giovedì 18 dicembre 2008

La filosofia come cura secondo Moreno Montanari


“Giornale di metafisica”, XXX (2008), pp. 389 - 390.

MORENO MONTANARI, La filosofia come cura. Percorsi di autenticità, Unicopli, Milano 2008, pp. 129, euro 12,00

Anche se scritto da uno dei più noti ed attivi consulenti filosofici italiani, questo testo - breve ed intenso - non riguarda propriamente la consulenza filosofica: ne costituisce, se mai, un possibile, prezioso strumento. Infatti esso riprende alcuni temi che Montanari propone alla meditazione filosofica di quanti frequentano i suoi seminari o chiedono degli incontri privati: dalla responsabilità delle proprie azioni all’atteggiamento verso la propria temporalità, dallo smarrimento nichilistico al confronto con la morte…La varietà dei temi non nasconde, però, il filo conduttore (nietzsceano) del libro: “diventare ciò che si è” (p. 116). Che significa in concreto? Inspirandosi ad Hadot e a Foucault (e, più in radice, ad Heidegger), l’autore risponde: “Prendersi cura della propria autenticità, scegliendo ‘con coscienza e coraggio’ (Camus) di dare vita ad un’esistenza che, tra le molte possibili, gli si palesa come quella che gli è più propria” (ivi). Il vocabolo ‘cura’ può indurre alla supposizione che si voglia spacciare la filosofia per una possibile terapia all’interno del paradigma generale della “medicalizzazione della vita” (p. 9): per questo Montanari precisa, a più riprese e con formule equivalenti, che “questo libro propone di indicare nella cura, e non nella terapia, lo specifico della filosofia” (p. 10). Infatti “la cura filosofica (…) non pretende di curare nessuno ma intende piuttosto aver cura di creare le condizioni affinché gli individui assumano in proprio la responsabilità della cura della propria vita” (p. 11).

All’interno di questa prospettiva complessiva il libro propone, attingendo all’esperienza personale dell’autore ed anche alla sua nutritissima biblioteca, indicazioni su cui riflettere per mettere alla prova il proprio modo di vedere il mondo ed, eventualmente, per mutare il proprio modo di essere nel mondo. Tra le tante mi piace evidenziarne almeno due. La prima è una obiezione alla celebre tesi di Epicuro sull’impossibilità di incontrare la morte (perché sino a quando ci siamo noi, essa non c’è e, quando sopravviene, non ci siamo più noi): “Se la morte avvenisse una sola volta ” - osserva Montanari citando Rinpoche - “non avremmo modo di conoscerla. Ma, per nostra fortuna, la vita è una continua danza di nascita e morte, la danza del cambiamento. Quando ascolto il rumore di un torrente di montagna, le onde che si frangono sulla spiaggia o il battito del mio cuore, sto ascoltando il suono dell’impermanenza. Tutti questi mutamenti, queste piccole morti, sono la nostra viva connessione con la morte” (p. 115). La seconda indicazione viene suggerita a partire da Panikkar (nella riformulazione di Elvira Mastrovincenzo): la cura di sé non va intesa in direzione di riflusso intimistico, privatistico, perché “l’uomo non solo dimora sulla terra, ma è terra, non solo abita nella polis, ma è polis”, “terra e polis siamo noi” (p. 100). Per riecheggiare Hadot, la cura di sé non è ancora rivoluzione politica, ma ne costituisce il presupposto radicale imprescindibile.

Augusto Cavadi

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