lunedì 17 giugno 2019

UNA CONSIDERAZIONE "INEDITA" DI PAPA FRANCESCO SULLE MAFIE AFRICANE E NOSTRANE


15.6.2019

I migranti e Papa Francesco
Le parole 'troppo' sincere

   I rapporti illeciti fra esponenti della Lega (Francesco Paolo Arata) e cittadini siciliani in odor di mafia (Vito Nicastri), su cui informano le notizie di cronaca, sono tutti da verificare in sede giudiziaria. In linea generale, comunque, non suonano sorprendenti: la mafia, infatti, non ha mai avuto una identità ideologico-politica definita e ha sempre corteggiato (spesso ricambiata) i partiti al potere.
    Nelle contingenze attuali la consapevolezza di questi rischi dovrebbe rendere i leghisti - i leghisti siciliani in particolare – molto prudenti nel concepire e nell’esternare frettolose generalizzazioni sulla pericolosità sociale di fenomeni complessi come i flussi migratori. 
   Su questo aspetto delle polemiche di questi giorni è intervenuto anche papa Francesco in uno dei suoi discorsi, precisamente in un discorso a braccio rivolto il 7 aprile 2019 a insegnanti e studenti del Liceo “San Carlo” di Milano: “E qui tocco una piaga: non avere paura dei migranti. ‘Ma, Padre, i migranti…’. I migranti siamo noi! Gesù è stato un migrante. Non avere paura dei migranti. ‘Ma sono delinquenti!…’. Anche noi ne abbiamo tanti: la mafia non è stata inventata dai nigeriani; è un ‘valore’, tra virgolette, nazionale, eh? La mafia è nostra, ‘made’ in Italia: è nostra. Tutti abbiamo la possibilità di essere delinquenti. I migranti sono coloro che ci portano ricchezze, sempre. Anche l’Europa è stata fatta da migranti! I barbari, i celti… tutti questi che venivano dal Nord e hanno portato le culture, l’Europa si è accresciuta così, con la contrapposizione delle culture”.
    L’affondo anti-razzista è senza dubbio efficace. Ma la stampa non ne ha dato notizia. Come mai? Perché il papa queste cose le ha detto veramente – e chiunque può ascoltare la videoregistrazione al link www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-04/papa-francesco-udienza-istituto-san-carlo-giovani.html - ma lo staff dei responsabili della comunicazione in Vaticano (diretto da un palermitano, Paolo Ruffini, nipote del cardinale Ernesto Ruffini) ha ritenuto opportuno cancellare dalla trascrizione ufficiale le righe che ho riportato in corsivo. Forse, come altre volte, un gesto di protezione per evitare a questo vescovo di Roma un po’ troppo sincero, un po’ troppo evangelico, più guai di quanti se ne procura già con le parti edite dei suoi discorsi. E in effetti ci sono dei precedenti preoccupanti: a causa di questo stile immediato e poco diplomatico, qualche altro – che ai vertici della Chiesa cattolica non dovrebbe essere del tutto sconosciuto - duemila anni fa è finito impalato. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com 

https://livesicilia.it/2019/06/15/i-migranti-e-papa-francesco-le-parole-troppo-sincere_1066806/

sabato 15 giugno 2019

IL SACRIFICIO. POLISEMIA DI UN ARCHETIPO




A cura di Rosa Rita Ingrassia sono stati editi gli Atti del Convegno del Convegno CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica), svoltosi a Marsala e Mozia nei giorni 25 - 26 maggio 2018, sul tema: "Il sacrificio. Polisemia di un archetipo". 
Con apertura mentale ammirevole, i colleghi psicologi anche in questa occasione hanno voluto interloquire con un non-psicologo e mi hanno chiesto un contributo dal punto di vista filosofico e teologico critico. 
Per il testo, intitolato Le disavventure del "sacrificio" (pp. 53 - 60) ,  rimando, con il link qui sotto, a quanto pubblicato già sul numero di luglio 2018 del bimestrale on line (gratuito) "Dialoghi Mediterranei" a cura dell'Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (Trapani) e riportato, a suo tempo, in questo mio stesso blog:

lunedì 10 giugno 2019

FILOSOFARE SULLE SPONDE DEL MEDITERRANEO: E' STATA UNA BELLA FESTA !

