Maria D’Asaro
Scuola e scienza della nonviolenza. Il contributo di questo percorso di studi
ed esperienze ad un sistema scolastico
socialmente responsabile per un’autentica
formazione alla cittadinanza attiva
Negli ultimi vent’anni, il sistema scolastico italiano è stato contrassegnato da precisi orientamenti legislativi: nel 2003 è stata approvata la
discussa riforma Moratti che – oltre a introdurre tagli cospicui in quasi
tutti gli ordini di scuole, riducendo lo studio di varie discipline – lo
aveva caratterizzato con le tre I (Informatica, Impresa, Inglese) a comprova di una virata ‘mercantile’ del sistema istruzione; nel 2015 sono
entrate in vigore le norme della cosiddetta ‘Buona Scuola’ (la legge
107/2015), con l’introduzione dei Piani di alternanza Scuola/Lavoro, ri
modulati (con nota MIUR del 2019) come Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO). A fine 2022 è addirittura
cambiata la denominazione del Ministero deputato al governo della
Scuola: da MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) si è trasformato in Ministero dell’Istruzione e del Merito, chiaro
segnale di una scuola che tende verso l’individualismo e la competizione, secondo quanto sottolineato dalla psicologa e pedagogista
Silvia Vegetti Finzi e dal professore Raffaele Mantegazza, ordinario di
Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca.
In tale contesto legislativo-formativo, non è facile persuadere docenti
e dirigenti scolastici della necessità formativa di insegnare e praticare
a scuola la nonviolenza. Sì, la nonviolenza scritta come parola unica,
senza trattino in mezzo, come suggerito dal filosofo e attivista Aldo
Capitini per focalizzare la natura nuova, creativa e pregnante di tale
pratica dei rapporti umani che consente una diminuzione della vio
lenza complessiva nella società. La nonviolenza dovrebbe perciò per
meare le relazioni individuali e via via, allargando il cerchio, quelle di
condominio, di quartiere, e le macro-relazioni sociali e politiche.
Se, nel rispetto dello spirito e dei valori autentici della Carta costituzionale, si vuole davvero educare cittadini coscienti e responsabili,
non si può tenere fuori la nonviolenza dalle aule scolastiche anche se
non è facile insegnare la nonviolenza sia perché la scuola italiana è
inserita in un contesto sociale in cui spesso predomina la violenza a
livello strutturale-istituzionale e simbolico-culturale sia perché gli educatori non hanno una formazione in tal senso e si trovano essi stessi
ad equivocare su teoria e pratica nonviolente.
Bisognerebbe allora partire dalla formazione dei docenti che, qualsiasi sia la loro disciplina di pertinenza e l’ordine di scuola dove sono
inseriti, dovrebbero possedere un’alfabetizzazione di base della teoria
e della pratica nonviolenta. Per non confondere la nonviolenza con
i pregiudizi di cui spesso è vittima, dovrebbero, innanzitutto, avere
chiara la ‘pars destruens’ e sapere che la nonviolenza:
• Non è assenza di conflitti
• Non è mancanza di aggressività, se intesa in senso positivo come
combattività e assertività
• Non è equidistanza tra le parti in lotta, in quanto il nonviolento è
sempre dalla parte delle vittime e di chi lotta per la giustizia
• Non è rispetto assoluto delle leggi, qualora esse siano eticamente
ingiuste
• Non è una via necessariamente religiosa né una scelta elitaria
• Non è un pensiero utopico, ma una risposta praticabile ed efficace
alle sfide del presente
• Non è mero pacifismo
• Non è un comportamento improvvisato legato a paura, debolezza, indifferenza, pigrizia (Nota 1 in calce).
I docenti dovrebbero avere chiaro che la nonviolenza è dunque “l’arte
di pensare e condurre un buon conflitto in tutti gli ambiti della vita,
per la trasformazione della società e di noi stessi” (Nota 2 in calce). Il conflitto è infatti
la logica e ‘naturale’ conseguenza della combattività e dell’assertività
umana ed ha, in quanto tale, una dimensione dinamica e sistemica del vivere sociale: “È un processo relazionale e, in quanto processo e
dinamismo” è un tutt’uno con la realtà e con la vita.”( Nota 3 in calce). Inoltre, la non
violenza evita le opposizioni frontali, rigide ed assolute, ed indirizza invece verso la ricerca di più possibilità: ha insomma un atteggiamento
creativo. La nonviolenza postula avversari, non nemici: le forme di lotta nonviolente non vogliono colpire – fisicamente, verbalmente, psicologicamente – l’avversario, ma sono dirette a impedire o criticare la
sua azione: la nonviolenza combatte l’azione, ma non l’agente. Gandhi
sottolinea poi come la nonviolenza preveda un’omogeneità tra mezzi
e fini anche perché, afferma sempre il Mahatma, quando facciamo
qualcosa non siamo padroni del fine di un’azione, ma solo dei mezzi.
