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giovedì 2 ottobre 2025

I SICILIANI E LE SICILIANE VITTIME PASSIVE DI DOMINAZIONI STRANIERE?


Il paradigma del sicilianismo piagnone si basa su due luoghi comuni quasi del tutto falsi: a) che il popolo dell’Isola mediterranea sia stato, lungo i secoli, vittima di oppressione straniera e b) che l’abbia subito passivamente. I due volumi di Elio Cammilleri, Siciliani contro (con prefazione di D. Stimolo) e Siciliane contro (con prefazione di G. Proto), editi da Algra (Viagrande 2025), smentiscono entrambi gli stereotipi.

Smentiscono il secondo perché presentano, capitolo dopo capitolo, i profili biografici di cittadini siciliani e cittadine siciliane – non di rado ignoti/e o dimenticati/e - che hanno alzato la testa contro ogni genere di sopraffazione, di ingiustizia, di violenza sistemica: dal XIX secolo (Giovanni Corrao, Bernardino Verro, le “patriote antiborboniche”, le “catanesi con Garibaldi”, le “sgualdrine” dei Fasci) al XX (da Giovanni Orcel e Nicolò Alongi sino a Piersanti Mattarella e Pio La Torre, da Maria Occhipinti a Serafina Battaglia, da Felicia Impastato a Michela Buscemi). Poiché la lista degli oppositori ai regimi oppressivi è molto lunga (nonostante sia, inevitabilmente, incompleta) il lettore può farsi un’idea più adeguata dell’inconsistenza della tesi che i siciliani abbiano, sempre e comunque, accettato ogni genere di dominazione. (Tesi la cui percentuale di verità sta nel fatto che sono stati capaci più di insurrezioni localistiche che di rivoluzioni di ampio respiro e che, là dove di rivoluzione organizzata e sistematica si poteva parlare, come negli anni 1889 – 1894 con i “Fasci siciliani”, la repressione dello Stato è stata così pesante e capillare da dissuadere per decenni dal  rifare l’esperimento e da indurre le generazioni più fresche ad emigrare).

Ma i due testi di Camilleri demistificano anche il primo dei due stereotipi sicilianisti. Infatti chi sono i dominatori, gli oppressori, gli sfruttatori dei siciliani? Prima di tutto, ed essenzialmente, altri siciliani. E’ vero che l’Isola ha attratto popolazioni straniere, anche lontane, dai Romani agli Arabi, dai Francesi agli Spagnoli (e questa è la particella di verità della fabula): ma nessuna di esse avrebbe potuto governare (tra l’altro non sempre malamente né solo con intenti predatori) senza la complicità dei ceti dirigenti e possidenti indigeni ai danni della maggioranza della gente comune (contadini e pescatori prima, operai e manodopera intellettuale a basso costo dopo). Il caso del dominio mafioso è esemplificativo: i mafiosi cercano e ottengono protezione interessata da politici nazionali, imprenditori settentrionali, criminali di varie regioni. Ma sono essi – siciliani di nascita e di residenza – a vessare i corregionali, a inquinarne la vita economica, a costringere all’esodo i giovani indisponibili a vendersi l’anima o a rischiare la vita.

Un episodio di questi giorni mi sembra confermare, quasi plasticamente, questa lettura degli eventi. A Pontida si è riunito un partito tradizionalmente e animosamente anti-meridionale per rilanciare una visione-del-mondo estranea (e per molti versi opposta) al “pensiero meridiano” (ben esposto dal compianto Franco Cassano): una cultura centrata sulla xenofobia, sul suprematismo razziale, sull’orgogliosa esaltazione del circolo produttivismo-consumismo (anche a costo di sfinire il già precario equilibrio ecologico). Ebbene, non si presentano a Pontida dei cittadini siciliani a offrire, con il cappello in mano, l’alleanza del proprio partito politico (la “Democrazia cristiana” rinata ad opera di un condannato per reati connessi alla mafia) per rafforzare ed estendere nell’Isola la presenza, già consistente, della Lega? Quando tra qualche decennio si potranno misurare adeguatamente i danni che l’attuale Destra governativa sta già perpetrando ai danni del Meridione, si imprecherà contro la “invasione” dei Lombardi e, da parte dei più raffinati, contra la “colonizzazione” della cultura del Sud ad opera della cultura Nord-occidentale del pianeta. E nessuno si ricorderà di quei siciliani che, non contenti dei suffragi elettorali di altri corregionali alla Lega, sono andati a Pontida per sollecitarne l’influenza ‘benefica’ (come gli investimenti multimilionari in opere pubbliche megagalattiche tanto eclatanti quanto inutili).

Augusto Cavadi 

Qui il link alla versione originaria illustrata:

https://www.zerozeronews.it/siciliani-e-siciliane-contro-gli-oppressori-piu-indigeni-che-stranieri/


mercoledì 7 maggio 2025

QUANDO AD AFFOGARE TRA LE ONDE ERAVAMO GLI ITALIANI

“Sono fortemente contrario alla politica detta delle porte aperte. E’ arrivato il momento in cui chiunque abbia a cuore il futuro della nazione deve preoccuparsi di questa poderosa ondata d’immigrati. A meno di qualche seria iniziativa l’ondata avvelenerà le sorgenti stesse della nostra vita e del nostro progresso. Ospitiamo nelle nostre città più grandi un numero enorme di stranieri tra i quali proliferano il crimine e le malattie”. Quando, dove e da chi sono state scritte queste parole?

L’anno è il 1905. Il luogo sono gli Stati Uniti d’America. L’autore è Frank P. Sargent, Commissario del Governo federale all’Immigrazione. A chi si riferiva? Agli italiani che, tra mille peripezie, spesso perdendo la vita prima di raggiungere i porti di partenza o durante le traversate per le condizioni sanitarie intollerabili, sbarcavano a New York. Ma l’alto funzionario statunitense non faceva di ogni erba un unico fascio: sapeva distinguere, infatti, tra “siciliani e calabresi” (che, a suo parere, “sono i più pericolosi perché sono furbi”) e i veneti, “meno pericolosi perché un po’ stupidotti”.

Quattordici anni prima un piroscafo zeppo di questi delinquenti ammorbanti, e dal nome beneaugurante di “Utopia” (per i viaggiatori meno istruiti “Tobia”), era salpato da Palermo alla volta dell’America ma proprio allo Stretto di Gibilterra aveva fatto naufragio, involontariamente speronata da una nave da guerra britannica contro cui si era scontrata a causa di avverse condizioni atmosferiche: dei circa 870  tra passeggeri e membri dell’equipaggio solo circa 150 sopravvissero e poterono scegliere se tornare a casa o raggiungere la Terra Promessa. Non era certo il primo naufragio in quella rotta né sarebbe stato l’ultimo, ma - poiché erano coinvolte a vario titolo autorità italiane, spagnole e britanniche – i giornali dell’epoca ne parlarono a lungo, seguendo sia i processi giudiziari che i dibattiti parlamentari. Insomma, nonostante  i 700 e più naufraghi periti fossero poveri disgraziati, l’incidente ottenne più attenzione nell’opinione pubblica di quanto ne ricevano oggi vicende simili riguardanti emigranti africani o medio-orientali. Ma “la tragedia dell’Utopia”, proprio perché ha interessato esponenti delle  “classi subalterne” e non dei “ceti dirigenti”, “non è entrata nella memoria collettiva della nazione” (p.135). 

L’onestà intellettuale e la sensibilità morale di Roberto Lopes l’hanno dunque indotto a ripescare dall’oblio questa tragica pagina di storia nel suo intrigante volume  1891. Il naufragio del piroscafo Utopia (Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2023), impreziosito dalla meditata prefazione di Vincenzo Guarrasi. L’autore ha inserito l’episodio nel quadro complessivo delle ondate migratorie dalla Penisola (soprattutto dalle regioni meridionali e dalla Sicilia) formate da gente che non abbandonava beni e affetti in cerca di facili guadagni, ma perché costretta da condizioni di sfruttamento disumane nel silenzio complice di governi nazionali legati a doppio filo  agli industriali del Nord e ai latifondisti del Sud.