Desidero ringraziare quanti hanno voluto partecipare alla presentazione del mio
svoltasi a "Una marina di libri" nell'Orto Botanico di Palermo giovedì 6 giugno. In particolare li ringrazio perché hanno scelto la presentazione di un libro di filosofia nella stessa fascia oraria in cui si presentavano libri più "accattivanti" e lo stesso regista Bellocchio parlava del suo ultimo film su Buscetta.

Ringrazio, ovviamente, le quattro persone che hanno animato la serata: Francesco Giardina che ha parlato del libro, trovandovi perfino qualche pregio (!), e ricorrendo alle caratteristiche dell'acqua secondo il Tao per descrivere la tendenza della "filosofia di strada" a infiltrarsi nei posti più impensati (centri sociali, carceri, pub, trattorie...):

Ancora: Adriana Saieva che ha prestato la voce a sant'Agostino, a san Tommaso d'Aquino, ad Antonio Gramsci...
Infine, ma non in ordine di gratitudine, Vincenzo Capodici alla chitarra e Federica Mantero al microfono per cantare. Così tanto per darvi un' idea...

                                        


"OLTRE LE RELIGIONI ?" DUE POSSIBILI INTERPRETAZIONI DI QUESTO "OLTRE"

DALLA RELIGIONE ALLA SPIRITUALITA’
(Appunti per la mia relazione a Napoli in occasione della Festa dei 50 anni della Comunità cristiana di base del Cassano: 8-9 giugno 2019)



Ho letto e meditato con grande attenzione il bel dossier con cui vi siete preparati a questo incontro (e che intanto è diventato un libro: ma qui cito dal pdf provvisorio). A me è stato affidato il compito, molto circoscritto, di mettere a fuoco solo un segmento della vostra ampia e articolata ricerca: il passaggio, come recita il sottotitolo del dossier, “dalla religione alla spiritualità”. Lo slogan è efficace ma, non appena si vogliono precisare le tesi, si scoprono delle differenze notevoli (già all’interno del volume a più voci, Oltre le religioni, che ha avviato questo recente dibattito nel nostro giro).
1.   Solo per un primo orientamento, e dunque con le inevitabili approssimazioni del caso, mi pare di riconoscere due principali linee interpretative. Mi viene facile esporle con obiettività perché non sono deciso a sposare la prima o la seconda. Sono proprio certo che valga la pena chiarirsi le idee su questa alternativa perché una confusione in proposito comporta lacerazioni sia intime, personali, che comunitarie, sociali.
2.   In una prima lettura, la spiritualità costituirebbe una fase successiva della religione: dunque si tratterebbe di passare dalla religione alla spiritualità abbandonando il “paradigma religionale”, lasciandoselo alle spalle. Mi pare che proprio questo intenda affermare Cristofaro Palomba quando sottolinea l’importanza e l’urgenza di  <<un percorso comune che ci aiuti a passare dalle “religioni” a nuove forme di spiritualità, approdando a nuovi percorsi “postreligionali” >> (p. 76). Se questo è davvero il suo pensiero lo trovo in perfetta sintonia con alcuni autori del volume Oltre le religioni. Per esempio con 
Roger Lenaers a giudizio del quale “il cristianesimo dovrebbe smettere di (…) essere una religione” (p. 135). Per il gesuita belga non si tratterebbe di snaturarsi, ma di ritrovare la propria identità originaria: 

       “Il cristianesimo è essenzialmente una religione? No, non lo è! 
        E’ solo nel corso del tempo che è diventatouna religione. 
        Originariamente ed essenzialmente è la comunità di coloro
        che si lasciano guidare dalla fede in Gesù di Nazareth, che
        riconoscono in lui la rivelazione immortale del Mistero
        assoluto” (p. 135).

Qui si riconosce in filigrana la decisa contrapposizione polemica, di matrice soprattutto protestante, fra “fede” (come atteggiamento esistenziale reso possibile dall’azione divina) e “religione” (come costruzione antropologica, storico-culturale). E’ il “cristianesimo senza religione (perché ormai adulto) di Bonhoeffer (cfr. p. 20); è la religione come invenzione diabolica di Karl Barth.


