sabato 29 luglio 2023

L'ENIGMA DEL MALE E DELLA MORTE NELL'EPOCA DELL'ECLISSI DI DIO



LA DOMANDA SULLA SOFFERENZA E SULLA MORTE NELL’EPOCA DELL’ECLISSI DI DIO.

Se per “teismo” intendiamo la convinzione popolare di un Super-uomo che, dall’Alto dei cieli, osserva l’umanità, le ingiunge comandi e divieti attraverso profeti e sacerdoti, la premia o  la punisce in questa vita e nell’altra...il teismo è una concezione teologica in crisi. Non solo, come da millenni, negli ambienti irreligiosi o semplicemente a-religiosi, ma (questa la novità!) nell’ambito delle stesse Chiese cristiane. 

Il prete cattolico don Paolo Scquizzato è tra quei teologi che, invece di far finta di niente, ha deciso di guardare negli occhi questa crisi e di entrare nel vivo della corrente nota come “post-teismo” (o, come preferiscono altri, “trans-teismo”) che tale crisi vuole attraversare con serietà e, possibilmente, superare costruttivamente.

In questa strategia di ricerca, inseparabilmente intellettuale e spirituale, egli ha chiesto a una ventina di persone amiche come si possa affrontare – in questa nuova prospettiva – la domanda cruciale sul “male”: cioè sulla sofferenza fisica, sul dolore morale, sulla morte. Ne è risultato il volume a più mani Del male, di Dio e del nostro amore. Ventuno dialoghi e un saggio, Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano, nel quale – nonostante la varietà dei punti di vista – sono riconoscibili alcune tesi comuni.

Una prima convinzione è di segno, per così dire, negativo: la risposta delle religioni tradizionali è troppo facile, quasi banale, perché si limita a esortare alla “pazienza”, a sopportare le sofferenze provocate dalla Natura e dai peggiori tra i propri simili, “in attesa della ricompensa dell’aldilà: più si soffre, più si sarà beati” (così don Paolo Farinella a p. 183).

Escludere le risposte comode è già un primo passo, ma non significa automaticamente azzeccare quella esatta. In questo campo – mi pare una seconda convinzione condivisa dagli autori dei vari contributi – bisogna rassegnarsi ai propri limiti costitutivi e accettare, in ultima analisi,  che “la risposta migliore sia quella che forniva il Buddha a chi poneva quesiti del genere: un garbato, eloquente silenzio” (così Federico Battistutta a p. 27).

Ma – tocchiamo una terza convinzione comune agli autori - se l’intelligenza incontra dei precisi limiti nell’indagine sul male in generale, e sulla morte in particolare, non così il nostro “cuore” o come si voglia emblematicamente figurare la nostra capacità di “attualizzare le indicazioni per un salto evolutivo della coscienza, sempre possibile ad ogni essere umano e, nell’interdipendenza del Tutto, contribuire così alla co-creazione di un mondo che diventi espressione di amore e di compassione reciproci” (così Raffaella Arrobbio a p. 22).

Il silenzio teoretico sulle radici metafisiche, ontologiche, del male e il conseguente appello alla conversione soggettiva, personale, non escludono – specie per quanti proveniamo dalla tradizione pragmatica, operativa, attiva del monoteismo biblico – “un di più d’attenzione nella lettura dei fatti e recuperare la capacità di desiderare un mondo più giusto e più vivibile” (così Rita Maglietta a p. 77). E’ questa una quarta convinzione che ritorna, più o meno esplicitamente, in molti interventi. In particolare Silvia Papi raccomanda di non limitarsi a frasi generiche, sostanzialmente inoffensive e a-politiche, sulla responsabilità della “umanità” e di “direzionare lo sguardo verso la parte di umanità responsabile e lasciare fuori quella che non c’entra, perché sarebbe ingiusto essere generici su cose tanto gravi, considerando il fatto che interi popoli hanno pressoché solamente subito” (“mi riferisco a tutte le popolazioni native delle Americhe del nord e del sud, a quelle dell’Australia, alle popolazioni indigene delle terre amazzoniche, dell’Africa e dell’Asia, e credo che – carta geografica alla mano – rimarrebbero ben poche parti della terra a salvarsi dall’ingordigia dell’uomo bianco”) (p. 112).

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giovedì 27 luglio 2023

L'EUROPA MEDITERRANEA ASSEDIATA DALL' AFA: ABBIAMO "DIRITTO" A TEMPERATURE SOSTENIBILI ?


Ieri sera, mercoledì 26 luglio 2023, siamo riusciti finalmente a mettere il naso fuori casa. L'afa infernale dei giorni precedenti (52 gradi, secondo la stampa la temperatura massima raggiunta negli ultimi 200 anni) è stata sostituita da una brezza carezzevole: ma i fuochi intorno alla città continuano a fumare, bruciando - con alberi e fiori e cespugli -  i resti cadaverici di tanti animali e animaletti innocenti.

E' stato spontaneo fare due passi e godersi con qualche amico più caro un aperitivo proprio davanti al Teatro Politeama. Ecco, ci siamo detti: questo clima - né troppo caldo né freddo - impreziosito da una ventilazione deliziosa è "giusto". E' quello "normale" a cui avremmo "diritto" tutti gli esseri viventi per tutti i 365 giorni dell'anno. 

Come conciliare questo sentimento di armonia cosmica con la narrazione scientifica maggioritaria (anche se non più esclusiva)?

Non ci sarebbe nessuna Intenzionalità Intelligente in ciò che accade nell'universo: è per caso che nel nostro pianetino sperduto sia emersa la vita biologica, è per caso che si sia preservata e si sia sviluppata - attraverso ere glaciali e fasi di disgelo - sino all'equilibrio attuale. 

Ma, se è andata così (solo così!), perché temperature molto alte o tempeste di grandine sarebbero meno "giuste", o "anomale", rispetto al clima temperato finalmente abituale? Avvertiamo qualcosa come il "diritto" di sopravvivere all'interno di un'oscillazione "ragionevole" fra il massimo e il minimo per noi sopportabili: ma chi ha il "dovere" di garantirci tale diritto?

Pare che saremo inghiottiti dal sole, una volta anch'esso raggelatosi. Niente di strano, tanto meno di assurdo. Se già viviamo nel non-senso, nel privo-di-ragioni,  in questa breve fase di vivibilità, perché ci dovrebbe essere risparmiato il naufragio nel non-senso, nel privo-di-ragioni, quando questa breve parentesi di vivibilità si esaurirà? 

