lunedì 29 aprile 2024

AI GIOVANI INTERESSEREBBE LA "BELLA" POLITICA ? UN'ESPERIENZA AL "CANNIZZARO " DI PALERMO

Di seguito il servizio giornalistico di Maria D'Asaro sull'incontro conclusivo del corso di introduzione alle ideologie contemporanee a cura dell'associazione di volontariato culturale "Scuola di formazione etico-politica G. Falcone" di Palermo:

https://www.ilpuntoquotidiano.it/al-liceo-cannizzaro-di-palermo-lezioni-di/

mercoledì 24 aprile 2024

Pace nel Mediterraneo: un ruolo anche per le Chiese cristiane?

 Negli ultimi tre millenni almeno il Mediterraneo si è presentato ambivalentemente come crocevia di sapienze, ma anche di conflitti. Le cronache incredibilmente dolorose di questi giorni lo confermano. Cosa possono fare le Chiese cristiane in generale e la Chiesa cattolica in particolare?

Con Edgar Morin direi, innanzitutto, che ogni riforma seria parte da una revisione del pensiero. Ho curato nel 2019 l’edizione italiana di un suo breve, ma intenso testo (Pensare il mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero),  di cui non saprei restituire i finissimi ricami  intellettuali. In sintesi un po’ brutale si potrebbe dire che occorre da una parte conoscere il Mediterraneo, la storia delle sue civiltà antiche, delle sue religioni tuttora perduranti, delle sue tensioni politiche e socio-economiche attuali; ma, dall’altra, lasciare modificare dal Mediterraneo la propria mente,  la propria postura intellettuale. Che, tra molto altro, significa consentire alla pluralità dei punti di vista di impedire l’irrigidimento dei fondamentalismi esclusivisti ed escludenti; di imparare che “relatività” non è “relativismo” perché, se ritengo inaccettabile ogni assolutizzazione, non posso assolutizzare neppure il principio di relatività. Ma – la domanda s’impone –  nelle scuole cattoliche, nelle facoltà cattoliche, nelle associazioni cattoliche, nelle parrocchie vi è questa conoscenza elementare del contesto geo-culturale in cui ci è capitato di nascere? Che sappiamo della sapienza greca, dell’ebraismo, dell’islamismo (ammesso che sappiamo qualcosa del cristianesimo)?  E, soprattutto, vi è la consapevolezza  che essere cristiani non significa possedere in maniera totale la verità sull’uomo, sulla storia, sull’universo? Se non vogliamo trastullarci con giochi di prestigio non possiamo negare che la fede monoteista, che si ritiene che rivelata in Scritture sacre, costituisce un grave rischio: chi è convinto di avere il monopolio del Divino difficilmente tollera concorrenti e, ancora meno, si pone in ascolto per ricevere da altri correzioni e integrazioni.

L’autocritica intellettuale in ambito cattolico può considerarsi a buon punto solo quando si perviene alla conclusione che la ricerca della verità teoretica è irrinunciabile nell’esperienza antropologica, ma che in questa ricerca il vangelo non ci può essere di particolare soccorso. Esso, infatti, racconta la vicenda straordinaria di un predicatore nomade palestinese che non era un intellettuale, bensì un testimone. Un maestro di vita, di azione, di atteggiamento rispetto all’umanità e alla natura: la sua filosofia, più che amore per la sapienza (in senso greco), era sapienza dell’amore (in senso ebraico). Il tentativo rivoluzionario di papa Francesco – che gli attira non per caso gli strali più feroci da parte di preti e fedeli sedicenti conservatori – è proprio questa conversione di registro: ricordare che il cristianesimo non è nato come ortodossia di una scuola, ma come ortoprassi di un movimento religioso e sociale. Qualcuno ha detto acutamente che la prima vera enciclica di papa Bergoglio non è stata la Lumen fidei del 2013 che Benedetto XVI aveva redatto in gran parte e aveva lasciato per così dire in eredità da firmare, bensì il suo viaggio a Lampedusa. Se questa torsione dal primato della teoria al primato della pratica fosse evangelicamente fondata, si imporrebbe un’altra domanda: cosa stanno facendo i credenti per dare un proprio contributo ai terremoti costituiti dai flussi migratori in corso? Periodici giornalistici di chiaro orientamento partitico, ignari di fare buona pubblicità,  hanno accusato alcuni vescovi di finanziare delle ONG dedite al salvataggio di migranti in mare e, da varie fonti ufficiali, si sa dei canali “umanitari” di immigrazione legale attivati in sinergia da associazioni cattoliche come Sant’Egidio e alcune Chiese riformate: ma le centinaia, anzi migliaia, di parrocchie, conventi ormai in disuso o trasformati in alberghi, seminari vescovili  occupati da giovani in numero decrescente…perché non accolgono stabilmente degli immigrati, anche impiegandoli in dignitose attività remunerate? Sarebbe una strategia efficace materialmente e, almeno altrettanto, simbolicamente.

