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lunedì 12 ottobre 2020

"MOSAICI DI SAGGEZZE" SI E' FATTO IN...TRE ! CON IL COMMENTO DI DAVIDE MICCIONE


Come alcuni di voi ricorderanno, per i miei 65 anni ho pubblicato il testamento spirituale "a babbo vivo" (Bruno Vergani): Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità.


 Il libro ha avuto una discreta diffusione per cui si è resa necessaria una terza ristampa. Con Mario Trombino, indomito editore, abbiamo pensato che fosse opportuno pubblicare il volume originario (un po' impegnativo da leggere e...da acquistare) in tre distinti tomi - con opportuni aggiornamenti e qualche integrazione - di cui si  può fruire anche separatamente:

1. Voglio una vita spregiudicata. La filosofia come spiritualità per chi ritiene di non averne una (Diogene Multimedia, Bologna 2020, pp. 193, euro 16,00 (corrisponde alla Prima parte del volume originario);

2. Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia, Diogene Multimedia, Bologna 2020, pp. 112, euro 12,00 (corrisponde alla Seconda parte del volume originario);

3. La filosofia come terapia dell'anima. Linee essenziali per una spiritualità filosofica, Diogene Multimedia, Bologna 2019, pp. 262, euro 16,00 (corrisponde alla Terza parte del volume originario).

Ora che i Mosaici di saggezze sono stati ricomposti, posso pubblicare per la prima volta sul mio blog la bella recensione che ne ha scritto tempo fa il mio generoso amico Davide Miccione:

“Phronesis”

n. 2, seconda serie, febbraio 2020

 

Recensione del volume:

 

Augusto Cavadi, Mosaici di Saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 367. 

 

A vent’anni dal suo arrivo in Italia e pur consapevole del suo momentaneo letargo, continuo a pensare che la consulenza filosofica rappresenti la “via regia” per la consapevolezza della avvenuta Svolta pratica. La trasformazione achenbachiana del filosofo da “grossista” a “dettagliante”, l’incontro con il singolo e non più con il pubblico, con l’interlocutore che adesso mi parla e non con la massa dei lettori, il ritorno a movenze socratiche da lungo tempo dimenticate, ci portano di necessità in altri luoghi da cui la filosofia “tradizionale” in cui tutti noi siamo cresciuti finalmente ci appare visibile. Ma accanto alla via regia, centrata con tutta evidenza sul colloquio individuale e su quel vero e proprio trauma (più rimosso che elaborato o riassorbito in verità) di pensare il filosofo come professionista, esistono altre strade, viottoli, sentieri. Alcuni larghi e comodi ma che non portano da nessuna parte, altri che consentono al viaggiatore solo sguardi banali, su piazzole di sosta e autogrill di catena tutti uguali; altri ancora invece tortuosi, stretti, accidentati, che aprono però panorami inaspettati e non altrimenti osservabili. Ognuno di questi itinerari ha un suo cartografo, sterratore, asfaltatore e persino esattore di pedaggio che esplora e propone (partendo da essa e giungendo a essa) una propria idea di ragione: quella di Sautet è conversevole, colta, pienamente “continentale” nel suo storicizzare le questioni; quella di Lipman è logica, pubblica, pragmatica; quella di Pollastri sembra invece dialettica, radicale e con aspirazioni alla totalità e così via. Ma in Italia, contemporaneamente all’entrata in campo di Achenbach, si muoveva già uno sherpa che tutti questi sentieri li stava battendo o spesso perfino tracciando, battezzando e disboscando: Augusto Cavadi. Prima che le pratiche filosofiche avessero un termine in grado di unirle concettualmente Cavadi si era già dato da fare per esplorarne un buon numero. L’idea di ragione che guida Cavadi nella sua esplorazione è insieme politica e spirituale. Alla perenne ricerca di un senso (non a caso l’interesse ritornante per la logoterapia di Frankl e il tentativo di mettere in evidenza eventuali affinità tra questa e la Pratica filosofica), sembra evidente per Cavadi che questo non si possa trovarlo sottraendoci al mondo, inseguendo quello stato di sospensione/eccezione che traspare da certe pagine della ultima Arendt o nelle “morti apparenti” di Sloterdijk. Il senso in Cavadi passa sempre da un immergersi nel mondo e non da un allontanarsi da esso, è sempre un senso da trovare insieme, nel dialogo. Un dialogo che tenta di stringere di più i dialoganti ad un sentire comune, ad una verità minima trasversale, che ha a cuore i dialoganti almeno tanto quanto la verità che si origina dal dialogo; è dunque, quella cavadiana, una ragione che necessita una attenta vigilanza contro la tentazione del sincretismo e dell’irenismo come altre dovrebbero guardarsi invece dall’astrattezza o dalla deriva eristica. In questo orizzonte, Mosaici di saggezze assume una posizione centrale e non aggirabile in quella imponente mole e varietà di scritti dell’autore che rischia, con il solo peso del numero, di rendere difficile al critico la delineazione di una traiettoria di sviluppo teorico. Mosaici appare come la presentazione del retroterra teorico da cui Cavadi muove e al contempo della terra promessa verso cui si dirige. La chiave sta non tanto nel titolo quanto nel sottotitolo che, come spesso accade, è meno ad effetto ma decisamente più esplicativo: Filosofia come nuova antichissima spiritualità. Il tema sembrerebbe dunque la spiritualità come nesso. Nesso tra che cosa? Qui la questione si fa più difficile. Forse tra filosofia e religione, in fondo i due temi principali presenti nella produzione di Cavadi? In alcune pagine Cavadi sembra portarci a pensarlo pur negandolo (ad esempio si pensi alla costruzione, a ricalco di quelle religiose, di cerimonie comunitarie filosofiche presentata nell’appendice del libro). Tendo però a pensare che il vero nesso si collochi piuttosto tra teoria e pratica giacché la spiritualità non può certo essere solo una teoria o una forma di cultura o un genere letterario ma una pratica: «essa non è una mera teoria né tanto meno ideologia, ma praxis nel senso plenario del termine, inseparabilmente interiore ed esteriore» (Mosaici p. 63, da ora in poi indicato con il solo numero di pagina) e la filosofia, nell’interpretazione cavadiana, certamente lo è altrettanto. Questa centralità della comunità dialogante (ci si concentri sul sostantivo e si noterà come negli scritti di Pollastri o nei miei è quasi sempre l’individuo e non la comunità ad essere in dialogo) già alcuni passi di Mosaici di saggezze, dove la lingua chiara e piana di Cavadi sembra salire di tono e di ispirazione, bastano per mostrarla nel suo essere qui già e non ancora. Ad esempio, si legga dove si descrive il rapporto tra le scienze umane e la comunità scientifica: «risultato di queste specializzazioni è l’immenso cantiere della cultura planetaria: una sorta di alveare da cui – senza interruzione – miriadi di api sciamano in cerca dei fiori più svariati e ne succhiano il nettare per tornare, infine, nella casa comune a produrre ogni tipo di miele» (p. 22), o ancora: «in questa apertura di orizzonti [...] si realizza l’unica globalizzazione che può rendere sensata l’internazionalizzazione delle transazioni economiche: il meticciato degli spiriti, lo scambio delle intuizioni, l’emendazione reciproca e l’integrazione delle tradizioni sapienziali» (p. 46).

