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giovedì 30 giugno 2016

MARIA D'ASARO INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SU "FILOSOFARE IN CARCERE"



“Centonove” 23.6.2016

MARIA D’ASARO INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SU “FILOSOFARE IN CARCERE”


In Filosofare in carcere (Diogene Multimedia, Bologna, 2016, €5) Augusto Cavadi - come recita il sottotitolo del libretto - ci racconta un’esperienza di filosofia in pratica nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, esperienza  resa possibile da un’idea di filosofia che, destrutturando lo schema usuale up e down vigente tra insegnante e alunno, viene intesa come dialogo e scambio paritetico tra un filosofo e uno o più interlocutori disposti a con-filosofare su tematiche di rilevanza esistenziale. Dunque una filosofia (…) come ricerca in comune di risposte a domande condivise. E così i filosofi Augusto Cavadi e Antonietta Spinosa, attraverso l’ASVOPE – Associazione di volontariato penitenziario – hanno discusso con un gruppo di detenuti dell’amore, dell’amicizia, della fedeltà, della libertà, del codice mafioso.

Augusto, il tuo racconto dell’esperienza di filosofia ‘pratica’ in un carcere di Palermo è piuttosto breve. Supponi che possa essere utile, per il lettore interessato,  qualche informazione di contesto?
Augusto Cavadi: Innanzitutto direi che, per capire gli interventi dei detenuti, sarebbe istruttivo conoscere un po’ la mentalità ‘media’ dei siciliani. La maggior parte dei partecipanti agli incontri è, infatti, nata e cresciuta nell’isola. Alcuni anni fa ho provato a tratteggiare il modo di pensare, alquanto contraddittorio, di noi siciliani nel libretto I siciliani spiegati ai turisti .
Chi dice Sicilia non può non pensare, per associazione d’idee, alla mafia. Specie se è si tratta di un’area sociale relativa alla criminalità …
A.: La cultura siciliana non è, ovviamente, tout court una cultura mafiosa: tuttavia non è neppure estranea alla formazione, al suo interno, tra altre visioni del mondo, di una mentalità mafiosa (che, secondo un’espressione del compianto magistrato Giovanni Falcone, è quasi un “precipitato” degli elementi peggiori della cultura siciliana). Per capire la differenza, pur con alcune preoccupanti affinità, fra il modo di intendere la vita del siciliano ‘medio’, da una parte,  e del mafioso che aderisce formalmente a Cosa nostra, dall’altra, ho pubblicato due scritti: uno, molto breve e accessibile, La mafia spiegata ai turisti e un altro più impegnativo, Il Dio dei mafiosi.
Ma ci spieghi come un ambiente così particolare, ai margini della società, come il carcere può essere adatto all’esercizio della filosofia?
A. : Innanzitutto premetterei che la proposta di sperimentare delle sessioni di filosofia-in-pratica con alcuni detenuti dell’Ucciardone mi è venuta da Franco Chinnici, presidente dell’Asvope, l’associazione di volontariato penitenziario che opera da molti anni a Palermo. Franco e gli amici dell’associazione intendono il volontariato non come mera “beneficenza”, ma come strategia di promozione umana (dei detenuti) e di stimolo critico nei confronti delle istituzioni (carcerarie): insomma lo intendono, e lo praticano, nella prospettiva  di cittadinanza adulta su cui mi trovo totalmente d’accordo, in armonia con le riflessioni di vari studiosi e operatori. Senza questa premessa non si capisce il clima di fiducia, di rispetto reciproco, in cui si è potuto realizzare l’esperimento.
E’ importante sottolineare che fare volontariato non è elargire beneficenza ma promuovere e accrescere umanità, specie in un contesto carcerario. Ma perché proprio la filosofia?
A.: Mi rendo conto che, in un Paese di tradizione storicistica come il nostro, chi sente pronunziare “filosofia” pensa subito alla “storia delle filosofie” elaborate dai Greci a oggi. Ma la filosofia per me è anche, anzi soprattutto, uso critico della ragione: in questo senso originario, radicale, forse potremmo dire socratico, ogni uomo e ogni donna ha il diritto/dovere di praticarla. Dunque il politico come il cittadino elettore; l’imprenditore come l’operaio; il magistrato come il detenuto … E’ quanto intendo mostrare con la mia attività di filosofo in pratica, finalizzata a dialogare e a confrontarmi innanzitutto con chi filosofo di professione non è, ma è alla ricerca di un senso nella sua vita individuale e negli accadimenti sociali e politici. Che succede quando a un gruppo di persone – con modestissimi livelli d’istruzione, storie di vita travagliate, scarsa educazione al confronto democratico – si propone di pensare con la propria testa e di parlare liberamente di ciò che vanno pensando? Come ha sottolineato Maria Antonietta Spinosa che ha condiviso gli incontri con i detenuti: filosofare assieme ai detenuti è valso il dono reciproco di attivare la rilettura critica della propria esperienza, muovendo dalla condizione più paradigmatica per il pensare: (…) le situazioni-limite, la situazione del limite. In questo piccolo libretto, Filosofare in carcere - che ha l’onore di aprire una nuova, agile, collana della coraggiosa casa editrice bolognese Diogene Multimedia - ho voluto raccontare un esperimento di questo genere. Non è stato il primo (Giuseppe Ferraro ci ha preceduto in Italia) e, spero, non sarà neppure l’ultimo. Perché proprio la povertà estrema del carcere può aprire paradossalmente la possibilità di intuire per la prima volta il valore delle relazioni umane e di ripartire dalla propria fragilità come prospettiva per esplorare con coraggio se stessi e il mondo. 