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https://www.zerozeronews.it/pace-nel-mediterraneo-che-ruolo-per-le-chiese-cristiane/


venerdì 12 aprile 2024

COME CAMBIARE IL MONDO DOPO IL TRAMONTO DELLA POLITICA

 Chi sin dagli anni Sessanta del secolo scorso ha investito il meglio di se stesso per curare la polis, trovandosi ai nostri giorni nel mezzo di una Terza guerra mondiale “a  pezzi” (papa Francesco) e nella previsione scientifica di un disastro ambientale planetario irreversibile,  è tentato o di ripiegarsi nella disperazione o di concentrarsi nell’accaparramento di tutto l’utile egocentrico ancora disponibile. Qualcuno, testardamente, cerca strade nuove per perseguire ideali antichi. E’ il caso di Annibale C. Raineri che in Ancora. Cambiare il mondo nel tramonto della politica (Navarra, Palermo 2022) racconta, in una sorta di zibaldone in cui intreccia vari generi letterari, la sua storia e soprattutto la sua ricerca attuale.

Non so che effetto possa avere in un giovane, ma per coetanei dell’autore – come me – si tratta di una lettura davvero interessante, a tratti avvincente. La nostra generazione di ultrasettantenni è orfana di qualcuna delle “grandi narrazioni” tramontate (nel caso di Raineri del marxismo-leninismo) ed è segno di maturità riconoscere il valore di ciò che si è perduto senza nasconderne i limiti oggettivi. Poiché non ci si impegnava solo intellettualmente, si è rimasti orfani anche di organizzazioni collettive alle quali si affidava la propria intera esistenza nella certezza che esse, in cambio, avrebbero realizzato i mutamenti colossali impossibili agli individui isolati (nel caso di Raineri la CGIL prima, Rifondazione Comunista dopo) (pp. 120 – 135). E adesso – nel tempo in cui, secondo la fulminante battuta di Altan, l’utopia non è al governo ma neppure all’opposizione – che resta?

Nel diluvio generale, non resta che costruirsi un’arca che, nel caso dell’autore, è l’ Arca di Lanza del Vasto, un movimento d’ispirazione gandhiana fondato in Francia nel 1948 e presente in vari continenti. Raineri, scoperta questa proposta di paradigma interpretativo e operativo, vi ha aderito con la moglie Cecilia sino a diventare responsabile della comunità siciliana delle “Tre finestre” a Belpasso, nelle pendici dell’Etna: si è trattato – come spiega egli stesso - di intraprendere una via di “rivolgimento” del “lungo processo di occidentalizzazione/modernizzazione del mondo” che può apparire “propriamente reazionaria (anzi cattolico-reazionaria, cosa che ad una persona come me , che si professa atea e con una lunga militanza non rinnegata nella estrema sinistra, ha creato non poche difficoltà di approccio). Ma rivoluzionare ha un vincolo essenziale con ‘rivoltare’, ed io credo che oggi, se accettiamo il rischio di porci all’altezza del tempo che viviamo, siamo obbligati dalla cosa stessa a tentare un pensiero rivoluzionario nel senso del rivoltamento ” (p. 176).