3.   In una seconda prospettiva, la spiritualità costituirebbe – più che una fase di superamento della religione – una rifondazione, o una rianimazione, di quest’ultima. E’ quanto dicono le parole di Enzo Cortese là dove scrive: “Ecco perché, ancora oggi (…) è necessario continuare nel nostro cammino di ricerca per andare oltre. Oltre, per un paradigma religionale caratterizzato da una spiritualità nuova che arrivi al cuore e alla mente dell’uomo di oggi” (p. 62). Se queste frasi esprimono correttamente le idee di Enzo, egli si trova in buona compagnia. Nel Notiziario dell’aprile 2016 don Franco Barbero ha scritto: 

        “Non penso che il cristianesimo abbia fatto il suo tempo per cui 
         occorra <<chiudere la partita>> e assumere in totoil paradigma 
         post-religioso. A mio avviso, ogni religione deve proporsi e progettare
         un suo <<oltre>>, camminare verso il futuro in un processo di 
         continua maturazione ed ulteriorità, di maggiore apertura a Dio come 
         fonte della vita e fondamento dell'essere. Detto in termini fin troppo 
         semplificati, non vedo come una nuova epoca per la spiritualità umana 
           comporti un andare <<oltre le religioni>>. Vedo, invece, in questa 
           stagione storica, una straordinaria opportunità, un appello chiarissimo
           ed urgente alle religioni a convertirsi, facendo fiorire e rifiorire le loro
          radici. Mi sembra che il Dio della vita apra sentieri pieni di fecondità”. 

Pochi mesi dopo, nel Notiziario del settembre 2016, Barbero ha ribadito proprio a proposito del libro :

             “Chi si fermasse al titolo sloganistico, Oltre le religioni, potrebbe pensare 
                che queste pagine descrivano il funerale delle religioni. Chi, come 
                me, conosce l'intera produzione di questi Autori, e la apprezza da 
                parecchi anni, legge con grande gioia, piacere e speranza queste pagine 
                che, se invitano alla decostruzione del linguaggio arcaico, lo fanno 
                 con la speranza, l'audacia e la umile proposta di chi crede
                  nella <<costruzione possibile>> di un cristianesimo riconciliato 
                 con le più feconde acquisizioni e sfide della modernità. […] Oggi, 
               anzi da parecchi anni, questi Autori-Autrici cercano di fare l'inventario 
                 del baule da abbandonare e tentano di far vedere che, in questa 
                 prospettiva,  diventa possibile una conversione del cristianesimo e     
                delle altre religioni, senza che si perda nulla dell'essenziale: 
                dico assolutamente nulla”.
Per altro, è già lo stesso José Maria Vigil a legittimare questa interpretazione soft
                 “Non è vero che il paradigma post-religionale sostenga che le
                   religioni scompariranno; questo è solo l’equivoco in cui cade chi
                   lo valuta in maniera superficiale o pregiudiziale, senza ascoltarne gli
                   argomenti in tutte le loro sfumature. 
(p. 194).

