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venerdì 1 marzo 2024

IL RUOLO A DOPPIO TAGLIO DELLE DONNE NEI SISTEMI MAFIOSI

 IL RUOLO A DOPPIO TAGLIO DELLE DONNE NEL SISTEMA MAFIOSO

Il sistema mafioso è un sotto-insieme della società, di cui condivide evoluzioni e involuzioni. Detto altrimenti: i mafiosi sono una (piccola) porzione della società intera. Non sono mostri, individui strani: come ricordava Giovanni Falcone, essi ci assomigliano e proprio ciò li rende poco riconoscibili (e dunque più pericolosi dei banditi e dei gangster). Sono banalmente ‘normali’ come lo erano i nazisti in Germania o i razzisti negli Stati Uniti d’America.

Stesso discorso vale, ovviamente, per le donne interne al mondo mafioso: la loro condizione riflette e riproduce la condizione delle altre donne italiane. Che è una condizione ambigua, contraddittoria: sulla carta, legalmente, il patriarcato maschilista è stato quasi completamente superato; ma nei fatti, statisticamente, le donne non hanno raggiunto la parità dei diritti, delle opportunità, rispetto agli uomini.

C’è una maggiore visibilità pubblica delle donne in generale, dunque sempre più spesso troviamo donne che assumono ruoli di responsabilità all’interno delle organizzazioni mafiose. Ma – ecco il rovescio della medaglia – lo sono ancora in quanto

madri, sorelle, mogli, figlie…di boss: come molte associazioni coeve (ad esempio la Massoneria) restano androcentriche, maschiliste. Il loro inserimento nei gangli delle cosche non comporta nessun elemento di critica alla tavola dei valori mafiosi: come accade alle donne che si inseriscono in formazioni partitiche militariste, belliciste, razziste, anche esse si adeguano molto più di quanto apportino di nuovo e di migliore.

Più precisamente si potrebbe specificare il contributo delle donne alle quattro dimensioni principali del sistema mafioso: militare (ordinano omicidi, proteggono killer in latitanza etc.); economico (ad esempio dirigono lo spaccio di sigarette di contrabbando e di bustine di droga in interi quartieri); politico (ad esempio si candidano in occasione di elezioni amministrative e nazionali anche sapendo di concorrere come rappresentanti incensurate di interessi oscuri); pedagogico (sono le protagoniste principali dell’educazione mafiosa assicurando continuità culturale da una generazione alla successiva).


* Per completare la lettura del post (in cui ho riportato la scaletta su cui ho basato il mio intervento la mattina di martedì 27 gennaio 2024 presso l'Aula Consiliare del Comune di Bergamo) basta un click qui:

https://www.zerozeronews.it/il-ruolo-a-doppio-taglio-delle-donne-di-cosa-nostra/

sabato 11 novembre 2023

LE DONNE SICILIANE E IL SISTEMA MAFIOSO

 

“Gattopardo”

Agosto 2023

 

LE DONNE SICILIANE E LA MAFIA

 

In che relazione il mondo femminile con il sistema mafioso? Per rispondere bisognerebbe distinguere almeno tre tipologie principali.

Una prima categoria: donne ‘esterne’ al mondo delle cosche. Molte di queste – insegnanti, magistrate, poliziotte, giornaliste... – sono impegnate a erodere alla mafia pezzi di dominio.

A una seconda categoria appartengono le donne ‘interne’ al sistema mafioso: svolgono un ruolo cruciale nell’educazione dei futuri mafiosi.

Tra la prima e la seconda, ampie 'zone grigie' di donne che s’illudono, estraniandosi dagli affari degli “uomini”, di restare equidistanti fra la Repubblica democratica e le organizzazioni criminali.

Tutte le donne siciliane, come in generale le italiane, sono ancora svantaggiate dall’assetto culturale-istituzionale del maschilismo patriarcale (che le conquiste del femminismo hanno incrinato, non smantellato). Ma chi di esse vive all'interno del mondo mafioso è prigioniera di una seconda gabbia: le regole di comportamento fondate sul primato dell'immagine pubblica e degli interessi materiali di Cosa Nostra. Così alcuni femminicidi sono stati ordinati da mafiosi per difendere, a un tempo, l' «onore» maschile e l' «onore» della 'famiglia'. Per questo, in linea di principio, il femminismo dovrebbe essere sempre anti-mafioso e il movimento anti-mafia sempre filo-femminista.