    Non stupirà, dopo queste righe, la scelta di far iniziare il volume con un protrettico, genere alla cui frequentazione Cavadi non è nuovo avendogli già dedicato un sentito volume (E, per passione, la filosofia, Di Girolamo 2006). Procedendo in questa esortazione al filosofare, che pur risalendo fino al padre del “genere” – Aristotele -  prende nuova linfa dallo sguardo consulenziale e da una diversa conseguente pensabilità del ruolo sociale della filosofia, Mosaici procede poi a dichiarare l’intento del volume con una circospezione insolita per l’autore, solitamente più diretto nel presentare la tesi portante dei suoi lavori e che fa pensare che Cavadi abbia ben colto la notevole ambizione della sua impresa, da lui descritta come l’azione di «recuperare, e valorizzare, alcuni filoni spirituali contenuti nella storia della filosofia occidentale. Filoni rilevanti né più né meno di altri, ma che [...] rischiano di precipitare nell’oblio» (p. 47), lavorando però «non in concorrenza con le spiritualità attuali, ma per ampliarne la gamma, recuperare gli elementi costitutivi di una spiritualità filosofica» (p. 49).L’ambizione e la difficoltà, e dunque anche il pregio di quest’opera (di testi che dissodano il già dissodato sono pieni i dipartimenti, soprattutto dopo l’apocalisse bibliometrica e citazionale di questo decennio), sono costituiti dall’estrema difficoltà a fissare il significato e i limiti del concetto di spiritualità (ben più dei suoi “vicini”: mistica, religione, etica ecc.) e dalla scivolosità dell’oggetto spiritualità, di cui l’autore del resto non fa alcun mistero, e infine dalla conseguente difficoltà a rintracciarla nella storia della filosofia, isolarla, renderla percorribile tracciandone passerelle e camminamenti e lavorare ad ipotesi di riabilitazione e rivitalizzazione. Un compito estremamente difficile minacciato perennemente dal pericolo di sovra-estendere o sotto-estendere semanticamente la spiritualità, un pericolo che incombe su tutte le parole ma che diventa certezza per alcune. La ricerca di Cavadi sembrerebbe dunque essere storica e induttiva, paziente e graduale, ma ogni ricerca (è una vecchia storia che ci portiamo dietro da Platone) parte pur sempre, diciamo così, da un identikit del ricercato. Per tratteggiarlo Cavadi mette in campo, da filosofo formato teologicamente, una via negationis, asserendo che la spiritualità non è fede (o più precisamente che la fede non ne è un elemento costituente e necessario), che non ha a che fare con lo spirito (nel senso che nella spiritualità non è implicita una adesione a una antropologia filosofica dualista che distingue il corpo da un principio immateriale) e che non è necessaria neppure la presenza di Dio. Cavadi inoltre, coerentemente con la ragione comunitaria e dialogante cui accennavamo prima, ci tiene a eliminare l’idea di una spiritualità come fuga dal mondo, come condizione solitaria, nonché l’idea di una spiritualità come lusso per ricchi, posteriore al primum vivere o, ancora, come condizione apolitica. Questa via negationis, che fa da preambolo all’indagine più propriamente storico-filosofica, pur fornendo annotazioni perlopiù ragionevoli e condivisibili, procede non stringendo ma semmai ampliando ulteriormente l’estensione semantica dell’oggetto del libro. 

   La questione fondamentale che dà senso al volume non è però l’indagine sulla spiritualità come costruzione di un modello teorico rigido e definitorio, bensì l’indagine sulla dimensione spirituale della filosofia nella storia e sulla possibilità di proporsi della filosofia come spiritualità filosofica. Sulla scorta di Hadot, Cavadi tratteggia le questioni storiche sottese al tema della spiritualità nella filosofia, descrivendo l’ingrottamento di tali questioni in una filosofia ormai nel medioevo degradata ad “ancilla”, riflette su “l’auto ridimensionamento della filosofia” acutamente definito come una decurtazione percepita come un guadagno e sulla catastrofica identificazione degli intellettuali come di coloro che si occupano d’altro: «la laicità è diventata, quasi senza che ce ne accorgessimo, sinonimo di “a-spiritualità”» (p. 75). Ne seguiranno tutti i corollari di questa trasformazione, dal linguaggio tecnico al rinserramento accademico. Un peggioramento rispetto a un’epoca in cui il cristianesimo pensava di essere la migliore filosofia (come del resto ogni filosofia ha sempre pensato di sé) ma non l’unico canale della spiritualità e l’unica guida dell’esistenza, una perdita rispetto ai primissimi secoli d. C. visti come stato di grazia della spiritualità e del pensiero in quanto periodo in cui le varie religioni e una filosofia non ancora amputata della sua capacità di farsi prassi, stile di vita, exemplum, comunità, convivevano in fruttuosa dialettica. 

Oggi questa riflessione di Cavadi appare tanto più preziosa quanto più il tempo presente ci riporta ad una situazione di pluralismo spirituale in cui pensare alla religione ancora come monopolista rischia di non cogliere la vacatio attuale e di lasciare scoperte parti fondamentali della vita umana. In questa cornice s’inserisce la chiamata alle armi (filosofiche) che questo volume senza dubbio rappresenta. Posta la cornice, resta a Cavadi il compito di preparare se non il dipinto almeno un cartone preparatorio di quello che la filosofia come spiritualità o la spiritualità filosofica che dir si voglia può diventare. Cavadi evita subito uno scoglio insidioso, quello di santificare il modello ellenistico e proporre la sua ripresa come ripresa della spiritualità filosofica tout court, passaggio su cui metteva in guardia già Mádera e, con più convinzione, i due autori richiamati in nota, Martha Nussbaum, con cui lungamente Cavadi dialoga, e Pollastri, che richiama l’attenzione del lettore sulla natura terapeutica e dogmatica delle scuole ellenistiche. Questo rifiuto di modellizzarsi sulla filosofia ellenistica non si traduce però, molto saggiamente, nella preferenza per un’altra epoca o un’altra tradizione filosofica. 

Nelle pagine seguenti Cavadi analizza a volo d’uccello e con scelte interessanti e personali alcuni filosofi moderni e contemporanei nel tentativo di metterne in evidenza gli aspetti utilizzabili nella costruzione della spiritualità filosofica o comunque attestanti questo aspetto della loro filosofia. Questa concessione alla tradizionale perlustrazione storica del problema, coerentemente agli intenti espliciti del libro, lascia però dopo poche pagine spazio ad un più interessante tentativo di costruire a partire dalla propria esperienza e dai passi e dagli autori che lo hanno colpito, una ipotesi di spiritualità filosofica. Questa è la parte più vitale del libro, quella in cui Cavadi ibrida la sua esperienza di vita con i suoi ampi interessi provando non tanto a descrivere quanto a raccontare cosa una spiritualità filosofica possa dire e dare ad un uomo che le si avvicini. Questa parte del volume è sorprendente per capacità di cogliere le sfumature dell’esistenza e per il coraggioso tentativo di riuscire a creare delle partizioni nella complessa e olistica realtà umana. Questo tentativo finisce con il configurarsi come un’antropologia filosofica del filosofo, cosa tanto utile nell’attuale confusione quanto foriere di grandi e piccole catastrofi sono state le antropologie filosofiche dell’uomo nella sua interezza proposte nei vari millenni.