La trama di questo progetto di “sottrarsi alla logica che produce il diluvio, sottrazione come atto positivo di assunzione di un altro punto di vista e di un altro modo-d’essere” (p. 204) rispetto alla triade guerra/capitale/patriarcato, viene esposta in dialogo con giganti del passato (da Sofocle a Marx e Weber) ed anche con Simone Weil, Christa Wolf, Hannah Arendt, Walter Benjamin e molte altre figure dell’ultimo secolo e mezzo: una trama impossibile da riprendere, almeno in questa sede, senza banalizzarla eccessivamente. 

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martedì 9 aprile 2024

sabato 6 aprile 2024

LA MESSA E’ FINITA?

“ADISTA /Segni nuovi”

12.4.2024


Nel suo recentissimo La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019 (Rubbettino Editore, Soveria Mannella 2024) il sociologo Luca Diotallevi rappresenta in numeri ciò che, a naso, tutti abbiamo constatato in questi anni: una decrescita quantitativa dei frequentatori abituali di celebrazioni liturgiche in generale e delle messe domenicali in particolare (passati dal 37,3% del 1993 al 23,7% del 2019). Se si considera che il trend negativo non è stato certo frenato nei tre anni di covid e che, comunque, gli anziani che non rinunziano alla funzione festiva sono più dei giovani, tutto fa supporre che le chiese si svuoteranno quasi completamente nel prossimo decennio (attestandosi a una media europea di fedeli  del 10% circa della popolazione complessiva).

Le (poche) reazioni a questi dati statistici sono ovviamente differenziate.

La più miope è probabilmente da parte delle aree tradizionaliste e conservatrici che, non senza fallacia logica, attribuiscono questi effetti negativi a eventi solo cronologicamente antecedenti (ad esempio il passaggio dalla lingua latina alle lingue nazionali o dal piglio autoritario di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI allo stile comunicativo più mite e dialogico di un papa Francesco).

Solo apparentemente opposta la reazione da parte delle aree progressiste del mondo cattolico che lamentano un’eccessiva cautela nel rinnovamento liturgico e ipotizzano curve statistiche più incoraggianti nel caso che si fosse stati più audaci nelle sperimentazioni (ad esempio innovando i generi musicali o introducendo forme di danza): infatti anche questi settori riformisti sembrano non cogliere il nocciolo della questione. Che, ad avviso mio ma non soltanto mio, è individuabile solo se si prende sul serio il nesso (più volte evidenziato nella storia bimillenaria del cristianesimo) fra lex orandi e lex credendi : se è possibile risalire dalle  modalità della preghiera liturgica alle convinzioni di fede, perché non sarebbe altrettanto logico e legittimo risalire dalle difficoltà delle celebrazioni al traballare delle credenze? Il cuore della crisi è dottrinario, teologico: le parole, i gesti, i simboli delle liturgie veicolano dogmi, annunzi, professioni ricevibili a-problematicamente solo da persone che non capiscono  che cosa ascoltano e che cosa ripetono pappagallescamente. Sin dal segno della croce iniziale affermiamo di sapere non solo che Dio è, ma anche chi è: una comunità trinitaria. Poi, via via, che il Secondo dei Tre ha assunto nel tempo la natura umana (così che Gesù va adorato non come una persona umana colmata dalla grazia divina, ma come una Persona divina che senza cessare di essere tale ha fatto proprie alcune caratteristiche antropologiche); che questa “incarnazione” è stata funzionale alla morte redentiva dell’Agnello senza la quale l’umanità sarebbe rimasta per sempre ciò che l’avrebbe resa un’improbabile coppia di progenitori: una “massa dannata”. E così via fantasticando, sino ai dogmi mariani, all’angelologia e alla demonologia. Senza questi presupposti ritenuti indiscutibili perché inspiegabili, che senso hanno – nella formulazione attuale – i sacramenti e, in particolare, l’eucarestia? Ma se le scienze bibliche ci mostrano al di là di ogni ragionevole dubbio che l’intera catechesi cattolica non poggia sui Sacri Testi e che, anche se qua e là così fosse, tali Testi non sono più “sacri” della grande letteratura religiosa di tutte le epoche e di tutte le aree del pianeta, con che leggerezza di cuore si possono celebrare le liturgie sacramentali ? Solo quattro leghisti di provincia e quattro fascistelli di periferia urbana possono trovare senso nelle cerimonie tradizionali (che per altro difendono più di quanto effettivamente le frequentino) nel tentativo di aggrapparsi a radici identitarie per rinfocolare l’odio (anti-evangelico) contro gli stranieri.