Sto leggendo, in preparazione delle imminenti vacanze filosofiche in Val Brembana, le Cinque meditazioni sulla morte ovvero sulla vita di Francois Cheng. Il pensatore cinese, naturalizzato francese, si pone sin dalle prime pagine delle domande non dissimili da queste mie: "Se la nostra esistenza non avesse alcun senso, l'idea stessa di senso non ci avrebbe mai sfiorati" (p. 14). L'universo, "pur ignorando se stesso, sarebbe stato capace di generare degli esseri coscienti e agenti, i quali, nello spazio  di un  trascurabile lasso di tempo, lo avrebbero visto, e conosciuto, e amato, per poi scomparire. Come se tutto ciò non fosse servito a nulla...". "Questo nichilismo", "divenuto oggi un luogo comune", va accettato dogmaticamente?

Non saprei. Ho solo il sospetto che, se lo scenario ontologico è questo, non abbiamo molti argomenti etici da obiettare a quei soggetti, individuali e collettivi, privati e pubblici, che anche ai nostri giorni stanno violentando la Terra pur di strappare qualche centimetro di terreno e qualche scampolo di denaro. 

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martedì 25 luglio 2023

TI INTERESSA FINANZIARE UNA PICCOLA BORSA DI STUDIO PER RAGAZZI CURIOSI DELLA NONVIOLENZA?


 Care e cari, come sapete dal 2022 si è aperto anche a Palermo un centro del "Movimento Nonviolento" nazionale (per essere aggiornati basta iscriversi alle notifiche via e-mail mediante il blog:  
 www. https://movnonviolentopalermo.blogspot.com/).                            

Tra le altre iniziative, stiamo lanciando una borsa di studio per ragazzi/e interessati/e a dedicare alcune ore dei prossimi mesi allo studio della teoria e della pratica della nonviolenza.

Qui di seguito potete leggere il bando e, se conoscete giovani che rientrano nella fascia scolastica indicata, potete proporre loro l'iscrizione.

Intanto, se qualcuno di voi lo desiderasse, potrebbe chiederci di finanziare con 500,00 euro una borsa di studio (da intestare al donatore o a una persona a lui cara). In questo caso contattatemi in privato sulla casella postale: a.cavadi@libero.it

Questo il bando da proporre ai potenziali finanziatori e ai potenziali iscritti:

BANDO PER 12 BORSE DI STUDIO SULLA TEORIA E LA PRATICA DELLA NONVIOLENZA

 

Il centro palermitano del Movimento Nonviolento (www. https://movnonviolentopalermo.blogspot.com/) ha organizzato un breve Corso di informazione/formazione sulla teoria e la pratica della nonviolenza.

Il corso è destinato a 12 ragazze/i frequentanti la classe quarta di un Istituto di scuola media di secondo grado (di qualsiasi indirizzo) tra quanti ne facciano richiesta all’indirizzo a.cavadi@libero.it  secondo il modulo qui sotto riportato.

Il Corso prevede 10 incontri quindicinali (2 al mese) per un totale di 5 mesi secondo il calendario:

 

1.     venerdì 27 ottobre ore 18 – 20: Presentazione del libro-guida (A. Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di accettarla o rifiutarla Di Girolamo Editore) da parte della prof.ssa Maria D’Asaro.

2.     venerdì 10 novembre ore 18 – 20: Laboratorio teorico-pratico condotto dal prof. Andrea Cozzo.

3.     venerdì 24 novembre ore 18 – 20: Laboratorio teorico-pratico condotto dal prof. Andre  Cozzo.

4.     venerdì 1 dicembre ore 18 – 20:    Presentazione dei libri-base dei seminari autogestiti dai  partecipanti con la guida del prof. Augusto Cavadi.

5.     venerdì 15 dicembre ore 18 – 20: Lezione del prof. Andrea Cozzo.

6.     venerdì  12 gennaio  ore 18 – 20: Seminario auto-gestito dai partecipanti con la guida del prof. Augusto Cavadi.

7.     venerdì  26 gennaio ore 18 – 20:  Lezione del prof. Andrea Cozzo.

8.     venerdì 9  febbraio ore 18 – 20: Seminario auto-gestito dai partecipanti con la guida del prof. Augusto Cavadi

9.     venerdì  23 febbraio ore 18 – 20: Lezione del prof. Andrea Cozzo

      venerdì 8 marzo ore 18 – 20:        Consegna degli elaborati (scritti, in power point, filmati  etc.) da parte dei partecipanti e bilancio dell’esperienza con la guida della prof.ssa Maria D’Asaro.

 

Nei seminari autogestiti ogni partecipante esporrà al gruppo la sintesi di un ‘classico’ della Nonviolenza che gli sarà proposto (e dato in prestito) dal docente. 

Al termine del Corso a tutti gli iscritti che avranno partecipato con continuità (è ammessa solo un’assenza su 10 incontri) e che avranno consegnato un prodotto (ritenuto dalla Commissione almeno pienamente sufficiente) in cui mostreranno di aver compreso correttamente la concezione della nonviolenza verrà consegnato un assegno di euro 500,00 come piccolo stimolo a proseguire la propria ricerca personale nel campo della storia, della politica, della filosofia e della pedagogia. 

I ‘prodotti’ migliori saranno utilizzati – ovviamente citandone l’autore – per interventi formativi nelle scuole, nelle associazioni, nei centri sociali, nelle parrocchie etc. che ne faranno richiesta.

 

 

Gli incontri avranno luogo nella sede del Centro palermitano del Movimento Nonviolento presso la Casa dell’equità e della bellezza (via N. Garzilli 43/a – 90142 Palermo).

 

 ___________________________________________

MODULO DI ISCRIZIONE

Io sottoscritt_,                                                                       , nat_ a                       il  /     /            e

domiciliat_          in via/piazza                                                    n.                       città

cell.                    e-mail                            

iscritto al quarto anno dell’Istituto

della città di 

con la presente chiedo di partecipare al Corso di informazione/formazione alla teoria e alla pratica della nonviolenza per le seguenti motivazioni *:

 

 

 

 

 

 

 

·      La sincerità della dichiarazione sarà più apprezzata della forma in cui verrà espressa.                               

domenica 23 luglio 2023

LAVORARE STANCA? UNA TERAPIA RICOSTITUENTE DALLA SAGGEZZA 'CLASSICA'

 LAVORARE STANCA, MA POSSIAMO ALLEGGERIRE NOI STESSI E GLI ALTRI





LAVORARE STANCA ? PROVIAMO CON INIEZIONI DI VIRTU'

 

Delle virtù umane principali tramandateci dalla cultura greca, romana e cristiano-medievale non sappiamo più né perché hanno lo strano aggettivo qualificativo di “cardinali” (costituiscono i “cardini” essenziali di una vita ben costruita) né quante sono (quattro) né come si chiamano (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza). Se ne abbiamo perduto la nozione, a maggior ragione la pratica!

