Visualizzazione post con etichetta Filosofia: teoretica (metafisica). Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filosofia: teoretica (metafisica). Mostra tutti i post

venerdì 16 ottobre 2026

La concretezza dell’astratto, l’astrattezza del concreto

La ricerca dell’etimologia di “concreto” riserva, a chi come me non è filologo, una leggera sorpresa: infatti l’aggettivo (da cui il sostantivo “concretezza”) deriva dalla radice “cresco” e significa “con-cresciuto”, cresciuto sino al punto che le parti originarie si sono amalgamate, solidificate. In base a questo etimo ogni “cosa” che passa dalla potenza all’atto, dall’indeterminatezza alla configurazione determinata, può essere qualificata come “concreta”: dunque non esclusivamente, come invece poi è invalso nell’uso linguistico comune, una realtà materiale. Concreta la quercia sviluppatasi dalla ghianda, concreto il tavolo assembrato dal falegname; ma perché non anche una poesia di Leopardi o un’equazione di Einstein?

 La concretezza di ciò che chiamiamo “astratto”  

Queste considerazioni, a prima vista peregrine e oziose, non sono senza conseguenze sul piano esistenziale. Viviamo immersi in un orizzonte prevalentemente positivistico, se non schiettamente materialistico: ciò che conta è ciò che si vede, si tocca, si compra e si vende. Se una persona ha trascorso qualche ora a leggere o a scrivere, a riflettere su una questione politica o ad ascoltare un brano musicale, a contemplare un quadro o a giocare con il gattino, si espone alla curiosità del congiunto o dell’amica: «Ma di concreto non hai fatto nulla, allora?». Ci si può, legittimamente, giustificare appellandosi al sacrosanto diritto di non dover vivere l’intera vita in funzione dell’utile, della produzione e dello scambio. Ma ho il sospetto che la filologia ci autorizzerebbe a dare una risposta più radicale che metta in questione la formulazione della domanda-obiezione: «Tutto ciò a cui mi sono dedicato in queste ore è stato contrassegnato da concretezza. Infatti in me sono con-cresciute emozioni e nozioni, hanno preso corpo intuizioni e ragionamenti, mi si sono delineate nella mente nuove prospettive sul mondo che hanno occupato lo spazio reso libero dalla dissoluzione di vecchi pregiudizi; ho maturato alcune decisioni che rimandavo da tempo e si sono configurate le linee portanti di progetti cui non avevo mai pensato. Non ritengo di essere stato meno “concreto” che nelle ore in cui ho lavato piatti, acquistato vestiti o curato i miei pazienti. Anzi, per dirla tutta, attraverso queste operazioni “concrete” sono convinto di essere “con-cresciuto” anch’io». 

Possiamo dunque continuare ad affermare che una teoria incompleta è rimasta “astratta”, così come è rimasta tale un’azione compiuta a metà: ma, se completata, una teoria può dirsi “concreta” non meno di un’azione portata a compimento.

 

L’astrattezza di ciò che chiamiamo “concreto”

A dispetto del pragmatismo imperante, alla concretezza più concreta – alla “con-crescita” più compiuta – ci si avvicina quando idee abbastanza concrete entrano in circolo virtuoso con azioni abbastanza concrete. Quando, per dirla con Emanuel Mounier, si pensa la propria vita e si vive il proprio pensiero. Infatti – in generale, a parte casi eccezionali – l’esperienza ci attesta che azioni incomplete scaturiscono da teorie incomplete come azioni adeguatamente realizzate (giunte a “concretezza”) zampillano da teorie adeguatamente articolate (giunte ad altrettanta “concretezza”). Un mio docente di filosofia morale all’Università di Palermo, il gesuita Alberto Di Giovanni, amava ripetere, come un mantra, che nelle cose pratiche di somma importanza nulla è più pratico di una buona teoria. Potremmo parafrasare: nelle azioni concrete di somma importanza nulla è più necessario di una concreta teoria. 

Nella memoria collettiva della mia generazione è incisa la frase di un personaggio del film Ecce Bombo di Nanni Moretti, della ragazza che - interrogata su come sbarchi il lunario - risponde: «Vedo gente, faccio cose…». Il trionfo della vaghezza, della indeterminatezza, della “astrattezza” senza dubbio: l’inconcludenza pratica come riflesso ed effetto di confusione mentale. Ma se fosse stata una yuppy rampante e avesse risposto: «Opero in Borsa per conto della mia banca, guadagno almeno trecento dollari al giorno, allevo un cagnolino e curo il giardino» sarebbe stata, invece, “concreta”? Secondo l’opinione dominante, sì. Ma sarebbe una risposta precipitosa. Non ogni “fare” è un “agire” : lo è solo se, e quando, e nella misura in cui, contribuisce alla crescita dell’ “essere” dell’agente. Infatti lavorare in Borsa, guadagnare soldi, allevare animali e coltivare piante sono azioni “concrete” solo in quanto contribuiscono a plasmare la personalità, a forgiare la soggettività, a scolpire un’identità: e non è detto che ciò avvenga sempre in maniera soddisfacente. Infatti se la stessa persona di successo secondo i parametri della società capitalistica non fosse in grado di manifestare, neppure se richiesta, opinioni sull’arte, sulla politica, sulla religione; se non mostrasse consapevolezza delle sue emozioni, dei suoi sentimenti, dei suoi affetti; se non fosse capace di metabolizzare gioie e dolori “con-crescendo” in saggezza e solidarietà operativa, la sua esistenza sarebbe altrettanto incompleta, “astratta”, priva di “concretezza”, del personaggio morettiano che vedeva gente e faceva cose.

 

“Concreto” come massimamente reale

Da questi brevi cenni si ricava che per tutti i parlanti “concreto” è sinonimo di “reale”. Proprio per questo, però, per capire cosa un interlocutore intenda per “concreto”, in ogni contesto va decifrata la sua nozione di realtà. Può sembrare agevole, ma non lo è.

Infatti i vocabolari della lingua italiana danno per ovvio che reale è ciò che è materiale, il cui contrario sarebbe ideale. Può darsi che sia così; può darsi che ciò che non è materiale (e dunque è solo ideale) sia irreale, ma di certo non è l’unica convinzione possibile. Per matematici come Bertrand Russell, ad esempio, i numeri aritmetici godono di una realtà in sé pur appartenendo a una dimensione che non è materiale: essi sono “scoperti”, non “inventati” dalle menti umane.  Platone addirittura pensava che i numeri, come altre entità quali la giustizia o la bellezza, fossero non solo reali, ma sommamente reali: più reali della realtà fenomenica, in un certo senso i soli veramente reali. Il termine che, per equivoca translitterazione, in italiano suona “idee” designa per lui (come per i platonici dei ventiquattro secoli successivi) essenze, modelli, prototipi degli enti empirici che ne mutuerebbero solo parzialmente e deficitariamente la consistenza ontologica. Si stupirebbe molto se sentisse qualificare come “concreti” quei dati sensibili, corruttibili, effimeri che non avrebbero origine se non partecipassero dell’eminentemente “concreto”: di quell’ “ideale”, accessibile solo agli occhi dell’intelligenza e non a quelli corporei, che volgarmente viene qualificato come “astratto”.

