giovedì 29 settembre 2022

LA "LETTURA SPIRITUALE" COME AUTO-TERAPIA

                                            

La “lettura spirituale” come auto-terapia ?

Molti di noi, frequentemente, si avvertono inquieti. Le ragioni oggettive non mancano né a livello individuale e familiare né, ancor meno, a livello sociale. Ma se affrontiamo queste ragioni esterne con la confusione della nostra mente, dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni... aggiungiamo inquietudine a inquietudine. Possiamo fare qualcosa prima di ricorrere all'aiuto professionale di uno psicoterapeuta o di un consulente filosofico? 

Probabilmente sì. In tutte le principali tradizioni spirituali d'Oriente e d'Occidente sono state sperimentate forme di auto-controllo, di pacificazione interiore, dettate dalla saggezza secolare e più semplicemente dal buon senso. E' possibile che ognuno/a di noi trovi un suo metodo fra tanti o ne inventi uno plasmandolo a misura delle proprie attitudini.

Tra queste forme di auto-terapia esistenziale rientra certamente la meditazione che, a sua volta, è stata declinata in molte maniere (ciascuna delle quali con pregi e svantaggi). Una delle forme più antiche, e più agevoli, è la “lettura spirituale”. In cosa consiste?

Innanzitutto nel regalarsi, con impegno rigoroso, quindici minuti al giorno di silenzio. Per riecheggiare Virginia Woolf, quindici minuti “tutti per sé”. Non è facile, come sa chiunque abbia provato a sperimentarlo. Siamo tanto assuefatti ai rumori che ne avvertiamo la mancanza, come d'una copertura, pur comprendendo in astratto i difetti della dispersione e dell'assenza di calma. Dobbiamo riconoscerlo con onestà: anche da adulti, persino da anziani, abbiamo bisogno di rieducarci al silenzio. Che è certo, immediatamente, tacitazione dei rumori esterni e interni - distacco dalla molteplicità degli stimoli sensibili, rinunzia momentanea a ciò che è superfluo -, ma è più ancora un movimento positivo: chiamata a raccolta delle proprie energie potenziali, attenzione sull'essenziale, concentrazione su qualcosa che meriti di essere visto, contemplato, gustato, interiorizzato. Insomma, il silenzio dista dal mutismo come un quadro di Chagall da una sua copia artigianale: l'uno ha un'anima, l'altra no.

In questo ri-orientamento, per favorire lo scavo di spazi di tranquillo silenzio nel ritmo incalzante degli impegni quotidiani, e per riempirli di contenuti positivi, possiamo ricorrere al sostegno di un certo genere di libri. Non mi riferisco a un genere specifico perché ogni libro può risultare, per una persona, un buon testo di meditazione. Indubbiamente ci sono autori di saggistica che più di altri si prestano alla “lettura spirituale”, anche per il loro stile accessibile e scorrevole: Montaigne o Voltaire, Erich Fromm o Victor Frankl sono tra questi. Ci sono scritti di Norberto Bobbio o di Vito Mancuso che si prestano altrettanto bene. Ma decisivo è l'atteggiamento con cui ci accostiamo a questi testi: possono essere per noi strumenti di concentrazione, di raccoglimento, se non li cerchiamo per un'ennesima esperienza intellettuale (a fini d'istruzione o di evasione o di godimento estetico: tutti fini legittimi e auspicabili, in altri contesti): ciò che conta è che ci accompagnino in un processo di consapevolezza sulle grandi questioni della vita. 

Se proprio si volesse schematizzare un processo ogni volta differente, vivo, si potrebbero individuare tre tappe principali.

Per completare la lettura, e vedere l'arredo iconografico, cliccare qua:

https://www.zerozeronews.it/la-lettura-spirituale-come-auto-terapia/











martedì 27 settembre 2022

NON E' IL MOMENTO DELLO SCORAGGIAMENTO: LE TROPPE CRISI NEL MONDO LO VIETANO

Quando a Sophie Scholl, la ragazza del gruppo resistente anti-nazista "La Rosa bianca", dissero che, in quel periodo così oscuro per la storia della Germania, fosse sprecato fare politica, la studentessa rispose che ci si può astenere quando le cose vanno bene, non proprio quando si è sull'orlo del baratro.

Non credo che dopo il 25 settembre 2022 in Italia siamo nella stessa situazione del 1922, ma è certo che una maggioranza parlamentare - e un corrispondente governo nazionale - che sintetizzano la mentalità militarista (Fratelli d'Italia), l'identitarismo nazionalista (Lega) e il capitalismo immorale (Forza Italia) siano il miglior viatico per affrontare le crisi mondiali che compromettono l'equilibrio ambientale, la convivenza pacifica fra gli Stati e un minimo di giustizia sociale per gli sfruttati del pianeta. 

Per questo, a trent'anni dalla fondazione (1992), noi soci dell'associazione di volontariato culturale "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone" di Palermo non solo non gettiamo la spugna, ma rinnoviamo il nostro impegno affinché una democrazia "cognitiva" (Morin) dia sostanza alla democrazia "politica": se gli elettori restano vittime dell'informazione scorretta, dell'ignoranza storica e sociologica, degli scontri a colpi di slogan e non di argomentazioni razionali, prima o poi la democrazia "formale" implode e ci vorranno nuovi, immani, sacrifici per tentare di ripristinarla.

Il nostro prossimo incontro in presenza sarà l'assemblea dei soci, nella sede operativa della Scuola, presso la "Casa dell'equità e della bellezza" di Palermo (via N. Garzilli 43/a), per programmare alcune iniziative dell'anno sociale 2022 - 2023. L'appuntamento è per le ore 18,00 di venerdì 30 settembre 2022 e la riunione avrà termine alle ore 20,00.

Noi speriamo che altre cittadine e cittadini - non ancora impegnate/i in organizzazioni di partecipazione attiva - si uniscano a noi e che in altre città d'Italia possano sorgere delle sedi della nostra associazione: se chi è in grado di leggere, studiare, capire qualcosa del complicatissimo mondo contemporaneo non esce dal proprio guscio dorato e si mette a disposizione della popolazione, specialmente più giovane, per creare occasioni di riflessione critica e di dialogo costruttivo, affonderemo definitivamente nelle sabbie mobili dell'autolesionismo collettivo. Una volta questa pedagogia sociale veniva praticata dai partiti e dai sindacati, ma è evidente che - anche nella cosiddetta 'Sinistra' - non è più così: si cerca il consenso effimero attraverso tecniche pubblicitarie che mirano a emozionare più che a convincere. In attesa che partiti e sindacati ritrovino il compito originario, dobbiamo attivarci noi "minoranza morali" (Habermas).

Per tenervi informati costantemente sulle nostre iniziative a Palermo e nel resto del territorio nazionale potete iscrivervi gratuitamente agli aggiornamenti del nostro sito:

www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it



sabato 24 settembre 2022

MA I MARZIANI NON VOTANO IN SICILIA


 MA I MARZIANI NON VOTANO IN SICILIA

Cosa penserebbe un marziano se, grazie a un potente telescopio, potesse osservare la campagna elettorale in Sicilia? Forse sarebbe favorevolmente colpito della candidatura alla presidenza della Regione di una donna, in un'area geografica dove le donne stentano ad occupare ruoli pubblici apicali dal momento che l'organizzazione della società rende le pari opportunità più una meta cui tendere che una normalità da vivere. 

Con maggiore favore, poi, osserverebbe che si tratta di una persona appartenente alla cosiddetta “società civile”: una cittadina, con una propria professionalità, per così dire prestata alla politica istituzionale da alcuni anni, ma non certo espressione di apparati partitici verso cui essere legata da vincoli disciplinari. Dunque una candidata per cui, secondo il metodo elettorale in vigore (voto disgiunto), si può votare senza necessariamente votare per un partito che la sostenga . 

Infine – per ultima ma non da ultima – lo colpirebbe una terza caratteristica: in una fase storica segnata da penosi tradimenti nel fronte antimafia, la candidata è una magistrata che – marchiata nell'intimo della propria biografia dalla violenza militare di Cosa nostra – ha manifestato, sia nel governo della Sicilia che al Parlamento europeo, di saper contribuire con competenza tecnica e trasparenza etica alla produzione di norme mirate a indebolire le organizzazioni criminali e la fascia dei loro complici in vari settori della società. 

Ma i marziani non votano in Sicilia.