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com

domenica 13 agosto 2023

QUANDO A CORLEONE CHI DENUNCIAVA I MAFIOSI DOVEVA POI FINGERSI PAZZO...UN LIBRO DI ERNESTO OLIVA


 QUANDO SOLO I PAZZI (VERI O FINTI) DENUNCIAVANO I MAFIOSI DI CORLEONE

 

Se si vuol capire la ragione per cui le aree para-mafiose del ceto dirigente italiano replicano, con puntualità, i tentativi di smantellare la legislazione sui “collaboratori di giustizia” (giornalisticamente noti come “pentiti”) e sui “testimoni di giustizia” (cittadini onesti esterni alle cosche o addirittura vittime di intimidazioni mafiose) occorre leggere questo intrigante volume di Ernesto Oliva, I pazzi di Corleone. I compaesani di Liggio, Riina e Provenzano, testimoni minacciati dalla mafia e abbandonati dallo Stato, Di Girolamo, Trapani 2020.

Si tratta, infatti, di una puntuale ricerca su documenti, archiviati e dimenticati, relativi a vicende della seconda metà del secolo scorso (pubblicati soprattutto dalla Commissione parlamentare antimafia negli anni Ottanta), da cui si traggono storie ben al di là di ogni immaginazione letteraria. Dalla ricerca, infatti, emergono nomi e cognomi di abitanti di Corleone che – per le ragioni più svariate – decidono di accusare i colpevoli ignoti di delitti ben noti alle autorità giudiziarie, ma che, privi di qualsiasi conseguente protezione, vengono tempestivamente minacciati dai mafiosi e indotti ad annullare le prime loro deposizioni. Con quale stratagemma?

Da qui il titolo del volume: assumendo atteggiamenti, pose, reazioni da “pazzi”.

Uno di questi folli per autodifesa è Luciano Raia, della famiglia perdente del dottor Michele Navarra (medico condotto e capomafia), che inizia a denunciare d’intesa con la moglie Biagia Lanza i membri della famiglia vincente di Luciano Liggio: la loro collaborazione non rimane segreta, viene sbandierata dal Giornale di Sicilia  e al “Valachi siciliano” non resta che comportarsi da smemorato clinico. Un altro pazzo a scoppio ritardato è Vincenzo Maiuri che aveva assistito all’omicidio di un luogotenente di Navarra. Davvero autentico pare sia stato l’impazzimento di Vincenzo Streva che, dopo l’autodenuncia per l’assassinio di un giovane ladro di bestiame e la denuncia dei suoi complici, finisce ricoverato in manicomio criminale (mentre i correi da lui indicati restano a piede libero).

Oliva stesso evidenzia alcune delle numerose considerazioni suggerite dalle vicende che egli ha strappato all’oblio. Innanzitutto “un quadro corale di aperte denunce contro i delitti del clan, del tutto contrastante con l’opinione comune secondo cui Corleone sia stato il luogo per eccellenza della pratica dell’omertà” (p. 20); inoltre che lo Stato – in particolare la magistratura  – ha “permesso in quegli anni alla mafia di Corleone di affermarsi con la forza della soggezione, salvando i liggiani da ergastoli e condanne che avrebbero potuto forse impedirgli di uccidere in seguito investigatori, magistrati, politici, giornalisti e chiunque fosse stato ritenuto capace di opporsi al loro potere stragista” (p. 21). Come si è icasticamente espresso il magistrato e senatore Giuseppe Di Lello, “allo storico silenzio dei siciliani” è corrisposta “una storica sordità dei giudici” (p. 41). 

Ancora una volta, dunque, si conferma la teoria sociologica per cui i responsabili dei delitti di mafia non sono soltanto i mandanti (più o meno occulti) e gli esecutori, ma anche quei rappresentanti delle istituzioni che – per interesse, per vigliaccheria, per mille altre motivazioni – si sottraggono ai propri compiti: abbandonando i cittadini inermi al ricatto delle cosche, ne inducono la maggioranza alla rassegnazione  e condannano all’isolamento i pochi coraggiosi che preferiscono rischiare la vita anziché svendere la dignità.


