domenica 14 luglio 2019

LA BELLEZZA PUO' CURARE IL DOLORE ?

Invitato la scorsa estate da un gruppo di studiosi e operatori sanitari (medici e psicologi), ho svolto - in occasione della mostra Where beauty softens your grief del fotografo Gianni Cipriano ospitata nella cripta della chiesa di san Matteo al Cassaro (Palermo) - una conversazione sul tema della morte.
Gli interventi dei vari ospiti del gruppo "L'Acrobatica del morire" (tra cui, insieme a oncologi, medici palliativisti, geriatri, psicoterapeuti, anche storici dell'arte, teologi, esperti in cultura visuale) sono stati  raccolti in un volume gradevole di 194 pagine. 
Qui di sotto il mio contributo (non senza un cenno di gratitudine per i cari Nuccio Pepe e Roberto Garofalo, medici quotidianamente disponibili ad accompagnare i pazienti nell'ultimo miglio).

Gruppo l’Acrobatica del morire (ed.)
Quando la bellezza cura il dolore.
Vivere il morire nella società contemporanea,
Mimesis, Milano – Udine 2019, pp. 49 - 53 

                       INTERPRETAZIONI DELLA   MORTE
                                        

Consapevole o irriflessa

           Comunemente si suppone che gli esseri umani possano dividersi in due grandi categorie: chi è troppo impegnato a vivere per farsi un’idea della morte (e di ciò che ne è di noi, dopo) e chi, privilegiato, può concedersi il lusso di fare filosofia (o letteratura o cinema o pittura…) sulla morte. Ma è davvero così? La mia esperienza di “filosofo di strada” che ha frequentato, e in molti casi frequenta, luoghi poco raccomandabili come i pub, le osterie, le carceri e addirittura i licei, attesta il contrario: la differenza non è tra chi ha e chi non ha una propria interpretazione del morire e della morte, bensì fra chi (istruito o meno) ha elaborato consapevolmente un’idea in proposito e chi (istruito o meno) si accontenta di averne una irriflessa, ereditata passivamente dall’ambiente familiare e sociale. 
          Incontri come questo dovrebbero servire agi uni e agli altri: ai primi per confrontare con altri la propria concezione consapevole, agli altri per iniziare un cammino di informazione, di meditazione, di ricerca dialogica verso un’idea di morte più personale, più critica. Il compito che mi assegno, come filosofo-consulente, è di offrire una prima panoramica di prospettive sulla morteproposte sinora, lungo i millenni, sul nostro pianeta. Il ‘gioco’ di queste due ore starebbe nel verificare se, per caso, qualcuno di noi si identifica  - più o meno – in una di queste prospettive e, nel caso in cui non si riconoscesse in nessuna, nel provare a schizzare almeno per sommi capi la propria interpretazione.
         Se la sessione riuscirà il merito sarà, ovviamente, di quanti accetteranno di mettersi in gioco, senza timore di esprimersi poco correttamente o un po’ confusamente; ma anche di quanti avranno partecipato con un ascolto attento, recettivo, soprattutto rispettoso del dono altrui.

La morte censurata
      Un primo atteggiamento, attestato da singole personalità o da più ampie civiltà, potremmo definirlo di elegante censura di questa  tematica. Di Buddha, nell’Antico Oriente, si racconta che glissasse con un sorriso le domande sul destino ultraterreno dell’uomo: perché pronunziarsi su ciò che ignoriamo inesorabilmente? Anche Pascal, all’inizio dell’epoca moderna in Europa, osserva che, nell’apparente stoltezza della  frenesia delle nostre giornate zeppe di impegni indispensabili e di impegni superflui, si nasconde una saggezza quasi istintiva: non sapendo rispondere alle questioni esistenziali, preferiamo evitare l’angoscia inventandoci tutte le occasioni per non pensarci.
 Nel nostro tempo altri pensatori, come Wittgenstein, hanno ribadito l’opportunità di non dedicarsi a sciogliere enigmi che vanno oltre i nostri strumenti scientifici: possiamo parlare di ciò che vediamo e misuriamo; su ciò, di cui non possiamo parlare sensatamente, è meglio tacere. Non sarà un tacere soddisfatto né tanto meno arrogante; sarà una sorta di silenzio mistico; comunque, in ogni caso, un tacere. 

La morte denudata
      Non tutti i mortali riescono a evitare di porsi domande meta-fisiche. Alcuni di questi, poi, ricavano dalle ipotesi sulla morte motivi di terrore. Da qui l’invito di Epicuro a denudare la morte, a toglierle qualsiasi parvenza di minaccia: infatti, a ben pensarci, non la incontreremo mai. Sino a quando ci siamo noi, essa non c’è; quando arriverà, saremo noi a non esserci più. Essere vivi significa sentire e avere coscienza: se sentiamo e pensiamo, la morte non c’è; se c’è, noi non potremo averne coscienza né dunque soffrirne. La filosofia può dunque liberarci radicalmente dal timore della morte: “nulla c’è di temibile nel vivere per chi sia veramente convinto che nulla di temibile c’è nel non vivere più”.

