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venerdì 25 ottobre 2024

SE NE E' ANDATO ANCHE GUSTAVO GUTIERREZ, PADRE DELLA "TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE"

 

Martedì 22 ottobre se ne è andato, alla rispettabile età di 96 anni, Gustavo Gutiérrez, il frate domenicano considerato unanimemente il padre della “Teologia della liberazione” latino-americana. Benché cattolico, la sua opera è stata influente oltre i confini della sua confessione religiosa: vi si sono riconosciuti, riprendendola e rilanciandola, pensatori e militanti di Chiese protestanti e di movimenti politico-culturali ‘laici’.

Per la mia generazione la “Teologia della liberazione” ha costituto una ventata d’aria fresca negli ambienti alquanto asfittici del mondo cattolico europeo: a Palermo l’abbiamo tradotta, in libri e iniziative sociali degli anni Ottanta, come “Teologia del risanamento” (formula proposta dal teologo don Cosimo Scordato). il Gesù della teologia dogmatica ellenistica, bizantineggiante, veniva deposto dalle nicchie più elevate dei templi e – grazie a una lettura esegeticamente aggiornata dei testi evangelici – restituito alla strada: alla verità storica di un Profeta nomade divorato dalla passione per l’avvento del “Regno di Dio”.

Ma cosa intendeva con questa formula un ebreo del I secolo dell’era volgare?

Che i regni dei potenti di questo mondo erano destinati a frantumarsi per fare spazio ai criteri di libertà, giustizia, fraternità del Dio annunziato da Cristo. La “buona notizia” non riguardava dunque principalmente le “anime” individuali, ma le “persone” (nella loro integrità psico-fisica) in quanto membri del “popolo” : e non il loro futuro escatologico, dopo la morte, bensì il loro presente storico.

Una rilettura così rivoluzionaria del vangelo interrogò papa Giovanni XXIII, i vescovi del mondo riuniti nel Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 63) e papa Paolo VI: ne suscitò perplessità e dubbi, ma ne stimolò anche la produzione di documenti epocali come le encicliche Pacem in terris e Populorum progressio  e la Costituzione conciliare Gaudium et spes.

Poi è arrivato il lungo inverno della repressione autoritaria di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: a colpi di scomuniche e di ritiro dell’autorizzazione a insegnare nelle università cattoliche hanno contribuito alla crisi della “Teologia della liberazione”. Tramontato dunque per sempre il sogno di Gutierrez e dei suoi numerosi compagni e discepoli? Il cristianesimo torna ad essere, irrimediabilmente, l’ideologia che giustifica le sperequazioni fra pochi sempre più ricchi e molti sempre più poveri?

In molti lo hanno ritenuto, ora con sconforto ora con soddisfazione, sino al 13 marzo 2013 quando dal balcone di san Pietro si è affacciato un papa sud-americano chiamato “quasi dalla fine del mondo”. Con Francesco la “Teologia della liberazione” torna a zampillare a cielo aperto dopo un lungo periodo di scorrimento sotterraneo. Se non si tiene presente questo, non si capisce la radice dell’opposizione non solo dei governi degli Stati capitalistici, ma anche del clero e dei fedeli tradizionalisti, a papa Bergoglio.  Vincerà la dura battaglia? Difficilmente. Egli infatti è tanto aperto sulle questioni pastorali e sociali quanto conservatore in ambito teologico, etico e istituzionale (o almeno si mostra così per non moltiplicare a dismisura il fronte dei suoi avversari ‘interni): e questa timidezza gli aliena le simpatie delle frange progressiste del mondo cattolico che, altrimenti, sarebbero i suoi alleati naturali.

La partita è dunque aperta. Gutierrez non ha chiuso gli occhi a questa vita con la gioia piena di chi ha visto realizzato il suo impegno “con i poveri e contro la povertà” (come scrisse nel suo Bere al proprio pozzo. L’itinerario spirituale di un popolo  del 1983); ma neppure con disperazione. La crisi teorico-pratica del marxismo (nel quale i teologi della liberazione riconoscevano, insieme a molti difetti intollerabili,  istruttivi strumenti di analisi della società e interessanti indicazioni operative) ha certamente affievolito molti entusiasmi, ma non ha seppellito tanti esperimenti di partecipazione democratica ancora attivi qua e là sul pianeta. Come scriveva lo stesso teologo peruviano, “il popolo degli oppressi, durante la traversata del deserto conosce i fallimenti, la tentazione di tornare indietro, ma anche i successi e soprattutto la speranza nel Dio che libera e che dà la vita”.

Augusto Cavadi

* L'articolo originale con corredo fotografico qui:

https://www.zerozeronews.it/laddio-a-guitierrez-non-seppellisce-la-teologia-della-liberazione/

giovedì 26 settembre 2024

INVECE DEI CATECHISMI PARROCCHIALI PIU’ DIFFUSI…

In un articolo di alcuni decenni fa Luigi Lombardi Vallauri – già docente di Filosofia del diritto alla Cattolica di Milano – sosteneva la necessità di vietare il catechismo  ai minori di 18 anni. La formulazione paradossale non era dettata esclusivamente da intenti ironici perché sintetizzava un articolato processo argomentativo che oggi potremmo riprendere con altri termini, ma senza tradirne l’esprit originario.

Cosa succede mediamente nelle parrocchie italiane quando si preparano bambini e bambine alla Prima eucarestia e/o alla Confermazione? A mia conoscenza si danno due scenari principali.

Nelle comunità ‘tradizionali’ si trasmettono, con strumenti didattici aggiornati, i contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica emanato nel 1992 da Giovanni Paolo II, che l’adolescente, man mano che crescerà in età e istruzione, o manterrà ufficialmente ma senza lasciarsene coinvolgere esistenzialmente o rinnegherà in blocco o (molto più raramente) sottoporrà a una faticosa cernita per separare il grano dal loglio.

Per evitare esiti del genere, non privi di rischi, nelle comunità ‘progressiste’ si  bypassa la proposta del catechismo canonico e ci si concentra su alcuni messaggi umanistici o sociali o ecologici che in varia misura sono collegabili con il vangelo. Questo secondo scenario presenta indubbi vantaggi, se non altro perché esime dal compito di destrutturare prima di ricostruire un proprio cammino di ricerca religiosa, ma non si può negare che comporti un difetto grave: si privano intere generazioni della possibilità di un confronto, sia pur critico, con lo specifico cristiano. Ad essere accettate o rifiutate saranno alcune linee di un’etica potenzialmente universale, ‘laica’, di certo necessaria e urgente; ma rimangono fuori dai riflettori – nei casi più felici, appena sullo sfondo - la declinazione e le motivazioni originali che di tale etica hanno dato Gesù di Nazareth  e le prime comunità dei discepoli.

Un’alternativa alle catechesi che rischiano il dogmatismo o, al contrario, il  filantropismo generico è stata più volte ricercata anche in Italia: ancora nel 2007 è stato pubblicato, a cura del Cipax,  Chi dite che io sia? Le ragazze e i ragazzi della Comunità di San Paolo si interrogano sulla storia di Gesù di Nazareth, Icone Edizioni, Roma. In queste settimane è in distribuzione la traduzione italiana di uno strumento preparato, e sperimentato a lungo, da un noto teologo della Liberazione, José Marìa Castillo: La buona notizia di Gesù (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2024, a cura di D. Culot e L. Tommaselli). E’ il primo di tre volumi, o meglio quaderni, di “Teologia popolare” che l’autore, scomparso nel 2023, ha pubblicato in spagnolo nel 2012, dopo decenni di circolazione su fogli ciclostilati in tante comunità europee e soprattutto latinoamericane.

La prima parte del volume mira a due scopi: “prima di tutto è necessario renderci conto della situazione in cui ci troviamo” e, a tale scopo, “vedere cosa sta succedendo nella società nella quale viviamo” e “cosa capita con tutte queste cose della religione, che, a quanto pare, non funziona come dovrebbe funzionare”; “in secondo luogo, scopriremo quello che si deve fare per leggere e comprendere i vangeli, perché c’è molta gente che non capisce quello che dicono i vangeli” (p. 13).

A questo punto inizia la seconda parte del quaderno in cui ogni capitolo è scandito in tre momenti: si riporta un brano del vangelo, si offrono “alcuni chiarimenti che aiuteranno a capire meglio le cose raccontate” e “infine ci saranno alcune domande che servono perché ciascuno rifletta su ciò che questo vangelo vuol dire a ciascuno di noi” (p. 47).

“In definitiva” – asserisce in chiusura della sua Introduzione l’autore – “quello che questo libro sta a significare per noi è che il cristianesimo, la Chiesa, la religione devono umanizzarsi, devono essere più umani, devono essere più vicini a tutti gli esseri umani, devono essere in sintonia con tutto ciò che è veramente umano” (p. 9).

