Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
lunedì 27 novembre 2023
lunedì 13 novembre 2023
INTERPRETAZIONE DELLA FIGURA DI P.PINO PUGLISI: UNA RECENSIONE E UNA NUOVA PRESENTAZIONE
Padre Pino Puglisi. Un
leone che ruggisce di disperazione: questo il titolo del
volume, edito da Il pozzo di Giacobbe e scritto a 'quattro mani' da Augusto
Cavadi e Cosimo Scordato, che oserei definire, anche ma non esclusivamente,
chiarificante. Lo sguardo filosofico di Cavadi e lo sguardo teologico-pastorale
di Scordato si intrecciano e comunicano fra loro aiutandoci a com-prendere
l’esistenza complessa di un uomo che ha scelto, senza esitare, il Bene. Un
modello (certamente non pubblicitario e di vuota propaganda) per la Chiesa di
Palermo e per la Chiesa Universale che ancora oggi, a distanza di trent’anni,
continua a interpellare tutte e tutti, credenti e non. Interessante come, nella
breve dichiarazione di intenti, i due autori specificano i motivi e i desideri che
li hanno spinti a mettere insieme ciò che poi ritroviamo nel corso della loro riflessione.
Il desiderio è certamente la memoria
di un prete ucciso dalla mafia, ma è molto altro ancora. È il fare sintesi -
aggiungo - di un tema complesso, quali le mafie, in relazione al fatto
ecclesiale, ai suoi intrecci e all’eredità rispetto alla lotta contro le
ingiustizie.
Cavadi, giustamente, si chiede subito se i martiri sono
davvero fiori all'occhiello di una Chiesa locale oppure no. E così afferma: "L'assassinio di Puglisi e la
successiva proclamazione canonica a "beato" della Chiesa cattolica
hanno dato una stura a una serie di dichiarazioni trionfalistiche […]. La
presenza di un martire in più è stata accolta come un dono divino. Per chi come
me è convinto che la logica divina può volare al di sopra, ma mai contro la
logica umana, tale compiacimento collettivo non ha alcuna ragion d'essere;
anzi, al contrario, dovrebbe lasciare il posto all'autocritica e al pentimento”
(pp. 17-18).
Non c’è pentimento senza autocritica e non c’è autocritica
senza presa di coscienza. Ma come dovremmo sviluppare questa sana presa di
coscienza? Chi dovrebbe guidarci a ciò? È forse possibile autogestirsi in
un percorso così complesso? Credo che anche su questo bisognerebbe riflettere
ed è la stessa Chiesa locale che chiede - forse banalmente - di fare memoria
del Beato che dovrebbe seriamente interrogarsi e aprirsi a nuovi modi di essere Chiesa.
Ma cosa dice l’eredità di don Pino in merito a questo? Cosa
dice alla Chiesa? Cosa dice a noi che siamo Chiesa? Lo espone bene Cosimo
Scordato nelle ultime pagine del libro: "La
Chiesa [...] deve diventare spazio di resurrezione, ovvero di cambiamento
radicale, che rende improbabile, se non addirittura impossibile, per la grazia
del suo Signore, l'infiltrazione dell'associazione mafiosa e l'invadenza degli
atteggiamenti e comportamenti mafiosi. Però, l'esperienza storica ha fatto
toccare con mani che, nonostante la progressiva presa di coscienza da parte
della Chiesa, permangono intrecci all'interno della comunità cristiana;
passo ulteriore non può che essere il radicale ripensamento dell'immagine di
Chiesa e del suo rapporto con la società (pp. 165- 166).
E se ecclesia semper
reformanda , non deve certo muoversi dalla denuncia profetica alla
progettualità testimoniale? La denuncia profetica, se non si evolve pienamente
e profondamente in progetti testimonianti di qualcosa di concreto, come può
dirsi credibile e autentica? Ed è proprio attraverso il farsi concreto della comunità cristiana - come afferma bene
Scordato - che si ha quando essa stessa
si impegna a tradurre nello spazio della visibilità sociale la vera risposta
alternativa all'essere e all'agire mafioso dove, oltre alla denunzia, ci deve
essere una capacità di annuncio fattuale nei gesti nuovi e creativi della comunità
stessa.
