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sabato 10 gennaio 2026

IVAN ILLICH: DE-SCOLARIZZARE LA SOCIETA' ?

Nella ricca rivista di alta divulgazione "Dialoghi Mediterranei" (altre volte da me segnalata su questo blog), scaricabile gratis on line, ho pubblicato - su cortese richiesta del Direttore - un mio personalissimo bilancio critico della proposta di Ivan Illich di de-scolarizzare la società. 

Qui il link all'articolo (riservato a chi non ha fretta di capire il mondo...):

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/appunti-sulla-descolarizzazione-di-ivan-illich/

lunedì 29 dicembre 2025

NON C’E’ CONSENSO AUTENTICO SENZA LIBERTA’ DI DISSENSO

E’ raro che una persona non si trovi mai a dover governare qualcosa nella sua vita: una scuola o un’azienda, un piccolo comune di provincia o un’intera regione. O almeno, in coppia o da sola, la sua famiglia. Governare, dirigere, amministrare sono tutte azioni impossibili senza un discreto livello di cooperazione da parte dei governati. Anche nel caso che ci sia un plesso normativo organico e comprensibile (ad esempio una Costituzione o un regolamento di condominio), si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente: nessuna legge basta da sola senza il convincimento interiore di chi la dovrebbe rispettare (fosse pure il convincimento minimo che obbedire sia più conveniente che disobbedire, esponendosi al rischio di sanzioni). Ciò spiega perché ogni politica – nel macro e nel micro – è arte di ottenere e mantenere il consenso.

Come insegna la storia ci sono molti metodi a tal fine. Nei regimi più o meno autocratici o totalitari ci si serve del terrore e del monopolio dell’informazione, nei regimi più o meno democratici  dell’abilità oratoria e  dell’esemplarità (almeno apparente) dei propri comportamenti pubblici. Se le differenze si limitassero a queste strategie sarebbe abbastanza facile distinguere il consenso puramente numerico  (di solito maggiore nei regimi autoritari) dal consenso eticamente qualificato (di solito migliore nei regimi non-autoritari). Ma nel concreto della storia i confini sono molto labili perché i regimi di ogni genere ricorrono, in maniera sfacciata o ipocrita, a metodi identici: la propaganda, l’indottrinamento, la corruzione, la demagogia, l’invenzione di un capro espiatorio interno o di un nemico esterno.

 

Il consenso drogato in ‘democratura’

Ma allora non tutto ciò che chiamiamo consenso lo è autenticamente. Mi pare di trovare una conferma di questa mia diagnosi un po’ naif in quanto scriveva dieci anni fa Roberta De Monticelli. A suo parere, “almeno idealmente”, “nelle società democratiche”

 

“la distribuzione del potere che dà efficacia alle istituzioni, in particolare a quelle politiche, si fonda sul consenso libero, personale ed esplicito degli individui. E tuttavia resta vero non solo nel novanta per cento della storia delle civiltà umane, ma anche in grandissima parte della vita delle moderne società democratiche, che la distribuzione del potere non si fonda veramente su un consenso esplicito, ma su un semplice riconoscimento (che non ha necessariamente il carattere di un’approvazione, ma nella maggior parte dei casi di una semplice accettazione – o per amore o per forza”)[1].

 

Si potrebbe affermare che nella sfera politica si riproducono, ingigantiti, fenomeni di distorsione del consenso frequenti nei rapporti inter-individuali: un corpo elettorale sceglie una maggioranza di governo con la stessa libertà interiore con cui una ragazza drogata accetta di fare sesso con chi le ha offerto il “cocktail dello stupro” o con la stessa lucidità mentale con cui un paziente in gravi condizioni di sofferenza sottoscrive, sulla soglia della sala operatoria, una dichiarazione di “consenso informato” circa i possibili rischi di morte a cui sarà esposto.

Se questa rappresentazione è realistica c’è davvero da preoccuparsi, forse da disperarsi. Che ne è della dignità personale? E che speranze per un futuro meno orribile del presente che abitiamo impotenti? Come è stato abbondantemente denunziato negli ultimi anni, soprattutto mediante il web e, più specificatamente, i social media, anche le elezioni formalmente più libere in effetti lo sono assai poco. La dittatura resta  dittatura, ma la democrazia degrada inesorabilmente a ‘democratura’.

Cosa si intende con questo neologismo (attribuito da alcuni a Eduardo Galeano, da altri a Predrag Matvejević) che fonde, ossimoricamente, i termini ‘democrazia’ e ‘dittatura’?  L’edizione italiana di wikipedia risponde: “un regime politico sostanzialmente autoritario che però mantiene, anche se solo formalmente, le apparenze di una democrazia. Chi usa il termine vuole polemizzare contro la presunta mancanza di coscienza democratica in uno Stato in cui, pur in presenza di elementi teoricamente cardine della democrazia come libere elezioni e multipartitismo, sussistono aspetti concreti che lo rendono di fatto assimilabile a un regime autoritario” perché “tutti i partiti assumono più o meno le stesse posizioni” (come ad esempio negli USA il Partito democratico e il Partito repubblicano) e “il governo dipende completamente da un solo partito”, o da una ristretta coalizione di partiti omogenei,  che può quindi far valere unilateralmente tutto il proprio programma”, deridendo ogni critica e ogni proposta migliorativa che provenga dalla minoranza parlamentare. Con il risultato che “l'intero parlamento è passivamente allineato a un governo essenzialmente autoritario” o per sudditanza voluta o per impotenza subita.  

 

La fatica della cittadinanza maggiorenne

In questo scenario mondiale diventa davvero faticoso esercitare una cittadinanza maggiorenne. Innanzitutto c’è da conoscere le disposizioni – normative o esecutive – di chi ha titolo per emetterle, dalla Commissione europea al primario dell’ospedale. E già questo implica non solo procurarsi le informazioni necessarie e scartare le numerose superflue, ma decifrarle: per imperizia o per calcolo, infatti, esse vengono redatte in burocratese in modo che non tutti intendano subito e, quanti intendono, non siano certi d’interpretare secondo l’intenzione originaria dell’estensore.

Il secondo passo è valutare il contenuto decifrato: esercitare il giudizio, la critica, per separare le norme meritevoli di consenso (perché conformi ad esempio alla Costituzione repubblicana) dalle norme opinabili o addirittura eticamente inaccettabili.

L’assenso intellettuale a disposizioni ragionevoli comporta, di per sé, un terzo passaggio: l’obbedienza pratica ad esse. Il che non è sempre agevole, talora addirittura eroico: troppe consuetudini, troppi interessi privati, troppa vigliaccheria caratteriale o acquisita possono indurci al “video meliora  proboque, deteriora sequor” di ovidiana memoria. 

Non meno gravoso un quarto passaggio: il dissenso – teorico e pratico – rispetto a ordini ingiusti. Il grado di democrazia reale in uno Stato o in un’organizzazione di qualsiasi genere si misura dallo spazio di manovra di chi dissente argomentativamente dall’autorità legittima. Anche là dove la disobbedienza civile non viene stroncata violentemente, essa ha un costo in termini di disapprovazione sociale: è il prezzo che hanno pagato i protagonisti dell’evoluzione umana da Socrate a Ipazia, da Gesù a  Mansur al-Hallaj, da Giordano Bruno a Rosa Luxemburg, da Gandhi a Martin Luther King.

Il dissenso, per quanto ammirevole quando fondato su solide ragioni teoretiche e morali, non segna il culmine della cittadinanza adulta e pro-attiva.  Se accetto il carcere perché rifiuto la coscrizione al servizio militare, la mia obiezione di coscienza è degna di lode, ma acquisisce per intero senso se apre il dibattito pubblico sull’obbligatorietà della leva e sulla necessità che la legislazione si modifichi riconoscendo ai cittadini il diritto di servire la Patria anche in modalità nonviolente. Se, insomma, è un’azione politica. Il criminale di rango socio-economico e il pioniere delle “utopie concrete” sono accomunati dalla medesima prospettiva: dissentire dallo ius conditum e attivarsi affinché, modificata la legge secondo i propri intenti, mediante i meccanismi consentiti di volta in volta dai regimi in vigore, le si possa prestare il proprio consenso.

Insomma: non c’è legittimo dovere di consenso senza legittimo diritto al dissenso, ma, almeno in linea di principio, il diritto al dissenso mira al consenso verso una nuova legislazione (che rappresenti, hegelianamente, l’inveramento-superamento  della norma iniziale e della contestazione della stessa).

  La tematica del consenso – che implica dialetticamente il tema del dissenso – squaderna, dunque, prospettive entusiasmanti sull’agire politico: che, ridotto con rare eccezioni a ring fra modesti cialtroni, potrebbe diventare (come è stato nei momenti più alti della storia) l’impegno appassionato per una società in cui, consentendo a regole stabilite all’unanimità o almeno a maggioranza, in fondo in fondo ciascuno e ciascuna consente alla propria ragionevolezza. Dunque al bene comune. Dunque al proprio più vero e lungimirante interesse.

Augusto Cavadi

“Nuove frontiere della scuola”, luglio 2025, n. 68



[1] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 6.


domenica 13 aprile 2025

FEMMINICIDI: PER FENOMENI COMPLESSI SOLO ANALISI COMPLESSE E TERAPIE MULTILIVELLO

 

Un fenomeno complesso non può spiegarsi con una sola causa. Al cospetto di ogni femminicidio bisognerebbe aprire bocca solo se convinti di poterne individuare alcune delle molteplici radici, senza nessuna pretesa di esaurire l’analisi. E tanto meno le indicazioni  terapeutiche.

Non c’è dubbio che siamo immersi in uno scenario mondiale pervaso di violenza: senza considerare l’esercizio abituale e irriflesso nei confronti dell’ecosistema (fauna e flora comprese), la logica della prevaricazione e della reazione altrettanto violenta (anzi, se possibile, più violenta) domina quotidianamente i rapporti all’interno della coppia, della città, dei ceti sociali, delle relazionali internazionali fra gli Stati. Gli antropologi e gli storici delle civiltà ci avvertono che non è stato sempre così nel passato e non lo è nel presente: se l’umanità non si è estinta è perché ci sono state, e ci sono, le resistenze attivamente nonviolente, le tregue, le negoziazioni, le paci. Ma non c’è dubbio che, anche se le eccezioni alla regola statistica dell’occhio per occhio (anzi, dei due occhi per ogni occhio) venissero debitamente registrate nei libri di storia e nelle cronache dei “giornalisti di pace”, la bilancia segnerebbe la prevalenza della prepotenza.