 

                                                                                              Augusto Cavadi

Per la versione originale (illustrata) cliccare qui: 

Come e perché attualizzare il cristianesimo - Zero Zero News

lunedì 12 agosto 2024

Il “Piccolo lessico del fine-vita” e le critiche dalla Destra cattolica

 Il “Piccolo lessico del fine-vita”, curato della Pontificia Accademia per la Vita, sta suscitando commenti di cauto consenso per le – sia pur parziali – aperture al dialogo con la bioetica ‘laica’. In controtendenza si registrano meno numerose le reazioni critiche, come l’intervento a firma di Francesco Farri, sul “Notiziario del Centro Studi Rosario Livatino” del 10.8.2024 che elenca una lunga serie di obiezioni riassunte, dall’autore stesso, all’inizio dell’ampia e articolata trattazione: “l’impostazione del testo appare eccessivamente accondiscendente rispetto alle istanze più lontane dall’antropologia cristiana, nella misura in cui rinuncia a compiere il passaggio conclusivo del ragionamento, ossia – in prospettiva laica – dimostrare che una delle tesi oggetto del dialogo può essere vera in senso oggettivo a discapito delle altre e – in prospettiva religiosa – che l’oggettiva Verità risiede nel messaggio di Gesù Cristo, cui peraltro il libro riconosce valore di «senso etico universale»”.

Chiariamo subito che, secondo me, la critica ai pronunciamenti del Magistero cattolico (a maggior ragione quando, come in questo caso, più che di una dichiarazione ufficiale si tratta di un documento orientativo da parte di un’istituzione vaticana con compiti di studio e di consulenza a servizio del papa e dei vescovi) è legittima da parte non solo (come è ovvio) dei non-cattolici ma anche dei cattolici. Ciò premesso non posso non notare due contraddizioni.

La prima: che gli ambienti cattolici conservatori, per tradizione propensi all’accettazione docile degli insegnamenti più o meno ufficiali, in era bergogliana tendono all’ipercritica (ben sapendo, come in questo caso, che si parla a nuora perché suocera – sul più alto soglio – intenda). Viene dunque spontaneo chiedersi perché non si decidano a una posizione più coerente: o perseverare nella fiducia (sovrannaturale) nell’assistenza perenne dello Spirito Santo sul pontefice e sui suoi più stretti collaboratori o ammettere che nessuna questione è chiusa se Roma parla (e che dunque sono legittime anche le critiche a questo papato dal fronte progressista riformatore).

Una seconda contraddizione la trovo nel nome del giudice a cui è intestato questo Centro studi che, come ho cercato di dimostrare nel mio piccolo volumetto Rosario Livatino un laico a tutto tondo (Di Girolamo, 2021), è stato certamente un cattolico credente e praticante, ma non “un ‘integralista’, un intollerante, un crociato di valori ‘non negoziabili’: visse, parlò, operò  e morì da ‘laico’ ” (p. 26). Non è senza significato che anche persone, a lui vicine in vita, abbiano attestato che egli si riconoscesse nel detto di Pierre l’Eremita  (ricopiato in una sua agenda): “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”.   Condivideva il giovane Livatino le tesi del Magistero cattolico degli anni Ottanta su fecondazione artificiale, eutanasia etc. ? Certamente. Riterrebbe oggi – come si legge in un orribile libretto a più mani del 2016, Rosario Livatino il giudice santo, a cura di D. Airoma – che “le paventate riforme” legislative su queste tematiche rappresenterebbero “la consacrazione di desideri senza limiti, che costituiscono il frutto di una mentalità da relativismo mafioso aggressivo e totalitario” (pp. 54- 57)? Neppure per sogno (anzi, per incubo).

Comunque, prescindendo dalle contraddizioni ‘interne’ alle posizioni espresse in questo testo ospitato dal Centro studi “Rosario Livatino” di Roma, non posso tacere una domanda radicale: su quali basi esegetiche e teologiche l’autore afferma che “l’oggettiva Verità risiede nel messaggio di Gesù Cristo”? Si badi bene: nel contesto è evidente che non ci si riferisce alla valenza religiosa della “Verità” (e già da questo punto di vista la teologia contemporanea si interroga se il messaggio evangelico sia vero interamente ed esclusivamente), ma alla valenza etica. Dove, di grazia, il Gesù annunziato nel Secondo Testamento si è espresso – e in maniera esplicita, netta, autorevole – in questioni come “suicidio assistito”, “eutanasia”, “nutrizione e idratazione artificiali”, “proporzionalità dei trattamenti” sui malati terminali, “disposizioni anticipate di trattamento” (testamento biologico), rilevanza degli “oneri economici” nella valutazione dell’accanimento terapeutico, “medicina intensiva”, “cure palliative” ?

Ammesso – e per nulla concesso – che nei testi biblici ci fossero indicazioni etiche di questo tenore su queste tematiche, tali indicazioni impedirebbero ai credenti di cercare (come dice il documento criticato da Farri in un passaggio da lui correttamente riportato) “mediazioni sul piano giuridico in una società pluralista e democratica, in cui anche i credenti sono chiamati a partecipare alla ricerca del bene comune che la legge intende promuovere”? Non è forse vero che “contribuire a individuare un punto di mediazione accettabile fra posizioni differenti è un modo per favorire un consolidamento della coesione sociale e una più ampia assunzione di responsabilità verso quei punti comuni che sono stati insieme raggiunti”? O, mentre ci sgoliamo per condannare il fondamentalismo ebraico o islamico, vogliamo contrabbandare sotto banco, in casa nostra (nostra ?), il vecchio fondamentalismo cattolico?

Su un aspetto della questione mi sono trovato in perfetta sintonia con questo dotto intervento in perfetto stile giuridico: lo stupore, tra l’ammirato e il divertito, per  i capitomboli ermeneutici e le acrobazie argomentative con cui ogni pronunciamento ufficiale della Chiesa cattolica si sforza di dimostrare che, nonostante le apparenze, non si sta dicendo il contrario di ciò che si è sostenuto sino a quel momento.

Augusto Cavadi

L’edizione originale qui: https://www.adista.it/articolo/72359

 

 

venerdì 8 dicembre 2023

LA CLASSE CAPITALISTA VA IN PARADISO ?

 

“Adista/Segni nuovi”

16.12.2023

ANCHE I CAPITALISTI ANDRANNO IN PARADISO ?

La classe operaia andrà in paradiso?  Non sappiamo. Ma non tutti i padroni  andranno all’inferno. A chi ne dubitasse, andrebbe consigliato il libro a quattro mani, di R. Colm e C.Mendoza,  Gesù imprenditore. Il paradosso del denaro (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2023, pp.    224, euro 18,00). Infatti il volume è stato scritto per dimostrare che, nonostante l’apparenza (cfr. passi come Mt 6,24: “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”), non vi sia nessuna inconciliabilità fra il “denaro” (“termine che indica la ricchezza in generale ed è adottato per indicare per metonimia il molto più vasto mondo economico: generare profitti, fare impresa, lavorare con l’obiettivo di realizzare maggiore sviluppo economico, profitto, ricchezza, ma anche crescita personale, ecc.”) e il “Vangelo” (p. 13).

Dico subito che ho apprezzato l’idea di riaprire una teologia – implicante un’etica - del denaro nell’ambito cattolico dove è consuetudine volare alto verso le tematiche mistiche e liturgiche, bypassando le questioni (ritenute, a torto, basse e inquinanti) legate agli usi e ai costumi quotidiani.

Nel merito, poi, ho trovato più di uno spunto interessante: ad esempio l’idea che lo Stato debba vigilare stabilmente per difendere l’imprenditoria ‘pulita’ dalla ‘sporca’, in particolare dalle infiltrazioni delle mafie (un riferimento tanto più significativo dal momento che nessuno dei due autori vive e opera nel Meridione italiano). O ancora: il riferimento critico a Stati in cui prospera l’economia capitalistica, anche grazie alla ‘remissione di debiti’ fruita dopo la Seconda guerra mondiale (come nel caso della Germania), che però diventano esigenti rigorosamente verso altri Paesi in difficoltà (come la Grecia). O là dove ci si chiede come mai nelle omelie la raccomandazione di evitare di peccare assai raramente si estenda sino a toccare il dovere di pagare le tasse.

Sarei insincero, però, se tacessi su un retrogusto complessivo di insoddisfazione alla lettura del testo dal momento che esso mi appare inficiato da almeno  tre lacune.