 Passano così sotto gli occhi del lettore le proposte di Cavadi sui vari aspetti della vita del filosofo e sulla loro possibile esemplarità per gli altri uomini: l’attenzione per la conoscenza della realtà, per il rigore scientifico, l’equilibrio tra l’investimento meditativo su di sé e quello sugli altri, la modestia e la finitezza, il rapporto con il lavoro, con la vecchiaia, il silenzio e l’ascolto, e mille altre cose. Una varietà e una sincerità di scrittura che porta il lettore a partecipare al ragionamento e a prendere posizione sulle posizioni prese da Cavadi riguardo alle singole questioni. In fondo anche questa seconda parte, come in un certo senso tutta l’opera di Augusto Cavadi, è una esortazione ad un filosofare comunitario. Stavolta l’esortazione non si rivolge a un generico uomo dotato di mente e cuore ma ai filosofi non chiusi alla svolta pratica. Ad essi tocca rispondere alle numerose sollecitazioni che il libro mette in campo: toccherà decidere se adottare il concetto di spiritualità filosofica o sostituirlo, se lasciarlo nell’estensione che il suo autore propone o ridurne l’ampiezza, se farlo coincidere con la pratica filosofica o differenziarlo. I margini sono ampi, sia per la natura pioneristica della proposta sia per il carattere non paradigmatico o vincolante della stessa (più volte Cavadi annota come molte pagine del libro rappresentino ciò che lui testimonia per sé e la sua esperienza e non ciò che pensa valga per tutti), e ampio è il campo d’azione e di pensiero che si aprirebbe ai filosofi.

 

Davide Miccione

domenica 23 febbraio 2020

DAVIDE MICCIONE SU "MOSAICI DI SAGGEZZE"

Sull'ultimo numero della rivista on line "Phronesis" (accessibile gratuitamente per intero), Davide Miccione mi ha regalato una bella recensione del mio testamento spirituale ("a babbo vivo", come a suo tempo si è affrettato a precisare Bruno Vergani): 

Con gratitudine la riproduco sul mio blog (che ormai è anche il mio archivio):
“Phronesis”, n. 2, seconda serie, febbraio 2020

Recensione di Davide Miccione
del volume:

Augusto Cavadi, Mosaici di Saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 367. 

