domenica 8 dicembre 2019

SMENTIRE EDMONDO DE AMICIS !

“Il Gattopardo”
Novembre 2019

SMENTIRE EDMONDO DE AMICIS !

Nel 1906 Edmondo de Amicis – sì, lui, l’autore di “Cuore” – chiude la sua vita di uomo e di scrittore pubblicando i Ricordi d’un viaggio in Sicilia. Il libretto è rintracciabile in commercio perché riedito, alcuni anni fa, da un’attenta casa editrice palermitana. E merita di essere letto sia dai siciliani che dai visitatori riflessivi della Sicilia.
Oggi mi limito a riportare due osservazioni dell’acuto scrittore ligure: osservazioni che – come è inevitabile quando si parla dei siciliani – sono di segno opposto, in relazione dialettica. La prima considerazione, infatti, è laudativa: “Ciò che colpisce più fortemente subito l’Italiano del Settentrione, venuto nell’isola per la prima volta, sono gli occhi dei suoi abitatori. Disse un illustre napoletano che, venendo per la prima volta nell’alta Italia, gli parve che la gente non avesse occhi: noi stessi abbiamo una tale impressione ritornando nel nostro paese dal Mezzogiorno; ma ritornando dalla Sicilia in particolar modo. Oh quegli occhi siciliani così profondi, così acutamente scrutatori, così pieni di sentimento e di pensiero, e pur così misteriosi quando il loro sguardo non è spiegato dalla parola o animato da una passione determinata, intorno alla quale non ci possa esser dubbio! Avete già lasciato l’isola, molti ricordi di luoghi famosi e di spettacoli incantevoli del suo mare e del suo cielo si sono già confusi nella vostra mente; ma vedete quegli occhi, un balenio di pupille oscure come sparse per l’aria, che vi dicono mille cose non ben chiare, e par che vi leggano l’anima, senza svelarvi l’anima che fiammeggia in loro”.
 Ma, con la stessa onestà intellettuale e lo stesso amore per i siciliani, De Amicis, poche righe dopo, non può fare a meno di aggiungere una considerazione meno laudativa: nell’isolano,  “quel fortissimo sentimento individuale che in altri popoli è il più grande propulsore di iniziative, produce l’effetto di far curvare l’individuo dinanzi all’individuo, di far idolatrare la forza, di assoggettare le moltitudini a pochi padroni, di perpetuare lo spirito del feudalesimo nella politica, nelle amministrazioni, in tutti i campi della vita pubblica!”. 
Sarebbe bellissimo, un giorno, poter smentire, queste ultime righe di De Amicis !

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 6 dicembre 2019

IL VANGELO DELLE PRIME DUE DOMENICHE DI AVVENTO (8 -15 DIC.)

L'agenzia di stampa "Adista" chiede, ciclicamente, ad alcuni 'ospiti' di vario orientamento un commento 'laico' sui vangeli che la Chiesa cattolica propone nelle varie domeniche. E' confortante sapere che ci sono preti cattolici e pastori protestanti in Italia che utilizzano queste riflessioni extra-ecclesiali per le proprie omelie. Onorato della richiesta, ho mandato alla rubrica "Omelie fuori dal tempio" i commenti per le quattro domeniche di Avvento 2019: 1,8,15,22.
Qui di seguito le prime due puntate relative al 1 dicembre e all'8 dicembre.
                                                         ***
LA RIVOLUZIONE DELL'UMANITA'
("Adista" del 2.11.2019)

I di Avvento 2019

Mt 24, 37-44
Dal Vangelo secondo Matteo:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».

