venerdì 11 giugno 2021

LA LEZIONE DEL GIUDICE LIVATINO A CREDENTI E 'LAICI'


 “Il Gattopardo”

Maggio 2021

 

LA LEZIONE DI ROSARIO LIVATINO AI CREDENTI E AI ‘LAICI’

 

Il prossimo 9 maggio Rosario Livatino -  un magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990 quando aveva appena 38 anni - sarà proclamato “martire” e “beato” dalla Chiesa cattolica. L’evento potrebbe dire qualcosa sia ai fedeli sia, più ampiamente, ai cittadini. 

Ai fedeli potrebbe ricordare che secondo la logica cristiana nessuna comunione con il divino è autentica se non passa dall’impegno per i diritti degli umani: l’adesione al vangelo implica tanto una dimensione interiore quanto una cura, fattiva e costante, per le sofferenze di tutti i viventi. Come ha affermato una volta Giovanni Paolo II proprio a proposito di questo giovane giudice, chi è martire della giustizia è indirettamente martire della fede. E se in Sicilia “testimoniare” la giustizia significa soprattutto contrastare la criminalità mafiosa, in altre aree del pianeta opporsi al razzismo o alla guerra o allo sfruttamento del lavoro minorile o …

Questa occasione potrebbe costituire un messaggio interessante anche per i ‘laici’ , come si chiamano abitualmente i cittadini esterni al mondo cattolico. In ogni epoca, e nella nostra in particolare, l’ammirazione generale è riservata ai grandi ‘eroi’ che occupano la ribalta della scena pubblica. Ma sono essi davvero i soli, o i maggiori,  protagonisti della storia? O le società vanno avanti, anche e soprattutto, per la fedeltà quotidiana di tante persone anonime che vivono la correttezza, la solidarietà, la compassione, la gentilezza? Talvolta, come nel caso di Livatino, le circostanze tragiche fanno sì che questo eroismo, silenzioso e nascosto, esploda alla luce del sole: e tali esplosioni dovrebbero invitarci a rivalutare la straordinarietà preziosa di tante esistenze ordinarie. Abbiamo molti più “santi della porta accanto”  (in senso sia religioso sia civile) di quanto non sospettiamo: e se non li lasciassimo soli a combattere le loro buone battaglie, certamente sarebbero molti in meno a diventare loro malgrado ‘martiri’.  

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

mercoledì 9 giugno 2021

I BUROCRATI VANNO SOSTITUITI PER DEMERITI PERSONALI O PER CONFLITTI TRA PARTITI DI RIFERIMENTO ?

 

www.girodivite.it

9 giugno 2021

I DIRIGENTI DELL'AMMINISTRAZIONE VANNO SOSTITUITI IN BASE AI MERITI 

O ALLE TESSERE DI PARTITO ?

Sono ormai decenni che la crisi della raccolta dei rifiuti a Palermo mi intriga: dal punto di vista antropologico, infatti, è una miniera di dati. Da profano della materia mi zampillano due o tre domande.

La prima: perché, a differenza di ciò che è notato in varie altre nazioni, la città non viene divisa in settori e a ciascun settore non viene assegnata una squadra di operatori sotto la responsabilità di un capo-squadra? A tutti noi capita di constatare che certi angoli della città sono perennemente trascurati, ridotti a discariche a cielo aperto, ma di questi scempi non c’è un nome e un cognome a cui chiedere conto. 

La seconda: bisognerebbe ammettere con sincerità che un sistema organizzativo del genere metterebbe i capi-squadra (e i dirigenti superiori) a rischio di gravi ritorsioni. Ho raccolto con le mie orecchie le rassicurazioni di un giovane dell’Albergheria che, anni fa, dopo avermi comunicato di essere stato assunto come spazzino, si premurava di precisarmi: “Comunque mi hanno detto che basta mettere la firma per prendere lo stipendio a fine mese. Non è proprio necessario che lavori”. Con queste premesse, l’eventuale rampogna di un capo-squadra sarebbe vissuta dall’inadempiente come uno sgarbo, una prepotenza. Se è così, perché non dirlo apertamente? Possiamo combattere la “mafia” e subire, quotidianamente, la tracotanza dei “mafiosi” ?  La scorta a un magistrato o a un giornalista può essere senz’altro necessaria. Ma , se fosse l’unico modo per mettere i responsabili in grado di far rispettare le regole ai sottoposti, perché non ricorrervi? Sarebbe una piccola, grande, rivoluzione etica e politica.