La comunità cristiana, dunque, non può che favorire,
attraverso la propria creatività umana e il sinergismo fra tutte le sue componenti,
il cambiamento e la conversione sincera dei cuori e delle menti. Perché poi, lo
si sa bene, è la forma-mentis che bisogna
educare e coniugare al Bello e al Buono. Solo in questa prospettiva l’esperienza
martiriale di don Pino Puglisi si tradurrà in eredità concreta per l’attuale e
futura generazione, infra ed extra ecclesiam.
Questa è solo una minima parte delle riflessioni personali che il libro mi ha suscitato ed è la presa di posizione di Cavadi e Scordato che fa dei due autori sinceri testimoni di ciò che è stato e continua ad essere il padre Pino Puglisi reale (non la sua immagine rivista e corretta). Lettura consigliatissima!
Giuseppe Canale
8.11.2023
https://www.girodivite.it/Padre-Pino-Puglisi-un-leone-che.html
domenica 1 ottobre 2023
ROCCO GUMINA INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SUL VOLUME "PADRE PINO PUGLISI"
L’ANTIMAFIA PRIMA SI
FA, POI SI PROCLAMA
Il trentennale
dall’uccisione di don Pino Puglisi mostra quanto sia attuale la lezione del suo
martirio. La società siciliana è ancora abitata da problematiche sistemiche
assai simili a quelle a cui si oppose il sacerdote palermitano dichiarato beato
dalla Chiesa cattolica nel 2013. Dell’attualità del messaggio di Padre Puglisi
parliamo con Augusto Cavadi. Filosofo, co-fondatore della “Scuola di formazione
etico-politica G. Falcone” e con-direttore della “Casa dell’equità e della
bellezza” di Palermo, Cavadi ha da poco pubblicato insieme a Cosimo Scordato il
volume – edito dalla casa editrice “Il pozzo di Giacobbe” – Padre Pino Puglisi. Un leone che ruggisce
per disperazione.
- Professore Cavadi
il martirio di Puglisi ci testimonia che fra mafia e vangelo ci sia assoluta
incompatibilità. Eppure, il percorso verso la consapevolezza della pericolosità
del fenomeno mafioso che la Chiesa siciliana ha sviluppato nel secolo scorso è
stato lungo e contraddistinto da zone in chiaroscuro. Quali sono le principali
motivazioni di questo fenomeno?
* Ci sono state ragioni di vario ordine: sociale,
politico, teologico. Il mio amico don Francesco Michele Stabile ha insistito,
anche recentemente nel suo grosso volume La Chiesa sotto accusa, sulle
motivazioni di ordine sociale (il prete che resta, sostanzialmente, nell’ambito
della famiglia di origine) e politico (la Chiesa che vive lo Stato liberale
prima, lo Stato fascista poi, il pericolo social-comunista infine come
avversari più pericolosi della mafia così da preferire una certa neutralità
quando la mafia si oppone ad altre istituzioni, come ad esempio ai partiti e ai
sindacati di sinistra). Personalmente mi sono più interessato alle motivazioni
teologiche, esposte soprattutto nel mio Il Dio dei mafiosi. Detto troppo
sinteticamente, la Chiesa ha faticato nel riconoscere come organizzazione
anti-evangelica un’organizzazione come Cosa nostra che ne mimava simboli,
linguaggi, riti, norme di morale privata, parole d’ordine, metafore e così via.
Sono convinto che una Chiesa riconvertita all’essenzialità del vangelo
originario apparirebbe agli occhi dei mafiosi molto meno appetibile, molto meno
imitabile. Non ci sarebbe bisogno di scomunicarli: se ne starebbero essi stessi
lontani da una Chiesa in cui ci fosse più fraternità, più sobrietà nell’uso del
denaro, più libertà di parola, più partecipazione popolare alle decisioni che
riguardano tutti.
- Se il processo di
consapevolezza ecclesiale dinanzi alla questione criminalità organizzata è
stato problematico allo stesso modo la società siciliana ha a lungo accettato
come parte del sistema la presenza della mafia. Quanto è importante la
maturazione di una cittadinanza attiva e responsabile per arginare il fenomeno
mafioso?
