venerdì 23 settembre 2011

Venti anni fa, Libero Grassi


“Centonove”, 2.9.2011

XX anniversario dell’assassinio di Libero Grassi
“La collusione con le imprese mafiose distorce il compito dell’imprenditoria sana, perché non consente di svolgere una parte attiva nella società, di costruzione insieme di sviluppo e di civiltà; piuttosto in tal modo si partecipa attivamente alla distruzione della società”. Autore della dichiarazione: Libero Grassi. Luogo: Aula consiliare di piazza Pretoria. Destinatario diretto: Giovanni Albanese, presidente dei piccoli imprenditori di Palermo (che, a proposito di un attentato a Brancaccio, aveva ipotizzato la mano del “terrorismo internazionale”). Data: 4 maggio 1991. Pochi mesi dopo, il 29 agosto, Libero Grassi avrebbe pagato con la vita la lotta simultanea contro tre fronti: i ricatti delle cosche mafiose, la sordità delle istituzioni politiche, l’apatia succube dei colleghi imprenditori.
Le dichiarazioni di Grassi (insieme agli altri interventi della tavola rotonda in cui furono pronunziate), sono state ripubblicate in questi giorni in un denso pocket dell’editore Di Girolamo e il XX anniversario del vile assassinio rende inevitabile azzardare un bilancio della situazione . Da una parte si ha la mesta sensazione che questi venti anni siano passati invano (o quasi del tutto invano, nonostante i tanti eroi assassinati nel frattempo affinché la Sicilia voltasse davvero pagina): gli imprenditori siciliani o pagano o emigrano, gli imprenditori settentrionali o si ‘ambientano’ seguendo il consiglio del loro conterraneo Lunardi (quello che “con la mafia bisogna convivere”) o ritornano a casa. In ogni ipotesi, è l’incremento produttivo ed economico del Meridione a essere danneggiato. Come segnala Tano Grasso proprio nel contributo a questo volumetto, “ancora oggi l’area dell’opposizione alle mafie è costituita da una minoranza assoluta. Gli imprenditori che denunciano sono un’avanguardia. Se va bene, per uno che denuncia ce ne sono nove che continuano a pagare il pizzo; se va male il rapporto è uno a cento, se non a mille. E poi c’è il Nord dell’Italia con imprenditori che sembrano essere arretrati di venti anni, insensibili alla prospettiva della collaborazione con le istituzioni”. Già, il Settentrione del Paese. Scrivo queste righe ai confini fra Lombardia e Piemonte ed è impressionante, proprio perché inatteso, con quanta frequenza le cronache locali raccontino di arresti di esattori di pizzo, processi ad amministratori legati a clan siciliani e calabresi, persino interi Comuni commissariati per mafia. Alla festa della Lega a due passi da Bergamo (a cui ho avuto il privilegio di partecipare clandestinamente e con il supporto decisivo di un mio collega della zona che faceva da interprete) mi sarei aspettato da Bossi e Calderoli almeno un accenno a questa emergenza sociale e un invito al pubblico - alticcio e distratto – a rivolgersi alle istituzioni per contrastarla: invece nulla. L’allarme sicurezza viene dai disperati dei barconi del Canale di Sicilia, non dai criminali in giacca e cravatta che riversano nelle banche del Nord il denaro rapinato ai piccoli e medi imprenditori del Sud e ora anche del Nord. D’altronde, bisogna pure capire la povera dirigenza del Carroccio: si trova a dover difendere la Padania dalla mafia governando fianco a fianco con quel politico che, per anni, essa stessa ha appellato affettuosamente come “il mafioso di Arcore”. Hanno poco da ripetere, come una cantilena, che “l’Italia sta andando a picco e la Padania si salverà con la secessione”: persino il più ingenuo boscaiolo della Val Brembana si chiede, ormai, chi - e con chi – ha provocato il naufragio.
La situazione complessiva, dunque, se non si misura a morti ammazzati per strada, non è per nulla rosea. Tuttavia – è lo stesso leader dei comitati antiracket ad affermarlo – “se si guarda al tempo trascorso da quella mattina del 29 agosto del 1991 ad oggi; se si pensa al modo in cui si guardava il commerciante che si opponeva al pizzo e a come lo si guarda oggi; bene, con onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che oggi siamo in un altro mondo”. E lo siamo anche grazie a nuove forme di associazionismo “antieroico” sul modello di “Addiopizzo”, “Libero Futuro” e “Professionisti Liberi” . Insomma, la bottiglia è - secondo l’immagine ormai abusata – per metà piena e per metà vuota. Il progetto proclamato a caro prezzo da Libero Grassi è avviato, ma la sua realizzazione resta ancora davanti a noi: “Abbiamo un comune obbiettivo da proporci: che il 99% del nostro territorio che è in mano alla mafia non lo sia più”.

Augusto Cavadi

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