La morte come ritorno al Nulla (vuoto)
       Forse non vedremo faccia a faccia la morte, ma essa non è un momento isolato: è piuttosto l’esito di un percorso. Sperimentiamo il morire come perdita di forze, di salute, di affetti, di relazioni…ogni giorno. Non possiamo fare finta che la morte non sia il risvolto quotidiano della vita, che ogni passo in avanti sulla terra non sia un passo verso la tomba. Se siamo nichilisti, dobbiamo avere il coraggio di accettare che il nostro traguardo sia – appunto – il niente (nihil). Come ci ricorda Edgar Morin, pensatore vivente, questa prospettiva può renderci disperati e, dunque, egoisti e malvagi; ma può anche renderci solidali con il resto dei mortali, sensibili e generosi. E’ anche la lezione de La ginestra di Giacomo Leopardi: la consapevolezza dell’intrinseca mortalità del cosmo e, in esso, dell’uomo provoca “orrore”, ma proprio questo orrore “per primo/ contro l’empia natura/ strinse i mortali in social catena”.

La morte come annichilimento e ri-creazione
       Può darsi che con la morte il nostro essere si disintegri completamente: ma perché escludere che, dopo poco o molto dal nostro decesso, lo stesso Principio che ci ha chiamato alla vita ci possa ri-creare una seconda volta? Alcuni filoni della tradizione ebraica, condivisi da alcune comunità cristiane delle origini, l’hanno supposto: il Dio dei viventi può abbandonare nelle tenebre del nulla i figli degeneri che hanno sprecato la prima occasione, ma perché non dovrebbe ri-chiamare, ri-svegliare, i figli fedeli che si sono impegnati seriamente per l’avvento del “regno di Dio” in terra?  Gesù sarebbe il “primogenito”, il prototipo, di questi mortali riscattati dalle tenebre definitive e restituiti a una seconda, nuova, vita (ben più intensa della vita biologica e psichica sperimentata in terra).

La morte come guarigione 
      Ma siamo così sicuri che con la morte si disintegri tutta la nostra persona? O non si spezza il bozzolo che ci tiene prigionieri (il nostro corpo) sì da consentire al nostro “io” autentico (la nostra anima) di prendere il volo come una farfalla ? Molte tradizioni religiose lo sostengono e Platone, nell’Antica Grecia, ha ripreso questa teoria. La morte, dunque, non avrebbe nulla di temibile: sarebbe, anzi, da attendere come guarigione da quella malattia che è la vita terrena. Socrate, il suo maestro, testimoniò questa convinzione chiedendo, nelle ultime ore, di “sacrificare ad Asclepio un gallo” per ringraziare il dio della medicina per la sua guarigione ormai imminente. Se abbiamo vissuto bene, resteremo per sempre nel mondo celeste, forse anche in piacevoli conversazioni con i saggi e i giusti di tutte le generazioni; altrimenti ci re-incarneremo per avere un’ulteriore possibilità di purificazione nel corso di un’altra esistenza terrena.


La morte come ritorno all’Origine (piena) 
      La nascita, la morte, la ri-nascita (metempsicosi) sono avvenimenti che ci sembrano reali (tanto è vero che gioiamo alla nascita di un neonato e piangiamo alla morte di una persona cara): ma lo sono davvero? Qualcuno, da Parmenide sino ai nostri giorni, risponde: no. Certo i sensi ci attestano che qualcosa non era e poi è; e che è e, poi, non è più. Ma la razionalità ci insegna che dal niente non può venire qualcosa che è,  né qualcosa che è può tornare al niente. Dunque nascita, vita, morte sono solo movimenti superficiali, apparenti, dell’unico immenso oceano che è l’Essere: in realtà siamo sfaccettature dell’unico poliedro. Nascere significa tentare l’avventura illusoria della separazione dal Tutto: morire significa ritornare pienamente all’Origine. Come si esprime un pensatore contemporaneo, Emanuele Severino, “le cose del mondo non sorgono dal nulla e non vi tornano, ma procedono dall’unità divina e a essa ritornano”: “è appunto in questo Circolo che va dal Dio e a lui ritorna che il mondo e l’uomo hanno in sé stessi uno scopo e un senso”. 