La logica planetaria della violenza si squaderna, e per così dire si articola, in settori specifici (dominio delle maggioranze verso le minoranze; dei gruppi criminali verso i concittadini disarmati; dei proprietari dei mezzi di produzione di beni materiali, servizi e informazioni verso i dipendenti, i clienti e l’opinione pubblica; e così via): l’ambito dei rapporti fra uomini e donne è uno di questi spazi di violenza sistemica. E’ ovvio che non si tratta di rilevare statisticamente per conteggi ragionieristici i casi in cui un maschio esercita violenza su una femmina (anche se persino da questo punto di vista contabile si palesa una evidente disimmetria), bensì di un assetto globale – culturale, istituzionale, sociale, economico – nel quale, a parità di altri fattori, le opportunità di sopravvivenza, di lavoro, di movimento, di iniziativa… degli uomini sono nettamente prevalenti sulle corrispondenti opportunità delle donne. Questo impianto complessivo è stato spesso denominato “patriarcato”, ma, anche grazie alle conquiste del femminismo militante, la figura del padre-padrone è oggi in crisi e mi pare sia preferibile adottare altre categorie come “maschilismo” o “androcentrismo”. Al di là dei vocaboli (necessariamente approssimativi), la situazione oggettiva sembrerebbe evidente: in tutto il pianeta nascere maschi costituisce, per alcuni versi o per molti, un privilegio. Come ha affermato qualcuno, c’è solo un soggetto più svantaggiato del più povero contadino della Terra: sua moglie. Come negare che una mentalità maschilista, radicata in una prassi che in essa si esprime e da essa viene legittimata ulteriormente, costituisca un contesto di sfondo  in cui agli uomini venga spontaneo assumere senza neppure averne consapevolezza una postura direttiva, proprietaria, nei confronti delle donne?  Hanno ragione quanti negano un rapporto causale fra “patriarcato” e femminicidi: non c’è alcun dato statistico che supporti questa correlazione. Ma vanno subito aggiunte almeno due considerazioni.

 La prima: l’assetto maschilista della stragrande maggioranza delle società contemporanee produce, e cela, un mare di violenza sistemica (linguistica, psicologica, economica…) a danno delle femmine che è devastante anche quando non arriva a sopprimerne la vita biologica. Insomma: se non ci sono elementi per attribuire al patriarcato i femminicidi, ce ne sono abbastanza per addebitargli tutte le altre forme di violenza di genere.

La seconda: il “patriarcato”, già pernicioso là dove anacronisticamente persiste, si rivela addirittura assassino là dove è minacciato, intaccato, ferito dall’evoluzione delle donne.  In epoche e in strati sociali dove era ‘normale’ che sorelle, mogli, figlie…accettassero la subordinazione  al dominio dei fratelli, mariti, padri…non c’era alcun motivo di sopprimerle. E’ nei tempi e nei luoghi in cui un numero crescente di donne si rifiuta di restare in condizioni di svantaggio sistemico, e culturalmente complice perpetuando nell’educazione dei figli e delle figlie la prospettiva androcentrica, che il padre-padrone può avvertire lo sgretolarsi del terreno sotto i piedi (e del trono sotto il sedere) ed essere spinto a gesti estremi.

Se la violenza è, a livello planetario,  lo strumento privilegiato per nascondere i conflitti e per sedarli qualora emergano alla luce del sole; e se tale postura dominante caratterizza, più specificamente, le relazioni di genere, non possiamo fermarci qui nel tentativo di interpretare i casi di femminicidio. Miliardi di maschi nascono, crescono e muoiono in questa atmosfera (genericamente e specificamente) violenta senza diventare assassini di donne in quanto donne. Per capirne un po’ di più dovremmo considerare il percorso di formazione dei singoli assassini e rassegnarci, anche da questo punto di vista, a constatazioni di segno opposto.

Ci sono ovviamente i violenti con una storia alle spalle di violenze subite; carnefici perché, prima ancora, vittime di una “pedagogia nera” (Rutschky, Perticari, Miller): vanno qui collocati gli eventi femminicidiari attribuiti a figli educati a bastonate in certe famiglie di origine asiatica o spettatori di crimini perpetrati metodicamente da genitori mafiosi.

Ma ci sono anche gli assassini viziati da genitori – particolarmente da madri – latitanti o, se presenti, permissivi: individui, specie di estrazione borghese, che raramente hanno sperimentato nell’infanzia e nell’adolescenza un divieto, uno stop, un no e che vivono i rifiuti (anche i più legittimi) alle loro richieste come un’insopportabile ferita del proprio narcisismo. In casi del genere è illuminante osservare il comportamento di madri che, informati del delitto consumato dal figlio ai danni di un’altra donna, si affrettano ad aiutarlo a lavare il sangue dal pavimento o a procurarsi un biglietto per volare all’estero.

Poiché non tutti i maschi educati o violentemente o permissivamente diventano autori di femminicidi, l’angolazione pedagogica, per quanto necessaria, si rivela insufficiente: man mano che dal generale zoomiamo sul particolare, abbiamo bisogno di conoscere – caso per caso – il profilo psicologico di ogni soggetto. Anche a questo livello dobbiamo rassegnarci a non trovare chiavi passepartout: non esiste la tipologia del femminicida standard. In alcuni casi si individueranno casi di psicosi, in altri di nevrosi, in altri ancora di condizioni borderline, ma in non pochi altri ancora di nessuna rilevanza patologica. Lo scientismo – inteso come convinzione pregiudiziale che le scienze possano spiegare tutto – deve imparare dall’autentico spirito scientifico a riconoscere i limiti dell’indagine scientifica: attraverso, e oltre, gli innumerevoli condizionamenti (della propria epoca, della propria etnia, della propria famiglia, della propria costituzione psichica…) restiamo comunque padroni di un barlume almeno di arbitrio. Questo nocciolo, per quanto ridottissimo, di intima libertà è la ragione dei nostri meriti e della nostra colpevolezza: ignorarlo, sia pur per desiderio ‘buonista’ di giustificare tutto e tutti, comporta (che lo si sappia o meno) la riduzione dell’enigma antropologico a mero meccanismo. Ogni femminicidio – come ogni altro crimine – ci spalanca la visione spiazzante di ciò che ciascuno/a di noi è davvero: un groviglio di potenzialità disparate che, come un fuoco d’artificio, può esplodere in direzioni divergenti. Kant ci direbbe che siamo cose fra cose (la nostra dimensione ‘fenomenica’, palese) ma anche agenti creativi nel bene e nel male (la nostra dimensione ‘noumenica’, nascosta). Ed Hegel  aggiungerebbe che la condanna di un reo è un modo per riconoscerne la dignità umana: non si processa un cane perché ha morso un altro cane né meno ancora un albero perché si è abbattuto su un passante. Proprio il riconoscimento dell’umanità del reo dovrebbe suggerire di intrecciare le esigenze della giustizia con i sentimenti di compassione sulla base di ciò che, ontologicamente, ci apparenta a lui. Ma questo è un altro discorso.

Se questo quadro diagnostico è fondato, ne deriva un complesso di percorsi terapeutici dislocati a diversi livelli per ridurre (dal momento che non è realistico azzerarli) i femminicidi. Alla base, un impegnativo lavoro teorico-pratico di conversione culturale ai principi della nonviolenza (a partire dall’invito gandhiano “Sii tu il cambiamento che vorresti nel mondo”). Poi un impegno focalizzato sull’obiettivo di una giustizia di genere che garantisca la pari dignità e le pari opportunità alle persone di ogni sesso biologico, identità psicologica di genere, orientamento affettivo-sessuale e genere (inteso come ruolo sociale). Ancora più nello specifico, una radicale riforma pedagogica che persegua il difficile, ma indispensabile, equilibrio fra accettazione della personalità di ogni minore ed educazione al rispetto delle regole condivise. Infine – ma siamo così alla cura di ogni storia individuale – il monitoraggio continuo di tutti i maschi d’ogni età che, più o meno condizionati nello sviluppo della propria personalità, diano segni d’incapacità di gestire le proprie emozioni e di rapportarsi in maniera responsabile con il femminile con cui incrociano le esistenze.  

Augusto Cavadi

* L'edizione originale illustrata è qui:

https://www.zerozeronews.it/femmicidi-che-fare-riforma-pedagogica-e-capillare-assistenza-psicologica/

 

sabato 1 febbraio 2025

SULLA PROPOSTA DEL MINISTRO VALDITARA RIGUARDANTE LO STUDIO DELLA BIBBIA NELLE SCUOLE

BIBBIA A SCUOLA ? DIPENDE DA COME STUDIARLA

Di certo non c’è ancora nulla, ma sono bastate delle anticipazioni per cenni su alcune proposte del ministro dell’istruzione del merito Valditara per scatenare dibattiti e polemiche. Ad esempio sulla proposta di inserire lo studio della Bibbia nei programmi curriculari obbligatori, dunque anche fuori dalle ore facoltative di “religione cattolica” dove è già previsto (anche se quasi mai attuato). La Destra (in Parlamento e nella società) plaude, la Sinistra (politica e sociale) protesta, il Centro (cattolico e non) nicchia. Ma chi si esprime in questi giorni sa di cosa parla?

Il presupposto (condiviso dalla quasi totalità degli interventi) è che studiare la Bibbia accrescerebbe il numero dei credenti praticanti delle varie Chiese cristiane (a cominciare dalla cattolica). Ma se fosse così, come si spiegherebbe che per quattro secoli (dal Concilio di Trento del Cinquecento al Concilio Vaticano II del Novecento) la Chiesa cattolica ha vietato lo studio della Bibbia, al punto da inserirla nell’elenco del “libri proibiti” accanto al marchese De Sade e a Marx ?

