sabato 29 giugno 2019

LA CHIESA CATTOLICA: EPPUR SI MUOVE...

23.6.2019

LA CHIESA CATTOLICA:EPPUR SI MUOVE…

La fase attualmente attraversata dalla Chiesa cattolica è davvero difficile da definire. Da un lato, infatti, si registrano ritardi culturali e timidezze riformiste, al punto che non pochi osservatori ‘laici’ propendono per vedere nel pontificato di Francesco un’abile operazione di marketing religioso. Ma basta, dall’altro lato, leggere gli attacchi al papa e ai suoi più stretti collaboratori da parte degli ambienti della ‘destra’ conservatrice per capire che qualcosa – forse molto più di qualcosa – è effettivamente in movimento. Forse la verità è che si sta osservando un pachiderma bimillenario con un miliardo di cellule diffuse in cinque continenti: se avanza alla velocità di pochi chilometri all’ora, sarà un progresso oggettivamente molto lento ma – per le sue possibilità – una sorta di corsa spericolata.
Un esempio recentissimo è costituito da un documento programmatico (Instrumentum laboris) pubblicato dal Vaticano in vista del sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, in programma nel prossimo ottobre. Con scandalizzata sorpresa di intellettuali cattolici molto attivi nei media (social compresi)  in questo “strumento di studio” si pongono all’ordine del giorno delle tematiche che, certamente inedite tra i vertici della Chiesa cattolica, non lo sono né per i dirigenti di altre Chiese cristiane di matrice protestante né per tanti teologi cattolici che ne discutono da decenni, pur sapendo di incorrere in fulmini censori nel lungo inverno woytiliano-ratzingeriano:

a)   L’Amazzonia, come tante altre regioni del pianeta, prima di essere campo di evangelizzazione da parte dei cristiani, è «una realtà piena di vita e di saggezza» (n. 5), che chiama i cristiani dell’Occidente industrializzato a una conversione «pastorale, ecologica e sinodale» (n. 5). In particolare essa testimonia due grandi verità trascurate, o dimenticate, dalla cristianità: che «tutto è connesso» (n. 20), «costitutivamente in relazione, formando un tutto vitale» (n. 21); che i beni materiali sono tendenzialmente condivisi e «gli spazi privati – tipici della modernità – sono minimi»;
b)  Nei confronti dell’Amazzonia, come di altre aree della Terra, l’Occidente cristiano si è reso colpevole di eccidi di cui deve chiedere  “umilmente perdono” insieme alla Chiesa cattolica che è stata “a volte complice dei colonizzatori e ciò ha soffocato la voce profetica del Vangelo» (n. 38);
c)   Il celibato dei preti non può più considerarsi una norma intoccabile: «per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana» (n. 129);
d)  Inoltre, occorre «garantire alle donne la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica» e «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica».
Non è certo questa la sede per analizzare ulteriori dettagli della bozza di lavoro su cui cardinali, vescovi e teologi sono invitati a confrontarsi a Roma nel prossimo autunno. Chiaro, però, mi appare il messaggio centrale: per riprendere il titolo di un libro del vescovo episcopaliano John S. Spong, recentemente tradotto in italiano da “Il pozzo di Giacobbe”, Il cristianesimo deve cambiare o morire.Quanti si accaniscono nel difenderne la configurazione – sostanzialmente medievale – acquisita in questi due millenni sia dal punto di vista dottrinario che istituzionale, pur essendo spesso in buona fede, non sanno di prepararne i funerali. 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com


giovedì 27 giugno 2019

PICCOLA FILOSOFIA DELL’ESSENZIALE

 “Le nuove frontiere della scuola”
Anno XVI, n. 50, giugno 2019


                      PICCOLA FILOSOFIA DELL’ESSENZIALE

  A beneficio di chi non l’ha mai lette, e per la goduria di chi non si stanca di rileggerle, riscrivo due delle più celebri righe de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery:

            << "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: 
            non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi" >>.

          
L’organo adeguato
      Come potrebbe essere visibile qualcosa che non lo fosse per l’organo della vista, per i nostri “occhi” ? Solo se fossimo dotati di un “terzo occhio”: l’occhio della mente evocato, forse non senza debiti con la sapienza asiatica, da Platone. Venti secoli dopo – e dunque trecento anni prima del de Exupery – Pascal lo chiamerà “cuore”. Nulla di sentimentale, di dolciastro, di fogliettino da “Baci Perugina”. Nel solco della tradizione biblica, ebraico-cristiana, “cuore” è il centro vitale dell’essere umano da cui si dipartono desideri, paure, volontà, ragione, intuito… Soprattutto intuito: capacità di intus-ire, andar dentro le cose, penetrare le apparenze sino a toccare il nocciolo[1]. Il “cuore” è l’organo che, attraverso il guscio dell’accidentale, del secondario, del facoltativo, ci orienta verso l’essenziale. Che lo colga davvero, è un’altra storia. Ma lo cerca e, se in qualche modo lo si può cogliere, è grazie ad esso che lo si raggiunge.