A vent’anni dal suo arrivo in Italia e pur consapevole del suo momentaneo letargo, continuo a pensare che la consulenza filosofica rappresenti la “via regia” per la consapevolezza della avvenuta Svolta pratica. La trasformazione achenbachiana del filosofo da “grossista” a “dettagliante”, l’incontro con il singolo e non più con il pubblico, con l’interlocutore che adesso mi parla e non con la massa dei lettori, il ritorno a movenze socratiche da lungo tempo dimenticate, ci portano di necessità in altri luoghi da cui la filosofia “tradizionale” in cui tutti noi siamo cresciuti finalmente ci appare visibile. Ma accanto alla via regia, centrata con tutta evidenza sul colloquio individuale e su quel vero e proprio trauma (più rimosso che elaborato o riassorbito in verità) di pensare il filosofo come professionista, esistono altre strade, viottoli, sentieri. Alcuni larghi e comodi ma che non portano da nessuna parte, altri che consentono al viaggiatore solo sguardi banali, su piazzole di sosta e autogrill di catena tutti uguali; altri ancora invece tortuosi, stretti, accidentati, che aprono però panorami inaspettati e non altrimenti osservabili. Ognuno di questi itinerari ha un suo cartografo, sterratore, asfaltatore e persino esattore di pedaggio che esplora e propone (partendo da essa e giungendo a essa) una propria idea di ragione: quella di Sautet è conversevole, colta, pienamente “continentale” nel suo storicizzare le questioni; quella di Lipman è logica, pubblica, pragmatica; quella di Pollastri sembra invece dialettica, radicale e con aspirazioni alla totalità e così via. Ma in Italia, contemporaneamente all’entrata in campo di Achenbach, si muoveva già uno sherpa che tutti questi sentieri li stava battendo o spesso perfino tracciando, battezzando e disboscando: Augusto Cavadi. Prima che le pratiche filosofiche avessero un termine in grado di unirle concettualmente Cavadi si era già dato da fare per esplorarne un buon numero. L’idea di ragione che guida Cavadi nella sua esplorazione è insieme politica e spirituale. Alla perenne ricerca di un senso (non a caso l’interesse ritornante per la logoterapia di Frankl e il tentativo di mettere in evidenza eventuali affinità tra questa e la Pratica filosofica), sembra evidente per Cavadi che questo non si possa trovarlo sottraendoci al mondo, inseguendo quello stato di sospensione/eccezione che traspare da certe pagine della ultima Arendt o nelle “morti apparenti” di Sloterdijk. Il senso in Cavadi passa sempre da un immergersi nel mondo e non da un allontanarsi da esso, è sempre un senso da trovare insieme, nel dialogo. Un dialogo che tenta di stringere di più i dialoganti ad un sentire comune, ad una verità minima trasversale, che ha a cuore i dialoganti almeno tanto quanto la verità che si origina dal dialogo; è dunque, quella cavadiana, una ragione che necessita una attenta vigilanza contro la tentazione del sincretismo e dell’irenismo come altre dovrebbero guardarsi invece dall’astrattezza o dalla deriva eristica. In questo orizzonte, Mosaici di saggezze assume una posizione centrale e non aggirabile in quella imponente mole e varietà di scritti dell’autore che rischia, con il solo peso del numero, di rendere difficile al critico la delineazione di una traiettoria di sviluppo teorico. Mosaici appare come la presentazione del retroterra teorico da cui Cavadi muove e al contempo della terra promessa verso cui si dirige. La chiave sta non tanto nel titolo quanto nel sottotitolo che, come spesso accade, è meno ad effetto ma decisamente più esplicativo: Filosofia come nuova antichissima spiritualità. Il tema sembrerebbe dunque la spiritualità come nesso. Nesso tra che cosa? Qui la questione si fa più difficile. Forse tra filosofia e religione, in fondo i due temi principali presenti nella produzione di Cavadi? In alcune pagine Cavadi sembra portarci a pensarlo pur negandolo (ad esempio si pensi alla costruzione, a ricalco di quelle religiose, di cerimonie comunitarie filosofiche presentata nell’appendice del libro). Tendo però a pensare che il vero nesso si collochi piuttosto tra teoria e pratica giacché la spiritualità non può certo essere solo una teoria o una forma di cultura o un genere letterario ma una pratica: «essa non è una mera teoria né tanto meno ideologia, ma praxis nel senso plenario del termine, inseparabilmente interiore ed esteriore» (Mosaici p. 63, da ora in poi indicato con il solo numero di pagina) e la filosofia, nell’interpretazione cavadiana, certamente lo è altrettanto. Questa centralità della comunità dialogante (ci si concentri sul sostantivo e si noterà come negli scritti di Pollastri o nei miei è quasi sempre l’individuo e non la comunità ad essere in dialogo) già alcuni passi di Mosaici di saggezze, dove la lingua chiara e piana di Cavadi sembra salire di tono e di ispirazione, bastano per mostrarla nel suo essere qui già e non ancora. Ad esempio, si legga dove si descrive il rapporto tra le scienze umane e la comunità scientifica: «risultato di queste specializzazioni è l’immenso cantiere della cultura planetaria: una sorta di alveare da cui – senza interruzione – miriadi di api sciamano in cerca dei fiori più svariati e ne succhiano il nettare per tornare, infine, nella casa comune a produrre ogni tipo di miele» (p. 22), o ancora: «in questa apertura di orizzonti [...] si realizza l’unica globalizzazione che può rendere sensata l’internazionalizzazione delle transazioni economiche: il meticciato degli spiriti, lo scambio delle intuizioni, l’emendazione reciproca e l’integrazione delle tradizioni sapienziali» (p. 46).
    Non stupirà, dopo queste righe, la scelta di far iniziare il volume con un protrettico, genere alla cui frequentazione Cavadi non è nuovo avendogli già dedicato un sentito volume (E, per passione, la filosofia, Di Girolamo 2006). Procedendo in questa esortazione al filosofare, che pur risalendo fino al padre del “genere” – Aristotele -  prende nuova linfa dallo sguardo consulenziale e da una diversa conseguente pensabilità del ruolo sociale della filosofia, Mosaici procede poi a dichiarare l’intento del volume con una circospezione insolita per l’autore, solitamente più diretto nel presentare la tesi portante dei suoi lavori e che fa pensare che Cavadi abbia ben colto la notevole ambizione della sua impresa, da lui descritta come l’azione di «recuperare, e valorizzare, alcuni filoni spirituali contenuti nella storia della filosofia occidentale. Filoni rilevanti né più né meno di altri, ma che [...] rischiano di precipitare nell’oblio» (p. 47), lavorando però «non in concorrenza con le spiritualità attuali, ma per ampliarne la gamma, recuperare gli elementi costitutivi di una spiritualità filosofica» (p. 49).L’ambizione e la difficoltà, e dunque anche il pregio di quest’opera (di testi che dissodano il già dissodato sono pieni i dipartimenti, soprattutto dopo l’apocalisse bibliometrica e citazionale di questo decennio), sono costituiti dall’estrema difficoltà a fissare il significato e i limiti del concetto di spiritualità (ben più dei suoi “vicini”: mistica, religione, etica ecc.) e dalla scivolosità dell’oggetto spiritualità, di cui l’autore del resto non fa alcun mistero, e infine dalla conseguente difficoltà a rintracciarla nella storia della filosofia, isolarla, renderla percorribile tracciandone passerelle e camminamenti e lavorare ad ipotesi di riabilitazione e rivitalizzazione. Un compito estremamente difficile minacciato perennemente dal pericolo di sovra-estendere o sotto-estendere semanticamente la spiritualità, un pericolo che incombe su tutte le parole ma che diventa certezza per alcune. La ricerca di Cavadi sembrerebbe dunque essere storica e induttiva, paziente e graduale, ma ogni ricerca (è una vecchia storia che ci portiamo dietro da Platone) parte pur sempre, diciamo così, da un identikit del ricercato. Per tratteggiarlo Cavadi mette in campo, da filosofo formato teologicamente, una via negationis, asserendo che la spiritualità non è fede (o più precisamente che la fede non ne è un elemento costituente e necessario), che non ha a che fare con lo spirito (nel senso che nella spiritualità non è implicita una adesione a una antropologia filosofica dualista che distingue il corpo da un principio immateriale) e che non è necessaria neppure la presenza di Dio. Cavadi inoltre, coerentemente con la ragione comunitaria e dialogante cui accennavamo prima, ci tiene a eliminare l’idea di una spiritualità come fuga dal mondo, come condizione solitaria, nonché l’idea di una spiritualità come lusso per ricchi, posteriore al primum vivere o, ancora, come condizione apolitica. Questa via negationis, che fa da preambolo all’indagine più propriamente storico-filosofica, pur fornendo annotazioni perlopiù ragionevoli e condivisibili, procede non stringendo ma semmai ampliando ulteriormente l’estensione semantica dell’oggetto del libro. 
   La questione fondamentale che dà senso al volume non è però l’indagine sulla spiritualità come costruzione di un modello teorico rigido e definitorio, bensì l’indagine sulla dimensione spirituale della filosofia nella storia e sulla possibilità di proporsi della filosofia come spiritualità filosofica. Sulla scorta di Hadot, Cavadi tratteggia le questioni storiche sottese al tema della spiritualità nella filosofia, descrivendo l’ingrottamento di tali questioni in una filosofia ormai nel medioevo degradata ad “ancilla”, riflette su “l’auto ridimensionamento della filosofia” acutamente definito come una decurtazione percepita come un guadagno e sulla catastrofica identificazione degli intellettuali come di coloro che si occupano d’altro: «la laicità è diventata, quasi senza che ce ne accorgessimo, sinonimo di “a-spiritualità”» (p. 75). Ne seguiranno tutti i corollari di questa trasformazione, dal linguaggio tecnico al rinserramento accademico. Un peggioramento rispetto a un’epoca in cui il cristianesimo pensava di essere la migliore filosofia (come del resto ogni filosofia ha sempre pensato di sé) ma non l’unico canale della spiritualità e l’unica guida dell’esistenza, una perdita rispetto ai primissimi secoli d. C. visti come stato di grazia della spiritualità e del pensiero in quanto periodo in cui le varie religioni e una filosofia non ancora amputata della sua capacità di farsi prassi, stile di vita, exemplum, comunità, convivevano in fruttuosa dialettica. 
Oggi questa riflessione di Cavadi appare tanto più preziosa quanto più il tempo presente ci riporta ad una situazione di pluralismo spirituale in cui pensare alla religione ancora come monopolista rischia di non cogliere la vacatio attuale e di lasciare scoperte parti fondamentali della vita umana. In questa cornice s’inserisce la chiamata alle armi (filosofiche) che questo volume senza dubbio rappresenta. Posta la cornice, resta a Cavadi il compito di preparare se non il dipinto almeno un cartone preparatorio di quello che la filosofia come spiritualità o la spiritualità filosofica che dir si voglia può diventare. Cavadi evita subito uno scoglio insidioso, quello di santificare il modello ellenistico e proporre la sua ripresa come ripresa della spiritualità filosofica tout court, passaggio su cui metteva in guardia già Mádera e, con più convinzione, i due autori richiamati in nota, Martha Nussbaum, con cui lungamente Cavadi dialoga, e Pollastri, che richiama l’attenzione del lettore sulla natura terapeutica e dogmatica delle scuole ellenistiche. Questo rifiuto di modellizzarsi sulla filosofia ellenistica non si traduce però, molto saggiamente, nella preferenza per un’altra epoca o un’altra tradizione filosofica. 
Nelle pagine seguenti Cavadi analizza a volo d’uccello e con scelte interessanti e personali alcuni filosofi moderni e contemporanei nel tentativo di metterne in evidenza gli aspetti utilizzabili nella costruzione della spiritualità filosofica o comunque attestanti questo aspetto della loro filosofia. Questa concessione alla tradizionale perlustrazione storica del problema, coerentemente agli intenti espliciti del libro, lascia però dopo poche pagine spazio ad un più interessante tentativo di costruire a partire dalla propria esperienza e dai passi e dagli autori che lo hanno colpito, una ipotesi di spiritualità filosofica. Questa è la parte più vitale del libro, quella in cui Cavadi ibrida la sua esperienza di vita con i suoi ampi interessi provando non tanto a descrivere quanto a raccontare cosa una spiritualità filosofica possa dire e dare ad un uomo che le si avvicini. Questa parte del volume è sorprendente per capacità di cogliere le sfumature dell’esistenza e per il coraggioso tentativo di riuscire a creare delle partizioni nella complessa e olistica realtà umana. Questo tentativo finisce con il configurarsi come un’antropologia filosofica del filosofo, cosa tanto utile nell’attuale confusione quanto foriere di grandi e piccole catastrofi sono state le antropologie filosofiche dell’uomo nella sua interezza proposte nei vari millenni.
 Passano così sotto gli occhi del lettore le proposte di Cavadi sui vari aspetti della vita del filosofo e sulla loro possibile esemplarità per gli altri uomini: l’attenzione per la conoscenza della realtà, per il rigore scientifico, l’equilibrio tra l’investimento meditativo su di sé e quello sugli altri, la modestia e la finitezza, il rapporto con il lavoro, con la vecchiaia, il silenzio e l’ascolto, e mille altre cose. Una varietà e una sincerità di scrittura che porta il lettore a partecipare al ragionamento e a prendere posizione sulle posizioni prese da Cavadi riguardo alle singole questioni. In fondo anche questa seconda parte, come in un certo senso tutta l’opera di Augusto Cavadi, è una esortazione ad un filosofare comunitario. Stavolta l’esortazione non si rivolge a un generico uomo dotato di mente e cuore ma ai filosofi non chiusi alla svolta pratica. Ad essi tocca rispondere alle numerose sollecitazioni che il libro mette in campo: toccherà decidere se adottare il concetto di spiritualità filosofica o sostituirlo, se lasciarlo nell’estensione che il suo autore propone o ridurne l’ampiezza, se farlo coincidere con la pratica filosofica o differenziarlo. I margini sono ampi, sia per la natura pioneristica della proposta sia per il carattere non paradigmatico o vincolante della stessa (più volte Cavadi annota come molte pagine del libro rappresentino ciò che lui testimonia per sé e la sua esperienza e non ciò che pensa valga per tutti), e ampio è il campo d’azione e di pensiero che si aprirebbe ai filosofi.
                                                        Davide Miccione

