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lunedì 3 novembre 2025

CLAUDIA FANTI PER L'ALLEANZA FRA SCIENZE E SPIRITUALITA'


AVER CURA DELLA TERRA: LA PREOCCUPAZIONE CHE DOVREBBE UNIRCI

La Modernità ha spezzato in tre l’approccio dell’essere umano al mondo: l’intuizione mistico-poetica, il ragionamento filosofico, la misurazione scientifica. Dal Seicento a l’altro ieri i tre mondi, separati anche nell’ordinamento accademico, si sono guardati in cagnesco o – peggio ! – si sono ignorati.

Il recente, appassionato e appassionante, libro di Claudia Fanti,  A casa nel cosmo. Per una nuova alleanza tra spiritualità e scienza (Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano 2025), dimostra, con una messe di esemplificazioni, che da alcuni decenni non è più così. Le scienze “dure” (fisica e biologia in primis), dopo aver saltato brillantemente molti ostacoli, si sono trovati davanti degli interrogativi radicali: come ha avuto origine questo universo così immenso? Come si è formata, a un certo momento, la vita? Come alcuni viventi sono diventati coscienti di sé?  I filosofi (che, perduta la fiducia nella possibilità di saper rispondere a queste domande così impegnative, si sono quasi del tutto rassegnati a fare soltanto gli storici della filosofia) sono costretti a optare: o fare finta di nulla (lasciando agli scienziati il compito di rispondere, con gli attrezzi scientifici,  a domande meta-scientifiche) o  svegliarsi dal sonno scettico e ritornare al loro compito primario: ascoltare con docilità le acquisizioni più attendibili delle scienze e, senza contraddirle spocchiosamente, osare andare oltre in direzione di visioni complessive più ampie. In questa (eventuale, ancora solo incipiente) alleanza, fra ricerca scientifica e riflessione filosofica, c’è posto anche per la teologia di matrice biblica e coranica? Dipende da come si auto-interpreta. Se essa pretende di offrire un sovrappiù di conoscenze, un patrimonio di verità oltre-umane, non può che rassegnarsi all’irrilevanza progressiva. Non così, invece, se essa – scavando con cura nei suoi Testi fondatori e nella sua Tradizione bimillenaria – riscopre la sua ricchezza più profonda: che non è di ordine teoretico, esplicativo, ma etico, performativo. Se essa riscopre l’oggetto del suo studio – l’esperienza religiosa dell’umanità – come riserva di “spiritualità”.

Il libro di Claudia Fanti prova a fare chiarezza, in larga misura riuscendovi, su questi intrecci. Con un’informazione rigorosa, ma tradotta in linguaggio fruibile anche dai non specialisti, l’autrice dà conto delle attuali teorie cosmologiche che – oltre alcuni dati abbastanza accertati: l’universo attuale ha circa 13 miliardi e mezzo di anni – offrono ipotesi più o meno plausibili (revisioni e aggiornamenti del Bing Bang o teorie radicalmente nuove come l’esistenza di pluriversi sia contemporanei che in successione cronologica, ammesso che si possa parlare di tempo anche fuori dal nostro universo). Comunque “l’inizio dell’universo è qualcosa che è al di fuori della portata della nostra mente. È un miracolo che non si può eliminare”.

Fanti fa il punto anche sulla seconda questione radicale delle scienze contemporanee :  la comparsa della vita. Si passa dai minerali ai viventi in forza di una causalità per cui i fenomeni più semplici possono causare fenomeni più complessi oppure perché nel nostro universo si danno dei “comportamenti emergenti” e imprevedibili?

L’esame dell’universo in generale non può prescindere dal caso singolare costituito non solo dal vivente, ma più precisamente del vivente cosciente (o addirittura auto-cosciente). Il dato empirico incontrovertibile è che siamo dotati di un cervello: ma è ovvio che tale “turbinio di particelle dentro un cranio” crei “impressioni, sensazioni e sentimenti”? No, questo è piuttosto il terzo enigma fondamentale di chi fa oggi ricerca scientifica rigorosa. Ritroviamo anche qui gli schieramenti principali incontrati sulle due questioni precedentemente evocate: un orientamento riduzionista o fisicalista secondo cui “la coscienza è prodotta dal cervello, a sua volta controllato dalla fisica e dalla chimica” e un orientamento alternativo (che potremmo qualificare irriducibilista  o complessivista) basato sulla convinzione che “l’attività cerebrale in sé non è in grado di spiegare la coscienza”.

Il libro si conclude (se di conclusione si può parlare per un’autrice che dichiara di essere ancora in ricerca) evidenziando la valenza esistenziale, etica e politica (con un solo termine, da intendere però nell’accezione più ampia e meno confessionale possibile, “spirituale”): perché per lei conoscere è già un valore in sé, ma è anche il presupposto indispensabile per assumere la postura più adatta in relazione agli altri esseri viventi, gravemente feriti dalla follia dell’homo demens che arriva a minacciare la loro e persino la propria sopravvivenza. E non a caso cita l’Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo Mondo: “solo con una visione nuova si potrà porre rimedio, se riusciremo ad arrivare in tempo, all’ecocidio”.

Augusto Cavadi

·      L’Autrice incontrerà i lettori del suo libro presso la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo (via N. Garzilli 43/a) dalle 11,00 alle 13,30 di domenica 16 novembre 2025.

* Per la versione originaria illustrata basta un click qui:

https://www.zerozeronews.it/ecocidio-della-terra-per-scongiurarlo-essenziale-lunita-fra-scienza-e-coscienza/


sabato 19 luglio 2025

L’ABBRACCIO DI ARMONIA E DISARMONIA

 Tradizionalmente l’armonia è stata un ideale desiderabile e realizzabile. Non oggi, mi pare, in cui tendiamo a ritenerla mistificante e, comunque, impossibile da sperimentare. Infatti, là dove c’è simmetria fra gli elementi, proporzione fra le parti, equilibrio fra le componenti, scatta il sospetto. Se non addirittura il dileggio e il rigetto. Ogni rappresentazione armonica ci sa di finto e spesso d’ingannevole: le famiglie consumano la colazione mattutina in assetto pacifico, del tutto privo di frizioni, solo negli spot pubblicitari delle fette biscottate.

Anche quando ammiriamo un’opera d’arte classica ci viene spontaneo misurarne la distanza cronologica dal nostro presente.  Il neo-classico, poi, l’avvertiamo come una sorta di infiltrazione abusiva nella stagione del disordine, dell’eccesso, del perturbante. Temiamo la normalità - il rispetto del canone, il conseguente rischio dell’assuefazione e della noia - più di ogni imprevisto. Questa condizione d’inquietudine esistenziale, che si riverbera in tutti gli altri ambiti (dall’estetica alla politica, dalla liturgia alla finanza) non è un merito e neppure un demerito: piuttosto un dato, un fatto. Possiamo tentare solo di misurarne possibili pregi e inconvenienti.

Pregi e rischi della propensione per la disarmonia

Tra i pregi di questa tendenza spirituale spicca il desiderio di verità e di autenticità. La vita, la natura, la storia non sono armoniche e non vogliamo che alcun occhiale ce le renda diverse, edulcorandole. C’è una “potenza del negativo” avvertiva Hegel che non va eufemizzata, ma conosciuta e accettata. La dimensione tragica del reale – insisteva Nietzsche - è ineliminabile e ogni tentativo di anestetizzarci per non soffrirne è destinato a fallire, peggiorando la nostra schiavitù. Ci sono molte ragioni per cui “grandi narrazioni” come il cristianesimo e il marxismo sono in crisi di consenso, ma tra queste – probabilmente – va annoverata la loro promessa di una méta finale dove la morte, l’ingiustizia, il male saranno definitivamente aboliti: una promessa troppo allettante, troppo confortante, per essere attendibile.

Se la diffidenza verso ogni ideale di armonia esprime volontà di verità (oggettiva) e di autenticità (soggettiva), non si può negare che comporti i suoi rischi. Primo fra tutti il cinismo (nell’accezione comune, e impropria, del termine). Ci sono soggetti, gruppi, movimenti culturali e/o politici che, per non scadere nell’ingenuità, finiscono col non vedere i frammenti di armonia, di equilibrio, in fondo di bellezza, neppure nei rari casi in cui essi rilucono effettivamente. C’è una retorica buonista, ma anche un riduzionismo che qualificherei ‘cattivista’ che si compiace di accentuare – sino all’assolutizzazione – gli aspetti dissonanti e conflittuali della natura e della storia.