L’essenziale si dice in molti modi
  Cos’è questo “essenziale”, invisibile agli occhi e visibile solo al cuore? 
  Per quanto sia difficile accettarlo, la realtà è pluridimensionale, variegata. La totalità di ciò che è – l’essere – secondo Aristotele si dice in molti modi. Anche l’essenziale si dà a livelli differenti, in modalità differenti, in ambiti differenti: differenti, ma non tanto da escludere qualche somiglianza, qualche affinità. Gli Scolastici medievali, per esprimere questo rapporto di somiglianza connessa a una dissomiglianza ancora maggiore, hanno coniato l’aggettivo “analogo”. La nozione di  “essenziale” è una nozione intrinsecamente analogica.
  Quando ci interroghiamo sull’essenziale dobbiamo dunque, immediatamente, specificare su quale terreno ci collochiamo. Ciò che è essenziale biologicamente non lo è psicologicamente; ciò che è essenziale dal punto di vista economico non lo è dall’angolazione estetica; ciò che è essenziale in teologia non lo è in matematica…
  Qui mi limiterò a interrogarmi su ciò che è essenziale antropologicamente, esistenzialmente. C’è Qualcosa o Qualcuno per cui valga la pena di vivere e senza il quale il resto precipiti nell’irrilevanza? In termini quasi equivalenti: esiste un Assoluto rispetto a cui tutto il resto è relativo?

Eclissi dell’essenziale ?
   Le risposte si distribuiscono, precipuamente, in due colonne. La prima sotto l’etichetta: niente è davvero essenziale per la stragrande maggioranza della popolazione; la seconda: ammesso che per qualcuno ci sia ancora dell’essenziale nella sua prospettiva sul mondo, sappia – se non ne è già convinto ed è un povero fanatico – che si tratta di una preferenza del tutto arbitraria, soggettiva. Entrambi questi grappoli di risposte contengono una dose di verità, ma entrambe non sono del tutto vere.
Provo, con la necessaria sinteticità, ad argomentare la mia opinione.
   La vulgata sociologica ci ripete, con insistenza ormai martellante, che viviamo in un’epoca senza Assoluti. Il crollo delle “grandi narrazioni” (teologiche, filosofiche, etiche, politiche e perfino scientifiche) ci lascerebbe vittime impotenti di un relativismo inesorabile che, un po’ paradossalmente, si potrebbe definire ‘assoluto’. 
   Ma davvero per ciascuno di noi tutto è relativo, secondario, accidentale e nulla assoluto, primario, sostanziale? Davvero ogni cosa è equivalente a un’altra per cui, alla don Giovanni, “l’una o l’altra per me pari sono”? Davvero i valori sono interscambiabili nella ‘tavola’ che ognuno di noi si costruisce in base ai condizionamenti familiari, alle abitudini sociali, alle letture, alle esperienze di vita? Davvero ha colto nel segno Woody Allen con la celebre battuta “Dio è morto, Marx è morto e, se devo essere sincero, neanch’io mi sento molto bene”?