 

Il “concreto” come méta utopica

Se vogliamo recepire una suggestione hegeliana, senza necessariamente condividerne l’impianto complessivo, potremmo sostenere che il traguardo dell’evoluzione umana possa individuarsi nel raggiungimento del “concreto”, o almeno dell’avvicinamento sia pur asintotico ad esso. Non del “concreto” inteso, comunemente e banalmente, come l’empirico, il tangibile, il misurabile quantitativamente, ma del “concreto” inteso come compiutezza, culmine del “con-crescere”, superamento delle fratture e composizione delle polarità: come sintesi di generale e particolare, di teoria e pratica. Il filosofo tedesco, capovolgendo il senso comune, di cui sono comprensibilmente impregnati i dizionari, arriva ad affermare che il cuore dell’idealismo è in ciò: che ritiene il “finito” meramente “ideale” (cioè pensabile), ma non “reale” (perché è tale solo l’Infinito). In altre parole: riteneva, a mio avviso fondatamente, che la Verità potesse darsi nell’Intero, nella Totalità, ma, a mio avviso infondatamente, che un sistema concettuale partorito dalla mente umana (nel caso specifico: dalla sua) potesse comprendere tale Intero, tale Totalità. Forse, a quasi due secoli da Hegel, siamo propensi piuttosto a condividere la convinzione shakespeariana  che ci siano più cose in cielo e in terra di quante ne possa contenere la nostra filosofia. Ma questa consapevolezza, per altro inscritta già nell’origine socratica del filosofare, non mi sembra un motivo sufficiente per rinunziare a camminare verso l’Intero: a cercare la sintesi oltre l’analisi, lo sguardo sapienziale oltre i dettagli, il mosaico oltre le tessere, insomma il “concreto” oltre i frammenti.

Un riverbero di questa prospettiva nella cultura e in molte pratiche contemporanee lo vedrei nella tensione sempre più diffusa verso l’olismo (dal greco olos= tutto intero). Dalla fisica alla medicina si sottolinea l’imprescindibilità di uno sguardo sinottico che colga l’interdipendenza delle parti: la totalità olistica è più della somma degli elementi. Più “concreto” dell’esame specialistico degli arti o dei polmoni, del cervello o del fegato, sarebbe un approccio complessivo all’interezza psico-fisica dell’organismo, attraverso – e oltre – il punto di vista settoriale dell’ortopedico (che “estrae” mentalmente l’apparato scheletrico facendo “astrazione” da tutto il resto) o dello pneumologo (che “estrae” mentalmente l’apparato respiratorio facendo “astrazione” da tutto il resto). Anche su questo piano operativo il “concreto”, lungi dall’essere il punto di partenza a portata di mano nell’esperienza quotidiana, ci starebbe davanti come méta utopica verso cui procedere.

Augusto Cavadi

Da "Le nuove frontiere della scuola", n. 72 (ottobre 2026)

 

giovedì 2 settembre 2021

L'IPOTESI DI UN DIO CREATORE E' ASSURDA. O FORSE NO.


"Dialoghi Mediterranei"

(Bimestrale dell'Istituto euro-arabo di Mazara del Valllo, 

scaricabile gratuitamente in pdf)

1 settembre 2021


CREAZIONISMO E DOGMATISMO

Il piccolo libro Cinque assurdità sull’idea di Dio. Pamphlet antiteologico per creazionisti dogmatici (Calibano, Novate Milanese 2020, pp. 92, euro 10,00), a firma di Giorgio Armato, è come un guanto di sfida lanciato al variegato mondo dei monoteismi creazionistici (ebrei, cristiani di varie confessioni religiose, islamici). Poiché non ho alcun diritto – né alcun dovere – di parlare a nome di qualche chiesa, provo a raccogliere il guanto con atteggiamento non apologetico, ma dialogico: per testimoniare l’efficacia ‘provocatrice’ del pamphlet e, dunque, per confermarne l’opportunità in una fase storico-culturale in cui le grandi domande teologiche sono scomparse quasi del tutto dal dibattito pubblico (se si eccettuano, per il panorama italiano, i contributi di Ortensio da Spinetoli, Franco Barbero, Alberto Maggi, Vito Mancuso, Mauro Pesce e pochi altri).

 

Le cinque assurdità più una

Preliminarmente: quali le cinque assurdità su cui Armato punta il dito accusatore? Prima. Alla domanda perché esiste qualcosa anziché il nulla, il creazionista risponde: perché l’ha creato Dio. Ma è una risposta “inutile” in quanto sposta ulteriormente la domanda: “Perché esiste Dio?”

Seconda. Affermare che il mondo esiste perché creato da Dio significa ritenere essenziale, irrinunciabile, “il concetto di creazione”. Ma allora perché abbandonarlo proprio nel caso di Dio? Insomma: “Chi ha creato il creatore?” 

Terza. Dio si sarebbe rivelato a un solo popolo (gli ebrei, dal cui alveo è nato il cristianesimo) o al massimo anche a un secondo (gli islamici). Ma perché questa scelta “elitaria” e, per giunta, limitata nel tempo (la rivelazione ebraico-cristiana e la rivelazione islamica si sono fermate con la morte dei rispettivi profeti) ?

Quarta (“l’assurdità delle assurdità, una meta-assurdità”). A chi chiede la ragione, il motivo, il senso dei dogmi, “preti e teologi” rispondono: “C’è ma non lo sai”. E - aggiungono – tu, essere  umano,  non lo saprai mai perché, anche se ci fosse comunicato miracolosamente dall’Alto, non saremmo in grado di capirlo. 

Quinta. Per i creazionisti il mondo ha una causa, Dio, che a sua volta non ha nessuna causa (è “causa di se stesso”). Ma, per riprendere d’Holbach, “chi ha detto che l’universo debba essere per forza un effetto e non già una causa esso stesso ? E’ esattamente questa la posizione dei più importanti cosmologi e fisici contemporanei: non cercano e non necessitano di alcuna causa al di là dell’universo stesso”.

Sesta. “E’ assurdo che nonostante queste cinque assurdità si continui a parlare di un dio creatore”: “prendere alla leggera l’ipotesi che dio sia un’invenzione è imperdonabile e, da un certo punto di vista, immorale. Poiché su quest’ipotesi “ – più precisamente: sull’ipotesi alternativa che non sia un’invenzione – “si è costruito tantissimo, si sono investite ogni sorta di energie e risorse, sia materiali che spirituali, spesso a scapito di realtà ben più concrete e urgenti”.