Nobiltà e rischi del mestiere di imprenditore

Sono stato sempre convinto che la condizione spirituale degli imprenditori capitalisti è simile alla condizione dei politici di professione: possono vivere e morire onestamente come ogni altro concittadino, anzi - se operano con equità e dedizione al Bene comune - sono da considerare autentici santi. La loro funzione sociale non è equiparabile a nessun’altra: sono, per così dire, candidati naturali all’esemplarità. Ciò che gli autori di questo libro non dicono – o non dicono con la forza necessaria – è che politici e imprenditori sono anche più esposti di qualsiasi categoria alle tentazioni più perfide e che la stragrande maggioranza vi cede, tradendo la missione. I latini lo affermano con icasticità intraducibile: corruptio optimi pessima (che grosso modo in questo caso potrebbe suonare: più elevata è la funzione di qualcuno, più odiosa risulta la sua corruzione). Anche le Scritture cristiane riportano, come uscite dalle labbra del Signore, la dura ammonizione: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,25). C’è un test infallibile per misurare l’autenticità di una persona di potere (politico e/o economico): se, quando deve scegliere fra la fedeltà alla propria coscienza morale e i propri interessi privati, sacrifica questi ultimi alla prima. Come è stato capace Thomas More (secondo la lettura che ne ha dato Hans Kűng nel suo prezioso libretto Libertà nel mondo, ripubblicato da Il pozzo di Giacobbe): benché padre di famiglia, ricco possidente e altissimo esponente del Regno, quando Enrico VIII gli ha chiesto di tradire le sue più profonde convinzioni etiche non ha esitato a rinunziare agli affetti familiari, alle proprietà, al ruolo politico, anzi alla sua stessa vita.

 

Un’esegesi a fisarmonica

Una seconda ragione di perplessità deriva dalla pretesa degli autori di dimostrare troppo: non solo che il vangelo e l’iniziativa economica non sono incompatibili, ma che addirittura nelle prediche e nelle parabole di Gesù vi sarebbero delle indicazioni istruttive su come fare bene l’imprenditore. Un esempio fra i tanti: la “parabola dei lavoratori a giornata” (Mt 20, 1 – 16) suggerirebbe al buon imprenditore cristiano alcuni “principi d’azione” come “creare occupazione e ridurre sistematicamente la disoccupazione” (p. 19), “definire e assegnare una giusta retribuzione” (p. 24), “arricchire il mondo del lavoro offrendo opportunità inclusive” (p. 30). In quest’ottica si può perfino riportare – senza prenderne le distanze – la lezione che dalla parabola ha tratto un imprenditore interrogato su di essa: “la decisione del top management va eseguita” senza obiezioni, secondo il verso dantesco “Vuolsi così dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare…” (p. 28). Ma così non si smarrisce il focus principale della parabola che non è certo di ordine organizzativo-legale dal momento che vuole, scandalosamente, annunziare un Dio che trascende in direzione del dono e del perdono i criteri della giustizia umana?  In tutto il volume incontriamo una strana metodologia esegetica a fisarmonica: di norma si adotta un letteralismo ingenuo, quasi commovente (come quando si riferisce, come indiscutibile fatto storico, che Gesù abbia esercitato le “proprie capacità divine perché Pietro trovasse lo statere nel pesce”, p. 185). Non c’è neppure il sospetto che Mt 17, 24 – 27 sia un testo metaforico, un racconto costruito dalla comunità dei credenti per difendere il Maestro e se stessi dall’accusa di essere evasori fiscali. Ma quando si tratta di passi in cui il medesimo protagonista, Gesù, si pronunzia  con radicalità sulla necessità di liberarsi dalle preoccupazioni economiche per dedicarsi all’annunzio del regno di Dio imminente, ecco allora che si abbandona il terreno dell’esegesi letterale e si ricorre al registro metaforico, giungendo ad affermazioni tra il patetico e il ridicolo: “La conclusione di Gesù: << Così chiunque di voi non rinuncia a tutti suoi averi, non può essere mio discepolo>> (Lc 14,32) non significa altro che porre ogni speranza in Dio e non nel denaro” (pp. 186 – 187). Conseguenzialmente la portata dirompente della beatitudine dei poveri viene esorcizzata sottolineando che si tratta di poveri “in spirito” (p. 189): senza precisare, dunque, che si tratta di un’aggiunta redazionale posteriore e, soprattutto, senza riferire che secondo i biblisti specializzati sul tema (come p. Jacques Dupont) Gesù aveva proclamato felici i ‘poveri’ in senso materiale, socio-economico, perché l’imminenza dell’azione di Dio avrebbe comportato la loro ormai prossima liberazione (qui e ora, non in altro mondo e in altra vita) .  Capisco che, se si insegna alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma (l’ateneo fondato e diretto dall’Opus Dei), si debbano ammorbidire certe asserzioni rivoluzionarie, ma c’è un limite oltre il quale non è esagerato parlare di vanificazione. Qualcosa del genere aveva denunziato nel Seicento il buon Pascal, nelle Lettere provinciali,  a proposito della tendenza dei Gesuiti a far rientrare nel “necessario” da tenere per sé e per i propri familiari tanti di quei beni, comodità e privilegi da lasciare ben poco al “superfluo” di cui si è debitori, in quanto cristiani, ai fratelli più poveri.

 

Il capitalismo: non da sempre, non per sempre

La terza riserva nei confronti di questo volume è la più radicale: gli autori non sembrano sfiorati dal dubbio che l’universo culturale, valoriale e simbolico, del capitalismo non sia né unico né eterno. Propriamente parlando non c’era ai tempi della redazione dei vangeli (il capitalismo dei manager odierni arriva circa un millennio e mezzo dopo la nascita del cristianesimo) e non ci sono motivi cogenti per escludere che possa essere sostituito da altri regimi socio-economici così come esso ha scalzato il feudalesimo.  I consigli che, indirettamente, Gesù avrebbe dato agli imprenditori – secondo gli autori di questo libro - sono dunque doppiamente problematici: sia perché si tratterebbe di imprenditori all’interno di un contesto molto differente dal nostro, in cui i margini di manovra dei soggetti economici erano molto maggiori dei meccanismi anonimi odierni (in cui certe forme di sfruttamento sono talmente sistemiche che neppure un capitalista ‘buono’ potrebbe da solo disinnescarle) ; sia perché – anche se fossero consigli azzeccati agli imprenditori di ieri e di oggi -  se ne debba prevedere l’inefficacia in un eventuale, futuro, assetto complessivo post-capitalistico. Ciò che mi pare più verisimile è che l’essenziale del vangelo trascenda le circostanze storiche e socio-economiche in cui di secolo in secolo si va ‘inculturando’. E spero, dunque, che Dio possa avere misericordia  di singoli imperatori romani, di singoli feudatari medievali, di singoli monarchi moderni, di singoli capitalisti contemporanei, ma che il messaggio del suo Inviato non si lasci imbrigliare da nessun sistema politico-istituzionale. Il vangelo è attuale proprio perché mai adeguatamente attuato: esso può operare sotto molti cieli, ma solo a titolo di “riserva critica”. Il regno di Dio – inteso come “pienezza dei doni messianici” ( giustizia, libertà, solidarietà,  pace…) – è l’utopia che può dare nei momenti più bui della storia, come l’attuale,  un’estrema motivazione a camminare oltre.

Augusto Cavadi

mercoledì 21 giugno 2023

FUNERALI RELIGIOSI A WELBY NO, A BERLUSCONI SI': DUE PESI E DUE MISURE ?


 “ADISTA/NOTIZIE”      24.6.2023

 

Funerali religiosi: a Welby no, a “”Berlusconi sì. E poi ci stupiamo che le chiese si svuotino?

 

Sulla personalità di Berlusconi, e sulla sua azione politica pluridecennale, sono possibili (possibili di diritto oltre che di fatto) i giudizi più disparati. Su un aspetto della sua poliedrica figura non dovrebbero esserci dubbi: nonostante occasionali dichiarazioni verbali, la sua vicenda esistenziale si è snodata in totale contraddizione con le norme (sensate o insensate che siano) della Chiesa cattolica. Senza scomodare il (recente) passato in cui la gerarchia ecclesiastica ha rifiutato i funerali religiosi a chi aveva avuto la tessera del Partito comunista italiano o a chi aveva convissuto more uxorio con un partner (un eventuale matrimonio “civile” in Municipio non modificava e non modifica di una virgola lo stato di “pubblici peccatori” cui viene vietato l’accesso ai sacramenti), è ancora vivo nella memoria di chi era adulto nel 2006 il ricordo della decisione del cardinal vicario di Roma, Ruini, di negare i funerali religiosi a Piergiorgio Welby che, dopo anni di sofferenze inenarrabili, aveva chiesto e ottenuto lo spegnimento delle macchine che lo tenevano in vita artificialmente e la somministrazione di medicinali sedativi.

Ebbene, questa stessa Chiesa oggi celebra solenni funerali religiosi a un cittadino italiano che è stato sposato una prima volta con Carla Elvira Lucia Dall’Oglio, poi divorziato, poi risposato “civilmente” una seconda volta con Veronica Lario, poi divorziato di nuovo e ha convissuto pubblicamente prima con Francesca Pascale e poi con Marta Fascina (con la quale ha celebrato la parodia sfarzosa di un matrimonio). Ovviamente mi limito ai dati oggettivi e indiscussi, tacendo sugli scandali a sfondo sessuale che hanno suscitato la pena di tante donne e l’invidia di tanti maschi. 