L’universalità dell’essenziale sotto il velo del pluralismo
   Mi pare che l’introspezione (integrata dall’extraspezione cui ci invita Edgar Morin nella sua Etica) ci restituisca uno scenario differente. Certo, se ci limitiamo a registrare le risposte verbali, il quadro relativistico sembrerebbe confermato. Le affermazioni sulla pari insignificanza di princìpi, valori, progetti si sprecano. Ma, come già avvertiva Aristotele a proposito delle tesi sofistiche, non tutto ciò che si enuncia a voce lo si ritiene interiormente vero né ancor meno lo si incarna nella pratica quotidiana. Uno sguardo fenomenologicamente attento mi pare ci attesti che, per così dire al di sotto di tante dichiarazioni più o meno relativistiche, pulsi un desiderio basico universale: per me possono non essere essenziali né la gloria né il denaro, né il potere né il piacere sensuale, né tanto meno la dedizione a una causa politica o religiosa; perfino salute e malattia, vita o morte, possono arrivare a equivalersi sui piatti della mia bilancia interiore. Eppure…ciò a cui non riesco a rinunziare davvero è il desiderio radicale, originario, di uno stato di quiete densa, di pace attiva, di serenità intensa che qualcuno definisce felicità, altri beatitudine, altri ancora ben-essere integrale. Anche Pascal lo notava: siamo così irrimediabilmente assetati di felicità che anche l’aspirante suicida, nel momento in cui si alza dalla sedia per consumare il proprio proposito di morte, sta cercando quell’azzeramento del dolore in cui individua la felicità a lui accessibile. 
   Forse ci avviciniamo allo scioglimento del paradosso. L’essenziale è, per tutti, avvertire la gradevole percezione di essere arrivati là dove avremmo da sempre, sia pur oscuramente, voluto; di essere diventati come avremmo da sempre, sia pur oscuramente, voluto; ma le vie per tentare di raggiungere questo essenziale, questa méta, questa pienezza ontologica sono tante quanti sono gli esseri desideranti/pensanti nell’universo.  L’eremita, l’esploratore, il pittore, il kamikaze…adottano mezzi svariati, talora contraddittori, per un fine che non sospettano – solitamente – di condividere. E’ in nome di questa aspirazione universale che gli umani (compresi quanti dichiarano l’intrinseca inessenzialità di tutto ciò che si può prendere in considerazione) strutturiamo la nostra esistenza – consapevolmente o irriflessivamente – in funzione di qualcosa o di qualcuno come se fosse un in sé assoluto: una compagna di vita (senza la quale siamo disposti a ucciderci e purtroppo, più frequentemente, a uccidere), una squadra di foot-ball, una religione confessionalmente organizzata, una carriera professionale, un’ipotesi di rivoluzione politica…
    La pluralità delle strade verso l’essenziale è un dato oggettivo: se vi pervengono tutte o alcune o nessuna è un’altra questione. La filosofia è anche confronto schietto, spregiudicato, per verificare se  - tra le mille vie percorse con la piena consapevolezza che si tratta di vie soggettive - ve ne siano alcune che, invece,  ritengono/pretendono di raggiungere l’essenziale; e se, tra queste poche così pretenziose, ve ne sia qualcuna che possa esibire i caratteri dell’oggettività (o, per lo meno, dell’intersoggettività). Un solo esempio per spiegarmi meglio. Ammettiamo che una persona sia convinta che l’assunzione di eroina le consenta di raggiungere l’essenziale oggettivo; e che un’altra persona ritenga che, invece, la via per raggiungere davvero – cioè: realmente - l’essenziale oggettivo sia la lotta quotidiana alla criminalità mafiosa.  E’ facile stabilire chi dei due soggetti ha ragione? Non è facile, ma neppure impossibile. 

Un’ipotesi di risposta, anzi due
   In questo campo, come in ogni altro, la riflessione filosofica non termina. Non la si può “concludere”, tuttavia è necessario – in uno scritto – interromperla. Per ridurre (spero) la delusione del lettore, prima di “chiudere” vorrei sbilanciarmi con una ipotesi di risposta, anzi con due. 
    La domanda che immagino – e che effettivamente altre volte mi è stata rivolta quando sono in questione tematiche simili – è, grosso modo, questa: <<Ma tu, dopo quasi settant’anni di ricerca, ritieni di  aver sperimentato. – o, per lo meno, intravisto – un essenziale “oggettivo” ? E, se sì, dove lo avresti individuato?>>. So che la maggioranza tra i miei colleghi più illustri si rifiuterebbe di rispondere a simili domande, temendo di banalizzare la loro funzione sociale. So che il rischio è reale, ma so pure che il dovere morale di socializzare quel poco che ho capito – che suppongo di aver capito -  deve prevalere su qualsiasi orgoglio professionale. 
   Oso dunque espormi, facendomi scudo dell’autorevolezza del Siddharta di Herman Hesse. All’amico Govinda,  che gli obietta: <<Ma ciò che tu chiami “cose”, è forse qualcosa di reale, di essenziale?>> , Siddharta risponde: <<Siano o non siano le cose soltanto apparenza, allora sono apparenza anch’io e quindi esse sono sempre miei simili. Questo è ciò che me le rende così care e rispettabili: sono miei simili. Per questo posso amarle. Ed eccoti ora una dottrina della quale riderai: l’amore, o Govinda, mi sembra di tutte la cosa principale>>[2].  Amare (ed essere amato) - purché si possa vedere, contemplare, gustare, fruire chi amiamo e chi ci ama – è l’essenziale: il resto un accessorio più o meno prezioso (talora preziosissimo, talora inutile, talaltra perfino dannoso). 
    E se a qualcuno questa ipotesi dovesse risultare, già a prima vista, infondata e fuorviante, ne aggiungerei in subordine una seconda: la ricerca meditata, dialogata, sottoposta al dibattito pubblico, dell’essenziale potrebbe già costituire un senso adeguato al vivere. La ricerca dell’essenziale potrebbe rivelarsi già essa stessa, “oggettivamente”,  l’essenziale esistenziale. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com