In Sicilia votiamo elettori dalla memoria corta, più sensibili agli slogan che ai ragionamenti, pronti perfino a commuoverci per i martiri civili nei decennali di stragi e omicidi ma non a seguirne le lezioni (per esempio l'indicazione di Paolo Borsellino sulla decisiva rilevanza della matita nell'urna elettorale per liberare davvero l'isola dal cancro mafioso). Votiamo noi elettori e noi elettrici un po' strani: ciò che per un marziano sarebbero pregi (essere donna, essere estranea alle logiche partitiche, essere incisivamente antimafiosa), per noi sono caratteristiche irrilevanti. Se non addirittura controproducenti. 

Che ci resta, dunque? Possiamo solo sperare che i marziani abbiano in uso potentissimi strumenti tecnologici in grado di svegliare le coscienze distratte; di indurre a qualche momento di riflessione critica; di evitare che vecchi copioni si ripetano stancamente e, il giorno dopo le elezioni, si ritrovino a lamentarsi che nulla cambia proprio quelle stesse persone che, per l'ennesima volta, hanno votato in base ai propri interessi più miopi. E talora, per difetto di informazioni, perfino contro i propri interessi immediati.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

PS. per i lettori non-siciliani (e per i letttori siciliani un po' distratti): l'identikit è della candidata alla presidenza della Regione Caterina Chinnici, figlia del giudice Rocco (vedi foto). 

giovedì 22 settembre 2022

CI VEDIAMO A TRAPANI VENERDI' 23 SETTEMBRE ALLE 18.30 E/O SABATO 24 SETTEMBRE ALLE 22.00 ?


Nell'ambito della I Fiera dell'editoria trapanese, venerdì 23 alle 18.30 discuterò con Sara Favarò dei suoi libri sulle tradizioni siciliane. Il giorno dopo, sabato 24, alle 22.00, sarà Giacomo Pilati ad affiancarmi nella presentazione del mio libro sul trentennale delle stragi del '92.

martedì 20 settembre 2022

QUALE CRISTIANESIMO VIENE EVOCATO NELL' ATTUALE CAMPAGNA ELETTORALE?



QUALE CRISTIANESIMO VIENE EVOCATO NEL DIBATTITO PUBBLICO ?

Se ci si vuole orientare nel dibattito pubblico – non solo all'interno delle chiese cristiane ma anche fra partiti politici – è indispensabile sciogliere un equivoco nodale: la nozione di “cristianesimo”. Per alcuni esso è il messaggio, così come ci viene filtrato dai testi biblici del Secondo Testamento, di un certo predicatore ebreo, Gesù di Nazaret, ritenuto dai suoi discepoli il Cristo (l'Unto, l'Inviato): “un «cammino spirituale» caratterizzato, da un lato, dall'uguaglianza, dalla fraternità, dalla comunione, dal servizio e dall'amore gratuito universale e, dall'altro, dall'assenza di qualsiasi struttura di potere giuridico e gerarchico” (così il prete, dell'Ordine dei Canonici Regolari, Bruno Mori nel suo recente Per un cristianesimo senza religione. Ritrovare la “Via” di Gesù di Nazaret, Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2022, p. 205). 

Altri, però, obiettano che questo “cristianesimo” è rimasto sulla carta o al massimo è stato vissuto nei primissimi secoli. Ciò che merita di rientrare in questa categoria – perché è il fenomeno storico che ha effettivamente inciso nelle sorti dell'umanità – è quella “nuova religione imperiale” nata, a partire dal IV secolo, secondo la quale “il vero cristiano non sarà più il discepolo che agisce come Gesù ma il fedele che crede come la Chiesa. Da allora in avanti, i parametri della buona ortodossia cristiana non saranno più regolati da una vita modellata sull'esempio del Maestro e da una condotta che incarni i valori di umanità, di compassione, di fratellanza e di amore da lui vissuti e insegnati ma sulla prontezza dei 'credenti' ad accettare i contenuti dei dogmi imposti dalla nuova religione” (ivi). 

Si intuisce facilmente che siamo davanti a due accezioni del termine “cristianesimo” non solo differenti, ma per molti aspetti inconciliabili. Così, a seconda dell'accezione adottata, le medesime proclamazioni di fede cristiana da parte di Berlusconi, Salvini o Meloni possono essere giudicate legittime, coerenti, ammirevoli, sincere (se si riferiscono al cristianesimo storicamente vittorioso, almeno sino a qualche anno fa) oppure infondate, ipocrite, strumentali, blasfeme (se si riferiscono al cristianesimo come movimento rivoluzionario che i poteri politici, incapaci di stroncare con la violenza, hanno addomesticato con la corruzione, cooptando - dagli imperatori Costantino e Teodosio in poi - i leader religiosi ai vertici delle gerarchie sociali).

La tesi del teologo Bruno Mori è che la scristianizzazione del mondo occidentale, sino a mezzo secolo fa egemonizzato dalle chiese cristiane (cattolica, ortodossa, anglicana, valdese, luterana...), è un processo destinato all'irreversibilità se (come prevedibile) la versione 'moderata', 'imborghesita', 'normalizzata' del cristianesimo non sarà radicalmente rimpiazzata da un ritorno alla “Fonte da cui è scaturito” (ivi). In mancanza di questa rifondazione del cristianesimo (da “religione” istituzionale a “movimento spirituale”) si assisterà a uno scherzo della storia: “per ironia della sorte, il suo successo diventerà anche la causa del suo declino” (ivi). 

PER COMPLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/il-cristianesimo-evocato-a-sproposito-dai-politici/ 

sabato 17 settembre 2022

RI-FIDANZAMENTO IN ATTO FRA MISTICA E POLITICA? LA TESI DI FEDERICO BATTISTUTTA


(Nella foto, dettaglio del volto di Simone Weil diciannovenne) 

IL RI-FIDANZAMENTO DELLA MISTICA CON LA POLITICA

Nè la mistica né la politica non godono di grande popolarità. Alla prima associamo volti emaciati di eremiti nel deserto e pupille all'in su di pallide suorine estasiate; alla seconda i sorrisi furbetti di maneggioni in grado di contraddire le proprie affermazioni di una settimana prima senza l'accenno di un rossore. Nel recentissimo Misticopolitica. Orizzonti della spiritualità post-religiosa (Effigi Edizioni, Arcidosso 2022) prova a dare un'idea differente sia della mistica sia della politica per arrivare a chiarire il senso del neologismo “misticopolitica” che, a suo avviso, designa un processo storico-culturale odierno meritevole d'attenzione.

I tratti essenziali di un'esperienza mistica li ha ben trattati, già all'inizio del Novecento, William James: “l'ineffabilità (l'esperienza mistica è vissuta sempre in prima persona), l'intuizione (è il risultato di una forma di conoscenza non ordinaria), l'instabilità (tale condizione, salvo rare eccezioni, non è permanente) e la passività (può essere attività nella fase di induzione, ma, una volta avvenuto il passaggio, il soggetto risulta passivo)” (p. 31). Essa è dunque poco catalogabile e poco controllabile: di conseguenza guardata con sospetto dalle istituzioni religiose e non di rado condannata e perseguitata.

Anche in ambito sociale l'autore – con ampi riferimenti alla saggistica contemporanea - ritiene riduttivo limitarsi a registrare la “insoddisfazione verso i partiti” (P. Ignazi) e verso la politique politicienne e ignorare, o sottovalutare, quei numerosi e vasti movimenti (dal Black Lives Matter degli U.S.A al Fridays for future promosso da Greta Thunberg in Europa) che si presentano come “nuove modalità di socializzazione in grado di mettere in discussione le tradizionali classificazioni politologiche” in nome di una “utopia” intesa quale “manifestazione creativa, inscritta nel processo storico che interroga criticamente la staticità e il conformismo della realpolitik in auge” (p. 51).

Solo dopo aver focalizzato i due poli (la mistica e la politica) ci si può accostare alla categoria recente di “misticopolitica” che vorrebbe essere una terza via fra i due errori sinora consumati nella storia: dunque (seguendo R. Panikkar) né “commistione acritica di religione e politica” che “conduce a forme di totalitarismo, più o meno teocratiche” né “separazione” schizofrenica fra “una religiosità ultramondana da una parte e una politica come mero esercizio del potere dall'altra” (p. 23). 