La terza e ultima domanda: perché un presidente della Rap (come Giuseppe Norata) viene licenziato dal Sindaco Leoluca Orlando nel bel mezzo di una tempesta politica? Il criterio di assunzione e di licenziamento in questi casi non dovrebbe essere la capacità manageriale, misurata dai risultati effettivamente raggiunti? Il messaggio che arriva al cittadino ‘normale’ , come me,  è fortemente ambiguo: o Norata era al posto giusto e vi doveva rimanere per meriti propri (licenziarlo è stato sbagliato) o Norata non era all’altezza del compito assegnatogli e doveva essere rimosso a prescindere dalle dispute fra i partiti presenti nel Consiglio comunale (assumerlo e poi lasciarlo per anni in carica è stato un errore). So di rivelare un’ingenuità adolescenziali, ma non posso vietarmi di sognare che certi incarichi amministrativi vengano, un giorno, assegnati in base alla professionalità certificata e non ai colori della tessera di partito. Sino a quel giorno, le chiacchiere sulla trasversalità politica e sul superamento delle pregiudiziali ideologiche resteranno chiacchiere: utili, se mai, a raccattare qualche voto in più alle prossime elezioni.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

lunedì 7 giugno 2021

IL FESTIVAL DELLE PRATICHE FILOSOFICHE PER I NON...FILOSOFI (DI PROFESSIONE) A POLIZZI GENEROSA (16-18 LUGLIO 2021)


 

 

 

 


UNA MONTAGNA DI….FILOSOFIA

FESTIVAL DELLE PRATICHE FILOSOFICHE SULLE MADONIE

Seconda edizione

 

Organizzato dalla Fondazione “G. A. Borgese” 

In collaborazione con la “Casa dell’equità e della bellezza” (Palermo),

con la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”

e la sponsorizzazione del Gruppo editoriale "Di Girolamo - Il pozzo di Giacobbe" (Trapani)

 

Tre giorni di convivialità tra filosofi e non-filosofi (di professione)”

 

POLIZZI GENEROSA (PALERMO) 16-17-18 Luglio 2021

 

Venerdì 16 luglio

 

ore 14,00 – 15,00: arrivo e sistemazione nella struttura recettiva prescelta da ciascuno

ore 16,00 – 17,00: passeggiata filosofica condotta da Augusto Cavadi

                              Appuntamento a Piazza Gramsci (qualche minuto prima delle 17,00)

 

ore 18,00 – 20,00: “Cosa possiamo fare per fermare la corsa dell’ umanità verso il suicidio globale?”

Conversazione con Maurizio Pallante – Campetto via Santi Gagliardotto (partigiano)

 

 

Sabato 17 luglio

 

ore 9,30–11,30: Colazione col filosofo

 

·       Ai Templari - Piazza Castello: Colazione con Maurizio Pallante su “Ipotesi politiche per salvare il pianeta”

·       Da Tumasella - Piazza Gramsci: Colazione con Giorgio Gagliano su “ <<Simili all'acqua>>: perché il Taoismo è ancora oggi una fonte di saggezza”

·       Pub Paradiso, Via Garibaldi, 50: Colazione con Augusto Cavadi su “L’ideologia ‘gender’ sarebbe un disastro.  Se esistesse”

 

Ore 16,30 – 18,30: “Cosa dice Dante a me «laico»?”

Conversazione con Maurizio Muraglia - Campetto via Santi Gagliardotto (partigiano)

 

21,30: Momento musicale con il violino di Giorgio Gagliano.

 

 

Domenica 18 luglio

 

10, 30 – 12,30: Lo salviamo il mondo dopo la colazione e prima di cena?”

Conversazione con Maria D’Asaro - piazza Carmine

 

16,00 – 18,00: Scambio dei doni immateriali:

Assemblea conclusiva in cui chiunque abbia partecipato anche solo a un evento del Festival ha cinque/dieci minuti per socializzare un’intuizione o una riflessione che ha sperimentato in questi tre 

giorni.