In una lettera spedita oggi ai suoi lettori, in cui segnala un suo pezzo sull’edizione on line de Il Fatto quotidiano, il prete e giornalista don Paolo Farinella riferisce che il cardinale Bagnasco, alla domanda del perché come presidente dei vescovi italiani non criticasse i comportamenti immorali dell’allora Cavaliere, ebbe a rispondergli confidenzialmente che «doveva rispettare il protocollo» (https://www.augustocavadi.com/2023/06/una-nazione-in-lutto-per-un.html).

In queste stesse ore il cardinal Ruini dichiara all’Avvenire che Berlusconi «Era persona di grande intelligenza e generosità. Ha avuto meriti storici per l’Italia, soprattutto avendo impedito al partito ex comunista di andare al potere nel 1994. E anche per l’instaurazione del bipolarismo. Inoltre - ha aggiunto Ruini - ha operato molto bene in politica estera». Il cardinale non ha nascosto i suoi sentimenti: «Sono stato uno dei suoi amici. Domani (oggi per chi legge) celebrerò la santa Messa per lui, perché il Signore nella sua misericordia lo accolga nella sua eterna pienezza di vita» (https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ruini-intelligente-e-generoso-ha-meriti-storici-per-litalia).

Quando si trattò di negare i funerali religiosi a Welby, Ruini chiarì che sarebbe stato come legittimare l’eutanasia: perché oggi, celebrarli per Berlusconi, non sarebbe come legittimare il concubinato?

Ma non è una novità nella storia bimillenaria della Chiesa cattolica: un peso e una misura per i potenti, un altro peso e un’altra misura per i fedeli “comuni”. La novità sta altrove: che per i primi duemila anni la maggior parte dei fedeli sono rimasti “fedeli” pur vedendone di tutti i colori (tranne, ovviamente, i tanti scismi che hanno sottratto milioni di persone alla Chiesa di Roma), mentre adesso le chiese si vanno svuotando a ritmo crescente. La gente “comune” può anche ammirare la coerenza di un Cavaliere che gioca, dall’esordio alla morte, il ruolo di illusionista; ma non quel clero che gli riserva gli onori dei santi e dei martiri.

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com

PS: La foto riproduce un'installazione di Adriana Saieva della collezione privata Casa Dam'Arte (Palermo).

domenica 11 dicembre 2022

GLI OMAGGI INVOLONTARI DEL CARDINALE OUELLET AI VESCOVI TEDESCHI


 “ADISTA/ SEGNI NUOVI” 42- 10.12.2022

ACCUSE (OFFENSIVE) E LODI (INVOLONTARIE) AI VESCOVI TEDESCHI


E' stato del prefetto del dicastero per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, uno dei tre interventi che hanno introdotto l’incontro romano, a porte chiuse, del 18 novembre 2022, tra i 62 vescovi della Germania e tre cardinali della Curia (gli altri due : il segretario di Stato Pietro Parolin e il prefetto del dicastero per la dottrina della fede Luis Francisco Ladaria Ferrer). Mi pare importante evidenziarne alcuni passaggi istruttivi.

Il primo: «Parecchi critici autorevoli dell’orientamento attuale del Cammino sinodale in Germania, parlano apertamente di uno scisma latente che la proposta dei vostri testi così come sono rischierebbe di avallare. So bene che non è vostra intenzione arrivare ad una rottura con la comunione universale della Chiesa, né favorire una vita cristiana al ribasso conforme al “Zeitgeist” [“spirito del tempo”] più che al Vangelo; anzi, le concessioni che appaiono nelle vostre proposte vi sono state, per così dire, estorte dalla fortissima pressione culturale e mediatica». Pare incredibile come un presule di una Chiesa cristiana possa, sia pur sotto forma di melliflua giustificazione, offendere l'intelligenza di 62 colleghi o per lo meno metterne in dubbio la forza morale: essi, infatti, parlerebbero non per libero convincimento, ma sotto ricatto. Non avrebbero, per così dire, gli attributi... etici per resistere a quanto chiedono intellettuali, stampa e mondo dei social. 

Il secondo: «Colpisce comunque il fatto che l’agenda di un gruppo limitato di teologi di alcuni decenni fa, sia divenuta di colpo la proposta maggioritaria dell’episcopato tedesco: abolizione del celibato obbligatorio, ordinazione di “viri probati”, accesso della donna al ministero ordinato, rivalutazione morale dell’omosessualità, limitazione strutturale e funzionale del potere gerarchico, considerazione della sessualità ispirata alla “Gender theory”, cambiamenti importanti proposti al Catechismo della Chiesa cattolica, eccetera». Queste righe sono il più solenne e gratificante, sia pur tardivo, riconoscimento del contributo che personaggi come Bernard Häring o Hans Küng (ma la lista sarebbe lunghissima) hanno dato all'evoluzione teologica di un'intera popolazione di fedeli. Sia pur con un'inesattezza sorprendente («sia divenuta di colpo», non gradualmente e faticosamente) il cardinale Oullet sta ammettendo, non so quanto consapevolmente, che i teologi più bersagliati dal «potere gerarchico» (?!) vaticano hanno vinto. Anzi, stravinto. Al punto da aver guadagnato la maggioranza dell'episcopato tedesco a cause come la “Gender theory” che nessuno di loro, per la verità, ha mai promosso (anche perché non è possibile difendere una theory che ...nessuno ha mai elaborato). 

Il terzo: «Ci pare di stare di fronte ad un progetto di “cambiamento della Chiesa” e non solo a innovazioni pastorali in campo morale o dogmatico […]. Il limite principale di questa proposta è forse una certa impostazione apologetica, basata sui cambiamenti culturali invece di poggiare sull’annunzio rinnovato del Vangelo». Anche in questo passaggio s'intreccia un complimento (involontario) con una critica (infondata). La laudatio (mal celata dal registro accusatorio) riconosce che i vescovi tedeschi sanno leggere in profondità: o la Chiesa cattolica cambia radicalmente («cambiamento della Chiesa») o, se si limita ai soliti ritocchi estetici (cambiamenti nella Chiesa), affonda definitivamente. La critica esplicita presuppone per ovvio ciò che, appunto, sta discutendo il sinodo tedesco (e che, per le fasce più istruite teologicamente e più mature spiritualmente del cattolicesimo mondiale, è ovviamente sbagliato): che “celibato obbligatorio”, divieto per le donne di accesso ai ministeri ordinati, condanna delle relazioni omo-affettive, infallibilità e monopolio di ogni potere da parte del papa e dei vescovi se d'accordo con lui etc. etc. siano «Vangelo» e che, invece, libertà di scelta per i preti fra celibato e matrimonio, ordinazione presbiterale delle donne, pluralismo etico in ambito sessuale, rifondazione dell'assolutismo papale etc.etc. siano cedimento ai «cambiamenti culturali». Sua Eminenza Oullet, evidentemente, ignora, o finge di ignorare, che da più di un secolo gli storici del cristianesimo come Loisy e Buonaiuti – condannati per “modernismo” - hanno dimostrato, documenti alla mano, che nel “Vangelo” originato dalla missione del Salvatore non c'è traccia di quei dogmatismi e di quei moralismi che la Chiesa cattolica spaccia per “rivelati” da Dio stesso. 

Qualcuno che gli voglia bene potrebbe inoltre fargli notare, per così dire come nota a margine, che sta sostenendo – spero preterintenzionalmente –che tutte le decine di Chiese cristiane staccatesi nell'ultimo millennio dalla Chiesa latina romana, quando ammettono al ministero presbiterale uomini sposati o donne o persone di orientamento omo-affettivo etc. etc. stanno attestando clamorosamente di tradire il “Vangelo” del loro Signore per debolezza verso le mode dell'XI o del XVI secolo.

Forse sarebbe arrivato il momento di concordare una nuova metodologia: invece di valutare una posizione teologico-morale sulla base di criteri statistici (sono più numerosi i fedeli che escono scandalizzati se l'accettiamo o se la rifiutiamo?) si provi a esaminarla in sé stessa, per valutare la sua compatibilità con la vera essenza del messaggio cristiano e con le acquisizioni più assodate delle scienze naturali e umane della società contemporanea. 