“Dai discordi bellissima armonia”

Che sia possibile conciliare la schietta constatazione del contrasto con una prospettiva altrettanto realistica di rasserenamento mi pare testimoniato da alcuni frammenti del più antico teorico della dialettica occidentale. Senza la pretesa di interpretare correttamente un pensiero che non ci è pervenuto in forma organica, potremmo forse affermare che Eraclito non nega l’evidenza empirica della disarmonia, della  “guerra” (a suo avviso “madre di tutte le cose”, DK 53), ma non si  ferma alla fenomenologia: la nostra mente, infatti, è in grado di leggere anche la filigrana dell’essere e riconoscervi una “armonia nascosta” (DK 54). Il disordine apparente avrebbe ormai distrutto se stesso se non fosse sostenuto, governato, preservato da un ordine, da una logica, più profonda: “un’unica legge divina (…) domina tanto quanto vuole e basta per tutte le cose e ne avanza per di più” (DK 114). Il caos dei contrasti è reale, ma non è la realtà ultima, costituita da quel Logos che li “lega” (legei)  evitandone l’autodissoluzione.  La verità, dunque, è accessibile solo quando si accettano le due metà dell’unica sfera: essa è “armonia contrastante, come quella dell’arco e della lira” (DK 51). Lo stolto – sembra si possa concludere – vede il mondo come un paese dei balocchi, privo di travagli, avversità, delusioni. Il semi-saggio, con occhi ben aperti, si accorge degli ostacoli incessanti e ne tiene conto con accorta prudenza, anche a costo di perdere fiducia verso persone e avvenimenti. Il saggio, grazie al logos (pensiero) di cui è dotato  - una sorta di terzo occhio – perviene a intuire il Logos (pensiero) che regge e pervade l’universo. Senza illusioni, ma neanche caparbia resistenza, si mette in ascolto obbediente di questo Assoluto che “non vuole e vuole anche essere chiamato Zeus” (DK 32): che non è solo luce, ma neppure solo buio, perché è “giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame” (DK 67). Infatti, in generale, “l'opposto concorde e dai discordi bellissima armonia” (DK 8).

Anche dopo Platone e Aristotele, Agostino e Tommaso (a giudizio dei quali il Divino è solo Bene, Perfezione, Verità e Pienezza ontologica)  permane la perplessità di pensare il Fondamento divino della totalità come puro positivo: Schelling nell’Ottocento e Pareyson nel Novecento si sono interrogati sulla necessità di ammettere anche in Dio una dimensione di ombra con cui Egli/Ella/Esso per primo/a debba fare i conti. Vige dunque intatto, al di sopra di facili ottimismi e di altrettanto facili pessimismi, il convincimento eracliteo: “congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l'uno e dall'uno tutte le cose” (DK  10).

Augusto Cavadi

“Frontiere della scuola”, XXII, maggio 2025

giovedì 27 luglio 2023

L'EUROPA MEDITERRANEA ASSEDIATA DALL' AFA: ABBIAMO "DIRITTO" A TEMPERATURE SOSTENIBILI ?


Ieri sera, mercoledì 26 luglio 2023, siamo riusciti finalmente a mettere il naso fuori casa. L'afa infernale dei giorni precedenti (52 gradi, secondo la stampa la temperatura massima raggiunta negli ultimi 200 anni) è stata sostituita da una brezza carezzevole: ma i fuochi intorno alla città continuano a fumare, bruciando - con alberi e fiori e cespugli -  i resti cadaverici di tanti animali e animaletti innocenti.

E' stato spontaneo fare due passi e godersi con qualche amico più caro un aperitivo proprio davanti al Teatro Politeama. Ecco, ci siamo detti: questo clima - né troppo caldo né freddo - impreziosito da una ventilazione deliziosa è "giusto". E' quello "normale" a cui avremmo "diritto" tutti gli esseri viventi per tutti i 365 giorni dell'anno. 

Come conciliare questo sentimento di armonia cosmica con la narrazione scientifica maggioritaria (anche se non più esclusiva)?

Non ci sarebbe nessuna Intenzionalità Intelligente in ciò che accade nell'universo: è per caso che nel nostro pianetino sperduto sia emersa la vita biologica, è per caso che si sia preservata e si sia sviluppata - attraverso ere glaciali e fasi di disgelo - sino all'equilibrio attuale. 

Ma, se è andata così (solo così!), perché temperature molto alte o tempeste di grandine sarebbero meno "giuste", o "anomale", rispetto al clima temperato finalmente abituale? Avvertiamo qualcosa come il "diritto" di sopravvivere all'interno di un'oscillazione "ragionevole" fra il massimo e il minimo per noi sopportabili: ma chi ha il "dovere" di garantirci tale diritto?

Pare che saremo inghiottiti dal sole, una volta anch'esso raggelatosi. Niente di strano, tanto meno di assurdo. Se già viviamo nel non-senso, nel privo-di-ragioni,  in questa breve fase di vivibilità, perché ci dovrebbe essere risparmiato il naufragio nel non-senso, nel privo-di-ragioni, quando questa breve parentesi di vivibilità si esaurirà? 

Sto leggendo, in preparazione delle imminenti vacanze filosofiche in Val Brembana, le Cinque meditazioni sulla morte ovvero sulla vita di Francois Cheng. Il pensatore cinese, naturalizzato francese, si pone sin dalle prime pagine delle domande non dissimili da queste mie: "Se la nostra esistenza non avesse alcun senso, l'idea stessa di senso non ci avrebbe mai sfiorati" (p. 14). L'universo, "pur ignorando se stesso, sarebbe stato capace di generare degli esseri coscienti e agenti, i quali, nello spazio  di un  trascurabile lasso di tempo, lo avrebbero visto, e conosciuto, e amato, per poi scomparire. Come se tutto ciò non fosse servito a nulla...". "Questo nichilismo", "divenuto oggi un luogo comune", va accettato dogmaticamente?

Non saprei. Ho solo il sospetto che, se lo scenario ontologico è questo, non abbiamo molti argomenti etici da obiettare a quei soggetti, individuali e collettivi, privati e pubblici, che anche ai nostri giorni stanno violentando la Terra pur di strappare qualche centimetro di terreno e qualche scampolo di denaro. 

www.augustocavadi.com

 

giovedì 9 marzo 2023

ORLANDO FRANCESCHELLI RILANCIA INTRIGANTI SAGGI DI KARL LOEWITH


 Il cosmo è più grande del mondo degli uomini: Karl Loewith e la lezione dei Greci

 

Secondo Jacques Maritain, con Descartes la filosofia compie una svolta fondamentale: da onto-sofia (ricerca dell’essere da parte del soggetto) diventa ideo-sofia (ricerca del pensiero del soggetto). Qualcosa del genere afferma un altro tomista del Novecento, Cornelio Fabro: il “principio di Parmenide” (se si pensa, si pensa l’essere) viene sostituito dal “principio d’immanenza” (se si pensa, si pensa se stessi pensanti). Questi rivolgimenti possono sembrare sottigliezze cerebrali, ma Sartre si è incaricato di mostrarne le estreme conseguenze: passare dal “sum, ergo cogito” al “cogito, ergo sum” significa aprire la strada a un soggettivismo antropocentrico fuori dal quale l’essere (il reale, ciò che è) risulta senza senso, assurdo. Ci si trova dunque smarriti in un mondo, muto e opaco, in cui saremmo stati “gettati” da Nessuno in vista del “Nulla” che ci attende.

