sabato 19 ottobre 2019

LA LEGA FRA DUE PARADIGMI DI CATTOLICESIMO






19.6.2019

MATTEO SALVINI E IL PARADIGMA CATTO-LEGHISTA

Matteo Salvini che sventola bibbie e bacia rosari: si può andare un po’ più a fondo rispetto al piano della cronaca e della polemica massmediale? Prima di tutto, capire le radici storiche di certe avvenimenti; poi giudicare.
Il potere politico può condizionare i comportamenti esteriori, non le coscienze; da parte sua, il potere religioso può condizionare le coscienze, non i comportamenti effettivi. Da qui una duplice tentazione: il potere politico tende a inglobare il potere religioso per diventare potere totale, esattamente come – e per le stesse ragioni – il potere religioso tende a inglobare il potere politico.
In Occidente queste due tendenze hanno un nome: “cesaropapismo” (quando Cesare vuole farla da papa) e “teocrazia” o “ierocrazia” (quando è il papa a volere esercitare il ruolo di Cesare).
Ogni volta che una delle due tendenze arriva al compimento, o lo sfiora, per la società non è un bel momento. Infatti sino a quando c’è differenza fra i due poteri, l’uno limita l’altro; quando, invece, la dialettica viene meno, la concentrazione dei due poteri in un solo scettro opprime i cittadini in maniera pressoché schiacciante.
La Costituzione italiana fissa dei paletti che impediscono una fusione completa di politica e religione. Ciò che le chiese e i partiti possono fare è allora allearsi, collaborare, in vista di un vantaggio reciproco. La tentazione è, dunque, sempre duplice: da parte delle chiese, di accettare il corteggiamento dei partiti;  da parte  dei partiti, di accettare il corteggiamento delle chiese. 
Per la verità, nella stessa Costituzione italiana restano tracce della storia precedente che condizionano tuttora il presente. Come è noto, nel 1929, con i Patti Lateranensi (contenenti il Concordato), Mussolini, dichiaratamente ateo, sana la rottura con il Vaticano dopo più di mezzo secolo e il papa lo fregia del titolo di “Uomo della Provvidenza”. L’articolo 7 della Costituzione entrata in vigore nel 1948 recepisce i Patti Lateranensi (con l’avallo dello stesso Partito comunista italiano): “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. E un presidente del consiglio, laico e socialista, Bettino Craxi, rinnova il Concordato nel 1984.
In questo quadro complessivo non può stupire che anche formazioni politiche recenti, come la Lega, cerchino di sedurre il popolo cattolico (seguendo in questa strategia la Democrazia cristiana e Berlusconi).  Anche se non è molto noto, è stato Bossi per primo a capire che in Italia il suo anti-clericalismo neo-pagano iniziale non avrebbe giovato alla Lega. Salvini dunque non inventa nulla: si limita ad amplificare scenograficamente una tendenza già in atto nel suo partito.
La questione intrigante (al di là di reazione emotive più o meno scandalizzate) è: si tratta di una strategia vincente? La proposta di un catto-leghismo, o di un lega-cattolicesimo, ha probabilità di raccogliere consensi? 
Forse, per rispondere con qualche aggancio alla realtà effettiva, bisognerebbe distinguere due versioni del cattolicesimo che – in Italia e non solo – convivono nella medesima chiesa.  C’è infatti un cattolicesimo che, per comodità espositiva, possiamo definire “francescano” (giocando sul duplice rimando a Francesco d’Assisi e a papa Bergoglio): un cattolicesimo nostalgico del vangelo originario, più attento all’ortoprassi che all’ortodossia, più proclive alla testimonianza mediante mezzi “poveri” che alla egemonia sulla società con tutti gli strumenti dell’era industriale-capitalistica. E’ ovvio che in questo cattolicesimo il messaggio nazionalistico, più o meno xenofobo, della Lega non attecchisce.
Ma c’è un altro cattolicesimo (che a mio avviso è tuttora sociologicamente maggioritario, sia pur non di moltissimo) che, sempre per comodità, potremmo definire “benedettino” (giocando sul duplice rimando a Benedetto da Norcia e a papa Ratzinger): un cattolicesimo che, pur ricollegandosi ovviamente al vangelo originario, non intende rinunziare a nessuna delle acquisizioni storiche dei due millenni successivi. Dunque un cattolicesimo che custodisce gelosamente l’apparato dei dogmi prodotti dai vari concili ecumenici e soprattutto i precetti  della morale cattolica (in tutti i campi, soprattutto affettivo-sessuale), convinto che la dottrina tradizionale  vada diffusa con ogni mezzo legittimo per almeno due motivi: salvaguardare, come fece il monachesimo benedettino, i valori dell’Occidente dalle invasioni barbariche (oggi rappresentate da migranti di religioni diverse dal cristianesimo) e  offrire delle certezze luminose a una umanità disorientata e preda del “relativismo”. 
Ognuno di noi – cristiano o meno – ha maturato una sua preferenza per una di queste due tipologie di cattolicesimo. Conosco persone serie in entrambi gli schieramenti. Hans Küng, uno dei massimi teologi viventi, ha spiegato nei suoi libri che si tratta di due “paradigmi” diversi tra i quali bisogna optare, come gli astronomi hanno dovuto a un certo punto scegliere fra il paradigma “tolemaico” e il paradigma “copernicano”. 
Che cosa consigliare a chi si riconosca consapevolmente in uno dei due? Più che la polemica tanto più effimera quanto più violenta (talora perfino ridicola al punto da chiedere la scomunica di papa Francesco !) si tratta di approfondire le proprie ragioni e di comunicarle a chi è in sincera ricerca. Senza illudersi che la differenza, anzi l’opposizione, fra questi due “paradigmi” potrà mai ricomporsi. Il primo modello, infatti, esige la fede rischiosa nell’utopia gesuana di un mondo radicalmente altro rispetto a ogni civiltà effettivamente esistita nella storia; laddove il secondo modello comporta più agevolmente l’adozione della religione come fattore identitario e collante di un popolo (dunque come un ingrediente accettabile anche da cittadini personalmente atei o agnostici). Insomma: o il vangelo come fermento di rivoluzione permanente o il vangelo come garanzia di conservazione della civiltà cristiano-borghese. In linea di principio, tertium non datur; in linea di fatto, ognuno di noi – credente o meno –  procede oscillando fra i due poli opposti.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