Augusto Cavadi

Coordinatore del Centro di ricerca esperienziale di teologia laica di Palermo

mercoledì 26 gennaio 2022

CHIESA CATTOLICA E MONDO LGBT+ : UNA PACATA, MA FERMA, PROTESTA


CHIESA CATTOLICA E MONDO LGBT+: UNA PACATA, MA FERMA, PROTESTA

 

Ancor oggi si è costretti a scrivere libri che, nel XXII secolo, appariranno inconcepibili. La violenza non appartiene a Dio. Relazioni omosessuali e accoglienza nella Chiesa (Calibano Editore, Novate Milanese 2021), di Antonio De Caro, è uno di questi volumi. In esso, infatti, l’autore – sfidando secoli di pregiudizi con pacatezza di toni, abbondanza di dati e rigore argomentativo– tende a dimostrare ciò che ogni persona di buon senso e di buon cuore vede da sé: che la chiesa sbaglia nel condannare l’omosessualità e dovrebbe, per coerenza con lo specifico del messaggio gesuano, rivedere radicalmente il proprio giudizio morale e la propria prassi quotidiana. L’autore sostiene la sua tesi con garbo, regalandoci qua e là osservazioni ora ironiche ora venate di poesia. Lascio al lettore curioso il piacere di rintracciare queste perle sparse e mi limito a tre considerazioni – per così dire - in calce.

La prima: la “chiesa” di cui parla De Caro sin dal sottotitolo è la chiesa cattolica. Per fortuna, o per grazia di Dio, in quasi tutte le altre chiese cristiane (valdese, anglicana, luterana, battista, metodista ecc.) la situazione è ormai abbastanza evoluta: le persone omosessuali sono ammesse a pieno titolo nelle comunità, anche come pastore e pastori. La diffidenza vetero-scientifica verso di esse – basata sulla falsa convinzione che si tratti di soggetti o malati o perversi – persiste solo, fuori dall’area d’influenza del Magistero cattolico ufficiale, nelle chiese orientali ‘ortodosse’ e in alcune sette fondamentaliste ‘evangelicali’.

Una seconda considerazione (che avanzo sottovoce nella consapevolezza di rischiare di scadere nella psicoanalisi da strapazzo): la durezza di condanna dell’omosessualità sembra intensificarsi, in maniera direttamente proporzionale, man mano che va palesandosi alla luce del sole  che si tratta di una condizione psicologica ed esistenziale sempre più diffusa fra preti, frati e suore. E’ come se la chiesa cattolica alzasse la voce per coprire un rimorso di coscienza: una sorta di rituale apotropaico con cui  s’illude di esorcizzare ciò che ritiene un ‘male’ interno (e che non si vuole, invece, accettare serenamente come un dato ‘naturale’) stigmatizzandolo all’esterno dei propri quadri dirigenti: negli ‘altri’.  

PER COMPLETARE LA LETTURA DELLA BREVE RECENSIONE, CLICCARE QUA:

https://www.zerozeronews.it/chiesa-e-omofilia-cautele-ed-evoluzioni-di-realta-taciute/?fbclid=IwAR3pBfzv28_qw9gJnDc1XXLBm-FuTpdV4Avo61ph6mu1hjcWxzxRb49AWJw

martedì 23 marzo 2021

PERCHE' IL TEOLOGO ANDREA GRILLO E' IN DISACCORDO CON IL RIFIUTO DELLA BENEDIZIONE AGLI OMOSESSUALI


Matrimonio (Pixabay)

Sul recentissimo documento, il cosiddetto “responsum”, della Congregazione per la dottrina della Fede sulla possibilità di benedire le unioni formate da persone dello sesso, si sta sviluppando un forte dibattito all’interno della Chiesa Cattolica romana. Infatti la risposta negativa della Congregazione ha suscitato sconcerto in alcuni episcopati europei (in particolare quello tedesco, da segnalare anche la presa di posizione di molti teologi tedeschi ). Nella giornata ieri alcune testate internazionali hanno riportato le voci, da fonti anonime vaticane non si sa quanto credibili, che anche il papa si sarebbe distanziato da quel documento. Insomma si tratta di un documento che merita un approfondimento. Per questo abbiamo sentito il parere qualificato del professor Andrea Grillo. Grillo è docente di Teologia al Pontificio Istituto “Sant’Anselmo” di Roma.

Professor Grillo, nell’opinione pubblica c’è un grande dibattito sul recente Responsum della CDF sulla liceità di concedere, da parte della Chiesa cattolica, alle coppie dello stesso sesso la benedizione alla loro unione. Sappiamo che il responso è stato negativo. Il papa stesso ha condiviso questo. Una decisione per alcuni cattolici, e anche cristiani di altre confessioni, assai controversa. Al di là di alcune parole positive sulle unioni, resta la chiusura? Perché?

Credo che si debba considerare un doppio aspetto della questione. Il primo riguarda la
inerzia di una comprensione della sessualità e del matrimonio basata essenzialmente su una prospettiva morale e legalista. E’ facile che, anche nelle Congregazioni, prevalga un modo di ragionare su ogni novità di tipo puramente difensivo. L’idea stessa di benedizione viene così fraintesa e ricondotta semplicemente al potere della Chiesa, come se benedire significasse prima di tutto “autorizzare” e “convalidare”. La illiceità della benedizione di tutto ciò che non sia “integralmente buono” diventa perciò uno scandalo insopportabile e da evitare. Ma qui è in gioco proprio la nozione di benedizione e la relazione con il bene. Da un lato benedire è più un atto di riconoscimento che di regolarizzazione, dall’altro riguarda un aspetto della esistenza e non la sua integralità. Ma il riconoscimento è un atto difficile quando una Chiesa si è abituata, da 150 anni, a combattere sul matrimonio e sulla sessualità come se fosse sua competenza esclusiva. In ogni questione in cui vi sia in gioco una forma di “comunione di vita e di amore” immediatamente scatta una volontà di potenza più forte di ogni riconoscimento. Ogni altro potere è negato: anche quello di benedire una coppia di uomini o di donne. Del passaggio ad una lettura escatologica della
“letizia dell’amore” e della autocritica delle forme ottocentesche di pastorale familiare, che Amoris Laetitia aveva sancito con forza nei suoi numeri 34-37, non sembra esservi traccia nella mens del responsum.

Non c’era da aspettarsi una evoluzione dopo il Sinodo sulla famiglia?
Senza dubbio l’evoluzione, sul piano generale di lettura della esperienza familiare, vi è
stata, sia sul piano pastorale, sia sul piano teologico. La inerzia delle Congregazioni è nota e non è sorprendente che possa esprimere una lettura della vita personale e della
relazione sessuale tanto chiusa in una lettura meramente “funzionale”. Certo, a leggere
bene il responsum, non tutto è arretrato. Ci sono anche piccole apertura, che però non
hanno potuto incidere sulla decisione, che appare rinserrata nelle evidenze di una società tradizionale, che non ha conosciuto il passaggio dal sesso alla sessualità.
Sostanzialmente continua a ragionare con l’idea che il matrimonio sia esercizio legittimo di uno “ius in corpus”.

Qual è il punto debole del responsum?
La debolezza non riguarda nello specifico la questione sollevata, ossia la questione della benedizione delle coppie omoaffettive. Riguarda invece la comprensione generale e strutturale del rapporto tra gioia dell’amore e esercizio della sessualità. Poiché, secondo la tradizionale posizione premoderna, l’unico luogo legittimo per l’esercizio del sesso è il matrimonio, e poiché l’esercizio del sesso tra due uomini o due donne è obiettivamente disordinato – ossia non finalizzato in alcun modo alla generazione – ecco che se ne deduce una duplice causa di illiceità: perché non può essere esercitato nel matrimonio e non può essere finalizzato alla generazione. Come è evidente, in questa prospettiva la comunità di vita e di amore, che può essere certo accessibile anche ad una coppia omoaffettiva, non entra neppure in considerazione, se non in modo talmente marginale, da non riuscire ad intaccare il giudizio drasticamente negativo. La “legge oggettiva” prevale in modo drastico su ogni considerazione soggettiva. Per questo, fin dal primo momento, mi è sembrato che fosse giusto definire la prospettiva di questo responsum con le parole di Amoris Laetitia 304: “pusilli animi est”, ossia “è meschino”, proprio perché si illude che una “legge oggettiva” possa scavalcare e determinare integralmente la logica della benedizione.

Tra le tante prese di posizione contrarie va segnalata quella del Vescovo di Anversa,
Johan Bonny, e anche di vescovi tedeschi (che stanno celebrando il loro sinodo). Per il
vescovo di Anversa il “Responsum” “manca di cura e attenzione pastorale, di fondamento scientifico e di precauzione etica”. Una stroncatura netta. Insomma tra chi vive nel concreto vivente della società questa presa di posizione è sentita come dottrinaria e astratta. Siamo lontani dalla Chiesa in uscita tante volte evocata in questi anni. È così Professore?

La reazione più sana, a mio avviso, è quella che nota come, 5 anni dopo Amoris Laetitia, e quasi in coincidenza della data anniversaria di quel documento, è possibile restare assolutamente chiusi in una comprensione formale, legalistica ed anche, me lo lasci dire, poco canonistica della questione. Ha avuto ragione il prof. Consorti ad affermare che, nella decisione, non si è considerata la questione sul piano più schiettamente canonico, il che avrebbe lasciato spazi di manovra più ampi, proprio per non anticipare il giudizio morale in un atto liturgico come la benedizione che “non chiede nulla ai soggetti” se non di essere testimoni del bene. Una lettura solo “pedagogica” ha bloccato ogni spazio di manovra, riducendo le persone al loro comportamento sessuale, inevitabilmente pregiudicato.

