domenica 14 agosto 2022

VIVERE DA EMIGRANTI SECONDO GUNTHER ANDERS


www.adista.it

8.8.2022


L'EMIGRANTE SECONDO GÜNTHER ANDERS


Günther Anders, nato a Breslavia nel 1902 e morto a Vienna nel 1992, è stato – all'inizio per scelta, dal 1933 obbligato dalle leggi razziali naziste – un nomade (Francia, Stati Uniti, Austria le tappe principali). Nel 1962 ha pubblicato sulla rivista “Merkur” un saggio nel quale riflette filosoficamente sulla propria biografia e, a partire da questa, sul destino di tante altre persone ancora più sfortunate: L'emigrante (Donzelli, Roma 2022).

Già il titolo specifica che genere di nomadismo interroga l'autore: la condizione non del “migrante” né dell' “immigrato”, ma dell' “emigrante”. La 'e' (ex) indica moto da luogo, provenienza, distacco: l'e-migrante è colui che non riesce, per difficoltà interiori e per ostacoli oggettivi, a trovare un suo 'in', una sua nuova e definitiva condizione di stabile integrazione.

Ovviamente Anders ha in mente, prima di tutto, il destino dei suoi correligionari ebrei che – come egli stesso aveva sottolineato nel 1933 nel racconto Learsi e nel 1935 nella novella La marcia della fame – sono schiacciati, dovunque arrivino, da un'opposta, contraddittoria, istanza da parte dei nativi: assimilarsi e mantenersi diversi, “abbandonare e insieme conservare la propria estraneità” (come sintetizza nella sua articolata e documentata Postfazione Florian Grosser). In effetti, in quegli stessi anni, i tedeschi (in maggioranza, non tutti) non stavano scatenando l' “aggressività latente” verso l'ebreo - a cui, pure, avevano chiesto di inserirsi nella loro tradizione culturale - proprio “nel momento in cui questi appare troppo adattato, troppo simile a loro”?

Ma – come ogni riflessione autenticamente filosofica – anche questa di Anders non si limita al caso storico concreto e si allarga, per cerchi centrifughi, verso tante altre condizioni di e-migranti, sino a toccare la condizione antropologica in quanto tale.

Come nota Orlando Franceschelli nella sua convinta e incisiva Prefazione, il lettore odierno non può non pensare – mentre legge queste pagine di più di mezzo secolo fa – ai tanti profughi che sperimentano (quando non muoiono prima di entrare nei Paesi occidentali prescelti come meta) le sofferenze indicibili evocate da Anders: “dalla perdita dei diritti politici alla necessità di doversi arrangiare e spesso umiliare per far fronte ogni giorno alle «preoccupazioni del tutto basilari per la nuda vita», fino a quello stato di nuova pubertà e di balbuzie a cui innegabilmente si sente regredire l'emigrante che stenta a esprimersi in una lingua sconosciuta”.

Gli ebrei nella prima metà del XX secolo; africani, medio-orientali, asiatici e latino-americani dalla seconda metà del XX secolo a oggi; ma non è “un tratto fondamentale della conditio humana, che la conditio migrantis si limita a lasciar emergere con straordinaria evidenza”, quella “estraneità di fronte a sé stessi impossibile da superare del tutto” (così Grosser a p. 65) ? Si può rispondere affermativamente perché ogni essere umano ha il privilegio e la condanna di “non-essere-vincolato a un determinato «mondo» o a un determinato «stile»” (ancora Grosser a p. 64), ma a patto di non dimenticare neppure per un momento la differenza fra chi può concedersi il lusso di trasformare la propria “contingenza” ontologica (la “casualità o non-necessità della propria origine che nessun «io» è in grado di causare o di scegliere”) in “libertà” (intesa come capacità di conferire alla “propria condizione esistenziale” “sostanza ai propri atti e nelle proprie decisioni”) (ancora Grosser a p. 65) e chi – schiacciato dalle disgrazie di ogni genere – è condannato a vivere “la condizione di semplice «eccedenza»” (o, come usa papa Francesco, di “scarto”).. 