Gesù – almeno sulla base di questa pagina del vangelo secondo  Matteo – preannunzia una improvvisa, radicale, frattura nella linea del tempo. Questo modo di vivere, questo assetto sociale, sarà sconvolto da un evento che avverrà certamente, ma di cui si ignora la data: la “venuta del Figlio dell’Uomo”, del “Signore”. Di chi sta parlando Gesù? Di sé ? Di un altro messia? Gli esegeti non hanno un’opinione definitiva in proposito. Forse, per noi che leggiamo a scopi più esistenziali che scientifici, questa incertezza non ha molta importanza.  Decisive, invece, altre considerazioni.
La prima: viviamo in un regime socio-culturale precario. Non solo precario di fatto, ma anche di diritto: un sistema che non merita di essere considerato definitivo. Per quali ragioni? Il testo non lo dice esplicitamente. Si allude a un ritmo quotidiano fatto di piccoli obiettivi – mangiare, bere – e di scelte più impegnative – prendere moglie, prendere marito – che non trascendono gli angusti confini della soggettività e della famiglia. Oggi – forse meglio: nel Sessantotto – diremmo che si allude a un’ordinarietà ‘borghese’. Nulla di grave, ma neppure di eroico: è la tranquillità di chi evita azioni malvage con la stessa cura con cui evita gesti magnanimi. La globalizzazione, abbattendo molti muri fra i continenti, ci rivela che questa ‘normalità’ non è così innocente come sembra: una porzione dell’umanità può mangiare, bere, riscaldarsi, muoversi, comunicare via cellulari e computer…solo se il resto della popolazione mondiale accetta di restare in condizioni di sfruttamento sistemico. Qualora anche indiani o cinesi, nigeriani o brasiliani, chiedessero – come di fatto sta avvenendo – di raggiungere simili standard di consumo, l’equilibrio climatico e politico entrerebbe in crisi: come di fatto sta avvenendo. 
Oggi siamo dunque in grado di intendere molto meglio dei nostri progenitori l’avvertimento del vangelo: il nostro assetto culturale ed etico è intrinsecamente destinato a entrare in crisi. Funziona in maniera tale da rendere inevitabile la propria implosione. Chi sarà il Soggetto che accenderà la miccia, che spezzerà l’ovvietà, che segnerà il passaggio dal vecchio al nuovo mondo? In questo testo si fa riferimento all’irruzione di un Altro, di un Personaggio misterioso ma non del tutto privo di lineamenti antropomorfici. Questo elemento, in una fase storica di problematizzazione del “teismo”, ci risulta meno digeribile. Davvero le vicende della storia sono guidate dall’Alto e dall’Esterno o – se un Dio vive – opera negliuomini e grazie ad essi? Già gli Ebrei hanno conosciuto filoni interpretativi che identificano il Messia non con un individuo, ma con l’intero popolo d’Israele. In questa direzione di pensiero, forse ci viene più logico supporre che il Messia possa essere l’intera umanità. Che, costretta dai suoi fallimenti epocali o/e illuminata dalla saggezza dei suoi migliori esponenti, possa  farsi protagonista attiva – e non mera spettatrice passiva – di un ribaltamento dell’ attuale  assetto intellettuale, morale e politico-economico. Un ribaltamento rivoluzionario nella sostanza, non necessariamente nelle modalità consuete: dunque radicale, non necessariamente repentino. In ogni ipotesi, divisorio: ci saranno uomini e donne disponibili a mutare vecchie concezioni e vecchi stili di vita, altri ed altre che – abbarbicati e abbarbicate al passato – opporranno tenace ma inutile resistenza.

