sabato 28 luglio 2012

Il vescovo di Agrigento nega il funerale al mafioso...


...e la direttrice di “Centonove” mi ha chiesto un breve riassunto delle… puntate precedenti.

“Centonove” 20.7.2012
Chiesa cattolica e mafia: tre fasi, tre atteggiamenti

Lo Stato italiano e la mafia sono coetanei. Da poco hanno festeggiato i 150 anni d’età, anche se non tutti gli invitati alla festa siamo altrettanto entusiasti. E la chiesa cattolica che bilancio può fare a proposito? Se procediamo a colpi d’ascia - senza andare troppo per il sottile – possiamo distinguere tre fasi. Nella prima, la più lunga, la chiesa cattolica ritiene che il derby fra Stato italiano e Cosa nostra non la riguarda: è una questione ‘mondana’, terrestre, ed essa deve occuparsi (almeno ufficialmente) del destino soprannaturale delle ‘anime’. Un documento eloquente di questa prima fase (1861 – 1965) è la famigerata Lettera pastorale del cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo: la mafia non è una piaga siciliana, le vere piaghe sono romanzi come Il gattopardo, partiti come il PCI e sociologi come Danilo Dolci.
Ma dopo la morte di Ruffini, anche per adeguarsi agli stimoli di altre chiese cristiane come la Chiesa valdese, la Chiesa cattolica entra in una seconda fase (1966 – 1993): non si può restare neutrali a guardare, dagli spalti, come finisce la partita fra guardie e ladri. Anche perché tra le ‘guardie’ non ci sono soltanto esponenti della Sinistra o, comunque, estranei alla comunione ecclesiale (quali Peppino Impastato o Gaetano Costa o Giovanni Falcone): ci sono cattolici di assoluta fedeltà interiore e di quotidiana pratica religiosa (come Paolo Borsellino, del cui martirio si celebra il ventesimo anniversario proprio in queste ore). Come testo-simbolo di questa seconda fase possiamo scegliere il noto grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento. Esso ci restituisce sia il positivo che il negativo di questa fase. Il positivo: il capo della Chiesa cattolica in prima persona urla la propria condanna della mafia. Il negativo (o, per lo meno, l’insufficiente): la condanna è diretta alla mafia militare, alla mafia che spara e che uccide, ma il papa ignora che si tratta di un sistema di dominio più complesso (con tasselli economici, politici, persino culturali). Pochi mesi dopo Agrigento (e secondo qualcuno non senza collegamento con Agrigento) la mafia uccide don Pino Puglisi a Palermo e don Peppino Diana a Casal di Principe. Non è più soltanto un regolamento di conti fra le armi dello Stato repubblicano e le armi delle cosche mafiose e camorriste, non è soltanto uno scontro fra eserciti in guerra: è un conflitto fra egemonie territoriali. La mafia vuole il monopolio non solo dei traffici illegali e legali, ma anche delle coscienze. La Chiesa cattolica comincia a intuire ciò che solo alcuni preti e alcuni vescovi più intuitivi avevano da decenni detto e proclamato: che essa deve o rinchiudersi nelle sacrestie e assistere, da testimone muta e cieca, allo spadroneggiare della mafia nei quartieri oppure contrastare, su tutti i piani (compresa la educazione permanente e ricorrente dei cittadini, non soltanto minori d’età), la pretesa assolutistica delle cosche (che vogliono governare il territorio, non viverne ai margini). Questa terza fase (dal 1993 a oggi) è in corso d’opera e aperta agli esiti più disparati. Ombre inquietanti e luci confortanti l’attraversano.
Da una parte, infatti, milioni di sedicenti cattolici (anche cristiani?) votano Cuffaro e Lombardo per evitare che la Borsellino o la Finocchiaro arrivino alla presidenza della regione: come se bastasse prendere le distanze dai mafiosi che sparano e non anche dai loro amici, dai loro referenti politici, dai loro interlocutori comprensivi. Dall’altra, però, padre Pino Puglisi viene proclamato beato e martire della fede (dunque ucciso dai mafiosi non per accidens, ma proprio in quanto discepolo di Cristo e suo apostolo) e, pochi giorni dopo, l’arcivescovo di Agrigento nega il funerale liturgico al cadavere di un mafioso (compiendo un gesto apparentemente logico, ma storicamente inedito). Si va, forse, verso lo scioglimento di equivoci secolari: anche i mafiosi hanno un proprio Dio, ma non coincide più con il Dio dei cattolici.

Augusto Cavadi

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