Se la Chiesa cattolica rinunziasse alla sessuofobia genetica consentendo ai preti di vivere non più clandestinamente la propria vita sessuale (etero ed omo-affettiva); se abolisse le relazioni di potere fra clero e fedeli che stanno alla radice di tanti abusi psicologici e fisici; se riconoscesse anche istituzionalmente la pari dignità di maschi e femmine; se avesse meno miliardi nelle banche, meno cardinali corrotti, meno esenzioni fiscali…tutto questo sposterebbe di molte unità le statistiche dei fedeli praticanti? Sono certo di no. Non è vero che le masse disertano le messe perché scandalizzate dal comportamento dei sedicenti credenti e, di conseguenza, smettono di “credere”; piuttosto smettono di “credere” quando sia pur minimamente leggono, riflettono, si confrontano fra loro e con gli studiosi competenti e, di conseguenza, non vanno più a messa. Non è l’eclissi della preghiera comunitaria a provocare l’abbandono delle professioni di fede, ma l’abbandono delle professioni di fede a provocare l’eclissi della preghiera comunitaria.

La Chiesa cattolica dal Concilio di Trento al Modernismo della prima metà del XX secolo ha consumato un divorzio dalla filosofia, dalle scienze umane e naturali, dai grandi movimenti di liberazione sociale e politica riducendosi alla caricatura di ciò che era in origine: una comunità soft, organizzata in maniera ‘leggera’, di quanti – innamorati della proposta evangelica di rendere l’inferno della storia un paradiso divino innaffiato di giustizia, solidarietà, libertà, nonviolenza, speranza, coltivazione della Terra e condivisione gioiosa dei suoi frutti – si volevano sostenere a vicenda nel perseguimento di questo ideale e nella testimonianza corale della sua validità al cospetto del “mondo”. Invece si è chiusa a riccio nella sua arrogante presunzione di aver capito tutto, di non aver nulla da imparare da nessuno, di aver tutto da insegnare a tutti. Se per ‘fede’ intendiamo un’apertura incondizionata all’essere, al vero, al bene, al bello, al santo… la comunità dei cristiani ha soffocato la sua “fede” imprigionandola progressivamente in una matassa ingarbugliata di speculazioni teologiche e di divieti morali.  Ne ha sterilizzato la tensione rivoluzionaria originaria e l’ha imbalsamata nel format tipico della “religione” burocratizzata.

E’ ancora in tempo per rifondarsi, per confessare la fragilità dei propri fondamenti dottrinari e per affrontare una stagione radicalmente nuova di domande, di dubbi, di ipotesi…abbarbicandosi all’unica certezza della regola aurea (“fare agli altri ciò che si volesse che gli altri facessero a noi”), proposta prima e dopo di Cristo da altri profeti e sapienti, ma dal Maestro palestinese riproposta con particolare intensità di accenti ed eloquenza d’esemplarità? Francamente ritengo che sia troppo tardi. Vediamo che neppure i più timidi tentativi di un papa  - pur preceduto nel passato e sostenuto nel presente da tanti bravi credenti – riescono ad arrivare a realizzarsi per l’opposizione, esplicita o sorda, degli “ortodossi” (tanto più pericolosi quanto più sinceramente convinti di stare difendendo la “rivelazione” di un Dio infallibile).

Se le mie previsioni si rivelassero veritiere, non per questo l’umanità dovrebbe sprofondare nella disperazione. La storia umana è un terreno zeppo di semi preziosi da Socrate a Budda, da Confucio a Gesù, da Francesco d’Assisi a Teresa d’Avila, da Shakespeare a Leopardi, da Gandhi a Che Guevara, da Martin Luther King a Nelson Mandela, da Albert Schweitzer a Thich Nhat Hanh, da Rita Levi Montalcini a Liliana Segre: si tratta di rintracciarli devotamente, di provare a trapiantarli nelle nostre vite, di lasciare che crescano ed esplodano in forme inedite. Questa è la Tradizione nel senso più autentico, ricco, promettente: esattamente all’opposto del tradizionalismo necrofilo, che preserva mummie, porta in grembo l’unico futuro possibile in alternativa al suicidio collettivo.