A rinfrescarci la memoria, soprattutto in vista di una ripresa operativa, ci ha provato il medico e bio-etico Salvino Leone nel suo recentissimo Che fatica! Le virtù nel lavoro quotidiano, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2023, pp. 156, euro 14,00. A suo parere, infatti, una rilettura di queste qualità antropologiche potrebbe ridare senso, e sapore, a ciò che occupa la maggior parte delle nostre giornate: il lavoro. 

La “prudenza” viene opportunamente rinominata la “virtù decisionale” per eccellenza di cui sono “manifestazioni specifiche” la sagacia, la docilità (nel senso etimologico di capacità di imparare da chi ha qualcosa da insegnarci), la lungimiranza, la circospezione, la cautela, la tempestività, la capacità di dare buoni consigli, il buon senso pratico. Vizi opposti sono, per difetto,  la negligenza, l’indiscrezione (o attitudine a violare la privacy altrui) e l’imprudenza (per avventatezza o per sconsideratezza); per eccesso, l’immobilismo, la perfidia, il silenzio colpevole.

La virtù principale tra le “virtù sociali” è ovviamente la “giustizia” con le altre qualità ad essa correlate: la bontà (cui si oppone la cattiveria), l’equità (cui si oppone la disparità), l’imparzialità (cui si oppongono tanto il favoritismo quanto l’egalitarismo, inteso – per dirla con don Lorenzo Milani - come “fare parti uguali tra diseguali”), l’onestà (che è il contrario dell’inganno) e la veracità (cui si oppongono la mendacità, l’ipocrisia, la maldicenza, la calunnia, l’indelicatezza), l’attitudine a correggere (equidistante fra i vizi opposti della condiscendenza e della durezza), il rispetto (che è rifiuto della derisione, dell’ingiuria e del disprezzo), l’affabilità (equidistante dalla scontrosità ma anche dall’affettazione), la gratitudine (che non è, ovviamente, ingratitudine ma neppure adulazione), la generosità (cui si oppongono tanto l’avarizia quanto la dispendiosità o prodigalità), la flessibilità (saggio equilibrio fra rigorismo e lassismo).

La “fortezza” (o, come diremmo oggi, la forza interiore) è la terza virtù cardinale cui fanno corona la pazienza (opposta all’impazienza), la tolleranza (opposta all’intolleranza), il coraggio (che dista certamente da pavidità e da mediocrità, ma anche da temerarietà), la perseveranza (che è contraria all’incostanza come all’ostinazione).

Quarta virtù basilare è la “temperanza” che – limitatamente all’ambito lavorativo – comporta laboriosità (che non è pigrizia ma neppure iperattivismo stakanovista o addirittura workaholism), diligenza (via media tra negligenza e perfezionismo), autocontrollo (contrario della propensione all’ira), umiltà (che, se intesa rettamente, non implica né autodenigrazione né superbia).


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https://www.zerozeronews.it/lavorare-stanca-ma-possiamo-alleggerire/

giovedì 20 luglio 2023

ADOLESCENTI NELL'INFERNO DEL DARK WEB: UN ROMANZO SOCIOLOGICO PER GIOVANI E ADULTI


 SETTE PASSI VERSO L’INFERNO DEL DARK WEB

La saggistica, con intenti più o meno esplicitamente pedagogici, riguardante i rischi del web in generale, del dark web in particolare, è ormai fitta di titoli. Quanti di questi scritti raggiungono coloro che ne avrebbero più necessità, cioè le generazioni più giovani? E soprattutto, quanti dei pochi giovani che vengono raggiunti, sono disposti a leggerli e a trarne le conseguenze comportamentali? Come per  tutte le dipendenze, anche per le dipendenze da internet il cognitivo può giocare un suo ruolo, ma va certamente integrato con l’affettivo, il sentimentale, l’emozionale. 

Di una simile sintesi fra informazioni tecniche e sollecitazioni etiche è capace solo la letteratura. Come nel caso di questo racconto lungo, o forse meglio romanzo breve, di Leonardo Torre, Alice nel paese oscuro. Viaggio in un mondo sommerso(Atile Edizioni, Pontinia 2023, pp. 235, euro 15,00) il cui protagonista – che è anche la voce narrante su un registro autobiografico – è un adolescente che, entrato alla scuola media superiore, si scopre scarsamente propenso ai rapporti sociali: segnatamente con i nuovi compagni di classe e con i nuovi insegnanti. Mostra diffidenza verso tutti e da tutti è, gradualmente ma inesorabilmente, emarginato. Una disgrazia familiare, che spezza il matrimonio dei genitori, non contribuisce certo a dargli serenità ed equilibrio.  Per vincere solitudine e conseguente noia, prova a esplorare il mondo del web sommerso, dove con il nickname di Jabberwock (personaggio mostruoso partorito dalla fantasia di Lewis Carrol) partecipa – prima da spettatore, poi da attore – a quelle pericolose idiozie che sono le “sfide” (challenges) estreme. 

Torre descrive con abilità psicologica la discesa agli inferi del protagonista, a cui viene diagnosticata “la sindrome degli hikikomori”: gradino dopo gradino, con la convinzione – sempre più falsa man mano che si procede – di poter tornare indietro quando si voglia. La recensione non è il luogo adatto per svelare le vicende raccontate né tanto meno la conclusione in cui sfociano (che probabilmente non entusiasmerà l’Ordine degli psicologi) : diciamo solo che, come suggerisce già il titolo, le pagine narrano una sorta di viaggio in sette tappe (ognuna più  tremenda della precedente) da parte di una nuova Alice, trasportata da un torbido Cappellaio Matto nel paese gli orrori piuttosto che delle meraviglie.  


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lunedì 17 luglio 2023

PER UNA PEDAGOGIA FEMMINISTA: ALCUNI PUNTI ESSENZIALI

 


Segnalo che è stato pubblicato (e in download gratuito) il numero LII, 1, 2023 di "Pedagogia delle Differenze - Bollettino della Fondazione Fazio-Allmayer" che contiene   vari contributi, tra cui il mio Educare diversa/mente. Indicazioni dal femminismo:


file:///Users/macbookair/Desktop/Augusto/Riviste%20e%20quotidiani/Pedagogia%20delle%20differenze/%20Indicazioni%20dal%20femminismo.html

 

E' possibile scaricare sia il mio contributo sia tutto il numero in formato pdf:

https://pedagogiadelledifferenze.it/index.php/pdd/issue/view/5



Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com





sabato 15 luglio 2023

LE DUE CUPOLE: PERCHE' LA COMMISSIONE VATICANA SULLE MAFIE PLANETARIE HA INTERROTTO I LAVORI?