In positivo, la misticopolitica è, innanzitutto, un ampliamento di orizzonti: la politica non può “riguardare solo la polis”, ma deve abbracciare i destini del pianeta; trasformarsi in “cosmopolitica” (p. 24) . Questo allargamento del campo visivo e operativo comporta un mutamento qualitativo: non basta la scienza dell'ambiente (ecologia), serve una sapienza ambientale (ecosofia) condivisa da cittadini e cittadine 'comuni' - ben al di là degli ambiti istituzionali delle chiese e dei partiti - grazie alla quale si avverta la Terra come il contesto di relazioni irrinunciabili con il resto dei viventi. Nell'ottica eco-sofica cade ogni rigido dualismo fra umano e non-umano: c'è una sacralità in alcune manifestazioni dell'essere umano, ma ce n'è anche in tante manifestazioni della natura extra-umana (cfr. pp. 24 - 26) . 

Per completare la lettura della recensione, basta un click qui:

https://www.zerozeronews.it/il-rifidanzamento-della-mistica-con-la-politica/

mercoledì 14 settembre 2022

PERCHE' IL PATRIARCATO PERSISTE? GILLIGAN E SNIDER RISPONDONO


"Viottoli", 2002/1

“Ho tradotto questo libro perché nella sua onestà e nella forza delle esperienze personali messe in gioco dalle autrici […] credo si trovi la cura di cui abbiamo bisogno per uscire da un sistema diventato sempre più insostenibile e dalle sofferenze e ingiustizie inaccettabili che produce e di cui si alimenta: misoginia, omofobia, razzismo, classismo, per citarne alcune”: così Ilaria Baldini nella sua Postfazione al volume di Carol Gilligan e Naomi Snider, Perché il patriarcato persiste?, Vanda Edizioni, Milano 2021, pp. 196, euro 14,90). 

In effetti il testo delle due studiose statunitensi – prefato in italiano da Wanda Tommasi – colpisce per almeno due caratteristiche (strettamente intrecciate): si concentra su due o tre tesi centrali (senza le divagazioni a catena tipiche di questo genere di letteratura) e le espone con linguaggio accessibile (senza i tecnicismi di chi scrive più per i colleghi universitari che per il pubblico più vasto).

Una prima tesi riguarda lo stato attuale del patriarcato in Occidente, fenomeno che, paradossalmente, è “allo stesso tempo sotto assedio e al potere” (p. 175). E' sotto assedio perché il movimento femminista degli ultimi cento anni non è passato invano, molte legislazioni sono anti-maschiliste e campagne come il “Me too” riscuotono consensi e risonanze planetari. Tuttavia esso, come uno “spettro” , è tanto più presente quanto meno visibile ed affiora - nelle statistiche sulle violenze sessuali ai danni di donne, in dichiarazioni pubbliche e in confessioni private - in modalità, e in misura, inaspettate. Quando lo hai cacciato via dalla porta dell'ufficialità istituzionale (il che, per altro, non accade sempre), lo vedi rientrare dalle molte finestre della quotidianità 'normale'.

Come può accadere ciò? Perché – e siamo a una seconda tesi centrale del libro – il patriarcato è un fenomeno anfibio, tanto politico-sociale quanto psicologico-soggettivo. Contestarne la dimensione giuridico-istituzionale è essenziale, ma insufficiente: “se lasciamo intatta la psicologia del patriarcato, difficilmente ci libereremo della sua politica” (p. 184). Dobbiamo ridiscendere dalle foglie e dai rami, attraverso il tronco, sino alle radici: che sono, appunto, antropologiche, esistenziali. Infatti l'essere umano è costitutivamente relazionale, ma proprio questa sua apertura lo espone al tradimento, alla delusione, alla “perdita”. La “genialità del patriarcato” (p. 155) sta nel porsi come “baluardo contro il dolore della perdita” (p. 176) prescrivendo la rinunzia preventiva alla “relazione” autentica: se non ti affezioni a nessuno, se non affidi la tua persona a un'altra, non puoi restare fregato. La “rottura della relazione” (e la derisione dei vari “tentativi di ripararla”) viene suggerita – o piuttosto, subdolamente, imposta con la coercizione sociale della tradizione – con una strategia differenziata: inducendo i maschi a rendersi “apparentemente autosufficienti, indipendenti e non bisognosi degli altri” e le donne a interiorizzare il selflessness, che si traduce con “altruismo”, ma in inglese sarebbe “il fare a meno di sé”: “l'apparente vocazione delle donne al totale altruismo è letteralmente abnegazione, allontanamento da e negazione di sé: l'induzione al patriarcato per le donne prevede una perdita di sé, non avere un sé. La cancellazione” (p. 193). E' l'altruismo de-centrato di chi sostituisce la “relazione effettiva”, paritaria, adulta, con un “accudimento compulsivo” in cui “l'accudente compulsivo sembra attribuire all'accudito «tutta la tristezza e il bisogno che non sa o non vuole riconoscere in sé stesso» (John Bowlby)” (p. 93). 

Se questa diagnosi è, grosso mondo, realistica, quale le vie per uscire dal sistema patriarcale-maschilista che impone, a uomini e donne, le sue “leggi dell'amore”, vale a dire che stabilisce a priori e per chiunque “chi si deve amare, e come. E quanto” (Arundhati Roy) (p.29? Siamo a un terzo passaggio cruciale della proposta della Galligan e della Snider. Esse, con condivisibile equilibrio, affermano che bisogna lavorare – e dove necessario lottare: contro i condizionamenti esterni e interni – contemporaneamente sul piano 'oggettivo' della democrazia e sul piano 'soggettivo' della trasformazione di sé. Infatti “il cambiamento politico dipende dalla trasformazione psicologica e viceversa” (p. 184). In concreto: “il patriarcato dipende dal sovvertimento della capacità umana di riparare la relazione: la sua gerarchia si fonda su una perdita di relazione e dunque sul sacrificio dell'amore. Al contrario, la democrazia, come l'amore, dipende dalla relazione, dal fatto che ognuno abbia una voce radicata nella propria esperienza. In tal senso la voce di ognuno/ognuna è riconosciuta come essenziale per realizzare i processi e i valori democratici, e pertanto sollecitata e accolta, ascoltata e a cui rispondere, non necessariamente con un accordo ma con rispetto. La pari voce è la condizione che rende possibile elaborare i conflitti nella relazione senza l'uso della forza o di altri strumenti di dominio. Le capacità relazionali che costituiscono la nostra umanità si trovano al punto di svolta a cui come collettività siamo giunti in questo pericoloso crocevia di democrazia e patriarcato. E la domanda che abbiamo di fronte, che forse ci sconcerta ora più che mai è: da che parte andremo?” (p. 185).

Ai tre assi principali – brevemente richiamati - dell'argomentazione delle autrici si collegano molte considerazioni per così dire corollarie che non è possibile riprendere in dettaglio. Mi limito a due accenni di bruciante attualità, ripresi dalla Postfazione della traduttrice.

Il primo riguarda l'analogia fra patriarcato e Covid 19: “il mito dell'autonomia compulsiva che il patriarcato attribuisce al maschile mostra il suo volto non solo nella violenza rivolta contro le donne ma anche contro l'intero pianeta. Il Covid è una metafora appropriata anche perché, come il patriarcato, si nutre del nostro bisogno di avere relazioni rovesciandolo contro di noi. E, come per il patriarcato, la soluzione [radicale e definitiva ]non è in un allontanamento dalle relazioni […] ma in un cambiamento radicale nella direzione di un'ecologia delle relazioni tra noi e con tutto il vivente” (p. 191). 

Il secondo accenno riguarda uno degli effetti della “misoginia patriarcale”: la strage di uomini e donne in situazioni belliche (nel libro, per ragioni cronologiche, ci si riferisce più al conflitto fra israeliani e palestinesi che fra Russia e Ucraina). Nel testo delle due autrici americane si legge: “Non è un segreto” che il perdurare del patriarcato “si fonda in parte sul silenzio e l'ottemperanza delle donne, compresa la loro disponibilità a continuare ad accettare il sacrificio dei figli per qualunque causa o proposito superiore” (p. 177). Facendo eco a questo passaggio la Baldini esorta a “protestare per il sacrificio dei figli mandati in guerra e ricordarci che sono quei figli a stuprare le nostre figlie. Dichiarare e fare la pace implica la capacità di riconoscere l'ingiustizia per poterle insieme resistere e costruire la giustizia” (p. 196).

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

domenica 11 settembre 2022

DONNE DENTRO E FUORI IL SISTEMA MAFIOSO


 “Dialoghi mediterranei”

1 settembre 2022


DONNE E MAFIA.