Nell’attesa della morte
       Ho accennato solo ad alcuni scenari prospettati dall’umanità sino ad oggi. Ognuno di voi avrà già intuito che ognuna di queste ottiche si articola, poi, al proprio interno in svariate versioni: forse tante quanti siamo gli esseri mortali sinora apparsi sulla faccia del pianeta. Quale di queste si avvicina maggiormente a ciò che ci attende davvero? 
        Tra non molto tempo (speriamo moltissimo, almeno per i più giovani di noi) l’enigma si risolverà: o perché nessuno di noi sarà più in grado di porselo o perché sperimenteremo direttamente come stanno le cose. (A meno che non abbiano ragione quei re-incarnazionisti secondo i quali ritorneremo nel mondo in altri corpi, ma totalmente dimentichi della vita precedente: in questa ipotesi, infatti, saremo - punto e capo – nuovamente in preda al dubbio).
        Nell’attesa della morte poche cose sono certe. 
        La prima: che la riflessione sulla morte è sintomo della nostra dignità. Forse le greggi dei pastori erranti per l’Asia hanno meno occasioni di angoscia di noi: ma anche nell’angoscia, accettata consapevolmente, c’è una grandezza morale che può gratificarci. 
        La seconda: che la riflessione sulla morte, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, porta a valorizzare maggiormente la vita. A capire, per riprendere un anonimo saggio orientale, che è importante sapere se c’è vita dopo la morte, ma ancora più importante sapere se ce n’è prima della morte. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


Per approfondire la tematica consiglierei volentieri tre testi miei in circolazione: 

          Per fidanzarsi (se non la si è mai studiata) , o ri-fidanzarsi (se si sono rotti i ponti dal tempo del liceo), con la filosofia: E, per passione, la filosofia. Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze, Di Girolamo, Trapani, pp. 188.
          Per tematizzare un po’ meglio le prospettive sulla morte cui ho accennato in queste pagine: Andarsene. Brevi riflessioni sulla morte propria e altrui, Diogene Multimedia, Bologna, pp. 96.
          Per inquadrare la tematica della morte nel più ampio orizzonte di ciò che può suggerirci la filosofia come spiritualità “laica”: Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna, pp. 357. 


martedì 9 luglio 2019

L'ETICA ALLA PROVA

“Il Gattopardo”
Mensile
Aprile 2019
RUBRICA: “I SICILIANI (SPIEGATI AI TURISTI)”

      L’ETICA ALLA PROVA

Secondo il filosofo Immanuel Kant, se tu eviti di passare con il rosso, o di gettare un sacchetto di immondizia dal tuo balcone sulla strada, solo perché hai paura delle multe, il tuo comportamento è legale ma immorale. Moralmente apprezzabile lo sarebbe solo se tu ti comportassi civilmente per senso del dovere, non per timore delle pene. Capite bene che un adepto di questa nobile teoria kantiana, se vive a Kaliningrad    (come si chiama, adesso, Königsberg, la città natale del filosofo prussiano) o a Berlino o a Edimburgo, vivrà nel perenne dubbio interiore: sono solo nella legalità o ho raggiunto anche la maturità etica?
Lo stesso cittadino, in visita in Sicilia, potrà sperimentare la caduta di ogni scrupolo e godere di una luminosa chiarezza interiore. Infatti, dopo solo tre o quattro giorni di ambientamento, si renderà conto di essere spesso nel paese della (quasi) perfetta a-legalità. Sale su un autobus? Può timbrare o non timbrare il biglietto: nessuno gliene chiederà conto (o, se proprio passasse un controllore, potrebbe sempre vidimarlo in sua presenza). E’ tentato di posteggiare in una zona vietata o in seconda fila? Potrà farlo o evitarlo: nessuno si scandalizzerà dell’infrazione, protesterà per il disagio o gli comminerà una sanzione. Ha bisogno di liberare di tutti i mobili decrepiti l’appartamento della nonna defunta? Potrà chiamare il numero dell’azienda municipale e attendere, con pazienza, quindici o venti giorni il proprio turno, ma anche disfarsene la sera dopo cena sul marciapiedi accanto al portone di casa (meglio ancora: accanto al portone della casa del vicino). Egli sarà, splendidamente e tragicamente, solo con la sua coscienza. 
  Se dopo una decina di giorni egli continuerà a comportarsi come in Russia o in Germania o in Scozia potrà essere sicuro della sua rettitudine morale: sarà la fedeltà kantiana al dovere per il dovere (o, per lo meno, all’imperativo categorico di comportarsi individualmente come si vorrebbe che si comportassero tutti gli altri cittadini) a guidarlo nelle scelte quotidiane, non certo il timore dei rigori della legge statuale. E, una volta ritornato in patria, potrà benedire per il resto della vita il soggiorno siciliano che gli ha offerto, fra tante altre meraviglie naturali e artistiche, la controprova della sua encomiabile maturazione etica. L’isola mediterranea, infatti, gli avrà mostrato, come mai prima in vita sua, la bellezza non solo del “cielo stellato” sopra di lui, ma anche della “legge morale” dentro. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