Quali sono invece le ragioni, dal suo punto di vista, per le quali la benedizione si potrebbe dare?

Proviamo a entrare diversamente nel problema, senza lasciarci condizionare da come è
stata posta la domanda sul “potere della Chiesa di benedire le coppie dello stesso sesso”. Mi sorprende che la CDF non abbia voluto imitare nemmeno un poco lo stile di Gesù, che non rispondeva mai alle domande, ma cambiava la domanda. Cambiamo la domanda e chiediamoci: “non può forse la Chiesa riconoscere il bene che c’è in una coppia, non importa come sia composta, nella quale la comunione di vita e di amore siano assunte come prospettive di dono reciproco e di una reale esistenza per l’altro”? Io credo che ad una tale domanda qualsiasi Congregazione non avrebbe difficoltà a rispondere: affermative. Aggiungerei, parafrasata, una frase famosa del Card. Martini, che potremmo applicare a questa condizione. Anche qui si tratta di cambiare la domanda: non dobbiamo chiederci “se si possano benedire queste coppie omoaffettive”, ma “se non siano soprattutto queste coppie a dover essere benedette”!

Sappiamo che la Chiesa Cattolica ha fatto un grande cammino verso la comprensione
della omosessualità, e questo è presente, in alcuni passaggi, del responsum.

 Non c’è il rischio di passi indietro?

I passi indietro sono evidenti nel momento in cui tutta la elaborazione compiuta, anche
solo rispetto al testo del CCC, non ha avuto alcuna incidenza su una decisione che è stata assunta con categorie che sono quelle della neoscolastica degli anni 50. Tuttavia, e questo dobbiamo saperlo bene, senza un nuovo sapere sistematico, che sappia coniugare a dovere aspetti oggettivi e soggettivi nuovi, non riusciremo a affrontare correttamente le questioni. E, lo ripeto, per integrare a dovere la “omo-sessualità”, dobbiamo comprendere in modo nuovo la sessualità. Per certi versi la fatica più grande dobbiamo farla con le coppie eterosessuali, per poter comprendere, in maniera nuova, anche le coppie omosessuali. Viceversa, la incomprensione della omoaffettività dipende da una teologia della eteroaffettività ancora troppo rozza, troppo moralistica e troppo legalistica. Potrei fare questo esempio: si osservi quanto impacciati siamo nell’affrontare istituzionalmente le crisi delle coppie eterosessuali per capire quanto arretrate sono le categorie con cui pensiamo matrimonio, famiglia, sessualità e vita comune. Da categorie arretrate nel pensare la eterosessualità difficilmente verremo a capo delle questioni, solo parzialmente diverse, che emergono dalle nuove forme di unione, che dovremmo anzitutto riconoscere come esistenti e non solo come perversioni manifeste.

Veniamo per finire al Papa Francesco. Sappiamo che papa Francesco è un uomo dai
grandi gesti. Sono davvero tanti. E dalla parola profonda e sincera. Domanda : ma questo responsum è in sintonia con il suo magistero?

Fin dall’inizio io sono rimasto piuttosto perplesso per la insistenza con cui il responsum
veniva riferito direttamente al papa, cosa che in sé è tanto ovvia quanto sospetta. Dico
ovvia, perché il procedimento con cui si arriva ad un responsum prevede il passaggio
papale. Ma che un documento firmato da un Prefetto e un Segretario di Congregazione si pretenda di attribuirlo direttamente al papa dice una debolezza. E quando un documento, la cui forza starebbe nella argomentazione, pretende di valere direttamente per la autorità che rappresenta, mostra la corda prima ancora di aver parlato. Ad ogni modo, se anche fosse firmato dal papa, non sarebbe un documento definitivo. Nella sua qualità di responsum ha un valore dottrinale modesto. L’unico livello su cui potrebbe essere valorizzato è su ciò che non ha ritenuto rilevante per decidere in senso negativo. E un documento che dice no, ma diventa importante per i sì che non ha saputo argomentare come doveva, lasciando lo spazio perché colui, al servizio del quale è stato scritto, ma che non lo ha firmato, possa trovare il tempo e il modo per chiarire che cosa è veramente una benedizione e quanto è preziosa per entrare in relazione autentica con le vite di coloro che conoscono che cosa significa amare e vivere per l’altro. E non è detto che di fronte alla stessa coppia, la cui benedizione sarebbe giudicata illecita, non si trovi chi sia disposto a levarsi i calzari.

 ***

Versione italiana della dichiarazione dei 212 professori di teologia tedeschi sul responsum:

Dichiarazione sul “Responsum” della Congregazione per la Dottrina della Fede
Lunedì 15 marzo 2021, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato un responsum,
in cui nega la possibilità di benedizione da parte della chiesa delle unioni dello stesso sesso. Come professori di teologia cattolica, prendiamo posizione su questo.
La “Nota esplicativa” sul responsum e il “Commento” pubblicato con essa mancano di profondità teologica, comprensione ermeneutica e di rigore argomentativo.  Se rilevanti conoscenze scientifiche vengono ignorate e non recepite, come accade nel documento, il Magistero mina la propria autorità.
Il testo è caratterizzato da un gesto paternalistico di superiorità e discrimina le persone omosessuali e il loro stile di vita. Prendiamo decisamente le distanze da questa posizione. Al contrario, assumiamo che la vita e l’amore delle coppie dello stesso sesso valgono davanti a Dio non meno della vita e dell’amore di tutte le altre coppie.
In molte comunità, sacerdoti, diaconi e altri operatori e operatrici pastorali riconoscono le persone omosessuali, anche celebrando riti di benedizione per coppie dello stesso sesso e riflettendo sulle forme liturgiche appropriate di tali celebrazioni. Le riconosciamo espressamente come pratiche da valorizzare.

FONTE: 

sabato 20 marzo 2021

IL VESCOVO CATTOLICO DELLA DIOCESI DI ANVERSA (BELGIO) A PROPOSITO DELLA DICHIARAZIONE SULLE COPPIE OMO: "MI VERGOGNO"


 Il mio articolo dell'altro ieri su "Repubblica-Palermo"

 (https://www.augustocavadi.com/2021/03/lamore-fra-omosessuali-ha-bisogno-della.html) 

ha suscitato, del tutto legittimamente e prevedibilmente, non solo consensi, ma anche dissensi. 

Fra i primi segni di approvazione il w'app di una mia nipote assai cara che vive a Roma da anni: "Augusto caro, grazie per questo articolo bellissimo: il tuo punto di vista rende più leggero l'animo e può tranquillizzare  molti tormenti che alcun* mie amici e amiche stanno vivendo a causa di questa dichiarazione della Chiesa, più per quanto questa influenzi l'opinione pubblica che per altro.Molti di loro poi stanno insieme o hanno le così dette 'storie' con preti del Vaticano, o vengono coinvolti in festini lì dentro, quindi a maggior ragione sono amareggiati di fronte alla Dichiarazione ufficiale  rilasciata.Ma questa credo sia una storia vecchia secoli e tu la conosci benissimo. Intanto abbraccio forte forte te e Adriana e vi auguro buona primavera (quest'anno comincia oggi, il 20)".



A quanti, invece, hanno espresso dissenso    - nessuno di loro, a quanto mi risulta, ha mai seguito corsi regolari di studi teologici (come notava Hegel per la filosofia, ci sono campi in cui ritiene di potersi pronunziare con certezza anche una persona che se ne guarderebbe bene se si parlasse di cucina e non fosse cuoco o di scarpe e non fosse calzolaio) -  giro volentieri questa lettera pubblica del vescovo della diocesi cattolica di Anversa (Belgio):

"Nell’ottobre 2015 ho partecipato al Sinodo sul matrimonio e la famiglia in rappresentanza dei vescovi del Belgio. Ho ascoltato i vescovi in aula e nei corridoi, ho sentito tutti i discorsi, ho partecipato alle discussioni di gruppo e alla stesura degli emendamenti per il testo finale.

Il 15 marzo 2021 la Congregazione per la dottrina della fede ha risposto negativamente alla domanda se le unioni omosessuali possono essere benedette. Come mi sento dopo questo responsum?

Male. Provo vergogna per la mia Chiesa, come ha detto ieri un prete. E soprattutto, provo vergogna intellettuale e morale. Voglio chiedere scusa a tutti coloro per i quali questa risposta è dolorosa e incomprensibile: le coppie omosessuali credenti e impegnate nella fede cattolica; genitori e nonni di coppie omosessuali e dei loro figli; operatori pastorali e accompagnatori di coppie omosessuali. Il loro dolore per la Chiesa è oggi il mio dolore.