PER UNA GRIGLIA INTERPRETATIVA


Ancora recentemente una delle più attente studiose del fenomeno mafioso, anche riguardo alla presenza femminile al suo interno, notava che la “congerie” di libri dedicati a questa particolare tematica abbonda di


testi interessanti, frammentari o ideologici; spesso incapaci di darti quel necessario sguardo d'insieme, di cogliere il nocciolo della questione che ancora ci chiama in causa”1.


Puntando su “alcuni libri importanti”2 che tuttora fanno testo sull'argomento, vorrei provare a ipotizzare una griglia interpretativa complessiva che avvicini allo “sguardo d'insieme” di cui la Dino avverte la mancanza, pur nella consapevolezza che in questo campo - come in tutti i campi in cui si ricerca davvero - si può aspirare ad “approdi parziali e acquisizioni mai definitive”3.


1. Premessa sul patriarcato nella società (in generale) e nella mafia (in particolare)


Il sistema di dominio mafioso è un sotto-sistema del più ampio sistema della società italiana4.

Il primo, dunque, è inintelligibile se non si considerano le relazioni dialettiche con il secondo: relazioni di somiglianza, di continuità, ma anche di differenza, discontinuità.

Dal punto di vista del ruolo delle donne, il sistema sociale italiano è caratterizzato da un patriarcato irriflesso ma effettivo: “irriflesso” perché scarsamente consapevole e ancor meno programmatico; “effettivo” perché vigente nelle relazioni private quotidiane e nei costumi sociali prevalenti. Esso dunque appare debole sul piano ufficiale del discorso pubblico e della stessa legislazione in divenire, ma forte sul piano ufficioso delle pratiche: anzi, proprio la sua decrescente popolarità (dovuta al fatto di essere considerato vieppiù 'scorretto' politicamente) induce la maggioranza dei cittadini e delle cittadine ad abbassare la guardia, rendendone più agevoli il permanere nella psiche collettiva e l'infiltrarsi nelle trame ordinarie dei rapporti sociali.

Se il sistema mafioso è un sotto-sistema del sistema sociale, diventa attendibile l'ipotesi che il primo sia in relazione dialettica (di affinità e di diversità) con l'impianto patriarcale-maschilista del secondo. Detto in termini più immediati: l'ipotesi che i mafiosi siano maschilisti, ma a modo proprio (dunque: per certi versi come gli altri maschi, per altri con alcune peculiarità)5. Nulla di nuovo, per altro, rispetto ad altre caratteristiche antropologiche dei mafiosi: capitalisti, ma a modo proprio; cattolici, ma a modo proprio; sciovinisti (sicilianisti) , ma a modo proprio... 

Per verificare tale ipotesi è necessario chiarire cosa intendere per patriarcato.

Adotto qui la formulazione proposta da Gilligan e Sninder: un assetto culturale-sociale fondato 


su una struttura binaria e gerarchica di genere” per la quale:

  1. le capacità umane” sono o “mascoline” o “femminili” e le mascoline sono da privilegiare;

  2. alcuni uomini” sono al di sopra di altri e tutti gli uomini al di sopra delle donne”;

  3. si perpetua “una separazione tra il sé e le relazioni”, con la conseguenza (dannosa sia per gli uomini che per le donne) che gli uomini vengono obbligati ad “avere un sé senza relazioni” e le donne ad “avere relazioni senza avere un sé”6 .



2. La condizione delle donne 'interne' al sotto-sistema mafioso


    1. Aspetti di omogeneità

Dalle testimonianze dirette e indirette risulta con chiarezza che le donne 'interne' al sistema mafioso patiscono le stesse conseguenze del maschilismo patriarcale subite dalle donne 'esterne'7.

a) In entrambi i contesti la donna vive in regime di oppressione ordinaria, anche quando non si registrano episodi eclatanti di violenza fisica. In entrambi i contesti il maschio violento - mafioso o estraneo al mondo mafioso che sia - adotta la violenza non necessariamente esercitandola, ma anche solo minacciandola: la esercita alcune volte per poterla minacciare efficacemente sempre. Da qui la necessità, per le donne 'interne' o 'esterne' al regime mafioso, di non lasciarsi ingannare dalle apparenze, di non accettare la logica dell'emergenza o dell'eccezionalità8; di acquisire “una visione non emergenziale del fenomeno”9 ; di “costruire una visione delle cose che consenta alle ragazze di liberarsi da gabbie che loro stesse considerano normali, anzi, necessarie”10 ).

Va subito osservato che, contrariamente a quanto suppongono coloro che non hanno ascoltato le testimonianze affidabili di donne congiunte di mafiosi, il tasso di violenza maschile in essi non né maggiore né minore rispetto alla media statistica dell'intera popolazione maschile: ci sono mafiosi che non hanno mai alzato un dito contro la moglie e non-mafiosi (o, addirittura, militanti attivi nell'anti-mafia) che la picchiano abitualmente11. Possono negare queste narrazioni solo osservatori “legati a un'idea lombrosiana del mafioso, brutto, sporco e cattivo. Che invece può essere spietato nel suo ambito per così dire 'di lavoro' e affettuoso a casa. Che può quindi voler bene e farsi voler bene”12. Non diversamente dagli ufficiali e dai soldati nazisti di stanza nei lager. Chi ha avuto un congiunto associato a Cosa Nostra che si mostrava “allegro, affettuoso, amava la vita, gli amici e il valzer” come può non chiedersi se egli sia “soltanto” “un mostro dedito a esercizi di morte, sempre in lotta col diverso, a partire dalla propria parte femminile negata” 13? Per qualsiasi familiare, “sentire di volergli bene” non può mai considerarsi un “sentimento politicamente scorretto”14: i sentimenti in sé non sono né scorretti né corretti. Ne siamo 'affetti', toccati. L'opzione etica comincia quando ci si chiede se farli prevalere su ogni altro criterio di giudizio o relegarli alla sfera emotiva cui appartengono per essere capaci di assumere (interiormente e pubblicamente) le opportune distanze. In misura più o meno notevole, a un certo momento della vita, non siamo un po' tutti costretti a fare i conti con i nostri genitori (o con i nostri ex-partner) conciliando la gratitudine per quanto ci hanno saputo dare di prezioso e il risentimento per quanto ci hanno voluto o negare di prezioso o imporre di sgradito?

b) In entrambi i contesti le donne subiscono un deficit di agibilità democratica perché se, in generale, si può affermare che il patriarcato è “l'antitesi dei valori democratici”15, altrettanto si può affermare dei sistemi di dominio mafiosi. La riprova: che la lotta delle donne per la democrazia è stata doppiamente faticosa perché contro il maschilismo e contro la maglie del potere illegale. Come attesta la storia, “la lotta alla mafia è stata, soprattutto nel passato, lotta per la democrazia e per la tutela dei diritti dei lavoratori, da cui le donne sono state a lungo escluse. Nelle esperienze associate di lotta alla mafia, la presenza femminile, pur quando numerosa, ha incontrato enormi difficoltà nel configurarsi in forme strutturate e durevoli, accompagnate da ruoli pubblici riconosciuti”16.

c) Le donne 'interne' al sistema mafioso condividono, con tutte le altre concittadine, il condizionamento culturale del patriarcato che è, prima ancora di un assetto politico-istituzionale modificabile, un a priori psicologico, un modo di vedere il mondo sociale quasi universalmente condiviso17. In esse però questo condizionamento mentale si abbina, rinsaldandosi, con il condizionamento (più o meno consapevole) del codice culturale mafioso, come ben si esprime la collaboratrice di giustizia Carmela Iuculano:


La mafia è un fenomeno che controlla le menti. Per me veramente è 'na ragnatela perché tu entri là e rimani intrappolato, più ti muovi, più vuoi uscirtene, peggio è perché più t'intrappoli, più t'impigli nella rete, e peggio il ragno t'immobilizza, ti succhia piano piano, fino a che ti svuota tutto...”18 .