 

 

CHI SONO I NOSTRI RELATORI -  FACILITATORI

 

·       Augusto Cavadi è l’ideatore e direttore scientifico di “Una montagna di filosofia”. E’ filosofo-consulente (riconosciuto da “Phronesis” e, con la moglie Adriana Saieva, co-dirige a Palermo la “Casa dell’equità e della bellezza”. Gestisce anche un blog (nel quale si trovano anche le indicazioni delle sue pubblicazioni): www.augustocavadi.com


·       Maria D’Asaro, “filosofa di strada” , già docente di Lettere e psico-pedagogista, Da pubblicista collabora stabilmente con www.ilpuntoquotidiano.it e gestisce il blog personale www.maridasolcare.blogspot.com . Socia molto attiva della “Scuola di formazione etico-politica G. Falcone” (www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it) è autrice della Lettera a Peppino Impastato riedita, recentemente, nel volume di A. Cavadi, Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi, Di Girolamo, Trapani 2018.


·       Giorgio Gagliano è filosofo e violinista. Più volte relatore in iniziative di filosofia-in-pratica, ha contribuito a due volumi in cui sono stati raccolti contributi per le “Vacanze filosofiche per non..filosofi”: E. Rindone (a cura di), Abitare il mondo: con o senza Dio? La morale tra panteismo, teismo e ateismo, Diogene Multimedia, Bologna 2014; F. Dipalo (a cura di), Democrazia. Analisi storico-filosofica di un modello politico controverso, Diogene Multimedia, Bologna 2016. 


·       Maurizio Muraglia , insegnante di Lettere in un liceo di Palermo, formatore, collaboratore  di riviste pedagogiche e dell’edizione siciliana de “La Repubblica”. Sul sito www.casadellaequitaebellezza.blogspot.it sono disponibili le ‘meditazioni laiche’ su Dante Alighieri che, da due anni, tiene con Laura Mollica (la stessa collega con cui ha pubblicato, recentemente, il libro Dante parla ancora? Il messaggio della Commedia alle donne e agli uomini del terzo millennioDi Girolamo, Trapani 2021). Ulteriori notizie sul suo blog: www.mauriziomuraglia.com.

·       Maurizio Pallante è il fondatore e il leader nazionale del “Movimento per la decrescita felice”. Tra le sue numerose pubblicazioni (cfr. www. decrescitafelice.it): La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal Pil, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2009. Ha curato il volume a più voci Un programma politico per la decrescita, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2008 e, più recentemente,  Sostenibilità Equità Solidarietà, Fondamentali 1.0 d’un progetto politico in costruzione, Lindau, Torino 2019.

 

 

AVVERTENZE TECNICHE

·       Non è prevista nessuna quota di iscrizione né di partecipazione agli eventi (tranne, se non si è già cliente della struttura per la notte, il pagamento anticipato al gestore di euro 5,00 per ogni prima colazione cui si partecipa o il pagamento di ciò che si consuma ai bar )

·       Per ragioni organizzative è gradita una comunicazione di partecipazione all’indirizzo:

·        a. cavadi@libero.it

·       Per ogni ulteriore informazione scrivere a: fondazioneborgese@libero.it -  info@fondazioneborgese.it

 

Informazioni logistico organizzative

 

Per il soggiorno, ogni partecipante è libero di scegliere le soluzioni che preferisce sia per i pasti (potendo scegliere fra diversi ristoranti) che per dormire. Per il pernottamento, l’organizzazione ha concordato  con alcune strutture  ricettive ubicate nel paese in prossimità della casa Borgese, le seguenti condizioni:

 

 

Residence Saint Grace  di  Santino Armano - Largo Regina Elisabetta, 20

santino.armano@gmail.com

 

Sciabakè da Sissi - Via Dogana, 19

0921 649374 cell. 339 6842567

info@sciabake.it
www.sciabake.it

 

CASA VACANZE SAMMARCO

www.pierosammarco.it
Via G. Borgese,39
Cell. 339 6826910
n.2 appartamenti con bagno indipendente n. 8 posti letto
e-mail: piero_polizzi@libero.it

 

AFFITTACAMERE/ CASA-VACANZE
Carini Via Itria


Tel. 091 520173/6900748 cell. 347 5407172


e-mail: 
federico@themenosprogetti.com

 

 

Nella vallata dei giardini, a pochi chilometri dal centro abitato, vi sono anche altre strutture ricettive di tipo agrituristiche presso le quali è possibile soggiornare:

 

 

Giardino Donna Lavia

0921-551104

3396947829

info@giardinodonnalavia.com

giardinodonnalavia@libero.it
www.giardinodonnalavia.com

 

 