 

Per sfrondare l’albero dai rami secchi

 Inizierei questo dialogo con Giorgio Armato da filosofo-di-strada e non da  teologo (per quanto eretico) sfrondando il quadro degli argomenti che ritengo meno centrali. 

a)    Sono totalmente d’accordo con la sua quarta assurdità. Nella storia del cristianesimo (nel cui alveo sono nato e cresciuto culturalmente) si sono snodate due vie alterative principali: il credo quia absurdum (“credo proprio perché è irrazionale”) attribuito a Tertulliano e rilanciato nella modernità da Kierkegaard (qui citato alle pp. 49 – 51) e l’intelligo ut credam (“capisco per credere”) che ha trovato in Pascal la formula per me più efficace (“E’ la ragione che mi deve dire quando è il caso di andare oltre la ragione”). Tra queste due vie (considerate in se stesse, non nelle modalità concrete in cui sono state poi percorse dai loro teorici, dal momento che mi pare di rinvenire molte incoerenze in Kierkegaard -  che versa fiumi di inchiostro per rendere plausibili i paradossi della fede - come in Pascal, che salta troppe volte oltre la ragione senza un adeguato lasciapassare) non ho avuto mai dubbi: secondo l’epistemologia teologica di Tommaso d’Aquino (anche se da lui stesso spesso disattesa) nessuna fides  (fede) senza preambula (accertamenti razionali preliminari) validi. 

b)    Sono totalmente d’accordo anche con la terza assurdità. La pretesa ebraica di essere un popolo ‘eletto’ nell’accezione esclusiva e – conseguentemente – le pretese cristiana (il “nuovo popolo eletto”) e islamica (Maometto “avendo probabilmente visto nel dio ebraico un’idea vincente ha deciso di riprodurla in forma nuova per il suo popolo”: “ha fatto come Burger King con McDonald’s: ha aperto il proprio business vicino a quello più celebre per attrarre il pubblico. Ed è andata bene pure a lui”) sono  pretese “infantili” (“ogni bambino sogna che il suo eroe preferito si metta a parlare co lui”). Sul tema concordo con l’icastica formula di uno dei miei maestri preferiti, Raimundo Panikkar:  supporre di avere un rapporto privilegiato con Dio è solo “teologia tribale”. Il prologo del vangelo secondo Giovanni – in linea con la dottrina eraclitea del Logos e della dottrina ebraica della Sapienza – è inequivoco: in Gesù (anche in Gesù, come in altri prima e dopo di lui)  “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv. 1, 9).

c)    Sulla sesta assurdità sarei d’accordo, ma con importanti precisazioni. La questione teologica è stata di fatto, e rischia di continuare ad essere, una questione ideologica (o, nel migliore dei casi, meramente intellettuale): in questa prospettiva essa ha costituito nel passato, e può continuare a costituire nel presente, un alibi per non assumersi le responsabilità storiche. Bisogna riconoscere, però, che essa è stata vissuta – e può esserlo ancora – come una questione esistenziale: la mia vita è assoluta (soluta ab omnibus= “sciolta da ogni cosa”) o relativa a un Altro, a un Oltre, a un Tu, a un Tutto? La risposta  indicata dal messaggio evangelico è di una semplicità disarmante (oltre che di una risonanza universale, comune a molte altre tradizioni sapienziali del pianeta): sei un essere-per-gli-altri. E’ attraverso la compassione sincera,  la solidarietà attiva, l’impegno quotidiano e concreto per la liberazione da ogni forma di sofferenza dei viventi che realizzi la tua umanità: questa è la condizione basilare, essenziale, per cercare il senso del tuo esistere. Se vuoi bypassare questa pista di decollo, non vai verso nessun cielo: “se non ami il prossimo che vedi, come puoi dire di amare il Dio che non vedi ?” (I Gv. 4 - 20). Senza la mediazione del “volto dell’altro” (Levinas), la domanda sull’Altro è alienante. Ciò premesso e stabilito fermamente, si ha il diritto morale di assecondare  l’inquietudine filosofica di chi non si accontenta di una risposta esistenziale perché vuole capire, ragionare, discutere, confrontarsi. In questa indagine esplorativa a trecentosessanta gradi il pensante non può ignorare che, tra mille ipotesi teoriche, vada esaminata anche l’ipotesi creazionistica. Su questo punto il mio accordo con Giorgio Armato viene meno: non trovo per nulla “assurdo” che non si scarti a priori, come manifestamente insostenibile, l’idea (condivisa da personaggi non proprio ingenui come Agostino, Avicenna, Tommaso, Cartesio, Leibniz, Bergson, Teilhard de Chardin , Ricoeur…) che l’universo empirico non esaurisca l’orizzonte dell’Intero. Un Dio creatore non è certo evidente, ma non è evidente neppure la sua inesistenza. E’ una problematica che va affrontata con i soli mezzi a disposizione di noi mortali:  l’intelligenza e il confronto dialettico senza preclusioni dogmatiche di nessun segno.

 

Il gioco si fa serio

Liberato il campo da alcuni equivoci preliminari, restano da affrontare le questioni più impegnative, cui si riferiscono la prima, la seconda e la quinta ‘assurdità’ del testo in esame. Se dobbiamo discuterne seriamente bisogna a mio avviso chiarire due premesse che nelle pagine di Armato sembrano assodate a-problematicamente.

Prima premessa: la domanda ontologica (sull’essere di ciò che esiste) è radicalmente altra dalla domanda descrittiva (su come si sia originato ed evoluto – o involuto o sviluppato a fasi alterne di evoluzione e involuzione – l’universo empiricamente accessibile). Lo ha espresso meravigliosamente l’astrofisica (notoriamente atea) Margherita Hack: noi scienziati studiamo l’universo che osserviamo così come esiste. Se qualcuno vuol chiedersi perché mai esista un universo osservabile, sappia che sta andando oltre la scienza. Per Hack oltre la scienza c’era solo la fede (che a lei non interessava); per me oltre la scienza c’è anche la filosofia (che a me interessa molto). Ciò che è certo è che nessuno scienziato ha mai potuto affermare qualcosa di scientificamente plausibile sull’origine radicale dell’universo perché o non c’è mai stato un passaggio dal nulla all’essere o, se ci fosse stato, non sarebbe oggetto possibile di ispezione ipotetico-sperimentale. 

Personalmente trovo incontrovertibile l’intuizione di Parmenide (ripresa ai nostri giorni da Gustavo Bontadini e dal suo discepolo ‘ribelle’ Emanuele Severino) : dal nulla assoluto non può emergere l’essere né l’essere può davvero transitare nel nulla assoluto. Se ‘qualcosa’ esiste davvero, esiste da sempre e per sempre. La vera questione verte sui caratteri di questo ‘qualcosa’ di ingenerato e di imperituro: è solo ‘qualcosa’ o, a modo suo, anche un ‘qualcuno’? 

Ma qui si delinea la necessità di una seconda premessa: la filosofia non ha nessuna competenza sulla questione della longevità dell’universo. Esso è eterno? Ha avuto un inizio cronologico? Avrà un termine cronologico? Non ritengo che l’ontologia offra elementi per rispondere: solo le scienze naturali potranno, se e quando lo potranno, pronunziarsi con competenza. Il rimando da effetto (figlio) a causa efficiente (genitori) che sia a sua volta effetto di altra causa efficiente (i nonni) sino a risalire ai primati, dai primati ai microbi, dai microbi alla polvere di stelle…non interessa l’ontologo. 