  1. In entrambi i contesti si nota uno iato – talora una vera contraddizione – fra ciò che viene proclamato espressamente (la dignità della donna, il suo diritto all'autodeterminazione, l'intangibilità del suo 'onore'...) e ciò che si vive effettivamente (la subordinazione dei bisogni e dei desideri femminili ai bisogni e ai desideri maschili). Nella tradizione culturale italiana, dalla donna-angelo dei Medievali alla donna 'divina' dei Romantici, sino alle canzoni di musica leggera e alla letteratura 'rosa', campeggia lo stereotipo della donna come figura sacra o comunque intoccabile perché preziosa: tutto ciò in pacifica compatibilità con un sistema giuridico, economico e simbolico in cui le pari opportunità fra maschi e femmine costituiscono conquiste recenti e comunque parziali e per giunta reversibili. Similmente un luogo comune, ribadito artatamente dagli ambienti mafiosi, è che il vero “uomo d'onore” rispetta la moglie propria e le mogli degli altri membri di Cosa Nostra: come se avere molte amanti non fosse una mancanza di rispetto verso la proprie moglie o come se, in caso di ordini 'superiori', il mafioso non dovesse essere pronto a uccidere la moglie di un altro mafioso o la propria stessa moglie.


e) Da quanto sinora considerato si potrebbe condividere la sintesi proposta da Nando dalla Chiesa:


Ci si trova davanti all'universo in assoluto più maschilista della società italiana, in cui la donna serve a riprodurre forza lavoro militare e codici di violenza. Dove accade che essa possa anche ottenere scettri provvisori, a causa di ergastoli e lotte intestine. Ma sono scettri delegati da un maschio, segno mai di emancipazione bensì sempre di assoggettamento. Dove l'omertà rade al suolo ogni idea di onore e dignità. Dove l'amore è una variabile 'dipendente' dalle leggi del clan, e nessuna Antigone è permessa. E in cui anzi l'onore può essere difeso uccidendo le proprie figlie” 19.


Si tratta però di una delle due facce della luna. Non va dimenticata la faccia solitamente in ombra: che le donne 'interne' al sistema mafioso sono 'complici' del sistema patriarcale (in quanto donne) e del sistema mafioso (in quanto donne di mafia). Confrontiamo quanto affermano le due studiose statunitensi Gilligan e Snider sul patriarcato e quanto afferma Renata Siebert sul ruolo 'pedagogico' delle donne 'interne' alla mafia.


Le prime:


Non è un segreto che il patriarcato dipenda dalla complicità delle donne. Il suo perdurare si fonda in parte sul silenzio e l'ottemperanza delle donne, compresa la loro disponibilità a continuare ad accettare il sacrificio dei figli per qualunque causa o proposito superiore”20.

La seconda:

Nella strategia mafiosa della signoria del territorio, sono le donne che fungono da cassa di risonanza per il ricatto, per la minaccia, per l'angoscia di morte che generano l'omertà, la complicità, l'obbedienza alla legge mafiosa” 21.

Ammettere queste responsabilità (almeno oggettive, spesso anche soggettive) a carico di donne non è certo un modo di denigrarle. Anzi, è proprio della mentalità maschilista tradizionale (non certo estranea alla formazione di tanti magistrati e avvocati) escludere per principio che a una donna possano essere imputati reati gravi (e, più in genere, errori e difetti nella gestione delle dinamiche sociali) come si trattasse di una perenne minorenne, non del tutto in grado di intendere e di volere22. Invece le cronache sono sempre più affollate di nomi di donne che svolgono ruoli attivi all'interno delle organizzazioni mafiose: “sono veramente tante le spacciatrici di droga, nei quartieri più degradati di Palermo, che non esitano ad utilizzare anche i loro figli!”23; “oltre alla spacciatrici, ci sono anche donne che possono dirsi proprio trafficanti”24 e altre “intestatarie di quote notevoli” di imprese di mafiosi o “prestanome, nel caso che i congiunti non possano comparire”25.

In occasione di mafiosi che decidono di collaborare con l'apparato giudiziario statale il protagonismo delle donne di mafia , abitualmente sottotraccia, emerge alla luce del sole. In qualche caso perché sono mogli o figlie che inducono il congiunto a saltare il fosso26 o comunque restano al suo fianco per sostenerlo27in altri più numerosi perché o tentano di dissuaderlo28 o – se non riescono - prendono clamorosamente 


le distanze dai pentiti con pubbliche dichiarazioni con cui hanno accusato magistrati e forze dell'ordine, colpevoli di aver indotto al 'tradimento' i loro familiari, hanno definito questi ultimi 'infami' e li hanno rinnegati”29 .


Secondo Teresa Principato e Alessandra Dino, 

nella sorprendente quantità di dichiarazioni di 'scomunica' rilasciate dalle parenti dei pentiti vi sarebbe [] una nuova strategia comunicativa di Cosa Nostra, che avrebbe consegnato alle donne la funzione di difesa dell'organizzazione nei confronti del mondo esterno; interpretazione che conduce a riconsiderare il ruolo puramente familistico e marginale del passato e a parlare di una vera e propria 'centralità sommersa' della donna nell'organizzazione mafiosa”30.


Dunque, nel positivo e nel negativo, la parabola della condizione femminile dentro l'orbita mafiosa si disegna in parallelo con la parabola della condizione femminile in generale.


2.2 Aspetti di specificità

Insieme a questi aspetti di affinità vanno però notate almeno due differenze fra la prospettiva patriarcale-maschilista, in generale, e la sua declinazione mafiosa, in particolare.

Un primo elemento di specificità potrebbe individuarsi nella legittimazione ideologica (che, come si è notato sopra, raramente si traduce nelle pratiche quotidiane) della dignità della donna: la cultura illuministico-borghese la fonda sulla natura umana comune e sui conseguenti diritti naturali; la cultura mafiosa, invece, sull'appartenenza della donna a una famiglia (anagrafica e/o criminale) in generale e a un maschio (il padre, il marito, il fratello...) in particolare31.

Un secondo elemento di differenza fra l'ideologia patriarcale in generale e la sua versione mafiosa discende, strettamente, dal precedente: tutti i maschilisti usano, e abusano, quando e come possono, delle femmine, ma mentre il patriarcato condiviso sostiene (verbalmente) la dignità di ogni donna in quanto tale, la sua versione mafiosa sostiene (verbalmente) la dignità di quelle donne che appartengono anagraficamente a una famiglia mafiosa, a esclusione di tutte le persone (amanti, prostitute, gay, transessuali...) che abbiano con membri di Cosa Nostra legami affettivo-sessuali non legalmente riconosciuti.


  1. La condizione delle donne 'transfughe' dal sotto-sistema mafioso

    1. Aspetti di omogeneità

Se la ricostruzione precedente è realistica, 

l'immagine della donna siciliana, chiusa in casa e vestita di nero, non corrisponde nella quasi generalità alla situazione attuale. In Sicilia, come altrove, le donne rivendicano emancipazione e occupazione. […] Lo stereotipo di donna siciliana sottomessa, semplice trasmettitrice dei valori legati alla famiglia, non ha più ragion d'essere. Anche all'interno delle famiglie mafiose”32.

Questo mutamento presenta certamente i tratti di una emancipazione “perversa”33, o di una “pseudoemancipazione”34, ma in altri casi si tratta - esattamente come nel caso delle donne in generale - di una emancipazione reale. Mi riferisco a quel numero non trascurabile di donne che, insofferenti per le ragioni più varie del regime patriarcale di stampo mafioso, decidono di rompere con le famiglie (anagrafiche e/o criminali) di appartenenza. Queste 'ribelli' 35 affrontano i medesimi rischi delle donne che decidono di scrollarsi dalle spalle il giogo del patriarcato vigente anche negli ambienti esterni alla mafia, pagando un prezzo altrettanto alto in termini psicologici, economici, di sanzione sociale e, talora, addirittura con la vita biologica (per questo verso vivono una condizione omogenea alla condizione di tutte le donne del loro tempo).


    1. Aspetti di specificità

a) Se è vero che le donne che vogliono uscire dal recinto mafioso devono affrontare difficoltà del tutto simili alle donne che vogliono liberarsi dalla gabbia del patriarcato, è vero altresì che, in più, diventano delle 'nemiche' di un sistema criminale che non può tollerare il 'cattivo' esempio di schegge disobbedienti36 .(e questo costituisce un peso supplementare specifico rispetto alle donne che non gravitano nell'orbita del potere mafioso37).

b) Questa differenza di livello di rischio può misurarsi se si considera la differenza di 'giustificazione' del femminicidio nel sistema patriarcale in generale e nel sotto-sistema mafioso in particolare: nel primo orizzonte mentale lo si ritiene un gesto inaccettabile (e, infatti, non si rinunzia a ricorrere a spiegazioni varie, pur se quasi sempre infondate: “è stato un raptus”, “il pover'uomo era ormai esasperato dopo anni di maltrattamenti subiti”, “lei lo ha prima provocato sessualmente e poi gli si è negata deridendolo”); nel secondo orizzonte mentale, invece, lo si ritiene un gesto accettabile, anzi in alcuni casi doveroso (per salvaguardare l'onore della famiglia in generale, di uno o più maschi della famiglia in particolare38). Mi riferisco non solo ai casi – 'ovvi' – di donne accusate (fondatamente o infondatamente) di aver tradito la cosca (cfr. Lea Garofalo39) o il marito (cfr. Lia Pipitone40), ma anche di donne massacrate solo perché congiunte di 'collaboratori di giustizia' (giornalisticamente denominati 'pentiti') in una logica di vendetta 'trasversale' (cfr. la madre, la sorella e la zia di Francesco Marino Mannoia o la moglie e la madre di Riccardo Messina) o, addirittura, perché involontarie possibili testimoni di giustizia (come l'appena diciassettenne Graziella Campagna41).