Agriturismo Santa Venera

0921-649421

3408661626

info@santavenera.com

agrisantavenera@libero.it

www.santavenera.com

 

Il Baglio di Nonna Clelia

3477925999 - 3476185268

info@ilbagliodinonnaclelia.it

 

Resort Santa Nicola

0921-688672

3482101058

www.resortsannicola.com
E-mail: 
prenotazioni@resortsannicola.it

 

 

La Sorgente delle Madonie

389.0719554 – 329.0627094

E-mail: info@lasorgentedellemadonie.it
www.lasorgentedellemadonie.it

 

Agriturismo Antico Casale

Tel. 0921 551160 fax. 0921 551100

Cell.328.6565678
www.agriturismolanticocasale.it
e-mail: 
la_sorgente.coop@tiscali.it

 

Struttura recettiva

Donna GIOVANNA

 di Danilo Valenza

Cell. 328 255 7572

 

sabato 5 giugno 2021

LA VIOLENZA OMOFOBICA: 3 TRA MOLTE RAGIONI


Nella foto di Fabio Calabrese i docenti di un liceo scientifico palermitano replicano, per solidarietà,  il gesto affettuoso che, poche ore prima, è costato a una coppia di ragazzi omosessuali una vile aggressione mentre passeggiavano per il centro della città.

A commento un mio pezzo nel giorno in cui a Palermo si realizza un corteo pacifico di protesta contro questo squallido episodio:

TRE RAGIONI DEL BULLISMO OMOFOBICO


Perché tanta “crudeltà gratuita” sui gay, come si è chiesto uno dei due turisti aggrediti alcuni giorni fa da una baby gang a Palermo (come già avvenuto in tante altre città della Penisola)?  Delle azioni irrazionali non si possono dare spiegazioni univoche.  Esse sono il risultato di una sommatoria di cause, più inconsapevoli che coscienti. 

L’omosessuale (maschio o femmina, ma il maschio è più riconoscibile come tale) è una delle concretizzazioni plastiche della “diversità”: è altro, è dissimile, fuori dagli schemi a cui siamo abituati (almeno nella nostra cultura) sin da piccoli. In quanto “diverso”, inquieta. Fa un po’ paura. Va evitato o, se si può, cancellato.

Ma non ci scagliamo su ogni monstrum in cui ci imbattiamo. La diversità dei gay, però, evoca – del tutto a torto – caratteri di debolezza, di inferiorità fisica. Ci sono omosessuali atletici, persino allenati alla lotta fisica. Ma nell’immaginario rudimentale sono vulnerabili perché somigliano alle donne. Nei galletti maschilisti si risveglia, dunque, la tendenza (acquisita, non certo innata!) a mostrare i muscoli, a verificare la solidità del proprio ruolo dominante rispetto al sesso “debole”. 

A queste ragioni  - se di ‘ragioni’ si può propriamente parlare – bisogna aggiungerne almeno una terza, ancora più specifica. Uno dei pedagogisti più apprezzati nel panorama nazionale, Giuseppe Burgio, l’ha sviscerata nel suo splendido Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità (Mimesis, Milano 2017). 

Per completare la lettura del post, basta un click: 

https://www.zerozeronews.it/omofobia-da-estirpare-e-presa-di-coscienza-plurale/

giovedì 3 giugno 2021

"SENZA PERDERE LA TENEREZZA": FABIO BONAFE' RILANCIA L'APPELLO DI CHE GUEVARA (DEBITAMENTE RIPENSATO E ATTUALIZZATO)


Fabio Bonafé ha pubblicato un libro bello e istruttivo per quanti di noi siamo alla ricerca di un'alternativa sia alle sclerotiche strutture religiose confessionali sia al crudele cinismo di chi è abbarbicato alla  sfuggente quotidianità consumistica: Senza perdere la tenerezza. Per una spiritualità critica e attiva, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2021, pp. 133, euro 15,00.
Nella speranza di stuzzicare la vostra sana curiosità (non senza il timore di...spegnerla), riporto le due paginette della mia Prefazione (pp. 7 - 8):

Chi conosce il volto di Fabio Bonafé intuisce perché dal primo incontro – ormai anni fa – mi è balenata l’immagine di un micio sornione che avesse assunto, provvisoriamente, sembianze umane. E capisce al volo perché solo un mite, pensoso, arguto, allegro, professore di lettere in quiescenza come lui poteva scrivere le pagine così sagge che state per sfogliare. In esse mette in discussione parametri di giudizio, stili di vita, atteggiamenti quotidiani ormai consolidati nell’opinione comune; ma senza l’acredine del moralista da sala da barba che, per citare il Fabrizio D’André, “dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”. 