[1]Cfr. A. Cavadi, <<Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce?>>, Dialoghi Mediterranei, settembre 2018.
[2]H. Hesse, Siddharta,Adelphi, Milano 1975, p. 152. 

mercoledì 26 giugno 2019

IL CALENDARIO DELLA CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA PER LUGLIO E AGOSTO 2019

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo
Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo,
per i mesi di luglio e agosto 2019 la Casa NON chiude, ma ovviamente riduce gli appuntamenti e INVITA a eventi (cui partecipano frequentatori abituali della Casa) che si svolgono altrove:
·      Sabato 13 – Domenica 14 luglioWeek-end teorico/pratico sul Volontariato presso la Fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca (Trapani)[1].

·      Mercoledì 31 luglio, dalle ore 18,30 alle ore 20,00Meditazione filosofica condivisa con Augusto Cavadi. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00).
·      mercoledì 7 agosto, dalle ore 18,30 alle ore 20,00Meditazione filosofica condivisa con Augusto Cavadi. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00).
·      mercoledì 21 agosto , dalle ore 18,30 alle ore 20,00Meditazione filosofica condivisa con Augusto Cavadi. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00).
·      Venerdì 23 – giovedì 29 agosto: Settimana di filosofia per non…filosofi a Selva di Cadore (Belluno) [2].
                                          Intanto un affettuoso augurio di vacanze serene
                                                            Augusto Cavadi
                                                         a.cavadi@libero.it




[1]Che senso ha il volontariato oggi? Quali requisiti sarebbero opportuni in un operatore volontario per evitare che la sua azione faccia più male che bene? 
Su queste tematiche la Fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca (Trapani),in collaborazione con le associazioni palermitane “Il parco del sole” e “Scuola di formazione etico-politica <<G. Falcone>>, organizza un

                                        WEEK-END  FORMATIVO 
                                          TEORICO E PRATICO

SABATO 13 LUGLIO 2019
ore 15,30: Accoglienza dei partecipanti e sistemazione nelle camere
ore 16,30: Le tre dimensioni del volontario: motivazioni etiche, preparazione professionale, 
                 consapevolezza politica (conversazione con Augusto Cavadi)
ore 17,30: Pausacaffè (o…camomilla)
ore 18,00: Come comunicare con ragazzini difficili?(riflessioni di Adriana Saieva)
ore 18,30:Giochiamo tra noi per imparare a giocare con loro(pratica ludica condotta 
                  da Lilla Graci)
ore 19,30: Breve scambio di opinioni sulla pratica sperimentata (moderato da Adriana e Lilla)
ore 20,00: Cena condivisa (con ciò che ognuno vorrà mettere sulla tavola a disposizione di tutti)
ore 21,30: Castellammare del Golfo by night (passeggiata verso il Castello)
ore 12,30: Silenzio notturno (per rispetto di chi vuole dormire)
DOMENICA 14  LUGLIO 2019
ore 9,30:  Colazione del mattino (offerta dalla “Fattoria sociale”)
ore 10,30: Cosa posso fare io, qui e ora ? (meditazione dialogata condotta da Augusto Cavadi)
ore 11,30: Pausa caffè (o…tisana)
ore 12,00: Cosa proporre a pre-adolescenti? (scambio di idee e progetti per il prossimo anno sociale 
                                                                         coordinato da Massimo Messina)
ore 13,30: Pranzo (offerto dalla Fattoria sociale)
ore 15,00: Chiusura del seminario (per dare ai partecipanti la possibilità di visitare Segesta o fare un bagno a Scopello)

NOTE TECNICHE:
·     Sono disponibili una trentina di posti-letto (in camere da tre letti)
·     L’ospitalità è gratuita in quanto offerta dalla “Fattoria sociale”. E’ gradito però un contributo (anche solo simbolico di 1 euro) da versare anonimamente in una scatola per finanziare le attività sociali con i minori di  Ballarò a cura dell’associazione “Il parco del sole”
L’ordine di precedenza sarà l’ordine di prenotazione.
            Contattare Giovanna Bongiorno al 333.4161666 oppure a:
jobongio@alice.it oppure iscriversi direttamente tramite la chat in w’up della Fattoria sociale