Tra i pensatori post-nietzschiani che non si sono riconosciuti in questa autostrada affollata di nichilisti di vario stampo non ci sono solo personalità di credenti, ma anche “scettici” come Karl Loewith (1897 – 1973) che, pur essendo autore di opere consistenti, è rimasto immeritatamente in seconda fila nel dibattito pubblico. Tra gli studiosi che ne hanno valorizzato, e rilanciato, l’apporto, va annoverato Orlando Franceschelli, a partire dalla  fortunata monografia Karl Loewith. Le sfide della modernità tra Dio e il nulla del 2000. Dopo aver curato, tra l’altro,  la traduzione italiana di Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, adesso lo stesso Franceschelli offre una raccolta di cinque interventi del pensatore tedesco in un volume intitolato Il cosmo e le sfide della storia (Donzelli, Roma 2023, pp. 159, euro 19,00) e arricchito da una sua articolata Introduzione ( «La natura – intorno a noi e in noi stessi») in cui evidenzia il filo rosso dei testi loewithiani (scritti in occasioni e tempi differenti). 

Il primo saggio, Mondo e mondo umano, costituisce una decisa apologia del realismo cosmologico dei Greci che non può essere archiviato come mero documento del passato e che, anzi, va recuperato e attualizzato in funzione critica rispetto a quelle versioni del pensiero cristiano, dello storicismo e dell’esistenzialismo che tendono a ridurre tutto il “mondo” al “mondo umano”. Un’apologia davvero contro-corrente in una cultura dove, persino nel linguaggio abituale, si è persa la differenza fra il “mondo” come totalità sociale (che va incessantemente trasformato) e il “mondo” come totalità naturale (che va conosciuto, contemplato, ammirato, rispettato, senza risibili tracotanze prometeiche da parte di noi umani che ne costituiamo una particella infinitesimale). Molto intense le pagine dedicate alla filosofia come figlia di quello “stupore” che “si stupisce” che “qualcosa sia precisamente così come è, che sia così e non altrimenti” (p. 41). Wittgenstein aggiungeva che il filosofo si stupisce, ancor più radicalmente, del fatto che qualcosa – prima di essere così o altrimenti – è: ma Loewith si vieta di stupirsi sino in fondo perché  paventa in ogni postura “mistica”  - sia pur laicissima come nel caso del pensatore austriaco – un misconoscimento dell’autonomia (ontologica) dell’universo. 

lunedì 19 dicembre 2022

ANCORA QUALCHE RIFLESSIONE SULL' «ASSURDISMO» DI JEAN-PAUL SARTRE

ANCORA IN DIALOGO CON J.P. SARTRE

Per Jean-Paul Sartre l'essere umano è tale in quanto titolare di una libertà assoluta, totale. Ma – come abbiamo visto in un intervento precedente (https://www.zerozeronews.it/sartre-e-il-punto-di-partenza-e-darrivo-di-dio/) - a suo avviso, se esistesse un Dio come lo propongono i tre grandi monoteismi mediterranei, l'uomo non sarebbe davvero libero. Anzi, addirittura, sarebbe “nulla”: « Se Dio esiste, l'uomo è nulla; se l'uomo esiste... » (Il diavolo e il buon Dio). Se vuole pensarsi come radicalmente libero, deve 'postulare' che Dio non c'è. Vivere come se Dio non ci fosse. L'ateismo è l'unica ipotesi che possa spiegare il desiderio umano di essere incondizionatamente liberi.

Ma questo ateismo ha un suo prezzo notevole. Infatti, eliminata l'ipotesi di un Dio cui attribuire il senso dell'universo, tale universo risulta senza fondamento e senza scopo. In una parola-chiave del vocabolario sartriano: assurdo. Secondo Sartre, la realtà, considerata nella sua globalità e senza veli pietosi, si rivela per ciò che è davvero: «ignobile marmellata», «larva strisciante», «porcheria appiccicosa» (La nausea). Ogni essere – non solo questo o quell'essere particolarmente insignificante - «nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione» (ivi). 

Il filosofo francese Claude Tresmontant, impressionato come me dalla logica stringente dell'argomentazione sartriana, si chiede però se essa non costituisca – del tutto involontariamente – una “sesta” prova dell'esistenza di Dio (“sesta” rispetto alle celebri “cinque” vie di san Tommaso d'Aquino). Infatti: per Sartre è intuitivamente evidente che ogni cosa nell'universo, e l'universo nel suo insieme, esistono, ma non hanno in sé la ragione del proprio esistere (potrebbero benissimo non essere mai esistiti o cessare per sempre di esistere). In termini tecnici, si dice che sono contingenti : esistenti di fatto, ma non di diritto. Il mondo è dunque un quid di infondato, di superfluo, “di troppo” (La nausea). Se però capovolgiamo la prospettiva, partendo dal dato di fatto che il mondo – pur nella sua contingenza - c'è, ha una logica interna, un suo senso e una sua preziosità, perché non ipotizzare che abbia una ragion d'essere in qualcosa o qualcuno di necessario, di assoluto, di fondante (che nel linguaggio religioso si chiama Dio)? Perché non riconoscere che il mondo ha una propria verità e una propria consistenza e, su questa base incontrovertibile, non ipotizzare che esso riceva come dono continuo ciò che non possiede come proprietà intrinseca? Insomma: se – come ritiene Sartre - il mondo è inspiegabile in uno scenario ateo, perché non ipotizzare uno scenario teistico che ne renda intelligibile l'esistenza (per altro evidente)? 

L'ipotesi di un Principio divino è stata storicamente imbrattata da vari equivoci ad opera di molti dei suoi stessi sostenitori. Infatti il teismo più diffuso in Occidente ha rappresentato Dio come trascendente e personale. Esso va corretto in ciascuno di questi due aspetti. Infatti Dio non è trascendente se non in quanto anche immanente: come scriveva Joseph De Finance, dobbiamo trascendere la nostra idea di trascendenza per intravedere la trascendenza divina (che, potremmo specificare, non è distanza dell'Alto dal basso, bensì presenza del Profondo nel basso). Non è personale nell'accezione antropomorfica abituale: “Un'opera d'arte ha un autore, e tuttavia, se essa è perfetta, possiede qualcosa di essenzialmente anonimo. Essa imita l'anonimato dell'arte divina. Così la bellezza del mondo dà la prova di un Dio al contempo personale e impersonale, e né l'uno né l'altro” (Simone Weil). 

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https://www.zerozeronews.it/lassurdo-e-la-ragione-ancora-sartre-linesauribile-sartre/

venerdì 16 dicembre 2022

J. P. SARTRE : SE VOGLIAMO LA LIBERTA' ASSOLUTA, DOBBIAMO NEGARE L'ESISTENZA DI DIO


 «L'ateismo è un'impresa crudele e di lungo respiro: io credo di averla condotta in porto» scrive Jean-Paul Sartre nella sua autobiografia (Le parole). Attraverso quale percorso? A partire dalla gelosa consapevolezza di essere un essere libero. Intrinsecamente e irrinunciabilmente libero. Infatti, a suo avviso, se esistesse qualcuno o qualcosa di simile a ciò che siamo abituati (almeno nell'ambito delle tre religioni del Libro: ebraismo, cristianesimo e islamismo) a chiamare “Dio”, la nostra libertà sarebbe compromessa radicalmente. 

Infatti, prima di tutto e fondamentalmente, non saremmo i padroni della nostra vita: dovremmo limitarci a constatare che siamo (“esistenza”) e che siamo strutturati in una certa maniera (“essenza”). La nostra appartenenza alla specie umana - e non a una specie di vegetali o di minerali – non dipenderebbe da noi, ma da un Creatore che avrebbe scelto per noi un'essenza (umana) anziché un'altra (vegetale o minerale). In un breve, incisivo, scritto (L'esistenzialismo è un umanismo) spiega con efficacia questo punto cruciale della sua riflessione: «Se Dio non esiste, c'è almeno un essere presso cui l'esistenza precede l'essenza»: «l'uomo». Solo se Dio non c'è, io posso decidere – nel corso della mia vita – di darmi l'essenza di cavallo o di coltello. O di homo sapiens. Dunque, solo se Dio non c'è, io sono veramente e totalmente libero. E auto-conferirmi una determinata essenza o natura significa darmi anche le relative istruzioni per l'uso: le regole per rispettare e attuare e portare a pienezza quell'essenza o natura che ho scelto per me. Non le trovo in nessun manuale redatto da chi ha progettato la mia struttura e il mio funzionamento. 