4.    Non sono certo in grado di dirimere la questione del futuro della religione (che, in realtà, è almeno duplice: è prevedibile una sua scomparsa? Ammesso che lo sia: è anche auspicabile?). Tanto meno ne sono in grado dal momento che gli autori di Oltre le religioni tendono ad abbinare – sin quasi a identificare - due tematiche a mio avviso distinte: il futuro della religione il futuro del teismo. Ma a me pare, invece, che si possa essere teisti senza accettare una religione (vedi il deismo illuministico dal Settecento europeo a oggi) e che si possa accettare una religione senza essere teisti (vedi il panenteismo di origine schellinghiana secondo Vito Mancuso).
5.    Posso limitarmi dunque a confidarvi alcuni punti di riferimento che mi stanno aiutando a orientarmi in questa fase della ricerca:
a)    O per sostituire le religioni attualmente conosciute o per ri-fondarle e ri-vivificarle, in ogni ipotesi è indispensabile dedicarsi a piantare e coltivare una spiritualitàall’altezza del nostro tempo; 
b)  Infatti questa spiritualità deve fare da base, da humus,  su cui, eventualmente, può fiorire una religiositàe (in modalità imprevedibili) forse persino una religione. La crisi complessiva attuale, almeno nell’Occidente cristiano, è che si è preteso di costruire l’edificio dal terzo piano (la religione in senso confessionale, fosse pura vissuta con purezza mistica) senza curarsi né del secondo piano (la religiosità in senso naturale) né ancor meno del primo piano (la spiritualità‘laica’, universale, in linea di principio condivisibile da credenti inseriti in organizzazioni comunitarie, da animi religiosi fuori dalle strutture ecclesiali e da spiriti agnostici o consapevolmente atei). 
Di questa spiritualità basica, a-confessionale ed a-tea (nell’accezione etimologica di un’alfa privativa che allude non alla negazione di Dio quanto alla sua messa fra parentesi, come quando diciamo che la matematica o la biologia sono a-tee) parla già il vostro dossier: per esempio là dove Cristofaro Palomba scrive che “la vita dello spirito che è la nostra dimensione radicale, dove si registrano le grandi domande, si annidano i sogni più spinti e si elaborano le utopie più generose” e che, senza di essa, “divaghiamo senza meta, senza un senso che ci orienti e che renda la vita appetibile e piacevole” (p. 69  ). E’ la spiritualità di un Giacomo Leopardi o di un Wolfgang Amadeus Mozart; è la spiritualità che mi è sembrato di rintracciare nella vicenda umana di Peppino Impastato; è probabilmente la spiritualità di un vostro compagno di viaggio che non ho conosciuto ma di cui Gennaro Sanges riferisce essere stato “un uomo laico, non religioso, eppure dotato di una profonda, intensa spiritualità, un “cristiano ateo”, come lui stesso, qualche volta, si è definito. Felice è un po’ l’espressione di quell’uomo nuovo, di quell’uomo planetario verso cui immaginiamo e sogniamo il cammino dell’umanità, verso cui le comunità di base stanno orientando la loro ricerca: una spiritualità di credenti e non credenti per un nuovo umanesimo” (p. 36). 
c)   Dove possiamo attingere contenuti, stimoli, simboli, motivazioni, ipotesi teoriche e pratiche nella ricerca di questa spiritualità laica? Dalle letterature, dalle arti figurative, dalla musica, dalla danza, dal teatro, dal cinema; dalle scienze umane e naturali; perfino dalle tradizioni sapienziali religiose se le accogliamo con occhiali critici e non le recepiamo passivamente…Ma vorrei aggiungere sommessamente, e non certo per sciovinismo professionale, dalla storia della filosofia occidentale. Hadot, Foucault, Nussbaum hanno insistito molto nel recupero della dimensione spirituale delle vite filosofiche. Io stesso vi ho dedicato un libro pubblicato in versione integrale e in versione ridotta…
d)  L’esperimento che, con un gruppetto di amici, porto avanti da più di 15 anni ogni prima domenica del mese a Palermo (“La domenica di chi non ha chiesa”) mi conferma che una domanda di questo genere di spiritualità c’è, anche se – almeno per ora – non è paragonabile alla domanda di spiritualità religiosa, addirittura confessionale se non settaria, cui rispondono con preoccupante successo molte chiese evangelicali (dico molte, non tutte, perché spero che alcune, come quella di Caserta visitata da papa Francesco, non sia come altre di mia conoscenza diretta; e dico evangelicali perché le chiese evangeliche, come la chiesa valdese o la battista o la metodista, sono ben altro genere di chiese).
e)   Ma, per chiudere, voglio chiedere soccorso ad alcuni versi di p. Turoldo:

                 Fratello ateo, nobilmente pensoso
                alla ricerca di un Dio
                 che io non so darti,
                 attraversiamo insieme il deserto.
                 Di deserto in deserto andiamo oltre
                 la foresta delle fedi
                 liberi e nudi verso
                il nudo Essere
                 e là
                 dove la Parola muore
                 abbia fine il nostro cammino.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com






martedì 4 giugno 2019

CI VEDIAMO A "UNA MARINA DI LIBRI" ? SI PRESENTA IL MIO "FILOSOFIA E MEDITERRANEO"



GIOVEDì 6 GIUGNO SARA' L'UNICO GIORNO IN CUI SI ENTRA GRATIS !