Le pagine che, sulla base dei report dell’epoca, descrivono la strage di uomini, donne, bambini sono davvero toccanti: in frangenti del genere noi umani diamo prova di generosità impensabile (“Vari naufraghi che si erano salvati, non vedendo i loro congiunti si gettarono nuovamente in mare, per salvarli, ma rimasero preda delle onde”, p. 52) e di altrettanto impensabile egoismo (“Le donne restarono abbandonate alla loro sorte perché gli uomini badavano solamente alla propria salvezza, in poche riuscirono a salvare la vita”, p. 50). Non mancano le osservazioni sulla illegalità sistemiche che resero il bilancio delle perdite più alto di quanto sarebbe stato se si fossero rispettate le normative: solo per citarne una, “a bordo dell’Utopia c’erano solo 160 salvagenti” e pertanto “erano violate le regole del Consiglio del Commercio, che richiedeva la presenza di un numero di salvagenti pari alle persone imbarcate” (p. 50). Come nella migliore tradizione italiana ai superstiti – cui per la verità non era mancata una generosa solidarietà della popolazione civile di Gibilterra e dintorni – toccarono le disavventure supplementari causate dalla burocrazia statale che prolungò a lungo l’effettiva consegna delle somme determinate in sede giudiziaria a titolo di risarcimento per i lutti e i danni subiti.

La lettura del libro, oltre a colmare una lacuna del passato, impone riflessioni anche sul “presente rimosso” (secondo la formula coniata da Guarrasi) in cui “l’Utopia di un mondo migliore” sembra affondata “nell’egoismo e nella indifferenza” (p. 137). Riflessioni non soltanto, direi ovviamente, riguardanti i flussi migratori verso l’Italia, ma anche – meno scontatamente – il fenomeno dei tanti giovani istruiti che emigrano dall’Italia verso nazioni in cui, pur tra mille difetti della popolazione e asperità del clima, c’è ancora la possibilità di veder riconosciute le proprie qualità professionali ed umane. In cui, a differenza che da noi, professori universitari o primari ospedalieri si diventa non per corredo genetico o per elasticità della schiena o per fantasiosità erotica , ma per meriti oggettivi. Anche per gli emigranti italiani di oggi ogni partenza è una spartenza (= una separazione) che cellulari e internet rendono meno dolorosa, ma non per questo meno irreversibile.  Unica (magra) consolazione: i nostri figli e i nostri alunni non rischiano di annegare fra i flutti, come quel ragazzino africano che pochi anni fa ha portato con sé nel regno dei morti la pagellina scolastica, a perenne vergogna di chi si ritrova un cuore talmente inaridito da non avvertire il bisogno di piangere quando gliene affiora il ricordo.

Augusto Cavadi

·       Il libro sarà presentato mercoledì 7 maggio alle 18.30 presso la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo (v. N. Garzilli 43/a)

Qui la versione originale corredata da illustrazioni:

https://www.zerozeronews.it/quando-ad-affogare-fra-le-onde-erano-gli-italiani/

domenica 9 marzo 2025

IL SESSANTOTTO RACCONTATO A GIOVANI DI OGGI

Gli inviti, da parte di classi di studenti a incontrare qualche reduce del Sessantotto, si fanno più frequenti via via che restiamo sempre in meno a sopravvivere,. Quando tocca a me, mi riesce difficile proporre una narrazione sintetica e soprattutto imparziale. In questi giorni ho provato a partire dall’equazione Sessantotto = contestazione globale: globale in senso geografico (ha toccato quasi tutto il pianeta) e in senso intensivo (ha riguardato quasi tutti gli aspetti della vita personale e collettiva).

Ma chi sono stati i soggetti principali di questo movimento contestatario che si proponeva, attraverso lotte settoriali, di cambiare l’intero “sistema”?

Innanzitutto gli studenti che hanno contestato contenuti e metodi pedagogici delle agenzie educative più diffuse (scuole/università e chiese); la morale sessuale dominante (ossessionata dal rischio delle gravidanze indesiderate) e le politiche militariste (la cui espressione parossistica era costituita dalla guerra del Vietnam).

In contemporanea con le rivolte studentesche – e non di rado ad esse intrecciato – si è registrato il movimento di liberazione delle donne:  il femminismo, da teoria e pratica di piccoli gruppi pionieristici, è diventato un fenomeno sociale molto più ampio e ramificato.

Anche gli operai si sono mobilitati per il miglioramento decisivo delle condizioni di lavoro e, più radicalmente, per introdurre nella fabbrica spazi e tempi di partecipazione democratica.

A più di mezzo secolo da quegli anni il bilancio è ambiguo.

Certamente è stato ottenuto il riconoscimento legislativo di molti diritti civili anche in Paesi dove sembravano impossibili (vada per tutti il caso del divorzio in Italia), ma non si può negare che le istanze progressiste hanno esasperato l’individualismo tipico della concezione antropologica borghese: il “noi” ha ceduto quasi completamente il posto all’ “io” nell’accezione più riduttiva ed egocentrica.

Certamente sono stati ottenuti per i lavoratori e i cittadini meno abbienti notevoli progressi salariali e, più in generale, legislativi. Ma proprio queste conquiste in direzione dello Stato assistenziale prefigurato nella Costituzione repubblicana hanno scatenato nelle minoranze imprenditoriali, militari e politiche di stampo reazionario una vera e propria strategia terroristica (sia attraverso Servizi segreti statali sia manovrando, in forme non ancora del tutto chiarite, gruppi estremisti di destra e di sinistra nonché associazioni criminali mafiose). Perciò, se la mobilitazione partitica e sindacale ha prodotto risultati tangibili e motivanti, la degenerazione terroristica ha smorzato gli entusiasmi dei cittadini inducendoli a ripiegare, per paura e/o delusione, nel disimpegno politico dalla fine degli anni Ottanta a oggi.

Sul piano internazionale il vento del Sessantotto ha soffiato anche all’interno dei grandi Partiti Comunisti Occidentali ed è penetrato al di là della “cortina di ferro”, contribuendo non poco al progressivo indebolimento, ideologico e istituzionale,  dell’Unione Sovietica: di uno dei due antagonisti della Guerra “fredda” che aveva mantenuto il mondo sotto la spada di Damocle di un conflitto nucleare definitivamente devastante. Ma con l’implosione dell’URSS il bi-polarismo planetario ha lasciato campo libero ad uno solo dei due imperialismi in conflitto: gli Stati Uniti d’America e i Paesi occidentali alleati (NATO). Una supremazia che sembra indiscussa dal punto di vista culturale (l’anglo-americano come lingua universale e il capitalismo come teoria economica unica, adottata da regimi politici di segno diverso), ma che  lo è sempre meno dal punto di vista politico-militare dal momento che Cina, Russia, India, Brasile e altri Paesi emergenti non intendono rinunziare ad arginare lo strapotere statunitense sulla scena internazionale.

Il quadro è (per fortuna) in continuo cambiamento e molto di ciò che è mutato dal 1968 al 2025 – soprattutto con l’avvento del Web e dei suoi padroni sovranazionali - muterà certamente nei prossimi anni, anzi nei prossimi mesi. Come dal Sessantotto (e,  in parte,  grazie ad esso) in poi, saranno cambiamenti in meglio e in peggio: la storia sembra preferire lo zig-zag alla linea dritta. Individui e gruppi possono condizionarne il corso? Mezzo secolo fa sembrava che si fosse un po’ tutti convinti di sì. Oggi siamo in pochi a perseverare in quella generosa, ma ingenua, convinzione di poter “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato” (Robert Baden Powell). Cerchiamo nuove motivazioni ideali, nuovi miti propulsivi; ma nessuna improbabile rinascita di passioni sopite avrà effetti storici incisivi se non sostenuta dalla fatica condivisa dell’indagine razionale, della riflessione critica, della progettazione meditata. Cuore e ragione, si potrebbe sintetizzare con uno slogan. Ma già Hegel aveva coniato il modello antropologico affascinante del “cuore pensante”.