Quando una donna viene uccisa perché familiare di un 'traditore' non si tratta tecnicamente di 'femminicidio' dal momento che la vittima non è colpita  in quanto donna: ma ciò smentisce ugualmente il luogo comune secondo cui la mafia non uccide né i bambini né i preti né le donne. Nonostante la stampa ripeta in ogni occasione questo ritornello, la storia insegna che le cosche mafiose non hanno mai risparmiato la vita né di bambini né di preti né di donne tutte le volte che lo hanno ritenuto necessario per gli interessi superiori (anzi supremi) di Cosa Nostra42.

Se ciò è vero, meritano immensa stima tutte le donne che, nate al di fuori di ambienti mafiosi e para-mafiosi, non solo se ne sono tenute lontane ma si sono impegnate, a diverso titolo e con diverse funzioni, a contrastare il sistema di dominio mafioso43 . Si tratta in prevalenza di 

“vedove e madri di magistrati, poliziotti, politici uccisi dalla mafia, che in questi anni hanno saputo trasformare il loro dolore individuale in capacità di testimonianza e di lotta contro la mafia. Sono tutte donne il cui impegno nasce anche da una elevata coscienza civile, dall'avere condiviso con i loro congiunti la volontà di contrastare la forza della mafia, anche contro la sostanziale negligenza dello Stato” 44.

Tuttavia stima non minore meritano tutte le donne che, nate in ambienti mafiosi o para-mafiosi, hanno avuto la lucidità per diagnosticare la propria prigionia e il coraggio – talora stupefacente – di spezzare le catene e di intraprendere strade di liberazione45. (Talora questo transito viene formulato come passaggio dalla mafia allo Stato, ma è un modo troppo sbrigativo di esprimersi: la mafia è anche infiltrata in gangli decisivi delle istituzioni statali, dunque se ne esce per passare dalla parte della legalità costituzionale incarnata da pezzi dello Stato democratico). Le loro vicende dimostrano

quanto sia difficile scegliere di parlare e quali conseguenze di isolamento dall'ambiente popolare può portare una tale scelta. Ma questo isolamento purtroppo è ovvio: viene rotto un codice di comportamento; c'è una paura delle conseguenze ed è naturale che si voglia dimostrare che non si ha niente a che fare con quelli che quel codice di silenzio e di ricerca della vendetta privata hanno violato. Non è altrettanto ovvio che l'isolamento sia anche da parte della cosiddetta «società civile» che dice di volere la lotta alla mafia. Ma purtroppo questo è avvenuto […] per tutte le donne di estrazione popolare, a causa di una concezione della mafia come cancro, come antistato, e quindi della lotta antimafia come lotta di giudici e poliziotti, o in ogni caso come lotta di élite, fatta di manifestazioni, ma che esclude sostanzialmente un'attività per un cambiamento del comportamento delle masse popolari, per una liberazione dalla sudditanza alla mafia, per una crescita della coscienza civile da parte dei soggetti più deboli economicamente e quindi più esposti all'arruolamento della mafia”46 .

c) Se si vogliono tenere nella considerazione che meritano i vissuti di molte di queste donne fuoriuscite dalla 'caverna' mafiosa, non si può ignorare che l'esodo non è necessariamente accompagnato da risentimento e odio verso i padri, i fratelli, i mariti (come normalmente avviene nell'animo di donne maltrattate da congiunti maschi); talora c'è proprio una tensione fra affezione privata e rottura pubblica (in modalità non necessariamente eclatanti). Questa tensione si risolve nei casi in cui la donna intuisce che, proprio perché legata da una qualche forma d'amore, spera di dare al congiunto un'estrema sollecitazione a liberarsi da quella cappa tossica da cui ella si è liberata. Nessuna contraddizione, perciò, fra la memoria grata di ciò che un soggetto è stato come padre o compagno di vita e il rifiuto dell'apparato ideologico ed etico che lo ha plasmato come mafioso inchiodandolo a un ruolo da cui è arduo decidere di evadere47. Per capire questo, e soprattutto per viverlo, è necessario un colpo d'ala che ci elevi al di là dell' “alternativa tra mafia e legalità, o tra mafia e antimafia”48, all'altezza di un punto di vista che “non cancella le ingiustizie ma le pone in un quadro differente”. A tale livello può condurci solo la tensione esistenziale “ad un ordine trascendente che informa le azioni della vita quotidiana, una forza d'animo che viene da una sapienza spirituale”49: ma qui inizia tutto un altro discorso.

                                                     Augusto Cavadi

NOTE IN CALCE:

1A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni, Mimesis, Milano – Udine 2022, pp. 16 – 17.

2Ivi, p. 17.

3A. Dino, Frammenti di biografie plurali in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 142.

4 Con questa formula rozza intendo dire che i mafiosi e i loro complici costituiscono una parte della società italiana, meridionale in specie (dunque non sono un 'corpo separato'); ma una parte soltanto (che, dunque, non va confusa né con i resistenti antimafia né con gli auto-illusi equidistanti). Alcuni sociologi, opportunamente, aggiungono che si tratta di una parte attivamente contagiosa al punto che il nostro può essere definito “sistema sociale mafioso” (preferirei dire “mafiogeno”) (V. Sanfilippo, Il contributo della nonviolenza al superamento del sistema mafioso in V. Sanfilippo [ed.],Nonviolenza e mafia. Idee ed esperienze per un superamento del sistema mafioso, Di Girolamo, Trapani 2005, p. 13). Comunque, in seguito ad analisi più raffinate, si perviene alla conclusione che “la realtà sociale” va “vista come un organismo in cui le parti cosiddette 'cattive' sono intrecciate profondamente con quelle 'sane'. Questa visione rimanda all'impossibilità di estirpare, di annientare violentemente, una parte della società umana per quanto essa possa essere a ragione giudicata 'malata' poiché ogni malattia lascia tracce in tutto l'organismo, pronte a ricostituirsi velocemente” (V. Sanfilippo, Nonviolenza e mafia in A. Cavadi, Quel maledetto 1992. L'inquietante eredità di Falcone e Borsellino, Di Girolamo, Trapani 2022, pp. 50 – 51). 

5Secondo Umberto Santino “il maschilismo della mafia non è una sua specificità, si limita a rispecchiare il maschilismo del contesto sociale (fino a non molti anni fa alle donne erano precluse alcune professioni e nella Chiesa cattolica è precluso il sacerdozio)” (Breve storia della mafia e dell'antimafia, Di Girolamo, Trapani 2011, p. 26). Se è vero che il maschilismo non è una “specificità” della mafia, tuttavia ritengo che esso nel sistema mafioso si declini in maniera “specifica”: in questo breve saggio proverò a mostrarlo a proposito della condizione sia delle donne rimaste dentro il sistema mafioso sia delle 'ribelli' che ne sono uscite.

6 C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, Vanda Edizioni, Milano 2021, p. 32.

7Dovrebbe essere pleonastico precisare che diciture come “dentro” e “fuori” il sotto-sistema mafioso sono solo approssimazioni categoriali ad uso analitico: nessuna donna (come nessun cittadino) è integralmente ed esclusivamente “dentro” o “fuori” la sfera d'influenza mafiosa (soprattutto dal punto di vista della mentalità). In particolare, poi, sono individuabili nel Paese delle “zone grigie” in cui “il consenso nei confronti delle mafie” è semi-cosciente e “si può spezzare solo col dialogo, il dubbio, l'ascolto non giudicante” (C. Triolo in C. Natoli – C. Triolo, Trent'anni dopo: l'eredità di chi non c'era in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit.p. 219). 