 “ADISTA/ SEGNI NUOVI”

N.26 DEL 22.7.2023

 

LA MAFIA, LA CHIESA, IL VATICANO

 

Che cosa distingue le organizzazioni criminali ‘comuni’ dalle associazioni di stampo mafioso?

Alle prime interessa il denaro; alle seconde interessa il denaro e soprattutto il potere: per questo i criminali ‘generici’ sono contro lo Stato, i mafiosi vogliono entrare nei gangli dello Stato. Questa differenza negli scopi cui si mira spiega una differenza anche dei mezzi adottati: il criminale-e-basta usa esclusivamente la violenza, il mafioso ricorre alla violenza solo come extrema ratio, quando non ottiene in altro modo il consenso, la complicità, l’obbedienza. Per ottenere tale consenso sono importanti vari linguaggi, tra cui il teologico-religioso: se il boss è un devoto di Cristo, della Madonna, dei santi; se celebra solennemente in chiesa le tappe fondamentali dell’esistenza propria e dei familiari; se si mostra munifico di aiuti economici alle parrocchie, alle congregazioni cattoliche, agli istituti confessionali di beneficenza...chi potrebbe mettere in dubbio l’insostituibile preziosità del suo ruolo sociale? Perché non gli si dovrebbe almeno altrettanta fiducia che nel sindaco, nel comandante della stazione dei carabinieri, nel parroco? 

Questi dati spiegano perché solitamente le associazioni mafiose si caratterizzano per credenze, simboli, cerimonie, norme morali di origine religiosa (sia che vengano trasposte senza alterazioni sia che vengano modificate e adattate strumentalmente): ciò lo si riscontra non solo in aree tradizionalmente cattoliche, come il Meridione italiano, ma anche nel caso di “nuove” mafie come la mafia russa o la mafia nigeriana. 

E’ arrivata come gradevole sorpresa, dunque, nel maggio del 2021 la notizia che il Vaticano aveva istituito un gruppo di lavoro sul tema dei rapporti fra Chiesa cattolica e organizzazioni mafiose, con particolare riferimento alla problematica concernente la “scomunica” canonica degli aderenti a tali organizzazioni criminali. Non meno sorprendente – ma questa volta non altrettanto gradevole – arriva in questi giorni, dal periodico francese La Croix,  la notizia che quel gruppo di lavoro ha interrotto gli incontri. Non si sa se definitivamente o provvisoriamente. Perché questa decisione (per altro, almeno sino ad oggi, non resa pubblica)? E’ arrivato a conclusioni soddisfacenti (quali?) o, scavando nel terreno, si sono toccati fili sotterranei pericolosamente imbarazzanti? 

I collegamenti fra le cosche e gli ambienti clericali, nei Paesi a maggioranza cattolica, sono infatti ben noti e vicende come gli affari dello IOR o l’assassinio del banchiere Calvi a Londra hanno attestato che questi collegamenti sono arrivati a Roma, al centro del cattolicesimo (cfr. il convegno Le due cupole organizzato a Roma da “Adista” nel 2011). 

Ma c’è qualcosa di più preoccupante, anche se la stampa e gli altri media si fermano alle notizie clamorose di cronaca nera. Ed è qualcosa che non riguarda solo la Chiesa cattolica, ma anche altre Chiese cristiane, perché coinvolge il patrimonio dottrinario comune per millenni a diverse confessioni religiose.  Infatti alcuni di noi, studiando la questione, siamo arrivati alla convinzione che fra il Dio dei mafiosi e il Dio dei cristianesimi tradizionali (per altro ritenuti da molti gli unici cristianesimi accettabili) vi siano delle inquietanti analogie: in entrambe le prospettive, infatti, si pensa Dio come Essere che gestisce, arbitrariamente, la propria “onnipotenza”; che “punisce” con sofferenze di ogni genere i peccatori e i loro discendenti; che viene acquietato solo dalla morte in croce del suo stesso Figliolo e così via. Un Dio, insomma, più padrino che padre. 

Tali analogie (su cui la riflessione “post-teistica” e “post-religionale” di questi ultimi anni può gettare fasci di luce istruttivi) si riversano, a cascata, nelle altrettanto inquietanti somiglianze fra l’organizzazione verticistica e gerarchica delle cosche e le strutture istituzionali di molte Chiese cristiane, ricalcate sul modello degli Imperi mondani (romano, russo o britannico che sia). 

Se questi rapidi cenni sono veritieri, si intuisce perché Chiese come la cattolica romana possano avere serie perplessità e riserve nell’approfondire la tematica sia a livello di analisi che a livello di terapia. Infatti, per contribuire allo smantellamento delle associazioni mafiose, le Chiese dovrebbero rivedere la propria teologia e la propria catechesi; inoltre rifondarsi alla luce del modello evangelico in cui la fraternità, la condivisione, la solidarietà e la nonviolenza costituivano una novità radicale rispetto ai valori del patriarcato, della stratificazione sociale, dell’autoritarismo prevaricatore e delle intimidazioni repressive. 

Nell’attesa di saperne di più, dalla Germania arriva una notizia confortante: a Berlino si è svolta una conferenza di cinque giorni, preparata dalla commissione episcopale “Justitia et Pax”,  dedicata a ripensare l’attenzione (sinora molto scarsa) della Chiesa tedesca ai casi di criminalità organizzata. L’idea è di affrontare in maniera “cattolica” (nell’accezione etimologica di “universale”) un fenomeno che, lungi dal restare periferico e locale, è da decenni ormai “globalizzato”. Simile strategia non può non essere apprezzata e condivisa da quanti siamo convinti che le Chiese (e anche le Comunità religiose non-cristiane sempre più presenti in Europa) dovrebbero occuparsi del sistema di dominio mafioso non solo a titolo di supporto dell’azione giudiziaria degli Stati, ma anche – e direi prima ancora – per destrutturare un modo di pensare e di vivere che impedisce la semina dell’annunzio evangelico come di altri messaggi religiosi improntati alla ricerca cel Bene comune, della convivenza pacifica fra i popoli e della salvaguardia del cosmo.

 

Augusto Cavadi

(L’autore ha pubblicato, tra altri saggi sul tema, il volume Il Dio dei mafiosi, San Paolo 2009).