giovedì 17 ottobre 2019

I GIOVANI FUGGONO DAL SUD PERCHE' GLI ADULTI SONO DISONESTI

“Repubblica – Palermo”
17.10.2019

PER COMBATTERE LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
OCCORRONO LEGALITA’ E TRASPARENZA

Sindaci, centri sociali, vescovi e parroci, genitori : tutti d’accordo nel denunziare il flusso migratorio crescente dalla Sicilia al resto del mondo. Oltre la denunzia, qualche proposta: creare “zone franche” e rafforzare altri incentivi per i giovani che vogliano aprire imprese al Sud. Tutto apprezzabile, tutto condivisibile: ma perché non partire dalle radici del dramma e non avere il coraggio di chiamare per nome i responsabili?
In questi ultimi mesi ho incrociato alcune storie di giovani che chiariscono molto più di tante statistiche.
La prima è di un ragazzo della provincia di Agrigento: tenta l’arruolamento nell’arma dei carabinieri. Supera tutte le prove ma, per due volte, viene bloccato al colloquio attitudinale (come noto, il passaggio più arbitrario e meno oggettivo). Allora si impiega in un supermercato della zona, ma il gestore, dopo pochi mesi, comincia a chiedergli straordinari gratis e per giunta a non consegnargli il salario mensile pattuito: “Che mi resta da fare, se non emigrare?”.  
Un suo coetaneo, cameriere a Palermo, lo ha già fatto da un anno: ha vinto una causa in sede civile contro un ristoratore del centro storico che non gli ha pagato né le ultime mensilità né gli straordinari né la tredicesima né le ferie non godute, ma ancora non ha ottenuto un centesimo di risarcimento. Ora lavora in Val d’Aosta: “Non ci crederai, ma se hanno bisogno di un’ora in più la conteggiano in busta paga”.
 A Milano ho incontrato un signore del mio quartiere a un incontro di formazione per quadri sindacali. Con le lacrime agli occhi mi ha spiegato di aver chiuso la saracinesca della ditta di famiglia perché – rifiutatosi di pagare il pizzo – era stato minacciato di morte: “Come operaio edile, anche per il freddo, fatico molto di più, ma almeno non devo temere per mia moglie e per i miei figli”. 
A Berlino, poi, ho rivisto una ex-alunna di Capaci che fruiva di una borsa di studio dell’Università statale: “E’ bastato presentare un progetto di ricerca di storia della scienza medievale e mi hanno accettata. Nelle tre università siciliane non mi hanno mai degnato neppure di una risposta negativa perché non avevo nessun santo in paradiso”.
Sono storie come tante, ognuno di noi ne avrebbe altrettante da raccontare sulla base  delle vicende proprie o di congiunti: costituiscono il risvolto esistenziale, biografico, esperienziale delle più astratte notizie di cronaca (dai provvedimenti giudiziari per i docenti universitari di Catania alle dichiarazioni di Cafiero de Raho sulla corruzione come metodo mafioso prevalente rispetto alla violenza armata). Se non individuiamo uno a uno i responsabili di questi sconci – e non ci decidiamo a eliminarli amministrativamente e giudiziariamente, ma direi prima ancora a ripudiarli eticamente – convegni e cortei di protesta contro la disoccupazione giovanile resteranno manifestazioni puramente simboliche. E’ comprensibile che la rabbia cerchi spazi di esplosione, ma tutti gli adulti che abbiamo un margine – anche piccolo – di azione dobbiamo aiutare questi giovani a trasformarla in progetto strategico. Una volta si chiamava politica.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

lunedì 14 ottobre 2019

SOGNARE UNA SCUOLA IMPOSSIBILE PER LIBERARSI DA QUELLA REALE


Settembre 2019


SOGNARE UNA SCUOLA IMPOSSIBILE PER RENDERNE POSSIBILE UNA VIVIBILE

La politica – dunque anche la politica scolastica – cammina a piccoli passi, frutto di 
tensioni, mediazioni, spesso compromessi. Rarissimamente procede per sbalzi radicali e, tra queste rare volte, ancor più raramente provoca  progressi tali da compensare effetti collaterali disastrosi. E’ per questo motivo che nel corso dei decenni  mi sono convinto, ormai forse irreversibilmente, che  l’unica vera rivoluzione sia il riformismo. 
Ma come negare che il riformismo nella storia, anche recente, sia anche la bandiera dell’immobilismo paludoso? La politica dei piccoli passi può evitare di banalizzarsi in conservazione dell’esistente – dunque in anticamera delle insurrezioni reazionarie – solo a patti che la gradualità tattica sia illuminata da un’utopicità strategica. Nel caso del sistema scolastico: le riforme, che hanno bisogno di consenso non solo tra le forze politiche ma anche tra governanti e attori del mondo della scuola, possono risultare davvero tali se realizzate alla luce di un modello progettuale ardito, spiazzante. Onirico.
Filosofi e poeti, educatori e artisti, profeti e scienziati hanno perciò il dovere, più ancora che il diritto, di volare alto e in avanti: legislatori e amministratori della cosa pubblica, se dotati della saggezza richiesta, proveranno a tradurre nella concretezza degli atti quotidiani i sogni dei visionari.
A un vecchietto che, entrato nel sistema dell’istruzione a cinque anni, non è riuscito di evaderne per quasi settant’anni (essendo tuttora impegnato – sia pur occasionalmente - in questa o quell’altra istituzione universitaria) è lecito correre il rischio di passar per matto esprimendo opinioni, diagnosi e ipotesi di soluzione maturate da studente prima e quindi, dopo pochi mesi di interruzione tra la laurea e il primo incarico di insegnamento, da docente[1].

