martedì 26 settembre 2017

LA PSICOTERAPIA DEL BENESSERE SECONDO GIOVANNI FAVA


“Centonove”   21.9.2017

E SE LO PSICOTERAPEUTA SI CONCENTRASSE SUL BENESSERE DEL PAZIENTE?

   Già a metà degli anni Novanta del secolo scorso Giovanni Fava formulò l’ipotesi che, a lungo termine, i farmaci anti-depressivi potessero non solo perdere d’efficacia ma, addirittura, cronicizzare la malattia (un po’ come accade con il “paradosso degli antibiotici” per il quale “gli agenti più efficaci nel trattamento delle infezioni batteriche sono anche la causa principale della selezione e della diffusione di forme resistenti”). Un’ipotesi che, ovviamente, andava e va “controcorrente rispetto alla propaganda farmaceutica”. Da qui la necessità di sostituire, o per lo meno d’integrare, il trattamento farmacologico con un approccio psicoterapeutico. Come racconta nel suo recente Psicoterapia breve per il benessere psicologico (Cortina, Milano 2017, pp. 178, euro 19,00), Fava adottò – con qualche successo ma non senza insoddisfazione – la pratica della terapia cognitivo-comportamentale (TCC) che gli confermò l’intuizione, oggi più condivisa, che “la guarigione non è semplicemente l’assenza della malattia, ma richiede anche la presenza del benessere”; che – detto in termini equivalenti – “l’obiettivo della psicoterapia non era necessariamente la riduzione dei sintomi, ma piuttosto l’aumento del comfort personale e del senso di efficacia”.
 Per raggiungere questo obiettivo l’autore elabora una sua metodologia, la Well-being therapy (WBT) o “Terapia del benessere”, di cui in questo testo espone il processo di validazione e una serie di esemplificazioni (solitamente scandite in un numero limitato di sedute quindicinali: orientativamente fra quattro e dodici). La terapia nasce, originariamente, per evitare le ricadute dei pazienti soggetti a depressione (anche bambini e adolescenti), ma è stata ed è applicata a varie patologie come l’oscillazione dell’umore, il disturbo d’ansia generalizzata, il panico, l’agorafobia, le sofferenze da stress post-traumatici (comprese violenze subite); anzi, “il protocollo basato sulla WBT potrebbe essere utile per promuovere meccanismi di resilienza e di benessere piscologico” anche in contesti educativi, come scuole e comunità, oltre che in ambiti non ancora esplorati come patologie croniche inguaribili, disturbi del comportamento alimentare, invecchiamento.
   Come si evince da questi brevi cenni il libro è destinato, primariamente, agli psicoterapeuti (specie se provenienti dalla psichiatria), ma è istruttivo anche per quanti, come me, operano in settori professionali differenti, per almeno due ragioni. Innanzitutto per conoscere ciò che germoglia di nuovo su un versante terapeutico in modo da potersi orientare, in caso di necessità propria o altrui. Poi – ma questo è un motivo legato alla mia biografia – per il piacere di constatare che la filosofia non cessa di costituire una miniera preziosa per quanti, pur specialisti rigorosi in un ramo scientifico, non si rassegnano acriticamente a chiudersi in esso. Fava conclude infatti così il suo manuale pionieristico (dove per altro non mancano riferimenti alla ricerca di un senso della vita)  : “L’obiettivo della WBT potrebbe sembrare ambizioso. Come il filosofo latino Seneca mette in guardia nel suo scritto De vita beata, tanto più inseguiamo la felicità, tanto più diminuiranno le probabilità di raggiungerla. La felicità non è tutto e per coglierla è necessario avere un felicitatis intellectus”,  una comprensione di cosa sia davvero.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
  

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