(Un motivo in più per venire in massa, e puntualissimi,
 alla presentazione del mio ultimo libro 
alla più importante Fiera del libro di Palermo)

lunedì 3 giugno 2019

LA RELIGIONE COME ESCA DEI POPOLI. SALVINI E I SIMBOLI DELLA DEVOZIONE CATTOLICA

Presso la CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
(Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo)

Mercoledì 5 giugno
dalle ore 19 alle ore 20,30:

                               “La religione come esca dei popoli.
                 Matteo Salvini e la strumentalizzazione dei simboli cattolici”.


Incontro con Augusto Cavadi
organizzato
dalla Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”.
Ingresso libero sino a esaurimento dei posti. 

(La Casa sarà aperta mezz'ora prima per consentire l'inizio puntuale dell'incontro).

Ci possiamo ragionare con calma e, magari, confrontarci costruttivamente con qualcuno che ha votato Lega ?

domenica 2 giugno 2019

"UOMO, CHI SEI?" DA ORLANDO FRANCESCHELLI PREZIOSE INDICAZIONI DI RICERCA

www.zerozeronews.it

2.6.2019

                                 
E TU, UOMO, CHI SEI ? 

                      INDICAZIONI DALLA FILOSOFIA

1.   Il “ritiro di spiritualità laica” del week-end 25 – 26 maggio (2019) presso la Fattoria sociale “Martina e Sara” di Bruca, con il quale si è aperto un ciclo di incontri sul tema della Identità, è stato molto partecipato (sono stati occupati tutti i 30 e più posti-letto a disposizione) e soprattutto molto proficuo. La decisione dei titolari della Fattoria (Giovanna Bongiorno e Mario Mulè) di affidare a un filosofo (Orlando Franceschelli) il primo appuntamento si è rivelata opportuna e lungimirante. Infatti non c’è dubbio che alla domanda “Chi sono io?” ciascuno di noi può rispondere solo ricorrendo alle coordinate delle varie scienze umane (psicologia e sociologia innanzitutto) e mettendosi in ascolto delle grandi tradizioni sapienziali dell’umanità (dal buddhismo all’ebraismo, dal cristianesimo all’islamismo); tuttavia è la filosofia che può offrire quella cornice complessiva, quello scenario di fondo, al cui interno soltanto possono decifrarsi le variabili individuali. Quando Socrate sostiene di aver voluto obbedire all’invito dell’oracolo di Delfi “Conosci te stesso !” – un invito che può considerarsi fondante della missione di qualsiasi filosofo – non si riferiva alla conoscenza del proprio “io” soggettivo, della propria biografia, delle proprie caratteristiche consce e inconsce: si riferiva, piuttosto, alla conoscenza di sé in quanto essere umano, in quanto “mortale”, in quanto appartenente all’umanità. Si riferiva alla posizione nel cosmo dell’<<animale dotato di parola>>. 
2.   Riprendo - e sviluppo sotto la mia esclusiva responsabilità – alcune preziose indicazioni suggeriteci da Franceschelli. Egli  ha proposto di vedere l’identità di ogni persona come risultato di una addizione (forse meglio di una moltiplicazione): il prodotto di una identità sociale, storica, culturale (l’identità ereditata) e di una identità riflessiva, originale, auto-creatami (l’identità inventata). L’identità ereditata non dipende da me; da me dipende l’identità inventata. 
3.   Essendo un incrocio problematico fra ciò che siamo per eredità e ciò che possiamo diventare per scelta, darsi un’identità personale è un rischio e una fatica. Ecco perché la stragrande maggioranza della gente evita di impegnarsi su questa strada e preferisce semplificare.
4.   Un primo modo, più diffuso, di semplificare è tagliare la seconda identità (l’identità inventata) e restare attaccati solo alla prima (l’identità ereditata): è l’opzione dei tradizionalisti conservatori. C’è un dubbio, un problema, un nuovo interrogativo? Basta rispondere: “Farò come si è sempre fatto”. 
5.   Un secondo modo, meno diffuso, di semplificare è tagliare la prima identità (l’identità ereditata) e tentare di crearsene una seconda (l’identità inventata) come si fosse senza un passato, senza una comunità di appartenenza: è l’opzione dei rivoluzionari giacobini di ogni epoca che si illudono di poter azzerare tutto e ricominciare daccapo. Di solito c’è qualcuno che non è perfettamente d’accordo sul ripartire da zero e allora gli si deve tagliare la testa.