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Ciò che colpisce – che dovrebbe colpire – a prima vista sono gli spazi della scuola. Come le caserme, come le prigioni, si tratta di spazi chiusi, delimitati e delimitanti, reclusivi e detentivi. In Italia gli edifici scolastici meno oppressivi e più dignitosi risalgono quasi sempre al periodo monarchico e fascista (1861 – 1943): aule grandi, corridoi spaziosi, luoghi predisposti per gli esercizi ginnici. Poi la fantasia di architetti che avevano dimenticato gli anni della formazione scolastica, non di rado unita alla logica del risparmio del denaro pubblico (e, nei casi peggiori, del lucro privato), ha creato aule piccole, corridoi stretti, luoghi all’aperto e al chiuso insufficienti per le attività sportive dell’intero corpo discente. E comunque la consegna, dalla scuola materna alle soglie dell’università (dove la situazione talora migliora per scarsa affluenza di alunni, talaltra peggiora di molto), è di stare quattro, cinque, sei o talora sette ore seduti su sedie piccole tra banchi stretti. Seduti e - preferibilmente- zitti (se non quando interrogati). E’ come tenere ogni giorno migliaia, milioni di cagnolini  legati alle proprie cucce mediante corde più forti delle corde fisiche. Di norma l’insegnante ha, nel corso della mattinata, qualche ora libera per fare due passi, fumare una sigaretta al giardino pubblico o curiosare in libreria: ai ragazzi è concesso  solo un intervallo di quindici minuti che, di solito, non basta per fare una coda al bar. Alunne e alunni si abituano così agli assetti prevalenti cui saranno sottoposti negli uffici pubblici e nelle aziende private: micro-spazi, con piccole scrivanie o parti di scrivania, da non abbandonare se non in casi di estrema necessità. Se, e quanto, ogni soggetto produca effettivamente, risulta quasi irrilevante[2].
   In alcune scuole secondarie superiori non è neppure previsto che i genitori possano firmare, a inizio d’anno, la liberatoria al dirigente scolastico per consentirgli di autorizzare l’uscita dal recinto della scuola[3]. E’ vero, comunque, che i dirigenti sono intimoriti dal fatto che le norme sulla sicurezza – previste dal Codice civile – vengono applicate al caso degli edifici scolastici senza nessun adattamento: giuristi e legislatori dovrebbero preoccuparsi di capire la specificità di quei contesti e agire di conseguenza. 

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Inevitabilmente la considerazione degli spazi si intreccia con la considerazione dei tempi: la scuola prevede per i minori dei tempi di lavoro (tra lezioni in aula e compiti a casa, non meno di nove-dieci ore) che la società ritiene insopportabili per gli adulti. Quanto tempo resta all’allievo per ascoltare musica, fare sport, uscire con gli amici, amoreggiare con la coetanea preferita, leggere un romanzo, andare al cinema, conversare con i nonni o – semplicemente - apprendere la preziosa lezione della noia? In teoria poco o niente. In pratica vige una sorta di patto inespresso: tu docente continui ad assegnarmi pagine di traduzione dal greco o equazione di secondo grado da risolvere; io a casa faccio quello che posso; il giorno dopo ti riferisco ciò che ho potuto imparare secondo la mia capacità soggettiva di sopportazione (e di ambizione); tu mi fai una tiratina d’orecchie, magari metti un voto inferiore alla sufficienza e, poi, agli scrutini finali, dal 4 al 5 tutti i voti passano “d’ufficio” (in genere su proposta del dirigente scolastico o del suo vice o del docente di religione) a 6. Le apparenze della legalità sono salve: della sostanza etica di una relazione ipocrita, nei due sensi, chi se n’importa davvero?[4]  
Se non si considera il peso psicologico di questi tempi da dedicare ai “compiti” scolastici  - di cui i compiti “per casa” sono solo una parte -, non si giustificano le urla di giubilo ogni volta che a una classe viene comunicata una giornata di vacanza imprevista o anche solo il taglio di un’ora o due dovuto al malessere fisico di un insegnante (persino benvoluto): non si tratta di sadismo, ma di legittima difesa. Dietro motivazioni ideologiche – anche contradditorie – in nome delle quali si organizzano “cortei”, “scioperi”, “occupazioni”…gli adulti onesti (docenti e genitori in primis, ma anche giornalisti e commentatori) dovrebbero riconoscere l’insofferenza accumulata da ragazzini sottoposti a ritmi di lavoro ingiustificabili sia dal puto di vista medico che psico-pedagogico. 

