in alcuni di noi promotori  della Scuola l’esigenza di darle una configurazione giuridica. Sulla questione si registrarono delle nette, e vivaci, differenze di opinione.  Per alcuni (in particolare Nino Alongi e Pino Toro) la prospettiva di ‘fondare’ una nuova associazione appariva inutilmente faticosa: non bastava considerare la Scuola come un organo interno al Movimento “Una città per l’uomo” che era già regolato da uno Statuto più che decennale ? Ad altri (in particolare Rosario Giué e me) risultava preminente l’esigenza di rispettare l’auto-presentazione originaria della Scuola come iniziativa a-partitica e, in quanto tale, gestita da volontari di diversa estrazione politico-culturale (da cattolici come don Francesco Michele Stabile a marxisti come Enrico Guarneri e Umberto Santino) al servizio della cittadinanza nell’intero spettro delle appartenenze partitiche, sindacali e associative. La maggioranza dei promotori si espresse a favore della seconda opzione, anche in considerazione del fatto che il Movimento “Una città per l’uomo” non era considerato nell’immaginario collettivo né a-confessionale (il suo DNA era caratterizzato dal cattolicesimo democratico) né a-partitico (ormai era stato cooptato in esperienze amministrative della “Primavera palermitana” da Leoluca Orlando, pur resistendo – eroicamente quanto vanamente – alla confluenza nella neonata “Rete” che avrebbe costituito una sorta di auto-dissolvimento). Così, con una punta di amarezza che non poteva scalfire il legame di stima reciproca costruita nei lunghi anni di collaborazione, le strade del Movimento  “C x U” e dell’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” si sono divise, pur in un comune orizzonte ideale: l’attenzione critica alla storia e l’impegno quotidiano per liberare il paese dall’oppressione del dominio politico-affaristico-mafioso[8]

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com



[1] Da quei dialoghi è scaturito un opuscolo pubblicato prima, grazie al finanziamento del professore Elio Rindone, in forma ‘privata’ (5.000 copie) e poi, in più ristampe, dalle Edizioni Dehoniane di Bologna: Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito.

[2] Cfr. G. Priulla, Informazione e mafia: dal silenzio al rumore in U. Santino (a cura di), L’antimafia difficile. Atti della giornata di bilancio e di riflessione svoltasi a Cinisi l’8 maggio 1988 nel decimo anniversario dell’assassinio di Giuseppe Impastato, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1989, pp. 69 -79.

[3] Cfr. la mia nota Un laboratorio di cultura politica itinerante su “Segno” (1988), pp. 98 – 99.

[4] Cfr. U. Santino, L’altra Sicilia. Caduti nella lotta contro la mafia e per la democrazia dai Fasci siciliani ai nostri giorni, Di Girolamo, Trapani 2010.

[5] Tranne quell’unica volta, i materiali illustrativi promozionali sono stati finanziati personalmente da Pino Toro.

[6] Nel numero 5/6 del dicembre 1992 della rivista “Una città per l’uomo” furono pubblicati gli interventi alla sessione inaugurale di A. Cavadi (La Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”. Origini e prospettive), di P. Toro (Per offrire nuovi strumenti di conoscenza e di lotta) e di L. Violante (Risvolti etici della crisi politica attuale).

[7] In accordo con parroci di zona come il carmelitano p. Pietro Leto e don Pino Pino Puglisi.

[8] In occasione del 25 ° anniversario della fondazione, ho pubblicato il piccolo volume La mafia desnuda. L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, Di Girolamo, Trapani 2017 , in cui si possono trovare testi e documenti atti ad integrare questo sintetico contributo.