venerdì 5 settembre 2008

UN PERSEGUITATO DALL’INQUISIZIONE


Centonove 5.9.08

HEI, TI RICORDI DI “GENTILI”

Attraversiamo vie e piazze, frequentiamo anche per anni una certa scuola, ma i nomi dei personaggi a cui questi luoghi sono intestati ci rimangono dei segni a metà: non ci accompagnano verso niente. Per noi palermitani questa regola sociologica ammette poche eccezioni: Vittorio Emanuele (a proposito: II o III?), Garibaldi, Cavour, Mazzini, Leopardi, Dalla Chiesa e qualche altro nome. Ma, per esempio, chi era Alberico Gentili? Perché gli è stata dedicata una rara oasi di verde fra il viale della Libertà e via Duca della Verdura (titolo intrigante di cui sconosciamo, in genere, il soggetto storico originario)? Perché gli è intestata una delle scuole medie statali più “in” della città?

L’anno in corso è propizio a soddisfare qualcuna di queste curiosità perché Alberico Gentili si è spento a Londra nel 1608, proprio quattrocento anni fa. Nella stessa città in cui si era dovuto rifugiare con la famiglia perché l’Inquisizione cattolica in Italia era molto attiva (basti ricordare che nel febbraio del 1600, a Roma, è stato acceso il rogo in cui è bruciato vivo Giordano Bruno), specie con chi sosteneva tesi filosofico-giuridiche scomode nei confronti dei potenti del tempo. Allora, infatti, dominava la convinzione che Dio stesso costituisse la fonte unica ed assoluta del potere politico; che il sovrano fosse la fonte delle leggi (ciò che piace al re è norma vincolante per i sudditi) e che, proprio per questo, egli stesso non vi si dovesse sottomettere (immunità per la più alta carica dello Stato e per le persone a lui più vicine). Come ognuno può ben giudicare, insomma, una sequela di teoremi di cui oggi non c’è traccia né nel dibattito pubblico né, tanto meno, nella pratica politica dei governanti…
Alberico Gentili fu tra i pochi intellettuali europei - insieme al tedesco Giovanni Altusio e all’olandese Ugo Grozio - a contestare una tale teoria politica che faceva dipendere i diritti dei cittadini dalla volontà, e qualche volta dal semplice capriccio, del sovrano. Da qui la sua contro-proposta: il potere di stabilire le leggi e di amministrare secondo le leggi stabilite non si fonda immediatamente sul “diritto divino” (Dio è, se mai, principio remoto e generale della natura e della storia), bensì sull’uso collettivo della ragione. E’ perché siamo esseri pensanti che ci accordiamo nel determinare alcune regole essenziali di convivenza sia nei tempi di pace che, persino, nei tempi di guerra. Questa proposta di trovare una fondazione razionale dell’organizzazione politica ha anche un nome: giusnaturalismo. Nella sua versione moderna - da distinguere, pur in considerazione di alcune importanti affinità, dalla versione greca e dalla versione medievale - esso realizza il progetto di ricondurre tutti gli atti della società e degli individui a poche, ma semplici e chiare, norme razionali direttamente fondate sulla natura umana. La fonte del diritto e della legislazione, in tal modo, viene spostata da Dio e dal sovrano alla legge naturale presente ed operante in tutti gli 
uomini. Inoltre diventa possibile, alla luce di questo criterio, distinguere le leggi convenzionali - nate cioè dall’accordo occasionale degli uomini - da quelle ‘naturali’ che si radicano profondamente nella razionalità, che è la vera natura umana.
Tra queste leggi fondamentali, che precedono ogni legislazione prodotta dalle assemblee degli uomini, Alberico Gentile individua - contestando in anticipo alcune utilizzazioni ideologiche del darwinismo - un sentimento d’amore, o se si preferisce un istinto naturale alla socievolezza, che è di per sé immutabile lungo i secoli e che assicurerebbe ai mortali (qualora si decidessero a seguirlo) quella pace e quella collaborazione per il progresso a cui, pure, contraddittoriamente, aspirano. Se ragioniamo, dunque, non troviamo nessuna giustificazione ad iniziare le guerre. Neppure la religione può giustificarle perché essa - se spogliata dalle superfetazioni dogmatiche proprie delle differenti correnti confessionali - ha i suoi principi primi, semplici ed evidenti, inscritti nella natura stessa degli uomini e su quei principi ogni gruppo sociale ha il diritto di elaborare un culto specifico, una liturgia particolare.
In Sicilia, terra di scontro ma anche di incontro fra le civiltà mediterranee, i principi giusnaturalistici furono accolti favorevolmente. Non è un caso che nella Facoltà di lettere e filosofia di Palermo sia stata insegnata, sin dopo l’Unità d’Italia, una materia denominata “Etica e diritto naturale”. E la cattedra di filosofia del diritto dello stesso Ateneo - come è ricordato nel bel volume commemorativo del bicentenario della Facoltà di giurisprudenza di Palermo (edito nel 2007 a cura di Gianfranco Purpura) - è stata spesso occupata, dalla fondazione ad oggi, da docenti che, con le debite revisioni critiche e i necessari aggiornamenti, si sono ispirati al giusnaturalismo (Vincenzo Fleres, Benedetto D’Acquisto, Eugenio Di Carlo, Francesco Viola). Insomma, ci sono abbastanza motivi perché un concittadino che iscriva il figlioletto nella prima classe di una certa scuola media, o più semplicemente accompagni l’ospite a gustare una ‘cremolosa’ presso un certo chiosco in stile liberty, volga ogni tanto un pensiero affettuoso ad Alberico Gentili.

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