***
    
    Spazi stretti e carichi di lavoro sproporzionati poggiano su una determinata filosofia dello studio: che, sin dai primissimi anni, viene presentato come un obbligo, un dovere. Un imperativo morale, almeno ipotetico: se vuoi trovare un lavoro qualificato, devi studiare. In questa prospettiva l’essenziale (il gusto dell’apprendere, la gioia di conoscere, la liberazione dalle angustie mentali dell’ignoranza) diventa un optional: la scena è conquistata (anche nella valutazione sociale) da effetti collaterali secondari quali la fatica, la perseveranza, la puntualità, la pazienza. Non senza ragioni, Gianni Rodari, in Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie (Einaudi, Torino 1978, p. 22), osservava che “nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L’idea che l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere”.
La “scuola dell’obbligo” non è cancellabile perché sino a una certa età il soggetto non è in grado di capire cosa significhi davvero studiare: ma oltre un certo limite anagrafico dev’essere chiaro che poter studiare è un diritto che non abolisce il diritto all’ignoranza. Siamo alla radice della questione: l’organizzazione scolastica attuale  è incompatibile con una visione dello studio quale privilegio esistenziale. Una società è ingiusta quando nega questo privilegio a chi non ha i soldi e quando lo impone – tenta, invano, di imporlo, con metodi polizieschi – a chi ha i soldi, ma non l’apprezza. La scuola si chiama così dal greco scholé che, in latino, si traduce otium: siamo riusciti a trasformarla – a deformarla – in un luogo di negazione dell’otium, di neg-otium. Nel luogo della fatica, della competizione, del perenne “a-che-mi-serve?”. Nessuna meraviglia, dunque, se raramente essa sforna alunni innamorati di qualcuna delle discipline (termine che già da solo meriterebbe qualche approfondimento critico !) previste dai programmi.
 Quando ciò accade, questi innamorati dovrebbero essere individuati e reclutati come i  nuovi docenti. Ma qui si chiude il cerchio infernale. Una scuola-caserma (il riferimento agli universi concentrazionari di Foucault è scontato)  non ha bisogno di poeti della matematica, di scienziati della letteratura, di appassionati delle arti figurative; né costoro accettano – di norma – di entrare a lavorare in un ambiente asfittico che non li gratifica né socialmente né economicamente. Tra i dieci migliori alunni di ogni classe è già tanto se almeno uno decide di abbracciare l’insegnamento nelle scuole medie (unica carriera al mondo in cui la progressione è possibile solo…cambiando mestiere: da docente a dirigente scolastico. Neppure tra i preti è così e già all’università ci sono fasce di docenza scalari[5]). La scuola che sogno è una scuola che abbandona l’illusione di poter “formare” gli insegnanti: si preoccupa, invece, di “riconoscerli” e di trattenerli come la risorsa più preziosa.  A meno che si accontenti di affidare le generazioni a burocrati diligenti, fedeli trasmettitori di contenuti appresi con ascetici “sacrifici” e restituiti con puntigliose, noiosissime, tecniche (sinceramente convinti che le innovazioni telematiche  possano regalare alla relazione pedagogico-didattica proprio quell’anima che essi solo potrebbero conferire).

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


[1] Esperienze biografiche e considerazioni politico-pedagogiche che non riprendo in queste pagine sono rintracciabili nel mio saggio La scuola che ho trovato, la scuola che lascio in   “Annali” del Liceo classico G. Garibaldi di Palermo, Anni 2002 – 2009 (nn. 38 – 45), Maggio 2011 , pp. 234 – 239.

[2] Alcune aziende nel mondo dei computer stanno sperimentando assetti rivoluzionari: gli impiegati – tutti, non solo i quadri dirigenti – possono alzarsi, passeggiare in veranda, andare a giocare un po’ al tennis da tavolo con qualche collega, quando vogliono. Questa elasticità nei movimenti consente loro di sgranchirsi, insieme ai muscoli, anche i neuroni: alla fine della giornata, o del mese, saranno valutati in base ai risultati raggiunti, non alla resistenza psico-fisica nel restare inchiodati alla propria postazione di lavoro.
[3] Un anno, in un istituto tecnico femminile di Acireale, ho dovuto affrontare una battaglia per far ritirare dal dirigente scolastico la circolare con cui imponeva a ragazze tra i quattordici e i venti anni di trascorrere il quarto d’ora di “ricreazione” addirittura nell’aula stessa ! “Se Lei si assume la responsabilità di accompagnarle in giardino, lo faccia pure a suo rischio”. Ero al mio primo anno d’insegnante in ruolo: da allora ho sempre sfruttato tutte le occasioni per fare lezione in luoghi aperti, adiacenti l’edificio scolastico, o anche chiusi ma più ampi (come aula magna o biblioteca) . Inoltre, dovunque ci trovassimo, ho concordato con gli alunni che potessero alzarsi, uscire e ritornare dall’aula senza chiedermi permesso, purché non più di due per volta. Chi permaneva troppo a lungo, bloccava i compagni in aula e – in ogni caso – rivelava con il suo comportamento abituale il grado di interesse e di partecipazione al processo di apprendimento. Nel prosieguo degli anni, più di un ex-alunno mi ha poi confidato che questa possibilità di prendere fiato, senza dover contrattare il permesso di volta in volta con l’insegnante (dichiarando di aver bisogno del bagno anche quando il bisogno era solo di una boccata d’aria), lo aveva responsabilizzato molto più dei divieti sistemici dei miei colleghi. 
[4] Personalmente ho potuto fare poco in questo campo: come auspicavo (invano) dai miei colleghi, mi limitavo a lasciare per casa un carico di lavoro che, ai fini della sufficienza (dunque della preparazione intelligentemente manualistica), non superasse i 30 minuti. Chi aveva desiderio sincero, o semplicemente interesse a voti più alti della piena sufficienza (6-7), poteva chiedermi dei testi extra-scolastici da leggere e recensire o in classe a voce alta o per iscritto.