Al mio amico Fabio non basta destrutturare, gli importa costruire: tempo fa, si sarebbe detto, infatti, che il suo è un libro ‘edificante’. Costruire mappe per orientarsi nella vita, criteri per affrontarne gli ostacoli con tenerezza e responsabilità, iniziativa e semplicità.

  Ma, affinché si raggiunga – in parte almeno – l’obiettivo, queste pagine vanno meditate o – secondo l’espressione dei monaci medievali – ‘ruminate’. Detto altrimenti: vanno lette con calma, decifrate con attenzione, adottate come benefiche provocazioni (“Sono d’accordo o no? Se no, perché? Se sì, quanto le traduco in comportamento abituale? Cosa potrei inventare per essere più fedele a ciò che mi convince cerebralmente ma non mi converte esistenzialmente?”). Sono le tecniche di lectio divina (o lettura spirituale) che la tradizione cristiana suggeriva per i “libri di pietà” (alcuni più riusciti, altri meno: il gesuita Giuseppe Valentini affermava dei secondi che, nonostante le buone intenzioni, risultavano “libri che fanno pietà”). Se la struttura e la finalità del volume non sono nuove, nuovi sono invece i contenuti: spirituali, certo, ma nell’accezione ‘laica’, ‘a-confessionale’, del termine. 

   Fabio è infatti convinto che si possono soppesare vantaggi e svantaggi della crisi delle religioni tradizionali, ma non è opinabile che sarebbe un disastro se – insieme a dogmi ormai svelati nella loro infondatezza e a precetti ormai smascherati come strategie oppressive – sprofondasse nei bassifondi della storia umana il patrimonio ‘spirituale’ che, comunque, tra mille equivoci e travisamenti, le religioni hanno veicolato attraverso i secoli. Tale patrimonio di idee, di intuizioni poetiche, di simboli, di principi etici, di sentimenti, di emozioni…va continuamente rivisitato, ritradotto, arricchito dalle scoperte delle scienze umane e naturali, integrato mediante il dialogo con le culture più lontane nello spazio e nel tempo, ma non rinnegato.

    La convinzione dell’autore in questa direzione è talmente radicata che lo ha indotto a promuovere, o a contribuire a realizzare, molte iniziative di incontro, di riflessione, di confronto sia nella sua patria originaria (l’Emilia-Romagna) sia nella sua patria d’adozione (l’Alto Adige). Tra queste vanno ricordati almeno i seminari sulla “Tenerezza” organizzati sia a Loiano (sull’Appennino bolognese) sia a Bolzano: momenti preziosi dove poche persone (sì, purtroppo molto meno di quanto ci si augurerebbe) condividono giornate intrecciate di parole e di silenzi, di sorrisi e di abbracci, di nostalgie e di speranze. A me piace interpretare questo libro come una memoria di quei seminari e come un seme che possa crescere e produrre mille altre iniziative del genere. Lo so: Fabio, come me, ha i capelli bianchi e non possiamo aspettarci di vivere chi sa quanto ancora. Difficilmente, però, tipi come noi moriranno di noia.

 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com


martedì 1 giugno 2021

GODERE DI 'BUONA' REPUTAZIONE HA A CHE VEDERE CON IL CRITERIO DEL 'MERITO' ?




 “Le nuove frontiere della scuola”

Novembre 2020

 

CHE SIGNIFICA GODERE DI “BUONA” REPUTAZIONE ?

 

    Lo sviluppo economico di un Paese ha bisogno di un sistema d’istruzione (elementare, media e universitaria) che funzioni e che meriti una ”buona reputazione”: ma che significa, nell’orizzonte culturale odierno, godere di “buona reputazione”? Dove finisce il (legittimo) desiderio del riconoscimento dei propri pregi e comincia l’inganno del marketing commerciale?