lunedì 28 novembre 2016

QUOTIDIANITA', SPIRITUALITA', FILOSOFIA


Dal blog : stefano-zampieri.blogspot.it del 28.11.2016

Il quotidiano: filosofia e spiritualità 


Che ruolo ha la spiritualità nella vita quotidiana? Oppure: ha senso parlare di spiritualità da una prospettiva laica e non confessionale? Le due domande si intrecciano e le possibili risposte costituiscono un passaggio ineludibile per chi voglia ripensare il quotidiano. Ci aiuta nella riflessione Augusto Cavadi con questo suo massiccio volume: oltre 300 pagine di grande formato, quasi un migliaio di note, una ventina di pagine di biliografia, a testimonianza non solo di una ricerca di vasta portata ma anche della complessità della problematica.
Dal mio punto di vista Cavadi coglie perfettamente la prospettiva più feconda, quella che mette al centro dell'analisi proprio la filosofia, intesa non tanto come una "ginnastica mentale", o un ricerca storica, ma come "amore per la sapienza, e insieme sapienza dell'amore", cioè come quella attitudine interrogativa che nasce oltre la spiegazione scientifica, proprio perchè risponde a domande che scaturiscono non dalla ricerca dello scienziato, ma dalla quotidianità dell'esistenza. Laddove ha senso anche porre domande irrazionali o ingenue, o istintive. Ma che pur tuttavia costituiscono un doveroso passaggio, una percorso di formazione per tutti noi.
In questo senso il termine stesso "spiritualità" deve essere riletto, nella sua costitutiva vaghezza, come un termine non necessariamente confessionale, anche se il suo significato religioso non può essere escluso, ma al contempo anche non necessariamente idealistico o soggettivistico, il termine deve essere inteso piuttosto come un "patrimonio di tutti, monopolio di nessuno". Spiritualità, dunque prima di tutto come apertura verso l'infinito da parte di esseri finiti, apertura e dunque non chiusura nel foro interiore, nell'isolamento, ma anzi  squadernamento di un mondo attraverso tutte le forme della creazione umana, non escluse quelle dell'arte, della letteratura, della musica. Ma Cavadi non esita a mettere inaspetattamente nel discorso anche la dimensione spirituale delle scienze, o della gastronomia o dello sport.
E' dunque nella filosofia che la spiritualità riprende vita al di là dei recinti nei quali oggi si trova spesso confinata. Una filosofia che non si trastulla con il gioco dei concetti o l'invenzione di formule astratte, ma si concretizza come forma di vita improntata alla saggezza.
Così tutta la seconda parte del libro diviene proprio un ampio e articolato manuale di "spiritualità filosofica", nel quale assumono dignità di riflessione la presenza di sè, l'accettazione della propria finitudine, il superamento del complesso di colpa, ma anche il saper pensare, o il saper rischiare,  il misurarsi con il lavoro, il saper mangiare quanto il saper digiunare, il saper invecchiare, il saper ascoltare il silenzio, il saper conversare, il saper darsi tempo, ecc... insomma tutte le virtù della vita vissuta al suo meglio. Come la filosofia ci insegna. 
                               
                                                                                           Stefano Zampieri

Augusto Cavadi
Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità
Diogene Multimedia, 2016
pp. 357  € 25

venerdì 16 settembre 2016

"MOSAICI DI SAGGEZZE" SECONDO GIULIANA SAMMARTINO


I Mosaici di saggezze di Augusto Cavadi



       Una prima qualità del recente libro di Augusto Cavadi (Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 357  , euro 25,00) è il tono complessivo del testo, un po’ british e di basso profilo: lungi dall’attribuire alla dimensione spirituale – laica - della filosofia un ruolo salvifico (come si rischia quando la si esalta come ‘arte di vita’), le attribuisce più modestamente la ricerca quotidiana e metodica del significato (il “filosofo-in-pratica” come “artigiano” che attinge alla tradizione reinterpretandola, senza scindere pensiero da sentimento); una ricerca continua, con sudore della fronte e pazienza, perché la filosofia è strumento di guarigione lenta dalla malattia del pensiero superficiale.

       L’autore parte da lontano e ricostruisce le vicende storiche per cui la filosofia greca, originariamente sintesi di pensiero e di vita spirituale (nel senso di vita interiore e pratica al tempo stesso), si sia nel Medioevo spaccata in due: da una parte la filosofia come pensiero logico astratto, dall’altra la spiritualità come esperienza religiosa in senso sempre più strettamente confessionale. Questa dicotomia ha fornito al Magistero cattolico il monopolio della spiritualità sì che, nel linguaggio ordinario attuale, ‘spirituale’ è sinonimo di ‘religioso’: e ciò con l’oggettiva complicità dei filosofi ‘laici’ che si sono progressivamente  ritirati dall’impegno politico e di guida delle coscienze (come attestato, fra l’altro, dallo smarrimento dell’unitarietà fra etica e politica). Secondo Cavadi è venuto il momento storico di ricucire la frattura medievale e moderna fra ragione e volontà; di ritornare al “cuore pensante” (Hegel), alle radici multietniche della compassione laica e mondana; di rifidanzare l’eros greco con il misticismo orientale e con l’agape cristiana.

        Ma nel libro non c’è solo un’enunciazione di intenti: attingendo alla tradizione filosofica occidentale (dai Pre-socratici ai Contemporanei) si suggeriscono, con attenzione certosina, indicazioni operative  su ogni aspetto quotidiano delle nostre esistenze: dal mangiare al leggere, dalla sessualità alle professioni e alla stessa ricerca scientifica, quasi a sottolineare che non esiste spazio al quale sottrarre il nostro impegno di filosofi-in-pratica, perché la filosofia è “vita pensata”.  Quasi un invito a sostituire il motto sessantottino “tutto è politica” con il più comprensivo “tutto è filosofia”.

        Ogni lettore, ovviamente, troverà più eloquenti alcuni passaggi e meno interessanti altri. Personalmente ho apprezzato, in particolare, le pagine dedicate alla filosofia come esperienza totale e non come mera conoscenza teoretica, esperienza del mistero dell’Essere e non semplice indagine logica. E ancora: la filosofia come responsabilità verso il futuro indifeso (l’archetipo è l’obbligo di cura verso il neonato), contro il nichilismo moderno e la titanica violenza della tecnica, dal momento che c’è un logos anche nel cuore dei minerali . Inoltre: il concetto di “ascetismo metropolitano” (Duccio Demetrio) e la trasfigurazione della quotidianità: sapere guardare con animo puro, dalla panchina della stazione al tramonto dietro un palazzo, il mistero della vita palpitante (o lo intravedi lì o non lo trovi mai). Infine: le considerazioni sul “sapere invecchiare” e sull’  “imparare a morire” da cui deriva l’esortazione a vivere intensamente ogni istante come se fosse l’ultimo; a prendersi cura di sé ma prestando ascolto e sintonizzandosi con ciò - o colui - che ci circonda); a vivere con generosità la propria morte: con essa daremo spazio agli altri, avendo esaurito la nostra parte in quell’angolo di mondo dove siamo stati gettati.

