venerdì 26 febbraio 2010

La chiesa cattolica e la mafia


“Repubblica - Palermo”
26.2.2010
COSA PUO’ FARE LA CHIESA CONTRO LA MAFIA
Mercoledì i vescovi italiani hanno pubblicato un documento interamente dedicato al Mezzogiorno. La notizia merita tre o quattro considerazioni. La prima è decisamente positiva: a poco più di vent’anni da un analogo documento, è importante che i vescovi cattolici dichiarino con toni chiari e forti che la questione meridionale non si è dissolta né tanto meno risolta. E che non si tratta di una questione locale, da riservare all’attenzione di antropologi curiosi di etnie arcaiche: l’intero sistema-Paese ne è corresponsabile quanto alle cause, ne paga gli effetti negativi e va coinvolto nelle strategie terapeutiche.

Una seconda considerazione: il giudizio sulla situazione attuale del Meridione non è certo lusinghiero. Di fronte ad uno sviluppo “bloccato”, i vescovi sostengono “la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento”, con attenzione particolare ai più deboli, “al fine di generare iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive”. Ma non si fanno illusioni: nonostante la retorica tracimante da documenti programmatici, comizi e dichiarazioni alla stampa, il ceto politico meridionale razzola male. Secondo la loro spietata diagnosi, “il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e dei governatori regionali, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”.
Altrettanto significativa una terza considerazione: “Il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale, aggravato da una crisi che non si lascia facilmente descrivere e circoscrivere, ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Ci si chiede, però, se un’analisi di questo genere non dovrebbe implicare una più netta presa di distanza dai governi di centro-destra che “l’egoismo individuale e corporativo” non si limitano a praticarlo (come pure avviene in aree vaste del centro-sinistra), ma lo teorizzano e ne fanno una bandiera programmatica. Non ha molto senso evidenziare la questione meridionale se non si denunzia, con altrettanta decisione, la questione settentrionale: senza l’edonismo, il cinismo, l’anarcocapitalismo, la miopia campanilistica e razzista, la corruzione sistemica del Nord…, la condizione del Sud sarebbe altrettanto grave?
Una quarta considerazione meritano i passaggi del documento della CEI dedicati alle “organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo forme arcaiche e violente ben collaudate di controllo sul territorio e sulla società”. Che la Conferenza episcopale italiana ribadisca che “le mafie sono la configurazione più drammatica del ‘male’ e del ‘peccato’ ”, è certamente da apprezzare. Molto meno, a mio avviso, che essa veda, in queste “strutture di peccato”, “una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione”. Una simile formulazione associa indebitamente illegalità sistemica e ateismo: ma si può dare per scontato che una società meno religiosa sia, per ciò stesso, una società meno etica? E, viceversa, si può dare per scontato che i mafiosi non siano sinceramente cattolici? Penso che la situazione sia molto più complessa. Per sintetizzare brutalmente quanto ho cercato di argomentare recentemente ne Il Dio dei mafiosi, ritengo che la teologia debba riconoscere che la cultura mafiosa sia imbevuta non solo di paganesimo e di religiosità popolare, ma anche di dottrina cattolica ufficiale ed ortodossa. E che dunque il compito più urgente per la comunità dei credenti è di rivedere radicalmente la sua interpretazione del messaggio evangelico in modo da liberarlo dalle scorie che, in venti secoli di dogmatismi e di moralismi, lo hanno reso irriconoscibile. La dottrina cattolica - con l’insistenza su temi assai poco evangelici come l’obbedienza gerarchica, l’intermediazione dei santi, l’enfatizzazione della famiglia, la sessuofobia - si presta troppo bene ad essere utilizzata ideologicamente dalle cosche mafiose. Qualora, invece, riscoprisse e rimettesse al centro i nuclei essenziali del vangelo di Gesù Cristo - la fratellanza, la giustizia, la solidarietà verso i deboli, la libertà di coscienza, il senso critico, la gratuità delle relazioni umane, la dignità della donna, la bellezza del cosmo - essa si renderebbe inutilizzabile da parte delle organizzazioni criminali. Anzi, potrebbe alimentare una vera e propria rivolta collettiva verso i mafiosi, i loro complici, i loro alleati.
Augusto Cavadi

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