mercoledì 9 giugno 2010

I possibili risvolti di una riforma scolastica sbagliata


“Centonove” 4.6.2010

SCUOLA, PARTITA A SCACCHI

Come nel resto del Paese, in questi giorni non c’è un collegio di docenti di scuole siciliane che non esprima dissenso nei confronti della riforma Gelmini. E’ molto probabile che l’intento principale - la ratio dicono i giuristi - di questa riforma sia inaccettabile: tagliare la spesa per l’istruzione pubblica statale (in analogia ad altri tagli della spesa sociale) per continuare a finanziare - a diverso titolo e con diversi accorgimenti - l’istruzione privata. E’ contro questa logica che - lo premetto per evitare equivoci - ho votato a favore del documento di ‘disobbedienza’ del mio liceo “G. Garibaldi” di Palermo e, pochi giorni dopo, ho aderito allo sciopero generale della CGIL. In politica però le intenzioni, le motivazioni di fondo, contano meno degli atti: le normative vanno valutate, essenzialmente, per ciò che sono e per ciò che comportano oggettivamente.
Se esaminate da questa angolazione, le proposte dell’attuale Ministro non sembrano così sballate come risultano alla stragrande maggioranza di docenti e dirigenti scolastici. E’ ovvio che ogni diminuzione del monte-ore di lezione implica diminuzione dei posti di lavoro per gli insegnanti: ma si può bocciare una riforma della scuola sulla base di argomenti socio-economici senza entrare nel merito pedagogico-didattico? E’ un dato storico che, soprattutto nel Meridione, la scuola sia servita troppo spesso, dalla fondazione della Repubblica ad oggi, come sbocco (di ripiego) per generazioni di laureati in cerca di prima occupazione: ma è questa una ragione sufficiente perché continui ad essere strumentalizzata a tale scopo?
Qualora, poi, si accettasse di discutere sui contenuti educativi, sarebbe evidente ciò che quasi nessuno sembra oggi ammettere: che nelle scuole secondarie superiori ci sono (almeno ufficialmente, sulla carta) troppe ore di lezione. Non sono in grado di discutere la questione per la scuola primaria (elementare) né per la scuola secondaria di primo grado (media ‘inferiore’): ma, nel quinquennio successivo, 5 o 6 ore di permanenza in aula sono troppe. Tanto più che ad esse vanno aggiunte almeno altrettante ore di studio a casa per prepararsi alle verifiche del giorno dopo. A quale adulto in una civiltà progredita si impongono 10 - 12 ore al giorno di fatica per sei giorni su sette?
Insegnanti e alunni lo sanno così bene che ricorrono a ogni genere di espediente per mitigare la crudeltà di questo meccanismo stritolatore che produce, quasi infallibilmente, rigetto per la vita intellettuale, la creatività artistica e la progettualità tecnica. Gli alunni hanno a disposizione strategie ormai collaudate: prepararsi una o due ‘materie’ al giorno e accantonare totalmente le altre. Quando anche questa poca applicazione allo studio riesca pesante, marinano del tutto la scuola l’indomani (falsificare una ‘giustificazione’ o ottenere la ‘comprensione’ di uno dei due genitori non è certo difficile).
Con il tacito accordo dei professori, poi, ci sono mille modi per scongiurare il burn out: si rosicchiano minuti prima di entrare in aula; poi tra una lezione e l’altra; poi si allunga la ricreazione; poi si smette di lavorare anticipatamente rispetto alla campana finale…Si inventano attività parascolastiche non soltanto valide e congrue (ci sono pure queste, per carità!), ma anche bizzarre e fuorvianti rispetto a obiettivi seriamente formativi. Si mantengono in vita spazi di democrazia (assemblee di classe e di istituto) ridotti alla caricatura di sé stessi: occasioni di ricreazione supplementare, involucri privati delle istanze originarie di partecipazione politica. Per non parlare di improbabili viaggi di istruzione (spesso privi di preparazione culturale, prima, e di approfondimento critico, dopo) o, peggio ancora, di astensioni in massa dalle lezioni in occasione di manifestazioni di protesta (anche le più sacrosante) a cui partecipano, effettivamente, sparute minoranze di alunni più coerenti. Insomma: la riduzione del monte - ore annuale di lezioni è già operato, nei fatti e selvaggiamente, dalla tacita complicità della stragrande maggioranza dei protagonisti della vita scolastica.
A fronte di questo caos diseducativo, subdolamente alimentato da giovani e adulti, sarebbe molto più realistico e costruttivo ritornare all’essenziale. Primo: 3 ore di lezione + 5 ore di studio quotidiano a casa (otto ore di tensione mentale in età adolescenziale non sono certo poche). Secondo: dislocare nella fascia pomeridiana quegli insegnamenti che, distribuiti a casaccio nelle ore mattutine, vengono attuati in maniera penalizzante per essi stessi e per le altre discipline (penso all’educazione fisica sminuzzata un’ora qua e un’ora là o all’insegnamento della religione cattolica e alla farsa delle attività didattiche alternative per chi decida di non avvalersene). Terzo: raddoppiare gli stipendi ai docenti in modo da renderne appetibile la professione anche ai laureati più brillanti, ma affidarne il reclutamento a organismi professionali (sul modello del Consiglio superiore della magistratura) che abbiano l’interesse e la dignità di non imbarcare oves et boves inflazionando e svalutando la figura dell’insegnante. Quest’ultimo provvedimento è, ordine logico e di valore, prioritario: disputare sulla quantità delle ore di insegnamento senza sfiorare l’aspetto della qualità è solo un’ipocrisia colossale a cui nessuno (dal governo ai genitori, passando per i dirigenti scolastici, gli insegnanti e gli alunni) si sta sottraendo in questi giorni.

Augusto Cavadi

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