Si potrebbe supporre che una libertà così radicale debba essere entusiasmante, ma Sartre non nasconde che è «molto scomodo che Dio non esista, poiché con Dio svanisce ogni possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile; non può più esserci un bene a priori perché non c'è nessuna coscienza infinita e perfetta per pensarlo; non sta scritto da nessuna parte che il bene esiste, che bisogna essere onesti, che non si deve mentire, e per questa precisa ragione: che siamo su di un piano dove ci sono solamente uomini. Dostoevskij ha scritto: “Se Dio non esiste tutto è permesso”. Ecco il punto di partenza dell'esistenzialismo. Effettivamente tutto è lecito se Dio non esiste, e di conseguenza l'uomo è 'abbandonato' perché non trova, né in sé né fuori di sé, possibilità di ancorarsi» (ivi). Da questa scomoda libertà l'uomo non può evadere : «Noi siamo soli, senza scuse. E' ciò che esprimerei dicendo che l'uomo è condannato a essere libero. Condannato, perché non si è creato da se stesso, e tuttavia libero, perché una volta gettato nel mondo è responsabile di tutto ciò che fa» (ivi).

Questa esaltazione enfatica della libertà umana svolge certamente un compito prezioso di purificazione e approfondimento dell'idea di Dio (almeno del Dio comune ai tre monoteismi mediterranei): Egli è ammissibile solo se non è il Padre/Padrone dell'universo, ma il Fondamento/Principio che lo mantiene nell'esistenza conferendo a ogni essente la sua energia. Dunque, rispetto agli esseri liberi (come gli esseri umani e chi sa quanti altri nell'immensità dei pluriversi), Egli non è concepibile come Concorrente, bensì come Donatore di potenzialità. Lungi dal pensarlo come una minaccia (e non mancano né nella Bibbia né nel Corano pagine che lo rappresentano così), lo si deve pensare come una garanzia della libertà umana. 

E' evidente che una simile libertà non è totale, assoluta, come la ipotizza (o la sogna) Sartre: è una libertà condizionata, relativa, come condizionata e relativa è la nostra esistenza nell'universo. Ma una libertà finita è pur sempre libertà: perché Sartre la definisce come non-libertà? 

Indubbiamente, se Dio esiste, la libertà dell'essere umano consiste nell'attuare la propria essenza, nel realizzare la propria natura (e, in questo senso, nel tener conto di esigenze morali inscritte nella struttura antropologica, che tocca a noi scoprire e interpretare, non inventare arbitrariamente da zero). Ma questo riceversi come dono da una Fonte perenne (non solo più 'alta' di noi, ma anche e soprattutto più 'profonda') non è indice di servitù e prigionia: Dio – se c'è – , lungi dal limitare il raggio delle nostre iniziative più o meno libere, ne costituisce la Condizione di possibilità. 

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mercoledì 27 aprile 2022

SCIENZA, TECNICA, POLITICA, SAGGEZZA FILOSOFICA: LA LIBERTA' A VARI LIVELLI


 La scienza dev’essere libera. Anche la tecnica ?

 

Uno dei più giovani e più stretti collaboratori di Enrico Fermi, nel gruppo di via Panisperna,. fu Bruno Pontecorvo che, a 37 anni, nel 1950, decise improvvisamente di trapiantarsi  con moglie e figli  in Unione Sovietica: essendo diventato ideologicamente comunista, vuole mettere la sua preparazione scientifica in campo nucleare a servizio di una delle due superpotenze in “guerra fredda”.  Nei decenni successivi egli rimase molto deluso dal socialismo ‘reale’ ed ebbe modo di esprimere seri dubbi sulla  scelta giovanile, ma la sua vicenda personale è istruttiva perché ci fa vedere, in un caso concreto, l’intreccio inestricabile fra tre attività che – considerate astrattamente – sarebbero distinte: la scienza, la tecnica e la politica.

La scienza è un’attività “teoretica”: il tentativo, metodico e sociale, suscitato dalla “meraviglia”, di assecondare quel desiderio naturale di sapere che, secondo Aristotele, accomuna tutti gli esseri umani.Essa fiorisce solo in totale libertà.

La tecnica è l’insieme dei metodi e degli strumenti mediante i quali le acquisizioni scientifiche vengono ‘applicate’ alla trasformazione della natura : essa non è sovrana come la scienza, ma subordinata – di diritto e di fatto - alla politica . Pontecorvo lo sa bene: lascia l’Occidente capitalistico e si trasferisce in URSS perché ha più fiducia in una politica  social-comunista che in una politica liberal-democratica.   

Il potere politico, cui spetta il diritto di regolamentare la tecnica, si auto-interpreta solitamente come assoluto: ma è davvero così? O esso – più o meno consapevolmente  - dipende da una certa visione filosofica dell’uomo, della società, dello Stato, della morale, della religione etc.? La questione è cruciale. Se la politica è l’orizzonte ultimo dell’umanità, ad essa spetta stabilire i fini e i limiti  della produzione tecnica (per restare nell’esempio di Pontecorvo, gli scopi cui indirizzare le applicazioni delle teorie sui nuclei atomici) senza dover rendere conto a nessuna istanza più alta. Se invece essa, a sua volta, necessita di criteri etici, non può fare a meno di memoria storica, di confronto pubblico, di fantasia progettuale: in una parola, di saggezza. 

Come si potrebbe attuare in concreto questa illuminazione filosofica della prassi politica? 

E’ celebre la ricetta di Platone: o i politici si decidano a diventare filosofi o i filosofi accettino di rinunziare alla proprie quiete contemplativa per diventare politici. Se adottata letteralmente, sarebbe - a mio avviso - una ricetta disastrosa: abbiamo visto, anche in occasione della recente pandemia e della guerra in corso fra Russia e Ucraina, che da filosofi  prestigiosi provengono allarmi opportuni e inviti preziosi, ma intrecciati a teorie cervellotiche e proposte operative contrarie al buon senso più elementare. La ricetta platonica va, a mio avviso, interpretata come una metafora che – decodificata e attualizzata– potrebbe tradursi grosso modo come invito a una democratizzazione della pratica filosofica.   Sappiamo che in Italia la filosofia è sperimentata prevalentemente come studio della “storia della filosofia” riservato alle minoranze di cittadini che frequentano corsi liceali. Nulla da eccepire: la storia della filosofia è una disciplina interessante ed è comprensibile che, comunque, non possa essere insegnata in tutti gli indirizzi scolastici. 

Ma la filosofia non è solo, né soprattutto, storia della filosofia (altrui): è anche, e principalmente, una pratica personale.

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martedì 15 marzo 2022

ALLA SCIENZA NON SERVE LA FILOSOFIA. MA AGLI SCIENZIATI....



LA SCIENZA DEVE PRESCINDERE DALLA FILOSOFIA, MA GLI SCIENZIATI ?

 

Se per ‘simbolo’ intendiamo un segno che corrisponde a un contenuto, che ci rimanda a qualcos’altro e in qualche modo ad esso ci ri-unisce (sun-ballein), la nostra esperienza quotidiana è intessuta di simboli. Il suono della sveglia sta per l’informazione su una certa  ora; la lancetta sul termostato indica la misura della temperatura dell’acqua; l’immagine luminosa di un omino equivale all’autorizzazione per i pedoni ad attraversare la strada; un fiore sulla scrivania mi evoca l’affetto di una persona amata; questi stessi segni grafici che sto digitando sul monitor del computer suscitano in chi legge la produzione di concetti (il concetto di monitor, il concetto di computer, il concetto di produzione, il concetto di… concetto) o la memoria di altri simboli celebri  (quali la bandiera nazionale o la mezza luna islamica). Essere immersi nella storia dell’umanità – nel flusso delle innumerevoli culture che in essa si snodano, si accavallano, si separano, confliggono, si fondono – è avanzare a fatica per un sentiero che attraversa una foresta di simboli.

