venerdì 1 agosto 2008

RELIGIOSITA’ E PAURA


Centonove 1.8.08

SE LA POLITICA SFRUTTA I SENTIMENTI

Il mondo della politica e la sfera dei sentimenti privati: due universi paralleli? La risposta può solo essere calibrata, di volta in volta, in contesti storici e geografici precisi. Grosso modo, si potrebbe dire che, nel secolo delle ideologie da poco trascorso, la politica mostrava il volto duro dei grandi ideali di libertà o di giustizia o di patria rispetto ai quali il privato - la soggettività individuale - andava spietatamente subordinato. Il ‘68 suonò però un primo campanello d’allarme: è proprio sicuro che il ‘personale’ non abbia nulla a che fare con il ‘politico’? Su questo tasto ha insistito, tra fatiche e contraddizioni, il femminismo occidentale: una politica che ignori i sentimenti è monca, fallimentare, proprio in quanto politica, cioè impegno trasformativo per una città migliore.

Con il XXI secolo il ceto politico, preoccupato di non trovare ascolto fra la gente, si è fatto più attento al mondo dei sentimenti: per ascoltarli, decodificarli e predisporre risposte confacenti oppure per cavalcarli e strumentalizzarli? Quanto sia scottante e attuale tale interrogativo ce lo dicono le cronache siciliane e nazionali quasi ogni giorno. Due sono i sentimenti più sfruttati, sui quali si fa leva per raccogliere consenso: la religiosità e la paura.
La religiosità (in Italia identificata un po’ frettolosamente con l’adesione ad una delle tante possibili confessioni di fede) si mostra più resistente a scomparire di quanto autorevoli profezie sociologiche non abbiano previsto negli scorsi decenni: sarà perché è una dimensione costitutiva dell’essere umano o anche solo perché, come sosteneva Marx, sino a quando ci sarà sofferenza sociale non potrà spegnersi “il sospiro della creatura oppressa”. Questo lo sanno bene quei presidenti di governi regionali che ‘consacrano’ alla Madonna di Siracusa l’isola che dovrebbero amministrare con equità, senza discriminazioni confessionali tra i cittadini. O anche quei presidenti del consiglio dei ministri che si genuflettono di fronte al papa, “prostrandosi - ha osservato il prete e teologo genovese don Paolo Farinella, intervistato da “Adista” - in un baciamano che somiglia più a rappresentazioni di stampo mafioso che non a un atto di devozione sincera”. E l’incontro pubblico “fra una politica genuflessa ed una Chiesa imperiale” - ha commentato, sulla stessa agenzia di stampa, il parroco abruzzese don Aldo Antonelli - “rende evidenti tante cose”. Tra l’altro, rende evidente - a mio avviso - che le gerarchie ecclesiastiche preferiscono, in questa fase, strumentalizzare i politici non minacciando scomuniche e usando le maniere ‘forti’, ma corteggiandoli, ricevendoli in Vaticano con tutti gli onori e senza sollevare critiche (anzi assumendo come consiglieri della politica estera gli stessi consiglieri, come Kissinger, già al servizio dei potenti di questo mondo): ciò ha fatto scrivere una volta all’attuale vescovo di Trapani, in una lettera privata ad un’associazione di teologi milanese, che l’episcopato italiano - come l’Esaù biblico - sta vendendo la primogenitura per un piatto di lenticchie. Del tutto simile la tattica dei dirigenti politici nei confronti della gerarchia ecclesiastica: si prostrano per poter cavalcare meglio la credibilità (residua) dei papi e dei vescovi davanti a cui si inginocchiano.
Un altro sentimento radicato nella struttura antropologica è la paura. E, come tutti sentimenti, non ascolta ragioni. Puoi benissimo dimostrare, statistiche alla mano, che il numero degli omicidi, dei ferimenti, delle rapine e dei furti - in un determinato lasso di tempo - diminuisce: niente da fare. Se un delitto viene ripreso e amplificato, per così dire da porta a porta, la gente impara a percepire come minacciosi il vicino di casa, il lattaio e persino la mamma che dorme nella stanza accanto. Così può capitare che governi nazionali enfatizzino la microcriminalità all’angolo della strada per distrarre l’opinione pubblica dalle decisioni macroscopicamente minacciose nei riguardi della convivenza pacifica fra i popoli (a livello di politica estera) e dell’amministrazione della giustizia (nell’ambito della politica interna).
E’ possibile una politica che ascolti i sentimenti