PER COMPLETARE LA LETTURA DI QUESTA RECENSIONE BASTA UN CLICK:

https://www.zerozeronews.it/quando-solo-i-pazzi-denunciavano-i-mafiosi-di-corleone/


domenica 28 maggio 2023

DODICI "LUOGHI COMUNI" SULLA MAFIA


 «Le nuove frontiere della scuola», anno 2023, marzo, n. 60

Dodici stereotipi sul fenomeno mafioso

 

Già negli anni Ottanta (del secolo scorso) un’attenta sociologa, Graziella Priulla, notava la transizione, in tema di mafia, «dal silenzio al rumore»[1]. Il rumore sulla mafia è polifonico: intessuto di vecchi miti, interpretazioni folcloristiche, chiacchiere da caffè, narrazioni strumentali, pregiudizi di vario genere...Ecco perché ogni discorso sensato – intendo: documentato e  argomentato - sul sistema di dominio mafioso non può non partire da una bonifica che sbarazzi il campo dagli stereotipi (o luoghi comuni). Anche se si tratta di un’operazione non facile dal momento che 

 

«gli stereotipi assolvono soprattutto a due funzioni: la prima è una funzione rassicuratrice, di avallo della giustezza delle rappresentazioni e dei comportamenti dati, cioè dei conformismi sedimentati; la seconda è quella di rimozione e demotivazione di processi di conoscenza che porterebbero alla problematizzazione e messa in crisi delle idee e dei comportamenti correnti»[2].

 

Un primo stereotipo potremmo qualificarlo come genetista o, più brutalmente, razzista: la mafia è una caratteristica del DNA dei meridionali italiani e, in particolare, dei siciliani. Se ne possono smussare le manifestazioni, ma non può essere certo estirpato. In quanto tale è un fenomeno localistico, circoscrivibile, che può macchiare con i suoi schizzi altre aree del Paese e del mondo (vedi Stati Uniti d’America) solo attraverso i flussi migratori: se si controllano questi, si controlla il contagio inter-regionale e internazionale.

In evidente opposizione a questo primo luogo comune ne è stato elaborato un secondo:  la visione della mafia come invenzione del Settentrione italiano tesa alla “criminalizzazione della Sicilia e dei siciliani, da parte dei cattivi che scendono dal Nord”, in particolare ad opera della “sociologia rampante” che troverebbe nei mass-media un altoparlante interessato. Che questa visione, alimentata da un “sicilianismo recente o antico”, sia infondata è dimostrato da quelle ricerche empiriche su come “la stampa del Nord veda il problema mafia”: “con tutte le carenze, le lacune, con tutta la superficialità, però non abbiamo mai trovato un solo esempio di criminalizzazione indebita della Sicilia”[3]. 

Questi primi due stereotipi originano, a mio parere, dalla difficoltà di determinare con una certa precisione il rapporto problematico fra la ‘cultura’ siciliana e la ‘cultura’ mafiosa[4]: che non è né di totale separazione/estraneità né di totale identificazione/sovrapposizione. Infatti la ‘transcultura’ mafiosa ha attinto, a piene mani, dal patrimonio culturale siciliano (esasperando, deformando, strumentalizzando idee, simboli, valori, tradizioni, usi, costumi...), ma se in origine tutti i mafiosi sono siciliani, non è mai stato vero che tutti i siciliani siano stati mafiosi. Anzi: la storia della mafia si intreccia, sin dai primi passi nella seconda metà dell’Ottocento, con la storia dell’antimafia.  

Chi ritiene di non poter negare l’esistenza della mafia in Sicilia trova, spesso, rifugio in un terzo stereotipo: la mafia come “malattia”. Da questa angolazione 

 

“il corpo dello Stato, le istituzioni, la democrazia italiana, sono buoni, corretti, capaci di esercitare le proprie funzioni, ma arriva, non si sa bene da dove, una malattia, un contagio, un virus che perverte tutto questo, che trasforma in cancro il funzionamento generale dell’organismo, il quale ne risulta non soltanto impoverito, ma prossimo al collasso, per ragioni inspiegabili ed esogene, non prodotte dall’interno”[5].

 

Non si capisce, o non si vuole capire, che il sottosistema mafioso non allignerebbe né vigoreggierebbe se il sistema socio-economico-politico-culturale in cui è incistato non fosse mafiogeno. 

Se si capisse questo nesso si eviterebbe la formula banale (un quarto stereotipo) della mafia come emergenza: 

 

“Uno dei termini maggiormente in uso, soprattutto sulla stampa e alla televisione, è quello di «recrudescenza» de fenomeno mafioso [...]. Se i delitti superano un certo numero, ovviamente imprecisato, si parla di «emergenza». Sembrano termini innocui, ma in realtà essi sottintendono un’idea di mafia come mera fabbrica di omicidi, che «sospende le attività» tra un omicidio e l’altro: una visione che potremmo definire di tipo «congiunturale». La mafia invece è un fenomeno continuativo, strutturale, che svolge molteplici attività e usa l’omicidio secondo una logica di «violenza programmata»[6].