Augusto Cavadi

* Per la versione originaria, corredata da foto, cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/dall-8-marzo-alla-coscienza-civile-quel-che-resta-dei-sogni-del-68/


venerdì 6 dicembre 2024

VIDEO INTERVISTA A GERMANO FEDERICI

Ho già parlato altre volte di questo amico che un brutto male ha strappato prematuramente ai suoi cari e a noi tutti. Adesso è in rete una bella intervista in cui egli ha modo di raccontarsi con la sobria efficacia delle persone davvero degne di ammirazione:

 https://youtu.be/JpJFtnKdw60?si=iXM5XT9EFyZ1HDK4


sabato 20 luglio 2024

ADDIO A GERMANO FEDERICI, AMOREVOLE RICERCATORE DELLA FLORA ALPINA

 Sabato 20 luglio, alle 14.30, presso la Sala del commiato del Tempio crematorio del Cimitero di Bergamo, un folto numero di parenti e di amici ha salutato per l’ultima volta Germano Federici, spentosi all’età di 74 anni dopo una devastante malattia affrontata con grande serenità.

Le ragioni di stima e di gratitudine verso questa persona sono molteplici.

Generazioni di studenti liceali lo hanno avuto come insegnante di Scienze naturali dai metodi assai poco cattedratici: come si legge su “L’Eco di Bergamo” odierno, “sono passate alla storia le campagne naturalistiche al rifugio Curò dove per una settimana faceva scorrazzare gli studenti in lungo e in largo alla ricerca di piante”.

Già, le piante: la sua passione per la flora lo ha indotto a promuovere la fondazione del FAB (Flora Alpina Bergamasca), un gruppo di ricercatori che hanno attuato, dai primi anni Novanta ad oggi, il censimento delle piante presenti a Bergamo e nelle valli d’intorno.  Come ricorda l’attuale presidente del FAB, Luca Mangili, “a lui si deve il primo database, successivamente integrato con un altro organizzato dal gruppo di Brescia, nel quale sono state registrate le varie specie di piante. Per capire la mole di lavoro basta dire che il database contiene un milione di dati raccolti per le provincie di Bergamo e di Brescia”.

Da alcuni anni, grazie a internet, Germano Federici si era inserito (con rara signorilità di tratti) anche in alcuni gruppi di ricerca filosofico-teologica frequentati, soprattutto, da persone che, pur deluse dalle appartenenze ecclesiali e partitiche tradizionali, continuano a esplorare “inediti cammini” di consapevolezza intellettuale e di impegno socio-politico.

Insegnante, ricercatore scientifico, ma soprattutto persona per bene. Ricordarlo, più che un omaggio a lui (che, ormai, non ne ha più bisogno), è un piccolo segno di conforto per noi che viviamo una fase dell’umanità in cui sembra che solo i pazzi e i disonesti abbiano in mano le redini della storia; che non ci siano più persone belle per saggezza e mitezza, per passione verso il proprio mestiere e per attenzione amorevole verso la natura.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

Per la versione originale illustrata cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/federici-una-vita-per-la-botanica-e-la-virtu-dellefficacia-propedeutica/

sabato 13 luglio 2024

ADDIO A GIUSEPPE CARLO MARINO, INTELLETTUALE IMPEGNATO E PERSONA PER BENE.

Poiché la mafia - una concreta organizzazione criminale - è anche portatrice di una visione del mondo e della storia, va contrastata sia sul piano della repressione giudiziaria che della de-costruzione culturale. Tra gli intellettuali che si sono impegnati di conseguenza rientra certamente il palermitano Giuseppe Carlo Marino che si è spento il 10 luglio dopo una lunga, logorante malattia. Secondo la classificazione convenzionale è stato un “laico” (iscritto al Partito Comunista Italiano sin dagli anni Settanta) , ma nell’ambiente fiorentino dove si è trasferito da studente ha frequentato personaggi di varia estrazione: da Giovanni Spadolini a Giorgio La Pira, Mario Luzi e Nicola Pistelli.

E’ anche il desiderio di lavorare per la sua terra che lo induce a tornare in Sicilia: come docente liceale a Partinico, prima, come professore di Storia moderna all’Università dopo. Inoltre ha collaborato per alcuni programmi con la RAI.

Esordisce con un testo giovanile del 1964 che avrà la fortuna di un long seller: L'opposizione mafiosa (1870-1882): baroni e mafia contro lo stato liberale. Non meno letti (anche fuori dagli ambienti specialistici accademici) L'ideologia sicilianista: Dall'età dei lumi al Risorgimento del 1972 e La formazione dello spirito borghese in Italia del 1974.

Tra i testi che documentano la sua vicinanza militante ai movimenti  Antimafia come rivoluzione culturale del 1993. Dal 1998 in poi viene riedita la sua opera matura di sintesi sistematica: la Storia della mafia che parte della spedizione dei Mille sino alla reazione dello Stato alla mafia corleonese (da lui denominata  “nazimafia”). Ovviamente i suoi interessi non si limitano al Meridione (come attesta il suo Globalmafia. Manifesto per un'internazionale antimafia edito da Bompiani nel 2011) né alla tematica delle mafie (sua, ad esempio, una Biografia del sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti, edita sempre da Bompiani nel 2004).

Quanti l’abbiamo contattato per chiedergli di trattare un argomento di sua competenza, o di presentare il libro di qualche collega, abbiamo sempre trovato una signorile ma affabile disponibilità. Al di là di qualche tocco di estrosità pittoresca, incontravamo uno studioso serio intellettualmente e moralmente. Insomma, una persona per bene.

Augusto Cavadi

"Repubblica / Palermo" on line del 13. 7. 2024.

martedì 7 maggio 2024

L'EFFIMERA AVVENTURA DEL SINDACO ONESTO NELLA BAGHERIA DEGLI ANNI SESSANTA

 

Qualche lettore meno giovane ricorderà, probabilmente, il romanzo autobiografico Bagheria che Dacia Maraini diede alle stampe nel 1993 e nel quale l’autrice travasò tutta l’amarezza per una cittadina deturpata dalla speculazione edilizia consumata da mafiosi con la complicità degli amministratori locali. Oggi, a trent’anni di distanza, qualche cosa è migliorata, ma le costruzioni abusive  - a ridosso delle ville settecentesche e di preziosi monumenti storici sparsi per il centro abitato – restano intatte a testimoniare che il sistema mafioso, ferito nella sua dimensione militare, permane intoccabile nella sua dimensione politico-affaristica. Né si può prevedere di meglio sino a quando le istituzioni cittadine saranno condizionate da legislazioni permissive e politiche ecocide a livello sia regionale che nazionale.

Così è andata. Sarebbe potuta andare diversamente? Una pagina dimenticata di storia locale attesta di sì. Infatti nel novembre del 1964 avviene un piccolo miracolo: un democristiano onesto, stanco della politica mafiosa e mafiogena del suo partito, esce dalla Democrazia Cristiana; si candida con una Lista Civica di persone perbene; ottiene 4 consiglieri su 40 e – terzo dopo la DC (18 consiglieri) e il Partito Comunista Italiano (12 consiglieri) – viene designato come sindaco di Bagheria. Dopo alcuni mesi travagliati, il 19 febbraio 1965 il dottor Pietro Belvedere, medico pediatra stimato e amato in paese, legge in Consiglio comunale la ventina di cartelle con cui espone le linee programmatiche di una Giunta anomala (costituita da 2 comunisti, 2 socialisti, 1 indipendente di sinistra, 1 repubblicano, 1 esponente della Lista civica e 1 democristiano dissidente): se la Giunta ottenesse la fiducia, per la prima volta nel Dopoguerra la Democrazia Cristiana andrebbe all’opposizione!

