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giovedì 16 luglio 2026

La normalità del bene contro la banalità del male: il magistrato Rosario Livatino

 Il 21 settembre del 1990, a pochi giorni dal compimento dei 42 anni, Rosario Livatino è stato trucidato da killer mafiosi mentre si spostava da casa al Tribunale di Agrigento. Nel trentacinquesimo anniversario del suo assassinio è stato organizzato ad  Agrigento un convegno di cui Angelo Chillura (presbitero da decenni impegnato a denunziare ogni contaminazione fra mondo ecclesiale e criminalità) ha curato gli Atti: Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato, Biblioteca Lucchesiana, Agrigento 2026, pp. 76, euro 10,00.

Nel primo contributo Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, spiega perché al caso del giudice siciliano («un magistrato normalissimo che ha svolto straordinariamente bene il suo lavoro») si possa applicare perfettamente la tesi del cardinal José Tolentino Mendonça: «Il peccato è la banalità del male. La santità è la normalità del bene» (p. 19).

Nel secondo intervento Vincenzo Bertolone, già vescovo di Catanzaro-Squillace, si è soffermato sulla metafora del “profumo” che, come la santità autentica, evoca “sacrificio”, ma anche “amore” (Maria che unge i piedi di Gesù in Giovanni, 12). Agganciandosi a 2Corinti 2,14-16 l’autore spiega perché «per i mafiosi, Livatino era “odore di morte”, ma per i giusti era “odore di vita”. La sua onestà diceva: “Un altro mondo è possibile. Si può vivere diversamente. Si può servire lo Stato senza servirsi dello Stato”» (p. 27).

Nessuno viene ucciso dalle mafie se, prima, i suoi colleghi di lavoro non lo isolano additandolo come testardo, intransigente, presuntuoso. La regola – secondo l’ampia e articolata testimonianza in prima persona del giudice Luigi D’Angelo, autore della terza e ultima relazione del convegno – ha trovato ennesima conferma nel caso di Livatino: alcuni «magistrati della Corte di Cassazione che si accingeva a trattare il giudizio di legittimità» su un processo per reati mafiosi istituito anche da Livatino, invitati a parlare ad Agrigento, non esitarono, in due diverse occasioni pubbliche, «a criticare con acredine l’attività di giovani colleghi», «a stigmatizzare l’operato di alcuni magistrati» ed «al contempo ad esaltare la figura di altri» (p. 64).

Uno dei fili rossi che attraversano le tre relazioni è senz’altro, come scrive nella Introduzione don Angelo Chillura, «la dignità della coscienza» che inserisce Rosario Livatino in una lunga scia di personaggi (noti e meno noti) che «per la fedeltà alla coscienza hanno pagato con la vita»: Tommaso Becket, Tommaso Moro, J. Henry Newman, don Pino Puglisi (pp. 13 – 15). E mi è sembrato intelligente da parte dell’autore aggiungere, alla lista, il nome di un nostro contemporaneo, Nino Miceli, che, come gli illustri predecessori, ha voluto opporsi al male per fedeltà ai propri principi etici, denunziando gli estortori mafiosi, ma sopravvivendo vittorioso alla loro condanna giudiziaria (il racconto autobiografico di questa storia in E tu sai chi sono io?, Di Girolamo, Trapani 2025).

Augusto Cavadi

“Adista/notizie”, n. 23 del 20.6.2026

martedì 26 maggio 2026

I GIOVANI DICONO NO ALLA MAFIA: MA POI?

E’ stato confortante partecipare, per l’ennesimo 23 maggio, al corteo verso l’Albero Falcone di via Notarbartolo a Palermo. Intanto perché la signora Maria Falcone ha deciso per la prima volta di non invitare sul palco la solita sfilza di autorità istituzionali fra le quali ogni anno è stato arduo distinguere fra onesti, disonesti e campioni di equilibrismo fra lealtà costituzionale e corruzione sistemica. “Giovanni Falcone è di tutti!” – ha ribadito, scandendo le parole, la sorella del magistrato assassinato. Forse sarebbe stato opportuno aggiungere: “Tranne di quanti se ne vogliono fare scudo per politiche giudiziarie esattamente opposte alle sue”.

