lunedì 12 settembre 2011

Chiesa cattolica, risorgimento italiano e Sud


“Repubblica – Palermo”
3 luglio 2011-08-31

LA CHIESA CATTOLICA E L’UNITA’ D’ITALIA
QUEI PROBLEMI DEL SUD CAPITI CON MOLTO RITARDO

Come si è giunti al superamento di anacronistiche contrapposizioni fino ad affermare – a 150 anni dall’Unità – un rapporto di reciprocità tra l’Italia e la Chiesa? Qual è stato l’atteggiamento della Chiesa cattolica italiana nei confronti della “questione meridionale”? Sono le due domande principali che si pone, “non certo da storico, ma da pastore”, mons. Mariano Crociata (già prete della diocesi di Mazara del Vallo e docente di teologia a Palermo, poi vescovo a Noto e, infine, attuale segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana) nel piccolo ma denso volume I cattolici, l’Unità d’Italia e la questione meridionale (edito da “Il pozzo di Giacobbe”, Trapani 2011, pp. 78, euro 7) che è stato presentato per la prima volta ai visitatori del recente Salone internazionale del libro di Torino.
Ma vediamo un po’ più analiticamente. Nella prima parte del testo il portavoce della Cei (che, ovviamente, qui scrive a titolo strettamente personale) sostiene che “la forma conflittuale”, tra Stato liberale unitario e Chiesa cattolica, che “il processo di unificazione ha indubbiamente preso, non solo non è da addebitare unicamente alla posizione assunta da papa Pio IX, ma richiede una importante integrazione per essere adeguatamente compresa”. Infatti non si dovrebbe dimenticare che fu il medesimo papa, anni prima, a elettrizzare gli animi dei patrioti con la celebre Allocuzione del 10 febbraio 1848: “Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele sempre questo dono di tutti preziosissimo, la fede!”. Proprio questa formula, però, meriterebbe una riflessione più approfondita: essa rivela, infatti, una ambiguità di fondo che – sino ai nostri giorni – non mi pare sufficientemente dipanata. Da una parte, infatti, è vero – come scrive Crociata – che la preghiera attesta che Pio IX fosse non tanto avversario dell’unità della nazione quanto preoccupato dell’autonomia della Chiesa; ma, dall’altra parte, non è altrettanto vero che, nell’ottica del papa, lo Stato italiano dovrebbe farsi custode e promotore della fede cattolica? In altri termini: la radice della conflittualità in questo secolo e mezzo non sta forse in una idea falsa della ‘laicità’, intesa da alcuni liberali ottocenteschi come anticlericalismo e agnosticismo (ed è un errore) e dalla stragrande maggioranza del clero come intollerabile diritto di libertà di coscienza dei cittadini e come inaccettabile dovere dello Stato di rispettare anche praticamente tale libertà (e questa posizione ecclesiastica è un errore almeno altrettanto grave)?
Nella seconda parte del testo l’autore si mostra meno condizionato da preoccupazioni diplomatiche. Infatti non ha remore nel far proprie alcune analisi critiche di storici contemporanei che, riflettendo sull’atteggiamento del mondo cattolico italiano dal 1861 al 1944, scrivono: “La ‘questione meridionale’ non fu mai oggetto di dibattiti nelle Chiese e, tantomeno, a Roma. I cattolici, infatti, avevano ignorato i dibattiti sui problemi del Sud che pur impegnarono i rappresentanti dell’intellettualità del Paese” (Pietro Borzomati). E anche: “Non che le cento Chiese meridionali non conoscessero le difficoltà quotidiane dei contadini, il loro rapporto secolare con la terra, la conflittualità latente o meno col mondo feudale che stentava a scomparire, la miseria dilagante e la piaga dell’emigrazione e tnti altri problemi; li conoscevano perché gran parte del clero meridionale, per secoli, aveva vissuto in parallelo le stesse situazioni, era stato legato alla terra non meno profondamente del contadino, aveva lottato costantemente contro i soprusi dei signori. Tuttavia non c’erano la coscienza e la mentalità adatte, le condizioni generali e la sensibilità necessaria e, se si interveniva, il tono era sempre paternalistico e consolatorio. E’ vero, ci sono stati i preti sociali, qualche vescovo sociale, che non si sono persi in sterili discussioni ma che hanno agito e offerto a una parte dei ‘vinti’ mezzi di riscatto che si chiamavano cooperative, casse rurali, circoli associativi, leghe ecc., ma mancava la complessiva consapevolezza di trovarsi di fronte a una emergenza nazionale e a un problema più vasto e generale” (Vincenzo De Marco).
Soltanto nel secondo dopoguerra si registrano i primi documenti ‘ufficiali’ sulla questione meridionale: da parte dei vescovi pugliesi (1944) e dei vescovi calabri (1945). Tacciono invece i vescovi siciliani. Anzi, quando tutto l’episcopato dell’Italia meridionale edita il documento I problemi del Mezzogiorno (1848), l’arcivescovo di Palermo, Ruffini, vietò la firma ai pastori isolani.
Considerato nella sua globalità, questo contributo di mons. Crociata costituisce un’istruttiva riflessione nella quale l’analisi di ritardi e omissioni, anche da parte della Chiesa cattolica, più che occasione di recriminazione, diventa stimolo a nuova assunzione di responsabilità da parte delle regioni meridionali e dell’intero Paese nell’orizzonte della sfida che si profila davanti: “riconoscerci tutti italiani e decidere di continuare a volerlo essere sapendo che i problemi del Paese o si affrontano insieme o non si affrontano affatto”.

Augusto Cavadi

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