     Come ogni prodotto letterario, anche questo testo è suscettibile di riserve e critiche. Personalmente, ad esempio, non ho apprezzato la prolissità di molti passi: che sia dovuta  alla necessità editoriale dei testi umanistici di riempire un tot di pagine o al bisogno degli autori di confessare doverosamente ai colleghi la fonte delle citazioni altrui ? Non mancano, a mio avviso, neppure alcune inesattezze di date: l’inizio dell’universo dovrebbe risalire a 13,7 miliardi di anni fa e non a 15, l’inizio della vita a 4,4 miliardi e non ad 8, l’homo sapiens è comparso 200.000  anni fa e non 5 milioni di anni fa (quest’ultima data si riferisce alla comparsa degli ominidi). Il paragrafo dedicato a Karl Jaspers forse meritava qualche parola in più,  magari ricordando la sua testimonianza come psichiatra rivoluzionario (la malattia mentale non più vista come ‘effetto’ di una causa da spiegare’ ma come espressione simbolica di una visione del mondo che va ‘compresa’, e dove il malato va aiutato con una cura che è ‘chiarificazione d’esistenza’); come filosofo della politica (l’uomo moderno deve impegnarsi nella ‘cura di sé’ come parte del tutto, trascendendo l’orizzonte limitato d’individuo liberale, grazie a una metanoia, a un radicale cambio di prospettiva); e come filosofo dell’esistenza (la filosofia accompagna l’uomo nelle situazioni limite dove sperimenta la finitudine e l’angoscia ma trascendendola).

   In conclusione, il continuo invito dell’autore, che attraversa tutte le parti del testo, a mediare fra posizioni estreme (scetticismo o entusiasmo fideistico) può sembrare un po’  ‘democristiano’ e suonare ovvio, ma il buon senso non è quasi mai originale. Nel complesso, comunque, non si può negare che il libro raggiunga  lo scopo divulgativo e l’intento di esortare all’impegno.



                                     Giuliana Sammartino
www.nientedipersonale.com
13.9.2016

mercoledì 10 agosto 2016

"MOSAICI DI SAGGEZZE" SECONDO BEPPE PAVAN



“Viottoli”, 1/2016

SPIRITUALITA’ CREATIVA

Augusto Cavadi ci racconta, in MOSAICI DI SAGGEZZE. Filosofia come nuova antichissima spiritualità (Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 357, € 25,00), l’avventura umana e spirituale che può essere vissuta da chi sceglie come propria guida la filosofia e impara a “pensare da sé”, ovvero tenta “di risolvere con mezzi propri e indipendenti da ogni autorità il problema dell’esistenza” (p. 25). Avventura personale e per ciò stesso creativa, perché diversa per ogni uomo e ogni donna che “rinunzia a ricette o formule che possono, nel concreto, prescrivere luoghi, modi e tempi” della propria vita e della propria ricerca spirituale.
Qui la consonanza di pensiero si è rivelata consonanza di vita: non solo tra me e lui, ma anche tra le sue scelte e l’esperienza delle nostre comunità. La delusione accumulata nel “mondo cattolico, imbevuto di spiritualità e povero di critica”, e nel “mondo universitario, dichiaratamente critico ma privo di spiritualità” (p. 280), invece che all’indifferenza e alla chiusura l’ha spinto piuttosto a cercare e a proporre altre forme e altre pratiche per alimentare la propria vita spirituale. Incontrando l’adesione di tante persone.
Nell’Appendice del volume – le ultime 15 pagine – descrive queste pratiche, che provo a sintetizzare qui di seguito, grato per l’emozione che mi ha procurato il riscontro con le nostre pratiche in CdB e nei gruppi di autocoscienza maschile.

Vacanze filosofiche
“Dal 1996 a oggi le vacanze filosofiche per non-filosofi sono state organizzate puntualmente ogni estate, intorno a interrogativi filosofici di immediato impatto esistenziale: il dolore, la felicità, il tempo, il linguaggio, la giustizia, il sacro, la politica...”. Una settimana estiva in qualche bel luogo di montagna, all’insegna della laicità e della spiritualità, dove si partecipa” senza filtri ideologici né confessionali”, con la “massima libertà” di espressione di sé e “con l’unico impegno di ascoltare le ragioni altrui”, evitando qualsiasi tentazione di “proselitismo religioso o politico”.
Ed è un evento spirituale, perché “i partecipanti sono invitati a mettersi in gioco non solo come cervelli che pensano ma anche come soggetti che cercano col cuore in senso biblico”, cioè con l’intero di sé.

Cenette filosofiche
Ogni 15 giorni, sul modello del Simposio platonico o dei Discorsi a tavola di Lutero: la mensa è il luogo a cui “si conviene da parti diverse”, in cui “ci si alimenta per fortificarsi” e in cui “si passano di mano in mano in mano pietanze che ciascuno è libero (ma sempre con un sorriso di gratitudine) di accettare o rifiutare”.
Si parte dalla lettura, fatta a casa da ciascuno, di un testo adottato di ciclo in ciclo e “la parola è sin dall’inizio ai non-filosofi presenti che possono chiedere a qualche filosofo di mestiere dei chiarimenti esegetici... o proporre considerazioni personali”.
Sul piano del metodo tre sono i principi ispiratori fondamentali: l’accordo tra pensiero ed esperienza personale; la non-violenza, che invita a evitare atteggiamenti negativi, ostili, nei confronti dei discorsi altrui; ma non basta astenersi dall’aggredire: bisogna saper adottare un atteggiamento davvero positivo nei confronti di ogni persona. Perché tutti sono consapevoli che ci si incontra “non per riempire spazi vuoti ma per sostenersi a vicenda in una riflessione filosofica”.

Domeniche di chi non ha chiesa
Una volta al mese, “a turno, qualcuno mette a disposizione la casa e si candida ad offrire uno spunto di riflessione comunitaria (un brano musicale, una poesia, una pittura, una pagina di filosofia...): poi, per poco più di un’ora, in atmosfera di raccoglimento, chi vuole socializza brevemente le risonanze interiori che gli sono state suscitate dall’input iniziale... e restituisce al gruppo intuizioni, ricordi, propositi, sentimenti, progetti... senza paura di essere criticato né volontà di conquista”. Poi si pranza in convivialità.
Fondamentale è che “a suggerire i temi di meditazione sia una persona ogni mese diversa: troppo facile sarebbe altrimenti ricostituire una struttura gerarchica attorno a un guru-maestro-illuminato, una struttura insomma verticistica e clericale che rappresenta uno degli aspetti deteriori delle esperienze religiose” (p. 285).
Raccolgo ancora due riflessioni dal racconto di Cavadi:
  1. “Non può esservi conoscenza senza una comunità di ricercatori, né esperienza interiore senza comunità di quanti la vivono. Comunità s’intende in senso diverso da Chiesa o ordine”.
  2. Alle “domeniche di chi non ha chiesa” partecipano sia persone senza appartenenza ecclesiale sia cattolici e protestanti che frequentano abitualmente le rispettive comunità: “Questa convivialità delle differenze potrebbe risultare, in futuro, segno premonitore della società che ci aspetta: una società che riesca, finalmente, a gettarsi alle spalle delle contrapposizioni (tipicamente occidentali) fra in credere e il pensare”.