Ma ancora più confortante è stato vedere, come accade sempre più raramente negli appuntamenti sul tema, alcune migliaia di giovani che trentaquattro anni fa o non erano nati o erano lattanti. Con amara ironia hanno giocato con gli slogan del caso: “Fuori la mafia dallo Stato!” o, anche, “Fuori lo Stato dalla mafia!”. Tra loro militanti di centri sociali “antagonisti”, ma anche tesserati di partiti presenti in Parlamento e aderenti ad associazioni di matrice cattolica (come drappelli di scout in divisa): sino a quando il dolore e l’indignazione passeranno da una generazione alla successiva ci sarà qualche residua speranza per la tenuta democratica della nostra Repubblica. Eppure queste considerazioni incoraggianti non mi hanno liberato la mente dalle nubi di preoccupazioni che si addensano man mano che la generazione cui appartengo va scomparendo: cosa ne è di questi ragazzi e di queste ragazze fra un anniversario e l’altro? Perché si va rarefacendo la loro partecipazione a momenti di informazione, di studio, di formazione etica e politica? Centri di documentazione e di ricerca, organizzazioni di volontariato culturale, circoli territoriali di sensibilizzazione e di aggiornamento sul fenomeno mafioso vedono sempre meno giovani ai loro incontri: l’attivismo via internet sostituisce davvero l’incontro in carne ed ossa? La mutazione antropologica in atto non va demonizzata (anche perché inarrestabile); ma come non temere che la “memoria sovversiva” (J.B. Metz) si fermi alla protesta, incapace di farsi proposta e progetto?

Già in pochi decenni dalle stragi degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso si constata la tragedia di una classe dirigente giovane che occupa i vertici delle istituzioni, dichiara (in alcuni casi perfino sinceramente) di essere stata incoraggiata a far politica dall’esempio di tante vittime della criminalità mafiosa, ma moltiplica  provvedimenti legislativi e amministrativi  oggettivamente favorevoli alla corruzione e all’impunità. Tra questi esponenti politici ci saranno certamente farabutti in malafede che sanno per chi lavorano; ma non escluderei che ce ne siano altri – transitati dai videogame agli scranni ministeriali senza passare da una biblioteca – che non sanno quello che fanno.

Augusto Cavadi

Link alla versione originale corredata da foto:

https://www.zerozeronews.it/i-giovani-dicono-no-alla-mafia-ma-poi/


mercoledì 13 maggio 2026

"I PIZZINI DELLA NOMAFIA": AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO UNA NUOVA COLLANA DELL'EDITORE DI GIROLAMO

I “pizzini” con cui Binnu Provenzano esercitava la signoria mafiosa dalla latitanza sono diventati tristemente celebri. Bisogna riconoscere che, prescindendo dai contenuti riprovevoli, il genere letterario avesse una sua efficacia comunicativa: erano testi brevi, concisi, diretti e parlavano all’interlocutore senza giri di parole superflui né fronzoli. L’editore trapanese Crispino Di Girolamo si è chiesto se, con una mossa dialettica in parte ironica, non si potesse adottare il modello per veicolare messaggi esattamente opposti e ha proposto a vari esperti del settore di scrivere per una nuova Collana: “I pizzini della nomafia”.

Al Salone internazionale del libro di Torino (14 – 18 maggio) la nuova Collana editoriale verrà presentata giovedì 14 maggio alle ore 11,00 presso lo stand della Regione Sicilia da Elena Ciccarello (direttrice della rivista bimestrale “La via libera”) e da Augusto Cavadi (autore del volumetto Liberarsi dalla mafia che fa da apripista ai successivi, tra cui Ricordati di ricordare a firma di Umberto Santino e Andrea Cozzo).