sabato 6 luglio 2019

IL DIO DEI LEGHISTI E IL DIO DEI MAFIOSI

“Repubblica (Palermo)”
6.7.2019

IL DIO DEI MAFIOSI E IL DIO DEI LEGHISTI

Premessa necessaria: la mafia e la Lega sono due organizzazioni radicalmente differenti. La mafia è un fenomeno di origine meridionale che si è diffuso al centro e al nord della Penisola; la Lega è un fenomeno di origine settentrionale che si è diffuso al centro e al sud della Penisola. La mafia è un’associazione di criminali che ha come obiettivo di acquisire l’egemonia mediante metodi (almeno potenzialmente) violenti; la Lega è un’associazione di cittadini che ha come obiettivo di acquisire l’egemonia mediante metodi (almeno formalmente) legali. La mafia ha conquistato Roma per inquinarla, corromperla, sfruttarla; la Lega ha conquistato Roma con l’intenzione di liberarla dagli inquinamenti dei corrotti e dallo sfruttamento dei “ladroni” (quanto ci sia riuscita, è ancora presto per dirlo). Negli ultimi anni un numero crescente di politici meridionali si guarda bene dall’ostentare relazioni mafiose nel timore di perdere consensi elettorali; invece, sempre negli ultimi anni, un numero crescente di politici meridionali si affanna ad ostentare relazioni leghiste nella speranza di accrescere i consensi elettorali.
Si potrebbe continuare per intere pagine nell’elencare le differenze fra la mafia e la Lega. Ma non hanno proprio nulla di comune? 
Quando, alcuni anni fa, presentai in provincia di Bergamo un mio libro intitolato Il Dio dei mafiosi, interamente dedicato alla strumentalizzazione dell’universo simbolico cattolico da parte delle organizzazioni criminali del Sud, un signore del luogo, intervenendo al dibattito, mi chiese – non so se con candore o con malizia ben celata – se dunque la mafia non avesse insegnato alla Lega come rapportarsi all’elettorato cattolico, radicato nel lombardo-veneto non meno che in Sicilia. L’osservazione mi colpì al punto che volli studiare la questione e la stessa casa editrice milanese (la San Paolo) che aveva ospitato il primo volume pubblicò dopo poco anche Il Dio dei leghisti.
Eravamo nel 2012 e bisognava acuire lo sguardo per trovare documenti che attestassero questa strategia promozionale della Lega: l’associazione “Cattolici padani” del senatore Giuseppe Leoni; le dichiarazioni di Angelo Alessandri, presidente della Lega Nord (“Come molti fondamentalisti cattolici, pensiamo che la nostra fede sia tutt’uno con la nostra identità. E non dimentichiamo mai che è stata il sostegno più grande nella lotta di sempre: quella contro gli islamici”); alcune esternazioni confidenziali dello stesso Umberto Bossi che, convertitosi dopo una difficile crisi clinica, aveva abbandonato le originarie posizioni anti-clericali neo-pagane (quando accusava “il papa polacco” di “rubare il lavoro ai papi italiani”) , riscoprendo alcune devozioni dell’infanzia (“E’ un portafortuna. Ogni volta che vado via lo tocco…” dichiarò del crocifisso di legno esposto alla porta di casa) e sbilanciandosi anche in ardite speculazioni teologiche (“Anche Dio è federalista: c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”).
  Dopo il tramonto del padre fondatore e l’ascesa del giovane Matteo Salvini tutto è diventato più chiaro, più tangibile: rosari e vangeli, Madonne e Padri Pii, vengono sventolati in radunate oceaniche sotto gli occhi di telecamere da ogni parte del mondo. Con quanta sincerità interiore? Con quanta adesione intima al vangelo della solidarietà, della compassione, dell’accoglienza dello straniero? Con quanta sintonia con un rabbino nomade che, dovendo spiegare come si dovrebbe amare il prossimo, sceglie il racconto di un Samaritano che si china a curare le piaghe di un poveraccio di un’altra religione e di un’altra etnia? Qui, come nel caso di don Calò Vizzini e di Genco Russo, di Benedetto Provenzano e di Pietro Aglieri, l’ultimo giudizio non spetta a noi mortali.

Augusto Cavadi 
www.augustocavadi.com

giovedì 4 luglio 2019

AD ALTRE NO.