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“ADISTA”
2.11.2019

Seconda di avvento – anno A
 Mt 3,1-12

FRA PROFEZIA E ISTITUZIONE
Quando è stata scritta questa pagina sono trascorsi almeno 40 – 50 anni dagli eventi raccontati. La narrazione è dunque tendenziosamente, inevitabilmente, retroattiva. Figure e parole sono come tipicizzate: da una parte Giovanni il Battista (iniziatore di un movimento religioso in concorrenza col movimento religioso che si rifaceva a Gesù di Nazareth), dall’altra – appunto – Gesù stesso. Che rapporto storico è intercorso, effettivamente, fra i due predicatori? Non lo sappiamo e, probabilmente, ormai non lo sapremo più con certezza. Sappiamo l’interpretazione che un evangelista cristiano vuole fissarne nella memoria della sua comunità. A suo avviso Gesù rappresenta l’inveramento e il superamento del Battista.
L’inveramento perché egli accoglie, valorizza, rilancia l’essenziale del messaggio del Precursore:  «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» dice Giovanni; << Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo>> (Mc 1, 15) gli fa eco Gesù. 
Il superamento perché, sempre nella ricostruzione retrospettiva di Matteo, il Battista stesso avrebbe presentato la sua missione come propedeutica alla missione del Cristo: <<Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Viene spontaneo chiedersi come mai, almeno agli occhi del redattore del vangelo secondo Matteo, si sia consolidata questa sorta di gerarchia spirituale nella quale Giovanni Battista occupa il ruolo di apripista rispetto al Messia. Con categorie sociologiche contemporanee risponderei: perché il movimento attivato dal primo era rimasto “movimento” (e, come tale, mezzo secolo dopo, si era pressoché estinto), laddove il movimento avviato dal secondo era diventato “istituzione” (e, in quanto tale, si era configurato organizzativamente e diffuso anche fuori dalla Palestina). 
Questa trasformazione, questa istituzionalizzazione, era stata effettivamente prevista e voluta da Gesù? Sulla base di vari indizi, sembrerebbe di no. Essa è stata piuttosto opera di Paolo di Tarso, le cui lettere autentiche  (non dimentichiamolo !) sono scritte e diffuse fra la crocifissione di Gesù e la redazione del vangelo matteano. 
Dopo venti secoli non possiamo sottrarci alla domanda se il passaggio dell’eredità gesuana da movimento ebraico ereticale a chiesa cristiana sia stata una benedizione o meno. Da una parte, infatti, si deve ammettere che questa metamorfosi ha attenuato di molto la rivoluzionarietà originaria del messaggio e dell’opera del Nazareno; dall’altra, però, non si può negare che senza di essa oggi non avremmo memoria né di Gesù né di Giovanni. E’ la legge – forse la tragicità ? - di tutti gli eventi storici innovatori. Forse non resta che una strada: la riforma continua della chiesa. La rifondazione, coraggiosa e incessante, delle istituzioni sulla base del vangelo e dei “segni dei tempi”, nella convinzione – formulata dal giovane Ratzinger – che la chiesa può sopravvivere solo se si auto-interpreta “sotto la Parola di Dio”.

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martedì 3 dicembre 2019

EDGAR MORIN LETTO DA ANTONINO CANGEMI

1.12.2019

EDGAR MORIN E IL MEDITERRANEO FRA CONFLITTI E SPIRAGLI DI FUTURO

di Antonino Cangemi

Nel 1999 Edgar Morin, filosofo e sociologo francese incline a un approccio multidisciplinare ai temi di cui si occupa, pubblicava sulla rivista Confluences Méditerranée un breve ma interessantissimo saggio sul Mediterraneo quale luogo d’incontro e di scontro di civiltà diverse. Vent’anni dopo, per merito dell’editore indipendente Di Girolamo e del saggista Augusto Cavadi, che ne ha curato la traduzione in italiano oltre che la prefazione, quel testo può essere conosciuto in Italia. Il testo di Morin, infatti, è adesso pubblicato da Di Girolamo col titolo Pensare il Mediterraneo – mediterraneizzare il pensiero e col sottotitolo Da luogo di conflitti a incrocio di sapienze nella collana Sponde della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Sezione san Luigi.