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[2]  Il gruppo editoriale “Il pozzo di Giacobbe”-“Di Girolamo” di Trapani organizza la 
XXII SETTIMANA FILOSOFICA PER... NON FILOSOFI 
Per chi:
Destinatari della proposta non sono professionisti della filosofia ma tutti coloro che desiderano coniugare i propri interessi intellettuali con una rilassante permanenza in uno dei luoghi tra i più gradevoli del Bel Paese, cogliendo l’occasione di riflettere criticamente su alcuni temi di grande rilevanza teorica ed esistenziale. 
Dove e quando: 
Santa Fosca, frazione di Selva di Cadore (Belluno) a 1.400 metri, dal 23 al 29 agosto 2019 
Su che tema: 
RAGIONE E/O PASSIONI 
Programma
Arrivo nel pomeriggio (possibilmente entro le 19) di venerdì 23 agosto e primo incontro alle ore 21. Sono previsti due seminari giornalieri, dalle 9.00 alle 10.30 e dalle 18.15 alle 19.45, sui seguenti temi: 
* Ragione versus passioni? La lezione dei classici
* Comprendere e trasformare le passioni: tra Spinoza e il Buddismo
* La mente naturalizzata: da Hume e Darwin alle attuali ricerche neuroscientifiche
* Intelligenza emotiva: una virtù da coltivare? 
I seminari saranno introdotti a turno da Francesco Dipalo (Bracciano), Orlando Franceschelli (Roma), Salvatore Fricano (Bagheria), Elio Rindone (Roma)
Partenza dopo il pranzo di giovedì 29 agosto. 
Per ulteriori avvertenze tecniche consultare il sito: http://vacanze.domandefilosofiche.it

lunedì 24 giugno 2019

O MAFII DLA TURYSTÓW

Qui di seguito l'intervista apparsa in lingua polacca a cura di Mariusz Szczygiel e, a seguire, la cortese traduzione di Zuzanna Krasnopolska (autrice, anche, della traduzione del volumetto sulla mafia in polacco).
Ci sono delle imprecisioni (non ho mai sostenuto che la mafia "non morirà mai" e, quanto alla turista austriaca, ho scritto che è rimasta "ferita", non uccisa, nell'attentato di Capaci al giudice Falcone); ho operato qualche ritocco al testo  -tradotto (bene) in  italiano - dell'intervista, ma il senso complessivo è chiaro e fedele.

IN LINGUA ITALIANA:

Quello che spiega la mafia: il benessere non è innocente
 [SZCZYGIEŁ VA A CACCIA DELLA VERITà]
24 giugno 2019 | 05:53
Tre mesi fa ho raccontato su queste pagine come sul Corso Vittorio Emanuele a Trapani in Sicilia avevo comprato un libricino “La mafia spiegata ai turisti” in russo. C’erano molte altre versioni linguistiche, ma mancava quella in polacco. 
Il suo autore, Augusto Cavadi spiega cos’è la mafia (“Il cancro sul corpo. Si può curare ma spunterà da qualche altra parte); se la mafia esiste da sempre? (“No, esiste in Italia da 150 anni”); se esisterà sempre? (“Sì. La mafia non sarà mai una banda senza idee, ma un’organizzazione che funziona alla perfezione, che affronta i cambiamenti e sa reagire bene”); se un turista può essere una vittima della mafia? (“No. Solo una volta è morta una turista ma solo perché si era trovata in autostrada quando una bomba aveva fatto saltare in aria la macchina del famoso antagonista della mafia, il giudice Giovanni Falcone") e così via.
  
Mi ha scritto da Roma una traduttrice dall’italiano, Zuzanna Krasnopolska, spiegandomi che la versione polacca esiste ed è stata lei a tradurla. E Augusto Cavadi cerca di diffondere il libricino in ogni lingua del mondo. Adoro le persone che si sentono responsabili per qualche cosa. Ho fatto delle domande al signor Cavadi tramite la traduttrice. 
  
Da dove proviene questo suo sentimento di dover spiegare la mafia? “Dalla mancanza del tempo. Da decenni sono impegnato come insegnante di liceo e come attivista volontario nel movimento antimafia. Molti gruppi di studenti, di operatori sociali, di insegnanti, di turisti, di preti, di giornalisti...mi chiedono un incontro per parlare della mafia. Dopo i primi anni ero davvero stanco di ripetere sempre le stesse ricominciando ogni volta da zero. Allora ho pensato che le persone interessate potessero prima leggere le risposte essenziali alle domande più frequenti. Solo dopo, chi avesse avuto ancora desiderio di conoscere, avrebbe potuto avere un colloquio di approfondimento con me. Si è rivelata un'ottima idea: a molte persone bastano le informazioni che do nel libretto. Così risparmiano tempo e fanno risparmiare tempo a me. 
  