Ma se non è competenza del metafisico stabilire l’età dell’universo, lo è invece interrogarsi sulla sua consistenza ontologica: sul suo grado di realtà. Ciò che vediamo è che, nell’orizzonte sperimentabile, ogni cosa è connessa con tutto il resto: gli enti non esistono se non in una rete di enti interconnessi. La domanda metafisica è: questa rete di enti contingenti (che forse ha avuto un inizio temporale o che probabilmente è sempiterna) è essa stessa contingente (esiste, ma potrebbe anche non esistere)? Francamente non vedo come si potrebbe rispondere negativamente. Se un bicchiere di vetro è fragile, moltiplicato all’infinito (nel tempo e nello spazio) darà mai un set di bicchieri di vetro infrangibili?

Se noi, enti contingenti, nuotiamo in un universo di enti contingenti, abbiamo due principali scenari: l’assurdismo (di cui Nietzsche e Sartre mi sembrano i maestri insuperati) o una qualche forma di teismo.  O tutto nasce senza ragione, vive senza uno scopo, muore senza un motivo (Sartre) per cui in principio non era il Senso, il Logos, ma l’Assurdo, il Non-Senso (Nietzsche) oppure la totalità degli enti galleggia grazie a un Fondo/Fondamento che ne costituisce la ragion d’essere radicale: non grazie a un Super-ente, un Entissimo causa sui (“causa di se stesso”, formula auto-contraddittoria e inintelligibile), ma a un Essere-in-sé ontologicamente differente da ogni essente ipotizzabile.  L’Essere necessario starebbe a tutti gli enti passati, presenti e futuri non come la prima zattera rispetto alle barche, alle navi e ai sommergibili, ma come il mare rispetto a ogni imbarcazione passata, presente o futura (di cui costituisce la condizione di possibilità ‘trascendentale’: la ragion d’essere e il supporto perenne).   

 

Modelli del rapporto fra Essere necessario ed enti contingenti

Che relazione possiamo ipotizzare fra Essere necessario ed enti contingenti? Davanti alla gamma di proposte offerte dalla storia delle idee e delle civiltà c’è l’imbarazzo della ‘scelta’ (operata – si auspica – in base non a proprie paure e desideri, ma a considerazioni teoretiche per quanto possibile ‘disinteressate’). Per esaminarle, però, bisogna spazzar via il campo dalla dicotomia spirito / materia. L’Assoluto su cui indaghiamo è Essere e, in quanto tale, precede ogni eventuale differenza fra ciò che esiste immaterialmente e ciò che esiste materialmente[1]. 

Una prima prospettiva: il monismo. L’Essere è Sostanza e gli enti ne sono i ‘modi’ (Spinoza): un unico Diamante poliedrico dalle innumerevoli facce. E’ la prospettiva ‘panteistica’ che alcuni ritengono la versione “cortese” dell’ateismo: “Caro Dio, tu esisti. Ma coincidi pari pari con l’universo sperimentabile”. 

Una seconda prospettiva: il dualismo demiurgico. L’Essere si articola, intrinsecamente e dunque da sempre, in due sfere: la sfera delle Idee (o Forme o Essenze o Tipi o Modelli) e la sfera della Chora (o Materia informe, indeterminata, plastica, oscura) (Platone). Fra queste due dimensioni dell’Essere nessun contatto, nessuna relazione, tenace parallelismo. Solo l’ipotesi – speculativa ma formulata miticamente - di un Terzo attore (il Demiurgo, l’Artigiano, il Plasmatore) può spiegare l’universo in cui di fatto, innegabilmente, viviamo e di cui siamo parte (cosciente): Egli ha manipolato la Chora in maniera che essa riproducesse, per quanto imperfettamente, i Modelli ideali eterni e ingenerati. Da qui l’impasto di intelligibilità e di tenebre di cui sono costituiti gli enti di cui possiamo avere sensazione (‘sensibili’), a cominciare dal groviglio di luce e ombra che noi stessi siamo.

          Una terza prospettiva: il creazionismo radicale. Può considerarsi un’elaborazione ulteriore del dualismo demiurgico. Probabilmente per una lettura esegeticamente scorretta della Bibbia e comunque per esaltare il ruolo del Demiurgo, lo si è identificato con l’Essere ‘necessario’ (= necessariamente esistente) e gli si è attribuita non solo la plasmazione della Chora ma l’origine (temporale o eterna) della sua stessa esistenza.   La formula abitualmente adoperata dagli stessi sostenitori della teoria è depistante: creatio ab nihilo (“creazione dal nulla”). Non si può non pensare all’atto magico di un Essere che, sforzandosi di pensare fortemente il mondo, riesce a farselo comparire davanti. In realtà gli enti non possono derivare dal nulla, ma solo dall’Essere, per cui la formula meno imprecisa sarebbe: productio alicuius rei secundum suam totam substantiam, nullo praesupposto (“produzione di qualche cosa secondo l’interezza del suo essere, senza presupporre nulla”) tranne l’Essere creante. Dunque:  productio ex nihilo sui (cioè dal non-essere-ente-di-quell’ente), ma non ex nihilo causae efficientis et finalis (cioè dal Nulla assoluto perché, invece,  deriva da un Essere che ne è causa efficiente radicale e fine ultimo) (san Tommaso d’Aquino). 

            E’ però vero:  il creazionismo radicale lascia inevase troppe obiezioni, a cominciare dal perché l’Essere, in sé autosufficiente, renda partecipe altri della sua consistenza ontologica. La risposta ‘classica’ è : per generosità (Bonum diffusivum sui est= “il Bene è di suo espansivo”).  Ma, se così fosse davvero, come spiegare il mare perenne di sofferenza che accompagna, sempre e dovunque, i viventi (soggetti alla lotta per la sopravvivenza, alle malattie, alla morte) ? La ricerca sul tema è in piena attività. Giorgio Armato, nei limiti impostisi di un testo agile per non-specialisti, non poteva darne conto; ma, a beneficio di lettori più pazienti, bisogna almeno segnalare alcune piste di indagine metafisica.

            Vito Mancuso, ad esempio, ha rilanciato in Italia  una quarta prospettiva: il pan-en-teismo. Esso “pensa Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio. Non sostiene però, a differenza del panteismo, che la somma di tutte le cose esaurisca la divinità di Dio annullando la trascendenza, né che l’essere creato non goda di una sua autonomia annullandone la libertà. Secondo il panenteismo il mondo contiene Dio, ma non è Dio, non è l’assoluto, esiste una dimensione che lo trascende; e tale trascendenza, tale rifiuto di identificare Dio con il mondo, è anche ciò che rende possibile pensare l’autonomia del mondo” [2]. Probabilmente non siamo lontani dal Giordano Bruno (citato da Armato a p. 83) per il quale il Deus in omnibus (l’unico conoscibile) non escludeva un Deus super omnia (irrimediabilmente inconoscibile). Sicuramente siamo molto vicini a tutti quegli autori, di varie aree culturali del pianeta, accomunati dal post-teismo che Claudia Fanti e Ferdinando Sudati stanno facendo conoscere in Italia nella Collana dell’editrice Gabrielli intitolata Oltre la religione [3].