La risposta è semplice e se chi mette becco in queste tematiche avesse letto una sola volta la Bibbia la conoscerebbe: la Bibbia è una biblioteca scandalosa. Almeno da due punti di vista.

Come in ogni biblioteca ci sono libri di genere e di valore diversi.

Alcuni sono o noiosi (elencano precetti e divieti su come lavarsi, vestirsi, cibarsi, pregare…che vengono ritenuti ormai impraticabili) o francamente diseducativi (presentano come atti meritori fecondare la schiava al posto della moglie sterile, sacrificare mediante sgozzamento il figlio unico,  sterminare sino al più piccolo neonato le popolazioni vinte in guerra…). Quanti studenti si avvicinerebbero alle Chiese cristiane perché attratti dalla concezione di Dio, dell’essere umano, della storia veicolata da queste pagine terribili?

Ma nella Bibbia ci sono anche libri bellissimi, soprattutto nel Secondo Testamento, in cui la religione viene presentata non come militanza obbediente in un’organizzazione burocratica verticistica, bensì come avventura comunitaria condivisa da  fratelli e sorelle che s’impegnano pariteticamente per una società più creativa, solidale, compassionevole. Ebbene, anche questi testi sarebbero motivo di scandalo per tanti  studenti che constaterebbero la distanza inaccettabile fra  il messaggio dei profeti (e di Gesù in particolare) e il catechismo insegnato nelle parrocchie.

Insomma, in considerazione di ciò che la Bibbia afferma di molto sbagliato e di molto affascinante, quanti sedicenti cattolici resterebbero tali se veramente la leggessero con l’attrezzatura scientifica (storico-letteraria) con cui si legge l’Iliade o la Divina Commedia? Non è certo un caso che tra i grandi esponenti degli studi biblici moderni (da Spinoza a Bultmann, passando per i Modernisti francesi, inglesi e italiani della prima metà del XX secolo) i condannati per eresia siano stati più numerosi dei riconosciuti come benemeriti.

La vera questione è dunque con quale prospettiva e con quali metodologie insegnare la Bibbia nelle scuole. Se la si vuole usare come una clava per colpire alunni provenienti da famiglie o ‘laicamente’ agnostiche o di altre religioni (a cominciare dagli islamici) per incrementare le fila dei bravi praticanti cristiani, si sperimenterà un tragicomico effetto boomerang. Se invece si vorrà studiare la Bibbia con l’attrezzatura esegetica oggi disponibile – e fare altrettanto almeno con il Corano – si renderà un servizio prezioso per la formazione spirituale delle nuove generazioni (a prescindere dalle opzioni di fede confessionale di ciascun giovane) e per la convivenza democratica di etnie e comunità di matrici teologico-culturali differenti. Ovviamente questo insegnamento dovrebbe essere affidato a docenti qualificati dipendenti dallo Stato, non da questa o quell’altra organizzazione ecclesiale. Solo così la scuola repubblicana contribuirebbe a sradicare le radici insidiose del fondamentalismo, del tradizionalismo, del conformismo.

 

Augusto Cavadi

Centro di ricerca esperienziale di teologia laica

(Palermo)


“Adista/ Segni nuovi”, 5, 8 . 2. 2025 

venerdì 3 gennaio 2025

ELOGIO, CON QUALCHE CAUTELA, DELLA CREATIVITA’

 

Parole come “creatività” occupano, semanticamente, il filo sottile fra due vuoti: la banale genericità dell’ovvio, da una parte; l’elitaria eccezionalità, dall’altra. Infatti ci ripetiamo ora che creativi lo saremmo tutti ora che lo sarebbero alcuni geni canonizzati.  Questa polarizzazione non mi convince. Per evitare di dire, con il medesimo vocabolo, troppo o troppo poco può riuscire istruttiva la chiave ermeneutica (di origine aristotelico-medievale) dell’analogia : creativi lo siamo tutti i viventi, ma ognuno a modo suo, in parte simile e in parte (ancora maggiore) dissimile da ogni altro vivente.  Le formiche della villa comunale manifestano, indubbiamente, creatività nel costruire il formicaio; ma una creatività che somiglia soltanto, senza uguagliarla, alla creatività degli architetti della Firenze rinascimentale. In entrambi i casi dei soggetti trasformano una materia donando emergenza a qualcosa di novum, di inedito; ma il grado di questa novità non è il medesimo. Il ruolo della soggettività autrice, infatti, può andare da livelli minimi – per cui si riproduce nei secoli un prodotto pressoché uguale – a livelli massimi di originalità, sino alla vera e propria unicità irripetibile, inimitabile.

Se adottiamo questa griglia interpretativa non è difficile riconoscere nella categoria “creatività” una costellazione di qualificazioni positive, al punto che spesso usiamo l’aggettivo “creativo” in un’accezione immediatamente laudativa. La vita dei singoli e le vicende dei popoli scorrono di solito con monotona ripetitività, per cui risulta spontaneo salutare con compiacimento ogni gesto che introduca qualcosa di “nuovo sotto il sole”: il combinato disposto di tradizionalismo e di conformismo costituisce una cappa di grigiore omologante insopportabilmente soffocante.

Contro la divinizzazione della creatività

Come tutti i valori, anche la creatività è esposta al rischio dell’acritica enfatizzazione retorica. Peggio: se assolutizzata, può capovolgersi in disvalore. D‘altronde, se è uno dei modi in cui si manifesta l’intelligenza, non c’è da stupirsi che ne condivida l’ambivalenza: di per sé è un bene, ma ne possiamo fare un uso spregevole (specie quando la disconnettiamo dall’insieme delle nostre potenzialità umane: come notava Chesterton, c’è una forma di pazzia che consiste nel perdere tutto tranne la ragione).

Le serie televisive ‘gialle’ statunitensi abbondano di esempi spiazzanti di creatività criminale: suppongo che non tutti siamo d’accordo nel considerare  un’abilità ammirevole inventare metodi inediti di tortura di vittime innocenti. In campi un po’ meno perniciosi, come il marketing, assistiamo nelle tecniche pubblicitarie a manifestazioni di creatività originale di cui faremmo volentieri a meno per rispetto della nostra salute fisica (quando mirano a farci ingurgitare alimenti poco dietetici) o dell’immagine pubblica della donna (quando viene rappresentata come merce apri-pista di altre merci).  

Tra intellettuali e artisti finalizzare la creatività all’originalità può diventare un’ossessione oscillante fra il patetico e il ridicolo. Già nel Settecento Rousseau stigmatizzava la tendenza di numerosi suoi colleghi a voler apparire a tutti i costi diversi dagli altri. Tutti noi abbiamo nella cerchia dei nostri conoscenti qualcuno che interviene nelle discussioni prima di tutto, o addirittura esclusivamente, per contestare un’affermazione, prenderne le distanze, proporre un’alternativa: come se riconoscere la particella di vero nelle opinioni altrui fosse indice di scarso acume critico!  E ai primi anni di università uno dei miei docenti di filosofia, Armando Plebe, diceva – e scriveva – che il filosofo dev’essere come il clown che irrompe in un contesto spiazzando gli astanti con trovate inaspettate. Un suo collega, Nunzio Incardona, non teorizzava questa strategia stupefacente, ma la praticava: le sue lezioni, come i suoi testi, erano zeppe di neologismi fantasiosi collegati da una sintassi ardita.

Bertold Wald ha riferito, a proposito di un pensatore importante nella mia formazione, Joseph Pieper (“per l’alta tiratura dei suoi scritti e l’ampio numero delle traduzioni, egli è il filosofo tedesco più letto del ventesimo secolo”), che nella cerchia dei discepoli di Martin Heidegger (dove “bizzarria speculativa e stravaganza terminologica venivano e vengono ancor oggi considerate come segno distintivo dell’argomentare filosofico”) si diceva: “Joseph Pieper? Tutti lo capiscono – questa non è filosofia”.

Spero sia chiaro che non sto tentando alcuna apologia della banalità. Sto solo denunziando alcuni metodi truffaldini per camuffarla, come appunto la creatività apparente. E’ pacifico che per dire cose nuove si debbano (e dunque si possano) creare parole nuove; ma è disonesto intellettualmente inventarsi parole nuove solo per non far notare di dire cose vecchie. Tra l’altro è un trucco superfluo perché anche le cose antiche possono essere dette creativamente se usiamo le parole antiche con autenticità, avendole incarnate e ri-create. Già: è importante sottolineare il nesso autenticità-creatività-originalità. Proverei a formularlo in questo modo:  quando si crea con autenticità (cioè con fedeltà alla propria ispirazione) si risulta comunque originali. Aggiungerei che l’originalità (che può – non: deve – risultare esotica, extra-ordinaria) è in ogni caso un effetto collaterale, non un obiettivo da perseguire in se stesso.

Dopo aver citato Luc de Clapiers de Vauvenargues – “Un libro davvero nuovo e davvero originale sarebbe quello che facesse amare vecchie verità” – Pierre Hadot così chiosa: “Ci sono verità di cui le generazioni umane non giungeranno mai a esaurire il senso; non che siano difficili a capirsi, al contrario sono estremamente semplici, spesso hanno persino l’apparenza della banalità; ma precisamente, per comprenderne il senso occorre viverle, occorre rifarne incessantemente l’esperienza: ogni epoca deve riprendere questo compito, imparare a leggere e a rileggere queste <vecchie verità>” (per questa citazione, e le precedenti di questo paragrafo, rimando al mio La filosofia come terapia dell’anima. Linee essenziali per una spiritualità filosofica, Diogene Multimedia, Bologna 2019, pp. 131 – 135). Non so se ci attende un Aldilà in cui ciascuno conserverà la memoria della propria storia, ma so che – se così fosse – ci sarebbe da divertirsi lungamente nello scoprire che la creatività narcisistica ed esibizionistica di un Vittorio Sgarbi è solo la parodia della creatività di quelle migliaia di insegnanti di arte che, ogni giorno come se fosse per la prima volta, hanno parlato di bellezza artistica ai loro alunni con amore sincero e competente. E solo per questo sono stati in grado di contagiare la propria quieta passione.