Il saggio di Morin su cui si sofferma può a pieno titolo qualificarsi “un classico”, come osserva Cavadi nella prefazione, per almeno un motivo: più passa il tempo più diventa attuale.
In Pensare il Mediterraneo – mediterraneizzare il pensiero Morin osserva innanzitutto come questo mare fu all’epoca dell’impero romano il perno dell’unità politica e che il suo nome deriva dalla sua centralità tra tante terre e civiltà diverse. Col tempo però il Mediterraneo si è trasformato in  punto d’incontro e insieme di divergenza: attorno a esso sono confluiti  “l’unità”, la “diversità”, “gli “opposti”. Da un canto il pensiero umanista del Rinascimento e la razionalità, dall’altro il fanatismo, da un lato il monoteismo, dall’altro il politeismo, da un versante la tolleranza, dall’altro l’integralismo. Ciò ha fatto sì che il Mediterraneo assumesse una particolare importanza non solo nello sviluppo del pensiero ma anche e soprattutto nelle relazioni politiche. La sua mission, pertanto, è stata quella di conciliare gli antagonismi e mediare tra forze contrapposte: impresa non facile. Il Mediterraneo, soprattutto, è diventato il luogo in cui si sono fronteggiate la civiltà occidentale e quella araba-musulmana e con esse le loro religioni: quella dell’occidente, inizialmente connotata dall’assolutismo, col tempo ha rivelato un’apertura “laica”; quella araba-musulmana, all’origine “tollerante”, si è poi manifestata nella sua assolutezza. Secondo Morin, il dialogo tra questi due opposti universi si è complicato ulteriormente quando si è verificato nell’occidente quel fenomeno che il pensatore francese definisce “la perdita della speranza”. Quando cioè, da un lato, gli ideali marxisti sono stati mortificati dai regimi totalitari comunisti e ed è tramontato l’ideale di una palingenesi socialista e, dall’altro, il liberalismo illuministico è stato contraddetto da un liberismo capitalistico tecnocratico e privo d’anima che ha accentuato il divario tra i ricchi e i poveri. “La perdita della speranza” non è stata priva di conseguenze deleterie, secondo l’analisi lucidissima di Edgar Morin. Scrive il filosofo francese: “Quando il futuro è perduto e il presente è malato, allora non resta che rifugiarsi nel passato, cioè a dire nel ritorno alle radici etniche, nazionali e religiose”. Ed ecco l’insorgere dei “nazionalismi”, quei “nazionalismi” che oggi, rispetto a vent’anni fa, quando scriveva Morin, sono più accentuati e diffusi. E purtroppo le cronache politiche dei nostri  giorni, il tanto sangue versato nelle acque del Mediterraneo, i fenomeni di migrazione di massa dai paesi africani a quelli europei, la politica di chiusura dei porti in Europa o comunque la mancanza di coesione e di una visione umanista da parte dell’occidente fanno di Morin un pensatore “veggente”. 
Morin però nel suo saggio preconizza una religione dell’umanesimo fondata sulla fraternità e sulla solidarietà dei popoli che restituisce al Mediterraneo la centralità del dialogo democratico. La sua tesi è un’utopia? Oppure si può ancora sperare nella salvifica “reciproca comprensione delle differenze”? Una risposta la si trova nell’articolata e intelligente postfazione di Alberto Cacopardo, docente di Antropologia presso l’Università degli Studi di Firenze. Una risposta che, pur non tacendo le responsabilità politiche dei paesi dell’Occidente e in primo luogo degli Stati Uniti d’America, offre spiragli di speranza.