[5] Nell’opinione comune, rafforzata dai criteri attuali di remunerazione economica, la “carriera” di un docente si misura prima sulla base del grado di scuola in cui insegna (materna, elementare, secondaria inferiore, secondaria superiore), poi in base al “salto” o all’università o alla dirigenza di un istituto. Chi conosce la vita effettiva nelle aule sa che la professionalità di un insegnante di scuola primaria ha una specificità che andrebbe valorizzata, incrementata e riconosciuta perché non è per nulla “inverata” (e superata) dalla professionalità di un docente liceale (che invece, per il solo fatto che insegna ad alunni di età maggiore ottiene uno stipendio più alto e un più alto riconoscimento sociale. In generale, poi, la professionalità – e dunque anche i carismi specifici di un insegnante, in quanto pedagogo -  non  sono assimilabili alla professionalità di un docente universitario, cui è richiesto un livello di approfondimento scientifico e specialistico non necessariamente (pur se auspicabilmente) accompagnato da una capacità pedagogico-didattica. Ancora più netta la differenza professionale fra un docente (di qualsiasi ordine e grado) e un dirigente scolastico: quest’ultimo può essere (come spesso è in origine) un mediocre o pessimo insegnante e svolgere le funzioni dirigenziali in maniera dignitosa se non egregia (almeno quando possiede un minimo di sensibilità pedagogica). Viceversa l’esperienza ci consegna bravi, talora ottimi, insegnanti che – pur di ottenere quei miglioramenti retributivi e di rispettabilità sociale che non sono altrimenti ottenibili secondo l’organizzazione attuale della scuola -  si imbarcano nella carriera di dirigenti scolastici con risultati patetici (cfr. il dossier da me curato, Presidi da bocciare, Di Girolamo, Trapani 2010). L’unica alternativa seria a questo regime tanto demotivante sarebbe l’istituzione, per ogni grado di scuola, di una triplice fascia: ordinari, esperti, eminenti. Ogni insegnante comincerebbe come ordinario, nella scuola materna come al liceo; dopo un certo numero di anni potrebbe chiedere il passaggio alla fascia successiva (sulla base di pubblicazioni sul proprio ambito di docenza, del giudizio segreto del comitato di valutazione dei suoi colleghi e di un comitato di genitori – sino alla terza media – o di alunni – nel quinquennio successivo e all’università). Dopo un altro periodo di servizio potrebbe chiedere, infine, il passaggio alla terza fascia (sulla base dei criteri validi per l’accesso alla seconda fascia, ma anche di un colloquio con colleghi già dichiarati “eminenti”, con cui confrontarsi pubblicamente). L’accesso a questa terza fascia costituirebbe un momento di gratificazione per il collega che si sia esposto liberamente a questo discernimento collettivo, ma  anche una sorta di festa per la comunità scolastica che avrebbe saputo attrarre, stimolare, trattenere nella propria cerchia una personalità così preziosa. Così, in qualche decennio, diventerebbe normale che ci siano insegnanti di scuola primaria che godano del prestigio e dello stipendio di docente “eminente” e docenti di liceo o di istituti universitari che godano del prestigio e dello stipendio di docenti “ordinari” o “esperti”. Aggiungo di non essere così ingenuo da ignorare che ipotesi come questa che propongo solleverebbero l’opposizione inferocita di partiti e sindacati (realmente o sedicenti) progressisti, dunque dell’area politico-culturale in cui mi riconosco; ma è dal 1968 che i miei compagni di strada rifiutano idee valide di cui si appropriano, distorcendone il senso, partiti e organizzazioni sindacali di ispirazione conservatrice o reazionaria; per poi, dopo decenni, rivendicare quelle stesse idee e recepirle nella versione più bieca possibile. Le disavventure, tuttora attuali, della categoria “meritocrazia” sarebbero in proposito estremamente significative.


http://www.vitapensata.eu/2019/09/30/sognare-una-scuola-impossibile-per-renderne-possibile-una-vivibile/

venerdì 11 ottobre 2019

OSCAR WILDE E SIGMUND FREUD TURISTI A PALERMO

“Il Gattopardo”
Settembre 2019

OSCAR WILDE E SIGMUND FREUD TURISTI IN SICILIA

In questi mesi la Sicilia sta registrando un boom di turisti che, abbagliati dalle bellezze naturali e artistiche, perdonano -più facilmente di noi siciliani che viviamo l’isola tutto l’anno – i risvolti antropologici negativi. Questa benevolenza di sguardo la si rintraccia anche in visitatori molto acuti e non certo poco inclini alla critica più salace.
Come ad esempio Oscal Wilde che, nell’aprile del 1900, scriveva all’amico Robbie (Robert Ross): “Palermo, dove ci siamo fermati otto giorni, era splendida. La città posta nella miglior situazione del mondo, trascorre la sua vita nella Conca d’oro, la splendida valle che si stende fra due mari. E poi da nessuna parte, neppure a Ravenna ho visto mosaici simili. Nella Cappella Palatina, che dai pavimenti ai soffitti è tutta d’oro, ci si sente come si fosse seduti nel cuore di un enorme nido, guardando gli angeli cantare”. Certo, centoventi anni fa, la Conca d’Oro non era ancora l’odierna accozzaglia di case,  o abusive o costruite su licenza di amministrazioni decerebrate; ma non sarebbero mancate neppure allora i motivi di lamentela.
Dopo dieci anni dalla visita di Wilde è il turno di Sigmund Freud che, nel settembre del 1910, sbarca a Palermo in compagnia del discepolo e collega Sandor Ferenczi. “Palermo è una città elegante, pulita, ricca di edifici e dotata di tutto quanto si possa pretendere”, scrive alla moglie Marta: E continua: “Grande è il nostro benessere”. E inoltre: “Attraversiamo Corso Vittorio Emanuele fino al centro della città che diventa sempre più grandiosa e magnifica fino al Duomo normanno e al Castello Reale”. Unico rammarico: non poter condividere con la tanto amata consorte quel “tale splendore di colori, profumi, vedute e benessere” che il padre della psicanalisi dichiara di non aver mai goduto in vita sua “tutti in una volta”. Certo: era la Palermo dei Florio e de Les Tramways de Palerme, quando Giovanni Gentile inaugurava la Biblioteca filosofica e Vittorio Emanuele III la Galleria d’Arte Moderna, ma se è stato possibile allora, perché non riprovarci di nuovo? Ne guadagnerebbe la qualità della vita di turisti e di indigeni in un circolo virtuoso che danneggerebbe solo i parassiti.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 8 ottobre 2019

SE SEI FIGLIO/A DI UN BOSS MAFIOSO...