 

L’humus  (nascosto) della creatività

Talora la nozione di creatività si oppone a nozioni che ne denominano invece dei presupposti irrinunciabili.

Un caso tipico è l’opposizione creatività/tradizione. Non c’è creatività senza innovazione e dunque senza tradimento di ciò che si è ricevuto in eredità. Ma è proprio il patrimonio (materiale e simbolico) tramandato che può suscitare dialetticamente l’inventiva. Chi è privo di memoria rischia di scambiare per creazione inedita ciò che è già stato visto, criticato, superato: di sbandierare come proprio merito “la scoperta dell’acqua calda”.

Abbastanza simile l’opposizione creatività/tecnica. Dal Rinascimento italiano del Cinquecento in poi abbiamo imparato a distinguere il diligente artigiano, che padroneggia tecniche faticosamente apprese, dal fantasioso artista che fa saltare il tavolo e impone nuove regole di gioco. Ma quando si ascoltano questi rivoluzionari si apprende – come si esprimeva ad esempio Picasso – che ci vuole una vita per imparare a dipingere con la spontaneità creatrice di un bambino. Solo chi ha avuto la pazienza di seguire le prescrizioni canoniche può trasgredirle efficacemente: nessun aereo decolla senza aver accettato di strisciare terra-terra su una pista per tutto il tempo necessario.

Creatività ad intra

Sinora abbiamo riflettuto sulla creatività ad extra, come attività transitiva. Essa presuppone, per certi versi, e contribuisce a realizzare, per altri, la creatività ad intra: l’auto-creatività. E’ vero infatti che l’azione è effetto e manifestazione di ciò che si è (agere sequitur esse); ma direi essere altrettanto vero che si è ciò che le nostre azioni – specie se ripetute – ci rendono (esse sequitur agere). Siamo originariamente e radicalmente “dati” – donati – a noi stessi, ma non in un assetto definito al punto da essere esonerati dal plasmarci, dal ri-formarci, dal co-crearci.

Neanche questa accezione soggettiva, personale, di creatività va mitizzata. Da una parte dobbiamo essere fieri di ciò che siamo diventati: non dobbiamo vergognarci delle nostre caratteristiche peculiari, della nostra originalità, e immergerci nella massa per mimetizzarci. Si ricorda come molto saggia la richiesta dell’attrice Anna Magnani a un suo truccatore: “Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C’ho messo una vita a farmele!”. Tuttavia questo sano orgoglio di essere ciò che si è – e se è il caso di pagare in termini di emarginazione la propria inventività pionieristica, catacronistica - non deve necessariamente includere tutti i propri difetti, specie se dai risvolti oggettivamente – e socialmente – sgradevoli. Da qualche parte mi è capitato di leggere: “Sei unico, sii te stesso! Ma se capisci che sei uno stupido, non insistere”. Uno stolto che, creativamente, si eserciti ad esserlo ogni giorno di meno non perde di originalità: si limita a modificarne i tratti. Da ex-insipienti si può essere unici come, e più, che da insipienti.

 

Augusto Cavadi

 

“Le nuove frontiere della scuola”, n. 65, Dicembre 2024, pp. 9 – 12.

lunedì 4 novembre 2024

l'IGNORANTOLOGIA DI DAVIDE MICCIONE: VOLUME SECONDO


Il volume di Davide Miccione, La congiura degli ignoranti. Note sulla distruzione della cultura (Valore italiano editore, Roma 2024) , può essere apprezzato da più angolazioni. Intanto, a primo approccio, risulta piacevole da leggere: che un saggio di denunzia, dettato dallo sdegno,  sia scritto con stile brillante (e, perciò, accattivante)  non è pregio da poco. Inoltre, attraverso un linguaggio amaramente umoristico, veicola considerazioni serie e lancia allarmi tanto più preziosi quanto meno frequenti nel discorso pubblico.

Infatti, riprendendo e completando il suo precedente Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo (Ipoc, Milano  2015 e poi LetteredaQalat, Caltagirone  2022), quasi a voler comporre un trattato in due tomi di “ignorantologia”, l’autore indaga sulle cause radicali del “declino cognitivo” registrabile nella società italiana (in linea, ovviamente, con quanto accade nell’area nord-occidentale del pianeta, di cui condividiamo i pochi pregi e i molti difetti).

Le famiglie, le organizzazioni sindacali, le associazioni di portata nazionale, i politici in servizio permanente effettivo hanno certamente una porzione di responsabilità (Miccione avrebbe potuto senza difficoltà aggiungere alla lista la Chiesa cattolica nella quale, tranne in pochi studiosi, la fides ha da tempo smesso di cercare l’ intellectus), ma è evidente che il ruolo decisivo è svolto dalla scuola (intesa complessivamente come sistema della formazione dei cittadini dalla scuola primaria all’università). Forse il nocciolo del ragionamento dell’autore si potrebbe tradurre e sintetizzare a partire dall’etimologia del vocabolo “scuola” che in greco suona skolé e significa propriamente otium. La scuola nasce come uno spazio di quiete, di libertà, di gratuità in cui formarsi e formare le nuove generazioni, al riparo dagli affanni e dagli affari della vita sociale, nella speranza che – quando sarà il momento di immergersi nel caos della storia – si abbiano gli strumenti per giudicare criticamente e per proporre riforme (e/o rivoluzioni) necessarie. Che cosa è diventata grazie all’opera di ministri di ogni area partitica negli ultimi decenni? La negazione dell’ozio: un unico, affollato, chiassoso neg-otium. Invece di interpretarsi come coscienza critica della società, la scuola si configura come una palestra che prepara ad entrarvi.

Miccione vede in questa degradazione l’effetto di un disegno politico perverso, ma non ne sarei così sicuro. I politici di professione che ho conosciuto un po’ più da vicino – tranne rarissimi casi -  non mi sembrano attrezzati per un’impresa così impegnativa: infatti, anche quando non mancano le doti intellettuali, difetta in loro  l’attitudine alla riflessione, alla ponderazione, al vaglio dei pareri degli esperti (per la quale sono  necessari silenzio e tempo). Più che progettare strategicamente, mi pare che i ministri sinora avvicendatisi in viale Trastevere abbiano assecondato il vento delle mode pedagogico-didattiche. D’altronde è lo stesso Miccione, in altra parte del libro, a notare come “un parlamentare, un sottosegretario, un ministro non decidono nulla. Accordi, trattati, commissioni europee, authority e organismi internazionali hanno già deciso la direzione politica da seguire” (p. 140).

Naturalmente nelle nuove proposte non tutto è da buttare come non era tutta aurea la scuola che abbiamo frequentato negli anni 50-60 del secolo scorso: il taglio pamphlettistico del libro ha probabilmente dissuaso l’autore dal sottolineare il positivo del nuovo e il negativo dell’antico, come sarebbe avvenuto in un’analisi più scientificamente asettica.

Il cuore del sistema è comunque nella classe docente che viene preparata, selezionata, assunta e mantenuta in servizio sino alla quiescenza in nome di un patto tacito: vi paghiamo poco, ma – dal punto di vista qualitativo - non pretenderemo nulla in più di ciò che ognuno/a vorrà dare. Con il risultato macchiettistico che solo a chi è estraneo al mondo della scuola può risultare inverosimile: “Il professore di filosofia a disagio con i testi di filosofia o il professore di lettere che non legge mai un libro o quello di latino che il poco latino che aveva lo ha visto arrugginirsi irrimediabilmente, sono figure più diffuse di quanto si pensi. Ovviamente si trovano in un sistema che chiede loro di rinnovare la didattica in senso tecnologico e orizzontale, oppure di occuparsi di monitoraggi, test, burocrazia, sicurezza e inclusione e mai di letteratura o filosofia o latino” (p. 88).

La situazione non è meno grave se il cannocchiale si sposta dalle scuole medie all’università dove – per un complesso convergente di cause – neppure i docenti (e, di conseguenza, gli studenti) riescono a costituire un’eccezione rispetto a quel “popolo di frenetici informatissimi idioti” di cui Franco Ferrarotti ha offerto la sociologia (p. 135).

La conclusione del volume non invita all’ottimismo, ma forse solo la durezza delle diagnosi può indurre a cercare con solerzia le ipotesi terapeutiche: “A meno di non essere già stati contagiati dal morbo idiocratico non si può far finta di ignorare che ogni anno che passa muoiono uomini formati da altri uomini e diventano adulti individui che sono stati formati alla vita e all’interazione umana da realtà artificiali e non da altri esseri umani; che hanno fissato uno schermo ben più di quanto abbiano guardato il volto di un altro (…). Quale livello di malafede o di integrazione al sistema o di stupidità si deve raggiungere per pensare che un cambiamento simile non produca nulla di radicalmente diverso e forse mostruoso?” (p. 160).

Se saggi come questo dovessero trovare accoglienza pletorica, proprio l’eventuale successo editoriale rischierebbe di costituire una smentita della denunzia in essi contenuta. Ma sarebbe triste se non entrassero a far parte della biblioteca privata di quanti – forse con presunzione, certo con sconforto – sono convinti che i drammi della storia che stiamo attraversando dipendono non da troppa teoria, bensì da teoria troppo poco critica.

Augusto Cavadi

* Per la versione originale, corredata iconograficamente, cliccare qui:

https://www.zerozeronews.it/lespansione-dellignoranza/

sabato 22 giugno 2024

EDUCARE ALLA LEGALITA' COSTITUZIONALE NELLA SCUOLA PRIMARIA SECONDO ADRIANA SAIEVA

Adriana Saieva 

Educare alla legalità in un mondo di adulti civicamente maleducati?