6.   Chi vuole evitare queste scorciatoie e conciliare l’identità ereditata (il “noi” della comunità) con l’identità inventata (l’ “io” della individualità, meglio della singolarità unica, inedita, irripetibile) deve accettare una certa solitudine: sarà troppo innovatore per i tradizionalisti e troppo moderato per i rivoluzionari  impazienti.
7.   Chi di noi ha tentato questa strada l’ha sperimentato sulla propria pelle.
Per esempio, nel campo religioso. In Italia o sei un credente cattolico apostolico romano o sei un ateo. Se uno osa dire: sono cristiano perché trovo nel vangelo un modello di vita, ma non mi ritrovo nella chiesa cattolica (con i suoi dogmi, i suoi divieti, i suoi imperativi…) è fregato. I cattolici lo riterranno un traditore e come tale lo tratteranno. I ‘laici’ lo riterranno comunque un tipo sospetto, da guardare con diffidenza, perché parla di teologia, di storia delle religioni, di sequela dell’uomo Gesù, di contemplazione e di compassione per i sofferenti…
          Così anche nel campo delle scelte affettivo-sessuali. Forse hai sempre pensato  che si ama qualcuno sperando che sia la compagnia della tua vita. Non ti ha mai interessato il turismo sentimentale – oggi una, domani l’altra – perché hai avuto cose più interessanti da sperimentare sapendo che la vita è breve. Questa  monogamia tendenziale, di desiderio, di intenzione rientra senza traumi nell’identità collettiva cattolico-borghese. Se però constati  che un rapporto di coppia non funziona, non ti rende sereno e aperto agli altri – e interrompi la relazione di coppia – scatta una sanzione sociale. L’identità tradizionale del monogamo, fedele alla compagna o alla moglie solo perché questo ci si aspetta per convenzione in una società (spesso ipocritamente) perbenista, ti riesce troppo stretta da sopportare?  Sappi che – almeno da alcuni ambienti che frequenti – arriverà una sorta di stigma. E’ faticoso costruirsi un’identità che non sia il marito piccolo-borghese (rassegnato al grigiore di un ménage di coppia trascinato per inerzia), ma neppure il don Giovanni farfallone   per il quale “l’una o l’altra per me pari sono”. Insomma: sarai troppo bacchettone per gli amici edonisti, ma troppo trasgressivo per gli amici moralisti, abbarbicati all’identità tradizionale borghese.
8.   Sia l’identità ereditata che l’identità inventata (le due identità dal cui gioco dialettico scaturisce l’identità antropologica di ciascuno di noi) hanno in comune una caratteristica: nessuna delle due è un’identità identica. Entrambe sono identità multiple, plurali.
a)   Identità di identità, non identità definita e conchiusa, è già la mia identità anagrafica.Da parte di madre (Sicilia orientale) forse derivo da spagnoli emigrati in Sicilia al servizio della nobiltà castigliana; da parte di padre (Mezzojuso) derivo certamente dai Greci che nel XV secolo fuggirono dalla patria invasa dai Turchi musulmani e fondarono delle colonie in Sicilia occidentale (eparchia di Piana degli Albanesi). Ci sono dei programmi computerizzati che, in base al Dna, sono in grado di stabilire le ascendenze etniche di un soggetto: chi li ha sperimentati è rimasto sorpreso dall’apprendere di avere antenati da mezzo mondo;
b)  Identità multipla è la mia identità di cittadino europeo. Quando Chiesa cattolica e certo mondo politico, a proposito della Costituzione europea (che poi, proprio per i dissensi sorti, non si è varata), chiedevano l’inserimento delle “radici cristiane”, altre forze politiche si opposero. Ciò che pensai e che scrissi fu che certamente era legittimo evocare le radici cristiane dell’Europa attuale, ma che aveva senso allora citarle tutte: le radici ebraiche (Gerusalemme), le radici greche (Atene), le radici della Roma pagana madre del diritto mondiale; le radici islamiche (La Mecca), le radici illuministe (Parigi), le radici romantiche (Berlino)…