Il responsum manca di cura e attenzione pastorale, di fondamento scientifico, della sfumatura teologica e della precauzione etica che erano presenti nei padri sinodali che hanno approvato le conclusioni finali del Sinodo. Qui è all’opera un diverso processo di consultazione e di decisione. A titolo di esempio, vorrei citare solo tre passaggi.

In primo luogo, il paragrafo nel quale si afferma che nel piano di Dio non c’è la minima possibilità di somiglianza e nemmeno di analogia tra il matrimonio eterosessuale e quello omosessuale. Conosco personalmente coppie dello stesso sesso, sposate civilmente, con figli, che sono famiglie calde e stabili e sono attivamente coinvolte nella vita della loro parrocchia.

Alcuni di loro sono anche attivi a tempo pieno come assistenti pastorali o responsabili in varie aree della vita della Chiesa. Sono particolarmente grato a loro. Chi potrebbe negare che non c’è alcuna somiglianza o analogia con il matrimonio eterosessuale? Al Sinodo la falsità fattuale di una simile posizione è stata ripetutamente sottolineata.

In secondo luogo, il concetto di “peccato”. I paragrafi finali tirano fuori l’artiglieria morale più pesante. La logica è chiara: Dio non può approvare il peccato; le coppie omosessuali vivono nel peccato; quindi la Chiesa non può benedire la loro relazione.

Questo è esattamente il linguaggio che i padri sinodali non hanno voluto usare, sia in questo che in altri casi sotto il titolo generale di situazioni cosiddette “irregolari”.

Questo non è il linguaggio di Amoris laetitia, l’esortazione di papa Francesco del 2016.  Il “peccato” è una delle categorie teologiche e morali più difficili; e quindi una delle ultime a dover essere applicata alle persone e al modo di condividere la loro vita. E certamente non va fatto su categorie di persone in generale.

Ciò che le persone sono disposte e capaci di fare, in questo preciso momento della loro vita, con le migliori intenzioni che hanno per sé stesse e per i loro cari, davanti al Dio che amano e che le ama, non è una questione semplice da definire. In effetti, la teologia morale cattolica classica non ha mai affrontato queste questioni in modo così semplice. O tempora, o mores!

Infine, il concetto di “liturgia”. Questo mi mette ancora più in imbarazzo come vescovo e teologo. A causa della loro relazione, le coppie omosessuali non sono degne di partecipare alla preghiera liturgica o di ricevere una benedizione liturgica. Da quale nascondiglio ideologico è uscita questa affermazione sulla “verità del rito liturgico”?

Di nuovo, questa chiaramente non era la dinamica del Sinodo. Si è parlato ripetutamente di rituali e gesti appropriati per includere le coppie omosessuali, anche in ambito liturgico. Certo, questo rispettando la distinzione teologica e pastorale tra un matrimonio sacramentale e la benedizione di una relazione.

La maggioranza dei padri sinodali non ha optato per un approccio liturgico in bianco e nero, o un modello tutto o niente. Al contrario, il Sinodo ha dato l’impulso per esplorare con giudizio le forme intermedie, che rendono giustizia sia all’unicità di queste persone sia alla particolarità della loro relazione.  La liturgia è la liturgia del popolo di Dio, e anche le coppie dello stesso sesso appartengono a questo popolo.

Inoltre, sembra irrispettoso affrontare la questione di un’eventuale benedizione di coppie dello stesso sesso a partire dai cosiddetti sacramentalia o dei rituali di benedizioni, in cui è prevista anche la benedizione di animali, automobili ed edifici.

Un approccio rispettoso al matrimonio omosessuale può avvenire solo nel più ampio contesto del rito del matrimonio, come una possibile variazione sul tema del matrimonio e della vita familiare, con un onesto riconoscimento sia delle somiglianze sia delle reali differenze.

Con le sue benedizioni, Dio non è mai stato avaro o sospettoso. Egli è nostro Padre. Questo era l’approccio teologico e morale della maggior parte dei padri sinodali.

Insomma: nel presente responsum non trovo le linee principali – così come le ho vissute – del Sinodo dei vescovi del 2015 su matrimonio e famiglia. Si tratta di un danno per le coppie omosessuali credenti, le loro famiglie e i loro amici. Sentono di non essere stati trattati in modo sincero e onesto dalla Chiesa. Le reazioni in questo senso ci sono già.

È anche deplorevole per la Chiesa. Questo responsum non è un esempio di cammino comune. Il documento mina la credibilità sia della “via sinodale” fortemente voluta da papa Francesco, sia dell’anno dedicato alla ripresa di Amoris laetitia. Il vero Sinodo vuole sollevarsi?

Johan Bonny

vescovo di Anversa "

venerdì 19 marzo 2021

L'AMORE FRA OMOSESSUALI HA BISOGNO DELLA "BENEDIZIONE" DI QUALCUNO ?


 “Repubblica – Palermo”

18.3.2021

 

L’AMORE E’ SANTO IN SE’…

 

La Congregazione per la dottrina della fede (in termini laici, civili, si direbbe il Ministero vaticano per l’ortodossia) ha dichiarato “illecite” le benedizioni concesse alle coppie omosessuali. Sino a pochi decenni fa valeva l’adagio “Roma locuta, causa soluta est” (Roma ha parlato, la questione è risolta), ma oggi per fortuna non è più così. Gli interventi di vari preti palermitani – e non tra i meno autorevoli per dottrina e impegno pastorale - riportati sulla nostra edizione di ieri lo attestano: con toni solo leggermente diversificati, sono comunque unanimi nell’appellarsi al messaggio evangelico come istanza prioritaria rispetto ai documenti vaticani. Le opinioni che mi sono arrivate, attraverso vari canali anche diretti, di amiche e amici omosessuali che non hanno abbandonato la professione cristiana (sia cattolica che protestante) sono – ovviamente – sulla stessa lunghezza d’onda, anche se contrassegnate da una più marcata venatura di stupore (il documento è stato previamente approvato da papa Francesco), di amarezza e di indignazione.

Se da una parte condivido queste preoccupazioni del mondo delle persone impegnate in relazioni omoaffettive, dal momento che notizie come queste travalicano i confini della Chiesa cattolica e influenzano – più o meno consapevolmente – la mentalità dei cittadini in generale (accrescendo i rischi dei pregiudizi e dei conseguenti comportamenti omofobi) , dall’altra non posso evitare di chiedermi: ma non stiamo esagerando? In una fase storica in cui il numero dei matrimoni religiosi, in chiesa,  è in calo crescente rispetto ai matrimoni civili, in municipio, è davvero il caso di dare tanta importanza (sia pur nella contrapposizione dialettica) a ciò che opina un’istituzione ecclesiastica in palese crisi di consensi? 

A questa considerazione generale, di ordine sociologico, ne vorrei aggiungere un’altra più specifica, di ordine teologico. Probabilmente non è a tutti noto che la “benedizione”, secondo la Bibbia e la Tradizione più antica,  non è prima di tutto un’ azione di Dio né direttamente né attraverso suoi (veri o presunti) rappresentanti.  E’ piuttosto un’azione dell’essere umano che – davanti a un dono della vita – avverte l’esigenza spontanea di “dire bene” di Dio. Etimologicamente, ed essenzialmente, non è Dio che benedice il pane sulla nostra tavola o un neonato o una coppia di innamorati: siamo noi, se credenti in Lui, che ne “diciamo bene”, lo ringraziamo, lo lodiamo, per ciò che interpretiamo come manifestazione della sua benevolenza. L’amore – in tutte le sue forme – è già in sé stesso santo (anzi, secondo la Prima Lettera di S. Giovanni, è manifestazione nella storia del Dio che è Amore): ritenere che la “benedizione” di un prete lo possa legittimare o purificare o rinforzare è superstizione antropomorfica. Ciò che un prete, una madre di famiglia, un ragazzo possono fare è “bene-dire” di Dio per quell’amore che sta accadendo sotto il loro sguardo ammirato. Questo diritto-dovere, per un credente, di parlare bene di Dio, e a Dio, nessuna istituzione umana (per quanto ‘sacra’ possa auto-interpretarsi) lo può strappare a chicchessìa.

 

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com

lunedì 2 novembre 2020

IL PRESENTE E IL FUTURO DELLE RELIGIONI: TRE SCENARI POSSIBILI

 

LE RELIGIONI NELL’ERA DEL WEB


“Dio è morto, Marx è morto e - se devo essere sincero – neanche io mi sento troppo bene”: di Woody Allen o di Eugène Ionesco, comunque la battuta ha avuto alcuni decenni di celebrità perché sintetizza, incisivamente, tre questioni (tramonto delle religioni, tramonto delle ideologie politiche, crisi dell’individualismo proprietario). Della seconda e della terza questione mi sono occupato altrove; qui mi concentro sulla prima: l’eclissi, o in altra interpretazione la definitiva scomparsa, del divino  dall’orizzonte culturale dell’umanità.