 

Il legittimo diritto di essere “riconosciuti” per ciò che siamo

   Nell’educazione cattolica tradizionale desiderare una “buona reputazione” era considerato un difetto. Anzi san Benedetto, nella sua Regola, invitava i monaci a non avere stima per se stessi: il settimo dei 12 gradini dell’umiltà consisterebbe infatti, secondo il padre del monachesimo cenobitico occidentale, “non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti, ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore, umiliandosi e dicendo con il profeta: <<Ora io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe>>” (Capitolo VII). Questa educazione  all’auto-svalutazione non è stata un’esclusiva cattolica. Il vescovo episcopaliano John Shelby Spong racconta di aver appreso da un giovane prete, durante  un viaggio in Nuova Zelanda, dell’esistenza in quella chiesa della  “sindrome del papavero alto” consistente nel “considerare non appropriato brillare, alzare la propria testa sopra la folla. Viene premiato l’istinto gregario, non quello di guida. Quando un papavero cresce più alto degli altri nel campo, regolarmente gli si taglia la testa”[1].

    Queste forme di repressione del desiderio di essere apprezzati spiegano – pur senza giustificarla – , per reazione compensativa, la mania oggi dominante di mettere perennemente in mostra i propri pregi (veri o presunti): una volta sui giornali e in televisione, ora sul web. Come ha scritto qualcuno, videor ergo sum: “sono visto, dunque sono”. A un convegno di alcuni anni fa, a Castellammare del Golfo, un filosofo abbastanza giovane e molto rampante suscitò la divertita attenzione di molti di noi perché dalla mattina alla sera si riprendeva con un tablet e immetteva continuamente in rete ogni sua parola, ogni suo incontro. Questa moda – proprio in quanto sa di eccessivo - stanca prima gli altri e poi noi stessi. Ma nasce da un bisogno, da un’ esigenza, che va capita e filtrata criticamente.

      E’ almeno da Hegel in poi che sappiamo quanto radicato sia in ciascuno di noi il bisogno di “riconoscimento”: se non sono qualcuno per qualcuno, sono nessuno anche per me. E’ spontaneo tendere a diventare - come individui o come esponenti di istituzioni - i promotori e i difensori della nostra immagine pubblica (si potrebbe dire della nostra onorabilità): questa tendenza non va né demonizzata moralisticamente né derisa, ma decifrata e gestita con saggezza.

 

 

 

 

 Le manovre diversive per evitare una “buona” reputazione

 La dimensione antropologica del “riconoscimento” pone, però, a una riflessione più attenta, diversi interrogativi. Primo e fondamentale fra tutti: voglio essere davvero riconosciuto nella mia verità ?  Prima di rispondere conviene che si ponga attenzione a una questione preliminare: una reputazione è “buona” quando – secondo i parametri del momento storico e dell’ambiente geografico – raccolgo stima, simpatia, consenso in una maggioranza statistica di osservatori o quando ciò che gli altri pensano e dicono di me corrisponde all’effettiva realtà del mio essere? Capisco che la domanda può sembrare strana in un’ottica psico-sociologica: ciò che importa è sentirsi (psicologicamente) o apparire (sociologicamente) degni di buona reputazione, non  esserne degni ontologicamente. Eppure, dal punto di vista filosofico, la chiarezza concettuale non è un lusso: da categorie intellettuali errate non possono che derivare disastri esistenziali e politici.

    Nel nostro caso, se una persona o un’organizzazione (per esempio un’istituzione scolastica o universitaria) cerca una reputazione “buona” in quanto veritiera – intendo: adeguata ai pregi e ai limiti del soggetto “reputato” -  si muove nell’ambito della fisiologia, non della patologia. Il punto è che spesso vogliamo essere “reputati” non come siamo, ma come non siamo: non secondo verità (per quanto approssimativa), ma secondo qualcuna delle maschere che indossiamo. Così facendo, dimentichiamo che una reputazione - se ingannevole (per difetto o per eccesso) -  non è “buona”, ma ‘cattiva’. Anche quando ad essere ampliati, esagerati, fossero i nostri aspetti positivi anziché le nostre qualità peggiori.  So che affermare ciò capovolge il significato abituale di certe nostre parole, ma qualche volta il  filosofo è costretto a rimettere sulle gambe ciò è stato prima rovesciato con la testa in giù. 

    La distorsione può avvenire in direzioni opposte. Una prima, più nota e socialmente più fastidiosa tendenza è a sopravvalutare ciò che siamo, ciò che facciamo, l’organismo sociale in cui operiamo. La riflessione etica ha parlato, in proposito, di vari vizi: la vanità, la vanagloria, la superbia. Il superbo non si accontenta di essere valutato ‘oggettivamente’, pretende di essere supervalutato come un’auto usata in occasione di vendite promozionali. 