 

L’idea che la mafia sia essenzialmente un’attività bellica (i mafiosi contro lo Stato e i mafiosi tra loro stessi) è alla base di un quinto pregiudizio: la mafia come recinto violento rispetto a cui restare esterni se si vuole restarne immuni. 

 

“Secondo affermazioni diffusissime «i mafiosi si uccidono tra di loro. Se ti fai i fatti tuoi non ti toccano. La morale che c’è dietro è duplice: gli omicidi dei mafiosi sono come un fatto naturale, che non riguarda il tessuto sociale; il comportamento consigliato è il «farsi i fatti propri», cioè la passività, l’astensione non solo dall’intervenire ma pure dal vedere e sentire”[7].

 

Quando questo luogo comune è messo in crisi da uccisioni di magistrati o poliziotti viene aggiornato: è vero, non sono mafiosi, comunque hanno scelto professionalmente di avere a che fare con la mafia. Se poi a cadere sono passanti occasionali, come la madre dei due bambini della strage di Pizzolungo, lo stereotipo viene elevato al quadrato diventando ancora più tragicamente comico:

 

“Sono «poveri innocenti che non c’entravano»: qui «innocenti» vuol dire «non addetti ai lavori». La mafia, quando uccide gli «innocenti», è «disumana», aggredisce l’intera «comunità umana», come se uccidendo un giudice o un giornalista eliminasse un «colpevole» e desse prova di umanità”[8].

 

 

Strettamente legato a questo stereotipo se ne può individuare un sesto: la mafia come effetto di poteri lontani. Indubbiamente, dall’unificazione del regno d’Italia a oggi, la mafia siciliana ha fruito di rapporti privilegiati con i governi nazionali che, secondo le stagioni politiche, hanno tentato di negoziare per strumentalizzarla anziché contrastarla per estirparla. Ma ciò non significa che la Sicilia – e Palermo in particolare – abbiano, per un solo periodo storico per quanto breve, trasferito a Roma la direzione centralizzata delle cosche mafiose. La capitale, sede del cervello organizzativo, è rimasta – purtroppo – dove è stata sin dall’origine ottocentesca. Come la stessa – per fortuna -  è rimasta la capitale dell’antimafia, dove si sono elaborate le strategie vincenti e dove si sono pagati i prezzi più alti in termini di vite umane. 

Estremizzata, questa visione vittimistica della mafia sfocia nell’affermazione – apparentemente ‘rivoluzionaria’ – che la mafia è lo Stato. Quasi per bilanciare il rischio di questa tesi, dalle conseguenze paralizzanti (se così fosse, infatti, resterebbe solo la prospettiva non proprio imminente anarco-comunista dell’abolizione dello Stato tout court) ha avuto straordinaria fortuna la definizione della mafia come anti-Stato. Ma si tratta solo di un ennesimo – il settimo nel nostro elenco – stereotipo: infatti

 

«non è una forzatura ideologica affermare che non c’è stato, in Italia, Stato senza mafia, come non c’è stata mafia senza Stato» [9].

 

La verità – troppo sottile per lasciarsi ingabbiare in formule sloganistiche sommarie – è che la mafia di per sé non è in antitesi con lo Stato, ma tende a farsi Stato; quando in questa strategia di infiltrazione nei gangli e nei posti di comando dell’ordinamento statuale trova funzionari integerrimi (non tutti) e coraggiosi (ancora meno), allora – e solo allora – diventa antitetica rispetto a questi settori dello Stato (rassegnandosi a posizioni di disperata opposizione come il banditismo, il gangsterismo, i terrorismi di matrice politica o religiosa).

La mafia come tumore allogeno, dunque. Ma i tumori sono soggetti a metastasi. Ecco, dunque, confinante con gli stereotipi precedenti, un ottavo luogo comune: l’ubiquità della mafia. Si badi bene: non si afferma, con Leonardo Sciascia, che “la linea della palma” si è spostata verso il Nord e che vi sono organizzazioni criminali mafiose e para-mafiose in altre regioni italiane, in altri Stati europei ed extra-europei . Ciò sarebbe inoppugnabilmente vero. Piuttosto – riecheggiando operazioni già realizzate da personaggi come il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo – si appiattisce la specificità della mafia a livello di criminalità ‘ordinaria’ e, così ridimensionata, la si riconosce presente da sempre in tutto il mondo. Il risultato è noto: tutte le manifestazioni di violenza e corruzione del pianeta sono mafia, dunque nessuna è veramente mafia. Si perde di vista il prototipo originario della mafia (siciliano!)  e ci si condanna a battaglie secondarie con organizzazioni delinquenziali molto meno insidiose. 