* Il mondo
cattolico è un sotto-insieme della società complessiva. Esso non si è
comportato in maniera né peggiore né migliore dell’intero di cui è parte. Il
compito di un’educazione civica integrale spetta dunque sia al microcosmo
cattolico (sempre più micro) e al macrocosmo siciliano (anzi, direi italiano ed
europeo). Non è però un compito facile: coinvolge il piano intellettuale, ma
anche quello sentimentale. E il sentimento altrui, soprattutto giovanile, lo si
sveglia solo con l’esempio costante. Penso che ciascuno di noi – compreso me e
Lei – non può essere soddisfatto del modello etico che offre a figli e alunni: di
come ci atteggiamo nei confronti delle guerre, dei flussi migratori,
dell’ambiente, della qualità della vita degli altri animali…Si resta quasi
schiacciati da tanta follia imperante. Una volta si poteva contare sulla forza
dei partiti e dei sindacati per sperare di realizzare ciò che non si poteva da
individui isolati: adesso questa fiducia nelle grandi organizzazioni è,
comprensibilmente, scemata. Papa Francesco sta tentando disperatamente di
mostrare come la Chiesa cattolica potrebbe esercitare tale ruolo profetico e
pedagogico, politico in senso alto: ma quanti lo seguono in questa direzione di
marcia? Nel migliore dei casi, lo si accusa di ‘orizzontalismo’; nel peggiore,
di minacciare lo status quo mondiale dove pochi miliardari, in pochi
Stati, gestiscono la quasi totalità delle risorse materiali dell’umanità.
- Nel libro Padre Pino Puglisi. Un leone che ruggisce
per disperazione, lei propone un percorso di formazione alla legalità
integrale. Di che si tratta?
* Si tratta
di una serie di iniziative concrete che le comunità ecclesiali potrebbero
mettere in atto per fare la loro parte, inserendo la formazione civica
all’interno di tutti i processi catechetici (dalla preparazione alla prima
comunione sino alla preparazione al matrimonio sacramentale). Il filo rosso che
seguo non è particolarmente originale, riprende la lezione di don Lorenzo
Milani. Poiché è una lezione trascurata, il mio appello può suonare innovativo.
Infatti sostengo che tutte le agenzie educative, dunque anche le comunità
religiose cristiane e non cristiane operanti in Italia, dovrebbero informare i
fedeli delle norme vigenti; spiegare la necessità morale di rispettare tali norme
quando esse sono costituzionali e di disobbedire quando in coscienza le si
ritiene incostituzionali; soprattutto impegnarsi, attraverso tutti gli
strumenti previsti in un regime democratico, per modificare le norme ritenute
immorali, ingiuste. Questo impegno a rendere sempre più ‘giusta’ la ‘legalità’
si chiama politica.
- La città di
Palermo, a trent’anni alla morte di Puglisi, quale aspetto della profezia di 3P
dovrebbe tenere in maggiore considerazione?
* Soprattutto
due aspetti. Il primo: l’antimafia si fa, poi eventualmente si proclama. Troppo
spesso avviene che prima la sia proclama, poi – in tempi ritardati e in
modalità monche – la sia pratica. Succede anche di peggio (come dimostrano le
vicende giudiziarie di politici, imprenditori, pubblici funzionari): ci si
autonomina paladini dell’antimafia per avere visibilità pubblica e, perfino,
denaro e potere. Per parafrasare ancora
una volta don Milani, pochi servono la causa della lotta al sistema
mafioso, molti se ne servono.
Un secondo aspetto è che la criminalità organizzata non si combatte con la legalità democratica disorganizzata. Le cosche sanno coordinarsi, anche rinunziando a piccoli vantaggi in vista dell’obiettivo comune; istituzioni e soprattutto associazioni che vorrebbero contrastare il dominio della mafia sono incapaci, mediamente, di collaborare. La ragione principale è nella ossessiva ricerca di protagonismo cui ho fatto appena cenno: ogni gruppetto anti-mafia vuole essere in prima fila ai cortei, sulle prime pagine dei quotidiani, possibilmente in cima all’elenco dei destinatari di finanziamenti pubblici. Se qualche altro gruppetto – o qualche altro personaggio – gli fa, con più o meno merito, ombra, scatta la polemica e, se si può, la scomunica. Don Puglisi, milite ignoto dell’antimafia, proprio perché gli stava a cuore il bene comune, cercava la collaborazione di tutti: dal comitato condominiale di via Azon all’amministrazione comunale. Chi non ha ambizioni individuali può farsi lievito nella pasta. E scomparirvi.
Intervista a cura di
Rocco Gumina