Affinché nessuna “filosofia dell'emigrazione” , per quanto utile e anzi necessaria si trasformi in cinica osservazione da postazioni sicure (sine cura), è essenziale elaborarla solo in stretta connessione con una prassi (personale e politica) di gestione compassionevole degli e-migranti da ogni dove. Gestione (dunque progettazione, determinazione di regole, efficienza operativa), ma compassionevole (dunque esattamente l'opposto di ciò che Italia ed Europa stanno realizzando appaltando, a regimi autoritari e corrotti, come i governi libico e turco, il lavoro sporco di bloccare l'esodo dei popoli in preda alle guerre, alle epidemie, alla fame e alla sete). 

Augusto Cavadi

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giovedì 11 agosto 2022

IL FEMMINISMO E' SOLO PER DONNE? BELL HOOKS PER UNA POLITICA APPASSIONATA


 "Viottoli"

Anno XXV, n. 1 /2022

IL FEMMINISMO E’ PER TUTTI ?

Per sessismo intendiamo la convinzione che un sesso sia migliore di un altro ed abbia dunque diritto di predominare. Se questo sesso è il sesso maschile, il sessismo si declina come maschilismo. Nell’immaginario collettivo, il femminismo sarebbe la versione opposta: il sessismo al femminile. Se così fosse, maschilismo e femminismo starebbero – sia pur in opposizione reciproca – sullo stesso piano. Ma è davvero così? Per alcune donne è stato, o forse continua ad essere, così. Per altre, invece, il femminismo, lungi dal voler affermare il dominio di un sesso sull’altro, vuole sradicare ogni forma di dominio: è il movimento che mira a liberare la società (dunque tutte e tutti) da ogni forma di sessismo. Così inteso, esso “non è anti-uomini”: poiché “tutti noi, femmine e maschi, siamo stati addestrati fin dalla nascita ad accettare pensieri e azioni sessiste” (quasi sempre si tratta di sessismo maschilista o patriarcale), “le donne possono essere sessiste tanto quanto gli uomini”. E gli uomini possono avere l’interesse, il desiderio, di liberare la società dal patriarcato esattamente come le donne. Questa l’idea centrale (che ne spiega anche titolo e sottotitolo) dell’agile volumetto Il femminismo è per tutti. Una politica appassionata (Tamu Edizioni, Napoli 2021) scritto, nel 2000, dalla pensatrice afro-americana bell hooks (la scelta di evitare le iniziali maiuscole dello pseudonimo è della stessa autrice). 

Nell’impossibilità di restituire la ricchezza di spunti contenuta in queste duecento paginette, mi limito a qualche sottolineatura arbitraria.

La prima: la causa del femminismo non esaurisce lo spettro di cause per cui vale la pena impegnare l’esistenza. Per vivere “in un mondo dove non esiste dominio, in cui donne e uomini non sono simili o neppure sempre uguali, ma dove l’idea della reciprocità è l’ethos che modella la nostra interazione”, “la rivoluzione femminista” è necessaria e, tuttavia, insufficiente: va coniugata con il superamento del “razzismo”, del “classismo” e dell’ “imperialismo”. L’autrice rimprovera ad alcune versioni del femminismo di concentrarsi sulla promozione socio-economica delle donne in generale, dimenticando che tale emancipazione è possibile, in una società divisa in classi sociali e in etnie d’origine, solo alle donne appartenenti, in uno Stato colonialista come ad esempio gli USA, alle classi medio-alte e di colore bianco: non è altrettanto possibile alle donne che vivono in Paesi colonizzati né, negli stessi USA, che appartengono a classi sociali svantaggiate e/o a minoranze etniche. Si può osservare che – con leggere differenze – il contesto statunitense è simile all’europeo e che, perciò, anche in Italia si dovrebbe coltivare uno sguardo complessivo sull’intreccio fra le tematiche femministe, le sperequazioni socio-economiche interne al nostro Paese, le difficoltà supplementari che devono affrontare gli immigrati (specie extra-comunitari) e i meccanismi di sfruttamento attivati dal nostro sistema nazionale ai danni di Paesi meno autonomi politicamente. Coltivare un tale sguardo sinottico, globale, non implica che ciascuno/a di noi si dedichi, contemporaneamente, ad affrontare tutte queste problematiche: di fatto potrà concentrare soltanto su un fronte di battaglia le proprie energie. Purché questa sorta di “divisione del lavoro” avvenga nella consapevolezza che la guerra verso le ingiustizie è molto più ampia e articolata dell’ambito settoriale in cui ci si impegna. Da qui il rispetto, anzi la solidarietà attiva, verso ogni altra persona che si impegni per altre cause sociali (anche non citate dall’autrice, come ad esempio la questione ecologica). 