Ho chiesto chi pubblica il libro e chi lo finanzia: “Tutto è cominciato venti anni fa quando ho conosciuto per caso un professore di religione che vendeva libri cattolici all'ombra del Duomo di Trapani. Mi hanno colpito i suoi occhi buoni e il suo amore sincero per il libro come prodotto artigianale ben fatto. Stava cominciando a sperimentarsi anche come editore, sempre nell'ambito cattolico. Gli ho proposto di aggiungere alla sua prima sigla editoriale ("Il pozzo di Giacobbe") una seconda sigla ("Di Girolamo" che è, molto semplicemente, il suo cognome all'anagrafe) che ospitasse titoli di genere differente e di impronta "laica". Ha accettato, ha investito un po' di risparmi sul mio libretto "La mafia spiegata ai turisti" e, vedendo che veniva venduto, ha re-investito piano piano negli anni i guadagni in nuove traduzioni, anche in esperanto. Diciamo che questo volumetto si auto-finanzia: sopravvive e si moltiplica da sé.
  
Ho chiesto se occuparsi della mafia gli ha portato a scoprire qualche verità sulla vita:  “Lo studio della mafia, e soprattutto il contatto con i mafiosi (per esempio tengo delle conversazioni di filosofia-in-pratica in un carcere di Palermo), mi insegnano ogni giorno cose nuove. Mi insegnano, prima di tutto, che il mio benessere di piccolo borghese figlio di piccoli borghesi non è stato acquistato innocentemente dai miei antenati: lo hanno ottenuto o perché sono stati complici del sistema politico-economico-culturale dominato dalla mafia o perché, per lo meno, si sono astenuti dal contrastarlo. Infine, tra le tante altre lezioni, mi insegnano che la neutralità è impossibile: o lavori attivamente per il Bene comune o ti ritrovi, oggettivamente, complice di chi è avidamente concentrato sul proprio successo e sulla propria ricchezza materiale.”
  
Ho chiesto se qualche rappresentante della mafia che ha letto il suo libro e, se sì, sai qual era la sua reazione: “Non mi risulta che qualche mafioso mi abbia onorato della sua attenzione. Comunque, se lo avesse fatto, mi avrebbe inviato due parole di complimenti e di auguri: il vero mafioso fa di tutto per mostrarsi...antimafioso.”

sabato 22 giugno 2019

IL BACKGROUND TEOLOGICO DI PAPA FRANCESCO


22.6.2019

SULLA TEOLOGIA DI JORGE MARIO BERGOGLIO

Sia i sostenitori che i detrattori di papa Francesco (e pochi papi nella storia hanno acceso così vivacemente tifoserie opposte) avrebbero da guadagnare in consapevolezza se riflettessero su alcuni elementi della sua biografia e della sua formazione teologica. Figlio di emigrati italiani, ha vissuto esperienzialmente in Argentina la condizione dello straniero più o meno emarginato per il solo fatto di essere straniero (indipendentemente dalle condizioni socio-economiche modeste ma non misere). Si forma in un’area geo-culturale (l’America Latina) , e in un periodo storico  (la seconda metà del XX secolo) , in cui si configura e si diffonde la Teologia della Liberazione che conta, tra i suoi “martiri” più illustri, proprio cinque suoi confratelli gesuiti, assassinati all’alba del 16 novembre 1989  insieme a due donne (Elba Ramos e Celina Ramos) che si occupavano di governare la casa religiosa: Ignacio Martín-Baró, Ignacio Ellacurìa, Segundo Montes, Juan Ramòn Moreno, Amando Lòpez Y Lòpez. 
  Non sembra che Bergoglio abbia abbracciato totalmente la Teologia della Liberazione, ma – come afferma un proverbio siciliano di difficile traduzione in italiano – il carbone, anche quando non tinge, imbratta: insomma, in un certo clima culturale, si respirano idee e sentimenti che vengono interiorizzati anche senza essere accettati integralmente dal punto di vista della consapevolezza razionale. E quali sono i lineamenti essenziali della Teologia della Liberazione che hanno, sia pur parzialmente, influenzato l’approccio di papa Francesco alla vita e al mondo?
  Proprio uno dei cinque martiri dell’Università Centro-americana “José Simeòn Cañas” di El Salvador, in un testo recentemente pubblicato in italiano ( Ignacio Martín-Baró, Psicologia della Liberazione, a cura di Mauro Croce e Felice Di Lernia, introduzione di Amalio Blanco, con uno scritto di Noam Chomsky, Bordeaux, Roma 2018), riferisce le “tre intuizioni più importanti” a giudizio di uno dei massimi “teorici della liberazione”:
1.   “L’oggetto della fede cristiana è un Dio che è vita e, pertanto, il cristiano deve assumere come suo primario compito religioso il promuovere la vita. Da questa prospettiva cristiana, ciò che si oppone alla fede in Dio non è l’ateismo bensì l’idolatria, cioè la credenza in falsi dei: dei che producono morte. La fede cristiana in un Dio che è vita deve cercare, di conseguenza, […] la liberazione dalle strutture, prima sociali e poi personali, che mantengono una situazione di peccato, ovvero di oppressione mortale delle moltitudini” (p. 83);
2.   “La verità pratica ha la precedenza sulla verità teorica, la ortoprassi sull’ortodossia. Per la Teologia della Liberazione più importanti delle affermazioni sono le azioni, e una miglior espressione della fede è fare piuttosto che dire. Pertanto, la verità della fede deve mostrarsi in realizzazioni concrete che evidenzino e rendano credibile l’esistenza di un Dio che è vita” (pp. 83 – 84);
3.   “La fede cristiana chiama a realizzare una scelta preferenziale per i poveri. La Teologia della Liberazione afferma che Dio bisogna cercarlo tra i poveri e gli emarginati, e con loro e a partire da loro vivere una vita di fede. La ragione di questa scelta è multipla. In primo luogo, perché questa fu, di fatto, la scelta di Gesù. In secondo luogo perché i poveri costituiscono la maggioranza dei nostri popoli. In terzo luogo perché i poveri permettono condizioni oggettive e soggettive di apertura all’altro, soprattutto a colui che è radicalmente altro. La scelta per i poveri non si oppone all’universalismo salvifico, però riconosce che la comunità dei poveri è il luogo teologico per eccellenza dal quale realizzare il compito della salvezza, la costruzione del regno di Dio” (p. 84). 