                                                                                       Maria D’Asaro


lunedì 16 maggio 2016

ANTONINO CANGEMI SU "FILOSOFARE IN CARCERE" ALLA FELTRINELLI


www.siciliainformazione.it

Augusto Cavadi presenta “Filosofare in carcere”
Augusto Cavadi presenta “Filosofare in carcere”
Può un detenuto, che vive una delle condizioni esistenziali più sofferte e umilianti, avere voglia e tempo di “filosofare”? Malgrado tutto, pare di sì. Come e perché lo si può scoprire domani sera (martedì 17 maggio 2016) alla Feltrinelli di Palermo, dove, a partire dalle 18,30, verrà presentato il libro di Augusto Cavadi “Filosofare in carcere. Un’esperienza di filosofia in pratica all’Ucciardone di Palermo”, edito da Diogene Multimedia. Nel corso dell’incontro interverranno, oltre all’autore, Francesco Chinnici, Maria Antonietta Spinosa e Francesco Giardina.
Augusto Cavadi, saggista e giornalista dai mille interessi oscillanti tra la teologia, la pedagogia, lo studio della criminalità mafiosa –tutti pervasi da robusta passione civile-, da tempo si dedica alla filosofia in pratica. Il filosofare, per Cavadi e per chi segue la filosofia in pratica, non è ricerca teorica, mera speculazione intellettuale su questioni tanto alte quanto distanti dalle esperienze di vita quotidiana: al contrario, è il ragionare per interrogarsi e fornire risposte ai problemi che si presentano nei sentieri esistenziali, da quelli apparentemente più minuti e correnti a quelli di maggiore spessore.
“Filosofare in carcere” è un agile volume frutto di un laboratorio di filosofia in pratica tenuto presso l’Ucciardone. I detenuti che vi hanno partecipato, stimolati da Cavadi, si sono confrontati con temi di rilievo filosofico, quale l’eros, la philia, l’agape, per scoprire quanto la passione, l’amicizia, l’amore come dono facciano parte del patrimonio esistenziale di tutti e di come possano orientare le scelte fondamentali. Né sono mancati, nelle discussioni filosofiche in “cella”, i richiami alla mafia, realtà che lo scavo del pensiero rivela nella sua aberrazione. Attraverso simulazioni di storie animate da personaggi frutto di fantasia (“Pinuzzo e Pinuzza”), i detenuti hanno espresso e affinato il loro pensiero accostandosi alla filosofia, non più scatola colma di astratti e incomprensibili formulari, ma bussola  della ragione e dell’esistenza.
Si è certi che in  quei giorni di laboratorio di filosofia in pratica – da cui è scaturito il libro di Cavadi – i detenuti, pur rinchiusi tra le pareti dell’Ucciardone, avranno assaporato il gusto della libertà, a esso anelando con più intensa energia. Perché il pensare, e ancor più il pensare filosofico, spezza catene e rende più liberi. E anche in ciò, e nel suo proposito in senso lato educativo, sta il pregio del lavoro di Cavadi.


Link all'originale: 

www.siciliainformazioni.com/antonino-cangemi/325607/cavadi-si-presenta-filosofare-in-carcere

mercoledì 11 maggio 2016

ANTONELLA PENNOLINO SU "FILOSOFARE IN CARCERE"


ANTONELLA PENNOLINO: appunti su Filosofare in carcere di Augusto Cavadi
 “La pagina maieutica”
Maggio – giugno 2016