La maggior parte di questi simboli costituisce un ponte verso ‘oggetti’ di origine e consistenza antropologica: senza l’esistenza di altri esseri umani, non esisterebbero l’ora (quale misura del tempo cronologico) né la scala  delle  temperature dell’acqua né il codice della strada né l’affetto di una persona cara… Esisterebbero, se non esistessero gli umani, i numeri? Le scienze matematiche li inventano oppure li scoprono? Gli epistemologi ne discutono da decenni senza essere pervenuti a una soluzione condivisa che chiuda una volta e per sempre la questione. Un’analoga domanda ci si pone, almeno da Platone a oggi, a proposito di alcuni ‘valori’ per i quali donne e uomini appartenenti a varie aree culturali hanno rinunziato a molti interessi privati e talora perfino alla vita biologica: la libertà di parola o la giustizia sociale, ad esempio, sono frutto (relativo) di convenzioni inter-soggettive o il presupposto (assoluto) di ogni possibile accordo inter-soggettivo? Mi pare interessante notare che la comunità internazionale dei matematici continua a cooperare pur in presenza di un pluralismo di convinzioni circa l’oggettività (assoluta) dei numeri. Così come la storia ci consegna continuamente esempi di persone che s’impegnano sino all’estremo delle proprie energie per la libertà o la giustizia anche in collaborazione con altre persone che ipotizzano una consistenza ontologica di questi ‘valori’ molto differente rispetto alla loro visione-del-mondo.  Per tutte costoro, le parole ‘libertà’ o ‘giustizia’ sono simboli che rimandano gli umani a ‘valori’ con una propria dignità, un proprio fascino; ‘valori’ meritevoli, dunque, di essere onorati e serviti in ogni ipotesi circa il fondamento su cui si basano. 

Se gli ‘oggetti’ cui rinviano i simboli della vita sociale sono certamente artificiali (= prodotti dall’arte degli esseri umani e da convenzioni tra di essi) e gli ‘oggetti’ cui rinviano i simboli della matematica e dell’etica sono forse artificiali o forse trascendenti ( ‘trascendenti’ nel senso che l’artificio umano li può riconoscere, esplicitare, argomentare, sistematizzare, tradurre in manuali didattici o in codici legislativi…ma non può non presupporli), che pensare degli ‘oggetti’ a cui ci rimandano i simboli di cui sono intessuti i linguaggi  delle scienze naturali (fisica, chimica, biologia e afferenti)?  Su elettroni, neutrini, stringhe, idrogeno, cellule, DNA…si discute come di ‘oggetti’ naturali, non-artificiali, da scoprire e non da inventare. Il mosaico di questa varietà di ‘oggetti’ , che si squaderna al cospetto della nostra mente, costituisce già per sé un’affascinante panoramica. Tale panoramica esaurisce l’ambito del realmente esistente e, dunque, del conoscibile? O, a loro volta, questi ‘oggetti’ – che cogliamo attraverso i simboli del linguaggio matematico, fisico, chimico, biologico… - sono simboli che rimandano ad altre dimensioni dell’essere? 


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sabato 1 gennaio 2022

STORIA DELL'UNIVERSO SECONDO L'ASTROFISICO GUIDO TONELLI




E' scaricabile on line, gratuitamente, il nuovo numero del bimestrale "Dialoghi mediterranei" dell'Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo.

Qui di seguito il mio contributo sull'ultimo libro dell'astrofisico Guido Tonelli.   

1.1.2022

 

GENESI DELLL’UNIVERSO SECONDO L’ASTROFISICA CONTEMPORANEA

 

Secondo il racconto biblico, Dio ha plasmato il cielo e la terra in sei giorni. Per secoli non pochi esponenti delle religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islamismo) hanno inteso la narrazione come un resoconto scientifico veridico. Quando gli studi astronomici e geologici hanno dimostrato inconfutabilmente che tale interpretazione letterale era insostenibile, alcuni autori hanno tentato un’ultima resistenza ripiegando dal ‘letteralismo’ al ‘concordismo’: i sei giorni non andavano intesi come sei cicli di 24 ore ciascuno, ma come sei epoche. Neppure questa scappatoia ha però retto allo sviluppo incredibile delle scienze fisiche, in generale, e astrofisiche in particolare. Insomma, aveva ragione Galileo Galilei: la Bibbia non intende dirci come si è costituito il ‘cielo’ materiale, ma come si possa andare al ‘cielo’ in senso metaforico, figurato, spirituale. 

Il libro molto istruttivo di  Guido Tonelli, Genesi. Il grande racconto delle origini (Feltrinelli, Milano 2019), non intende riesumare nessun ‘fondamentalismo’ biblico; se mai tentare un’operazione inversa: raccontare come, secondo le scienze contemporanee, è nato e si è sviluppato l’universo utilizzando i sei giorni del Primo Testamento come artificio letterario. Insomma: veicolare contenuti empirici e logici servendosi di schemi mitici. Perché mai? Perché Tonelli è convinto che, se si vogliono diffondere le scoperte scientifiche nell’opinione comune, non si può usare solo il linguaggio astratto – dunque preciso, ma freddo – delle scienze esatte:  bisogna ricorrere anche a linguaggi più immaginifici. L’immaginario collettivo è colonizzato dalla visione geocentrica dell’universo, anche grazie a capolavori poetici come la Commedia di Dante; le opere filosofico-letterarie di Giordano Bruno e soprattutto la letteratura e la filmografia fantascientifiche hanno in parte abbattuto le pareti dell’antropocentrismo; ma ancora manca una proposta artistica proporzionata all’immensità che da alcuni decenni sappiamo caratterizzare l’universo (o il pluriverso). L’operazione dello scienziato Tonelli è analoga a quella di  pensatori come Platone che si sono serviti di miti pre-esistenti e ne hanno inventato di nuovi per poter parlare dell’indicibile o per poter parlare del dicibile anche a un pubblico di non iniziati.

 

E ripercorriamo, a volo di uccello, questi sette ‘giorni’ genesiaci secondo l’astrofisica contemporanea.

Il primo giorno in realtà dura 10 alla meno 35 secondi, “un intervallo  di tempo talmente insignificante che non riusciamo neanche a pensarlo”, nel quale una “minuscola bollicina” (p. 55),   del tutto simile alle altre che si formano e si disperdono nel Vuoto cosmico, investita dalla “irruzione di un soffio inarrestabile” (pp. 55 – 56), “si gonfia in maniera parossistica”. “Poi, di colpo, tutto si calma e la strana cosa che sembra avere ormai una vita propria continua a espandersi, seppure a un ritmo immensamente ridotto. Abbiamo assistito alla nascita di un universo, il nostro. Termina il primo giorno, ed è nato un universo che contiene già tutto quello di cui avrà bisogno per evolvere nei 13,8 miliardi di anni successivi” (p. 56).   

Nel secondo giorno (“un centesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang”)  “la temperatura si abbassa al di sotto di una certa soglia”  e “i bosoni di Higgs, che fino a un attimo prima scorrazzavano liberi, congelano e si cristallizzano”: danno luogo a un “campo a  essi associato” che “acquista un valore specifico”. “Molte particelle elementari, attraversandolo, subiscono una forte interazione e la loro velocità diminuisce, cioè acquistano una massa” (p. 76):  questo “tocco delicato” ha “cambiato le cose, per sempre” (p. 77). “Quell’oggetto infinitesimo, miliardi di volte più piccolo di un protone, subisce una crescita esponenziale che segue un ritmo furibondo da far scomparire il più frenetico dei crescendo rossiniani. In un battibaleno diventa un oggetto macroscopico. Quando esce da questa fase parossistica ha dimensioni paragonabili a quelle di un pallone da calcio e contiene già tutta la materia e l’energia di cui avrà bisogno per evolvere nei miliardi di anni a venire” (p. 61). E’ la così detta  “inflazione cosmica”, dal “latino inflare, gonfiare” (p. 62).   Non è trascorso molto tempo dal giorno precedente: “sono passati solo 10 alla meno 11 secondi” (p. 77). 

Nei tre minuti successivi (il terzo giorno) i quark (che sono le particelle di materia più elementari sinora ipotizzate) si aggregano formando neutroni e protoni; a loro volta, “quando un protone si fonde con un neutrone, diventa un nucleo di deuterio; se due nuclei di deuterio si fondono tra loro, nascono i primi nuclei di elio”, e costituiscono “i nuclei fondamentali dell’universo” (p. 117). “Ci vorrà molto tempo prima che l’energia cali abbastanza da permettere la formazione dei primi atomi di idrogeno” (pp. 117 – 118), ma il processo aggregativo è già partito.