Una seconda sottolineatura: il femminismo è una pratica politica, ma non priva di radici spirituali. Attenzione, però! Spiritualità non è sinonimo di religiosità né ancor meno di appartenenza ad una chiesa. In tutte le religioni storiche il maschio ha avuto la preminenza sulla femmina. Il femminismo si è dunque impegnato in due tempi: innanzitutto a criticare l’impianto maschilista e patriarcale delle religioni di appartenenza (anche, ma non solo, la religione ebraico-cristiana) delle donne credenti; poi – e qui sono state coinvolte anche le donne estranee alle grandi tradizioni religiose storiche – a esplorare quei campi ‘spirituali’ che si trovano al di là dei recinti delle istituzioni confessionali (dal momento che vi sono molte maniere di vivere una propria spiritualità autentica). Per le donne e gli uomini che vogliono informarsi e aggiornarsi è ormai evidente che “la liberazione da ogni forma di dominio e di oppressione è in sostanza una ricerca spirituale”: sia perché non c’è lotta politica efficace senza una qualche forma di spiritualità sia perché, all’inverso, non c’è spiritualità autentica che non si traduca operativamente in liberazione da ogni forma di oppressione.

Una terza sottolineatura: la consapevolezza dei diritti delle donne – come avviene per ogni altro genere di diritti – non si acquisisce una volta e per sempre. Va rinnovata, pedagogicamente, di generazione in generazione: “Quando il movimento femminista contemporaneo ha preso il via, avevamo una visione della sorellanza ma nessuna conoscenza concreta del lavoro effettivo che avremmo dovuto fare per trasformare la solidarietà politica in realtà. Grazie all’esperienza e al duro lavoro e, sì, imparando dai nostri fallimenti e dai nostri errori, adesso disponiamo di un corpus di teorie e pratiche condivise che può insegnare alle nuove convertite alla politica femminista che cosa va fatto per creare, mantenere e proteggere la nostra solidarietà. Poiché masse di giovani donne sanno poco del femminismo e molte presumono erroneamente che il sessismo non sia più un problema, l’educazione femminista alla coscienza critica deve essere continua. Le pensatrici femministe più anziane non possono presumere che le giovani giungeranno a conoscere il femminismo semplicemente diventando adulte. Hanno bisogno di una guida. Nella nostra società le donne stanno complessivamente dimenticando il valore e il potere della sorellanza. Il rinnovato movimento femminista deve alzare ancora una volta la bandiera e proclamare daccapo «la sorellanza è potente»”. 

La dimensione pedagogica che il movimento femminista non dovrebbe dare mai per scontata, o addirittura superflua, si collega in questo “manuale” con l’attenzione ai minori: infatti la “violenza domestica” non è esclusivamente esercitata da uomini su donne, ma si registra altresì “nelle relazioni tra persone dello stesso sesso” (dunque anche fra “donne in coppia con altre donne”) e, da parte di “adulti di entrambi i sessi”, ai danni di “bambini”. Come ha scritto la medesima bell hooks in un libro precedente (anch’esso disponibile in traduzione italiana col titolo Elogio del margine, edito insieme ad una conversazione con Maria Nadotti intitolata Scrivere al buio), “donne e uomini devono opporsi all’uso della violenza come strumento di controllo sociale in tutte le sue manifestazioni: guerra, violenza maschile contro le donne, violenza degli adulti contro i bambini, violenza adolescenziale, violenza razziale, eccetera. L’impegno femminista per porre fine alla violenza maschile contro le donne deve espandersi in un movimento teso a mettere fine a ogni forma di violenza”.