 

A mò di conclusione (poco conclusiva)

           Non so con quanto successo, ma con queste brevi note mi riproponevo tre obiettivi:

a)    evidenziare l’opportunità di un pamphlet , come queste Cinque assurdità sull’idea di Dio, che scuota i credenti nel monoteismo creazionistico ‘tradizionale’ dal sonno dogmatico. In genere, essi lo accolgono da bambini e se lo portano dietro non come ipotesi di ricerca iniziale ma come approdo di una ricerca mai  iniziata che li esonera dalla fatica intellettuale e dal travaglio esistenziale;

b)   restituire del creazionismo una visione meno approssimativa di come possa risultare da qualche passaggio di questo pamphlet: è una teoria  con  una sua dignità teoretica e una sua plausibilità argomentativa;

c)    informare i lettori meno aggiornati sulle discipline filosofico-teologiche (non tutti possiamo seguire tutto lo scibile umano!) che il creazionismo, anche in versione corretta e in nessun tratto parodistica, presenta aspetti critici e punti deboli. Anche chi come me, a differenza di Armato, non lo giudica “assurdo”, ne vede i forti limiti ed è spinto a non fermarsi nell’interrogazione. Una simile problematicità può essere considerata incompatibile con una fede ‘cristiana’ (soprattutto ‘cattolica’). Non, però,  con una fede ‘gesuana’ il cui criterio discriminante  - almeno stando ai vangeli – non è l’ortodossia, bensì l’ortoprassi: “Non chiunque mi  dice ‘Signore Signore’  entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7, 21) , dunque colui che ha dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da vestire agli ignudi, ospitalità agli stranieri … ( cfr. Matteo 25, 31 – 46). Possiamo concederci il lusso di fare teologia e filosofia, ma solo se  - prima, durante e dopo – ci impegniamo almeno altrettanto nella liberazione degli impoveriti del pianeta (cominciando, senza fermarci ad essi, dai disgraziati della porta accanto).  

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

 

 



[1] Tutte le obiezioni di Bede Rundle, che Armato riporta sinteticamente alla nota 6 di p. 54, mi sono risultate di una ingenuità teoretica imbarazzante. Il minimo che si possa supporre è che l’autore di Why there is Something rather than Nothing (Oxford 2004) non abbia mai sfogliato un testo di Leibniz o di Heidegger.La differenza fra ‘materiale’ e ‘immateriale’ (ammesso che abbia senso alla luce della fisica quantistica) è interna alla categoria (meglio: alla meta-categoria) ‘essere’. Dio, se esiste, non è né materiale né immateriale in quanto ‘arché’ (principio essenziale e vivificante) di tutto ciò che è (materialmente o immaterialmente). 

[2] V. Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti, Milano 2015, p. 381.

[3] Per non dilungarmi in una bibliografia ormai sterminata, mi limito a rimandare ad alcuni miei contributi su questa corrente teologico-filosofica ‘post-teista’ apparsi in numero precedenti del nostro bimestrale:   Aporie della dottrina e verita del cristianesimo , Risalire alle fonti,  Un effetto collaterale della pandemia: il colpo di coda della religione . 

sabato 29 maggio 2021

DAVVERO BISOGNA SCEGLIERE FRA CRISTIANESIMO DOGMATICO E RIFIUTO DI OGNI METAFISICA ?


 “ADISTA”

8.5.2021

 

IL POST-TEISMO E LA RESILIENZA DELLA METAFISICA

 

 Il dibattito sul post-teismo che, partito da “Adista” soprattutto per merito di Claudia Fanti, rimbalzato su varie pubblicazioni degli editori Massaro, Gabrielli, Il pozzo di Giacobbe, è ritornato sulle pagine di “Adista” con gli interventi recentissimi di Ermanno Arrigoni (“Adista Segni nuovi” n. 10/21) e di Gilberto Squizzato (“Adista Documenti” n. 15/21), sembrerebbe offrire due strade principali soltanto: o accettare il cristianesimo metafisicizzato (l’unico che storicamente si è configurato con l’inculturazione del messaggio originario di Gesù nell’ellenismo di cui erano impregnati Paolo e i successivi agiografi neotestamentari) o provare ad abbracciare un cristianesimo de-metafisicizzato, de-ellenizzato (presumibilmente più vicino alla mentalità e alla predicazione del Gesù storico) abbandonando al suo “declino” irreversibile la ricerca metafisica con “tutta la sua supponente debolezza”. 

Ma è davvero così? Il dilemma davanti al quale ci troviamo è davvero cornuto? Ci sono delle persone - poche, forse pochissime: ma, come avvertiva Galileo Galilei la verità non è misurabile dal numero dei sostenitori di una determinata tesi in un determinato momento storico  -  che stentano a riconoscersi, sic et simpliciter, in una delle due posizioni principali. Persone che condividono istanze opposte presenti nei due schieramenti e, tuttavia, non occupano nessuna posizione intermedia; bensì una “terza” posizione che, lungi dal conciliare le altre due, riesce particolarmente antipatica a entrambe. Provo, dal momento che mi ci riconosco, a tratteggiarla telegraficamente.

 Da famiglia sostanzialmente agnostica e indifferente, negli anni del liceo ho abbracciato un cattolicesimo tomista (Gilson, Maritain, il cardinale Journet, papa Paolo VI) che sembrava rispondere alle esigenze più radicali e integrali del mio animo: un ‘blocco’ o, più elegantemente, un ‘plesso’ di ragione e fede, di filosofia (metafisica) e teologia (biblica) che aveva le risposte migliori a tutte le domande esistenziali. La filosofia chiariva i ‘preamboli’ (esistenza di Dio, immortalità dell’anima) e accompagnava alle soglie del Mistero divino: se per fede se ne accettava l’auto-rivelazione, la teologia sarebbe stata la chiave, ormai collaudata dalla Tradizione e confermata da un Magistero ‘infallibile’, per aprirne le porte. A quel punto, alla filosofia non restava che accucciarsi, pronta ad abbaiare e a mordere nel caso che estranei impertinenti  si avvicinassero troppo al Tempio della Verità. 

    Gli studi di filosofia e di teologia, con mio disappunto (anzi, per dirla con sincerità: con mio sgomento angosciato) , mi hanno gradualmente convinto che questo grande volatile capace, con le due “ali” della ragione e della fede, di portarmi dalla Terra al Cielo – di cui ci parlò nel 1974 a Roma, in una sessione del Convegno internazionale su Tommaso d’Aquino, uno sconosciuto arcivescovo di Cracovia, tale Karol Wojtyla -  era soltanto frutto ingegnoso di un pensiero desiderante. Gesù, come più in generale la Bibbia, non era una fonte attendibile per la mia sete di conoscenza: egli non aveva dato, non aveva voluto dare perché non rientrava nell’orizzonte degli interessi di un ebreo in quanto tale, nessuna risposta alle domande filosofiche sul Principio assoluto del cosmo, sul posto dell’uomo nell’universo, sul senso della storia e così via. Egli aveva, invece, offerto delle intuizioni preziose sul modo di essere nel mondo: sul modo di rapportarsi alla natura e ai viventi. E aveva offerto queste intuizioni non come un maestro saggio, ma come un testimone credibile. Egli, agendo, aveva offerto delle illuminanti indicazione per il mio agire. Non un occhiuto guardiano dell’ortodossia, ma un convincente esploratore dell’ortoprassi; anzi, se il termine non fosse orribile, dell’orto-esistenza. Non il fondatore dell’ennesima religione, ma l’incarnazione di una spiritualità potenzialmente planetaria.