Per riflettere sull’argomento con un minimo di serietà intellettuale occorre delimitare l’ambito della categoria ‘religione’. 

Infatti se riteniamo essenziale in una religione la certezza di poter interloquire con un Dio, non c’è dubbio che in questa accezione semantica siamo in epoca di ‘secolarizzazione’ o ‘post-religionale’: le tre grandi religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo) perdono di anno in anno adepti a favore dell’agnosticismo (“Non so nulla su Dio”), dell’ateismo (“So che Dio non c’è”) e soprattutto dell’indifferentismo (“Non mi interessa sapere se Dio ci sia o non ci sia”). E i ‘fedeli’ che, ufficialmente, restano nell’alveo del monoteismo biblico-coranico ne danno delle letture progressivamente riduttive, rinunziando – qualche volta esplicitamente, più spesso esistenzialmente e silenziosamente – alla dimensione mistica (la preghiera) e dottrinaria (i dogmi ritenuti per tradizione irrinunciabili, ad esempio la prospettiva di una vita oltre la morte biologica).  

Molto diverso appare il panorama se, ampliando la categoria ‘religione’, vi si includono le grandi sapienze orientali che, sin dall’inizio, si sono configurate più come filosofie da accettare per convinzione che messaggi profetici da accettare per fede. Esemplare il caso del buddhismo che non solo continua, al suo interno,  ad articolarsi in scuole, correnti, movimenti, comunità…ma soprattutto dimostra una costante capacità di espansione dai territori d’origine all’intero pianeta (Occidente ‘secolarizzato’ e ‘post-religionale’ compreso). 

Cosa attenderci per l’immediato futuro dell’umanità (intendo per il millennio di cui stiamo vivendo l’alba)?

Senza nessuna certezza apodittica, direi che possiamo rispondere alla domanda distinguendo nei sistemi religiosi storicamente sperimentati sinora due aspetti principali: la forma (o struttura o apparato veicolare) e i contenuti (concettuali, ma anche sentimentali e soprattutto etici: con un aggettivo approssimativo, ‘spirituali’).

Sulla base di questa distinzione di aspetti o dimensioni del fenomeno religioso, mi pare che gli scenari possibili siano principalmente tre.


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lunedì 28 settembre 2020

IL VATICANO CONDANNA L'EUTANASIA: TEOLOGICAMENTE HA RAGIONE ?

 


DUE OBIEZIONI RADICALI AL NO VATICANO ALL’EUTANASIA

La ‘lettera’ Samaritanus bonus (Buon Samaritano) , presentata alla stampa il 22 settembre 2020, è un documento “sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita” della  Congregazione per la Dottrina della Fede (nel linguaggio laico sarebbe una sorta di Ministero della Cultura in un regime autoritario in cui lo Stato avesse il diritto di stabilire ciò che è vero oltre che ciò che è legale: sino a metà del Novecento si chiamava Sant’Uffizio). In essa la gerarchia cattolica ribadisce la dottrina tradizionale: condanna, in quanto azioni di per sé immorali, di eutanasia, suicidio assistito e aborto.

Il documento vaticano si è prestato a osservazioni da vari punti di vista, ma raramente a considerazioni critiche dal punto di vista teologico: dunque, per così dire, all’interno della stessa prospettiva dell’organo magisteriale che l’ha emanato.

Dico subito che accolgo sempre con molta attenzione gli inviti a non banalizzare le questioni bio-etiche con l’affrontarle in termini puramente storicistici: “prima si vietava, oggi non è più possibile”, come se il passato fosse errato in quanto tale e il presente accettabile in quanto tale. Ogni volta che qualcuno – o come in questo caso qualche Organismo – ha il coraggio di andare contro le tendenze di “moda”, sfidando il dissenso dell’opinione pubblica, attira già per questo la mia simpatia. Tuttavia, proprio per serietà intellettuale, non ci si può fermare al piano psicologico-emotivo: che ne è, razionalmente o almeno ragionevolmente, del merito delle questioni?

Mi limiterei a due o tre osservazioni.

La prima: non mi pare corretto, logicamente, mettere nello stesso mazzo aborto, eutanasia e suicidio assistito. Si tratta di tre fenomeni distinti che non possono essere unificati sotto l’etichetta di oltraggio al “valore inviolabile della vita”.

Sulla base di questa prima osservazione ritengo possibile, anzi consigliabile, concentrarsi su una sola delle tre questioni: l’eutanasia (ovviamente richiesta, esplicitamente o mediante testamento biologico, dal soggetto in questione). La Samaritanus bonus la esclude nettamente considerandola nel novero degli “atti intrinsecamente malvagi in qualsiasi occasione o circostanza”: “Sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita, negandogli ogni ulteriore possibilità di relazione umana, di senso dell’esistenza e di crescita nella vita teologale. Di più, si decide al posto di Dio il momento della morte”. Significa considerare la vita biologica “degna solo se ha un livello accettabile di qualità”, dimenticando che essa  “ha un valore in se stessa”. 

Questa argomentazione non mi convince per almeno due ragioni radicali. 

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mercoledì 22 luglio 2020

ROSARIO LIVATINO, MAGISTRATO DELLA REPUBBLICA E MARTIRE DEL VANGELO



"Adista"
18.7.2020

ROSARIO LIVATINO, MAGISTRATO DELLA REPUBBLICA

 E MARTIRE DEL VANGELO

 

Del magistrato Rosario Livatino la memoria collettiva ricorda – anche grazie al titolo di un bel film di Alessandro di Robilant  – l’ingiuria coniata da Francesco Cossiga: “giudice ragazzino”. Che si tratti di una figura complessa, intensa, travagliata lo evidenzia molto bene don Pio Sirna nel suo Rosario Livatino. Identità, martirio e magistero (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2020) appena pubblicato. Non si tratta di uno dei tanti volumetti, non privi di merito, che sintetizzano brevemente le linee essenziali di un personaggio e delle sue vicende, ma di uno studio monografico analitico e approfondito che ne scandaglia – documenti alla mano – i risvolti più vari. Una possibile chiave di lettura del libro (si tratta di un’indagine teologica, più precisamente di teologia ‘spirituale’) è che esso intenda dimostrare come in questa esistenza si sia incarnato, pur con serie crisi di coscienza e gravi sofferenze interiori, il modello di laico delineato dal Concilio Vaticano II.

  Livatino, infatti, da una parte coltiva – attraversando momenti di dubbio e di vera e propria oscurità – la dimensione della fede, consapevole che la vocazione alla santità non è un’esclusiva degli uomini e delle donne che si consacrano in modo speciale a Dio, ma riguarda tutti i battezzati e tutte le battezzate; anzi, l’intera umanità che vive anche fuori di confini ecclesiali: “La sua vicenda, del tutto fuori dalla «asfissia delle tipologie di antiche nostalgie monastico-clericali», prende a tema l’autentica santità di un battezzato che, vissuto nel mondo, si è lasciato guidare nel cammino verso il fine ultimo, non deflettendo neanche quando si è sentito chiamare da Dio a dare la vita. Proprio per questo è testimone significativo e imitabile”.

Ma, dall’altra parte e con non minore convinzione, il giovane magistrato coltiva la dimensione della lealtà civica che impone universalmente – e in modo del tutto particolare ai funzionari dello Stato -  il rigoroso rispetto della Costituzione e di tutte le leggi non in dissonanza da essa. Nella sua ottica non regge alcuna dicotomia: “l’irrinunciabile primato di Dio nella coscienza dell’uomo non è in contrasto con il potere/giurisdizione della legittima autorità civile di organizzare la vita della polis bisognosa di ordine, legalità e giustizia. Nella dialettica Città di Dio-città dell’uomo, Gerusalemme-Atene, il cristiano obbedisce perciò allo Stato fino a quando questi non si mette contro Dio e la sua divina legge”. 

Appartenenza confessionale e laicità nella propria professione, dunque, lungi dall’escludersi reciprocamente, si esigono e si supportano a vicenda. Il cristiano – ad esempio il giudice cristiano – che nell’esercizio delle proprie funzioni si facesse condizionare da simpatie e antipatie ideologiche (comportandosi come membro di una lobby religiosa)  tradirebbe, prima ancora della deontologia, la fedeltà evangelica.

 Il ‘martirio’ – in senso teologico ma anche di ‘testimonianza’ civile – di Livatino è avvenuto nel contesto della criminalità mafiosa siciliana. Sarebbe però riduttivo non coglierne, nella concreta irripetibilità storica, il significato molto più ampio, direi universale: da Socrate a Gandhi,  le civiltà susseguitesi sul pianeta sono punteggiate da personaggi che in maniera tanto eloquente quanto silenziosa richiamano a tutte e a tutti noi che la durata dell’esistenza è un valore, ma non il più decisivo. 



Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com