Con i suoi occhioni gialli
Fortuna
(si chiama così la gattina
che abbiamo strappato al cassonetto dei rifiuti)
m’interroga senza posa:
quando ti decidi a togliere la cacca dalla sabbietta?
Perché i croccantini arrivano puntualmente
in ritardo?
Com’è che la stampante 
il foglio lo sputa a scatti,
lentamente?
Perché un giorno
o tu o io lasceremo l’altro
per sempre senza fusa?
A molte domande ho la risposta,
ad altre no.
E’ l’uguaglianza fra noi mortali,
piccolina mia.

A.C.
28.6.19


martedì 2 luglio 2019

LABORATORIO TEORICO-PRATICO IN "FATTORIA SOCIALE" A SEGESTA 13 - 14 LUGLIO 2019

Che senso ha il volontariato oggi? Quali requisiti sarebbero opportuni in un EDUCATORE (genitore, insegnante, animatore sociale...) per evitare che la sua azione faccia più male che bene? 
Su queste tematiche  la Fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca (Trapani), in collaborazione con le associazioni palermitane “Il parco del sole” e “Scuola di formazione etico-politica <<G. Falcone>>, organizza un

                                        WEEK-END  FORMATIVO 

                                          TEORICO E PRATICO

Programma

SABATO 13 LUGLIO 2019

ore 15,30: Accoglienza dei partecipanti e sistemazione nelle camere

ore 16,30: Le tre dimensioni del volontario: motivazioni etiche, preparazione professionale, consapevolezza politica (conversazione con Augusto Cavadi)

ore 17,30: Pausa  caffè (o…camomilla)

ore 18,00: Come comunicare con ragazzini difficili? (riflessioni esperienziali di Adriana Saieva)
ore 18,30:Giochiamo tra noi per imparare a giocare con loro (pratica ludica condotta da Lilla Graci)
ore 19,30: Breve scambio di opinioni sulla pratica sperimentata (moderato da Adriana e Lilla)

ore 20,00: Cena condivisa (con ciò che ognuno vorrà mettere sulla tavola a disposizione di tutti)

ore 21,30: Castellammare del Golfo by night (passeggiata verso il Castello)

ore 12,30: Silenzio notturno (per rispetto di chi vuole dormire)


DOMENICA 14  LUGLIO 2019

ore 9,30:  Colazione del mattino (offerta dalla “Fattoria sociale”)

ore 10,30: Cosa posso fare io, qui e ora ? (meditazione dialogata condotta da Augusto Cavadi)

ore 11,30: Pausa caffè (o…tisana)

ore 12,00: Cosa proporre a pre-adolescenti?(scambio di idee e progetti per il prossimo anno sociale coordinato da Massimo Messina)

ore 13,30: Pranzo (offerto dalla Fattoria sociale)

ore 15,00: Chiusura del seminario (per dare ai partecipanti la possibilità di visitare Segesta o fare un bagno a Scopello)

NOTE TECNICHE:
·     Sono disponibili una trentina di posti-letto (in camere da tre letti)
·   L’ospitalità è gratuita in quanto offerta dalla “Fattoria sociale”. E’ gradito però un contributo (anche solo simbolico di 1 euro) da versare anonimamente in una scatola per finanziare le attività sociali con i minori di  Ballarò a cura dell’associazione “Il parco del sole”
L’ordine di precedenza sarà l’ordine di prenotazione.
            Contattare Giovanna Bongiorno al 333.4161666 oppure a: 
              jobongio@alice.it oppure iscriversi direttamente tramite la chat in w’up della
              Fattoria sociale
·      Chi desideri o prepararsi (prima ) o approfondire (dopo) alcune tematiche del seminario può leggere il libretto, di Augusto Cavadi,  Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, pp. 68, euro 8,00.