Una quarta sottolineatura: il femminismo non è negazione dell’amore tout court, ma solo di una sua versione patriarcale-maschilista. E’ contestazione dell’idea che “l’amore romantico” renda “inconsapevoli, impotenti e fuori controllo” al punto che si possa “fare qualsiasi cosa: picchiare le persone, limitarne i movimenti, perfino ucciderle e definirlo un «delitto passionale», dichiarare «la amavo al punto che ho dovuto ucciderla»”. Se in una prima fase del femminismo c’è stata la tendenza a diffidare dell’amore e ad occuparsi della lotta per “i diritti e il potere”, è tempo di proporre “un discorso femminista positivo sull’amore”: inteso come cura “della crescita reciproca e dell’autorealizzazione tanto nella coppia” (omosessuale o eterosessuale) “quanto nell’esercizio della funzione genitoriale”. L’apporto specifico del femminismo all’elaborazione (incessantemente necessaria) di una teoria dell’amore è, probabilmente, nella sottolineatura che “non può esserci amore senza giustizia”.

Una quinta sottolineatura se il femminismo non è la manifestazione pubblica, collettiva, del risentimento femminile contro gli uomini; se esso è la rivolta contro “le idee e gli atti sessisti, a prescindere dal fatto che a perpetuarli sia una donna o un uomo, un bambino oppure un adulto”; se il totem da abbattere non è questo o quel singolo individuo maschilista, bensì “il sessismo sistemico istituzionalizzato”, allora non può sorprendere che alcuni uomini possano mirare a incarnare una “maschilità femminista”. L’espressione è volutamente ossimorica, provocatoria. Ovviamente non si tratta di annacquare la maschilità dei maschi, al contrario di liberarla dalle scorie, di rafforzarla e di farla splendere in misura più luminosa. Essa vuole costituire l’inversione dell’ “idea militaristica e patriarcale della maschilità”: “ecco perché il movimento degli uomini ha davvero cercato di insegnare ai maschi a riconnettersi con i propri sentimenti, a rivendicare il bambino interiore perduto e a nutrire la sua anima, la sua crescita spirituale”. Probabilmente “maschilità femminista” è una formula che conviene adoperare con cautela, a tempo: può servire come choc per scuotere la pigrizia mentale di chi misconosce la raccomandazione junghiana di conciliare, in sé stessi, la dimensione ‘maschile’ e la dimensione ‘femminile’. Ma in prospettiva sarebbe meraviglioso poterla abbandonare una volta che nel senso comune la maschilità senza aggettivi, la maschilità autentica, sarà già intesa come armonia psico-fisica, tenerezza relazionale, propensione alla cura…senza la necessità di evocare qualità convenzionalmente attribuite alle donne.

Comunque lo si voglia denominare (maschilità femminista o risanata o integrale o matura o ‘plurale’…), questo modello di pensiero e di vita va guadagnato con metodo. Non lo si acquisisce con uno schiocco di dita da un giorno all’altro. Ecco perché bell hooks sostiene che “i maschi di tutte le età hanno bisogno di ambienti in cui la loro resistenza al sessismo sia espressa e valorizzata”: ambienti in cui essi possano auto-formarsi, ma anche progettare interventi pedagogici per “spiegare a ragazzi e uomini che cos’è il sessismo e in che modo lo si può trasformare”. Il proliferare di tali “gruppi maschili” farebbe bene non solo ai maschi, ma a tutto il femminismo militante: “senza i maschi come alleati nella lotta il movimento femminista non progredirà. […] Un maschio che si è spogliato del privilegio maschile, che ha fatto propria la politica femminista, è un valido compagno di lotta, tutt’altro che una minaccia per il femminismo, mentre una donna che resta legata al pensiero e al comportamento sessista infiltrandosi nel movimento femminista costituisce una seria minaccia”. 

Una sesta e ultima sottolineatura riguarda il linguaggio con cui femministe (e, aggiungerei, almeno per quanto riguarda l’Italia, maschi solidali con la causa femminista) espongono al grande pubblico le proprie tesi. Che ci sia bisogno di luoghi, come le università, in cui si elabori un pensiero complesso e ci si confronti con vocaboli tecnici, è inevitabile. Ma, man mano che si acquisiscono delle teorie, ci si deve porre seriamente il problema della loro traduzione per chi vive nella quotidianità. Invece non possiamo non condividere l’autocritica di bell hooks quando scrive: “non abbiamo prodotto un corpus di teoria femminista visionaria scritto in un linguaggio accessibile o condiviso tramite la comunicazione orale. Oggi nei circoli accademici la teoria femminista più celebrata è scritta in un gergo sofisticato che solo chi ha una buona istruzione è in grado di leggere. Nella nostra società la maggior parte delle persone non conosce neppure l’abc del femminismo; non può acquisirlo tramite documenti di diverso tipo, manuali scolastici e così via, perché questi materiali non esistono. Se vogliamo ricostruire un movimento femminista che sia davvero per tutti, questi materiali vanno creati”.