 

giovedì 13 luglio 2023

MARIA D'ASARO SCRIVE A PEPPINO IMPASTATO, GIULIANA SALADINO, ANDREA CAMILLERI, SALVO LIMA, DIPSY....


 Dodici lettere all’aldilà

di Adriana Saieva

Immagina qualcuno, di cui ti fidi ciecamente e di cui apprezzi la sensibilità e la delicatezza, che ti inviti a far visita a delle persone sconosciute; immagina che in queste visite ti si svelino personalità inedite, anime pure, donne e uomini dalla sensibilità superiore che hanno avuto a cuore, principalmente, la cura degli altri. Oppure immagina di trovarti in un luogo comodo, uno di quei posti dell’anima dove ci si sofferma per ore ad ascoltare storie, forse una tavola con i resti di un banchetto, forse due poltrone con un camino acceso. E immagina che l’interlocutrice sensibile e gentile sia Maria D’Asaro che, senza fretta e distorsioni di sottofondo, ti racconti di vite “nutrienti” al punto che alla fine anche tu te ne senta appagato.  La modalità con cui ti avvicini alla sua narrazione è intima: Maria ti racconta di vite pienamente vissute,  di donne e uomini che con la loro testimonianza e i loro scritti, hanno toccato il suo cuore. E lo fa rivolgendosi direttamente a loro in forma epistolare, trasgredendo i limiti del tempo e dello spazio.  Sì, l’hanno nutrita – per usare ancora questo verbo a lei caro. Nutrire è un verbo che rimanda al primo sostentamento, alla nutrice che allatta; nutrimento è un sostantivo che rimanda alla sopravvivenza dell’organismo. Bene, Maria ha nutrito la sua anima con le vite e gli scritti di bella gente  come  Anna Stepanovna, Alex Langer, Vittorio Arrigoni e altr*. E allora fai più attenzione al racconto perché - se una scrittrice, un giornalista, un cantautore “nutrono” - è il caso di andare più a fondo, scoprire, intercettare nelle parole di Maria quel nettare di cui lei ha goduto. E Maria, dicevo, parla con loro  e nel farlo si assume la responsabilità dell’intimità: ti ho letto, riletto, ho scandagliato i meandri dei tuoi pensieri e adesso posso rivolgermi a te come qualcuno che si conosce bene e ti è intimo. Così Maria sembra dire a ciascun destinatario delle sue lettere. E tu ascolti e ti vedi nelle sezioni di partito dei vent’anni di Giuliana Saladino, ti perdi tra le parole acute di Battiato, ti commuovi accostandoti a Primo Levi; ti stupisci nello scoprire un medico di cui non avevi mai sentito parlare -Carlo Urbani- “una persone come tante altre,  che amava il suo lavoro e portava aiuto a chi purtroppo ha poco”; ti ritrovi nell’intimità del “lessico familiare” che Maria, scrivendo a Natalia Ginsburg, rievoca. E poi sobbalzi di commozione quando il destinatario della lettera è Dipsy, un cagnolino vispo e vivace a cui Maria ha dovuto dire addio, e insieme a lui c’è Felicetta, la micetta rossa che ha avuto il potere di farle passare la paura dei gatti (e io aggiungo anche alla mia dolce amica Viviana) solo grazie alla sua affettuosa e paziente presenza. E parlando con lui viene a tema quel rapporto speciale che nasce tra esseri viventi totalmente diversi, ma uguali nel saper comunicare con il linguaggio dell’amore incondizionato. 

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lunedì 10 luglio 2023

LO STORICISMO TEDESCO E ITALIANO: UNA BUONA LENTE PER LEGGERE IL PRESENTE ?

LO STORICISMO EUROPEO: UN OCCHIALE ATTUALE PER CAPIRE IL PRESENTE

 

Il titolo Lo Storicismo in Germania e in Italia (1730 – 1954). I problemi del XXI secolo, alla luce dello Storicismo non rende pienamente giustizia a questo ponderoso volume (986 pagine) di Livio Ghersi delle edizioni Di Girolamo di Trapani.  E’ sì, infatti, un libro che espone il pensiero di alcuni dei principali storicisti europei tra il XVIII e il XX secolo, ma è anche uno splendido esempio di cosa dovrebbe significare essere un intellettuale (o, equivalentemente, un filosofo nel significato etimologico, greco, del vocabolo): capace di leggere i libri essenziali su un tema, di giudicarli senza reverenze fuori luogo e soprattutto di metabolizzarli per decifrare la vita, la storia passata e presente, la realtà. Quindi senza dogmatismi, senza furbizie diplomatiche o accademiche, soprattutto animato  dalla passione per la verità (sia pur parziale) e per il bene dell’umanità (sia pur in progress).

Ciò che mi ha colpito maggiormente di quest’opera – che a mio sommesso avviso non dovrebbe mancare nella biblioteca di alcun cultore di storia delle idee e di storia politica – è la estrema, rarissima, libertà di pensiero che traspira da ogni pagina. L’autore infatti, pur esprimendo rispetto e non di rado ammirazione per i pensatori di cui illustra le linee portanti ( G.B. Vico, J. G. Fichte, J. G. Hamann, , J. G. Herder, W. Humboldt, F. D. E. Schleiermacher, B. G. Niebuhr, L. von Ranke, W. Dilthey, G. Simmel, H. Rickert, E. Troeltsch, O. Spengler, F. Meinecke, B. Croce), non esita a prenderne le distanze ogni volta che lo ritiene necessario.

Altrettanta libertà egli dimostra nel valutare personaggi e vicende del nostro tempo: pur dichiarandosi più volte un “liberale”, avanza critiche – talora durissime – a governi di impostazione liberale-liberista, dal governo britannico uscito dall’Unione Europea al governo statunitense che, per giustificare la “insaziabile bulimia” della Nato (p. 632) sta demonizzando la figura di Putin e foraggiando una campagna d’informazione mondiale tesa ad attizzare la «russofobia»” (p. 645). 

Non posso accennare, neppure per sommi capi, ai diversi passaggi del libro che mi trovano talora perplesso talora in disaccordo. Ma posso testimoniare che anche questi passaggi, esposti con magistrale chiarezza e insolita dignità morale, mi hanno attivato considerazioni e punti di vista a cui non avrei mai pensato da solo. E non è forse questo “dar da pensare” il massimo che si può chiedere a un volume di saggistica nell’epoca della scrittura per slogan con finalità (più o meno scopertamente) apologetiche o propagandistiche? 