lunedì 1 luglio 2019

AMY-JILL LEVINE SU EBRAISMO E CRISTIANESIMO




                        LA SCRIVANIA DELLA MODESTA CASA DI SPINOZA


1.7.2019

EBRAISMO E CRISTIANESIMO ALLO SPECCHIO

Nella convinzione generale, ebraismo e cristianesimo sono due religioni radicalmente opposte (o, per lo meno, irriducibili). Questo viene insegnato ai giovani ebrei, questo viene insegnato ai giovani cristiani, questo è ciò che apprendono dai libri di scuola più diffusi i giovani agnostici di famiglie a-confessionali. Ma è davvero così? 
 Gli specialisti di storia delle religioni e di teologia inter-religiosa sanno che le cose stanno diversamente. Ma, come avviene in tanti campi, queste acquisizioni della ricerca scientifica rimangono per anni – talora per sempre – ignote alla maggioranza della popolazione e dei politici. Con conseguenze, anche pratiche, a dir poco nocive.
Ogni tanto, sul muro compatto dell’ignoranza e dei pregiudizi, si aprono delle brecce. Come alcuni passaggi dell’autoritratto che Amy-Jill Levine (in quanto membro del nuovo comitato di direzione di “Donne Chiesa Mondo”) ha pubblicato su “L’Osservatore Romano” del 5 maggio 2019: “ Sono un’ebrea che ha trascorso più di mezzo secolo a studiare il Nuovo Testamento. La mia situazione è diversa da quella dei cristiani che insegnano l’Antico Testamento: l’Antico Testamento è parte della Bibbia della Chiesa; il Nuovo Testamento non è una Scrittura della Sinagoga. […] Non solo studio la Scrittura altrui, ma scrivo anche del Signore altrui. Questo è sia un immenso privilegio, sia un’immensa responsabilità. Anche se non rendo culto a Gesù, i suoi insegnamenti mi affascinano come studiosa e mi ispirano personalmente, come ebrea fedele alla mia tradizione. Per spiegare come faccio e che cosa faccio, devo spiegare perché lo faccio, ovvero perché io, come ebrea, sin dall’infanzia lavoro nella vigna del Nuovo Testamento. Mentre crescevo in un quartiere portoghese-cattolico agli inizi degli anni Sessanta, in Massachusetts, i miei amici mi portavano in chiesa. Assistere alla messa per me era come assistere alle funzioni in sinagoga: le persone erano sedute sui banchi mentre uomini in vesti lunghe parlavano una lingua – i sacerdoti in latino, i rabbini e i cantori in ebraico – che io non capivo del tutto. […] I miei genitori mi dicevano che il cristianesimo – che significava la religione cattolica romana – era come l’ebraismo: adoravamo lo stesso Dio, Colui che ha creato i cieli e la terra; ci erano cari gli stessi libri, come la Genesi e Isaia; recitavamo i Salmi. Mi dissero anche che i cristiani seguivano Gesù, un ebreo. […] Finalmente, da adolescente lessi il Nuovo Testamento. Lì […] compresi due fatti che hanno caratterizzato la mia vita accademica: primo, siamo noi a scegliere come leggere; secondo, il Nuovo Testamento è storia ebraica. […] A guidare i miei studi sono dunque l’ermeneutica e la storia. […] Questo significa correggere gli stereotipi falsi e negativi degli ebrei che hanno alcuni cristiani. Se caratterizziamo male l’ebraismo giudeo, galileo e della diaspora, fraintendiamo anche Gesù e Paolo. La cattiva storia porta a cattiva teologia, e la cattiva teologia fa male a tutti. Dobbiamo anche sradicare gli stereotipi falsi e negativi del cristianesimo che hanno alcuni ebrei. Occorre lavorare da entrambe le parti. Come studiosa ebrea del Nuovo Testamento, sono interessata a come i Vangeli descrivono la tradizione ebraica e a come quella tradizione finisce per essere rappresentata dagli interpreti cristiani. Questo studio mi rende un’ebrea migliore: meglio informata sulla storia ebraica e più capace di correggere interpretazioni storicamente inaccurate e pastoralmente poco fedeli”. 
    E’ a questo punto del suo racconto che Amy-Jill Levine elenca le ragioni di interesse intellettuale ed esistenziale nei confronti dei vangeli da parte di una persona che non crede in Gesù secondo i canoni delle diverse chiese cristiane (a cominciare dalla chiesa cattolica). La Levine parla da ebrea, ma molte sue considerazioni valgono per altri studiosi non-cristiani di matrice diversa che non si rassegnano a quella sorta di bigottismo rovesciato per cui confrontarsi col messaggio evangelico, magari anche condividendone e adottandone alcuni passaggi, sarebbe un cedimento della propria laicità: “In primo luogo, i Vangeli sono una fonte straordinaria per la storia delle donne ebree. […] L’insegnamento comune secondo il quale Gesù respingeva un ebraismo misogino che opprimeva le donne è sbagliato. Le donne seguivano Gesù non perché erano oppresse dall’ebraismo; lo facevano per il suo messaggio del regno del cielo, le sue guarigioni e gli insegnamenti, la sua nuova famiglia dove tutti sono madre o fratello o sorella. 
In secondo luogo, i Vangeli ci ricordano la diversità delle visioni ebraiche del I secolo, diversità confermata da fonti esterne come lo storico ebreo Giuseppe e il filosofo ebreo Filone, i rotoli del Mar Morto, gli pseudoepigrafi, perfino l’archeologia. In tali fonti troviamo punti di vista differenti su matrimonio e celibato, fato e libero arbitrio, cielo e inferi, risurrezione del corpo e immortalità dell’anima, adeguamento all’impero romano e resistenza contro lo stesso. 
