venerdì 17 dicembre 2004

PATRIOTTISMO E CONTRADDIZIONI


“Centonove”, 17.12.04

Augusto Cavadi 

GUERRA, CANTA CHE TI PASSA 

In queste settimane, passando per centinaia di classi siciliane, i bidelli consegnano agli insegnanti l’ultima circolare dell’Assessore regionale. I giornali vi hanno accennato, ma solo leggendola con i propri occhi (è in bella mostra nel sito ufficiale www.regione.sicilia.it/beniculturali/pi) ci si può rendere conto della stagione da incubo che stiamo attraversando: “Il 12 novembre scorso  è stato celebrato l’anniversario dei caduti di Nassirya. (…) In un momento così tormentato in cui il terrorismo è divenuto una sorta di nuova guerra mondiale con effetti indistinti su tutta la popolazione, compresi donne, bambini e anziani, avverto la necessità di sottolineare che la scuola, più che mai, deve essere vissuta dai nostri ragazzi come centro della cultura e della vita.(…)  Recuperare il significato di alcuni simboli quali l’Inno di Mameli e la bandiera italiana, che contraddistinguono la nostra identità nazionale, non ha il significato della vuota retorica. Al contrario ciò si traduce per i ragazzi in una opportunità per recuperare la nostra tradizione, intesa come storia attraverso cui è possibile cogliere l’evoluzione dei valori, su cui si fonda la nostra cultura e la nostra identità. (…) Al fine di non rendere vane queste idealità  e di non disperdere la memoria della  recente visita  del nostro Presidente della Repubblica, mi auguro che i docenti delle scuole elementari e medie inferiori della Regione Siciliana vogliano favorire, attraverso la pratica del canto,  la  conoscenza  e la diffusione dell’Inno di Mameli, che è espressione alta dell’amore verso il nostro Paese”.
Alcuni insegnanti abboccano all’amo perché  gli si scalda il cuore al ricordo di quando erano piccoli e i loro maestri, stentando ad uscire davvero dal clima del regime in cui erano stati formati, li schieravano in palestra (magari con l’ausilio di qualche sano scappellotto) allineati e coperti. Ma altri insegnanti si guardano stupefatti.Devono spiegare ai bambini che il terrorismo è brutto e cattivo (e lo è) senza accennare al terrore esercitato da Stati ricchi che scatenano le guerre contro Stati che nulla hanno a che fare col terrorismo? Di essere fieri di appartenere a uno Stato che legittima e supporta l’uso di  “armi di distruzione di massa” contro  regimi accusati, a torto, di esserne detentori? Di dover cantare un Inno che, nel corso delle ultime due guerre mondiali,  ha accompagnato, alla morte (altrui e propria) milioni di concittadini mandati al macello da governi stupidi e immorali? Di dover cercare la loro identità civica in un pezzo di stoffa tricolore che sventola beffarda ai balconi di amministrazioni colluse e inefficienti; di istituti scolastici ignari delle norme di sicurezza, di igiene e di benessere; di ospedali pubblici degradati e degradanti per i malati che sono costretti al ricovero? Di dover essere orgogliosi di uno Stato che incoraggia gli evasori fiscali, premia i costruttori di ville abusive, alza la voce contro le trasgressioni dei miserabili per distrarre l’attenzione dai condoni per i potenti?  Di dover cantare in modo che gli passi anche solo la voglia incipiente di chiedere l’effettiva attuazione del diritto allo studio per i capaci e meritevoli, pur se economicamente sfavoriti? Tutto questo – per altro – senza un minimo accenno alla realtà effettiva della maggior parte delle scuole elementari e medie di città come Palermo o  Catania o Mazara del Vallo dove il multiculturalismo, il meticciato, il festival dei colori delle pelli e dei suoni delle lingue sono, per fortuna, un dato di fatto consistente e irreversibile. Dunque senza neppure il più vago sospetto che coltivare l’identità nazionale ha senso solo come presupposto e ponte verso la coscienza di essere cittadino europeo e, in ultima e decisiva istanza, cittadino del mondo. Sarà vero, come è stato autorevolmente sostenuto, che le tragedie della storia tendono a ripetersi e che la seconda volta hanno i caratteri della farsa. Ma qualcosa, in questo caso, ci impedisce di riderne.

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