Le patologie sono soggette a variazioni, solitamente peggiorative. Intesa come accidente esterno, la mafia si presta a un nono  stereotipo, parzialmente apologetico: la mafia come fenomeno in via di degenerazione. La sua versione più ‘nuova’ è sempre cattiva, a differenza della ‘vecchia’ che – invece - era buona. Quasi da “rimpiangere”. Si tratta di una “illusione” “nefasta”: si accetta di occultare un passato di “atrocità” e di “delitti” con l’immagine “reificata” che i mafiosi più anziani, e perdenti rispetto alle nuove generazioni criminali, offrono di sé[10]. Con questa contrapposizione infondata fra «due momenti, l’antico e il nuovo», le cosche mafiose possono ottenere consenso sociale attingendo «perennemente al serbatoio del mito»[11].

Un decimo stereotipo è legato al precedente e, insieme al precedente, sta o cade: la mafia come rispettosa dei bambini, delle donne e dei preti.  E’ il ritornello che si ascolta ogni volta che una vittima di mafia appartiene a una di queste categorie. Se la smemoratezza storica fosse appena un po’ minore si saprebbe che, sin dalle origini nella seconda metà del XIX secolo, i mafiosi hanno spazzato via tutte le vite umane che, anche involontariamente, intralciavano i suoi piani delittuosi. Certo, statisticamente è più frequente l’incontro-scontro con adulti maschi, ma non c’è alcuna remora ideologica o morale che impedisce, se necessario, di uccidere bambini, donne e preti.

Uno dei vantaggi di esprimersi per luoghi comuni, senza preoccuparsi di esibire le prove di ciò che si afferma, è che alcune formule possono essere invertite senza fatica e talora, addirittura, adottate in entrambe le posture. Abbiamo appena esaminato il mito della mafia benefattrice e rispettosa degli inermi, il mito della mafia incontaminata prima della degradazione modernistica? Capovolgendolo si ha lo stereotipo della mafia come residuo arcaico, primitivo, destinato a dissolversi man mano che la società diventa più ricca, più progredita tecnologicamente. Questo undicesimo luogo comune è smentito clamorosamente dalla capacità dei mafiosi di «adattarsi a contesti molto diversi da quelli originari», di «integrarsi in società complesse» e di «coniugare elementi di arretratezza con altri di modernità»[12].  Non senza solidi argomenti, infatti, qualcuno ha potuto scandire la storia della mafia in quattro fasi principali: «una lunga fase di incubazione, dal XVI secolo ai primi decenni del XIX secolo»; «una fase agraria, che va dalla formazione dello Stato unitario agli anni ’50 del XX secolo»; «una fase urbano-imprenditoriale, negli anni ‘60»; «una fase finanziaria dagli anni ’70 ad oggi»[13].

Di un dodicesimo pregiudizio sono state, e in parte sono ancora, vittime anche le autorità giudiziarie: la mafia come organizzazione esclusivamente maschile . Ma una cosa è affermare (con verità) che la mafia è patriarcale, maschilista, e un’altra cosa è sostenere che le donne non possono farne parte e, di conseguenza, essere responsabili di reati di tipo mafioso. Già nel 1993 Anna Puglisi scriveva che 

 

«l’immagine della donna siciliana chiusa in casa e vestita di nero, non corrisponde nella quasi generalità alla situazione attuale. In Sicilia, come altrove, le donne rivendicano emancipazione e occupazione, anche se in Sicilia come in tutto il Meridione, tra i disoccupati la percentuale maggiore è quella delle donne. Del resto sappiamo che la conquista di piena parità in tutta la società italiana è molto lontana. Comunque lo stereotipo di donna siciliana sottomessa, semplice trasmettitrice dei valori legati alla famiglia, non ha più ragion d’essere. Anche all’interno delle famiglie mafiose»[14].

 

La questione viene ripresa anche in un recente libro a più mani e, tra l’altro, vi si legge che,

 

«mentre fino al 1990 solo una donna era stata incriminata, nel 1995 si ebbe un’impennata, le donne coinvolte in associazione mafiosa divennero 89» [15].  