8Noto, en passant, che questa illusione ottica vale – anche al di là della violenza contro le donne – se confrontiamo in generale la violenza mafiosa e la violenza patriarcale. Come il sistema mafioso è oppressivo anche quando non uccide (anzi, forse soprattutto quando non ha bisogno di ricorrere alla violenza esplicita, esercitata) così il sistema patriarcale-maschilista è oppressivo anche quando non uccide (anzi, l’intensificarsi dei femminicidi è la spia di una crescente resistenza femminile alla ‘normalità’ della subordinazione di genere). Ma la maggioranza della popolazione (pur essendone essa stessa vittima quotidiana) si accorge della violenza strutturale della mafia (ai danni di cittadini di ogni 'genere') e del patriarcato (ai danni in primis delle donne) solo quando vede il sangue. Evidenziata questa affinità globale, va precisato che la violenza mafiosa ha un carattere “programmatico” (viene progettata con freddezza in una politica di cosca ed attuata anche senza nessun coinvolgimento emotivo) (cfr. G. Chinnici – U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 a oggi, Franco Angeli, Milano 1991), laddove la violenza maschilista-patriarcale, per quanto possa essere pianificata (al massimo, di solito, per un breve periodo), non rientra in una logica collettiva (non esiste il partito o il sindacato o il movimento degli uomini violenti) e non viene attuata senza che l'omicida (a meno di essere un killer prezzolato) provi soggettivamente odio verso la vittima designata.

9 S. Pollice, Il filo che ci unisce in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 145.

  1. 10Lombardo, Raccontare, semplicemente raccontare in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 91.

11Qui l'occhio analitico dell'osservatore deve farsi particolarmente attento. Come ricorda Maria Livia Alga (in Pa' suvicchiaria. L'agire mafioso della burocrazia in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 164), secondo Simone Weil “la violenza pietrifica, diversamente, e ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano”. L'asserto vale tanto se parliamo di uomini violenti in generale quanto se parliamo di mafiosi: infatti il sistema mafioso mortifica e avvilisce l’umanità non solo delle vittime ma anche dei carnefici, così come “la mentalità patriarcale” impoverisce e rattrappisce la personalità degli stessi maschi che la riproducono passivamente . A riprova si potrebbero evocare quei maschi evoluti che sono riusciti a emanciparsi, contestualmente, tanto dal sistema mafioso quanto dal maschilismo, come Peppino Impastato che “nel corso della sua breve vita” mostrò in pratica “un nuovo modo di relazionarsi tra i generi” (E. Costa, Non posso non partire da me iA. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 52). Tuttavia i due tipi di violenza non vanno necessariamente insieme: un medesimo soggetto violento può mortificare sé stesso perché esercita violenza sia (in quanto maschio patriarcale) contro le donne sia (in quanto mafioso) contro ogni nemico della cosca: ma, come ho accennato sopra, può esercitarla da maschilista patriarcale senza mai sfiorare con un dito un avversario o da mafioso senza mai sfiorare con un dito una donna (a meno che non gli sia ordinato dai capi della organizzazione criminale cui è legato da giuramento di obbedienza). 

12M. Di Carlo, Rimettendo assieme i cocci in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 72

13G. Modica, Ritrovare la propria ombra in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 101. 

14Ivi, p. 98.

15C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, cit., p. 179.

16A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 19. 

17“Alcune persone traggono benefici dall'organizzazione istituzionale ed economica patriarcale e hanno un interesse collettivo di mantenerli. Tuttavia ogni teoria politica o sociale poggia su una psicologia, vale a dire una serie di presupposti su ciò che le persone vogliono e cosa le motiva” (C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, cit., pp. 34 – 35). Per questo “il cambiamento politico dipende dalla trasformazione psicologica e viceversa. Se lasciamo intatta la psicologia del patriarcato, difficilmente ci libereremo della sua politica. Se lasciamo la sua politica al suo posto, facilmente la sua psicologia viene scambiata per naturale” (ivi, p. 184). 

18Il brano, da un'intervista allegata alla tesi di laurea di Stella Di Vincenzo (Le donne d'onore e l'onore delle donne: Cosa Nostra al femminile tra appartenenza e opposizione), è citato da G. Modica in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 20. 

19N. Dalla Chiesa, Dove nessuna Antigone era permessa. Donne e mafia: venticinque anni tra Cosa Nostra e 'ndrangheta in “L'Indice dei libri del mese”, XXXVII, 11, p. 5. Trovo la citazione nella dotta rassegna bibliografica di C. Bracchi, Della genealogia di Antigone in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., pp. 245 – 246. 

20C. Gillican – N. Snider , Perché il patriarcato persiste?, cit., p. 177.

21R. Siebert, Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano 1994, p. 263.

22“Siebert ha anche combattuto con forza il pregiudizio in cui tanto da parte della mafia, quanto per un certo tempo anche da parte dell'antimafia, sono state rinchiuse le donne: l'idea che non potessero essere considerate responsabili delle loro azioni. [] Nelle sentenze si legge chiaramente come le donne, non avendo il sufficiente grado di autonomia per essere riconosciute responsabili del reato di associazione mafiosa, se hanno commesso reati lo hanno fatto «per seguire i loro uomini». L'antimafia faceva così da specchio a quello che la mafia esprimeva a proposito delle donne” (S. Pollice, Il filo che ci unisce in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 20). Sulla scia della Siebert, anche Ombretta Ingrascì denunzia in proposito un certo “paternalismo giudiziario” (Donne d'onore. Storie di mafia al femminile, Bruno Mondadori, Milano 2007, p. 97).

23A. Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, Di Girolamo, Trapani 2012, p. 13. Cfr. Anche O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 51 – 57.

24Ivi, p. 14. Cfr. anche , O. Ingrascì, Donne d'onore, cit.,pp. 57 – 61.

25Ivi, p. 14. Cfr. anche O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 63 – 74.

26Per esempio Margherita Gangemi, moglie di Antonino Calderone o Maria Cristina De Almeida Guimaraes, terza e ultima moglie di Tommaso Buscetta (sulle quali cfr. O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 139 - 141) o anche Rita Simoncini, che accompagna il marito Francesco Marino Mannoia nel percorso di collaborazione inducendolo a preferire “l'amore ai tradizionali valori famigliari conformi al codice mafioso” (così Giovanni Falcone in L. Madeo, Donne di mafia. Vittime. Complici. Protagoniste, Mondadori, Milano 1994, p. 25). 

27Per esempio le mogli di Totuccio Contorno, Gaspare Mutolo, Leonardo Messina.

28“La strategia anti-pentitismo” adottata dalla 'ndrangheta sembra “basata non tanto su azioni vendicative, quanto piuttosto sulla persuasione dei delatori”: “le 'pecorelle smarrite' non vengono uccise ma ricontattate una per una, promettendo opportunità migliori di quelle proposte dallo Stato. Pedine di questa tecnica di riconquista sono state le donne che hanno svolto un ruolo molto prezioso nel far tornare nei binari i propri uomini devianti” (O. Ingrascì, Confessioni di un padre. Il pentito Emilio Di Giovine racconta la 'ndrangheta alla figlia, Melampo Editore, Milano 2013, p. 139. L'autrice rimanda in nota sia al saggio di R. Sciarrone, Passaggio di frontiera: la difficile via d'uscita dalla mafia calabrese in A. Dino, Pentiti. I collaboratori di giustizia, le istituzioni, l'opinione pubblica, Donzelli Editore, Roma 2006, pp. 129 – 162, sia al saggio di R. Siebert, Donne di mafia: affermazione di uno pseudo-soggetto femminile. Il caso della 'Ndrangheta in AA.VV., Donne e mafie, Università degli Studi di Palermo, Palermo 2002).

29A. Puglisi – U. Santino, Donne e pentitismo in A. Puglisi, Donne, cit. p. 49. Alla radice di queste sceneggiate “c'è la paura e la volontà di prevenire la ritorsione, ma c'è pure, e in alcuni casi soprattutto, la volontà di persistenza nel ruolo, che non è sempre un ruolo passivo, ma può essere un ruolo attivo, legato ai vantaggi che offre l'universo mafioso” (ivi, p. 73). Per il riferimento circostanziato a vari casi concreti cfr. anche O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 141 – 148).

30L. Violante, Introduzione a T. Principato – A. Dino, Mafia Donna. Le vestali del sacro e dell'onore, Flaccovio, Palermo 1997, pp. 5 – 6. 

31Come tutte le legittimazioni ideologiche, anche questa si rivela falsificata dall'esperienza storica effettiva. Come si esprime una collaboratrice di giustizia, convinta di essere stata “tradita” dai suoi stessi fratelli di sangue, a proposito dell' “attaccamento alla famiglia” da parte loro: “Non è che gli danno il valore della famiglia, è per convenienza; cioè come la sigaretta si usa e si getta. Ti uso quando mi fai quella determinata cosa, ti butto a terra quando non la fai” (A. Dino, Frammenti di biografie plurali, cit., p. 139). 