 

Augusto Cavadi

 

www.zerozeronews.it

8.7.2023

sabato 8 luglio 2023

PARLARE AI MORTI PERCHE' I VIVI INTENDANO: LE DODICI LETTERE ALL ' ALDILA' DI MARIA D'ASARO


 PARLARE AI MORTI PERCHE’ ASCOLTINO I VIVI

 

Il combinato disposto – diciamo, più semplicemente, la somma – d’ignoranza linguistica e            d’ignoranza storica (delle quali gli italiani soffriamo meno di altre popolazioni industrializzate, comunque in misura spaventosa) sta producendo effetti che sono sotto gli occhi di chiunque : viviamo tragedie eclatanti (dalle stragi dei migranti alla guerra fra Russia e Ucraina) e crisi striscianti (lo smantellamento, mattoncino per mattoncino, di quel tanto di Repubblica democratica e di “stato sociale” che – non senza lacune e inadempienze – eravamo riusciti faticosamente a costruire dal Secondo dopoguerra agli inizi degli anni Ottanta del XX secolo) come zombi oscillanti fra la veglia della vita e il sonno della morte.

Se questo quadro è sostanzialmente realistico, vedrei due scenari principali per il futuro: o ci si chiederà come l’umanità del terzo millennio abbia potuto attraversare questa fase di cecità autolesionistica oppure il degrado intellettuale e morale avrà raggiunto il livello zero (ammesso che esisterà, nonostante il suicidio ecologico e bellico, ancora una specie sapiens sapiens). 

Per scongiurare tali possibili scenari, è evidente che si debbano moltiplicare – qui e adesso – gli sforzi per alfabetizzare le maggioranze dopate e per evocare squarci significativi del nostro passato.

 

Due terapie sinergiche

Per quanto riguarda il primo obiettivo (l’alfabetizzazione linguistica) non si tratta di moltiplicare la quantità dei testi da leggere – infatti non è vero, come si sente ripetere, che la gente non legge più – bensì la qualità. La gente legge oggi come mai nella storia dell’umanità: ma legge manifesti pubblicitari, post su facebook, giornali e riviste on line, e-mail e whatsapp; dunque legge di tutto senza possedere criteri di giudizio su ciò che legge. Gli studenti preparano una “tesina” con pezzi trovati in rete, ma senza preoccuparsi di specificarne la fonte: così la citazione dalla conferenza di un premio Nobel per la medicina finisce, intrecciata con l’opinione sul cancro del bottegaio all’angolo, in “una notte grigia in cui tutte le vacche sono grigie” (per parafrasare Hegel in polemica con Schelling). Dunque, dovremmo invitare (un po’ controcorrente) i giovani a leggere di meno: a una sorta di digiuno, o almeno di dieta, letteraria.  Ma di concentrarsi su testi significativi, possibilmente belli, suggeriti da qualche persona adulta di loro fiducia. Poi, quando si saranno disintossicati dalla spazzatura – o anche da ciò che, pur non essendo dannoso, è superfluo – potranno navigare da soli nell’oceano dei testi scritti. E diventare, a loro volta, garanti (provvisori) delle generazioni successive.

Non minore attenzione esige il perseguimento del secondo obiettivo (la memoria di ciò che del passato merita di essere ricordato o perché terribile o perché esemplare). Ci sono, pur tra prodotti poco interessanti, film e documentari che riescono efficacemente a ricostruire epoche storiche, vicende, personaggi. Ma è importante - a mio sommesso avviso – che il recupero della memoria storica avvenga anche attraverso pagine scritte, più adatte del linguaggio visivo a cogliere dettagli analitici e a suscitare pause di riflessione e valutazioni critiche. Pagine di questo genere dovrebbero, comunque, possedere una certa attrattiva estetica, in difetto della quale producono la noia e la disaffezione che ben conosciamo noi fruitori di manuali scolastici e di monografie accademiche. Per fortuna il Novecento (come il secolo in cui ci troviamo) ci ha regalato volumi seri e gradevoli al tempo stesso, come  - per non aprire un elenco lunghissimo - Il secolo breve di Erich Hobsbawm: volumi che non ci raccontano tutti gli avvenimenti degni di memoria, ma ci accendono il desiderio di conoscerli.

 

Lettere dall’aldiquà

Di sintesi potenti e attraenti come i volumi di un Hobsbawm non tutti siamo capaci. Ma possiamo dare una mano all’intento, inscindibilmente didattico e politico, di colmare – almeno in parte – le amnesie collettive sperimentando altri generi letterari. E’ il caso di Maria D’Asaro che, da molti anni, ha avvertito l’esigenza interiore di scrivere “lettere” a protagonisti della vita civile nazionale (e non solo) che, in questi giorni, ha deciso di raccogliere in un unico volume: Una sedia nell’aldilà (Diogene Multimedia, Bologna 2023, pp. 146, euro 16,00).

 

A siciliani (più o meno... illustri)

Lascio alla curiosità del lettore le ragioni dell’insolito titolo e passo direttamente a qualche assaggio delle dodici “lettere” (alcune delle quali già edite in riviste o in volumi curati da altri). Nel ripercorrerle, seguo l’andamento centrifugo: parto dalla provincia di Palermo - la città dell’autrice – per allargare lo sguardo sulla Sicilia, poi sull’Italia e, infine, anche oltre.

La missiva che apre il volume è indirizzata a un giovane adulto che è vissuto, ed è morto assassinato, a poche decine di chilometri dal capoluogo regionale:

 

« Caro Peppino, quando ti hanno ammazzato, avevo vent’anni. Ero tutta casa, chiesa e università. [...]  C’era, ma allora la mafia non mi sfiorava. Ero troppo occupata a combattere le mie piccole buone battaglie. Però, anche se oscurata da quella più eclatante dell’assassinio di Aldo Moro, la notizia della tua morte mi colpì. “I carabinieri non nutrono dubbi sulla fine dell’estremista siciliano, dilaniato dalla bomba che stava collocando sui binari”, titolavano ossequenti e sicuri i giornali governativi. [...] Così ho cominciato a documentarmi e a capire. “Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia” non era più l’affermazione azzardata degli estremisti demoproletari, ma la triste verità che, tra tanti colpevoli silenzi e depistaggi, si andava faticosamente facendo strada. Nella scuola dove ormai insegnavo, ho scoperto che Pino Manzella, il docente di Francese che dipingeva con passione e talento, era stato uno dei tuoi amici più cari. Ho saputo poi che l’avvocato Vincenzo Gervasi, che rappresentava i tuoi familiari al processo, era il marito di una docente mia amica. E addirittura che quell’Impastato da cui facevo la spesa, vicino Cinisi, era tuo fratello Giovanni! E la signora a cui pagavo le pizze tua cognata Felicetta…Così, piano piano, per me sei diventato un morto di famiglia. [...] Caro Peppino, avevo voglia di scriverti proprio per scusarmi e per ringraziarti. Per scusarmi di non avere subito creduto alla verità sulla tua morte: nel 1978 avevi solo dieci anni di più, ma eri avanti anni luce...C’è voluto il tuo brutale assassinio, perché in tanti ci interrogassimo su quel terribile mostro di casa nostra che è la mafia. E capissimo che contro la mafia ognuno deve combattere la sua battaglia: in famiglia, a scuola, al lavoro, in negozio, in condominio, nei palazzi del potere, nella pubblica amministrazione, in politica. Voglio ringraziarti per la tua testimonianza di siciliano libero, senza padroni: libero dai condizionamenti mafiosi della tua famiglia d’origine, libero dagli schemi logori dell’appartenenza politica, libero di ridere ridicolizzando i rappresentanti di potere» (pp. 9 -  15).