domenica 1 dicembre 2019

CHE SIGNIFICA "BUONA" REPUTAZIONE ?

27.11.2019

CHE SIGNIFICA GODERE DI “BUONA” REPUTAZIONE ?

    Una delle “Giornate dell’economia del Mezzogiorno” è stata dedicata, martedì 26 novembre 2019,  al tema “La reputazione nella scuola e nell’università”. La questione messa a fuoco è delicata. Lo sviluppo economico di un Paese ha bisogno di un sistema d’istruzione (elementare, media e universitaria) che funzioni e che meriti una ”buona reputazione”: ma che significa, nell’orizzonte culturale odierno, godere di “buona reputazione”? Dove finisce il (legittimo) desiderio del riconoscimento dei propri pregi e comincia l’inganno del marketing commerciale?

Il legittimo diritto di essere “riconosciuti” per ciò che siamo
   Nel Medio Evo cercare di ottenere una “buona reputazione” era considerato un difetto. Anzi san Benedetto, nella sua Regola, invita i monaci in cerca della perfezione cristiana a sradicare persino il desiderio di una buona reputazione ai propri stessi occhi: il settimo dei 12 gradini dell’umiltà consisterebbe infatti, secondo il padre del monachesimo cenobitico occidentale, “non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti, ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore, umiliandosi e dicendo con il profeta: <<Ora io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe>>” (Capitolo VII). Questo gusto per l’auto-svalutazione non è solo un pallido ricordo del passato. Mi ha colpito apprendere che anche oggi – e anche in ambienti protestanti – si possono ritrovare tendenze del genere. Il vescovo episcopaliano John Shelby Spong racconta di aver appreso da un giovane prete, durante  un viaggio in Nuova Zelanda, dell’esistenza in quella chiesa della  “sindrome del papavero alto” consistente nel “considerare non appropriato brillare, alzare la propria testa sopra la folla. Viene premiato l’istinto gregario, non quello di guida. Quando un papavero cresce più alto degli altri nel campo, regolarmente gli si taglia la testa” (J. S. Spong, Perché il cristianesimo deve cambiare o morire. La nuova riforma della fede e della prassi della Chiesa, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019, p. 203).
    Queste forme di repressione del desiderio di essere apprezzati spiegano – pur senza giustificarla – la mania oggi dominante di mettere perennemente in mostra i propri pregi (veri o presunti): una volta sui giornali e in televisione, ora sul web. A un convegno di alcuni anni fa, a Castellammare del Golfo, un filosofo abbastanza giovane e molto rampante suscitò la divertita attenzione di molti di noi perché dalla mattina alla sera si riprendeva con un tablet e immetteva continuamente in rete ogni sua parola, ogni suo incontro. Questa moda – proprio in quanto sa di eccessivo - stanca prima gli altri e poi noi stessi. Ma nasce da un bisogno, da una esigenza, che va capita e filtrata criticamente.
      E’ almeno da Hegel in poi che sappiamo quanto radicato sia in ciascuno di noi il bisogno di “riconoscimento”: se non sono qualcuno per qualcuno, sono nessuno anche per me. E’ spontaneo tendere a diventare - come individui o come esponenti di istituzioni - i promotori e i difensori della nostra immagine pubblica (si potrebbe dire della nostra onorabilità).
 Le manovre diversive per evitare una “buona” reputazione
 Questa dimensione antropologica pone, però, a una riflessione più attenta, diversi interrogativi. Primo e fondamentale fra tutti: voglio essere davvero riconosciuto nella mia verità ? O, detto altrimenti, voglio che la reputazione di cui godo sia “buona” nel senso che corrisponda all’effettiva realtà del mio essere?
   Se la risposta a livello individuale o collettivo (nel caso di un’organizzazione, per esempio di un’istituzione scolastica o universitaria) fosse affermativa, saremmo nell’ambito della fisiologia, non certo della patologia. Il punto è che spesso vogliamo essere “reputati” non come siamo, ma come non siamo: non secondo verità (per quanto approssimativa), ma secondo qualcuna delle maschere che indossiamo. Se ingannevole, una reputazione non è una “buona” ma ‘cattiva’.
    La distorsione può avvenire in direzioni opposte. Una prima, più nota e socialmente più fastidiosa tendenza è a sopravvalutare ciò che siamo, ciò che facciamo, l’organismo sociale in cui operiamo. La riflessione etica ha parlato, in proposito, di vari vizi: la vanità, la vanagloria, la superbia. Il superbo non si accontenta di essere valutato ‘oggettivamente’, pretende di essere supervalutato come un’auto usata in occasione di vendite promozionali. 
    Meno nota e, comunque, socialmente più tollerata la tendenza opposta all’auto-sottovalutazione. E’ il difetto di auto-stima per cui né si ammettono i propri pregi, i propri talenti, né si desidera che altri li riconoscano. C’è un nome per questa “sottovalutazione non sempre sincera, anzi spesso ipocrita, di se stessi”? Norberto Bobbio la definisce “modestia” (Elogio della mitezza e altri scritti morali, Pratiche Editrice, Milano 1998, p. 43), ma egli stesso sembra oscillare tra considerarla un vizio oppure una virtù, sia pur “debole”.  Personalmente non ho esitazioni nel concepire la “modestia” come una qualità positiva, una virtù: l’attitudine a non cercare sempre e dovunque il proscenio.  Ciò che vorrei cogliere è invece l’atteggiamento di chi esprime, sin dal volto e dal portamento, la convinzione di essere – come recita un detto siciliano -  “nuddu miscatu cu nenti” (“nessuno mescolato con niente”). In mancanza di un vocabolo più adatto chiamerei questo vizio, opposto alla superbia, psico-nichilismo: la percezione di sé come nulla. 