Una chiosa a margine : di questo libro, a mio parere quasi per intero condivisibile, mi lasciano perplesso solo le pagine dedicate, all’interno del capitolo sui “diritti riproduttivi”, al tema dell’aborto. Non penso che il feto sia riducibile, biologicamente, a una “parte” del corpo della donna: esso è costituito da “parti” del corpo maschile e, soprattutto, comporta una qualche forma di consistenza autonoma rispetto ai corpi dei genitori. Che questo dato oggettivo, scientifico, ponga interrogativi etici, mi pare innegabile e mi stupisce un po’ che un’intelligenza spregiudicata e sensibile come l’autrice non ne faccia cenno neppure en passant. Combattere l’impostazione tradizionale, che ha attribuito a tutti (mariti, medici, politici, preti…) tranne che alle madri il diritto di decidere in questo campo, è ovviamente sacrosanto, fuori discussione. Ma non si aiutano le donne in difficoltà a decidere se – una volta liberatele dalle minacce legali - le si illude che si tratti di un’operazione chirurgica del tutto assimilabile all’asportazione di un’appendice infiammata o di un tumore minaccioso. Data la rilevanza tragica, che non va banalizzata, di simili decisioni – e le inevitabili conseguenze psichiche nell’animo della donna – trovo più convincente insistere, come accenna la stessa bell hooks, sulle strategie da attivare per prevenire situazioni moralmente impegnative: “se l’educazione sessuale, la prevenzione sanitaria e un facile accesso ai contraccettivi venissero offerti a tutte le donne, saremmo in meno ad avere gravidanze indesiderate. Di conseguenza, il bisogno di aborti diminuirebbe”. 


Augusto Cavadi

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domenica 7 agosto 2022

IL "GENIO" DI PALERMO

(Nella foto di Adriana Saieva un'interpretazione del "Genio" di Palermo realizzata con i bambini della scuola)

Il Gattopardo”

Edizione Sicilia

Agosto 2022

Né ‘geni’ laici né sante cattoliche

Il visitatore attento potrebbe notare che, in molti luoghi di Palermo, troneggia la medesima figura (scolpita o dipinta): un vegliardo incoronato che, con un rettile in mano, affonda i piedi nudi in una conca d’acqua. Nell’icona del “Genio” della città - Tutor urbis – il serpente sembra mordere il petto del vecchio che lo tiene in grembo e una scritta ne spiegherebbe il significato: Alienos nutrit, seipsum devorat (“Nutre gli stranieri, divora se stesso” o – secondo un’altra versione – “divora i suoi”). 

La città di Palermo, dunque, avrebbe un doppio volto: agli stranieri riserva “mille e mille gentilezze” (secondo la testimonianza del conte polacco Michel-Jean de Borch che commenta la scritta nel 1776), mentre, auto-lesionisticamente , si condanna “alla maldicenza, alla calunnia, alla gelosia, all’invidia fra’ Cittadini” (come, qualche decennio dopo, annota il visitatore lombardo Carlo Castone, Conte della Torre di Rezzonico). 

Il “Genio” di Palermo, protettore ‘laico’ rappresentato per la prima volta nel 1489, anticiperebbe, dunque, di circa due secoli la proclamazione di Rosalia come protettrice ‘cattolica’. Anzi – come apprendo dal documentato, gradevole volume di Alessandro Dell’Aira e Giovanni Purpura Oh ! Mio povero Re. Controstoria del Genio di Palermo (40due Edizioni, Palermo 2021) – all’inizio del Settecento, per evitare conflitti ideologici, il gesuita Ignazio del Vio rilanciava la credenza che fosse stato proprio il Genio a inspirare la ricerca, sul monte Pellegrino, delle reliquie taumaturgiche di Rosalia. Solo qualche decennio prima, nel 1689, un’incisione di Antonino Grado rappresentava il Genio disteso ai piedi della santa e con un cartiglio inequivoco: In manibus tuis sortes meae (“Nelle tue mani il mio destino”).