Quella ventina di cartelle dattiloscritte, sepolte nell’archivio comunale, sono state oggi ripescate e pubblicate integralmente dal figlio dell’autore, Antonio Belvedere, ne Il discorso del sindaco, Qu-Ba, Bagheria 2024, con Introduzione di Mimmo Aiello e Postfazione di Giuseppe Tornatore. Sembra il testo di un film di fantapolitica come L’ora legale di Ficarra e Picone (2017). Infatti le “Dichiarazioni programmatiche” sono mille miglia lontane dal linguaggio, vacuamente altisonante, adottato in questo genere di comunicati, nei quali si può parlare di tutto a patto di non sbilanciarsi in niente di concreto, determinato. Al contrario, sembra di ascoltare una perizia medico-legale in cui si espone con sobrietà retorica e completezza analitica la diagnosi dei mali, ma – punto per punto – se ne indica la possibile terapia.

La situazione della città è paralizzata dall’ “immobilismo” causato dal “mancato senso di responsabilità” degli amministratori, condizionati dalla “ingerenza” di poteri esterni ed estranei? Non se ne uscirà “miracolisticamente” ma attivando “una sana, intransigente e disciplinata amministrazione, che per noi rappresenta il programma  dei programmi, il punto base di fondamentale importanza attorno al quale tutte le questioni saranno riguardate con la più premurosa cura e la massima vigilanza”.

Su questo solido presupposto sarà possibile affrontare uno per uno i drammatici ritardi di Bagheria:  “nettezza urbana ed igiene”;  “lavori pubblici” (a cominciare da “un tetto decoroso, rispondente alle indispensabili norme igienico-sanitarie, alle categorie lavoratrici meno abbienti”); “edilizia scolastica” (dal momento che gli edifici “esistenti, di cui alcuni pericolanti e minacciati di crollo e quindi bisognosi di immediate riparazioni, sono assolutamente insufficienti a soddisfare le esigenze di Bagheria”; “ civico mercato ortofrutticolo”; “viabilità cittadina e viabilità rurale”; “rete idrica” e “pubblica illuminazione” ; “cultura e patrimonio artistico” (“la cultura dovrebbe essere la leva motrice e il mastice che unisce tutti i cittadini alla città, nel senso che le varie iniziative, i circoli, la scuola, la biblioteca, formano un assieme corale con la vita produttiva ed economica del nostro attivo ed industre centro”); “piano regolatore” (che, redatto da “urbanisti ed architetti di chiara fama” – di cui vengono indicati i nomi e i cognomi - , stabilisca i “canoni” e i “vincoli” per la costruzione di nuove abitazioni). Il sindaco qua e là entra in dettagli specifici riguardanti la qualità della vita (“disciplinare il traffico, annullare i rumori, gli urli dei motori, perché rumore, aria viziata, asfalto, mancanza di spazio, sono tutte cose destinate, nonostante i più razionali criteri urbanistici, ad accrescersi e gli effetti sono già dannosi per il nostro fegato, per il nostro cuore e per il nostro sistema nervoso”), ma non perde mai di vista “una visione panoramica d’insieme”: nota infatti come “urbanistica, nettezza urbana ed igiene, cultura, problemi dell’agricoltura e della viabilità rurale, problemi dei giovani e problemi degli uomini più maturi, piano regolatore, assistenza sanitaria, per quanto possano apparire temi distanti l’uno dall’altro, costituiscano gli aspetti plurimi di un unico problema: quello della tutela degli aspetti umani e civili della città di Bagheria”. 

PER COMPLETARE LA LETTURA DEL TESTO NELLA VERSIONE ORIGINARIA ILLUSTRATA, BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/bagheria-anni-60-il-sogno-effimero-di-un-sindaco-onesto/

 


domenica 28 gennaio 2024

Il pope ortodosso Alexey Uminsky rimosso perché critico di Putin


“Adista/Segni nuovi”

3.2.2024

Gli umani, almeno sino a questo stadio evolutivo, non siamo preparati ad affrontare la complessità della vita. Di fronte alle tragedie della storia  - personale e collettiva – preferiamo risposte univoche, secche, nette. O bianco o nero, o destra o sinistra: niente grigi, niente “sì, ma anche…”. Russia versus Ucraina, Hamas versus Israele (e così in cento altri casi): tifoseria contro tifoseria e, se provi a problematizzare, arrivano botte in testa da qua e da là.

Le risposte semplici sono quasi sempre sbagliate ma, dal momento che si prestano a configurarsi come post o sms o tweet…, egemonizzano la rete telematica e il dibattito pubblico. Ma, tra le pieghe di internet, è possibile cogliere anche posizioni diverse dalla semplificazione da osteria. Ad esempio si può scoprire che nel cuore della Russia di Putin e nel cuore dell’Ucraina di Zelensky esistono gruppi di cittadini che, proprio perché amano di più e non di meno la propria patria, si sono subito schierati dal febbraio 2022 contro i propri governi a favore di soluzioni alternative al macello in atto ormai da quasi due anni e che, per altro, ha coinvolto – direttamente o indirettamente – quasi tutto il pianeta.

E’ di questi giorni la notizia che un pope ortodosso, Alexey Uminsky, è stato rimosso dall’incarico ( che ricopriva dal 1993) di rettore della chiesa della Trinità Vivificante a Khokhly, Mosca. La causa ? Varie interviste rilasciate a giornalisti coraggiosi come  Alexei Venediktov: molte sono visionabili  su YouTube in lingua originale

 Sempre su Youtube c’è un’intervista molto bella e completa (arricchita  dai sottotitoli italiani) che ha già ricevuto tre milioni di visualizzazioni (https://www.youtube.com/watch?v=Oa_WFY4UnWI) rilasciata da un altro esponente pacifista del clero ortodosso alla bravissima Katerina Gordeeva.  

  Dall’intervista si apprende che lo ieromonaco è nato in Italia, in Sardegna; che il suo nome originario è Giovanni  Guaita; e che sono stati i suoi studi di storia e civiltà slava ad avvicinarlo sempre più alla cultura russa e alla confessione ortodossa. Non è nuovo a posizioni scomode. Già nel 2021 aveva invitato le autorità russe a far visitare da medici l’attivista politico Alexei Navalny in sciopero della fame per protesta contro i metodi censori e repressivi di Putin. La reazione sul canale televisivo Spas (di proprietà della Chiesa ortodossa russa) era stata durissima: il “criminale in tonaca” veniva minacciato di processo penale. Ciò nonostante, nel febbraio del 2022, dunque appena avviata l’invasione russa dei primi territori ucraini, il prete si era subito espresso pubblicamente: “Non posso sostenere queste azioni militari. Prego per la pace, prego che tutto questo finisca il più rapidamente possibile e che meno persone possibile vengano ferite”.

   Da allora padre Giovanni non si arrende: imperterrito continua a sostenere, in sereno ma fermo dissenso con il patriarcato di Mosca e la maggioranza del clero ortodosso, che   il vangelo di Cristo non può legittimare nessuna violenza. Tanto meno con il pretesto di difendere la fede dalle apostasie moderne e post-moderne della secolarizzazione avanzante. Accusato sui social di essere eretico in teologia, risponde che l’unico peccato imperdonabile, secondo Gesù, è il “peccato contro lo Spirito Santo”: “chiamare bene ciò che, in coscienza, sappiamo essere male e viceversa”. Accusato, inoltre, di essere ingrato verso la patria d’elezione che lo ha accolto, obietta  - ben consapevole dei rischi che corre – che il ritorno della Russia all’isolamento del periodo precedente all’implosione dell’Unione Sovietica è contrario alle radici internazionali della civiltà russa, alla sua vocazione di dialogo interculturale, di ponte fra l’Europa occidentale e l’Asia, di solidarietà planetaria.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

mercoledì 15 novembre 2023

SE NE E' ANDATO J.M.CASTILLO, TEOLOGO DEL POPOLO LATINO-AMERICANO

 

La morte di Castillo,  teologo del popolo latino-americano.