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La mafia che uccide i suoi figli 

"Ecco come possono rinascere"

di 

La mafia divora i suoi figli. Li uccide nell'anima. Li spinge a camminare in un 
sentiero di spine. Ci sono quelli che seguono le orme del padre, dannati come lui
nella perdizione. Lo onorano per disonorarsi. Ci sono quelli che vivono da persone
perbene e che hanno, per fortuna, seguito altre strade, non senza pena.

In una intervista di qualche giorno faLuciana Ciancimino, figlia di Vito, 
sindaco mafioso di Palermo, ha detto: “Ho paura di stringere la mano a qualcuno
 e presentarmi. Magari l'interlocutore prima ti sorrideva ed era disposto a
 considerarti solo un essere umano, a valutarti per quello che sei. Il cognome è
 una barriera. Lo pronunci e ti senti subito allontanata”. E ancora: “C'è un aspetto
 pubblico di Vito Ciancimino che non condivido e che condanno. La mafia è la
 mostruosità che ha divorato e divora la nostra terra. Da siciliana la combatto e la
 disprezzo. E combatto e disprezzo la mentalità mafiosa”. Infine, come uno strappo:
 “Quell'uomo era mio padre. L'ho amato. Mi ha amata. E' così difficile da capire? 
Come si può rinnegare l'amore che ti ha salvato la vita?”.

E' la sofferenza che viene da dentro e che riguarda alcuni fra quelli che hanno
 avuto genitori dediti al male. L'uomo che leggeva il libro delle favole, la sera, lo 
faceva con mani macchiate di morte. C'è un mare vasto da solcare, soltanto per 
avvicinarsi al problema, non dimenticando mai, neanche per un attimo, lo strazio
 infinito, la sacrosanta richiesta di verità e giustizia delle vittime della mafia, 
gli innocenti annientati dalla ferocia bestiale di quei padri-boss. Chi avrà 
un simile coraggio? Intanto, se ne può parlare.

“Non posso imbarcarmi in un discorso generale – dice padre Cosimo Scordato, 
sacerdote noto per le sue battaglie di legalità e di civiltà -. La prima considerazione 
che vorrei fare è questa: un figlio che vive quella situazione deve interrogarsi.
 Fino a che punto ha ereditato tutto quello che, per esempio, un padre ha prodotto
 con la sua condotta sbagliata? E' in grado di prendere le distanze dal benessere
 e dai benefici? Quel figlio dovrebbe avere il coraggio di separare concretamente
 la propria storia dal resto. E' un lavoro prima di tutto interiore. E in certi casi
 si potrebbe manifestare questa scelta all'esterno, in pubblico. Il rinnegamento
 non è nei confronti del padre, ma delle azioni gravi che ha commesso. Oltretutto,
 il Vangelo, invitandoci ad amare il Signore e il suo Vangelo più dei nostri genitori,
 ci spinge anche a riequilibrare i nostri sentimenti 'naturali'”.

Aggiunge il filosofo Augusto Cavadi, autore per LiveSicilia.it: “Io sono del parere 
che quelle persone dovrebbero distinguere dentro di sé il ruolo di figlio e il ruolo 
di cittadino. Conosco figli di boss che hanno scoperto tardi l'identità del padre e,
 quando è accaduto, hanno vissuto con molta saggezza la differenza dei ruoli.
 Alcuni di questi 'figli di mafia', per dire così, sono impegnati in strutture di 
volontariato all'interno del movimento antimafia. Questo fa la differenza.
 Contestare gli errori non significa smettere di amare. Anzi, se tu ami davvero
 qualcuno non cercherai mai di imbrogliare le carte, vorrai la verità per te e
 per lui”.

Sullo sfondo, il groviglio delle sensazioni in controsenso. L'affetto contro
 il sentimento di colpa. Il gusto dell'innocenza contro una penosa certezza. Il 
bacio della buonanotte contro il mafioso che te l'ha dato.

Dario Cirrincione, giornalista, è andato in profondità con il suo libro 'Figli dei 
boss, vite in cerca di verità e riscatto'. Adesso dice: "Il concetto di famiglia è 
diverso a seconda del contesto. Nella 'Ndrangheta, per esempio, è molto forte.
 I casi sono diversi. C'è chi riconosce che il padre ha commesso fatti terribili, 
ma resta comunque il padre. C'è il figlio negazionista che non accetta la
 situazione e cerca giustificazioni. C'è il figlio che si rassegna e subisce 
passivamente. C'è il figlio fatalista: 'Mio padre non aveva scelta'. Alcuni 
riescono a svolgere una vita normale, nella piena consapevolezza di tutto,
 e a mantenere un legame affettivo".

La mafia uccide i suoi figli. Li divora. Ne ipoteca il futuro. Li incatena al
 passato. Gli avvelena il presente. Crea, talvolta, esseri umani spaccati a 
metà. Divisi tra la necessità di amare e l'impossibilità di dimenticare.

Costantino Visconti, professore a Giurisprudenza, chiosa: “E' una questione
 da non trattare con l'accetta. Capisco le ragioni di chi chiede una presa di distanza
 non dall'uomo ma dai misfatti che ha compiuto. Io mi accontenterei ancora di 
meno: della voglia dei discendenti con un cognome che gronda di sangue di 
vivere da persone buone e rispettabili. Ecco un'antimafia senza torcicollo che 
sa guardare al domani: non escludere coloro che non hanno responsabilità 
diretta, ma guadagnarli alla causa dei buoni e della legalità. Quando i miei
 nipoti giocheranno con i nipoti dei boss, senza distinzioni, sarà un grande 
giorno. Vorrà dire che la battaglia è stata finalmente vinta”.