                                                       Augusto Cavadi 

martedì 2 aprile 2024

C’E’ AUDACIA E AUDACIA: IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA RASSEGNAZIONE E FANATISMO


“Frontiere della scuola”

2024 /1

In molte imprese ci vuole coraggio: forza interiore nel vincere la paura – specie quando è giustificata oggettivamente – e nell’attuare sino in fondo i propri propositi. Quando il coraggio si esercita non più nell’ambito del noto, dello sperimentato, ma dell’ignoto, dell’inedito, si colora di venature particolari: diventa audacia. Si tratta di una qualità positiva, di una virtù? Di per sé è preferibile alla vigliaccheria, all’accontentarsi timoroso di chi rimane rintanato nella propria cuccia e si abbarbica alla banalità del conformismo e del tradizionalismo. Ma, come ogni virtù, l’audacia non è un valore assoluto. Dipende infatti dal lasciapassare della prudenza, della saggezza, del saper vivere.

Audacie sconsigliabili

Senza, o contro, l’approvazione del buon senso (che non coincide con il senso comune!), l’audacia rischia di degenerare in temerarietà, in velleitarismo. Lo sprezzo del pericolo diventa sprezzo del ridicolo: l’ammirazione lascia il posto alla commiserazione. Se uno perde la libertà o la salute o la vita stessa in tentativi puramente esibizionistici, o comunque non funzionali al miglioramento della vita propria e/o comune, non merita alcuna gratitudine. Al massimo, un accenno di compatimento. I meriti dell’audace sono una variabile dipendente dalla consistenza etica e dalla condivisibilità sociale dei fini in vista dei quali egli agisce. La storia di ieri e la cronaca dei nostri stessi giorni pullula di audaci di cui avremmo fatto volentieri a meno: specie quando mettono a repentaglio la propria vita nel tentativo, cieco e spietato, di eliminare la vita altrui.

L’elenco delle audacie fuori luogo, controproducenti, sconsigliabili sarebbe interminabile. Quanti miliardi di persone hanno sacrificato benessere e affetti, persino la sopravvivenza biologica, per obbedire a capi politici ambiziosi? Per ottemperare agli ordini insani di strateghi militari? Per diffondere ideologie sono molto parzialmente lucide? Per verificare prematuramente, in concorrenza con la comunità scientifica, ipotesi teoriche e apparecchiature tecnologiche? Per raggiungere nell’aldilà paradisi improbabili promessi da sedicenti profeti dissennati? I cimiteri sono zeppi di audaci tra i quali non è facile distinguere i benefattori dell’umanità dagli assassini presuntuosi, spesso prime vittime della loro insipienza. Infatti i più pericolosi fra gli spericolati sono i soggetti, i gruppi, le associazioni in buona fede: a differenza dei delinquenti che sanno di delinquere, solo in casi rarissimi i fanatici sono in grado di ricredersi. Il monito di Gaetano Salvemini non ha perduto d’attualità: “Chi è convinto di possedere il segreto infallibile per rendere felici gli uomini, è sempre pronto ad ammazzarli” (ho contestualizzato questa frase nel mio La bellezza della politica. Attraverso e oltre le ideologie del Novecento, Di Girolamo, Trapani 2011, p. 31).

Audacie auspicabili

Ci è toccato di vivere un’epoca di amare delusioni collettive. Ci sentiamo traditi da troppe strategie imperialistiche, da troppe offerte di felici immortalità biologiche, da troppe chiese infallibili solo nel pronunziare dogmi e precetti che, puntualmente, si rivelano insostenibili. Abbiamo verificato la tragica verità dell’espressione di Paul Claudel: “Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno”. Il variegato mondo dell’informazione ci squaderna sotto gli occhi una quantità di dolori, di ingiustizie e di sofferenze, sproporzionatamente al di sopra della nostra capacità di sopportazione emotiva. Il cuore non regge e sprofondiamo nel sentimento paralizzante dell’impotenza. Ogni abbozzo di coraggio, di ribellione, di progettazione alternativa viene soffocato sul nascere. L’audacia non ha il tempo di essere soppesata dalla prudenza: muore già in culla.