Dunque è proprio ai mezzi che dobbiamo fare attenzione. Se il fine è
buono, buoni devono essere anche i mezzi per raggiungerlo…
E gli studiosi di nonviolenza sono concordi nell’affermare come la violenza non sia la legge della storia ma che “tutti i comportamenti violenti, sia di attacco che di difesa, considerati istintivi, possono essere
considerati abitudini culturali acquisite e consolidate (e perciò ormai
inconsapevoli e quasi meccaniche) o per via di una esplicita e chiara
azione educativa o all’interno di un modo di pensare trasmessoci implicitamente attraverso un modo di vivere”. (Nota 4 in calce).
Da queste premesse, dovrebbe essere evidente l’importanza e la centralità di un’educazione nonviolenta nella scuola, a partire proprio dalle pratiche dei docenti.
Se infatti, come sottolinea il professore Cozzo “nonviolenza è conflittualità e buona comunicazione” (Nota 5 in calce) , essere cioè in grado di affrontare i
conflitti e di gestirli in modo costruttivo, cosa comporta tutto questo
nell’educazione scolastica? Innanzitutto, purtroppo, “siamo abituati a
impostare il nostro incontro verbale con altri come un gioco a somma
zero”. (Nota 6 in calce). Cioè se uno vince, l’altro necessariamente perde; se uno ha
ragione, l’altro avrà torto. E i docenti non fanno eccezione in tal senso.
L’alternativa che la prospettiva nonviolenta propone (ripresa e riformulata nel testo di Andrea Cozzo da cui sono tratte le citazioni) non
è, evidentemente, un venire meno alle proprie responsabilità educative o un mero rovesciamento del rapporto. Vuol dire piuttosto, per
riprendere una felice formulazione di Pat Patfoort (Costruire la nonvio
lenza. Per una pedagogia dei conflitti, La Meridiana, Molfetta 1995),
“trattare gli altri sulla base dell’equivalenza specialmente quando è in
gioco una diversità di opinioni, punti di vista, valori, ecc. Se non abbiamo mai adottato o tentato di adottare un simile modo con gli altri,
non crederemo che sia possibile”.
“In realtà” – continua il professore Cozzo - “questa educazione non è
né autoritaria né lassista, ma mira a dare potere a tutte le parti, che
non sono da supporre a priori in contrapposizione competitiva bensì
semplicemente all’interno di una relazione che può essere strutturale
in modo cooperativo: si ottiene l’ascolto del bambino dando a propria
volta ascolto - ascolto attivo - al bambino”.
I docenti dovrebbero essere quindi consapevoli che “il linguaggio non
può essere usato in modo nonviolento se non è accompagnato dalla
capacità e dal desiderio dell’ascolto, dalla volontà e dalla sapienza del
silenzio, perché l’altro possa sentirsi realmente invitato ad esprimere
se stesso”. (Nota 7in calce). In un’ottica davvero maieutica e nonviolenta, a scuola i docenti dovrebbero considerare quelle che Marshall Rosenberg ha definito le quattro componenti essenziali del ‘linguaggio della compassione’
(l’osservazione delle parole o delle azioni altrui che incidono, in positivo o in negativo, sul nostro benessere; la consapevolezza ed espressione dei sentimenti che proviamo in presenza di quelle azioni o parole; l’identificazione dei bisogni a cui quei sentimenti corrispondono;
la richiesta all’altro di atti specifici che contribuiscono al nostro benessere) (Nota 8 in calce). E bisognerebbe essere maestri dell’ascolto attivo, secondo le
sette regole indicate da Marianella Sclavi (Nota 9 in calce):
• Non avere fretta di arrivare alle conclusioni
• Quello che vedi dipende dal tuo punto di vista
• Se vuoi comprendere quello che sta dicendo l’altro, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose dal suo
punto di vista
• Le tue emozioni ti informano non su ciò che vedi, ma su come
guardi
• Un buon ascoltare è un esploratore di mondi possibili (…)
• Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi, affrontando i
conflitti creativamente
• Un buon ascoltatore ha il senso dell’umorismo.