Un campo di gioco immenso, nella speranza del professore. Senza lacrime, 
né lutti, né bisogno di distinguersi tra figli del male e figli del bene. Riusciremo
 mai soltanto a immaginarla una Sicilia così?

 Home › La mafia che uccide i suoi figli "Ecco come possono rinascere"

domenica 6 ottobre 2019

EDGAR MORIN E IL MEDITERRANEO




PALERMO – Cosa può dirci ancora Edgar Morin, il quasi centenario filosofo e sociologo francese che da decenni sostiene la necessità di superare i confini tra le nazioni, nella consapevolezza di essere tutti figli e cittadini della Terra-Patria, casa comune dell’umanità? Nel libretto “Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero”  (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2019, €10,  a cura di Augusto Cavadi,  prima edizione italiana del saggio già pubblicato in Francia nel 1999) il filosofo propone nuovi spunti di riflessioni davvero intriganti ed attuali.
Morin constata che, nella nostra società secolarizzata, dove “lo sviluppo della Triade Scienza/Tecnica/Industria ha perso il suo carattere provvidenziale”, è stata purtroppo ormai smarrita la certezza e la fiducia nel futuro. Ma è proprio questa crisi di futuro a suscitare una sorta di rivincita del passato: “Quando il futuro è perduto e il presente è malato, allora non resta che rifugiarsi nel passato, cioè a dire nel ritorno alle radici etniche, nazionali, religiose. Se la coscienza planetaria è sottosviluppata e la coscienza umanistica è in crisi, dappertutto acquistano vigore le formule nazionaliste integrali, integriste o nazional-religiose”.
In questo quadro di rinascita delle sirene nazionaliste – oggi si userebbe il termine “sovraniste” – Morin assegna all’Europa e al Mediterraneo un ruolo centrale nella composizione dei conflitti e nella costruzione di un futuro di pace: “La costruzione di un’Europa politica e culturale, al di là dell’economia, sarà lo sviluppo di un’Europa della diversità in cui la sua area mediterranea conserverà la sua specificità e la sua autonomia. Non si può riscoprire il Mediterraneo se non cessando di percepirlo come frontiera e considerandolo come bene comune e grande canale di comunicazione”. Il filosofo afferma quindi che è necessario ritrovare nel Mediterraneo l’essenza dell’apertura, della comunicazione, della tolleranza e della razionalità: “Dobbiamo ‘rimediterraneizzarci’ come cittadini della comunicazione e cittadini della complessità. Come il mondo non può salvarsi che grazie a una religione della fraternità umana, così il Mediterraneo non può salvarsi che grazie a una fraternità mediterranea”.
Sollecitato dalla lingua francese, dove Mediterraneo è femminile (la Méditerranée), l’autore continua a parlare del Mare nostrum con accenti quasi lirici e commossi, esortando a ritrovare la sua sostanza materna e inclusiva, che dovrebbe aiutarci a sentirci figli e fratelli, e a guardare al futuro con il “principio speranza”, pur senza fedi religiose, certezze scientifiche o promesse storiche. Il saggio è inoltre arricchito da notizie biografiche su Morin (nome di battaglia assunto dal filosofo al posto del cognome vero, Nahoum, quando si impegnò nella resistenza anti-nazista) e da un’interessante postfazione del professor Alberto Cacopardo, che sottolinea la necessità di estendere il comandamento “non uccidere” dagli angusti confini nazionali ai confini planetari, mentre purtroppo sinora “L’orizzonte dell’etica definisce un ‘noi’ al di fuori del quale incombe un’estraneità che non è umana come noi. Questo è il meccanismo antropologico che rende possibile la guerra: il misconoscimento della comune umanità”.
Nella prospettiva di una nuova etica capace di superare i temibili conflitti tra nazioni e gruppi religiosi, il mare Mediterraneo potrebbe divenire “il fecondo terreno d’incontro tra i mondi che si affacciano alle sue onde”, con l’impegno a costruire quell’umanesimo planetario agognato anche da Ernesto Balducci. Preziose infine, nel capitolo conclusivo del libro, le notazioni del curatore Augusto Cavadi, che sottolinea come il passaggio da una coscienza individualistica a una planetaria venga considerato dal filosofo francese una tappa decisiva del processo di “ominizzazione” e pone l’accento su quello che lo studioso chiama “vangelo della perdizione”. Sciogliendo il legame bi-millenario tra l’annunzio di fraternità e la speranza religiosa di salvezza, il laico e non credente Morin scrive: “Tutti gli essere viventi sono gettati nella vita senza averlo chiesto, sono promessi alla morte senza averlo desiderato. Vivono tra nulla e nulla… Siamo perduti, ma abbiamo un tetto, una casa, una patria: il piccolo pianeta in cui la vita si è creata il proprio giardino, in cui gli esseri umani hanno formato il proprio focolare, in cui ormai l’umanità deve riconoscere la propria casa comune. Dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli, per vivere autenticamente la nostra comunità di destino di vita e di morte terreni”.
Allora, conclude saggiamente Cavadi: “Ci vuole molta follia per sprecare la nostra caduca esistenza personale in conflitti e distruzioni, anziché investirla per rendere accogliente il giardino che ci ospita per pochi frammenti di tempo”.