 

Renate Siebert [16] è stata una delle studiose che ha combattuto

 

«con forza il pregiudizio in cui tanto da parte della mafia, quanto per un certo tempo da parte dell’antimafia, sono state rinchiuse le donne: l’idea che non potessero essere considerate responsabili delle loro azioni. Come abbiamo già ricordato, fino al 1995 ci fu una sola imputazione per associazione mafiosa a una donna. La motivazione era che non essendo affiliate tramite il "rito della santina" le donne fossero impossibilitate a svolgere ruoli di rilievo nell’organizzazione; nelle sentenze si legge chiaramente come le donne, non avendo il sufficiente grado di autonomia per essere riconosciute responsabili del reato di associazione mafiosa, se hanno commesso reati lo hanno fatto “per seguire i loro uomini". L’antimafia faceva così da specchio a quello che la mafia esprimeva a proposito delle donne»[17].



[1] G. Priulla, Informazione e mafia: dal silenzio al rumore in U. Santino (a cura di), L’antimafia difficile, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1989, pp. 69 – 79.

[2] A. Crisantino, Mafia: la fabbrica degli stereotipi in A. Cavadi (ed.), A scuola di antimafia, Di Girolamo Editore, Trapani 2006, p. 57.

[3] G. Priulla, Informazione, cit., p. 75.

[4] Uso ‘cultura’ fra virgolette, ma subito dopo recepisco un suggerimento di Umberto Santino: “Per indicare la complessità culturale della mafia e la sua capacità di adattamento al mutare del contesto” adottare “il concetto di «transcultura», intesa come percorso trasversale che raccoglie elementi di varie culture, per cui convivono aspetti arcaici, come la signoria territoriale, e aspetti moderni, come le attività finanziarie” (U. Santino, Introduzione allo studio del fenomeno mafioso e del movimento antimafia in A. Cavadi [ed.], A scuola di antimafia, cit., p. 29). Analogamente ritengo che sia riduttivo parlare di ‘cultura’ siciliana al singolare, senza tener conto né della diacronia né delle differenze fra le varie aree della stessa isola. Essa è piuttosto, a sua volta, una ‘trans-cultura’ in cui individuare almeno l’intreccio di tre prospettive: la visione cattolica, la visione borghese-individualistica e la visione mafiosa (cfr. A. Cavadi, Per una pedagogia antimafia in A. Cavadi [ed.], A scuola di antimafia, cit., pp. 83 – 125).

[5] Ivi, p. 72.

[6] A. Crisantino, Mafia, cit. p. 60 (il virgolettato «violenza programmata» si riferisce a G. Chinnici – U. Santino, La violenza programmata : omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989).

[7] Ivi, p. 61.

[8] Ivi.

[9] U. Santino, Introduzione allo studio del fenomeno mafioso e del movimento antimafia in A. Cavadi (ed.), A scuola di antimafia, cit., p. 24.

[10] R. Mangiameli, Stereotipo, CD Rom Mafia, a cura di P. Pezzino- C. Ottaviano, Cliomedia Officina, Torino 1998, successivamente ripubblicato in R. Mangiameli, La mafia tra stereotipo e storia, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2000, p. 200.

[11] Ivi.

[12] A. Crisantino, Mafia, cit. p. 63.

[13] U. Santino, Per una storia sociale della mafia e dell’antimafia in A. Cavadi (ed.), A scuola di antimafia, cit., p. 36.

[14] A. Puglisi, Donne e mafia, “Giraffen”, Copenaghen luglio 1993, n. 11 in A. Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, Di Girolamo Editore, Trapani 2005, p. 11. 

[15] S. Pollice, Il filo che ci unisce, in A. Dino  G. Modica (a cura di), Che c’entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni, Mimesis, Miano – Udine 2022, p. 145.

[16] Soprattutto in R. Siebert, Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano 1994, passim.

[17] S. Pollice, Il filo, cit., p. 151. 

venerdì 17 febbraio 2023

MAFIA E ANTIMAFIA: FACCIAMO IL PUNTO !

 


MAFIE (NON SOLO MERIDIONALI): A CHE PUNTO SIAMO ?

 

L'opinione pubblica – inclusi i mondi della cultura, dell'informazione e della politica – si occupano di mafia in occasione di eventi clamorosi, come l'arresto di Matteo Messina Denaro. Ma c'è anche in Italia un ristretto numero di intellettuali, magistrati, docenti e attivisti che non spegne gli interruttori cerebrali tra un evento e un altro e, con tenacia, persevera e nel monitorare il fenomeno mafioso e nell'aggiornare le possibili strategie di contrasto. Tra questi focolai di opposizione metodica al sistema di potere mafioso va annoverato il Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo, fondato (già nel 1977 !) da Umberto Santino e Anna Puglisi che insieme continuano a dirigerlo, non senza la collaborazione di socie e soci con cui, da alcuni anni, hanno anche aperto nel cuore del centro storico del capoluogo dell'isola il “No mafia memorial”.