La formazione nonviolenta dei docenti dovrebbe scongiurare la negatività sotterranea e nascosta, ma ahimè ancora reale e devastante, delle pratiche della cosiddetta ‘pedagogia nera’ che il compianto
Paolo Perticari, docente di Pedagogia generale e di Filosofia della
formazione presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha il merito
di aver riscoperto e riportato al centro del dibattito pedagogico, rispolverando il testo Pedagogia nera di Katharina Rutschky, con una
sua introduzione in cui collega e confronta il metodo della pedagogia
nera con gli studi di Hannah Arendt su La banalità del male, di Stanley
Milgram sulla “obbedienza all’autorità” e di Philip Zimbardo sull’“effetto lucifero”. La Rutschky aveva analizzato i vari stili educativi in 250
anni di fonti storiche e pedagogiche, dal Settecento fino ai primi anni
del Novecento in Germania, proponendo brani tratti da manuali, testi
di teoria pedagogica e strumenti educativi in cui emerge chiaramente
una forma di male e di distruzione psicologica, mascherata da educazione severa e rigorosa, che caratterizza i normali processi di civilizzazione e istruzione. Le conseguenze di questo male invisibile sono
molto gravi per la vita dell’individuo e in certi casi possono diventare
persino incurabili.
Facendo riferimento a questo studio, Perticari ha sottolineato che
ancora oggi il bambino/alunno può essere a rischio di un’educazione violenta proprio nella rete parentale e scolastica dove in realtà
dovrebbe trovare protezione e sostegno: in tali contesti può infatti
essere visto come capro espiatorio della frustrazione, della rabbia e
dell’insoddisfazione dell’adulto, che sfocia in una forma di violenza
costituita da umiliazioni, maltrattamenti fisici e psicologici, derisioni e
punizioni. L’obiettivo principale di questo metodo di condizionamento
precoce è reprimere la parte più vitale, creativa e attiva del bambino
per renderlo dipendente e sottomesso alla volontà adulta. L’individuo
che subisce violenza tende a introiettarla dentro di sé e perpetuarla in
diversi contesti della sua vita privata, tramandando una catena transgenerazionale del trauma e del male.
Sulla base di queste sollecitazioni pedagogiche, dovrebbe risultare
evidente che i metodi educativi e pedagogici risultano funzionali all’idea di umanità e al progetto di società che vogliamo costruire. Se
desideriamo la scuola delle pari opportunità, che aiuti a costruire una
cittadinanza attiva, cooperativa e responsabile, la scuola sognata da
Danilo Dolci e da don Milani, l’educazione nonviolenta è la condizione
indispensabile per la sua realizzazione.
Utile ricordare – anche come contraltare alle tre I di morattiana memoria – John Dewey (1859-1952), filosofo pragmatista e pedagogista
che, dopo aver sottolineato l’intrinseco legame che c’è tra democrazia ed educazione, ha affermato che i cittadini devono essere messi
in condizione di dare il loro contributo sviluppando precise competenze culturali e sociali riassumibili nella teoria delle tre “c”: Critical
thinking (pensiero critico), Creative thinking (pensiero creativo) e Care
thinking (pensiero valoriale, capacità di prendersi cura): “In quest’ottica, la scuola (pubblica) assume un ruolo centrale per la formazione
e la salvaguardia di una società realmente democratica: per farsi valore condiviso è nei singoli che lo spirito democratico deve incarnarsi
come costume, prassi, attitudine psicologica. Se ai più non è dato
maturare, sin dalla più tenera età, la predisposizione a condividere
emozioni e contenuti simbolici, a prender parte alla vita della comunità, esprimendo e perfezionando abilità personali e assumendosi responsabilità sociali, ebbene, pur in presenza della migliore legislazione possibile, la democrazia rimarrà di fatto lettera morta” (Nota in calce 10).