Domenica 12 novembre , all’età non esigua di 94 anni, si è spento il teologo spagnolo  José María Castillo, noto anche ai lettori italiani per alcuni suoi testi mitemente esplosivi (quali L’umanizzazione di Dio, Fuori dalle righe. Il comportamento del Cristo, Vittime del peccato, La laicità del vangelo, L’umanità di Gesù nonché quei post sul blog www.religiondigital.com che spesso Lorenzo Tommaselli ha tradotto e diffuso sulla rete). Come ha scritto il giornalista José Manuel Vidal, “Pepe era una persona speciale, che attirava l’attenzione per la sua saggezza, la sua empatia e la sua umiltà, ma soprattutto perché si faceva amare”.

La sua vicenda è tipica di molte intelligenze teologiche a cavallo fra il XX e il XXI secolo. Giovanissimo, partecipa al Concilio Vaticano II in quanto perito del cardinale Tarancón, ma – dopo la morte di Paolo VI e l’ascesa al pontificato di Giovanni Paolo II – viene destituito (ovviamente senza nessun processo) dalla cattedra della Facoltà di Teologia di Granada. La Compagnia di Gesù, di cui era membro, prova a proteggerlo affidandogli un’altra cattedra di teologia presso l’Università Centroamericana di San Salvador, dove diventa esponente di spicco della Teologia della Liberazione.

Quando anche questa seconda possibilità gli viene tolta dalle autorità vaticane, per non lasciarsi strumentalizzare dagli avversari dei Gesuiti, decide di lasciare l’Ordine e di proseguire a titolo del tutto individuale la ricerca e la divulgazione (anche con i suoi celebri “Quaderni di Teologia Popolare”, validi tanto per i candidati al ministero presbiterale quanto per i bambini in preparazione della Prima comunione). E’ ormai un “gesuita senza documenti” che gira, con la nuova compagna Marga, per le varie Comunità Cristiane Popolari dell’America Latina.

Dopo molti anni, un papa si ricorda di lui: si scrivono, si telefonano e infine si incontrano a Santa Marta  il 18 aprile del 2017.  “Ti ho perso negli anni Ottanta e ora ti ritrovo” gli dice Bergoglio. E ancora: “Ho letto i tuoi libri con grande piacere, fanno molto bene alle persone”. Castillo gli fa eco con una battuta (per comprendere la quale bisogna sapere che nella Chiesa cattolica, se si diventa vescovi, si deve lasciare l’Ordine religioso di provenienza): “Santità, siamo due gesuiti senza documenti”. Ovviamente Francesco ha sorriso divertito.

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domenica 12 novembre 2023

LA MEMORIA STORICA PER UNA PACE SOLIDA: LA LEZIONE DI GIUSEPPE DOSSETTI

 

LA MEMORIA STORICA ANTIDOTO ALLE GUERRE INFINITE

I miei amici che vivono in Germania sono molto preoccupati: anche se la grande stampa ne parla poco o niente, l’antisemitismo (specie nelle regioni orientali della Repubblica federale) monta di giorno in giorno. L’orrida reazione del governo israeliano ai vili attacchi di Hamas è stata un’occasione colta al volo per confondere legittimo dissenso politico con ingiustificabile odio razziale.

I tedeschi, dunque, non facendo sino in fondo i conti col nazismo, si condannano a registrarne rigurgiti tossici. Né le cose vanno meglio in Italia, dove la seconda carica dello Stato espone con orgoglio il busto di Mussolini e la guida del governo è in mano a un personaggio osannato pubblicamente da movimenti neo-fascisti incostituzionali. In questo scenario – nell’attesa che i cittadini fedeli alla Repubblica democratica smettano di litigare e trovino qualche riferimento in Parlamento disposto a difendere almeno alcuni dei valori costituzionali ampiamente disattesi in questi decenni anche da maggioranze di centrosinistra – che resta da fare?

Alcune risposte alla domanda si possono rintracciare in un testo del 1986 in cui Giuseppe Dossetti meditava sulla superficialità dimostrata dalla Chiesa, e più ampiamente dalla società, in Italia, nel dimenticare stragi nazifasciste come gli eccidi perpetrati nel settembre-ottobre 1944 nell’Appenino bolognese intorno a Monte Sole:  centinaia fra bambini, donne, anziani, malati, preti, suore, adulti di entrambi i sessi vengono falcidiati solo per lanciare un segnale di potenza (in realtà, a ben pensarci, di debolezza) alle squadre partigiane operanti nei dintorni.  Dossetti scrive queste pagine a Introduzione del volume di Luciano Gherardi Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno e parla da cattolico soprattutto ai cattolici: il suo patrimonio teologico, il suo universo simbolico, i suoi riferimenti liturgici sono tutti interni all’ortodossia cattolica. Tuttavia Fabrizio Mandreoli, curatore di questa nuova edizione del testo di Dossetti (“Finché ci sia tempo”. Pace, guerra e responsabilità storiche a partire da Monte Sole, Zikkaron, Bologna 2022, pp. 169, euro 12), è convinto che il messaggio travalichi i confini confessionali e – più o meno analogamente – possa riuscire illuminante anche per cittadini di fede religiosa diversa o di fede laica. Infatti Dossetti chiedeva una revisione degli schemi interpretativi tradizionali non solo ai suoi compagni di strada cristiani, ma anche a intellettuali e politici di vari orientamenti (altrettanto esposti alla tentazione di crogiolarsi in narrazioni ideologiche che, pur meritevoli di non essere gettate nella pattumiera della storia, necessitano comunque di profondi aggiornamenti). Lo dirà poco prima di morire con una lucidità di analisi storica apprezzabile – in tempi bui di guerre anche ai confini dell’Unione Europa - non certo solo da lettori di confessione cattolica:  “C’è un rimescolamento completo di situazioni, siamo ritornati in Europa a prima del 1914. Il rimescolio dei popoli, delle culture, delle situazioni è molto più complesso di quello che non fosse nel 1918. E’ un rimescolio totale. In più c’è la grande incognita dell’Islam, una incognita in qualche modo imprevedibile. Noi cerchiamo di rappresentarci questo sconvolgimento totale con dei modelli precedenti (…) ma sono tutti non proporzionati, perché il rinnovamento è assai più radicale. Siamo dinanzi all’esaurimento delle culture. (…) Siamo tutti immobili, fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non con il senso della profondità dei mutamenti” (pp. 37- 38).

Dossetti stesso enumera in sei punti i passaggi principali della terapia che intravede:

a)     “l’impegno per una lucida coscienza storica e perciò ricordare: rendere testimonianza in modo corretto degli eventi” (pp. 73 – 74);

b)     “il ricordo deve essere continuato, divulgato e deve assumere sempre più ispirazione, scopi e forme comunitarie” (p. 75);

c)      “occorre proporsi di conservare una coscienza non solo lucida, ma vigile, capace di opporsi a ogni inizio di «sistema di male» , finché ci sia tempo” (p. 77);

d)     “occorre compiere una revisione rigorosa di tutto il proprio patrimonio culturale e specialmente religioso, purificandolo radicalmente da ogni infiltrazione emotiva e da ogni elemento spurio che non attenga al nucleo essenziale della fede e che possa favorire anche solo in maniera indiretta ritorni materialistici o idealistici capaci di alimentare miti classisti, nazionalisti, razzisti, ecc.” (p. 83);

e)      occorre coltivare “la sapienza della prassi” che “sta soprattutto nell’acquisizione di abiti virtuosi: che occorrono tutti non solo per agire, ma anche  e prima per pensare correttamente ed esaustivamente i giudizi e le azioni conseguenti” (p. 88); una sapienza che richiede (oltre alla virtù tipiche del credente: la fede, la speranza e l’amore agapico) “un delicatissimo equilibrio di esercitata prudenza e di fortezza magnanima; di temperanza luminosa e di affinata giustizia individuale e politica; di umiltà sincera e di mite ma reale indipendenza di giudizio; di sottomissione e insieme di desiderio verace  di unità, ma anche spirito di iniziativa e di senso della propria responsabilità; di capacità di resistenza e insieme di mitezza” (p. 89);

f)       Infine, “occorre rendere possibile, consolidare e potenziare il pensare e l’agire per la pace (…) con un ultimo elemento, il silenzio: molto silenzio, al posto dell’assordante fragore che ora impera. Il silenzio è una quarta dimensione di tutto. (…) Silenzio, calma, quiete ed abbandono, riposo vanno sempre più opposte all’urlo incessante della stampa, della radio e della televisione” (p. 94).