 Da diversi anni nelle scuole, e nelle comunità educanti in generale, si affronta il tema della legalità come espressione di comportamenti di cittadinanza attiva e rispetto delle leggi Costituzionali. Dal 2019 l’Educazione Civica è diventata materia trasversale: 33 ore suddivise tra varie discipline da cui deriva un unico voto perché – è intuitivo – la frammentazione delle ore dovrà comunque seguire un filo logico coerente. Esperienze vissute In particolar modo, in moltissime scuole, il grande e complesso tema della legalità viene declinato in progetti di educazione antimafia. In questo caso i percorsi sono svariati: a seconda dell’ordine di scuola si parla di storia della mafia, delle donne e degli uomini che l’hanno contrastata perdendo la vita; spesso si invitano giudici o giornalisti come testimoni di una storia contrassegnata dall’impegno sul campo; altre volte si intraprendono percorsi con associazioni che da anni lavorano nelle scuole su questi temi; altri input arrivano dall’incontro con l’autore all’interno di progetti di lettura e – quando il libro tratta di una vittima di mafia o di spunti per contrastarla – si ha modo di affrontare il tema in classe in vista di un dibattito più articolato. Questi sono gli esempi che, in trent’anni di lavoro in scuole primarie, ho vissuto direttamente. Ci sono poi le esperienze estemporanee come manifesta zioni e cortei in occasione di ricorrenze (più o meno precedute da un percorso articolato conoscitivo). Un cenno a parte meritano quei laboratori su temi di cittadinanza attiva e comunicazione nonviolenta che sono risultati particolarmente significativi in quanto hanno coinvolto tutta la persona: hanno messo in gioco la corporeità, la voce, l’immaginazione per smuovere e risvegliare emozioni fondamentali nel processo di apprendimento. Mi è capitato di co-condurre dei laboratori di cittadinanza consapevole in cui la facilitatrice esperta in danza-movimento terapia ed expression primitive ha coinvolto gruppi di giovani di scuola superiore in attività motorie (propedeutiche a successivi step): ho constato personalmente in alcuni la difficoltà a vivere la propria fisicità, a gestire la rigidità e il timore del giudizio altrui; contestualmente ho assistito alla successi va apertura degli stessi giovani, al lasciarsi andare e al diventare protagonisti del momento; durante la verbalizzazione è poi emerso che avevano molto apprezzato il poter vivere un’esperienza piuttosto che ascoltarla da seduti e questo ci ha ulteriormente convinte ad approfondire gli studi su modalità di formazione che procedano in questa direzione. Fare in modo, in ogni caso, che le parole siano preceduta da una sperimentazione significativa, emozionante e completa delle varie dimensioni di un soggetto. Incoraggiate da queste esperienze con giovani liceali, la mia amica ed io le abbiamo replicate – con gli opportuni adattamenti – anche con gruppi di adulti e (ciò che qui mi preme evidenziare) con bambini della scuola primaria, registrando risultati a maggior ragione positivi. Perplessità maturate Ma anche i laboratori più o meno riusciti sono sufficienti? Anni di la voro sul campo – come insegnante e come animatrice di laboratori extrascolastici – hanno fatto sedimentare in me dubbi e perplessità su questi modi di procedere. Ritengo sì indispensabile la sensibilizzazione, che queste iniziative veicolano, al tema della mafia e al suo contrasto e auspico che ce ne siano sempre e ovunque in tutto il territorio nazionale. Quello che mi lascia perplessa è quanto tutto ciò incida, in-segni, de condizioni da stereotipi e sentito-dire respirati fin dai primi vagiti e quanto creino le condizioni per la nascita di una vibrazione interna, etica che tenga lontano da qualsiasi forma di cittadinanza negligente, corresponsabile di crimini, passiva. 

 Provo a descrivere la mia perplessità con un gioco mentale: un’inversione di ruoli e contesti. Provo a immaginare una società dove tutto è regolato dal senso di giustizia sociale, dal rispetto di tutti gli esseri viventi e del pianeta; una società dove essere diversi è una ricchezza, dove si rinuncia a qualcosa pur di non eccedere col consumo e dove tutto ciò che è oggettivamente superfluo è bandito perché nessun tornaconto personale può essere superiore al bene pubblico. In questa società tutti conoscono, e vivono con piacere, le forme basilari di comunicazione efficace e nonviolenta, per cui non si usano frasi giudicanti né ancor meno offensive; si esercita l’ascolto attivo; si con danna l’azione e non la persona; si esprimono liberamente le proprie emozioni; ci si dà reciprocamente il tempo per parlare e rispondere senza interruzioni isteriche, urla e sopraffazioni verbali. In una società del genere – a tutti i livelli – viene coltivato il pensiero autonomo e critico; ci si esercita ad argomentare le proprie perplessità o il proprio disappunto praticando l’assertività e la fermezza con qualsiasi interlocutore. Soprattutto a scuola, il diritto di esprimere la propria opinione è costantemente difeso dall’intera comunità educante. I bambini e le bambine possono tranquillamente dissentire apportando dei buoni argomenti; possono -anzi devono- saper sostenere un confronto con chi è a un livello di autorità superiore senza temerne le reazioni e gli abusi. Periodicamente (per motivi che nel mio gioco mentale non trovano una giustificazione logica, ma è un gioco: quindi procedo) vengono messi a punto progetti di illegalità sistemica; un decreto-legge prevede addirittura che ben 33 ore siano dedicate al tema dell’educazione incivile, purché spalmate tra le varie discipline e articolate in un percorso coerente. Il tutto all’interno di un contesto sociale in cui scuole, famiglie, associazioni, centri sociali e parrocchie perseverano in uno sforzo collettivo di formazione di una società giusta e impregnata di bellezza. Quante possibilità ci sarebbero, in questa fantomatica società, che le lezioni di illegalità incidessero profondamente sui comportamenti dei bambini, sovvertendo il bagaglio da loro acquisito e interiorizzato in anni di esempi ricevuti in ogni occasione di vita sociale? Dismettendo il gioco e tornando a quella che è la nostra scuola e la nostra società: che speranza c’è di ottenere un qualsiasi risultato se l’esempio che si dà non è all’altezza di ciò che si chiede? Voglio che tu bambino abbia un bel pensiero “divergente”, ma se mi contraddici sono guai (non accade in ogni classe, ma accade in molte classi. Non accade in ogni famiglia, ma accade in molte famiglie). Voglio che tu cresca col coraggio di “far camminare le loro idee sulle tue gambe”, ma intanto devi obbedire ai miei ordini e, se mi chiedi ragione di uno solo di essi, ti umilio davanti a tutti; se parli di un misfatto accaduto in classe ti espongo alla pubblica gogna riservata agli spioni (“non si accusano i compagni” può avere senso solo quando si sia appurato come stanno le cose e che il misfatto non riguardava un atto vandalico o un’azione di bullismo); ti invito a comunicare in modo mite, non violento, e te lo dico urlando. Ciascuna e ciascuno di noi, nelle varie vesti educative che ricopre, è esente da questi comportamenti? Si assume la responsabilità di una critica costruttiva verso il collega o il dirigente scolastico quando assi ste a qualcuna di queste modalità scorrette? Che si tratti di una classe, di un collegio docenti, di una riunione di condominio o di un incontro pubblico, di quale stile comunicativo (ed educativo) siamo esponenti? 

 La conclusione a cui sono arrivata è che gli adulti, tutti, abbiamo il dovere morale di porci queste domande e di impegnarci per trasformarci, destrutturare le cattive abitudini interiorizzate di cui spesso non siamo nemmeno consapevoli, migliorare. Fare autoformazione, chiedere corsi di formazione che mirino a una riflessione profonda sul ruolo dell’educazione, imparare con fatica e sudore della fronte a essere testimoni dell’esercizio di un pensiero critico. Solo allora le famose 33 ore sarebbero un approfondimento arricchente; solo allora tutti i progetti di contrasto alla mafia sarebbero efficaci: fiorirebbero a partire da un terreno ben coltivato e per questo fertile. E sarebbe l’inizio di una profonda trasformazione culturale che toglierebbe linfa al potere mafioso, a tutte le forme di potere arrogante e di sopraffazione.

           Adriana Saieva

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QUESTO INTERVENTO COSTITUISCE UN CAPITOLO DEL VOLUME DI AUTORI VARI, A CURA DELA COOPERATIVA ONLUS "SOLADARIA", PERCORSI DIDATTICI DI ANTIMAFIA SOCIALE. UNA PROPOSTA FORMATIVA MULTIDISCIPLINARE TRA PROCESSI EDUCATIVI E IMPEGNO SOCIALE, PALERMO 2024. 

Il volume è scaricabile gratuitamente qui:

https://solidariaweb.org/index.php/blog/2-uncategorised/85-percorsi-didattici-di-antimafia-sociale-idee-e-racconti-tra-scuola-e-territorio

L'ebook è stato realizzato nel nuovo formato a "layout fisso", non leggibile da tutte le app.