 

 

Sullo stesso fronte antimafia troviamo una donna, Giuliana Saladino, giornalista de “L’Ora” e scrittrice di successo. A lei, con toni non meno toccanti della lettera precedente, si rivolge D’Asaro:

 

« Cara Giuliana, ho imparato ad apprezzarti grazie alla mia amica Teresa: “Ti perdi due perle se non leggi Romanzo civile Terra di rapina”. Prima della sua “presentazione” sapevo solo che eri una giornalista. Chissà, forse una volta potremmo anche esserci incrociate in città, magari in una delle tante manifestazioni antimafia…Ma i tuoi occhi nocciola, scuri e intensi, posso solo immaginarli, perché ti ho conosciuto davvero quando ho letto i tuoi libri. E tu non c’eri più. Teresa aveva ragione: mi sono subito innamorata della tua scrittura. E sono stata affascinata dalla tua intelligenza, dalla tua passione civile, dal tuo lucido impegno. Per età, potevi essere mia madre. Ma, nonostante la distanza anagrafica, ti ho sentita vicina, quasi ‘compagna’, per sensibilità umana e politica» (p. 21).

 

Chi come me ha conosciuto Giuliana negli anni Sessanta e l’ha avuta come mentore nei primi passi nel mondo della comunicazione sociale (aveva la responsabilità della pagina “L’Ora-Scuola” cui contribuivamo alcuni di noi liceali) non può che rallegrarsi nel vederla ricordare anche a generazioni che, molto probabilmente, non ne hanno mai sentito pronunziare neppure il nome.

Anche un terzo personaggio è palermitano, ma schierato esattamente sul fronte opposto rispetto a Peppino e Giuliana. Maria D’Asaro non rinunzia al suo registro comunicativo mite, misurato, ma anche dolente e inequivocabilmente chiaro:

 

«Lei rappresentava la DC di potere, legata all’area grigia che in Sicilia coagulava il consenso politico. “Non si muove foglia che Lima non voglia”, si diceva scherzosamente. Se si cercava un “favore, si andava dall’onorevole Lima. [...] Eppure, chi la conosceva bene ha chiarito che lei viveva una particolare solitudine: i mafiosi la trattavano come politico, i politici, talvolta, la trattavano quasi più come mafioso che come uno di loro. La sua figura appare ambigua e tragica insieme, destinata purtroppo a essere sacrificata quando saltano gli equilibri che lei aveva contribuito a garantire» (pp. 47-48).

 

Torna in mente, per contrapposizione, il titolo sarcasticamente fulminante con cui un noto settimanale umoristico dell’epoca diede la notizia del suo assassinio per mano mafiosa: «Salvo Lima come John Lennon: ucciso da un suo fan».

Prima di lasciare il giro dei palermitani, mi piace ricordare la lettera dedicata a uno dei più innocenti e amorevoli abitanti che la città possa ospitare: il cagnolino Dipsy (e, in certa misura, la sua cuginetta felina Felicetta). In queste righe in onore dell’animalità l’autrice riversa alcuni tesori della sua umanità:

 

«Chi pensa che sia eccessivo scrivere una lettera di commiato a un cagnolino defunto non ha sperimentato la grazia di avere accanto un cane vispo e affettuoso come te o gattine speciali come Felicetta. E non ha provato la tristezza di perdervi» (p. 51).

 

Fuori da Palermo e dintorni, ma ancora dentro i confini della Sicilia, troviamo Andrea Camilleri, al quale Maria D’Asaro si rivolge mimando la lingua simil-siciliana usata dallo scrittore agrigentino nei suoi celeberrimi romanzi: 

 

« La sua è stata una fortuna meritata perché nell’esercizio delle sue belle professioni e passioni – aspirante poeta, regista, sceneggiatore, infine scrittore – Lei ha sempre ascoltato la musica delle parole. E ha sempre scelto quelle giuste per tessere la trama e l’ordito dei suoi cunti.

Mi avissi piaciuti assai leggere altre sue storie. E poi, avissi avutu l’ardiri di chiacchierare tanticchia con Lei. Non l’avrò, questo prio di incontrarla vivente. Ma io a vossia u vegnu a truvari ‘nta li so libri. E mi scialu e arricriu cu li so storie» (p. 19).

 

Il «Caro Francuzzo» cui si rivolge la mittente a p. 41 è Battiato:

 

«Chissà se ora senti più vicine le sacre sinfonie del tempo, se hai sperimentato che “siamo esseri immortali, caduti nelle tenebre, destinati a errare/nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione… Che siamo angeli caduti in terra dall'eterno, senza più memoria…”. Tu, assertore della reincarnazione - “quel lungo percorso che fa vivere vite in quantità”. “Sbucherò da qualche parte, sono sicuro: vivremo per l’eternità” - chissà se ora “tocchi l’infinito con le mani” … se ti sei fatto strada tra “cento miliardi di stelle”, se la tua anima le attraversa e se “su una di esse vivrà eterna” …

Chissà se, nell’Altrove, hai incontrato Manlio, l’amico e compagno di una felice intesa artistica. Manlio, siciliano come te, sull’essenzadell’insularità, scriveva  dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. (…) La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere.La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo tedium storico, fattispecie nel Nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera» (pp. 42 – 43).