Il Centro “Giuseppe Impastato” e il Dipartimento “Culture e società” dell'Università statale hanno  organizzato nel 2017 un convegno nazionale per raccogliere, dalla voce di esperti qualificati, analisi e proposte sul tema. Solo in questi mesi è arrivata in porto la pubblicazione degli atti in un bel volume, a cura di Umberto Santino, intitolato Mafie: a che punto siamo? Le ricerche e le politiche antimafia, Di Girolamo, Trapani 2022, pp. 300, euro 25,00. 

In una prima sezione del libro, dopo la presentazione - a firma del curatore – del Progetto di ricerca “Mafia e società” del Centro “Impastato” (pp. 27 - 75), il sociologo Marco Santoro si interroga sulla “ontologia” della mafia e, nel tentare di rispondere alla domanda cosa essa sia, evidenzia la necessità di riconoscerne la “complessità” in quanto “dispositivo di assemblaggio tra elementi eterogenei, soggetti e pratiche” che è stato ed è “parte integrante di complicati equilibri di potere su cui lo Stato nazionale (in Italia ma non solo in Italia) è venuto formandosi e consolidandosi nel corso del tempo” (p. 108). Di questa organizzazione criminale parte rilevante sono i capi storici, di cui la sociologa Alessandra Dino focalizza qui “modelli di comando e sistemi di leadership”, sottolineando le somiglianze e soprattutto le dissomiglianze fra lo stile stragista di un Totò Riina e lo stile affaristico-politico di un Binnu Provenzano (pp. 109- 133). Sulle conseguenze che sulla vita quotidiana della società comporta l'esercizio della violenza mafiosa si sofferma la sociologa Monica Massari, la quale mette in guardia dal rischio – a suo avviso molto reale – che le gente tenda a rimuovere i traumi provocati dai metodi intimidatori e punitivi dei mafiosi sino ad accettarli come elementi inamovibili dell'esperienza collettiva. La relazione del sociologo Rocco Sciarrone – L'area grigia delle mafie: un articolato e multiforme campo organizzativo (pp. 147 - 167 ) - in cui l'autore evidenzia come i “giochi cooperativi” tra mafiosi e soggetti esterni alla mafia costituiscano “uno dei punti di forza più rilevanti delle mafie” (p. 165) chiude la sezione dedicata alle analisi del fenomeno mafioso considerato globalmente. 

PER COMPOLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLIC QUI:

https://www.zerozeronews.it/mafie-a-che-punto-siamo/

domenica 25 luglio 2021

LA MAFIA SPIEGATA AI RAGAZZINI (10 - 15 ANNI): OGGI FESTEGGIAMO IL LIBRO DI ADRIANA SAIEVA


 A GENITORI, INSEGNANTI, EDUCATORI 

raccomando il libro - davvero accattivante e istruttivo - che mia moglie Adriana Saieva ha dedicato ai ragazzini dai 10 ai 15 anni circa:

Cos'è la mafia? Tre giovani in cerca di risposte (Buk Buk, Trapani 2020, pp. 109, euro 12,90).

Chi si trova a Palermo, è invitato a una festa di presentazione del libretto: 

PER LA SERA DI DOMENICA 25 LUGLIO 2021

Ti proponiamo un cocktail di musica e cultura all’aria aperta

 

 

Alle ore 20,00 ci vediamo davanti al Laboratorio “Andrea Ballarò”

(Largo Rodrigo Pantaleone– si accede da via Filippo Cordova davanti all’OVS)

 

Musica e canti del Trìo Pì Prìu

 (Laura Mollica, fisarmonica; Daniela Mollica, percussioni, chitarra  e voce; Germana Salone)


Aperitivo rinforzato


Presentazione da parte di Adriana Saieva del suo ultimo libro: 

Cos’è la mafia? Tre giovani in cerca di risposte, Buk Buk, Trapani 2020, pp. 109, euro 12,90.