Seminari di teologia critica
Una volta al mese, “per quanti, soprattutto se lontani da appartenenze ecclesiali, desiderino un’occasione di studio e di conversazione senza barriere né reti di emergenza (...) per esplorare le tematiche teologiche in una prospettiva razionale, aconfessionale, laica nell’accezione più positiva e aperta dell’aggettivo”. Proposta accolta con entusiasmo da persone che, da sole, avevano trovato “difficoltà quasi insormontabili” a leggere certi testi teologici a causa del “linguaggio specialistico”.

Celebrazioni comunitarie
A poco a poco, grazie agli incontri periodici raccontati fin qui, “si è andato creando un giro di amici e conoscenti... che ha trovato spontaneo sperimentare – con lo stesso taglio e con la medesima intenzionalità -  l’invenzione di modalità inedite per celebrare nascite, matrimoni, morti”.
Senza seguire “rituali predeterminati”, ma anche senza “abbandonarci all’improvvisazione totale che comporterebbe distrazione e abbassamento di tensione emotiva”, hanno preparato delle tracce essenziali, lasciando che i presenti si esprimano liberamente.
La considerazione “complessiva” di Cavadi nasce dalla constatazione che ci sono persone che semplicemente disertano i luoghi del sacro e altre che si rassegnano a usufruire da “clienti” dell’offerta liturgica tradizionale. Lui ritiene che “ogni atto che non nasce da convinzione meditata, ma solo dal conformismo sociale, è poco dignitoso. Senza contare che perpetuare gesti ipocriti insegna a diventare ipocriti, a perdere fiducia in se stessi e negli altri” (p. 293).
E conclude augurandosi che un giorno diventi prevalente, anche nelle comunità cattoliche, l’idea “che trasformare le chiese in fabbriche del sacro e i preti in funzionari del divino, senza chiedere un percorso di conversione consapevole a giovani e adulti, davvero liberi di autodeterminarsi, è solo un modo per perpetuare gli equivoci e differire la scoperta della verità oggettiva”.Ho sentito questi stessi pensieri risuonare nelle parole di uomini e di donne – soprattutto di donne – che negli ultimi anni abbiamo incontrato e ascoltato: a Torino, a Roma, a Verona... e in tanti libri, articoli, online... Chiosando le parole di Giovanni Franzoni a Verona, durante il recente incontro nazionale delle CdB: “Non con un atto d’imperio il papa può eliminare il papato, ma lasciandoselo scippare”, penso che non saranno i preti a mollare la loro presa sul sacro: tocca a noi, uomini e donne in libertà, riappropriarcene. Come sempre.
Questa “comunità filosofica” animata da Augusto Cavadi mi sembra un segno dei tempi che cambiano e un’anima nuova non solo per la splendida terra di Sicilia.
Beppe Pavan

domenica 26 giugno 2016

"MOSAICI DI SAGGEZZE" SECONDO FABIO BONAFE'

“Il cristallo. Rassegna di varia umanità”,
anno LVIII, n. 1, aprile 2016-06-25


LA RECENSIONE DI FABIO BONAFE’

Augusto Cavadi,    Mosaici di saggezze. La filosofia come nuova antichissima spiritualità    
Diogene Multimedia, Bologna 2015, pp. 357, euro 25,00.

     La prima cosa che succede prendendo in mano questo libro è  scoprire che è un libro “quadrato”, 21 cm.  x 21 cm. : un formato che diremmo più tipico per un libro di fotografie o di altre immagini. La seconda cosa che troviamo è che si tratta di un enorme repertorio di citazioni, note e riferimenti bibliografici: infatti, leggendolo, si continua a sottolineare e a spostarsi da una parte all'altra, rimandati ad autori e libri da leggere o rileggere, che ritroviamo nelle ultime 50 pagine. Comunque sia, questo è un libro molto quadrato che disegna un articolato e appassionato percorso nel cercare di fare dell'amare la saggezza un modo di vivere, uno stile e una pratica di vita.
      In questa ultima frase stanno nascoste le due parole chiave del libro -  “filosofia” e “spiritualità” -  che si ritrovano subito nel sottotitolo. Difficile dire quale delle due sia oggi la più oltraggiata e screditata. Entrambe lasciano spesso perplessi, e a ragione. Nonostante il successo di iniziative turistico-culturali  (festival della filosofia e della spiritualità ce ne sono ormai diversi e assai frequentati) e di iniziative editoriali, spesso collegate a testate giornalistiche (libri e libretti che affollano gli scaffali e poi le bancarelle dei mercatini). Ecco, ciononostante, la filosofia pare restare un labirinto di grandi nomi e teorie fortemente inconcludenti, mentre la spiritualità, a parte la soffocante parentela con le pratiche religiose, sembra qualcosa di vezzoso, un lusso ambiguo e forse ipocrita, la scelta illusoriamente profonda e fintamente devota di chi ha già vissuto e forse si consola o si sta separando dalla vita (fosse pure buddhisticamente). Succede spesso che i professori di matematica facciano odiare ciò che insegnano, così avviene per molti che insegnano la filosofia a un pubblico coatto; peggio ancora è avvenuto per quelli che usavano lo spirituale come rimedio del carnale e fuga dalla vita. Ecco perché le due parolette del sottotitolo possono metterci a disagio, vi sentiamo ancora da una parte la tediosità scolastica stampata nell'animo adolescente e dall'altra l'aria chiusa e infelice della dottrina e del moralismo.
         Ma, se superiamo questo onesto ribrezzo e resettiamo i giusti pregiudizi, potremmo avvicinarci con vantaggio a questo libro quadrato, del quale forse sopportiamo poco anche il titolo. La parola saggezza richiama un po' la vecchiaia: quale giovane vuole essere saggio? Chi vorrebbe usare della vita con moderazione e prudenza? La saggezza sembra un estintore appeso nel corridoio di un ospedale, uno strumento atto a spegnere le passioni, a raffreddare l'amore, a rinnegare il coraggio e a deridere i sogni.  Eppure, c'è stato un tempo in cui ..., o, meglio, c'è la possibilità che addentare la vita con gusto e avidità sia cosa saggia. C'è la possibilità che lasciare il pubblico dei devoti che si commuovono alla vista del santo cadavere ed entrare nel lavoro sporco della vita e nella contraddizione contaminante dell'impegno sociale e degli affetti sia cosa pienamente umana: carne, corpo, spirito, mente, relazioni, sogni, sangue, errori e bagliori di felicità o sconfitte. Se si smette di cercare luoghi e recinti in cui depositare teorie di pensiero e ricerche di senso, se si smette di fare museo e archeologia, tabernacoli e convegni nei quali rispecchiarci e pubblicizzare il saputo e il creduto, forse si scopre che tutto questo era mezzo per vivere bene, non per credere di sapere, ma per vivere in mezzo agli altri, abbastanza uguali agli altri, con umiltà e con quanto basta di consapevolezza e di verità. Cioè quanto è transitoriamente e incertamente possibile.
          Alla fine sembra che qui non si sia detto quasi niente del libro di Cavadi, ma, se leggerete il libro, capirete che non è così. Avrete tra le mani un libro che rifiuta di far finta. Un libro che, se ve lo meritate, vi avrà dato gioia e tanta voglia di fare e di essere, non ancora di più, ma un po' meglio.
  Nelle mani di chi dovrebbe arrivare questo libro? Me lo sono chiesto. Ecco, proprio nelle mani di chi rifiuta di far finta, per esempio di chi rifiuta l'aziendalismo scolastico (quello delle formulette in inglese, delle sigle abbrevianti da POF in avanti, in cui solitamente si smarrisce la qualità e si fa finta di averla protocollata). Nelle mani di persone “cardio-dotate”, magari con l'animo dilettante, che provano diletto/piacere in quello che fanno. C'è molto disorientamento e molta sofferenza nelle vite normali, nella vita dei “sani”, e praticare percorsi di ricerca di senso e di consapevolezza è urgente oggi come al tempo di Socrate o di Buddha. Forse anche per questo sarebbe giusto assumere l'abito mentale del praticante più che del professionista, evitare lo sfolgorio dello spettacolo e del consumo (ma i festival di questo e di quello, non sono il surrogato moderno dei pellegrinaggi medievali e di altre pratiche pie? Anche se fatti in onore del Pil e sotto il controllo dell'assessorato al turismo e delle attività economiche?) e riprendere la responsabilità della condivisione.
     Il libro di Augusto Cavadi cerca di mostrare che la vera ricerca filosofica ha una significativa tradizione di cura della vita, e, in altre parole, di spiritualità. Il monopolio religioso della dimensione spirituale ha in qualche modo viziato e danneggiato la nostra storia. La caduta degli dei, la perdita di fedi e di mitologie, rischia di buttare nell'assurdo e nel nichilismo anche la vita degli uomini e le loro concrete speranze. Per questo motivo, e per altri ancora che si ritrovano dibattuti soprattutto nei primi dieci capitoli del libro, è necessario riprendere una tradizione filosofica già molto forte nell'antichità e poi smarritasi nel cristianesimo e nella modernità. Nel fare questo Cavadi, consulente filosofico e “filosofo di strada”, si ricollega al grande lavoro di Pierre Hadot (quello di La filosofia come modo di vivere, Einaudi 2008) e alla ricerca di Gerd Achenbach ( autore di Saper vivere e di La consulenza filosofica, entrambi delle edizioni Apogeo). Ma sono ancora molti altri gli autori/guida con i quali il libro si confronta: da Martha Nussbaum ad Hans-Georg Gadamer, da Hans Jonas a Jacques Ellul, senza escludere poeti e scrittori, sociologi, teologi e monaci buddhisti.
      Prima di concludere vorrei soffermarmi su una apparente obiezione: legare la “spiritualità”, nel suo senso più laico, alla filosofia e alla sua tradizione millenaria  non potrebbe farci credere che, messa da parte la spiritualità di carattere religioso, si debba passare a una spiritualità di carattere erudito, con tante letture da fare, corsi da seguire con diplomi e certificati finali? Non intendo certo fare l'elogio dell'ignoranza, anche se si possono elogiare la follia, la “dotta ignoranza” e lo spirito del principiante. Ci si può chiedere piuttosto se non esista già una “spiritualità” laica forse poco esplicitamente filosofica, diciamo pure incolta, ma non inconsapevole.  Come ogni uomo ha una vita interiore, allo stesso modo ogni persona può avere, collegata ad essa, una ricerca critica, un modo di valutare e distinguere il vero dal falso, separare i pregiudizi e i miti, collegati al proprio tempo e al proprio tornaconto, da una verità incerta e transitoria anch'essa, ma radicalmente coraggiosa e onesta, aperta.  Ecco, ho l'impressione che, da qualche parte del suo libro, Cavadi ci abbia già detto anche su questo qualcosa di utile.