“Dopo il periodo di pochi minuti in cui si formano i nuclei, per migliaia di anni non succede nulla di rilevante”. Ma nel corso del quarto giorno (che dura circa 380.000 anni) l’universo si espande e si raffredda: da “oggetto enorme, caldissimo e buio”, grazie ai “fotoni” “diventa di colpo trasparente e un immenso bagliore lo attraversa” (p. 121). Tanta luminosità non è però sufficiente a illuminare l’intero universo: in esso è presente sino ad oggi “una grossa componente di materia oscura” (come la chiamò nel 1933 l’astrofisico svizzero Fritz Zwicky) (p. 122) che, secondo i calcoli dell’astronoma statunitense Vera Rubin, dovrebbe “essere almeno cinque volte più abbondante di quella luminosa” (p. 124)[1].   Nell’universo raffreddato gli elettroni potranno “legarsi stabilmente ai protoni e nasceranno i primi atomi, soprattutto idrogeno ed elio, poi litio, berillio e qualche altro componente leggero” (p. 127). La “immensa e rarefatta nuvola di idrogeno e di elio occuperà l’universo intero e sarà la sua evoluzione a determinare il senso della storia. [ …] La nuova epoca porterà alla formazione di galassie, stelle e pianeti fino allo sviluppo di forme materiali complesse che saranno gli organismi viventi” (p. 128).

La costituzione delle prime stelle avviene molto lentamente (“duecento milioni di anni” dopo il Big Bang) nel corso della “quinta giornata” (p. 138). E’ un mondo – questo delle stelle – molto differente da come appaia a occhio nudo. Intanto, grazie alla “sua apparente persistenza e immutabilità”,  sembra rassicurarci, proteggendoci “dalla paura dei cambiamenti e delle catastrofi”. Invece, se “si indaga nei meccanismi che agitano gli strati più interni di questi astri meravigliosi, siamo al cospetto di processi materiali di una violenza spropositata ed è difficile trovare sistemi più instabili e turbolenti”. Inoltre le stelle appaiono piccoli lumini e perfino il nostro Sole (“erede di una lunga catena di generazioni di stelle primordiali”, p. 143), che pur ci incute una certa reverenza, tendiamo a vederlo come un disco rosso che occupa una zona limitata dell’orizzonte all’alba e al tramonto. In realtà, il suo “raggio è cento volte maggiore di quello della Terra che, al confronto, diventa un puntino insignificante” e, nonostante ciò, è “una nana gialla, una stella di grandezza medio-piccola, una delle tante che abbondano nella nostra galassia. Nulla a che vedere con i giganti della categoria, come la stella maggiore del sistema di Eta Carinae, un mostro che ha una massa quasi cento volte superiore quella del Sole” (p. 139). 

All’interno delle megastelle i processi nucleari portano alla formazione di elementi via via più pesanti (“carbonio, azoto, ossigeno e tutto il resto degli elementi sino al ferro”): “al termine del loro ciclo vitale, la struttura delle grandi stelle fu squarciata da titaniche esplosioni, che distribuirono tutto nello spazio circostante. Dopo numerosi cicli, da queste polveri stellari ricche di elementi pesanti, compresi molti metalli, nacquero alte stelle e altri pianeti, come il Sole e la nostra Terra” (p. 147).  “Tutti i nuclei che compongono il nostro corpo – il calcio delle ossa, l’ossigeno dell’acqua, il ferro dell’emoglobina – hanno attraversato questo passato burrascoso e terribile. Ora gli atomi che hanno formato si sottomettono docilmente alle reazioni chimiche e biologiche che garantiscono la nostra esistenza. Se solo potessero raccontarci qualche storia della loro infanzia così avventurosa…o magari l’incubo di quella nascita così traumatica: prima prodotti nelle condizioni estreme di temperatura e pressione del cuore di una stella, poi scaraventati a velocità mostruose nel vuoto più assoluto, per miliardi di anni, in attesa che si crei una nuova aggregazione” (p. 148).

Il “sesto giorno” (p. 159) è ancora più lungo del quinto: perdura infatti per miliardi, non più per milioni, di anni. Più precisamente, “più di nove  miliardi di anni” , nel corso dei quali “l’universo è ormai popolato da una miriade di galassie” (“alimentate da giganteschi buchi neri”) (p. 177): “le stime più recenti parlano di oltre duecento miliardi di galassie” (p. 163).

 “Quando inizia l’ultima giornata, la settima”, in un angolo marginale dell’universo si forma “un grande disco di gas e polvere che ruota attorno al centro, dove si addensa il grosso della massa, soprattutto idrogeno”. “Una porzione della grande nube collassa sotto la forza della propria gravità e forma una nebulosa solare al cui centro sta nascendo una stella” (p, 180):  questa stella sarà il Sole, attorno al quale si formeranno, prima, “i grandi pianeti gassosi” e, poi, “quelli rocciosi”. Tra questi ultimi uno (la Terra) “sarà particolarmente fortunato. La collisione catastrofica con un altro pianeta in formazione, anziché devastarlo per sempre e ridurlo in mille frammenti, gli regalerà un grande satellite” (la Luna), che “contribuirà a stabilizzargli l’orbita nei miliardi di anni a venire. Sarà investito, come gli altri, da una pioggia di comete e meteoriti che lo arricchiranno di elementi importanti e tutto questo, assieme all’attività vulcanica che lo accompagnerà, giocherà un ruolo decisivo per gli sviluppi successivi. [ …] Orbiterà abbastanza vicino al Sole da riceverne energia sufficiente per uscire dal freddo cosmico che lo circonda, ma non troppo da essere investito da un calore incompatibile con molte reazioni chimiche. L’acqua, di cui in gran parte si coprirà, potrà rimanere allo stato liquido per miliardi di anni, e proprio nelle sue profondità nasceranno forme chimiche molto particolari. Strutture semplici ma dotate di un’attrezzatura geniale, che potenzia le capacità di adattamento e sviluppo: […] sono le prime forme di vita, che possono evolversi e riprodursi rispondendo alle condizioni dell’ambiente” (p. 181). “L’organizzazione del vivente offre tali vantaggi che darà origine allo sviluppo delle forme sempre più complicate, dagli organismi unicellulari a piante e animali, compresi noi. Siamo quasi alla fine della storia quando, in alcune strane scimmie antropomorfe, con forti relazioni sociali, la selezione naturale svilupperà un nuovo strumento che fornirà loro un ulteriore vantaggio evolutivo: la capacità di immaginare, avere una visione del mondo e una qualche forma di coscienza di sé. […] Termina la settima giornata e la genesi finisce quando sono passati 13,8 miliardi di anni” (p. 182).

  La storia dell’umanità non ha una data d’inizio certa. Circa un milione di anni fa, in Africa, vi sarebbe la comparsa dell’Homo erectus, dal quale si sarebbe successivamente evoluto l’ Homo Heidelbergensis. Questa specie avrebbe imboccato due strade: alcuni, rimanendo in Africa, sarebbero diventati Homo sapiens; altri, spostatisi in Europa, avrebbero dato luogo ai Neanderthal.Successivamente (circa 40.000 anni fa) anche i Sapiens si spostano in Europa e incrociano le loro esistenze con i Neanderthal. L’incrocio non è problematico perché “le due specie, evolvendo in ambienti e contesti completamente diversi”, avevano sviluppato “caratteri differenti ma, dal punto di vista genetico, rimangono molto vicine; stiamo parlando di parenti stretti, se non proprio fratelli sicuramente cugini” (p. 202).

 

 

 

                                                                    ***

Questo libro si apre con una domanda di Sergio Marchionne all’autore: “Lei, professore, crede in Dio?” (p. 12). In nessuna pagina c’è risposta: e questa mi è sembrata la risposta migliore. Perché Guido Tonelli ne potrà avere una (a meno che non sia perfettamente scettico). Ma il “professore” Tonelli, in quanto astrofisico, no. 