Maria D’Asaro

http://www.ilpuntoquotidiano.it/il-mediterraneo-diventi-il-mare-della-fraternita/

mercoledì 2 ottobre 2019

VOTO AI SEDICENNI ? PESSIMA IDEA



“Repubblica – Palermo”
2.10.1950

DARE IL VOTO AI SEDICENNI O TOGLIERLO AI DICIOTTENNI ?

Quando la Madonna, ascoltando le preghiere di Matteo Salvini per il bene dell’Italia, lo ha convinto (in un accesso di Spirito o forse in un eccesso di spirito, di alcool) al suicidio politico di agosto, ho emesso un profondo respiro di sollievo. Provvisorio, ma profondo. Sostenitori e oppositori di questa nuova coalizione governativa sappiamo che molto del futuro del Paese dipende da come essa si comporterà nei prossimi mesi. La proposta di estendere ai sedicenni il diritto di votare è uno dei passi peggiori con cui avviare il nuovo corso.
Per quali ragioni? 
Più di tante analisi psico-sociologiche l’ha spiegato, papale papale, in un’intervista a Ernesto Assante sulla “Repubblica” del 1 ottobre, Emanuele Crisanti, sedicenne famoso per la sua partecipazione a XFactor: “Io e i miei coetanei non siamo abbastanza informati per poter davvero esprimere un voto ragionato. Non abbiamo una visione completa della politica che ci permetta di scegliere coscientemente”.
Chi ha trascorso, da alunno prima e da docente dopo, quasi settant’anni in aule scolastiche non può – se onesto intellettualmente- che sottoscrivere la dichiarazione del saggio ragazzo, aggiungendo solo due chiose.
La prima: “Non abbiamo una visione completa della politica” è una formulazione eufemistica, addolcita. La verità vera sarebbe: “Non abbiamo nessuna visione della politica, né completa né incompleta”. Se non fossero episodi anche rattristanti, ce ne sarebbero tanti di divertenti da raccontare: per esempio quando un alunno mi spiegava che lui e la sua famiglia erano per tradizione “di destra” e, perciò, avevano sempre votato “prima PCI poi PDS”.
Ma di chi è la responsabilità di tanta ignoranza? Delle agenzie educative ( in primis la scuola, poi i partiti, i sindacati, le associazioni, le chiese…) che dovrebbero curare l’alfabetizzazione sull’ordinamento repubblicano (differenza di ruolo fra parlamento, governo e magistratura, almeno) e sulle diverse teorie politiche in competizione (liberalismo, socialdemocrazia, fascismo, personalismo comunitario, ambientalismo, conservatorismo, anarchismo…). Per sopperire a questa latitanza, alcuni amici di vario orientamento ideologico abbiamo fondato nel 1992 l’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone”, con sede a Palermo ma con interventi pedagogico-didattici in ogni parte d’Italia (http://www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it) : dopo più di un quarto di secolo continuiamo a lavorare, consapevoli però di costituire una realtà troppo piccola per l’enorme fabbisogno di informazione e di saggezza. 
Da qui la seconda chiosa necessaria – a mio sommesso avviso – alla dichiarazione del giovane Crisanti: a non essere “abbastanza informati per poter davvero esprimere un voto ragionato” non sono solo lui e i suoi “coetanei”, ma la stragrande maggioranza degli italiani. All’ordine del giorno, perciò, dovrebbe esserci non l’estensione del diritto di voto ai sedicenni, ma l’abolizione di tale diritto agli ultra-diciottenni incapaci di rispondere a quei quesiti elementari che  gli Stati democratici sottopongono agli immigrati aspiranti alla cittadinanza. 
So che affermare queste verità evidenti significa remare contro corrente che, nell’epoca della demagogia galoppante,  è l’unico peccato veramente imperdonabile. Ma ognuno ha il suo dovere etico e deve risponderne innanzitutto alla propria coscienza.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 1 ottobre 2019

IL MESE DI OTTOBRE ALLA CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA



CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo
Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, eccovi l’aggiornamento per ottobre del 2019:
·      Mercoledì 2 ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00Meditazione filosofica dialogatacon Augusto Cavadi sul tema: “Saper invecchiare con saggezza”. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni. 
·      Mercoledì 9 ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00Meditazione filosofica dialogata con Maurizio Muraglia sul tema: “Paolo e Francesca secondo Dante: l’eterna lotta fra Ethos ed Eros”. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Domenica 13 ottobre dalle ore 11,00 alle ore 13,00: Incontro di spiritualità laica(“La domenica di chi non ha chiesa”). Dopo la prima mezz’ora di accoglienza reciproca, dalle 11,30 alle 13,00 una meditazione condivisa. Alle 13,00 pranzo con ciò che ciascuno desidera offrire in tavola. Chi non è già sostenitore mensile della Casa è invitato a versare 5,00 euro per le spese di gestione della stessa. 
PER QUESTO MESE VERIFICARE SE LA “DOMENICA DI CHI NON HA CHIESA” SI SVOLGERA’ IN CASA O ALTROVE: attendere e-mail di Salvo Menna o contattarlo direttamente.
·      Lunedì  14  ottobre  dalle ore 18,00 alle ore 20,00 : conversazione pubblica con Giuseppe Burgio sul tema della seconda edizione del suo volume “Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità”. Organizzano il Gruppo “Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne” e la Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”.
·      Mercoledì 16  ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00 Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Giovedì 17 ottobre dalle ore 18,00 alle ore 20,00: Incontro su “Cos’è davvero essenziale?” . Organizza la rivista “Le nuove frontiere della scuola” in occasione del 50° numero (intitolato appunto “L’essenziale”).
·      Mercoledì 23  ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00 Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Lunedì  28  ottobre  dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso delle due ore è previsto un momento conviviale autogestito. 
·      Mercoledì 30  ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00 Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni

Con un affettuoso arrivederci, 
         Augusto Cavadi    
       (a.cavadi@libero.it)