Per onestà intellettuale devo avvertire che, soprattutto a proposito degli ultimi due punti, Dossetti li incastona in una prospettiva confessionale. Ho tralasciato tali riferimenti teologici non per tradire il pensiero originario dell’autore (per il quale “la fede e la vita dei cristiani” non potrebbero nutrirsi “in modo genuino e completo” senza “una conoscenza diretta e amorosa della parola di Dio e dell’esperienza centrale del mistero pasquale come si realizza nell’eucaristia” , p. 86), ma per mostrare come, anche sottoposte a tagli, queste pagine di Dossetti hanno da dire molto anche ai ‘laici’ (e agli stessi cristiani  trans-teisti e post-religionali nel cui novero egli certamente non si è riconosciuto).

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

mercoledì 4 ottobre 2023

SI PUO' ESSERE CRISTIANI E MARXISTI? MEMORIA CRITICA DI UNA STAGIONE TROPPO PRESTO ARCHIVIATA

 


CRISTIANESIMO E SOCIALISMO: BREVE STORIA DI UN IDILLIO

Se per “cristianesimo” intendiamo l’ideologia della rassegnazione alle ingiustizie di questa vita, in attesa dei risarcimenti divini nell’altra, e per “socialismo” la lunga fase di “dittatura del proletariato” che, sinora, non è mai sfociata in regime di reale uguaglianza di opportunità per tutti, è intuitiva la radicale incompatibilità fra “cristianesimo” e “socialismo”.  Ma c’è stata (o c’è ancora ?) un’epoca in cui alcuni hanno capito che il cristianesimo, più che una religione (“cristianità”), è una fede (“vangelo del regno imminente”); e che il “socialismo”, più che un assetto istituzionale coercitivo, è un progetto utopico di giustizia e libertà intrecciate.  Così intesi, cristianesimo e socialismo non sono inconciliabili. Anzi, pur appartenendo a ordini di discorso distinti, possono completarsi reciprocamente: il socialismo può fornire analisi sociologiche e ipotesi di intervento politico a chi abbia abbracciato la proposta evangelica, la quale a sua volta può offrire un “supplemento d’anima” a chi abbia deciso di dedicare la vita al riscatto delle fasce più impoverite dell’umanità.

Agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso la teoria della sinergia possibile fra fede cristiana e impegno politico per il socialismo si è fatta carne nel Cile di Salvador Allende, prima, in altre aree dell’America latina e in Spagna, poi: nacque così il movimento “Cristiani per il socialismo” (Cps) che, esattamente cinque decenni fa, fu varato anche in Italia. La vicenda, non lunga ma intensa, è stata ricostruita storiograficamente, con un accurato lavoro d’archivio sulle fonti documentali, da Luca Kocci nel recentissimo Cristiani per il socialismo 1973 – 1984. Un movimento fra fede e politica (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2023, pp. 250, euro 23,00) che racconta, senza né toni trionfalistici né risentimento, gli avvenimenti dal Congresso fondativo di Bologna del 1973 allo sfarinamento che l’autore considera concluso nel 1984. Dalla narrazione emergono con chiarezza sia gli aspetti profetici, anticipatori, del movimento (che auspicava la fine dell’unità partitica dei cattolici nell’ovile democristiano, proprio come è avvenuto dal 1992 – 93 a oggi) che le sue contraddizioni interne (per esempio l’oscillazione fra l’intento di essere un laboratorio culturale e il progetto di diventare un vero e proprio partito). Quale che siano le convinzioni odierne di un lettore, difficilmente potrà sottrarsi all’ammirazione per quei personaggi del mondo intellettuale e associativo che accettarono di essere visti con diffidenza dalle Chiese (cattolica e riformate) perché socialisti e dalle organizzazioni partitiche di Sinistra (PCI e costellazione alla sinistra del PCI) perché cristiani.

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sabato 8 luglio 2023

PARLARE AI MORTI PERCHE' I VIVI INTENDANO: LE DODICI LETTERE ALL ' ALDILA' DI MARIA D'ASARO


 PARLARE AI MORTI PERCHE’ ASCOLTINO I VIVI

 

Il combinato disposto – diciamo, più semplicemente, la somma – d’ignoranza linguistica e            d’ignoranza storica (delle quali gli italiani soffriamo meno di altre popolazioni industrializzate, comunque in misura spaventosa) sta producendo effetti che sono sotto gli occhi di chiunque : viviamo tragedie eclatanti (dalle stragi dei migranti alla guerra fra Russia e Ucraina) e crisi striscianti (lo smantellamento, mattoncino per mattoncino, di quel tanto di Repubblica democratica e di “stato sociale” che – non senza lacune e inadempienze – eravamo riusciti faticosamente a costruire dal Secondo dopoguerra agli inizi degli anni Ottanta del XX secolo) come zombi oscillanti fra la veglia della vita e il sonno della morte.

Se questo quadro è sostanzialmente realistico, vedrei due scenari principali per il futuro: o ci si chiederà come l’umanità del terzo millennio abbia potuto attraversare questa fase di cecità autolesionistica oppure il degrado intellettuale e morale avrà raggiunto il livello zero (ammesso che esisterà, nonostante il suicidio ecologico e bellico, ancora una specie sapiens sapiens). 

Per scongiurare tali possibili scenari, è evidente che si debbano moltiplicare – qui e adesso – gli sforzi per alfabetizzare le maggioranze dopate e per evocare squarci significativi del nostro passato.

 

Due terapie sinergiche

Per quanto riguarda il primo obiettivo (l’alfabetizzazione linguistica) non si tratta di moltiplicare la quantità dei testi da leggere – infatti non è vero, come si sente ripetere, che la gente non legge più – bensì la qualità. La gente legge oggi come mai nella storia dell’umanità: ma legge manifesti pubblicitari, post su facebook, giornali e riviste on line, e-mail e whatsapp; dunque legge di tutto senza possedere criteri di giudizio su ciò che legge. Gli studenti preparano una “tesina” con pezzi trovati in rete, ma senza preoccuparsi di specificarne la fonte: così la citazione dalla conferenza di un premio Nobel per la medicina finisce, intrecciata con l’opinione sul cancro del bottegaio all’angolo, in “una notte grigia in cui tutte le vacche sono grigie” (per parafrasare Hegel in polemica con Schelling). Dunque, dovremmo invitare (un po’ controcorrente) i giovani a leggere di meno: a una sorta di digiuno, o almeno di dieta, letteraria.  Ma di concentrarsi su testi significativi, possibilmente belli, suggeriti da qualche persona adulta di loro fiducia. Poi, quando si saranno disintossicati dalla spazzatura – o anche da ciò che, pur non essendo dannoso, è superfluo – potranno navigare da soli nell’oceano dei testi scritti. E diventare, a loro volta, garanti (provvisori) delle generazioni successive.

Non minore attenzione esige il perseguimento del secondo obiettivo (la memoria di ciò che del passato merita di essere ricordato o perché terribile o perché esemplare). Ci sono, pur tra prodotti poco interessanti, film e documentari che riescono efficacemente a ricostruire epoche storiche, vicende, personaggi. Ma è importante - a mio sommesso avviso – che il recupero della memoria storica avvenga anche attraverso pagine scritte, più adatte del linguaggio visivo a cogliere dettagli analitici e a suscitare pause di riflessione e valutazioni critiche. Pagine di questo genere dovrebbero, comunque, possedere una certa attrattiva estetica, in difetto della quale producono la noia e la disaffezione che ben conosciamo noi fruitori di manuali scolastici e di monografie accademiche. Per fortuna il Novecento (come il secolo in cui ci troviamo) ci ha regalato volumi seri e gradevoli al tempo stesso, come  - per non aprire un elenco lunghissimo - Il secolo breve di Erich Hobsbawm: volumi che non ci raccontano tutti gli avvenimenti degni di memoria, ma ci accendono il desiderio di conoscerli.