Nel XXI secolo sarebbe arrivato il tempo per i palermitani di assumersi le proprie responsabilità senza delegare né a geni laici né a sante cattoliche il compito di proteggerli dall’insipienza e dalla corruzione ?

Augusto Cavadi 

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venerdì 5 agosto 2022

VINCENZO SPINELLI, UN ALTRO DEI TANTI EROI 'BORGHESI' DELLA LOTTA ALL'ARROGANZA MAFIOSA


Vincenzo Spinelli, eroe civile che non si piegò alla mafia

E’ giusto che le vittime di mafia illustri  – 

con espressione poco gradevole: i cadaveri eccellenti – 

siano ricordate con ammirazione e gratitudine da 

chi crede nei principi della democrazia costituzionale.

Ma a patto che si non corra il rischio di dimenticare

 quegli altri caduti, molto meno noti, che si sono 

opposti al dominio mafioso a mani nude, senza 

quel minimo di protezione di cui fruiscono

 le figure istituzionali in prima linea.


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mercoledì 3 agosto 2022

CHIESA CATTOLICA E MAFIA SICILIANA DALL'UNITA' D'ITALIA (1861) AL VATICANO II (1962 - 1965)


 “Adista Segni Nuovi”

6.8.2022

CHIESA E MAFIA LUNGO LA STORIA. LA DEMOCRAZIA SALVA LA VITA

Don Francesco Michele Stabile è stato lo storico della Chiesa cattolica che per primo, negli anni Settanta del secolo scorso, ha rotto il silenzio sulle relazioni pericolose fra il mondo ecclesiale e il mondo delle mafie. Innumerevoli i suoi libri, articoli, interventi in convegni e assemblee su questa spinosa tematica. E di segno opposto le reazioni, ora ammirate ora adirate, che ha suscitato il suo infaticabile lavoro di ricercatore, ma anche di operatore pastorale e sociale. Poiché la maggior parte della produzione saggistica, anche a firma sua, si è occupata dei decenni dal 1963 (anno della strage di Ciaculli) a oggi, Stabile ha ritenuto opportuno concentrarsi sul lungo periodo precedente: dall'unità d'Italia (1861) agli inizi del Concilio Vaticano II (1962 – 1965). E' nato così il monumentale, imperdibile, volume La Chiesa sotto accusa. Chiesa e mafia dall'unificazione italiana alla strage di Ciaculli, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2022, pp. 546, euro 42,00: un testo certamente impegnativo, nonostante lo stile scorrevole e piano dell'autore, ma che non potrà mancare nelle biblioteche – ecclesiastiche e 'laiche' – degli Istituti di ricerca interessati alla complessiva storia moderna e contemporanea del nostro Paese.

Diciamo subito che la lettura di queste pagine risulterà deludente a chi si aspetti o una critica amara, rabbiosa, da parte di un prete cattolico nei confronti della propria Chiesa di appartenenza, o – all'opposto - un'avvocatesca apologia che giustifichi errori e omissioni ecclesiali: come ogni opera storiografica autentica, anche questa infatti è mossa né da ira polemica né da zelo missionario, bensì dalla pacata, inesorabile, volontà di capire come sono andate effettivamente le cose.