 

A Palermo è nata anche Natalia Ginzburg, dove il padre – di cognome Levi – si trovava temporaneamente a insegnare, ma ne è vissuta lontano sino alla morte nel 1991. La sintonia fra chi scrive e la destinataria (virtuale) è, anche in questo caso, profonda. E commovente. Peccato doverci limitare, per non abusare dello spazio,  alle poche righe d’esordio:

 

« Cara Natalia,

 “Avrei voluto vederla; e dirle in qualche modo (…) il significato immenso che avevano i suoi libri per me”. Le parole che Lei avrebbe voluto rivolgere alla scrittrice inglese Ivy Compton Burnett, sono le stesse che avrei voluto dirle, se mai avessi potuto incontrarla. E, nel nostro immaginario dialogo, mi sarebbe piaciuto che Lei avesse pronunciato la stessa frase detta realmente a una sua amica: «Mi avrebbe fatto un gran piacere se mi avessi scritto. In fondo un libro si scrive per quella persona che ci manderà una lettera. Prende voce e faccia, non si è più così soli» (p. 125).

 

A italiani (meritevoli di non essere dimenticati)

L’autrice non si limita a dialogare con conterranei. Si rivolge, infatti, anche ad Alex Langer, indimenticabile intellettuale e politico alto-atesino, nei cui confronti la stima e l’affetto appaiono inestricabilmente annodati:

 

« L’impegno verde ed ecologista, insieme a quello per la pace, è stato l’orizzonte ideale per cui hai speso le tue migliori energie. Da quando, l’8 dicembre 1984, hai tenuto la relazione introduttiva alla prima assemblea, dei Verdi sei stato co-fondatore e ispiratore. Un vero profeta ecologista, che univa alle campagne per la salvaguardia della biosfera l’impegno personale e minuto: ad esempio, perché gli alberghi evitassero le confezioni monodose di burro e marmellata e offrissero semplici ciotole riempite alla bisogna. Molto prima che ce lo suggerisse Greta, viaggiavi sempre in treno e utilizzavi la macchina solo quando l’urgenza o l’incalzare degli impegni lo imponevano. Non c’era campagna di solidarietà internazionale o di sensibilizzazione ecologica che non ti vedesse coinvolto in modo concreto, con grande spirito di dedizione.

Tu  che volavi alto» (p. 63).

 

Un altro destinatario  cui Maria D’Asaro scrive ex abundantia cordis è Vittorio Arrigoni detto Vik (1975 – 2011). Come di Carneade, di lui sarà spontaneo ai più chiedersi: «Chi era costui ?». E proprio domande del genere sottolineano la rilevanza, culturale e civile, di libri come Una sedia nell’aldilà, la cui autrice così scrive all’autore del libro-reportage Gaza. Restiamo Umani : 

 

«Sei stato rapito la sera del 14 aprile 2011, all’uscita di una palestra di Gaza dove eri solito andare. Pare che i tuoi assassini appartenessero aun gruppo terrorista dell'area jihādista salafita.Dopo averti mostrato in un video bendato e legato, minacciano la tua uccisione se non saranno liberati uomini del loro movimento, detenuti nelle carceri palestinesi. Ma già l’indomani il tuo corpo senza vita verrà trovato in una casa di Gaza» (p. 95).

 

 

Non più noto di Arrigoni è il medico marchigiano Carlo Urbani infettivologo di fama mondiale.  Quando ad Hanoi, il 28 febbraio del 2003, corse al capezzale di un americano ricoverato con una strana polmonite, intuì la pericolosità di quell’infezione polmonare, lanciò l’allarme all’Organizzazione mondiale della Sanità e chiese un’immediata quarantena. «Grazie alla sua prontezza» – gli scrive D’Asaro -  

 

«in Vietnam e nel Sudest asiatico morirono della nuova malattia - denominata SARS, Sindrome respiratoria acuta severa – meno di un migliaio di persone. Purtroppo, tra queste anche Lei. Sua moglie Giuliana non ha mai voluto che le si attribuisse l’aggettivo di eroe: per Giuliana, Lei era una persona come tante altre, che amava il suo lavoro e la vita e portava aiuto a chi purtroppo ha pocoUna persona normale. Ma una normalità così straordinaria non la si improvvisa» (pp. 73 – 74).

 

La penultima lettera della raccolta è indirizzata, invece, a un personaggio noto a livello internazionale:

 

« Egregio dottor Levi, solo di fronte al mare, avvolta dalla luce dorata dell’agosto siciliano, sono riuscita a ripercorrere la sua via crucis e a leggere con passione molti suoi scritti. Tra una pagina e l’altra, mi sono spesso fermata, perché mi mancava il respiro… L’azzurro del mare mi aiutava a continuare il viaggio doloroso, come se l’acqua lenisse un pochino l’angoscia di condividere quello che era accaduto ad Auschwitz, nella baracca n.45» (p. 101).

 

A una giornalista russa (e non solo)

Oltre le lettere ai siciliani e agli italiani, Maria D’Asaro ne riserva una particolarmente vibrante all’eroica giornalista russa Anna Stepanovna Politkovskaja (assassinata, ad appena 48 anni, il 7 ottobre 2006):

 

« Non è stato difficile ucciderti, in ascensore: eri una donna sola, senza difesa, senza nessuna protezione, di ritorno dal supermercato...Ti era stato suggerito di fare attenzione. Pare che qualcuno avesse già tentato di avvelenarti, qualche anno prima, mentre viaggiavi in aereo perBreslan: ma allora ti eri salvata. Sulla “Novaja Gazeta” hai continuato a raccontare - coraggiosa, ostinata, tenace – tutte le brutture di cui eri testimone in Cecenia. Crimini che ti erano confermati, a microfoni spenti, anche da militari» (pp. 99 – 100).

 

L’autrice approfitta dell’occasione per accomunare, in un unico abbraccio, i giornalisti che hanno pagato con la vita la fedeltà all’unico precetto deontologico irrinunziabile: scrivere la verità: Natal’ja Éstemirova (colpevole di avere anch’essa denunziato le violazioni dei diritti umani del governo di Putin); Daphne Caruana Galizia ( che «ha scoperchiato i segreti di inconfessabili evasioni fiscali» a Malta); Pippo Fava e Giancarlo Siani che, rispettivamente «in Sicilia e in Campania, hanno fatto i nomi di chi era colluso o faceva affari con la mafia e la camorra» (p. 99).  

Forse, aver restituito di queste dodici lettere solo frammenti, è stato scortese nei confronti dell’autrice. In questa ipotesi, cercherò di farmi perdonare impegnandomi a leggerle

integralmente, ogni volta che ne avrò l’occasione, a quanti – adulti o giovani – ritengono meritevoli di entrare nei libri di storia soprattutto statisti che siano stati al potere per almeno un ventennio e/o che abbiano perpetrato almeno qualcuna di quelle follie che chiamiamo guerre.

 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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