32Ivi, p. 11.

33Definirei tale ogni (apparente) emancipazione, 'dentro' e 'fuori' il sistema mafioso, in cui la donna – invece di 'femminilizzare' il sistema in cui è inserita – si traveste da maschio scimmiottandone i tratti più duri, aggressivi, violenti. (So benissimo che anche il termine 'femminilizzazione' comporta una sua ambiguità: in linea di principio, infatti, alcune qualità tradizionalmente attribuite alle donne – pazienza, mitezza, cura dei deboli...- appartengono all'umanità in quanto tale).

34Cfr. O. Ingrascì, Donne d'onore, cit., pp. 84 – 91. In questo paragrafo, significativamente intitolato La teoria della pseudoemancipazione, l'autrice scrive tra l'altro: “Anche la situazione in cui una donna si pone alla guida di un clan risponde, infatti, alla logica secondo cui l'uomo utilizza le donne nel mercato criminale quando gli servono, continuando in tal modo a esercitare la propria autorità. E' una delle ragioni per cui la trasformazione della condizione delle donne nella mafia va interpretata non tanto come espressione di un progresso del loro status, quanto come la riproduzione di un modello tradizionale, quello patriarcale, che non si è modificato nel tempo” (pp. 89 – 90).

35Il termine evoca il titolo di un libro di N. dalla Chiesa (Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore, Melampo Editore, Milano 2006) che però racconta le storie anche di donne (la madre di Salvatore Carnevale, la madre di Roberto Antiochia e la sorella di Paolo Borsellino) che si sono schierate contro la ragnatela mafiosa senza esserne mai state impigliate.

36Nel capitolo dedicato a Le collaboratrici di giustizia Ombretta Ingascì distingue “il modello vendicativo” (pp. 149) e “il modello emancipativo” (pp. 152 – 159) nel quale ultimo rientra, a suo avviso, la vicenda da lei stessa raccolta della “pentita” Rosa N. (pp. 160 – 176). 

37Alessandra Dino sintetizza “la specificità della violenza di genere nei confronti delle donne di mafia” (ovviamente se si tratta di donne non prone ai voleri dei maschi-boss) in 5 caratteristiche: “nella crudeltà, con livelli di particolare 'ferocia',quando le due forme (di genere e mafiosa) si 'mischiano', quando occorre far rispettare le regole; nella difficoltà nel sanzionare la violenza di genere nei processi per mafia, laddove prevale il reato più grave; negli aspetti simbolici della violenza e nella loro differenza tra le varie organizzazioni (donne suicidate con l'acido, costrette a defenestrarsi); nel doppio isolamento delle donne nei contesti mafiosi e nella difficoltà nel prender atto della violenza, considerata normale o come sanzione meritata; nella difficoltà di fuoriuscita” (A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit.p. 36). 

38 Un'efficace sintesi di maschilismo patriarcale (generico), salvaguardia dell' “onore” familiare e omofobia la si ritrova nel caso del 'ndranghetista Emilio Di Giovine: “avrebbe voluto uccidere una sorella solo perché, dice lui, era una 'lesbica'. Lo ammette: «Ero maschilista, peggio dei razzisti. Avevo i paraocchi». E la sua cultura mafiosa prevede che solo il sangue possa lavare un'offesa all'onore della famiglia” (E. Ciconte, Prefazione in O. Ingrascì, Confessioni di un padre, cit., p. 13).

40Cfr. A. Cordaro – S. Palazzolo, Se muoio, sopravvivimi. La storia di mia madre che non voleva essere più la figlia di un mafioso, Melampo Editore, Milano 2012 (Alessio Cordaro, co-autore insieme al giornalista Salvo Palazzolo, è il figlio di Lia Pipitone ed aveva solo 4 anni quando la madre è stata assassinata in circostanze tuttora non chiarite).

41Cfr. R. Brancato, Con i tuoi occhi. Storia di Graziella Campagna uccisa dalla mafia, La Zisa, Palermo 2010. 

42Nel lungo elenco di vittime di mafia 'innocenti' (cioè non aderenti a cosche mafiose) stilato da U. Santino (L'altra Sicilia. Caduti nella lotta contro la mafia e per la democraziadai Fasci siciliani ai nostri giorni, Di Girolamo, Trapani 2010) si possono rintracciare nomi di minori, di preti e di donne. Per i piccoli, in particolare, cfr. anche il paragrafo La mafia uccide anche i bambini del volume di U. Santino, Breve storia della mafia e dell'antimafia, cit., pp. 152 – 154.

43Anna Puglisi ha raccolto le sue conversazioni con le compagne di Francesco Renda, Cesare Terranova e Paolo Giaccone in Storie di donne. Antonietta Renda, Giovanna Terranova, Camilla Giaccone raccontano la loro vita, Di Girolamo, Trapani 2007. Rita Bartoli Costa, vedova del Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa, si è raccontata autobiograficamente nel suo Una storia vera a Palermo, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 2002; altrettanto Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo, nel suo Nata il 19 luglio. Lo sguardo dolce dell'antimafia, Editore Melampo, Milano 2006. Già nell'Ottocento abbiamo figure di donne che - nate e cresciute fuori da logiche mafiose e para-mafiose - non hanno esitato a denunziare i mafiosi del loro territorio: Giuseppa Di Sano, Agata Mazzola, Margherita Lo Verde (cfr. U. Santino, La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall'Unità d'Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico, Melampo Editore, Milano 2017, pp. 302 – 307) e Giovanna Cirillo che pubblica una denunzia contro il sindaco di Marineo e altri mafiosi, da lei ritenuti responsabili morali del suicidio del marito – integerrimo delegato di Pubblica Sicurezza – Stanislao Rampolla del Tindaro (cfr. A. Puglisi in  Donne, Mafia e Antimafia, cit., p. 13 che rimanda a G. Cirillo Rampolla, Suicidio per mafia, La Luna, Palermo 1986). Nel Novecento forse la pioniera e l'emblema di tutte le donne che si sono scagliate pubblicamente contro gli assassini mafiosi è stata Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale (1955). 

44A. Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, cit., p. 16.

45Anna Puglisi ha rievocato le vicende di alcune di queste donne (Maria Benigno, Vita Rugnetta e altre) nel suo Donne, Mafia e Antimafia, cit., pp. 15 – 17) e ha pubblicato, dopo averle raccolto personalmente, le storie di vita di Michela Buscemi e Piera Lo Verso in Sole contro la mafia, La Luna, Palermo 1990. Celebre, anche per il legame filiale con il giudice Paolo Borsellino e per la tragicità dell'esito, la vicenda di Rita Atria (cui - dopo il testo di Sandra Rizza, Una ragazza contro la mafia, La Luna, Palermo 1993 - sono dedicati ormai molti titoli). Ma la figura-simbolo delle donne che rompono radicalmente con l'ambiente mafioso di origine e si schierano nettamente sul fronte opposto resta Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, di cui leggere l'intervista a cura di A. Puglisi e U. Santino, La mafia in casa mia, Di Girolamo, Trapani 2018. Gli stessi studiosi hanno pubblicato, dopo la morte della protagonista, il dossier Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2005.

46A. Puglisi, Donne, Mafia e Antimafia, cit., p. 13.

47Sia pure su un registro meno drammatico, tutte le persone che abbiamo frequentazioni con ex-mafiosi, ad esempio per progetti di volontariato nelle carceri, siamo alla costante ricerca di un precario equilibrio fra la dimensione affettiva della relazione (“Però avevano una tenerezza...Una tenerezza che per pregiudizio non conferiresti mai a...a un mafioso o ex mafioso” confida una studentessa universitaria a proposito di detenuti incontrati nel corso di un laboratorio nel carcere di Milano Bollate: cfr. A. Dino in Che c'entriamo noi. Conversazione tra Alessandra e Gisella in A. Dino – G. Modica, Che c'entriamo noi, cit., p. 34) e “il rispetto delle centinaia di persone le cui vite sono state distrutte, fisicamente o psicologicamente”, da questi “assassini” (ivi, p. 33). 

48 L. Alga, Pa' suvicchiaria, cit.,  pp. 169 – 170.

49Ivi, p. 169.

Per l'edizione originaria con l'apparato iconografico accedere a questo link:

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/donne-e-mafia-per-una-griglia-interpretativa/