In terzo luogo, rispetto profondamente le istruzioni di Gesù su come intendere gli insegnamenti ricevuti da Mosè sul monte Sinai. Gesù non solo segue la Torah, ma ne intensifica gli insegnamenti. In aggiunta al comandamento contro l’assassinio, egli vieta l’ira; in aggiunta al comandamento contro l’adulterio, egli vieta la lussuria. Questi insegnamenti sono ciò che la tradizione rabbinica definisce <<costruire una recinzione intorno alla Torah>>, ovvero proteggerla dalle violazioni. […] Anche quando Gesù pronuncia invettive contro altri ebrei, come in Matteo 23 con il suo ritornello <<guai a voi, scribi e farisei>>, a me suona molto ebraico. Sembra di sentire Amos e Geremia; sembra anche di sentire mia madre, che di tanto in tanto si lamentava delle decisioni prese dai capi della nostra sinagoga. Gli ebrei hanno avuto una lunga storia di tochecha, di rimprovero, basata su Levitico 19, 17: <<Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d’un peccato per lui>>. Il verso successivo è il famoso <<amerai il tuo prossimo come te stesso>>. Tuttavia, mi sono anche resa conto che quando le parole di Gesù agli altri ebrei vengono estrapolate dal loro contesto storico e poste nel canone della Chiesa dei gentili, le parole agli ebrei diventano parole sugli ebrei, e il discorso profetico può sembrare antisemitismo. Per questo il contesto storico è importante.
In quarto luogo, amo le parabole. […] Le parabole di Gesù accusano e divertono, provocano e intrattengono: questa è la miglior forma di insegnamento, è una forma ebraica e Gesù la applica brillantemente. E per di più, le parabole mi aiutano a trovare nuove intuizioni riguardo alle mie Scritture. Il buon Samaritano attinge al Secondo libro delle Cronache 28; il figliol prodigo mi fa riconsiderare Caino, Ismaele ed Esaù.
In quinto luogo, i racconti di concepimenti miracolosi, della voce di Dio che discende dai cieli e della resurrezione sono di casa nell’ebraismo del primo secolo. In quel contesto, anche il magnifico prologo di Giovanni – <<In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio>> – è molto ebraico. Piuttosto che considerare gli insegnamenti cristologici come delle intrusioni pagane, noi ebrei dobbiamo riconoscere come questi insegnamenti avevano un senso per alcuni ebrei del I secolo.
Ma quello che aveva un senso per alcuni ebrei del I secolo, non lo ebbe più per gli ebrei di quattro secoli dopo. Le nostre tradizioni si sono allontanate man mano che gli ebrei e i cristiani hanno sviluppato le proprie pratiche e credenze. […] Va bene. Non raggiungeremo un accordo su tutto fino a quando non verrà – o, se preferite, ritornerà – il Messia. Ma fino ad allora, faremo bene ad ascoltare con le orecchie gli uni degli altri. Con l’apprendimento giunge la comprensione, e con la comprensione il rispetto.
Quando i cristiani leggono la Genesi o Isaia o i Salmi, vedono in quei testi cose che io come ebrea non vedo. Quando io leggo attraverso le lenti rabbiniche, negli stessi testi vedo cose che non vedono i miei amici cristiani”.
    In queste dichiarazioni della Levine ci sono passaggi a prima vista sconcertanti. Che significa, ad esempio, affermare che “i racconti di concepimenti miracolosi, della voce di Dio che discende dai cieli e della resurrezione sono di casa nell’ebraismo del primo secolo”? Non ci hanno forse insegnato al catechismo – almeno sessant’anni fa, quando il catechismo era (purtroppo) una trattazione teologica in miniatura – che Maria era l’unica donna nella storia umana ad aver concepito verginalmente un bambino? Che suo figlio, Gesù di Nazareth, era l’unico uomo al mondo ad essere tornato in vita dopo il decesso? Ora una studiosa indipendente, e competente, ci spiega – quasien passant– che i racconti evangelici vanno inquadrati nella cultura ebraica del I secolo: in un universo simbolico in cui era evidente, sia a chi scriveva che a chi leggeva o più spesso ascoltava, che, quando si tentava di dire il divino, non si usavano descrizioni oggettive di fatti empirici ma metafore poetiche, miti tradizionali, immagini convenzionali. Il dilemma se “credere” o meno resta inalterato nella sua sostanza: solo che “credere” non significa accettare ciecamente che alcuni eventi si siano letteralmente svolti bensì accettare liberamente il significato spirituale, esistenziale, etico per la nostra vita di quelle narrazioni simboliche. E’ quanto, timidamente e pionieristicamente, spiegava a proposito dei vangeli dell’infanzia il grande Ortensio de Spinetoli in un saggio (Introduzione ai vangeli dell’infanzia) meritoriamente ristampato nel 2018 dalle edizioni Il pozzo di Giacobbe di Trapani; ed è quanto ha successivamente spiegato, a proposito di tutto il Nuovo Testamento, il vescovo episcopaliano John Shelby Spong, nel volume molto istruttivo Letteralismo biblico: eresia dei Gentili. Viaggio in un cristianesimo nuovo per la porta del Vangelo di Matteo, pubblicato sempre nel 2018 a cura di don Ferdinando Sudati per i tipi dell’editore Massari di Bolsena (Vt). 
   Insomma: posso trovare nella Baghavad Gitao nella Divina Commediao ne Il Signore degli anellidelle intuizioni sul mondo, e delle indicazioni per vivere nel mondo, che mi illuminano e mi sostengono oppure che mi lasciano indifferente; in nessuna delle due ipotesi, però, sarebbe serio accettare o rifiutare questi testi sulla base di ciò che si ritiene della loro veridicità storica in senso letterale. Così dovrebbe essere per la Bibbia (e per il Corano). Ma così purtroppo non avviene né per molti dei (sedicenti) credenti né per molti dei (sedicenti) non-credenti. Con quali conseguenze anche socio-politiche disastrose è sotto gli occhi di tutti: il letteralismo è l’anticamera del fondamentalismo e il fondamentalismo (ebraico, cristiano, islamico o laicista) è la legittimazione delle chiusure a riccio  e delle intolleranze.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