L’umiltà come desiderio di “buona” reputazione
   Aristotele ci ha insegnato che due vizi opposti sono determinabili come tali in riferimento a una virtù che svetta tra e sopra tali vizi. Se la superbia rifiuta una “buona” (perché vera) reputazione tanto quanto, per motivi opposti,  la rifiuta lo psico-nichilismo, quale sarebbe un atteggiamento adeguato? A mio parere, l’umiltà. 
  Mi rendo conto di usare un vocabolo storicamente strapazzato, ma – sino ad ora – non ne trovo uno più calzante e suggestivo. Per me, infatti, l’umiltà - a differenza di Spinoza  (citato da Bobbio)  per il quale consisterebbe nella “tristezza derivante dal contemplare la propria impotenza o debolezza” (ivi, p. 42) – consiste nel gioioso vedersi, ed essere visti,  secondo verità. L’umile sa di essere impastato di humus, di terra: ma la terra, che non è l’intero essere, non è neppure un nulla. L’umile accetta i propri pregi e i propri limiti con distacco ironico: con ‘umorismo’. 
Nel mondo della scuola e dell’università
Il mondo della scuola e dell’università – come il resto del mondo – pullula, dunque, di nemici della retta reputazione: di soggetti che vogliono essere riconosciuti per meriti che non hanno o di soggetti (questi ci sono pure, ma sono pochi e poco noti) che non vogliono essere riconosciuti per meriti che hanno. In entrambi i casi, di soggetti che non si propongono l’umiltà autenticaneppure come ideale regolativo. 
   In questo difetto di prospettiva etica vedrei la radice di molti malesseri contemporanei. Tra singoli docenti (soprattutto all’università) e tra istituti (soprattutto scolastici) vigoreggia la competizione per il prestigio, tanto più sfibrante perché si sa che esso, raggiunto una volta, non lo si può conservare nel cassetto: è piuttosto una conquista continua. Tu puoi essere considerato un docente bravo a trent’anni e mediocre a cinquanta. E ciò non solo perché siamo in divenire (dunque ci evolviamo e ci involviamo), ma anche perché il prestigio è intrinsecamente relativo all’ambiente. In un mondo di ciechi, si dice, beato chi ha un occhio: ma se arriva qualcuno che di occhi ne ha due, il monocolo cessa di essere reputato fortunato e di essere adottato come guida. Parafrasando Foucault, si potrebbe dire: “il prestigioso, proprio perché si tratta di uno che è solo un po’ più prestigioso degli altri, non è mai abbastanza prestigioso da non dover stare in guardia” (cfr. M. Foucault, Bisogna difendere la società in AA.VV., Bisogna difendere la società, Grande, Torino 2002, pp. 16 – 17).
   Non pochi tendono a sciogliere questa fastidiosa problematicità etico-sociale della categoria “reputazione”. O proiettandosi generosamente in avanti, in un mondo utopico dove – secondo l’accezione originaria e autentica di ‘anarchia’ – viviamo e lavoriamo in “libertà, uguaglianza e fraternità”, senza né capi né sperequazioni economiche; o, più prosaicamente, pressando in direzione di un appiattimento demagogico simile a quella notte in cui – hegelianamente – tutte le vacche sono nere. (Questa seconda pista è stata percorsa dall’inizio della Repubblica a oggi, con la conseguenza che per generazioni gli studenti migliori hanno quasi regolarmente scartato l’idea di intraprendere una professione – come l’insegnamento – privo di incentivi economici, morali e sociali). 
  Personalmente condivido il sogno anarchico di una società in cui la competizione non sia rivalità ma emulazione dei migliori (in cui dunque si eserciti il petere cum: il cercare insieme): ritengo, però, che, nell’attesa, l’assenza di qualsiasi valutazione dei meriti (e dei demeriti) sia una ipotesi oggettivamente conservatrice. So benissimo, per aver letto con attenzione il saggio, di Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito (Laterza, Bari – Roma 2019), quante insidie si celino in ogni tentativo di misurare la professionalità di un docente e la valenza educativa di un istituto (scolastico o universitario). Ma, come scrive lo stesso Boarelli, una cosa è  contestare il modo riduttivo di intendere oggi categorie come “valutazione” e “merito” (diciamo l’apparato ideologico costruito strumentalizzandole) e un’altra contestare queste stesse categorie “in quanto tali”: “la parola valutazione” potrebbe essere associata “ad una pluralità di processi, tutti ugualmente possibili, ciascuno con una propria storia e propri orizzonti di riferimento sul piano culturale e pedagogico”, senza ridurla ad una sola “forma specifica”; così come “la parola merito” potrebbe essere liberata dalla identificazione “con i procedimenti attualmente in uso per misurarlo” ed essere definita “facendo riferimento – ad esempio – a valori morali che trascendono la dimensione operativa e strumentale” (p. 63). 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com