In un’ottica educativa autenticamente nonviolenta, infine, è urgente
e ineludibile una revisione critica dei manuali di Storia presenti in tutti gli ordini di scuola. Questo il senso della lettera aperta stilata nel
luglio 2022 da 30 docenti della Scuola e dell’Università e inviata ai
Ministri dell’Istruzione e dell’Università e della Ricerca, lettera di cui
si riportano i seguenti passi: “È soprattutto e in primo luogo nella
manualistica della Storia che avvertiamo la necessità di modifiche urgenti e sostanziali. La Storia, infatti, concorre forse più di altre discipline a creare la cornice metacognitiva generale di chi studia: facendo
vedere gli avvenimenti trascorsi attraverso lenti che focalizzano certi aspetti piuttosto che altri, presentando come fattori di cambiamento alcuni tipi di azione e non altri, essa educa a pensare ben precisi
orizzonti di possibilità e ad agire all’interno di questi, e in tal modo si
costituisce non solo come analisi del passato ma anche come profezia
del futuro.
Ora, la narrazione manualistica della Storia (…), continua a essere
dominata da un’ottica politico-militare e dal filo rosso delle guerre e
del ruolo maschile. Gli orizzonti geografici e temporali si sono allargati
ma il racconto – la trama, il contenuto, ciò che risulta in primo piano come motore del processo storico – è ancora fondato su categorie
di pensiero proprie del patriarcato e di una mentalità competitiva e
violenta.
Tale racconto resta talmente affollato di forza militare e di genere maschile che non lascia immaginare altre forme di sviluppo della temporalità che non siano violente e/o maschili, e finisce per far credere
che la violenza appartenga addirittura alla natura umana e sia normale, ineluttabile, o contenibile solo attraverso istituzioni, nazionali o
internazionali, di carattere giuridico.
Noi crediamo che, per cacciare davvero la guerra e il patriarcato fuori
dalla storia, sia indispensabile cambiare il paradigma culturale, promuovere un sapere diverso da quello appena presentato e dare spazio al racconto della costruzione della pace con mezzi pacifici, mettere
in luce il ruolo delle donne e dei popoli che hanno contribuito alle
trasformazioni storiche senza ricorrere alle armi; meglio ancora, di
panare per mezzo di queste categorie il filo della Storia intera. (…). Noi Vi chiediamo pertanto di adoperarvi (…) per l’elaborazione e l’attuazione di organici e strutturati progetti di redazione di manuali,
scolastici e universitari, che espressamente valorizzino il ruolo delle
dinamiche nonviolente e la parte attiva svolta dalle donne nel corso
della storia – manuali che abbiano il coraggio di profetizzare un futuro in netta cesura con quello attualmente all’orizzonte ed esercitino a
pensare la pace e a vedere che le concrete possibilità di costruirla attivamente senza fare ricorso alla violenza sono state più numerose di
quelle che siamo abituati a credere” (Nota in calce 11).
Oggi più che mai l’istituzione scolastica ha bisogno di volare alto e di
darsi orizzonti educativi ‘umani’ e formativi: “Trasformare i sudditi in
cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere” affermava
Piero Calamandrei; mentre il maestro Mario Lodi diceva ai colleghi:
“Cari insegnanti, non dimenticate che davanti al docente passa sempre il futuro: non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese”.
Maria D’Asaro.
NOTE IN CALCE:
Nota 1: Con riferimento ai seguenti testi del professore Andrea Cozzo: La nonviolenza oltre i pregiudizi, Di Girolamo editore, Trapani, 2022 e Conflittualità nonviolenta, Mimesis Edizioni, Milano, 2004 .
Nota 2: Andrea Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi, cit. p.14 .
Nota 3: Ibidem.
Nota 4: Ibidem, p. 17.
Nota 5: Ibidem, p. 161.
Nota 6: Ibidem, p. 163.
Nota 7: Ibidem, p. 168.
Nota 8: Ibidem, pp.169-170.
Nota 9: Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Le Vespe, Milano, 2000.
Nota 10: Francesco Dipalo (a cura di), Democrazia, Diogene Multimedia, Bologna, 2016.
Nota 11: 11 Andrea Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi, cit. pp.62-64.
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QUESTO INTERVENTO COSTITUISCE UN CAPITOLO DEL VOLUME DI AUTORI VARI, A CURA DELA COOPERATIVA ONLUS "SOLADARIA", PERCORSI DIDATTICI DI ANTIMAFIA SOCIALE. UNA PROPOSTA FORMATIVA MULTIDISCIPLINARE TRA PROCESSI EDUCATIVI E IMPEGNO SOCIALE, PALERMO 2024.
Chi avesse difficoltà tecniche può richiedermi il pdf via e-mail: a.cavadi@libero.it