Ciò chiarito – proprio come nel XVII secolo Galileo Galilei aveva chiarito che la Bibbia non era un’autorità scientifica, dal momento che si proponeva di insegnarci non come sia strutturato il cielo astronomico ma come si vada al cielo metaforico –,  che fare degli interrogativi sul ‘senso’ del cosmo, della storia umana, della mia esistenza personale? Che fare dei millenni di ricerche metafisiche, di ipotesi speculative, di argomentazioni teoretiche? Molte compagne e molti compagni di strada hanno, legittimamente, deciso di non occuparsene più. Purtroppo, o per fortuna, appartengo a quella minoranza statistica che non riesce a liberarsi da questo ambito problematico (e non si accontenta di ‘sentirsi’ in armonia interiore con i viventi di ogni specie che pullulano sul pianeta). E allora, laicamente, cerco – con chi cerca laicamente – di ‘ragionare’ sull’Uno e sui Molti, sull’Essere e sul Divenire, sul Teismo e sull’A-teismo, sulla morte (certa) e sulle ipotesi (incerte) riguardanti il nostro destino dopo la morte, sulle possibilità e i limiti della nostra intelligenza, sull’etica e sull’estetica…Tempo perso ? Forse. Ma anche se si rivelasse tale, siamo sicuri – come chiedeva Socrate ai suoi concittadini  - che l’alternativa di “una vita senza ricerca” sarebbe “degna di essere vissuta”? Avendo superato ormai la soglia dei settant’anni non posso esonerarmi dal confessare la gratitudine verso tutti i grandi “testimoni” dell’umanità, da Buddha a Gandhi, da Lao Tze a Martin Luther King, da Gesù di Nazareth a Che Guevara; ma altrettanta gratitudine avverto nei confronti di tutti i grandi “maestri” dell’umanità, da Parmenide a Eraclito, da Platone a Epicuro, da Cartesio a Spinoza, da Schelling a  Gramsci, da Heidegger a  Wittgenstein, da  Jung a Ricoeur, da Frankl a Bobbio, dalla Weil alla Arendt, da Severino a Berti. Da loro ho imparato che solo conoscendo, sviscerando, criticando le teorie metafisiche ho diritto di oltrepassarle e di lasciarmele alle spalle. Se non mi accade di restarne impigliato in qualcuna delle reti. Già: sono ormai più di due secoli, dai tempi di Hume e di Kant,  che della metafisica si decretano la ‘morte’, la ‘distruzione’, il ‘superamento’, la ‘eclisse’, il ‘tramonto definitivo’…Ma due secoli di celebrazioni  funebri non sono un po’ troppi per una defunta, sia pur illustre? E non dà nulla da pensare la constatazione che, intanto, le scuole cui appartengono gli autori dei  necrologi (positivismo, idealismo, marxismo, esistenzialismo…) succedano l’una all’altra – inesorabilmente - sul centro del palcoscenico? In filosofia le statistiche dei consensi valgono quanto l’argomento di autorità: poco più di nulla.

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

martedì 28 maggio 2019

FILOSOFARE SULLE SPONDE DEL MEDITERRANEO. IL LIBRO IN TUTTE LE MIGLIORI LIBRERIE





 Il movimento delle pratiche filosofiche vorrebbe restituire fiducia, e conseguente senso di responsabilità, ai tanti “militi ignoti” del pensiero che – credenti o meno in senso religioso[1]- potrebbero contribuire decisamente a contenere la marea di malvagità e di sofferenza che non cessa di minacciare il corso planetario della storia e che non risparmia certo il Mediterraneo, nonostante questo mare sia stato, per migliaia di anni, grembo di

«pienezza civilizzatrice. Durante l’Impero romano fu letteralmente il centro di un mondo provvisoriamente pacificato. Erano le terre che attorniavano il mare. Poi, a partire dal XVI secolo, gli è stato attribuito il nome di mare-nel- mezzo-delle-terre, Mediterraneo.  Questo nome fu una conseguenza dello sviluppo delle civiltà continentali. Oggi la pienezza è diventata vuoto, il mare è diventato frontiera»[2]

   E’ confortante segnalare che in questa avventura, a un tempo intellettuale e politica, sono impegnati – a vario titolo - filosofi non solo italiani (tra cui Antonio Cosentino, Giuseppe Ferraro, Umberto Galimberti, Giorgio Giacometti, Luigi Lombardi Vallauri, Romano Madera, Marta Mancini, Davide Miccione, Neri Pollastri, Pier Aldo Rovatti, Alessandro Volpone, Stefano Zampieri, Chiara Zanella), ma di altre nazionalità che si affacciano sul Mediterraneo: gli israeliani Ran Lahav, Lidia Amir, Ora Gruengard ; gli spagnoli Barrientos Rastrojo J., Ramòn Queraltò Morenox e Monica Cavallier; i francesi Oscar Brenifer e Eugénie Vegleris . 
      Filosofi consapevoli del valore come dei limiti del loro mestiere, tendenzialmente orientati – nell’epoca della transizione dal pensiero “forte” al pensiero “debole” –  verso un pensiero ‘sobrio’ che, pur non illudendosi di esaurire il mistero ultimo dell’universo, non si rassegna a tacitare le domande anche più ardite. 
       Pescatori di coralli su barchette tremule, che affrontano nottetempo il mare, convinti - con il saggio orientale -  che sia preferibile accendere una lanterna anziché  maledire l’oscurità.
        Discepoli del silenzioso magistero del Mediterraneo che sollecita la filosofia ad andare sempre oltre – infatti “lo sfondamento dell’orizzonte prodotto dal mare impedisce” che “ogni sapere si fermi in un pensiero definitivo” - senza dimenticare, tuttavia,  di “esser parte di qualcosa che la precede e la spiega”[3].
        In genere essi condividono la diffidenza espressa da uno di loro nei confronti della “ri-territorializzazione auspicata da Heidegger e dalla sua cultura rurale, del Sangue e del Suolo” e dell’invito di Carl Schmitt a ritornare “alla dimensione territoriale, all’appartenenza al suolo, al principio del Nomos della terra”; propendono, piuttosto, a coltivare la dimensione metaforica originaria del mare come

«spazio di relazione, ponte tra civiltà e culture, distanza/vicinanza tra le isole che lo abitano, e che il mare distingue, ma insieme congiunge; il mare ci propone questa figura dell’arcipelago, ovvero dell’insieme delle individualità, siano Stati, paesi, continenti o singole persone, tutte alla ricerca di un nome, di un centro che manca, insofferenti alla subordinazione e alla gerarchia, spazio mobile del coabitare. Il mare ci mostra appunto questo spazio tra, che è poi lo spazio che rende possibile tanto il dialogo quanto il conflitto»[4].