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giovedì 20 giugno 2024

EDUCARE ALLA NONVIOLENZA, IN MANIERA NONVIOLENTA: INDICAZIONI DA MARIA D'ASARO

Maria D’Asaro

Scuola e scienza della nonviolenza. Il contributo di questo percorso di studi ed esperienze ad un sistema scolastico socialmente responsabile per un’autentica formazione alla cittadinanza attiva

Negli ultimi vent’anni, il sistema scolastico italiano è stato contrassegnato da precisi orientamenti legislativi: nel 2003 è stata approvata la discussa riforma Moratti che – oltre a introdurre tagli cospicui in quasi tutti gli ordini di scuole, riducendo lo studio di varie discipline – lo aveva caratterizzato con le tre I (Informatica, Impresa, Inglese) a comprova di una virata ‘mercantile’ del sistema istruzione; nel 2015 sono entrate in vigore le norme della cosiddetta ‘Buona Scuola’ (la legge 107/2015), con l’introduzione dei Piani di alternanza Scuola/Lavoro, ri modulati (con nota MIUR del 2019) come Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO). A fine 2022 è addirittura cambiata la denominazione del Ministero deputato al governo della Scuola: da MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) si è trasformato in Ministero dell’Istruzione e del Merito, chiaro segnale di una scuola che tende verso l’individualismo e la competizione, secondo quanto sottolineato dalla psicologa e pedagogista Silvia Vegetti Finzi e dal professore Raffaele Mantegazza, ordinario di Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca. In tale contesto legislativo-formativo, non è facile persuadere docenti e dirigenti scolastici della necessità formativa di insegnare e praticare a scuola la nonviolenza. Sì, la nonviolenza scritta come parola unica, senza trattino in mezzo, come suggerito dal filosofo e attivista Aldo Capitini per focalizzare la natura nuova, creativa e pregnante di tale pratica dei rapporti umani che consente una diminuzione della vio lenza complessiva nella società. La nonviolenza dovrebbe perciò per meare le relazioni individuali e via via, allargando il cerchio, quelle di condominio, di quartiere, e le macro-relazioni sociali e politiche. Se, nel rispetto dello spirito e dei valori autentici della Carta costituzionale, si vuole davvero educare cittadini coscienti e responsabili, non si può tenere fuori la nonviolenza dalle aule scolastiche anche se non è facile insegnare la nonviolenza sia perché la scuola italiana è inserita in un contesto sociale in cui spesso predomina la violenza a livello strutturale-istituzionale e simbolico-culturale sia perché gli educatori non hanno una formazione in tal senso e si trovano essi stessi ad equivocare su teoria e pratica nonviolente. Bisognerebbe allora partire dalla formazione dei docenti che, qualsiasi sia la loro disciplina di pertinenza e l’ordine di scuola dove sono inseriti, dovrebbero possedere un’alfabetizzazione di base della teoria e della pratica nonviolenta. Per non confondere la nonviolenza con i pregiudizi di cui spesso è vittima, dovrebbero, innanzitutto, avere chiara la ‘pars destruens’ e sapere che la nonviolenza:

 • Non è assenza di conflitti

 • Non è mancanza di aggressività, se intesa in senso positivo come combattività e assertività

 • Non è equidistanza tra le parti in lotta, in quanto il nonviolento è sempre dalla parte delle vittime e di chi lotta per la giustizia 

 • Non è rispetto assoluto delle leggi, qualora esse siano eticamente ingiuste 

 • Non è una via necessariamente religiosa né una scelta elitaria 

 • Non è un pensiero utopico, ma una risposta praticabile ed efficace alle sfide del presente 

 • Non è mero pacifismo 

 • Non è un comportamento improvvisato legato a paura, debolezza, indifferenza, pigrizia (Nota 1 in calce).

I docenti dovrebbero avere chiaro che la nonviolenza è dunque “l’arte di pensare e condurre un buon conflitto in tutti gli ambiti della vita, per la trasformazione della società e di noi stessi” (Nota 2 in calce). Il conflitto è infatti la logica e ‘naturale’ conseguenza della combattività e dell’assertività umana ed ha, in quanto tale, una dimensione dinamica e sistemica del vivere sociale: “È un processo relazionale e, in quanto processo e dinamismo” è un tutt’uno con la realtà e con la vita.”( Nota 3 in calce). Inoltre, la non violenza evita le opposizioni frontali, rigide ed assolute, ed indirizza invece verso la ricerca di più possibilità: ha insomma un atteggiamento creativo. La nonviolenza postula avversari, non nemici: le forme di lotta nonviolente non vogliono colpire – fisicamente, verbalmente, psicologicamente – l’avversario, ma sono dirette a impedire o criticare la sua azione: la nonviolenza combatte l’azione, ma non l’agente. Gandhi sottolinea poi come la nonviolenza preveda un’omogeneità tra mezzi e fini anche perché, afferma sempre il Mahatma, quando facciamo qualcosa non siamo padroni del fine di un’azione, ma solo dei mezzi. Dunque è proprio ai mezzi che dobbiamo fare attenzione. Se il fine è buono, buoni devono essere anche i mezzi per raggiungerlo… E gli studiosi di nonviolenza sono concordi nell’affermare come la violenza non sia la legge della storia ma che “tutti i comportamenti violenti, sia di attacco che di difesa, considerati istintivi, possono essere considerati abitudini culturali acquisite e consolidate (e perciò ormai inconsapevoli e quasi meccaniche) o per via di una esplicita e chiara azione educativa o all’interno di un modo di pensare trasmessoci implicitamente attraverso un modo di vivere”. (Nota 4 in calce). 

Da queste premesse, dovrebbe essere evidente l’importanza e la centralità di un’educazione nonviolenta nella scuola, a partire proprio dalle pratiche dei docenti. Se infatti, come sottolinea il professore Cozzo “nonviolenza è conflittualità e buona comunicazione” (Nota 5 in calce) , essere cioè in grado di affrontare i conflitti e di gestirli in modo costruttivo, cosa comporta tutto questo nell’educazione scolastica? Innanzitutto, purtroppo, “siamo abituati a impostare il nostro incontro verbale con altri come un gioco a somma zero”. (Nota 6 in calce). Cioè se uno vince, l’altro necessariamente perde; se uno ha ragione, l’altro avrà torto. E i docenti non fanno eccezione in tal senso. L’alternativa che la prospettiva nonviolenta propone (ripresa e riformulata nel testo di Andrea Cozzo da cui sono tratte le citazioni) non è, evidentemente, un venire meno alle proprie responsabilità educative o un mero rovesciamento del rapporto. Vuol dire piuttosto, per riprendere una felice formulazione di Pat Patfoort (Costruire la nonvio lenza. Per una pedagogia dei conflitti, La Meridiana, Molfetta 1995), “trattare gli altri sulla base dell’equivalenza specialmente quando è in gioco una diversità di opinioni, punti di vista, valori, ecc. Se non abbiamo mai adottato o tentato di adottare un simile modo con gli altri, non crederemo che sia possibile”. “In realtà” – continua il professore Cozzo - “questa educazione non è né autoritaria né lassista, ma mira a dare potere a tutte le parti, che non sono da supporre a priori in contrapposizione competitiva bensì semplicemente all’interno di una relazione che può essere strutturale in modo cooperativo: si ottiene l’ascolto del bambino dando a propria volta ascolto - ascolto attivo - al bambino”. I docenti dovrebbero essere quindi consapevoli che “il linguaggio non può essere usato in modo nonviolento se non è accompagnato dalla capacità e dal desiderio dell’ascolto, dalla volontà e dalla sapienza del silenzio, perché l’altro possa sentirsi realmente invitato ad esprimere se stesso”. (Nota 7in calce).   In un’ottica davvero maieutica e nonviolenta, a scuola i docenti dovrebbero considerare quelle che Marshall Rosenberg ha definito le quattro componenti essenziali del ‘linguaggio della compassione’ (l’osservazione delle parole o delle azioni altrui che incidono, in positivo o in negativo, sul nostro benessere; la consapevolezza ed espressione dei sentimenti che proviamo in presenza di quelle azioni o parole; l’identificazione dei bisogni a cui quei sentimenti corrispondono; la richiesta all’altro di atti specifici che contribuiscono al nostro benessere) (Nota 8 in calce). E bisognerebbe essere maestri dell’ascolto attivo, secondo le sette regole indicate da Marianella Sclavi (Nota 9 in calce): 

 • Non avere fretta di arrivare alle conclusioni

 • Quello che vedi dipende dal tuo punto di vista 

 • Se vuoi comprendere quello che sta dicendo l’altro, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose dal suo punto di vista 

 • Le tue emozioni ti informano non su ciò che vedi, ma su come guardi 

 • Un buon ascoltare è un esploratore di mondi possibili (…) 

 • Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi, affrontando i conflitti creativamente 

 • Un buon ascoltatore ha il senso dell’umorismo.

 La formazione nonviolenta dei docenti dovrebbe scongiurare la negatività sotterranea e nascosta, ma ahimè ancora reale e devastante, delle pratiche della cosiddetta ‘pedagogia nera’ che il compianto Paolo Perticari, docente di Pedagogia generale e di Filosofia della formazione presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha il merito di aver riscoperto e riportato al centro del dibattito pedagogico, rispolverando il testo Pedagogia nera di Katharina Rutschky, con una sua introduzione in cui collega e confronta il metodo della pedagogia nera con gli studi di Hannah Arendt su La banalità del male, di Stanley Milgram sulla “obbedienza all’autorità” e di Philip Zimbardo sull’“effetto lucifero”. La Rutschky aveva analizzato i vari stili educativi in 250 anni di fonti storiche e pedagogiche, dal Settecento fino ai primi anni del Novecento in Germania, proponendo brani tratti da manuali, testi di teoria pedagogica e strumenti educativi in cui emerge chiaramente una forma di male e di distruzione psicologica, mascherata da educazione severa e rigorosa, che caratterizza i normali processi di civilizzazione e istruzione. Le conseguenze di questo male invisibile sono molto gravi per la vita dell’individuo e in certi casi possono diventare persino incurabili. Facendo riferimento a questo studio, Perticari ha sottolineato che ancora oggi il bambino/alunno può essere a rischio di un’educazione violenta proprio nella rete parentale e scolastica dove in realtà dovrebbe trovare protezione e sostegno: in tali contesti può infatti essere visto come capro espiatorio della frustrazione, della rabbia e dell’insoddisfazione dell’adulto, che sfocia in una forma di violenza costituita da umiliazioni, maltrattamenti fisici e psicologici, derisioni e punizioni. L’obiettivo principale di questo metodo di condizionamento precoce è reprimere la parte più vitale, creativa e attiva del bambino per renderlo dipendente e sottomesso alla volontà adulta. L’individuo che subisce violenza tende a introiettarla dentro di sé e perpetuarla in diversi contesti della sua vita privata, tramandando una catena transgenerazionale del trauma e del male. Sulla base di queste sollecitazioni pedagogiche, dovrebbe risultare evidente che i metodi educativi e pedagogici risultano funzionali all’idea di umanità e al progetto di società che vogliamo costruire. Se desideriamo la scuola delle pari opportunità, che aiuti a costruire una cittadinanza attiva, cooperativa e responsabile, la scuola sognata da Danilo Dolci e da don Milani, l’educazione nonviolenta è la condizione indispensabile per la sua realizzazione. Utile ricordare – anche come contraltare alle tre I di morattiana memoria – John Dewey (1859-1952), filosofo pragmatista e pedagogista che, dopo aver sottolineato l’intrinseco legame che c’è tra democrazia ed educazione, ha affermato che i cittadini devono essere messi in condizione di dare il loro contributo sviluppando precise competenze culturali e sociali riassumibili nella teoria delle tre “c”: Critical thinking (pensiero critico), Creative thinking (pensiero creativo) e Care thinking (pensiero valoriale, capacità di prendersi cura): “In quest’ottica, la scuola (pubblica) assume un ruolo centrale per la formazione e la salvaguardia di una società realmente democratica: per farsi valore condiviso è nei singoli che lo spirito democratico deve incarnarsi come costume, prassi, attitudine psicologica. Se ai più non è dato maturare, sin dalla più tenera età, la predisposizione a condividere emozioni e contenuti simbolici, a prender parte alla vita della comunità, esprimendo e perfezionando abilità personali e assumendosi responsabilità sociali, ebbene, pur in presenza della migliore legislazione possibile, la democrazia rimarrà di fatto lettera morta” (Nota in calce 10).