(Aggiungo, fra parentesi, che il premio Nobel Giorgio Parisi si è espresso in questa stessa direzione in una lettera del 12/10/2021 al direttore di “Avvenire” che aveva avuto da obiettare su un’intervista rilasciata, dallo stesso scienziato, a “Repubblica”: «Gentile direttore, quando ho letto la bella intervista di Gnoli, anche io sono stato colpito dalla frase “Dio, per me, non è neanche un’ipotesi ”. Era un tentativo di sintetizzare quello che avevo detto, ma a volte le sintesi estreme sono traditrici. Avevo pronunciato parole che testualmente erano simili, ma che avevano ben altro significato. Commentando la frase di Laplace sull’ipotesi Dio, “non ho avuto bisogno di questa ipotesi”, ho detto che l’esistenza di Dio non può essere usata alla stregua di una qualsiasi ipotesi scientifica: è qualcosa di diverso che trascende la scienza, e non può essere oggetto di indagine scientifica. Penso che anche lei concordi con me che sarei un pessimo teologo se cercassi di fare un esperimento per dimostrare l’esistenza di Dio e che sarei un pessimo scienziato se cercassi di spiegare i miei dati sperimentali ipotizzando l’esistenza di Dio. Sono fermamente convinto della separazione tra scienza e fede in quanto hanno scopi diversi. La prima si occupa del mondo fisico e cerca di spiegare il mondo in maniera autonoma, la seconda interpreta il mondo basandosi su qualcosa che lo trascende, che esiste indipendentemente dal mondo. Vorrei aggiungere che sono sempre infastidito quando nelle interviste mi domandano le mie opinioni religiose. Non mi pare che lo domandino mai a calciatori, cantanti, modelle, categorie per le quali ho il massimo rispetto. Implicitamente gli intervistatori assumono che gli scienziati posseggano una conoscenza privilegiata di Dio, ma non è vero»).

Torniamo al testo di Guido Tonelli.

Le scienze naturali provano a spiegarsi la storia dell’universo (o dei pluriversi) dal primo attimo (se c’ stato un inizio temporale) o da sempre (se l’universo è eterno) sino alla sua fine (se ne avrà una). Ma, per così dire perpendicolarmente a questa traiettoria lineare, può cadere una domanda radicalmente altra: questo universo ha in sé stesso il suo senso ? In altri termini: esiste perché non può non esistere (‘necessariamente’) o esiste di fatto, ma avrebbe potuto non esistere mai (esiste, dunque, ‘contingentemente’)?  In esso ogni ente, ogni fenomeno, ogni evento è ‘in relazione con’ (‘relativo ad’)  altri enti, fenomeni, eventi: ma la somma di questi relativi è ‘assoluta’ o anch’essa relativa a qualcosa di ‘assoluto’ (di in-dipendente, di sciolto-da) ? La molteplicità diveniente che s’impone evidente alla nostra osservazione scientifica ha in se stessa la ‘ragion d’essere’ o presuppone un Principio, un Fondamento, un’Essenza che gliela conferisca momento per momento? La lotta di tutti contro tutti (sincronica) e la successione di impermanenti (diacronicamente) sono intelligibili anche senza ipotizzare un Logos che ‘leghi’, che tenga insieme, gli opposti ? La sfera dell’apparire fenomenico (l’esperienza empirica) esaurisce la sfera del reale (l’Intero ontologico) ? Sono tutte domande meta-fisiche (‘al di là’ del punto di vista fisico) ma che riguardano la sfera fisica in ciò che ha – o che non ha – di più intimo: un senso. Forse l’umanità non ha mai risposto pertinentemente, forse vi risponderà un giorno o mai: quel che è indubbio è che si tratta di domande per le quali nessuna delle scienze naturali è attrezzata. Ad esse potrà rispondere l’intuizione teoretica e/o poetica. O – come proponeva Kant – la “fede razionale” basata sull’universalità del senso morale. O anche nessuno. 

La domanda sul Fondamento, necessario e assoluto, del molteplice in divenire – per quanto centrale – non esaurisce lo spettro dell’indagine filosofica. Così la lettura di queste pagine suggerisce tanti altri interrogativi ai confini fra l’ottica scientifica e la prospettiva meta-fisica. Esaminiamo qualche caso.

 

***

 

“Sotto l’apparenza del Cosmos si nascond[e] il Caos” (p. 28). E’ un’affermazione di enorme peso ‘ontologico’: se vera, conferma – per così dire sperimentalmente – tutto il filone ‘nichilistico’ del pensiero occidentale che da Gorgia (l’Essere, ammesso che sia, è inconoscibile), passando per Nietzsche (“In principio era l’Assurdo”) arriva sino a Sartre (“Ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezzza e muore per combinazione”). Se la Physis, la Natura, il Grembo originario, la Matrice prima, l’Essenza universale è contraddittoria, dunque inintelligibile e a-nomica, perché l’umanità dovrebbe cercare – e soprattutto come potrebbe trovare – un assetto logico, armonioso, legale? Se la stiva è sfondata e la nave condannata al naufragio irrimediabile, che senso ha darsi delle regole di convivenza a bordo? Ma – potrebbe obiettarsi – il nostro sguardo umano è abbastanza ampio da cogliere l’intero universo (anche ammettendo che esso coincida con l’intera realtà e che non siano ipotizzabili dimensioni del reale meta-empiriche) sì da poter pronunziare sentenze così drastiche? E’ interessante che lo stesso Tonelli, proprio nella pagina successiva, sembri contraddire – o per lo meno stemperare – l’affermazione del primato del Caos sul Cosmos : “La materia sul piano microscopico segue implacabilmente le leggi della meccanica quantistica, dominate dal caos e dal principio di indeterminazione. Nulla sta fermo, tutto ribolle in una straordinaria varietà cangiante di stati e possibilità. Ma quando osserviamo grandi numeri di queste particelle, quando le strutture diventano macroscopiche, i meccanismi che ne regolano la dinamica acquistano, quasi magicamente, regolarità, persistenza, ordine ed equilibrio. La sovrapposizione di un numero spaventoso di fenomeni microscopici casuali, che si sviluppano in tutte le direzioni possibili, produce stati macroscopici ordinati e persistenti. Forse è il caso di utilizzare un concetto nuovo per descrivere questo dato che sembra realmente strutturale: Caos cosmico potrebbe essere l’ossimoro giusto per mettere in relazione le due entità che nell’universo si rincorrono e giocano a rimpiattino” (p. 29). 

“Per capire la nascita dell’universo dovremo abbandonare, insieme a molti altri, il pregiudizio dell’ordine” (p. 30). La tesi che il Caos possa co-governare, anzi sgovernare, l’universo è strettamente legata (se non addirittura logicamente derivata) dalla convinzione che gli eventi naturali (dall’esplosione di una stella allo scontro fra due asteroidi) avvengano per ‘caso’. Ma il caso esiste davvero o è solo un’etichetta che ci serve per nascondere la nostra irrimediabile ignoranza di alcuni nessi causali?  Se passeggio per strada e una tegola mi colpisce in testa, mi verrà spontaneo affermare che è stato un caso. Con ciò escludo – e a ragione – che la tegola sia caduta per effetto di un’azione intenzionale da parte di qualcuno. Ciò significa anche che l’evento fosse imprevedibile? Rispetto alle conoscenze medie abituali dell’uomo comune, senz’altro. Ma se quella tegola, per ragioni scientifiche, fosse stata oggetto di osservazione da alcuni anni; se con appositi strumenti tecnici si fossero monitorati i flussi ventosi, le incidenze piovane, il deterioramento del materiale, la forza di gravità e così via, la caduta della tegola sarebbe stato un evento prevedibilissimo.  E’ davvero tutto diversa la situazione in fisica subatomica? Che di fatto noi esseri umani non riusciamo a prevedere la direzione di un elettrone è certo. Che questa impossibilità di fatto sia anche un’impossibilità di principio – perché i nostri strumenti modificano l’elettrone nel momento in cui lo osservano -   è altrettanto certo (se ha ragione Heisenberg) o, comunque, molto probabile. Ma la imprevedibilità a parte hominis significa imprevedibilità in sé, assoluta? Non è sintomo di presunzione antropocentrica l’equivalenza fra inconoscibilità di un evento da parte dell’essere umano e l’inconoscibilità dello stesso evento anche da parte di una (ipotetica) Intelligenza assoluta? Se io non riesco a trovare la causa di un effetto, posso legittimamente dedurre che quell’effetto non ha alcuna causa? Si badi: la questione non ha immediate e univoche implicazioni teologiche. Posso benissimo affermare che tutti gli eventi dell’universo sono concatenati causalmente – e dunque escludere il ‘caso’ in senso radicale e assoluto – senza perciò ammettere che Qualcuno abbia preordinato tale concatenazione: Baruch Spinoza o Pierre Simon de Laplace non erano certo credenti (almeno nell’accezione prevalente in ambito monoteistico). 