Nel “pizzino” di Cavadi si presenta, in poche ma incisive pagine, il ruolo che il cittadino/la cittadina sono chiamati/e a svolgere nella più ampia strategia di resistenza al dominio mafioso. Innanzitutto spetta ad essi/esse il compito di informarsi (sulla base non solo delle notizie di cronaca, ma anche degli studi scientifici di approfondimento) sulle metamorfosi delle organizzazioni criminali, molto abili nel coniugare la persistenza secolare con l’aggiornamento ai nuovi contesti culturali e tecnologici. Secondariamente, si tratta di adoperare bene il diritto di voto: come non si stancava di ribadire Paolo Borsellino, la matita sulla scheda elettorale è un’arma potente contro le mafie e i loro complici. In terzo luogo, come consumatori/consumatrici, abbiamo la possibilità di boicottare l’economia sospetta e di incrementare l’imprenditoria pulita (vedi pluridecennale azione di “Addio pizzo”). Un quarto ambito di azione riguarda le iniziative pedagogiche mirate all’educazione delle nuove generazioni: non solo dei quartieri popolari, ma anche delle zone benestanti dal momento che i giovani sono “a rischio” anche se appartenenti a fasce sociali borghesi. Informazione, consapevolezza politica, vigilanza economica, attivismo pedagogico sono tutti elementi  che si completano a vicenda e che richiedono impegno, rinunzie, resilienza alle incomprensioni e alle delusioni: ecco perché sono attuabili solo all’interno di una prospettiva etica. Chi non sceglie di trovare nella costruzione di una “polis” più vivibile uno dei modi più solidi di dare senso alla propria stessa vita o non si schiererà mai contro il sistema mafioso o lo farà solo precariamente sino a quando le sue motivazioni emotive non si spegneranno.

Antonio Cangemi

https://www.zerozeronews.it/i-contro-pizzini-che-azzerano-la-mafia/


martedì 21 aprile 2026

I "PIZZINI DELLA NOMAFIA" al prossimo Salone del Libro di Torino e già adesso nelle migliori librerie


Sono usciti i primi due libretti della Collana "I pizzini dell'antimafia" dell'editore Di Girolamo di Trapani. Si possono avere in tutte le librerie d'Italia fisiche e on line.

(A Palermo si trovano a colpo sicuro presso la Libreria Zacco, via Vittorio Emanuele - davanti all'Auditorium del  SS. Salvatore).

Al Salone internazionale del libro di Torino saranno presentati da Elena Ciccarello (direttrice del periodico "La via libera" del Gruppo Abele) nello stand della Regione Sicilia alle ore 11,00 (esatte!) di giovedì 14 maggio 2026.




lunedì 26 maggio 2025

23 maggio 2025: un’altra brutta pagina nella storia dell’antimafia

 Come spesso è capitato, anche quest’anno la commemorazione della strage di Capaci (23 maggio 1992) è stata occasione di divisioni all’interno del fronte antimafia. Ed è grave che a provocare questa ennesima frattura sia stata proprio la Fondazione “Giovanni Falcone” presieduta dalla sorella Maria del magistrato trucidato con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta (Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani).

Come riportato sulla stampa nazionale, erano previste due manifestazioni: una istituzionale (con rappresentanti del Governo e della Magistratura) e una popolare (un corteo dal Teatro massimo organizzato da alcune sigle studentesche e sindacali) . L’accordo era che i due tronconi si sarebbero congiunti sotto l’Albero Falcone di via Notarbartolo poco prima delle 17,58 , ora in cui si è sempre rispettato un minuto di silenzio e si sarebbero elencati i nomi delle vittime. Ma, con sorpresa e amarezza, quando il corteo è arrivato ha scoperto che – per la prima volta nella storia – il minuto di silenzio era stato anticipato e le autorità avevano avuto modo di andar via alla chetichella.

Poiché ho partecipato al corteo dall’inizio alla fine (anche per rappresentare con altri soci l'associazione di volontariato culturale "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone" che ho co-fondato nel 1992) posso testimoniare che si  è trattato di  un corteo assolutamente pacifico, senza un minimo accenno dialettico con le Forze dell'ordine (che percepivamo più come custodi della nostra libertà di manifestare che come sorveglianti e controllori). Arrivare in tempo per le 17,58 all'Albero Falcone e scoprire che la Fondazione "Giovanni Falcone" aveva anticipato di circa 10 minuti il momento di silenzio e di ricordo dei Caduti è stato doloroso. Ho letto la delusione sui volti dei giovani che – come rarissimamente avviene a mia memoria – erano presenti in ore pomeridiane, senza nessun ‘vantaggio’ rispetto alla frequenza mattutina delle lezioni scolastiche.