        Meno nota e, comunque, socialmente più tollerata la tendenza opposta all’auto-sottovalutazione. E’ il difetto di auto-stima per cui né si ammettono i propri pregi, i propri talenti, né si desidera che altri li riconoscano. C’è un nome per questa “sottovalutazione non sempre sincera, anzi spesso ipocrita, di se stessi”? Norberto Bobbio la definisce “modestia”[2], ma egli stesso sembra oscillare tra considerarla un vizio oppure una virtù, sia pur “debole”.  Personalmente non ho esitazioni nel concepire la “modestia” come una qualità positiva, una virtù: l’attitudine a non cercare sempre e dovunque il proscenio.  Ciò che vorrei cogliere è invece l’atteggiamento di chi esprime, sin dal volto e dal portamento, la convinzione di essere – come recita un detto siciliano -  “nuddu miscatu cu nenti” (“nessuno mescolato con niente”). In mancanza di un vocabolo più adatto chiamerei questo vizio, opposto alla superbia, psico-nichilismo: la percezione di sé come nulla. 

 

L’umiltà come desiderio di “buona” reputazione

   Aristotele ci ha insegnato che due vizi opposti sono determinabili come tali in riferimento a una virtù che svetta tra e sopra tali vizi. Se la superbia rifiuta una “buona” (perché vera) reputazione tanto quanto, per motivi opposti,  la rifiuta lo psico-nichilismo, quale sarebbe un atteggiamento adeguato? A mio parere, l’umiltà.

  Mi rendo conto di usare un vocabolo storicamente strapazzato, ma – sino ad ora – non ne trovo uno più calzante e suggestivo. Per me, infatti, l’umiltà - a differenza di Spinoza  (citato da Bobbio)  per il quale consisterebbe nella “tristezza derivante dal contemplare la propria impotenza o debolezza”[3]– consiste nel gioioso vedersi, ed essere visti,  secondo verità. L’umile sa di essere impastato di humus, di terra: ma la terra, che non è l’intero essere, non è neppure un nulla. L’umile accetta i propri pregi e i propri limiti con distacco ironico: con ‘umorismo’. 

 

Nel mondo della scuola e dell’università

Il mondo della scuola e dell’università – come il resto del mondo – pullula, dunque, di nemici della retta reputazione: di soggetti che vogliono essere riconosciuti per meriti che non hanno o di soggetti (questi ci sono pure, ma sono pochi e poco noti) che non vogliono essere riconosciuti per meriti che hanno. In entrambi i casi, di soggetti che non si propongono l’umiltà autentica neppure come ideale regolativo. 

   In questo difetto di prospettiva etica vedrei la radice di molti malesseri contemporanei. Tra singoli docenti (soprattutto all’università) e tra istituti (soprattutto scolastici) vigoreggia la competizione per il prestigio, tanto più sfibrante perché si sa che esso, raggiunto una volta, non lo si può conservare nel cassetto: è piuttosto una conquista continua. Tu puoi essere considerato un docente bravo a trent’anni e mediocre a cinquanta. E ciò non solo perché siamo in divenire (dunque ci evolviamo e ci involviamo), ma anche perché il prestigio è intrinsecamente relativo all’ambiente. In un mondo di ciechi, si dice, beato chi ha un occhio: ma se arriva qualcuno che di occhi ne ha due, il monocolo cessa di essere reputato fortunato e di essere adottato come guida. Parafrasando Foucault, si potrebbe dire: “il prestigioso, proprio perché si tratta di uno che è solo un po’ più prestigioso degli altri, non è mai abbastanza prestigioso da non dover stare in guardia”[4] .

            Non pochi tendono a sciogliere questa fastidiosa problematicità etico-sociale della categoria “reputazione”. O proiettandosi generosamente in avanti, in un mondo utopico dove – secondo l’accezione originaria e autentica di ‘anarchia’ – viviamo e lavoriamo in “libertà, uguaglianza e fraternità”, senza né capi né sperequazioni economiche; o, più prosaicamente, pressando in direzione di un appiattimento demagogico simile a quella notte in cui – hegelianamente – tutte le vacche sono nere. (Questa seconda pista è stata percorsa dall’inizio della Repubblica a oggi, con la conseguenza che per generazioni gli studenti migliori hanno quasi regolarmente scartato l’idea di intraprendere una professione – come l’insegnamento – privo di incentivi economici, morali e sociali). 