     Quando sono stata invitata a presentare il libro Filosofare in carcere di Augusto Cavadi, mi sono chiesta “filosofare in carcere? Una bella sfida!” Io ho conosciuto la filosofia come qualcosa di diverso, per certi versi astratto, e invece mi trovo davanti a un titolo che a prima vista sembra un paradosso perché l’autore sembrerebbe avere la pretesa di fare qualcosa che in carcere non può avere luogo, lì dove i problemi delle persone sono molto lontani dal ragionamento filosofico. Incuriosita ho accettato e mi sono trovata davanti a tutt’altro che qualcosa di teorico e astratto: mi sono trovata davanti a una FILOSOFIA IN PRATICA, una filosofia che è, come si legge nelle prime pagine del libro, “ARTE DI SCAMBIARSI I PENSIERI” per giungere a risposte sull’esistenza partendo da domande che sembrano non avere, a primo impatto, una risposta. Sì, domande che sembrano non avere una risposta perché vengono poste in un ambiente in cui, sempre a primo impatto, sembra regnare la NON-VITA, il NON-AMORE, la NON-AMICIZIA: cioè in un ambiente dove si vive la negazione, il buio, la notte dell’esistenza. Certo, il vissuto e il sostrato sociale e culturale dei detenuti farebbero pensare, non senza pregiudizio, che i sentimenti più nobili lì, in carcere, non possono avere voce perché è così secondo schemi mentali radicati nella nostra società. Invece in questo libro, i detenuti  - che, a questo punto, mi piace chiamare le PERSONE DETENUTE -  grazie ad Augusto Cavadi, Franco Chinnici e Maria Antonietta Spinosa (proprio come bravi filosofi che fanno ricorso alla maieutica socratica, cioè all’arte del saper tirare fuori da noi ciò che abbiamo dentro), alla fine del percorso scopriranno di conoscere l’amore, l’amicizia e tutto ciò che nella vita avevano messo in un angolo dimenticato dell’anima. Il volumetto rispecchia l’esperienza fatta all’Ucciardone di Palermo e ruota attorno alla ricerca in comune di risposte a domande condivise  che riguardano il SENSO DELLA VITA, da cui scaturiscono i concetti di libertà e di famiglia per amore della quale si è disposti anche a commettere un reato. Da qui l’amore per gli altri identificati con i “propri” perché solo loro esistono, come se tutti gli altri, fuori dalla famiglia, non esistessero. Partendo da questo principio, nel volumetto viene fatta un’analisi della parola AMORE come eros (passione), philia (amicizia), agape (amore come dono) attraverso un dialogo tra due personaggi immaginari: Pinuzzo e Pinuzza. E poi l’amore “distorto” di una madre in una famiglia mafiosa per un figlio che non ha appreso il codice d’onore che farebbe di lui un vero uomo, egregiamente rappresentato in una lettera immaginaria a don Totò. Atteggiamento dettato da un problema di cultura, di educazione, di “emarginazione” in determinati ambienti (don Totò) nei quali si vuole rimanere senza pensare a un cambiamento e atteggiamento dovuto anche a una sorta di imposizione sociale. L’amore, quindi, fa da sfondo e da motivo conduttore nel libro, nel bene e nel male, fino a diventare addirittura – in una storia vera - un’arma usata da un mafioso nei confronti di una donna, “un’arma micidiale, più efficace delle bombe”, raccontato in una lettera che ha un destinatario immaginario: don Carmelo.
      Quindi molteplici spunti di riflessione quelli donati al fortunato gruppo di detenuti che mai avrebbero pensato di “filosofare” e invece scoprono che la filosofia è vita vissuta, vita sperata, vita sognata. Ecco che il carcere da luogo del NON-AMORE  diventa luogo in cui è possibile un riscatto, una rinascita, proprio a partire dalle proprie debolezze. Un viaggio nella propria interiorità in cui ogni fragilità diventa un valore aggiunto, un punto di partenza da cui si può provare a ricominciare a sognare, a sperare, a credere.
Antonella Pennolino
Castellammare del Golfo (Tp) , 26.4.2016

venerdì 25 marzo 2016

"FILOSOFARE IN CARCERE" (DIOGENE MULTIMEDIA, BOLOGNA 2016, pp. 71, euro 5,00)


Sì, con la collaborazione di Maria Antonietta Spinosa e di Franco Chinnici, è in commercio (librerie on line e librerie fisiche) il mio ultimo libretto: Filosofare in carcere. Un'esperienza di filosofia-in-pratica all'Ucciardone di Palermo (Diogene Multimedia, Bologna 2016, pp. 71, euro 5,00).

Dalla quarta di copertina:
Per diversi mesi, con cadenza quindicinale, tre filosofi incontrano un gruppo di detenuti del carcere “Ucciardone” di Palermo per conversare sul senso della vita, le vicissitudini dell’amore, la sete di ritorno alla libertà. In questo agile libretto una traccia, ora toccante ora divertente, di quegli incontri sempre significativi.

“Possiamo registrare i nostri dialoghi?”
“Sì” – risponde T., appena trentacinquenne . “Purché mia moglie non venga mai a sapere che, mentre lei s’affanna a mantenere sei figli, me la spasso qua dentro a fare filosofia con voi. Non me lo perdonerebbe…”.