 

Lettere dall’aldiquà

Di sintesi potenti e attraenti come i volumi di un Hobsbawm non tutti siamo capaci. Ma possiamo dare una mano all’intento, inscindibilmente didattico e politico, di colmare – almeno in parte – le amnesie collettive sperimentando altri generi letterari. E’ il caso di Maria D’Asaro che, da molti anni, ha avvertito l’esigenza interiore di scrivere “lettere” a protagonisti della vita civile nazionale (e non solo) che, in questi giorni, ha deciso di raccogliere in un unico volume: Una sedia nell’aldilà (Diogene Multimedia, Bologna 2023, pp. 146, euro 16,00).

 

A siciliani (più o meno... illustri)

Lascio alla curiosità del lettore le ragioni dell’insolito titolo e passo direttamente a qualche assaggio delle dodici “lettere” (alcune delle quali già edite in riviste o in volumi curati da altri). Nel ripercorrerle, seguo l’andamento centrifugo: parto dalla provincia di Palermo - la città dell’autrice – per allargare lo sguardo sulla Sicilia, poi sull’Italia e, infine, anche oltre.

La missiva che apre il volume è indirizzata a un giovane adulto che è vissuto, ed è morto assassinato, a poche decine di chilometri dal capoluogo regionale:

 

« Caro Peppino, quando ti hanno ammazzato, avevo vent’anni. Ero tutta casa, chiesa e università. [...]  C’era, ma allora la mafia non mi sfiorava. Ero troppo occupata a combattere le mie piccole buone battaglie. Però, anche se oscurata da quella più eclatante dell’assassinio di Aldo Moro, la notizia della tua morte mi colpì. “I carabinieri non nutrono dubbi sulla fine dell’estremista siciliano, dilaniato dalla bomba che stava collocando sui binari”, titolavano ossequenti e sicuri i giornali governativi. [...] Così ho cominciato a documentarmi e a capire. “Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia” non era più l’affermazione azzardata degli estremisti demoproletari, ma la triste verità che, tra tanti colpevoli silenzi e depistaggi, si andava faticosamente facendo strada. Nella scuola dove ormai insegnavo, ho scoperto che Pino Manzella, il docente di Francese che dipingeva con passione e talento, era stato uno dei tuoi amici più cari. Ho saputo poi che l’avvocato Vincenzo Gervasi, che rappresentava i tuoi familiari al processo, era il marito di una docente mia amica. E addirittura che quell’Impastato da cui facevo la spesa, vicino Cinisi, era tuo fratello Giovanni! E la signora a cui pagavo le pizze tua cognata Felicetta…Così, piano piano, per me sei diventato un morto di famiglia. [...] Caro Peppino, avevo voglia di scriverti proprio per scusarmi e per ringraziarti. Per scusarmi di non avere subito creduto alla verità sulla tua morte: nel 1978 avevi solo dieci anni di più, ma eri avanti anni luce...C’è voluto il tuo brutale assassinio, perché in tanti ci interrogassimo su quel terribile mostro di casa nostra che è la mafia. E capissimo che contro la mafia ognuno deve combattere la sua battaglia: in famiglia, a scuola, al lavoro, in negozio, in condominio, nei palazzi del potere, nella pubblica amministrazione, in politica. Voglio ringraziarti per la tua testimonianza di siciliano libero, senza padroni: libero dai condizionamenti mafiosi della tua famiglia d’origine, libero dagli schemi logori dell’appartenenza politica, libero di ridere ridicolizzando i rappresentanti di potere» (pp. 9 -  15).

 

 

Sullo stesso fronte antimafia troviamo una donna, Giuliana Saladino, giornalista de “L’Ora” e scrittrice di successo. A lei, con toni non meno toccanti della lettera precedente, si rivolge D’Asaro:

 

« Cara Giuliana, ho imparato ad apprezzarti grazie alla mia amica Teresa: “Ti perdi due perle se non leggi Romanzo civile e Terra di rapina”. Prima della sua “presentazione” sapevo solo che eri una giornalista. Chissà, forse una volta potremmo anche esserci incrociate in città, magari in una delle tante manifestazioni antimafia…Ma i tuoi occhi nocciola, scuri e intensi, posso solo immaginarli, perché ti ho conosciuto davvero quando ho letto i tuoi libri. E tu non c’eri più. Teresa aveva ragione: mi sono subito innamorata della tua scrittura. E sono stata affascinata dalla tua intelligenza, dalla tua passione civile, dal tuo lucido impegno. Per età, potevi essere mia madre. Ma, nonostante la distanza anagrafica, ti ho sentita vicina, quasi ‘compagna’, per sensibilità umana e politica» (p. 21).

 

Chi come me ha conosciuto Giuliana negli anni Sessanta e l’ha avuta come mentore nei primi passi nel mondo della comunicazione sociale (aveva la responsabilità della pagina “L’Ora-Scuola” cui contribuivamo alcuni di noi liceali) non può che rallegrarsi nel vederla ricordare anche a generazioni che, molto probabilmente, non ne hanno mai sentito pronunziare neppure il nome.

Anche un terzo personaggio è palermitano, ma schierato esattamente sul fronte opposto rispetto a Peppino e Giuliana. Maria D’Asaro non rinunzia al suo registro comunicativo mite, misurato, ma anche dolente e inequivocabilmente chiaro:

 

«Lei rappresentava la DC di potere, legata all’area grigia che in Sicilia coagulava il consenso politico. “Non si muove foglia che Lima non voglia”, si diceva scherzosamente. Se si cercava un “favore, si andava dall’onorevole Lima. [...] Eppure, chi la conosceva bene ha chiarito che lei viveva una particolare solitudine: i mafiosi la trattavano come politico, i politici, talvolta, la trattavano quasi più come mafioso che come uno di loro. La sua figura appare ambigua e tragica insieme, destinata purtroppo a essere sacrificata quando saltano gli equilibri che lei aveva contribuito a garantire» (pp. 47-48).

 

Torna in mente, per contrapposizione, il titolo sarcasticamente fulminante con cui un noto settimanale umoristico dell’epoca diede la notizia del suo assassinio per mano mafiosa: «Salvo Lima come John Lennon: ucciso da un suo fan».

Prima di lasciare il giro dei palermitani, mi piace ricordare la lettera dedicata a uno dei più innocenti e amorevoli abitanti che la città possa ospitare: il cagnolino Dipsy (e, in certa misura, la sua cuginetta felina Felicetta). In queste righe in onore dell’animalità l’autrice riversa alcuni tesori della sua umanità:

 

«Chi pensa che sia eccessivo scrivere una lettera di commiato a un cagnolino defunto non ha sperimentato la grazia di avere accanto un cane vispo e affettuoso come te o gattine speciali come Felicetta. E non ha provato la tristezza di perdervi» (p. 51).

 

Fuori da Palermo e dintorni, ma ancora dentro i confini della Sicilia, troviamo Andrea Camilleri, al quale Maria D’Asaro si rivolge mimando la lingua simil-siciliana usata dallo scrittore agrigentino nei suoi celeberrimi romanzi: 

 

« La sua è stata una fortuna meritata perché nell’esercizio delle sue belle professioni e passioni – aspirante poeta, regista, sceneggiatore, infine scrittore – Lei ha sempre ascoltato la musica delle parole. E ha sempre scelto quelle giuste per tessere la trama e l’ordito dei suoi cunti.

Mi avissi piaciuti assai leggere altre sue storie. E poi, avissi avutu l’ardiri di chiacchierare tanticchia con Lei. Non l’avrò, questo prio di incontrarla vivente. Ma io a vossia u vegnu a truvari ‘nta li so libri. E mi scialu e arricriu cu li so storie» (p. 19).