[1]SecondoO. Franceschelli, anche nel suo recente In nome del bene e del male. Filosofia, laicità e ricerca di senso (Donzelli, Roma 2018), la «pluralità di visioni di bene e male» va considerata «non una minaccia da cui potremmo soltanto difenderci con metodi più o meno bellicosi, bensì un dato di fatto da affrontare rispettando la libertà, le ragioni e i valori degli altri: una palestra di educazione alla rettitudine critica e alla collaborazione civile a favore della dignità e del bene di tutti» (128 – 129).
[2]E. Morin, Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019, 12.
[3]F. Cassano, Il pensiero, cit., 24.
[4]S. Zampieri, Filosofia dello spazio quotidiano.La città, la strada, la casa, luoghi e altri non-luoghi, Diogene Multimedia, Bologna 2017, 208 – 211.

lunedì 1 ottobre 2018

UN DIALOGO SU DIO E DINTORNI


Caro Augusto,
vorrei passarti alcuni appunti sulla fase attuale della mia ricerca di Dio.
Mi pare che sulla questione si possano dare due – e solo due – ipotesi: dio c'è o dio non c'è.
Esaminiamole distintamente.
Prima ipotesi: dio non c'è.Non esiste nessuna entità trascendente, nessuna persona, nessun regolatore-legislatore. In questa ipotesi io vedo due casi:
·      Il cosmo, l'universo, tutto ciò che vediamo e non vediamo, esiste semplicemente e ogni cosa si regola in base all'interazione casuale tra tutti gli esseri e senza un senso preciso e le leggi naturali non sono che nostre interpretazioni nel tentativo di dare un senso a ciò che semplicemente è, esiste.
·      Tutto ciò che esiste interagisce seguendo precise regole e leggi universali, in un unico sistema in qualche modo (pre)ordinato.
Ma senz'altro se ne possono dare altri.
Seconda ipotesi: Dio c'é.Anche In questa ipotesi si possono dare diversi casi: 
A) Un dio personale, preesistente, che ha creato con atto autonomo e della propria volontà ogni cosa.
·      questo Dio può essere distante, padrone indifferente delle sue creature, che lascia a sé stesse oppure fa agire come ingranaggi di un meccanismo di cui lui prevede perfettamente il funzionamento e loro possono solo obbedire allo schema secondo il progetto;
·      può anche essere motore di una creazione che si evolve sotto la spinta della sua energia creativa in mille direzioni espansive non necessariamente preordinate dall'inizio;
·      può persino essere coinvolto e partecipe della sua creazione, che da lui emana, ma dotata di propria vita e di proprio destino e tuttavia in grado di trascendere e trascinare la sorte stessa del proprio creatore anche in direzioni inaspettate;
·      altri ancora...
B) Può trattarsi anche di un dio impersonale,che permea tutto il creato e l'universo, un'energia senza nome e senza forma, un respiro, un soffio, un rombo sordo o una melodia che tutto collega in modo globale, donando energia  ad ogni cosa strettamente connessa ed interdipendente al tutto;
altro ancora...


In ogni caso non si può usare Dio per uscire dal non-senso: se diamo per scontato un Ente che è prima di ogni cosa, per giustificare l'esistenza del “creato”, ed anche la nostra, al passo successivo la ragione non può che chiedere prepotentemente: e lui da dove viene?
Per by-passare poi il problema che semplicemente un essere creato non può comprendere né concepire il proprio creatore, come non possiamo aspettarci che un oggetto costruito da noi sappia immaginarsi la persona che l'ha costruita, le religioni hanno spesso usato la “rivelazione”.
Qui si possono fare due obiezioni: 
·      perché se Dio vuole rivelarsi lo fa solo ad alcune persone speciali, e non può farlo a ciascuno nel suo cuore?
·      ma poi, anche superando questo problema, se la rivelazione è fatta a una persona, poi viene descritta, trascritta, tramandata e spiegata da esseri umani ad altri esseri umani con un linguaggio umano, del tutto inadeguato quindi a trasmettere la conoscenza e l'esperienza di Dio.

Ed eccoci dunque di nuovo piccoli e soli di fronte al mistero della vita, dell'esistenza, della comprensione del cosmo nel suo insieme. Piccoli, soli e smarriti. A fare l'esperienza che dio non solo non basta a risolvere il mistero, ma non è neanche necessario. Vediamo che la vita segue leggi naturali e si è evoluta dalla materia inanimata senza interventi magici o soprannaturali, e se ogni volta che una scoperta apre orizzonti ancora più grandi da studiare, e ci rendiamo conto che non arriveremo mai a comprendere tutto, tuttavia vediamo che non esistono zone tabù che non si possano investigare e studiare.
Quindi non vedo differenza tra credere o non credere, dal punto di vista pratico. L'esperienza quotidiana ci dimostra poi che, anche dal punto di vista etico e da quello della serenità di vita, molti credenti compiono nefandezze oppure sprofondano nella disperazione, mentre molti atei vivono serenamente e compiono azioni solidali e hanno comportamenti eticamente alti. E viceversa, per altro.
Quando ho raggiunto la convinzione che Dio non è necessario (il concetto di Dio intendo), e neppure sufficiente, posso però addentrami nel terreno della libertà: la mia ragione è libera veramente da ogni condizionamento, il mio senso etico può assumere un respiro autonomo, attingendo energia dalla fonte dell'umanità, e il mio spirito, quella parte più profonda di me e a me ancora sconosciuta, può dilatarsi e librarsi, svincolata da ogni preconcetta pastoia, espandendosi nell'intero cosmo al di là del tempo e dello spazio, e riempiendo me dell'esistenza globale che mi circonda.
Quando avrò lasciato cadere ogni idea di Dio, e ogni descrizione, ogni definizione; quando mi sarò privato di ogni bisogno di Dio e di ogni utilità di Dio, potrò addentrarmi nel deserto della nuda condizione umana, senza bussole, senza direzioni predefinite, e lasciarmi andare, superando ogni presunzione che il cosmo sia stato creato al mio servizio, né io al servizio di nessuno. Non sono Dio, ma non sono servo.
Anzi, se mai sono servo inutile. Vivo. Vivo per vivere, inutilmente e ogni attimo. Posso scendere nel NULLA, essere NULLA. Lasciare andare il mio pensiero, ogni pensiero, ogni fibra del mio essere, vivere ogni attimo come fosse nulla e come fosse tutto, uscendo dal concetto di tempo, di spazio, di utilità, di necessità...Vivere di piccole cose, o di grandi cose, nello stesso modo.
Compiere le piccole cose di ogni giorno con un senso mistico di totalità e di appartenenza al Tutto. Compiere opere colossali come fossero polvere, la polvere che prima o poi diverranno, come il nulla.
Non avere più sentimenti (né, ancor meno, ri-sentimenti) di rimbalzo né pensieri di ritorno, ma solo sentimenti e pensieri che sorgono dalle radici, radici che prendono linfa dal profondo della terra, dell'umanità tutta, di ogni vibrazione dell'intero universo che è in me e in cui mi perdo.
Quando sarò stato capace di attraversare questo deserto di vuoto, di nulla, di solitudine, di inutilità e di piccolezza, potrò diventare una persona nuova, una persona passata oltre, al di là, e respirare con il ritmo della terra, della storia, dell'umanità. del cosmo. Lì forse, se c'è, potrò incontrare Dio, più che conoscere, fare esperienza di Dio, e di me stesso e in lui fondermi.
                                                                                                      Mauro Avi
                                                                                                Trento 21.9.2018