In gioventù la mia generazione ha conosciuto la speranza (in parte illusoria, in parte fondata) che dove non arrivava l’individuo potesse arrivare il collettivo: il sindacato o il partito politico e – attraverso questi organismi – il governo nazionale e le organizzazioni internazionali. Ma, dagli anni Ottanta del XX secolo, la fiducia in questi canali di partecipazione è crollata: la politica, liberatasi allegramente dalle remore dell’etica, si è trovata indifesa davanti ai tentacoli dell’economia (liberistica). Ci si guarda intorno smarriti né la voce isolata di un papa (in alcuni casi persino ‘audace’) può costituire più di un faro nella notte: anche se l’ecologia valesse bene una messa, neppure un cattolico può far finta di poter contare sull’accordo unanime dei suoi confratelli né escludere che con il decesso di questo pontefice la sua Chiesa ritorni al moderatismo equilibrista precedente.

In queste contingenze storiche non resta – secondo il detto orientale – che accendere una candela piuttosto che maledire l’oscurità. Come i giovani tedeschi della “Rosa Bianca” per i quali fare politica sotto la dittatura nazista era ancora più necessario proprio perché ogni speranza ragionevole era stata brutalmente cancellata dall’orizzonte.

Ma si tratta di fare appello soltanto, o principalmente, allo sdegno emotivo? Alla protesta viscerale? All’insopportabilità dell’assurdo?  Per alcuni sarà sufficiente (anche a costo di saltare dalla passività rinunciataria al fanatismo iperattivo).  Altri, invece, abbiamo bisogno di ragioni convincenti. Come le considerazioni del poeta Edgar Lee Masters che fa confessare a George Gray, un protagonista della sua Spoon River Anthology, le conseguenze amare della propria viltà. George, in vita, ha preferito l’inazione al rischio di fallire: ma adesso, da morto, capisce che proprio la tiepidezza inerte è il più sicuro e disastroso dei fallimenti. Infatti: “l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;/ il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;/l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti./ Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita./ E adesso so che bisogna alzare le vele/ e prendere i venti del destino,/dovunque spingano la barca./ Dare un senso alla vita può condurre a follia/ ma una vita senza senso è la tortura/dell’inquietudine e del vano desiderio -/ è una barca che anela al mare eppure lo teme” (la traduzione einaudiana è di Fernanda Pivano).

In questo scenario, l’audacia auspicabile acquista il volto della resilienza. Più che gesti clamorosi di leader carismatici – ben vengano nuovi santi, nuovi eroi ad accendere l’immaginario collettivo in letargo, purché senza pose da prime donne ! – servono piccole comunità che preservino alcuni tesori dalla vandalizzazione dilagante. Servono team affiatati che, senza invidie né gelosie, osino scommettere su una società ragionevole pur nell’epoca dell’irragionevolezza: osino sapendo che l’improbabile, qualche volta, accade. Maurizio Pallante ed altri in Italia lavorano da tempo per costruire “monasteri laici” dove sperimentare forme di spiritualità post-religionaria (cfr. Monasteri del terzo millennio, Lindau, Torino 2015) . Annibale Raineri, con altri discepoli di Lanza del Vasto, è impegnato nella costruzione di “arche” – modeste barchette – per ospitare chi desideri salvarsi dal diluvio e trasmettere alle generazioni future la memoria di un’umanità sobria, solidale, pacifica, equa, rispettosa dei viventi e dell’intero cosmo (cfr. Ancora. Cambiare il mondo nel tramonto della politica, Navarra, Palermo 2022). Servono – se non si tratta di ossimori irrealizzabili – il coraggio della pazienza e l’audacia della lungimiranza.

Magari tra pochi secoli risulterà l’inutilità di tutto questo perché l’umanità, dopo aver compromesso irreversibilmente l’equilibrio dell’ecosistema, si suiciderà sotto una pioggia di bombe atomiche. E’ un’ipotesi che solo gli osservatori superficiali possono escludere. Se, malauguratamente si dovesse realizzare, avremmo la prova che – a causa di maggioranze idiote - non è sempre vero che la fortuna soccorra gli audaci.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com