                                                                                            Fabio Bonafé

martedì 16 febbraio 2016

BEPPE PAVAN SU "MOSAICI DI SAGGEZZE"




“Uomini in cammino”, 1, 2016

Augusto Cavadi, MOSAICI DI SAGGEZZE. Filosofia come nuova antichissima spiritualità, Diogene Multimedia, Bologna 2015.
 
Il libro ha catturato la mia curiosità “interessata” fin dalle dediche: “... agli amici con cui organizzo ... le Domeniche di spiritualità laica per chi non ha Chiesa”. La spiritualità non è “roba da Chiese”, da preti, da pastori... è di ogni uomo e di ogni donna; e la sera che l’autore lo ha presentato a Pinerolo eravamo tanti e tante “credenti senza Chiesa” ad ascoltarlo e a dialogare con lui e tra noi.

Un volume di quasi 300 pagine, corredato da 910 note, un indice dei volumi citati e uno dei nomi. Ma lasciamo perdere i numeri... Leggendolo (avevo il compito di presentarlo) vi ho colto un “filo rosso” in due parole: senso critico e spiritualità naturale, che lui presenta (pag 19) come “piacere di conoscere la realtà vera”. Tocca a ciascuno e a ciascuna scegliere di “incarnare” questo amore per la sapienza (filo-sofia), che la Bibbia ebraica ci dice essere uno dei volti del divino, del “divino che è in noi”, come ci raccontano le donne delle comunità di base – imparando sempre di più a praticare quel senso critico che è il “modo della nostra spiritualità”: la “laicità più radicale” (pag 12). Poi ho ritrovato due parole che mi sono care e preziose: consapevolezza e responsabilità, che sono i binari fondamentali su cui si snoda il cammino degli uomini che cercano di trasformare la propria maschilità per una nuova civiltà delle relazioni.

Cavadi, filosofo di strada (come ama definirsi) e professore di filosofia, ci fa accompagnare in questo percorso di conoscenza e di saggezza dal pensiero di centinaia di filosofi e di qualche filosofa, dall’antica Grecia ad oggi. In realtà cita poche donne, e la cosa mi ha turbato non poco. Poi ho riflettuto sul fatto che, per evitare che sia un mero vezzo intellettuale – purtroppo succede – quello di citare donne femministe dimostrando di averne letto i libri, è necessario incarnarne gli insegnamenti. In questo Cavadi mi sembra molto coerente: nel libro e nel dialogo con lui ritrovo l’ascolto, il partire da sé, la coerenza tra affermazioni e vita, la convivialità delle differenze, il rifiuto delle gerarchie... In un certo senso si dimostra continuatore dell’opera degli uomini raccontati da Gabriele La Porta in Il ritorno della Grande Madre: uomini che hanno traghettato la cultura matriarcale attraverso i secoli difficili e bui, grazie al fatto di essere uomini, accolti nei circoli intellettuali maschili e accettati dai loro congenri.

A volte citare e dichiarare la propria riconoscenza e il proprio riconoscimento a quelle donne provoca reazioni di chiusura e di silenzio. Meglio, quindi, concentrarsi sulla diffusione dei messaggi e sulla contaminazione delle pratiche di vita. E’ necessario anche, però, che tutto questo venga correttamente recepito e riconosciuto, anche dalle donne: che il non citarle non venga sempre interpretato come ignoranza, misconoscimento, supponenza patriarcale.

Mi sembra stimolante e illuminante la “proposta di Peter Handke”, citata da Augusto a pag. 15, “di intendere ‘ripetizione’ come sinonimo di ‘ritrovazione’ (un ritrovare ciò che si era perduto per farne risorsa creatrice di futuro)”. Cavadi lo dice a proposito delle “citazioni”, di cui fa uso abbondante nel libro. E continua, quasi a sostenere la sua scelta, con una dichiarazione di Plotino: “Questi discorsi non sono una novità... ma sono stati fatti da lungo tempo, sia pure non esplicitamente, e i nostri ragionamenti attuali si presentano solo come interpretazione di quelli antichi...”.

Antichi “come le montagne”, mi viene da dire, parafrasando Gandhi. Antichi come l’ordine simbolico della madre, che ha guidato il millenario (“milionario” bisognerebbe dire) processo di ominazione e di crescita della specie umana, e che solo recentemente è stato investigato e descritto e proposto alla nostra attenzione da Luisa Muraro, la cui “interpretazione” mi ha coinvolto e convinto: è l’ordine simbolico anche per noi uomini, radicalmente alternativo all’ordine patriarcale. E’ una “tessera di saggezza” che propongo ad Augusto Cavadi di inserire nei suoi “mosaici”.

bp  (Beppe Pavan)