 

***

“Alla più difficile delle domande: cosa c’era prima del Big Bang”, possiamo rispondere: “In principio era il vuoto” (p. 31). Ma – aggiunge saggiamente Tonelli – a due condizioni. Prima condizione: sapere che “chiederci cosa c’era prima che nascesse il tempo” (lo “spazio-tempo” che “entra in scena assieme alla massa-energia”) è un “paradosso” (p. 31). Seconda condizione: che il vuoto di cui parliamo è “un sistema fisico molto peculiare che, nonostante il nome francamente fuorviante, è tutt’altro che vuoto. Le leggi della fisica lo riempiono di particelle virtuali che appaiono e scompaiono a ritmi forsennati, lo affollano di campi di energia i cui valori attorno allo zero fluttuano continuamente” (p. 31): dunque, questo “vuoto” non è da nessun punto di vista niente (o nulla). E’ qualche cosa: è un ess-ente, un ente, per giunta pervaso da “leggi” fisiche. La domanda ontologica (meta-fisica o intra-fisica o più-che-fisica) che ci ponevamo tradizionalmente, e ingenuamente, sull’universo - come appare a prima vista -  resta identica: muta solo l’oggetto ‘materiale’ che la suscita. Adesso è di questo “vuoto” (che, “come sistema fisico è, per certi versi, il contrario del nulla”, p. 46)  che possiamo – forse dobbiamo – chiederci se sia ingenerato e autosufficiente o se presupponga un Fondamento che lo abbia generato (meglio: lo continui incessantemente a generare) e gli conferisca una ragion d’esistere.

 

***

Ma chiederci se l’universo abbia un senso, una ragion d’essere, una qualche finalità non è solo manifestazione di antropocentrismo? Nella vita quotidiana siamo abituati a porre un’azione in vista di uno scopo più o meno chiaro: così, se vediamo un’azione di un soggetto (o il prodotto/effetto di un’azione di un soggetto) , ci viene spontaneo chiederci per quali motivi e con quali intenzioni quell’azione (o quel prodotto/effetto di un’azione) sia stata eseguita. Ma non è abusivo estendere questa logica all’intero universo? Non potrebbe essere un ente – o un complesso di enti reciprocamente intrecciati – senza nessun altro fine che la sua stessa esistenza? Una sorta di enorme rosa di Silesio che fiorisce perché fiorisce? 

Vorrei riflettere sull’espressione “siamo abituati” (a cercare una causa, efficiente e/o finale) per spiegare un dato sperimentato. Qualche filosofo (D. Hume) ha sostenuto che la causa (!) del nostro “principio di causalità” sia, appunto, la mera “abitudine”: vedendo che ‘dopo’ l’accensione di un cerino, almeno solitamente, si accende un mucchietto di paglia, ci convinciamo (quasi per una sorta di “fede”) che il post hoc (dopo questo) sia un propter hoc (a causa di questo). A qualche altro filosofo questa spiegazione è apparsa insufficiente: poiché trovava strano che, in ogni tempo e in ogni luogo, gli umani acquisissero la stessa “abitudine” (e, di conseguenza, la stessa “fede”), Kant ha supposto che la ‘causa’ (!) dell’universalità del “principio di causa” fosse da ricercare nella struttura congenita della nostra mente. Noi umani condivideremmo un “intelletto” che non può, in certe condizioni, non collegare due fenomeni mediante il nesso causale. Si esce, così, dal soggettivismo individuale per entrare nel soggettivismo inter-soggettivo (Kant usa il termine “trascendentale”). La mia domanda – alla scuola di Aristotele – è dunque: il principio di causalità è solo logico o è logico in quanto, originariamente, ontologico? In altri termini: perché affermare che siamo noi che colleghiamo il cerino alla paglia infuocata (e che ignoreremo per sempre ciò che davvero avviene) e non che vediamo, scopriamo, prendiamo atto del nesso oggettivo, effettivo, reale, fra l’uno e l’altra? 

A mio parere, il principio di causalità è fondato (o, almeno, strettamente imparentato) con il principio di non-contraddizione, secondo il quale non è possibile passare dal non-essere all’essere (e viceversa). Il divenire attesta che qualcosa che non era, è; e qualcosa che era, non è. Questo è il referto del senso comune e delle scienze sperimentali più raffinate e aggiornate. Posso fermarmi a questa constatazione oppure problematizzarla filosoficamente. Mi pare che, se si riflette a fondo, gli scenari principali possibili siano due. In una prima prospettiva, da Parmenide a Severino, il divenire – essendo razionalmente inconcepibile – è illusorio: l’Essere, nella sua totalità, è sempre Identico, Immobile, Indiveniente. Nonostante, a prima vista, sembri opposta, un’altra versione di questo primo scenario ammette che il divenire sia reale, ma nega che esso offra davvero qualcosa di novum, di inedito: non c’è qualcosa che non fosse e che inizia ad essere, ma solo qualcosa che è sempre stata e inizia a palesarsi, ad “emergere” dall’ombra. Leggiamo in uno dei testi più recenti del movimento “post-teista”: “Il cosmo è un grande sistema con ‘proprietà emergenti’. La vita e la coscienza emergono da un processo di auto-organizzazione a partire dalla materia o energia primordiale. Tutto è costituito da una materia dinamica e creativa da cui sorgono successivamente molteplici ‘proprietà emergenti’. In ultima istanza non ci sono confini definiti tra la sfera fisica, quella vivente e quella mentale” (J. Arregi – T. Brun – G. González – J. M. Vigil – S. Villamayor,  Per un cristianesimo  post-teista, “Adista/Documenti”, 35, 9.10.2021, p. 4). Anche in questa versione, il monismo ontologico azzera qualsiasi scandalo razionale: non c’è alcun passaggio dal non-essere all’essere. Scandalo che, invece, permane e inquieta chi ritiene che uno zigote, e a maggior evidenza un neonato o un soggetto adulto, sia un quid novi rispetto allo spermatozoo paterno e all’ovulo materno. Fenomenologicamente siamo polvere di stelle: ma il passaggio dal carbonio a Beethoven è davvero ovvio, scontato, a-problematico? Chi non lo ritiene tale, ma non vuole neppure rassegnarsi né a cancellarlo come mera illusione antropologica né ad ammettere l’assurdo di un essere che provenga dal non-essere, è indotto ad ipotizzare un secondo scenario: che la sfera dell’empirico diveniente sia reale (contra Parmenide e discepoli), ma non sia tutto il reale (contra immanentisti di varia matrice); che in essa venga all’esistenza sì qualcosa di realmente inedito, ma non ex nihilo; piuttosto come effetto, prodotto, 'dono' di un Essere integralmente tale, dunque preservato dalla contraddizione del divenire quale passaggio dal non-essere all’essere (e viceversa).  In questa prospettiva, l’evoluzione cosmica non è la mera epifania di una Materia che squaderna i suoi tesori nascosti da sempre, ma il teatro di eventi che, sulla base esclusiva delle battute iniziali, sarebbero stati imprevedibili: un’evoluzione ontologicamente creata (e perciò reale), piuttosto che creatrice (auto-creatrice) ( e perciò o apparente o illogica).

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com



[1] Se il 5% dell’universo è materia “ordinaria” (o visibile all’essere umano) e il quintuplo (il 25%) materia “oscura”, di che è costituito il restante 70% (circa) ? Di “energia oscura” (p. 133). 

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http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/genesi-delluniverso-secondo-lastrofisica-contemporanea/#more-50043