Bastano questi pochi cenni per intuire la distanza abissale di questo pontificato dallo stile dottrinario e di governo di papi come il polacco Giovanni Paolo II  (comprensibilmente preoccupato di erigere barriere contro i nemici storici di impronta comunista) o come il  tedesco (nato e cresciuto nel privilegiato “centro” politico e economico dell’Occidente). Perciò o si accetta che anche la Chiesa cattolica è un organismo storico che vive non solo nel tempo ma  anche temporalmente (e allora si avrà verso papa Francesco un atteggiamento di simpatia critica, vagliandone di volta in volta pregi e lacune) o si vedrà in ogni trasformazione ecclesiale un attentato all’immutabilità della fede e della morale (e allora si individuerà il papa venuto “dalla fine del mondo” come un alieno pericolosamente sovversivo).

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

https://www.zerozeronews.it/papa-francesco-fra-rivoluzione-e-involuzione/

VICTOR FRANKL: UNO PSICOLOGO NEI LAGER



“Poliedro”
Maggio 2019, anno III, n. 17

VICTOR FRANKL: UN PONTE DALLA PSICOTERAPIA 
                               ALLA CONSULENZA FILOSOFICA

Nel suo, pur documentato, volume La casa di psiche. Dalla psicanalisi alla pratica filosofica Umberto Galimberti non cita neppure una volta Victor E. Frankl. Eppure lo psicoterapeuta viennese costituisce a mio avviso uno snodo ineludibile del percorso dal mondo delle psicoterapie al mondo delle pratiche filosofiche (e, in particolare, della consulenza filosofica).
Vediamo, brevemente, perché.
Frankl, da giovane medico, viene internato in quattro lager nazisti e solo per una serie di circostanze strabilianti riesce a sopravvivere. Come racconta nel suo bellissimo, imperdibile, Uno psicologo nei lager, è anche questa esperienza dolorosa che gli fa intuire che esistono sofferenze non solo corporee e psichiche, ma anche spirituali (“noogene” dal greco nous che significa mente, intelletto, anima). L’essere umano, infatti, è sì spinto dall’impulso sessuale (Freud) e dalla volontà di affermazione (Adler), ma è anche affamato di significato. Molti scompensi psichici sono dovuti alla frustrazione del nostro bisogno di senso (ancora in greco: “logos”). Da qui l’idea di elaborare una scuola che Frankl ha battezzato “Logoterapia e analisi esistenziale” e che in Italia è stata importata da studiosi “laici” ma anche da presbiteri come don Giovanni Battista Torellò, dell’Opus Dei (autore di un ormai introvabile E’ meglio il confessore o lo spicanalista?) e soprattutto dal salesiano don Eugenio Fizzotti, che ha pubblicato innumerevoli titoli sull’argomento (facilmente reperibile ancora la seconda edizione del suo Logoterapia per tutti. Guida teorico-pratica per chi cerca il senso della vita).
L’approccio terapeutico di Frankl è specificatamente destinato a quelle persone affette da “crisi di maturazione esistenziali che presentano un quadro clinico nevrotico e tuttavia non sono nevrosi in senso stretto, cioè nel senso di affezioni psicogene. Si comprende da sé che un uomo oppresso da un problema spirituale, o teso da un conflitto di coscienza, potrà ammalarsi – al pari di qualsiasi nevrotico nel senso banale della parola – d’una sindrome che in primo piano presenta caratteristiche vegetative. Bisogna esser preparati ad eventualità del genere e al rischio di un errore d’interpretazione che esse comportano, massime in un’epoca come l’attuale; oggi, infatti, sono sempre più numerosi i pazienti che si rivolgono allo psichiatra non perché abbiano sintomi psichici, ma perché semplicemente hanno dei problemi umani”: così Frankl, nel 1962, nel suo Teoria e terapia delle nevrosi.
Egli, con ammirevole apertura mentale, ritiene che la sua “logoterapia” possa essere adottata non solo da neurologi e psichiatri, ma anche da medici di altre specializzazioni. Ovviamente in questi casi “non è più una terapia nel senso rigoroso della parola, ma si risolve in quella che abbiamo chiamato ‘cura medica dell’anima’ ”: il chirurgo rispetto al paziente cui amputare una gamba, o il dermatologo al cospetto di una donna sfigurata irreversibilmente, pur restando medico, accetta di rapportarsi da “uomo a uomo”.