 In un’ottica educativa autenticamente nonviolenta, infine, è urgente e ineludibile una revisione critica dei manuali di Storia presenti in tutti gli ordini di scuola. Questo il senso della lettera aperta stilata nel luglio 2022 da 30 docenti della Scuola e dell’Università e inviata ai Ministri dell’Istruzione e dell’Università e della Ricerca, lettera di cui si riportano i seguenti passi: “È soprattutto e in primo luogo nella manualistica della Storia che avvertiamo la necessità di modifiche urgenti e sostanziali. La Storia, infatti, concorre forse più di altre discipline a creare la cornice metacognitiva generale di chi studia: facendo vedere gli avvenimenti trascorsi attraverso lenti che focalizzano certi aspetti piuttosto che altri, presentando come fattori di cambiamento alcuni tipi di azione e non altri, essa educa a pensare ben precisi orizzonti di possibilità e ad agire all’interno di questi, e in tal modo si costituisce non solo come analisi del passato ma anche come profezia del futuro. Ora, la narrazione manualistica della Storia (…), continua a essere dominata da un’ottica politico-militare e dal filo rosso delle guerre e del ruolo maschile. Gli orizzonti geografici e temporali si sono allargati ma il racconto – la trama, il contenuto, ciò che risulta in primo piano come motore del processo storico – è ancora fondato su categorie di pensiero proprie del patriarcato e di una mentalità competitiva e violenta. Tale racconto resta talmente affollato di forza militare e di genere maschile che non lascia immaginare altre forme di sviluppo della temporalità che non siano violente e/o maschili, e finisce per far credere che la violenza appartenga addirittura alla natura umana e sia normale, ineluttabile, o contenibile solo attraverso istituzioni, nazionali o internazionali, di carattere giuridico. Noi crediamo che, per cacciare davvero la guerra e il patriarcato fuori dalla storia, sia indispensabile cambiare il paradigma culturale, promuovere un sapere diverso da quello appena presentato e dare spazio al racconto della costruzione della pace con mezzi pacifici, mettere in luce il ruolo delle donne e dei popoli che hanno contribuito alle trasformazioni storiche senza ricorrere alle armi; meglio ancora, di panare per mezzo di queste categorie il filo della Storia intera. (…).  Noi Vi chiediamo pertanto di adoperarvi (…) per l’elaborazione e l’attuazione di organici e strutturati progetti di redazione di manuali, scolastici e universitari, che espressamente valorizzino il ruolo delle dinamiche nonviolente e la parte attiva svolta dalle donne nel corso della storia – manuali che abbiano il coraggio di profetizzare un futuro in netta cesura con quello attualmente all’orizzonte ed esercitino a pensare la pace e a vedere che le concrete possibilità di costruirla attivamente senza fare ricorso alla violenza sono state più numerose di quelle che siamo abituati a credere” (Nota in calce 11). Oggi più che mai l’istituzione scolastica ha bisogno di volare alto e di darsi orizzonti educativi ‘umani’ e formativi: “Trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere” affermava Piero Calamandrei; mentre il maestro Mario Lodi diceva ai colleghi: “Cari insegnanti, non dimenticate che davanti al docente passa sempre il futuro: non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese”.

  Maria D’Asaro. 

NOTE IN CALCE:

Nota 1: Con riferimento ai seguenti testi del professore Andrea Cozzo: La nonviolenza oltre i pregiudizi, Di Girolamo editore, Trapani, 2022 e Conflittualità nonviolenta, Mimesis Edizioni, Milano, 2004 .

Nota 2: Andrea Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi, cit. p.14 .

Nota 3: Ibidem.

Nota 4: Ibidem, p. 17.

Nota 5: Ibidem, p. 161.

Nota 6: Ibidem, p. 163.

Nota 7: Ibidem, p. 168.

Nota 8:  Ibidem, pp.169-170.

Nota 9:  Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Le Vespe, Milano, 2000.

Nota 10:  Francesco Dipalo (a cura di), Democrazia, Diogene Multimedia, Bologna, 2016.

Nota 11: 11 Andrea Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi, cit. pp.62-64.

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QUESTO INTERVENTO COSTITUISCE UN CAPITOLO DEL VOLUME DI AUTORI VARI, A CURA DELA COOPERATIVA ONLUS "SOLADARIA", PERCORSI DIDATTICI DI ANTIMAFIA SOCIALE. UNA PROPOSTA FORMATIVA MULTIDISCIPLINARE TRA PROCESSI EDUCATIVI E IMPEGNO SOCIALE, PALERMO 2024. 

Il volume è scaricabile gratuitamente qui:

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martedì 18 giugno 2024

IL DOCENTE DENTRO E FUORI DALLE AULE SCOLASTICHE, TRA INSEGNAMENTO E IMPEGNO SOCIO-POLITICO

 

LAVORARE IN AULA, FATICA NECESSARIA MA INSUFFICIENTE

Il locus naturalis dell’insegnante è l’aula scolastica. E’ lì che deve mettersi in gioco, sudare, inanellare fallimenti su fallimenti,  imparare a farsi rispettare senza mancare di rispetto, insegnare i principi della democrazia senza adottare modi antidemocratici, testimoniare l’autorevolezza dell’adulto maturo senza scadere nell’autoritarismo del sergente di giornata. Come allo spaccone di Esopo, che si vantava di aver compiuto a Rodi un salto prodigioso, così al docente che si vanta in giro di essere un personaggio brillante, bisogna sussurrare: Hic Rhodus, hic saltus. Quello che affermi di essere, devi dimostrarlo prima di tutto nel tuo ambiente quotidiano.  Il lavoro in aula è così logorante che capisco, per esperienza personale più che quarantennale, la tentazione della fuga: o definitiva (ad esempio diventando Dirigente scolastico o sindacalista a tempo pieno) o temporanea (una volta si accompagna la classe al museo naturalistico, un’altra volta in gita d’istruzione a Berlino, un’altra volta ancora a sorbirsi un convegno noiosissimo sulle avanguardie artistiche del secondo Novecento tedesco…: quasi tutto è preferibile alla faticosa routine della normalità).

 

Non in una campana di vetro

Ciò chiarito senza insopportabili ipocrisie, ci si può legittimamente porre la domanda: essere animali d’aula è necessario, ma è anche sufficiente? Ho conosciuto ottimi professori che si muovevano nel recinto scolastico con la disinvoltura di pesci esotici nell’acquario, ma incapaci di respirare, muoversi, interagire non appena fuori dall’habitat consueto. A Rodi saltavano davvero bene, ma fuori le mura della città erano incapaci di camminare senza impaccio. Negli anni Sessanta del secolo scorso era un punto d’onore non comprare quotidiani; negli anni Settanta non avere il televisore; negli anni Ottanta non frequentare né discoteche (tutte piazze di smercio di sostanze) né centri sociali (tutti covi di terroristi); negli anni Novanta non possedere cellulari; negli anni Duemila non utilizzare computer né tablet; in ciascuna di queste annate non leggere libri differenti dai testi – strettamente attinenti alle proprie competenze disciplinari – ricevuti gratuitamente dai promotori editoriali per eventuali adozioni. So benissimo che le eccezioni si davano e si danno, ma, se devo attenermi all’ esperienza personale, non posso negare che erano di numero esiguo rispetto alla media dei colleghi (che addebitavano l’estraneità alla vita sociale, culturale e politica della città a mancanza o di tempo o di disponibilità economica o di entrambi i fattori).

Gli esempi che mi frullano in mente sono decine: dal collega di greco che mi esternava il suo sconcerto (“Sei arrivato a questo punto: propagandare il terrorismo fra i nostri alunni ?” ) perché, a conclusione di un ciclo di lezioni sulle ideologie politiche del Novecento,  avevo invitato in aula Salvo Vaccaro, mitissimo docente universitario esperto di anarchismo, alla collega di diritto che giustificava la sua totale ignoranza del mondo associativo palermitano perché di antimafia, in famiglia, se ne era sempre occupato - prima di essere assassinato dalla mafia - un congiunto magistrato. Insomma, dopo aver dedicato alla categoria dei Dirigenti scolastici una serie di aneddoti (rigorosamente veri) nel volume Presidi da bocciare (Di Girolamo, Trapani 2010)[1], se avessi tempo, forze e residue pulsioni masochistiche potrei scrivere, senza difficoltà, il sequel Insegnanti da bocciare.

Allora: ci sono i termini per porsi come dilemma se un docente debba limitarsi a essere un (possibilmente preparatissimo) docente all’interno della campana di vetro protettiva dell’aula o se possa (anzi, debba) avere ampie esperienze culturali, sociali, politiche in settori della città, della regione, della nazione in cui vive.

 

Una prima questione: insegnante o educatore?

La questione non è peregrina, è fondata. Ma non irrisolvibile. Bisogna prima di tutto  accordarsi sulla figura professionale del docente: è essenzialmente un insegnante che comunica conoscenze e competenze o un educatore che deve favorire la maturazione complessiva degli alunni (dunque non solo intellettuale, ma anche morale, emotiva, civica)?