Chi è stato responsabile di questa decisione cerca scusanti ridicole ("l'antimafia non è un cronometro") o come altri getta fango sul corteo riferendo slogan che NON sono stati mai gridati ("Né con la mafia né con lo Stato"). Gli slogan erano altri ("Fuori la mafia dallo Stato", "Fuori lo Stato dalla mafia") ed è per questi altri slogan che siamo stati esclusi dal momento clou della giornata. Ma chi ha assunto questa decisione orribile ha fatto un autogol: si è auto-escluso dalla commemorazione alle 17,58 ! Negli anni prossimi si dovrà di nuovo (come in anni scorsi ) ordinare alle Forze dell'ordine di fermare un corteo di gente di ogni età ed estrazione socio-culturale o (come quest'anno) barare sull'orario: ma noi, cittadine e cittadini dotati di senso critico e di dignità, torneremo puntualmente. Alle 17.58 suoneremo una nostra tromba per ottenere silenzio ed elencare uno per uno i nomi delle Vittime. Per ribadire che la vera antimafia è difendere e attuare la Costituzione repubblicana fiorita dalle ceneri del nazi-fascismo.

Augusto Cavadi

* Per la versione originaria illustrata cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/interessi-e-sperperi-autoreferenziali-giu-le-mani-dal-nome-di-giovanni-falcone/

Ho trattato il medesimo tema anche per l'agenzia di stampa romana Adista:

https://www.adista.it/articolo/73918

venerdì 5 agosto 2022

VINCENZO SPINELLI, UN ALTRO DEI TANTI EROI 'BORGHESI' DELLA LOTTA ALL'ARROGANZA MAFIOSA


Vincenzo Spinelli, eroe civile che non si piegò alla mafia

E’ giusto che le vittime di mafia illustri  – 

con espressione poco gradevole: i cadaveri eccellenti – 

siano ricordate con ammirazione e gratitudine da 

chi crede nei principi della democrazia costituzionale.

Ma a patto che si non corra il rischio di dimenticare

 quegli altri caduti, molto meno noti, che si sono 

opposti al dominio mafioso a mani nude, senza 

quel minimo di protezione di cui fruiscono

 le figure istituzionali in prima linea.


Per completare la lettura, basta un click qua:






giovedì 20 maggio 2021

PIERSANTI MATTARELLA. UN LIBRO A PIU' VOCI SUL PRESIDENTE DELLA REGIONE UCCISO IL 6 GENNAIO 1980

 

"Le nuove frontiere della scuola", novembre 2020, n. 53

Augusto Cavadi recensisce:

A, La Spina (ed.), PIERSANTI MATTARELLA. LA PERSONA, IL POLITICO, L'INNOVATORE, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2020, pp. 232, euro 22,00.

A quarant’anni dall’assassinio politico-mafioso di Piersanti Mattarella, all’epoca (6 gennaio 1980) presidente della Regione Sicilia, era estremamente opportuno che un gruppo nutrito di studiosi – tra i quali molti suoi amici personali – ne rievocassero la figura e tentassero una sorta di bilancio della sua eredità. Il volume (curato da Antonio La Spina), intitolato Piersanti  Mattarella. La persona, il politico, l’innovatore, è uscito per i tipi della casa editrice trapanese Il pozzo di Giacobbe (Trapani, 2020, pp. 226, euro 22,00 ), ma non si presta agevolmente ad essere recensito. A fronte di ben 19 contributi ogni taglio di lettura non può che essere arbitrario e lo si può proporre solo nella consapevolezza che molte altre angolazioni interpretative ed espositive sarebbero ugualmente legittime. 

Sulla base dei miei interessi culturali, e direi delle mie precomprensioni, ho trovato illuminante gli interventi mirati a collocare la figura di Mattarella nel filone storico del cattolicesimo democratico (diacronicamente) e del riformismo equidistante da nostalgie reazionarie e da avanguardismi velleitari (sincronicamente).