Frankl, addirittura, afferma che, nei casi in cui “la frustrazione esistenziale non è divenuta patogena, ma si è mantenuta blanda”, è possibile – e augurabile – che si sperimenti una “analisi esistenziale”: “in tal caso però questa non rappresenta una terapia della nevrosi né è di competenza esclusiva del medico”, “tocca altrettanto da vicino il filosofo ed il teologo, il pedagogo e lo psicologo; giacché il dubbio sul significato dell’esistenza chiama in causa loro non meno del medico”.
Così Frankl ha allargato lo sguardo dalla psicoterapia (riservata ai medici psicoterapeuti) alla “cura medica dell’anima” (accessibile a tutti i medici, anche non psicoterapeuti) sino alla “analisi esistenziale” (accessibile a professionisti di vari settori, anche né psicoterapeuti né medici). Ma ci sono filosofi disponibili a mettere da parte le proprie ricerche storiografiche e gli impegni didattici per aprire lo studio a persone desiderose di confrontarsi sul senso dell’esistenza?  
Frankl non lo poteva prevedere, ma una ventina d’anni dopo alcuni filosofi tedeschi (Gerd Achenbach) e poi in vari Paesi del mondo (tra cui, in Italia, Neri Pollastri) si sono chiesti: chi ha “crisi esistenziali” o, comunque, “problemi umani” e non vuole rivolgersi a un prete – o per lo meno: non soltantoa un prete – deve essere costretto a ripiegare necessariamente su un terapeuta (sia pure di ampie vedute come gli esponenti della “logoterapia” e di altre correnti affini)? Oppure è possibile aprire degli studi di “consulenza filosofica” (Philosophische Praxis) in cui una persona trovi un interlocutore qualificato a conversare con lei senza né medicalizzarla né evangelizzarla? Con fatica questa nuova – antichissima: Socrate ! – professione si va facendo strada sia mediante associazioni professionali (www.phronesis-cf.com) sia mediante pubblicazioni che chiariscano la differenza radicale da ogni psicoterapia come da ogni direzione spirituale (cfr. il mio Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue praticheed il volume a più voci, a cura di Chiara Zanella, Sofia e agape. Pratiche filosofiche e attività pastorali a confronto, con interessanti contributi anche di don Cosimo Scordato, don Fabio Soldan e don Enrico Stasi). 
Quando mi capita di informare, in giro per l’Italia, di questa terza via in aggiunta (non in concorrenza!) con psicoterapia e assistenza teologico-religiosa, non di rado sperimento resistenze e diffidenze: come se uno che offre del buon vino possa essere sospettato di voler sostituirsi a chi offre acqua o pane. No: purtroppo di psicoterapeuti (bravi e, possibilmente, come Frankl aperti anche alla dimensione spirituale, oltre che biologica e psichica del paziente) ce ne sarà a lungo necessità. Anche la “direzione spirituale” (specie se declinata come “consulenza teologica” e “accompagnamento” fraterno) manterrà la sua ineliminabilità, o forse sarà addirittura estesa al di là della ristretta cerchia clericale a “padri” e “madri” come avveniva nei primi secoli della vita ecclesiale. Nulla vieta a un coniuge in dubbio se divorziare o meno, o a un genitore sconvolto dalla diagnosi infausta per un figlio, di rivolgersi sia a un prete sia a uno psicologo sia a un filosofo (ognuno per un’angolazione differente da cui affrontare il proprio problema)  : specie se, in concreto, queste figure professionali saranno incarnate da soggetti convinti che ogni contaminazione fra medici, psicologi-psicoterapeuti, filosofi-consulenti e pastoralisti non può che arricchire la competenza specifica di ciascuno. Come un poliedro, l’essere umano è infatti uno e centomila.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com