     Personalmente condivido il sogno anarchico di una società in cui la com-petizione non sia rivalità ma emulazione dei migliori (in cui dunque si eserciti il petere cum: il cercare insieme); in cui la con-correnza non sia  esercizio di sgambetti a danno altrui ma un correre-con altri per arrivare insieme alla méta. Ritengo, però, che, anche in una società anarchica, le differenze di attitudini e di ruoli vadano non tanto piallate quanto orientate al Bene comune. E che, comunque possano andare le cose nella società cui guardo eu-topisticamente, in quella attuale l’assenza di qualsiasi valutazione dei meriti (e dei demeriti) sia una ipotesi oggettivamente conservatrice. So benissimo, per aver letto con attenzione il recente saggio di Mauro Boarelli sul tema[5], quante insidie si celino in ogni tentativo di misurare la professionalità di un docente e la valenza educativa di un istituto (scolastico o universitario). Ma, come scrive lo stesso Boarelli, una cosa è  contestare il modo riduttivo di intendere oggi categorie come “valutazione” e “merito” (diciamo l’apparato ideologico costruito strumentalizzandole) e un’altra contestare queste stesse categorie “in quanto tali”: “la parola valutazione” potrebbe essere associata “ad una pluralità di processi, tutti ugualmente possibili, ciascuno con una propria storia e propri orizzonti di riferimento sul piano culturale e pedagogico”, senza ridurla ad una sola “forma specifica”; così come “la parola merito” potrebbe essere liberata dalla identificazione “con i procedimenti attualmente in uso per misurarlo” ed essere definita “facendo riferimento – ad esempio – a valori morali che trascendono la dimensione operativa e strumentale” [6].

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

 



[1] J. S. Spong, Perché il cristianesimo deve cambiare o morire. La nuova riforma della fede e della prassi della Chiesa, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019, p. 203.

[2] N. Bobbio, Elogio della mitezza e altri scritti morali, Pratiche Editrice, Milano 1998, p. 43.

[3] Ivi, p. 42.

[4] Cfr. M. Foucault, Bisogna difendere la società in AA.VV., Bisogna difendere la società, Grande, Torino 2002, pp. 16 – 17.

[5] M. Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Laterza, Bari – Roma 2019.

[6] Ivi, p. 63. Non ho capito quanto sincera sia in Boarelli la distinzione fra “merito” ( un valore da preservare) e “ideologia del merito” (una degenerazione da denunziare). Infatti, nella sezione dedicata ai Riferimenti bibliografici, a proposito di Carlo Barone, Le trappole della meritocrazia, Il Mulino, Bologna 2012, egli così si esprime: “La scomposizione del concetto di meritocrazia e la critica delle sue implicazioni, insieme allo studio della mobilità sociale, rappresentano la parte più convincente del libro di Barone. Tuttavia – nel tentativo di teorizzare la possibilità di una meritocrazia più equa e giusta – l’autore mostra di non cogliere l’essenza ideologica che unifica tutte le possibili declinazioni del concetto di merito, e finisce per contraddire l’analisi critica condotta nella prima parte” (pp. 138 – 139). Dovrebbe essere chiaro dalle pagine precedenti che per me, invece, “una meritocrazia più equa e giusta” costituisca l’unica alternativa alle oligarchie (più o meno ereditarie) e alla massificazione demagogica (brodo di coltura di  leader carismatici circondati da fedelissimi); e che non è vero che “tutte le possibili declinazioni del concetto di merito” siano radicate da un’unica “essenza ideologica”. Che a pilotare gli aerei siano i più bravi tra i candidati viene spontaneamente accettato da tutti noi: perché diventa ingiustamente selettivo lavorare per l’applicazione del medesimo criterio quando si tratta di insegnare a scuola? E’ più equo, democratico, un mondo dove  i primari in ospedale sono scelti per la tessera di partito o di sindacato che hanno in tasca o dove sono scelti per accertati meriti clinici ed etici? Se poi “meritocrazia” dovesse comportare che gli inidonei a insegnare o a operare chirurgicamente debbano essere emarginati dal contesto lavorativo tout court, e non trovare mansioni adatte alle loro meno brillanti capacità, questo sarebbe altrettanto iniquo e inaccettabile. Ma non vedo che sia conseguenza necessaria.