sabato 29 giugno 2019

LA CHIESA CATTOLICA: EPPUR SI MUOVE...

23.6.2019

LA CHIESA CATTOLICA:EPPUR SI MUOVE…

La fase attualmente attraversata dalla Chiesa cattolica è davvero difficile da definire. Da un lato, infatti, si registrano ritardi culturali e timidezze riformiste, al punto che non pochi osservatori ‘laici’ propendono per vedere nel pontificato di Francesco un’abile operazione di marketing religioso. Ma basta, dall’altro lato, leggere gli attacchi al papa e ai suoi più stretti collaboratori da parte degli ambienti della ‘destra’ conservatrice per capire che qualcosa – forse molto più di qualcosa – è effettivamente in movimento. Forse la verità è che si sta osservando un pachiderma bimillenario con un miliardo di cellule diffuse in cinque continenti: se avanza alla velocità di pochi chilometri all’ora, sarà un progresso oggettivamente molto lento ma – per le sue possibilità – una sorta di corsa spericolata.
Un esempio recentissimo è costituito da un documento programmatico (Instrumentum laboris) pubblicato dal Vaticano in vista del sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, in programma nel prossimo ottobre. Con scandalizzata sorpresa di intellettuali cattolici molto attivi nei media (social compresi)  in questo “strumento di studio” si pongono all’ordine del giorno delle tematiche che, certamente inedite tra i vertici della Chiesa cattolica, non lo sono né per i dirigenti di altre Chiese cristiane di matrice protestante né per tanti teologi cattolici che ne discutono da decenni, pur sapendo di incorrere in fulmini censori nel lungo inverno woytiliano-ratzingeriano:

a)   L’Amazzonia, come tante altre regioni del pianeta, prima di essere campo di evangelizzazione da parte dei cristiani, è «una realtà piena di vita e di saggezza» (n. 5), che chiama i cristiani dell’Occidente industrializzato a una conversione «pastorale, ecologica e sinodale» (n. 5). In particolare essa testimonia due grandi verità trascurate, o dimenticate, dalla cristianità: che «tutto è connesso» (n. 20), «costitutivamente in relazione, formando un tutto vitale» (n. 21); che i beni materiali sono tendenzialmente condivisi e «gli spazi privati – tipici della modernità – sono minimi»;
b)  Nei confronti dell’Amazzonia, come di altre aree della Terra, l’Occidente cristiano si è reso colpevole di eccidi di cui deve chiedere  “umilmente perdono” insieme alla Chiesa cattolica che è stata “a volte complice dei colonizzatori e ciò ha soffocato la voce profetica del Vangelo» (n. 38);
c)   Il celibato dei preti non può più considerarsi una norma intoccabile: «per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana» (n. 129);
d)  Inoltre, occorre «garantire alle donne la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica» e «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica».
Non è certo questa la sede per analizzare ulteriori dettagli della bozza di lavoro su cui cardinali, vescovi e teologi sono invitati a confrontarsi a Roma nel prossimo autunno. Chiaro, però, mi appare il messaggio centrale: per riprendere il titolo di un libro del vescovo episcopaliano John S. Spong, recentemente tradotto in italiano da “Il pozzo di Giacobbe”, Il cristianesimo deve cambiare o morire.Quanti si accaniscono nel difenderne la configurazione – sostanzialmente medievale – acquisita in questi due millenni sia dal punto di vista dottrinario che istituzionale, pur essendo spesso in buona fede, non sanno di prepararne i funerali. 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com