Nell'impossibilità di riassumere più di cinquecento pagine, fitte di note che per giunta rimandano ad altri titoli e a varie fonti archivistiche, possiamo limitarci ad ascoltare le conclusioni che don Stabile stesso trae nella sua Postfazione: “Incontriamo, nella storia dei primi cento anni di confronto della Chiesa siciliana con la realtà mafiosa, peccatori, martiri e profeti. Mi pare comunque, nonostante rilevanti limiti e ritardi, sia da correggere una immagine di Chiesa totalmente agnostica sulla mafia, tutta indifferente, tutta tollerante, tutta compromessa, come sembra risultare da certe ricostruzioni giornalistiche. Il mondo ecclesiale ha vissuto purtroppo nel bene nel male sul fronte della mafia fino al Concilio Vaticano II le stesse incertezze, la stessa indifferenza, gli stessi limiti di comprensione, di silenzi, e, in alcuni casi, di compromessi, che erano propri di tutta la società siciliana. La lunga marcia della Chiesa tra silenzi e parole per approdare a orizzonti nuovi e a un nuovo protagonismo nella liberazione dalla mafia è continuata nell'ultimo trentennio del Novecento e continua nel primo ventennio del Duemila, coinvolgendo non solo la Chiesa siciliana ma tutta la Chiesa italiana e lo stesso papato. Ritengo che nella storia della liberazione dell'isola dalla mafia una parte non secondaria l'abbia svolta anche la Chiesa con il sacrificio dei preti uccisi dalla mafia, e continua a svolgere in collaborazione con le forze più sane della società. Il cammino però è ancora lungo perché non tutti i componenti del mondo ecclesiale hanno maturato questa consapevolezza, anzi si nota una certa resistenza a costruire il regno di Dio nella storia, limitandosi solo alla conversione individuale, certamente necessaria. C'è bisogno di convertire anche le strutture di male presenti in questo mondo e la mafia è un male strutturale che richiede un impegno specifico della Chiesa”. 

In cosa potrebbe consistere questo “impegno specifico”? Stabile lo esplicita: “L'alternativa profetica che la Chiesa può offrire a una società atomizzata, piena di contraddizioni sociali e politiche, devastata dalla mafia, dal clientelismo e dalla corruzione, è la costruzione di un cattolicesimo di comunità di fede coerenti, nelle quali vivere relazioni umane ricche dello spirito alternativo di Gesù Cristo, e collaborare, con modalità ispirate dal Vangelo, alla realizzazione di una società giusta e partecipata dove il potere diventi servizio. Solo nella demistificazione del potere si può svuotare l'ideologia della mafia che del potere come dominio fa l'essenza del suo esistere. E questo è compito della Chiesa in ogni situazione in cui l'esercizio del potere diventa dominio dell'uomo sull'uomo”. 

Ma – è questo un punto su cui anche quanti di noi sono grati ammiratori dell'opera storiografica di don Stabile aspettano da decenni parole chiare – come può un 'istituzione verticistica, gerarchica, modellatasi secondo l'Impero romano prima e le monarchie assolute dopo, diventare – al di là delle belle frasi a effetto - modello di esercizio del potere come servizio? Quando Stabile afferma che la Chiesa cattolica è “chiamata confessare anche il proprio mea culpa davanti a Dio e alla società per il ritardi nella sua conversione”, sembra riferirsi agli inevitabili 'peccati' dei singoli senza mettere in discussione l'impianto complessivo della Chiesa. Qui bisognerebbe afferrare il toro per le corna: o Gesù e Paolo hanno pensato e voluto una Chiesa sostanzialmente piramidale (e allora bisogna rassegnarsi a costituire, nei secoli, più un modello piramidale per altre organizzazioni che un contro-esempio alternativo) oppure ha ragione tutto il mondo riformato, da Lutero a oggi, che riconosce come fedele al dato biblico solo un assetto 'democratico' o, come direbbe Aldo Capitini, “omnicratico” (e allora la Chiesa cattolica deve accelerare un processo di 'rifondazione' che solo le impedirebbe di costituire un modello organizzativo anche per le cosche mafiose). 

L'obiezione a queste perplessità – mie e non solo mie – è abbastanza prevedibile: non è compito dello storico in quanto tale, ma se mai del teologo, avanzare critiche di principio, di metodo, alle strutture portanti della Chiesa. Da Hans Küng a Eugen Drewermann, da Leonard Boff a Ortensio da Spinetoli, molti hanno provato a occuparsi di questo versante della problematica: ma sappiamo come sono stati trattati dal Magistero. La “radicalità” evangelica invocata da Stabile potrà essere vissuta dalla Chiesa sino al punto da accettare che dei suoi stessi figli (non stiamo parlando di 'avversari' e 'mangiapreti' !) si interroghino sui fondamenti dell'ecclesiologia dominante da Innocenzo III e Bonifacio VIII sino addirittura allo stesso Francesco, che rischia lo scisma ogni volta che osa proporre ritocchi e limature molto meno rilevanti?

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com