 

Il «Caro Francuzzo» cui si rivolge la mittente a p. 41 è Battiato:

 

«Chissà se ora senti più vicine le sacre sinfonie del tempo, se hai sperimentato che “siamo esseri immortali, caduti nelle tenebre, destinati a errare/nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione… Che siamo angeli caduti in terra dall'eterno, senza più memoria…”. Tu, assertore della reincarnazione - “quel lungo percorso che fa vivere vite in quantità”. “Sbucherò da qualche parte, sono sicuro: vivremo per l’eternità” - chissà se ora “tocchi l’infinito con le mani” … se ti sei fatto strada tra “cento miliardi di stelle”, se la tua anima le attraversa e se “su una di esse vivrà eterna” …

Chissà se, nell’Altrove, hai incontrato Manlio, l’amico e compagno di una felice intesa artistica. Manlio, siciliano come te, sull’essenzadell’insularità, scriveva “Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. (…) La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere.La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo tedium storico, fattispecie nel Nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera» (pp. 42 – 43).

 

A Palermo è nata anche Natalia Ginzburg, dove il padre – di cognome Levi – si trovava temporaneamente a insegnare, ma ne è vissuta lontano sino alla morte nel 1991. La sintonia fra chi scrive e la destinataria (virtuale) è, anche in questo caso, profonda. E commovente. Peccato doverci limitare, per non abusare dello spazio,  alle poche righe d’esordio:

 

« Cara Natalia,

 “Avrei voluto vederla; e dirle in qualche modo (…) il significato immenso che avevano i suoi libri per me”. Le parole che Lei avrebbe voluto rivolgere alla scrittrice inglese Ivy Compton Burnett, sono le stesse che avrei voluto dirle, se mai avessi potuto incontrarla. E, nel nostro immaginario dialogo, mi sarebbe piaciuto che Lei avesse pronunciato la stessa frase detta realmente a una sua amica: «Mi avrebbe fatto un gran piacere se mi avessi scritto. In fondo un libro si scrive per quella persona che ci manderà una lettera. Prende voce e faccia, non si è più così soli» (p. 125).

 

A italiani (meritevoli di non essere dimenticati)

L’autrice non si limita a dialogare con conterranei. Si rivolge, infatti, anche ad Alex Langer, indimenticabile intellettuale e politico alto-atesino, nei cui confronti la stima e l’affetto appaiono inestricabilmente annodati:

 

« L’impegno verde ed ecologista, insieme a quello per la pace, è stato l’orizzonte ideale per cui hai speso le tue migliori energie. Da quando, l’8 dicembre 1984, hai tenuto la relazione introduttiva alla prima assemblea, dei Verdi sei stato co-fondatore e ispiratore. Un vero profeta ecologista, che univa alle campagne per la salvaguardia della biosfera l’impegno personale e minuto: ad esempio, perché gli alberghi evitassero le confezioni monodose di burro e marmellata e offrissero semplici ciotole riempite alla bisogna. Molto prima che ce lo suggerisse Greta, viaggiavi sempre in treno e utilizzavi la macchina solo quando l’urgenza o l’incalzare degli impegni lo imponevano. Non c’era campagna di solidarietà internazionale o di sensibilizzazione ecologica che non ti vedesse coinvolto in modo concreto, con grande spirito di dedizione.

Tu sì che volavi alto» (p. 63).

 

Un altro destinatario  cui Maria D’Asaro scrive ex abundantia cordis è Vittorio Arrigoni detto Vik (1975 – 2011). Come di Carneade, di lui sarà spontaneo ai più chiedersi: «Chi era costui ?». E proprio domande del genere sottolineano la rilevanza, culturale e civile, di libri come Una sedia nell’aldilà, la cui autrice così scrive all’autore del libro-reportage Gaza. Restiamo Umani : 

 

«Sei stato rapito la sera del 14 aprile 2011, all’uscita di una palestra di Gaza dove eri solito andare. Pare che i tuoi assassini appartenessero aun gruppo terrorista dell'area jihādista salafita.Dopo averti mostrato in un video bendato e legato, minacciano la tua uccisione se non saranno liberati uomini del loro movimento, detenuti nelle carceri palestinesi. Ma già l’indomani il tuo corpo senza vita verrà trovato in una casa di Gaza» (p. 95).

 

 

Non più noto di Arrigoni è il medico marchigiano Carlo Urbani infettivologo di fama mondiale.  Quando ad Hanoi, il 28 febbraio del 2003, corse al capezzale di un americano ricoverato con una strana polmonite, intuì la pericolosità di quell’infezione polmonare, lanciò l’allarme all’Organizzazione mondiale della Sanità e chiese un’immediata quarantena. «Grazie alla sua prontezza» – gli scrive D’Asaro -  

 

«in Vietnam e nel Sudest asiatico morirono della nuova malattia - denominata SARS, Sindrome respiratoria acuta severa – meno di un migliaio di persone. Purtroppo, tra queste anche Lei. Sua moglie Giuliana non ha mai voluto che le si attribuisse l’aggettivo di eroe: per Giuliana, Lei era “una persona come tante altre, che amava il suo lavoro e la vita e portava aiuto a chi purtroppo ha poco”. Una persona normale. Ma una normalità così straordinaria non la si improvvisa» (pp. 73 – 74).

 

La penultima lettera della raccolta è indirizzata, invece, a un personaggio noto a livello internazionale:

 

« Egregio dottor Levi, solo di fronte al mare, avvolta dalla luce dorata dell’agosto siciliano, sono riuscita a ripercorrere la sua via crucis e a leggere con passione molti suoi scritti. Tra una pagina e l’altra, mi sono spesso fermata, perché mi mancava il respiro… L’azzurro del mare mi aiutava a continuare il viaggio doloroso, come se l’acqua lenisse un pochino l’angoscia di condividere quello che era accaduto ad Auschwitz, nella baracca n.45» (p. 101).

 

A una giornalista russa (e non solo)

Oltre le lettere ai siciliani e agli italiani, Maria D’Asaro ne riserva una particolarmente vibrante all’eroica giornalista russa Anna Stepanovna Politkovskaja (assassinata, ad appena 48 anni, il 7 ottobre 2006):

 

« Non è stato difficile ucciderti, in ascensore: eri una donna sola, senza difesa, senza nessuna protezione, di ritorno dal supermercato...Ti era stato suggerito di fare attenzione. Pare che qualcuno avesse già tentato di avvelenarti, qualche anno prima, mentre viaggiavi in aereo perBreslan: ma allora ti eri salvata. Sulla “Novaja Gazeta” hai continuato a raccontare - coraggiosa, ostinata, tenace – tutte le brutture di cui eri testimone in Cecenia. Crimini che ti erano confermati, a microfoni spenti, anche da militari» (pp. 99 – 100).

 

L’autrice approfitta dell’occasione per accomunare, in un unico abbraccio, i giornalisti che hanno pagato con la vita la fedeltà all’unico precetto deontologico irrinunziabile: scrivere la verità: Natal’ja Éstemirova (colpevole di avere anch’essa denunziato le violazioni dei diritti umani del governo di Putin); Daphne Caruana Galizia ( che «ha scoperchiato i segreti di inconfessabili evasioni fiscali» a Malta); Pippo Fava e Giancarlo Siani che, rispettivamente «in Sicilia e in Campania, hanno fatto i nomi di chi era colluso o faceva affari con la mafia e la camorra» (p. 99).  

Forse, aver restituito di queste dodici lettere solo frammenti, è stato scortese nei confronti dell’autrice. In questa ipotesi, cercherò di farmi perdonare impegnandomi a leggerle

integralmente, ogni volta che ne avrò l’occasione, a quanti – adulti o giovani – ritengono meritevoli di entrare nei libri di storia soprattutto statisti che siano stati al potere per almeno un ventennio e/o che abbiano perpetrato almeno qualcuna di quelle follie che chiamiamo guerre.

 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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