La tradizione del cattolicesimo democratico: Eugenio Guccione (nel suo Radici sturziane in Piersanti Mattarella, pp. 45 – 58) non è il solo in questo volume  a sostenere che la concezione del rapporto fra fede e politica in Mattarella si radica nell’insegnamento e nella testimonianza esistenziale di don Luigi Sturzo. Ma questa eredità passa attraverso uomini politici un po’ più giovani, come Ezio Vanoni, Giorgio La Pira (vi si sofferma Rosanna Marsala nel suo Echi lapiriani nel pensiero e nell’azione di Piersanti Mattarella, pp. 59 – 69) e Aldo Moro, che, dovendo fare i conti con le pressioni degli schieramenti di ‘sinistra’ (dal Partico comunista italiano alle Brigate rosse) e con i potentati conservatori di ‘destra’ (dal Movimento sociale italiano ai terroristi ‘neri’), scommettono su un riformismo serio, deciso, che alle proclamazioni verbali altisonanti preferisce gli atti legislativi e amministrativi concreti. Ciò avrebbe implicato, come sottolinea fra gli altri Salvatore La Rosa (nel suo Il primato del dialogo in Piersanti Mattarella, pp. 155 – 168) un confronto franco e costruttivo con gli esponenti costituzionalmente più affidabili dello schieramento di sinistra (a cominciare dallo stesso PCI di Berlinguer) e una marcia di avvicinamento fra i due partiti di più ampia rappresentatività popolare (la Democrazia cristiana e il PCI appunto): quel dialogo e quell’avvicinamento che dovevano essere stroncati a ogni costo, anche a costo dell’assassinio di Aldo Moro  (1978) e dello stesso Bernardo Mattarella (1980). Ma Moro e Mattarella non sarebbero rimasti le sole vittime di questa tenaglia fra gli “opposti estremismi” (ideologici e terroristici): Vittorio Bachelet (poco più di un mese dopo Mattarella), Ezio Tarantelli (1985), Roberto Ruffilli (1988) , Massimo D’Antona (1999), Marco Biagi (2002) …

Nel saggio, come sempre denso e puntuale, dedicato a L’etica, la visione, la leadership, il coraggio contro i poteri criminali (pp. 169 – 183) , Antonio La Spina delinea l’identikit del vero ‘capo’: “un soggetto” “dotato di una particolare forza di carattere”, “portatore di un proprio ethos e di una propria visione” e proprio per questo “più esposto a resistenze e ostilità, quando intaccherà in modo inusuale i portatori di interessi costituiti abituati a restare indisturbati” (p. 171). E, a proposito del defunto presidente della Regione : ha creato “«una sorta di think tank di persone in rapporto diretto con lui», individuate tenendo conto delle loro competenze, vale a dire il Gruppo Politico; avviando «iniziative esterne al proprio partito, non necessariamente collaterali ad esso», come un «Corso di formazione politica»; dialogando «con altre forze, idealità, personalità politiche», non soltanto ai fini della formazione di maggioranze all’assemblea regionale; circondandosi di studiosi ed esperti anche non siciliani per formulare meglio e corroborare le politiche che proponeva; creando organismi consultivi; realizzando delle forme appunto «personalizzate» di comunicazione politica ed elettorale, quali periodici e altre pubblicazioni incentrate su ciò che egli aveva «da dire» alla cittadinanza e sulle ragioni delle sue iniziative; puntando a intrattenere un’interazione diretta con la gente” (p. 174). Forse una delle ragioni dello scadimento attuale dell’affezione all’impegno politico è da ricercare nella mancanza di iniziative del genere, progettate in assetto di riflessione, di analisi documentate, di interazione dialogica, come nel caso dei corsi secondo “la formula della conversazione con dibattito: conversazione breve e schematica (non più di 30’ – 40’) e molto tempo dedicato al dibattito per sollecitare i giovani ad esporre la propria opinione” (da un articolo di presentazione del corso citato nel contributo di Antonio Todaro, Ricordando il Gruppo Politica, a p. 188). Anche a giudizio del direttore della collana editoriale che ospita il volume a più voci, sarebbe proprio quest’opera di pedagogia a poter salvare la democrazia attuale, prima di tutto nell’ambito della memoria storica: “Ma questo non si può fare con una o due ore scolastiche a settimana e con una storia ancora colpevolmente confusa con la cronologia o con una storia noiosamente evemenenziale e celebrativa. Esercizio mnemonico alieno dal ragionare storicamente per l’intelligenza del presente” (Sergio Tanzarella, Postfazione. Piersanti Mattarella: le conseguenze della politica delle “carte in regola”, pp. 206 – 207). 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com