Mauro caro, 
  che bella lettera mi hai scritto! Dopo aver premesso che per decenni, sino al pensionamento, la tua attività lavorativa ti ha impegnato la fantasia, il gusto e le mani e non hai potuto dedicarti alla filosofia e alla teologia che nei ritagli di tempo, manderei queste tue pagine a tutti i miei colleghi – filosofi di professione – che negli anni mi hanno detto e ribadito che solo i laureati in filosofia possono filosofare! Qui ho avvertito una passione, un’autenticità e una profondità di pensiero che rarissime volte ho colto in convegni e seminari di “addetti ai lavori”…Viva dunque, ancora una volta, la “filosofia con i non…filosofi (di mestiere”) !
  Se dovessi riprendere e commentare punto per punto la tua “trattazione” dovrei scrivere – ammesso che ne fossi capace – un intero libro. Procederò dunque per flash.
a)    Comincio dalla questione a mio avviso più agevole da risolvere: la rivelazione divina. A me pare evidente ciò che sostieni: una rivelazione esplicita e formale, da parte di un Dio, non c’è mai stata. D’altronde lo stesso ebraismo non ha mai preso  la Bibbia (come invece faranno dopo secoli i cristiani) quale “dettato” verbatim (“parola per parola”) da parte di Jahvé. C’è nella tradizione ebraica un rapporto di distanza ironica verso il letteralismo fondamentalista (presente, forse, in qualche corrente minore): “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite”…Non mi sentirei di escludere che alcune pagine della Bibbia siano state ispirate da Dio, ma nello stesso senso lato in cui lo sono state pagine di Platone o di Leopardi, musiche di Bach o di Mozart, sculture di Michelangelo o quadri di van Gogh. 
b)   Ispirata o meno da Dio, cosa ci dice la Bibbia di autorevole – o illuminante – su Dio? Nulla. Nulla più che vaghe intuizioni, metafore claudicanti, immagini suggestive ma anche opinabili. “Infatti la domanda chiave per l’ebraismo non è: ‘Chi è Dio?’ (se un ebreo chiedesse chi è Dio gli risponderebbero: ‘Ma sei matto?’), bensì: ‘Che cosa Dio vuole che io faccia per diventare sua immagine e somiglianza?’ ” (Paolo De Benedetti, Ci basti la voce del silenzio, Cooperativa Achille Grandi, Bergamo 2017, p. 15). Questa certezza epistemologica ci dovrebbe aiutare, una volta per tutte, a distinguere due ambiti che, purtroppo, la tradizione cristiana ha sempre identificato e confuso: la questione teoretica se ci sia Dio e chi – o ‘cosa’ – sia (questione tipicamente filosofica in cui la Bibbia può solo suggerire delle intuizioni poetiche alla pari di qualsiasi altra fonte poetica) e la questione etica su come comportarci in questa vita (questione anch’essa tipicamente filosofica a cui la Bibbia non ha nulla di straordinario ed eccezionale da apportare sul piano dei contenuti etici, ma alla quale, soprattutto il Secondo Testamento, può apportare un contributo significativo sul piano delle testimonianze esistenziali e dei modelli di riferimento).
c)   Veniamo allora alla prima delle due questioni: chi, o che cosa, è Dio? Allo stato attuale della mia riflessione non mi sentirei di escludere nettamente nessuna delle ipotesi da te prospettate. Ho solo una certezza e un  sospetto. La certezza: che dal nulla non viene nulla. In principio deve esserci qualcosa – o qualcuno – che è e non può non essere. Il sospetto: che questo Essere primo e fondamentale non possa essere una massa informe che può diventare tutto ma che, in atto, non è niente. Ho il sospetto che Aristotele avesse ragione quando sosteneva – ed era un fulcro della sua filosofia – che dal meno non può derivare il più. Dal batterio unicellulare a Beethoven  c’è un passaggio, un’evoluzione, che esige concettualmente un ‘qualcosa’ o un ‘qualcuno’ che sia almenoun Beethoven in atto. Dall’uovo non si passerebbe alla gallina se non ci fosse, in qualche luogo e in qualche modo, una gallina già bella e fatta, compiuta. Che siamo arrivati a dove siamo solo per un gioco di risultati casuali a me pare ancora più inverosimile che ammettere un’intelligenza creatrice. E’ quest’ultima immanente ? E’ trascendente? E’ immanente e trascendente? E’ personale? E’ anonima? E’ trans-personale (H. Küng) ? Non so. So che o non lo sapremo mai o ci arriveremo attraverso la riflessione razionale (che, nella mia ottica, comprende la ricerca scientifica ma la supera).
d)  Veniamo alla seconda questione: l’etica. Se la consideriamo come etica praticata effettivamente non c’è problema: gli atei possono essere molto più ammirevoli di molti credenti. Qualche problema lo vedrei se la consideriamo come etica giustificata razionalmente: ci sono varie etiche fondate argomentativamente in orizzonti atei (recentemente un mio caro amico ne ha scritto una: Orlando Franceschelli, Nel nome del bene e del male, Donzelli, Roma 2017), ma se ci fosse la certezza di un Assoluto Necessario e Intelligente le nostre etiche potrebbero contare su una fondazione razionale più solida. 
e)   Dobbiamo allora postulare, ipotizzare, supporre un Dio per rendere più sopportabile la nostra vita terrena? Qui, caro Mauro, il mio consenso con te è totale. Che Dio esista o meno dobbiamo stabilirlo, se ci si riusciamo, “a prescindere” (cfr. Totò de Curtis): non per risolvere i nostri travagli interiori, le nostre angosce. Nell’attesa di rispondere alla Grande Questione (che resta grande: non direi che sia irrilevante sapere se Dio c’è o non c’è, come mi pare di intravedere fra alcune tue righe) l’unico atteggiamento esistenziale è proprio quello che indichi con tanta efficacia: abbandonarsi al mistero della vita e della morte, andare oltre la speranza e la disperazione, senza nulla attendersi e nulla temere. Ma anche senza vergognarsi di ammettere (questo è almeno il mio caso) che, pur disposto ad accettare qualsiasi esito dopo questa vita, se potessi mantenere la memoria della mia storia personale (il mio software) nel “fondermi” col Divino, sarei ancor più felice che se dovessi “confondermi” (o “perdermi”) in Lui (Esso).
                                            Augusto Cavadi

                                        www.augustocavadi.com



https://www.filosofiaperlavita.it/2018/09/mauro-e-augusto-alla-ricerca-di-dio.html#more