Nella prima ipotesi può benissimo essere una persona psicologicamente irrisolta, caratterialmente problematica, socialmente isolata, politicamente indifferente e – nonostante questi limiti – funzionare in maniera tutto sommato accettabile: ovviamente non c’è da stupirsi, però, se di questo genere di insegnanti le nuove generazioni ritengano di poter fare a meno e se, rispetto al lavoro in aula, preferiscano forme di apprendimento al computer con  programmi telematici interattivi, per nulla soggetti a lacune o errori.

Nella seconda ipotesi il docente si deve far carico della formazione (meglio: dell’autoformazione) integrale dei giovani con cui condivide per anni i processi di crescita e, se non vuole ottenere effetti contrari alle proprie intenzioni, deve puntare sulla propria testimonianza di persona equilibrata, saggia, informata di ciò che avviene nel contesto sociale, auto-ironica, pronta ad apprezzare la bellezza e a soffrire per i dolori dei viventi, a lui vicini o da lui lontani. Neanche questa seconda versione del ruolo docente è esente da rischi: la tendenza a dare in aula più spazio alle prediche e ai comizi che alle lezioni curriculari; a favorire la creazione di fazioni vicine o avverse alle posizioni ideologiche dell’insegnante; ad entrare nel privato degli alunni diventandone il confidente abituale, il confessore, lo psicoterapeuta, il consulente sentimentale. “Negli anni di liceo non ho imparato molto rispetto ai coetanei delle classi parallele: nell’ora di italiano stavamo in silenzio per praticare yoga e nell’ora di matematica leggevamo e commentavamo il quotidiano di un piccolo partito politico di estrema sinistra” -  mi raccontava una ragazza anni fa per motivare la sua richiesta di trasferimento nella nostra sezione.

 

Una seconda questione: l’equilibrio fra professione ed esperienze formative

E’ dunque una questione di proporzioni, di tentare (per approssimazioni successive, mai prive di scompensi unilaterali) il difficile equilibrio fra le varie finalità dell’unica figura docente. Il quale può bilanciare con buon senso i vari aspetti della sua mission se, contestualmente, persegue un non meno difficile equilibrio - all’interno della sua esistenza - fra i suoi compiti di insegnante e i suoi compiti di cittadino. Tocco qui una problematica sfuggente, fluida, sulla quale non mi sembra che esista una vasta letteratura (per cui spero che mi si perdoni l’andamento un po’ incerto dell’argomentazione).

Per chi vive con passione, le giornate sono sempre troppo corte e non bastano mai né le ore che si dedicano all’aggiornamento tecnico-professionale né le ore che si investono nella propria formazione umana complessiva[2]. Come gestire, dunque, i propri tempi ? Anche qui bisogna essere, per quanto possibile, chiari (almeno a livello di criteri: poi la vita, nella sua imprevedibile e mutevole concretezza, imporrà compromessi non sempre felici).

La priorità di un insegnante dev’essere l’adempimento dei doveri istituzionali corrispondenti alle ore di lezione per cui è pagato: può optare per il full-time o il part-time, ma quali che siano le ore di servizio concordate con lo Stato (24, 18, 12 o solo 6), a quelle ore deve dedicare il tempo e le energie necessarie nel suo studio di casa per  preparare lezioni (con eventuali sussidi audiovisivi), correggere compiti, aggiornarsi nel proprio campo disciplinare e più in generale nelle strategie pedagogico-didattiche, vedere film o leggere riviste da poter consigliare agli alunni per appassionarsi alla ricerca. In nessun caso si dovrebbe consentire, come di fatto avviene, che un docente (per negligenza o perché impegnato in altri ambiti d’interessi extra-scolastici) si esoneri dal minimo ‘sindacale’ della propria professione, per esempio svolgendo attività (come lezioni private) senza previo consenso scritto del Dirigente scolastico.  Solo se assicura quanto prevede il contratto che decide di firmare, ha il diritto di ampliare i propri spazi operativi. Alcuni saranno finalizzati ad arrotondare lo stipendio, altri a titolo gratuito. Che un insegnante di tecnologia collabori con uno studio di progettazione ingegneristica, o un insegnante di ragioneria collabori con uno studio di consulenza tributaria, non mi scandalizza: purché ciò avvenga alla luce del sole –  dunque evitando che la “seconda” attività professionale diventi la “prima”, anche se ha scelto il tempo pieno a scuola e riceve lo stipendio intero – il docente può portare in aula aria fresca dalla vita reale, autentica, che si respira fuori. Ma, ai fini del proprio ruolo educativo, è più proficuo se il tempo che resta, dopo essersi dedicato alla sfera tecnicamente professionale, viene investito nella frequenza di centri culturali, associazioni professionali, organizzazioni di volontariato, sedi di sindacati o di partito…insomma in attività gratuite che coltivino la dimensione intellettuale ed etico-civile.

 

A che condizioni accompagnare gli alunni fuori dall’aula

Anche in questo caso il docente importa dall’esterno aria fresca dalla vita reale, ma intrisa di  interrogativi critici rispetto alla mentalità produttivistica onnipervasiva. Potrà portare la voce degli sfruttati del sistema capitalistico, dei senza-casa, degli immigrati senza protezione, delle ragazze prostituite, dei tossicodipendenti ghettizzati in angoli bui della città; potrà attestare che il senso della vita non è solo, o principalmente, nel primeggiare a scuola, ma anche, e soprattutto, nel dare una mano ai movimenti pacifisti, nonviolenti, ecologisti, antimafiosi. Potrà testimoniare che leggere, studiare, informarsi, riflettere, pensare avrebbero – come fine ultimo solitamente ignorato – la trasformazione dell’inferno, nel quale ci dibattiamo, in uno spazio storico-sociale vivibile. Se egli viene arricchito come persona dalle sue esperienze extra moenia, ciò, di conseguenza, lo renderà più vivo e più attrattivo come educatore.

Solo chi sperimenta tutto questo nella sua esistenza personale ha il diritto di accompagnare qualche volta gli alunni a conoscere esperienze sociali fuori dai cancelli scolastici: la sua iniziativa non sarà patetica strategia per evadere dalla noia scolastica, bensì significativa indicazione per quei giovani che vorranno giocarsi la vita a un livello più alto della banalità dominante.  La riprova? Quando un docente, nei decenni, non ha provato a fare della propria esistenza un ponte fra la scuola e la vita sociale, le eventuali attività para-scolastiche da lui progettate e realizzate riusciranno deludenti o addirittura fallimentari: i suoi ragazzi percepiranno un che di inautentico, di artificioso. Non sei un appassionato di pittura? Evita di intestarti la visita in pinacoteca. Non ti interessa la tragedia greca? Evita di guidare gli alunni a Siracusa. Se non ti interessano  la questione mafiosa o la violenza di genere, non organizzare la partecipazione delle tue classi a convegni su questi temi solo perché – in un determinato momento – sono di moda, anche se non li ha mai né approfonditi personalmente né tanto meno affrontati in aula. La visita ad un istituto penitenziario o a una comunità di recupero per tossicodipendenti presuppone - già in chi accompagna i giovani -  una postura mentale, psicologica ed etica diversa rispetto alla visita a uno zoo (visita dalla quale, per altro, farebbe bene ad astenersi chi non si sia mai posto interrogativi sulla sensibilità degli animali e sulla loro immensa capacità di soffrire). Insomma, maldestramente ma convintamente, vorrei asserire che solo chi vive da essere umano prima che da insegnante può tentare sia di aprire le porte della scuola alla vita sociale sia di riversare nella società gli interrogativi critici e le intuizioni creative elaborati nella scuola. Infatti si insiste molto (e giustamente) su quanto la scuola abbia necessità di essere recettiva rispetto alla società, ma ogni tanto dovremmo ricordarci che vale anche il reciproco: se la società non vuole affondare nella melma delle ingiustizie sistemiche, del degrado ambientale, del conformismo più stagnante, del tradizionalismo più fondamentalista, della risoluzione bellica di ogni conflitto…ha bisogno, a sua volta,  di accogliere dalla scuola i tesori della saggezza e della scienza, la memoria delle scoperte e degli errori, l’educazione alla bellezza e alla nonviolenza. In attesa di una fase così evoluta che la scuola (ovviamente intesa come sistema complessivo della ricerca e dell’istruzione) sia il cuore pulsante di una società, rendendola tutta intera un’unica grande agenzia educativa.

 

Augusto Cavadi



[1] Mancano in quel testo vari episodi più attinenti al tema di questo mio scritto. Ad esempio non vi riportai la reazione scandalizzata del DS del liceo “Meli” , a metà degli anni Novanta, alla mia proposta di far leggere, all’interno di un progetto di scambi fra studenti dell’Unione Europea, il libro Dietro la droga pubblicato, in tre o quattro lingue, dal Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”: “Ma sei fuori di senno? Che penserebbero al Ministero se venissero a sapere che utilizziamo materiali didattici pubblicati da un centro-studi intestato a un terrorista?” (Peppino Impastato era stato assassinato dai mafiosi quasi vent’anni prima!).

[2] Superfluo precisare che mi esprimo approssimativamente, ben consapevole che anche le ore dedicate a qualificarsi come docente possono comportare ricadute positive sulla propria formazione umana e che anche le ore spese per attività formative extra-professionali possono arricchirci anche come insegnanti.


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QUESTO INTERVENTO COSTITUISCE UN CAPITOLO DEL VOLUME DI AUTORI VARI, A CURA DELA COOPERATIVA ONLUS "SOLADARIA", PERCORSI DIDATTICI DI ANTIMAFIA SOCIALE. UNA PROPOSTA FORMATIVA MULTIDISCIPLINARE TRA PROCESSI EDUCATIVI E IMPEGNO SOCIALE, PALERMO 2024. 

Il volume è scaricabile gratuitamente qui:

https://solidariaweb.org/index.php/blog/2-uncategorised/85-percorsi-didattici-di-antimafia-sociale-idee-e-racconti-tra-scuola-e-territorio

L'ebook è stato realizzato nel nuovo formato a "layout fisso", non leggibile da tutte le app.

Chi avesse difficoltà tecniche può richiedermi il pdf via e-mail: a.cavadi@libero.it