senza servirsene per i propri interessi? Alla riflessione, pluralistica e schietta, su questi temi la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” ha deciso di dedicare il suo tradizionale seminario estivo. Si è svolto presso il Convento dei Frati francescani di Gibilmanna da venerdì 11 a domenica 13 luglio. Dopo un primo giro di opinioni fra i partecipanti, gestito da Francesco Palazzo e Pietro Spalla, si è avuta una discussione a partire dalla relazione di Giuseppe Savagnone su “Il sentimento religioso e la politica” e, successivamente, un’altra discussione introdotta da Andrea Cozzo e Roberto Tagliavia su “Il sentimento della paura e la politica”.
Il primo, prestigioso esponente del mondo cattolico italiano, ha sostenuto la necessità di riconciliare logos e pathos, pensiero e amore, ragione e sentimento. In un contesto in cui questa circolarità virtuosa venisse attuata, si capirebbe meglio la sostanza positiva dell’appello di Ratzinger (anche a Ratisbona) a confrontare le diverse proposte etiche, anche da parte delle religioni monoteistiche, sul piano ‘laico’ del confronto razionale. Savagnone (forse per amore di sintesi, forse per scelta tattica) non ha però precisato che, nell’ottica cattolica, questo confronto razionale è viziato da una pregiudiziale: che, se nel dibattito un interlocutore arriva a conclusioni che il magistero ecclesiastico reputa incompatibili con la dogmatica da lui stabilita ‘infallibilmente’, viene accusato non solo di avere poca fede (come se la fede fosse essenzialmente adesione ad un pacchetto di verità soprarazionali), ma anche di essersi allontanato dalla ‘retta’ ragione. Insomma, viene bollato come ‘eretico’ (se pretende di dirsi cristiano) e come cattivo ‘ragionatore’ (se ha almeno il buon senso di dichiararsi a-cristiano). Siamo proprio sicuri, dunque, che basta appellarsi di principio al metodo razionale per non essere, di fatto, dei fondamentalisti? Non chi dice “ragione, ragione” entra, per ciò stesso, nel regno dei liberi.
Andrea Cozzo, tra i più noti ed attivi esponenti del movimento nonviolento in Italia, ha voluto mostrare, con esempi concreti, la tendenza attuale a non saper gestire la propria ‘angoscia’, personale e collettiva, trasformandola - dunque - in ‘paura’: l’angoscia infatti è indeterminata, la paura ha oggetti precisi. E quando gli oggetti concreti non esistono, bisogna inventarseli. La politica, con la complicità dei media, riesce benissimo a favorire questa trasformazione dell’angoscia (al singolare) in paure (al plurale): anzi, in questo momento, fa di tutto per enfatizzare alcuni motivi di insicurezza (la microcriminalità, i comportamenti illegali di alcuni zingari…) pur di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai pericoli più gravi (le guerre, le mafie, la corruzione ai vertici dell’amministrazione…).
Roberto Tagliavia, funzionario che da anni lavora presso il gruppo parlamentare PCI/PDS/DS/PD all’Assemblea regionale siciliana, ha messo in guardia dai pericoli del fondamentalismo in politica: a suo avviso, le diverse visioni del mondo e della vita presenti nella società devono contribuire al dibattito pubblico sui diversi temi dell’agenda politica ma, quando si perviene al momento di legiferare, l’apparato statale deve trovare soluzioni che, per quanto possibile, rispettino gli orientamenti etici di ciascun gruppo sociale (etnico, religioso o altro). Altrimenti si andrà incontro al gravissimo rischio per la democrazia che ogni maggioranza imponga alla minoranza un’etica che la minoranza, una volta diventata maggioranza, abolirà e sostituirà con un’etica opposta. Ma le leggi, una volta promulgate con il massimo di condivisibilità teorica, devono poi essere praticamente rispettate: lo Stato di diritto è uno Stato in cui tutti possono ‘leggere’ le regole (leges) affisse al muro, ma nessuno può violarle impunemente. Neppure “le alte cariche dello Stato”; anzi, queste meno di chiunque altro.
Domenica mattina, infine, una Tavola rotonda - aperta agli interventi di tutti i partecipanti - ha chiuso l’intensa terna di giornate. E’ stato un tentativo di offrire a quanti sono impegnati attivamente in politica una pausa di meditazione rilassante, lontano dalle polemiche di bottega e dalle furbizie di giornata. Ma anche, e soprattutto, di offrire ai cittadini-elettori un’occasione di consapevolezza critica: se qualcuno specula sui nostri sentimenti è perché noi glielo consentiamo per superficialità e distrazione. Se qualcuno ci manca di rispetto, quasi sempre dipende dal fatto che noi per primi abbiamo scarso rispetto per la nostra dignità di persone.

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