c)   Identità multipla è la mia identità ideologico-politica. Quando mi chiedo che progetto di polis,di città, ho in mente – e, di conseguenza, mi sforzo di perseguire con il voto e con l’azione quotidiana – scopro che non mi sentirei di rinunziare agli apporti del liberalismo, del socialismo, del cattolicesimo democratico, dell’ambientalismo, dello stesso anarchismo…Mi sentirei diminuito, mutilato, se mi dovessi identificare esclusivamente in una di queste tradizioni politiche (e fu questa la ragione consapevole ed esplicita per cui non fui marxista neppure negli anni tra il ’68 e il ’77 in cui era quasi obbligatorio per uno studente di filosofia, pur sostenendo – in pubblicazioni che ancora conservo – che il marxismo, debole come terapia, era irrinunziabile come diagnosi delle contraddizioni del capitalismo);
d)  Identità multipla è la mia identità di genere sessuale. Sono socio fondatore del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Spesso ci scambiano per predicatori laici contro i femminicidi: ma se fossimo questo, che bisogno ci sarebbe di creare un gruppo specifico? Ci sono forse uomini a favore della violenza sulle donne? Il nostro gruppo fa parte di un movimento nazionale, attivo in vari luoghi del Paese da circa trent’anni, che si chiama “Maschile plurale”. Che cosa intendiamo dire con questa denominazione? Che il sesso biologico è genetico, ereditario; ma il genere (maschile o femminile) è culturale, costruito dalla società. La società attuale conosce per lo più un solo genere di maschilità: noi pensiamo che l’identità di genere possa, e debba, essere – appunto – “plurale”. Certamente c’è il genere maschile predominante: l’uomo forte, sicuro di sé, che non cede facilmente alle emozioni, che produce molto, fa carriera, conquista con uno sguardo le ‘femmine’ più appetitose. Insomma, come sintetizza splendidamente la pubblicità di un profumo, “l’uomo che non deve chiedere mai”. Ma questo, per noi, è uno dei tanti modi di essere maschio: c’è anche il maschio materno che si prende cura dei piccoli e che si emoziona davanti a un panorama bello o a una musica toccante; c’è anche il maschio fraterno che gioisce non quando supera gli altri nella corsa ma quando si affianca a chi incontra più difficoltà nel cammino; c’è il maschio riservato, silenzioso, che ama osservare e meditare più che agire e trasformare; che ama più ascoltare che parlare; a cui sta bene restare uno della folla e non avverte nessun bisogno di farsi notare sollevandosi sulle punta dei piedi…Conversando di queste tematiche con alcuni di noi, don Cosimo Scordato ci folgorò con una delle sue formule: non c’è una sola identità di genere, ma ci sono tanti generi quanto sono gli individui. Ognuno di noi è un genere a parte.
e)   Identità multipla, infine, è la mia identità antropologica di essere umano. Che cosa mi identifica nel cosmo come essere umano? Religioni, filosofie, sapienze hanno cercato di evidenziare il tratto essenziale, caratteristico: l’uomo è tale perché pensa o perché parla o perché ama o perché può scegliere con una certa libertà o perché lavora o perché fa parte di una società…Nessuna di queste identificazioni ha resistito alle critiche se è stata proposta come unica, esclusiva. Personalmente se, con una pistola alla tempia fossi costretto a indicare una sola identità, direi con Bergson che l’uomo è identificato nell’universo dei viventi conosciuti come l’essere capace di ridere (prima di tutto di sé stesso). Ma siccome nessuno, almeno sinora, mi ha costretto a puntare su un’unica identificazione, direi con l’autore latino Terenzio: Homo sum, humani nihil alienum a me puto(“Sono uomo e non ritengo che nulla di umano mi sia estraneo”). La nostra identità antropologica è mosaica: non da Mosé, ma da mosaico. 

                                    Augusto Cavadi
                             www.augustocavadi.com


PS: Mario Mulé, psichiatra e psicoterapeuta, condurrà la seconda tappa dell’itinerario sulla identità nel week-end 8 – 9 giugno. Ovviamente il contributo sarà offerto dal punto di vista disciplinare della sua professione.