 

 

La partecipazione alla serata sarà garantita a chi avrà prenotato 

(scrivendo a a.cavadi@libero.it oppure w’app a 338.4907853)

 

La quota (euro 20,00) comprende:

 

·      Aperitivo                                                                           

·      Libro di Adriana

·      Tessera ARCI  2021 

 

(Ovviamente la coppia, che non voglia due copie del libro, contribuisce con 20 + 10 euro)

 

L’EVENTO è CO-ORGANIZZATO 

DALLA SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA “G. FALCONE” 

E 

DAL LABORATORIO “ANDREA BALLARO’ ” DI PALERMO


domenica 18 aprile 2021

DAL LIBRO "COS'E' LA MAFIA? TRE RAGAZZI IN CERCA DI RISPOSTE" AL GEMELLAGGIO FRA SCUOLE ITALIANE

 

DALLA FINZIONE LETTERARIA ALLA ESPERIENZA EFFETTIVA

 

Una proposta di gemellaggio (virtuale / reale) per gli insegnanti 

di tutta Italia

 

In un racconto per adolescenti (dai 10 ai 15 anni) , dal titolo Cos’è la mafia? 

Tre giovani in cerca di risposte (illustrazioni di Roberta Santi, edizioni Bukbuk, Trapani 2020, pp. 112, euro 12,90),  Adriana Saieva immagina che una ragazza di Palermo entri in corrispondenza via e-mail con una coetanea di Torino e che, dopo mesi di scambi, la ragazza piemontese ottenga il permesso dai genitori di recarsi nei mesi estivi in Sicilia.

 

Perché non realizzare, effettivamente, dei gemellaggi fra classi palermitane e classi di altre località italiane, prevedendo che gli ospiti possano – nell’ambito del “No mafia memorial” – sperimentare varie attività di educazione alla cittadinanza consapevole, alla legalità democratica e al contrasto alla criminalità organizzata? 

 

Di questo progetto si parlerà martedì 20 aprile 2021 , dalle ore 16.30

 alle ore 18.30, in una video-conferenza riservata ai docenti italiani di ogni ordine 

e grado di scuola.

 

 

NOTE TECNICHE:

·      Per ricevere il link di accesso  inviare una e-mail a: formazione@nomafiamemorial.org

·      Il libro-base (Cos’è la mafia? Tre giovani in cerca di risposte) è disponibile in tutte le librerie on line e nelle migliori librerie ‘fisiche’. A Palermo lo troverete senz’altro presso Spazio Cultura di Macaione (via Marchese di Villabianca), Maurizio Zacco (corso Vittorio Emanuele II) e Pasquale Arcoleo (via papa Sergio all’Arenella, di fronte alla scuola “Luigi Rizzo”).



sabato 16 gennaio 2021

PER CHI NON C'ERA, MA AVREBBE VOLUTO ESSERCI: IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SULLA MAFIA SPIEGATA AI RAGAZZINI

 

Alla presentazione on line del libro di Adriana Saieva (Cos'è la mafia? Tre giovani in cerca di risposte, Buk Buk, Trapani 2020), organizzata dalla "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone" di Palermo, hanno partecipato più di un centinaio di persone (alcune delle quali collegate in coppia). Purtroppo la piattaforma "zoom" prevede l'accesso gratuito solo sino a 100 richieste e, francamente, non speravamo di raggiungere un numero così alto: per questo molte persone ci hanno comunicato il disappunto per non essere riuscite a entrare durante la diretta. 

Per ottemperare al desiderio di queste amiche e di questi amici, nonché per conservare memoria di questo bell'incontro che ha coinvolto persone da Parigi ad Atene, da Lugano a Licata, da Pinerolo a Lercara Friddi, abbiamo aperto un canale YouTube (Casa dell'equità e della bellezza) dove abbiamo inserito la registrazione filmata:

https://casadellaequitaebellezza.blogspot.com/2021/01/video-presentazione-cose-la-mafia-tre.html

Chi desidera tenersi informato sulle iniziative, a distanza o in presenza, organizzate nell'ambito della Casa dell'equità e della bellezza può inscriversi agli aggiornamenti automatici degli avvisi via e-mail mediante l'apposito tasto "Iscriviti" (in alto a destra, accanto al titolo della pagine):

www.casadellaequitaebellezza.blogspot.it

Il libro è disponibile su tutte le principali librerie fisiche e on line. 

Se la vostra libreria non ne fosse attualmente fornito, prenotateglielo (Buk Buk è distribuito in tutto il territorio nazionale dalla San Paolo di Milano).

Se volete acquistare via internet, basta un click qua:

https://www.amazon.it/gp/aws/cart/add.html?ASIN.1=8898065515&Quantity.1=1&AWSAccessKeyId=AKIAJMTKQY4X7XIQD36A&AssociateTag=sicilybybooks-21