mercoledì 14 luglio 2010

Religioni: dalla tolleranza alla convivenza


“Repubblica - Palermo”
14 luglio 2010

COME RIUSCIRE A CONVIVERE CON CHI CREDE IN UN ALTRO DIO

Quali problemi pone, e quali proposte suggerisce, la coabitazione nel centro storico palermitano di cittadini appartenenti a differenti confessioni religiose (cattolici, ortodossi, protestanti, musulmani, induisti)? Un gruppo di consiglieri della I Circoscrizione ha voluto convocare esponenti di alcune di queste comunità per uno scambio di idee nello splendido giardino di Palazzo Jung, sede del Consiglio provinciale. L’iniziativa (svoltasi venerdì 9 luglio), introdotta da un concerto multietnico di musica mediterranea del coro dell’università, ha avuto l’indubbio merito di aprire per la prima volta una finestra ‘istituzionale’ su una problematica che, di anno in anno, si fa sempre più rilevante. Ovviamente, in quattro ore, non c’è stato modo di esaurire la tematica, ma alcuni punti nevralgici sono stati toccati e segnalati all’attenzione degli amministratori presenti.
Innanzitutto è emersa la tradizione storica, secolare, in cui si inserisce l’attuale convivenza in Sicilia: una tradizione ambivalente, che ha visto splendidi esempi di scambi pacifici ma anche orrende carneficine. Il Mediterraneo è stato un lago di pace, ma troppo spesso rigato di sangue: anche ai nostri giorni la ‘cattolicissima’ Italia, inserita nella ‘cristianissima’ Europa, riserva agli immigrati che non finiscono in pasto ai pesci un’accoglienza indecorosa. Senza contare la presenza di nodi esplosivi come il conflitto arabo-israeliano in Medioriente. Un dialogo costruttivo fra le diverse confessioni religiose non può che basarsi sulla domanda reciproca di perdono per le persecuzioni reciprocamente inflittesi dai tre grandi monoteismi (ebraico, cristiano e islamico).
Secondariamente si è sottolineata la radicale ignoranza teologica (dovuta anche a un sistema scolastico che non prevede nessuna seria trattazione della storia delle dottrine religiose) che costituisce il presupposto di ogni intolleranza: una ignoranza del ‘credo’ altrui che completa egregiamente l’ignoranza della propria stessa confessione di fede.
In terzo luogo è emersa la necessità di una piattaforma di ‘laicità‘ che possa garantire un ambito di incontro e di confronto: laicità intesa non come indifferentismo religioso, bensì come sincera attenzione alle intuizioni e alle tradizioni altrui. Se Dio esiste, è Egli ebreo, cristiano, musulmano o non piuttosto sé stesso, al di là delle categorie antropomorfiche ed etniche? Non è forse il Laico che accoglie con rispetto e tenerezza gli sforzi di ricerca degli uomini e delle donne di buona volontà, non esclusi gli eretici di ogni ortodossia?
In quarto luogo ci si è chiesti se la struttura urbanistica del centro storico, anche nella rivisitazione contemporanea del piano di recupero, non sia concettualmente etno-centrica: concepita per assicurare ai bianchi/siciliani/cattolici la centralità anche spaziale e simbolica, relegando immigrati di ogni colore e orientamento culturale in ghetti marginali. All’interno di questa problematica urbanistica (su cui si è registrata un’interessante convergenza di opinioni fra l’assessore comunale al centro storico Carta e padre Notari del centro “Arrupe”), un esponente delle comunità islamiche ha denunziato il ritardo, ormai più che decennale, dell’amministrazione nell’offrire ai diecimila fedeli presenti a Palermo dei locali di culto (dal momento che l’unica moschea a ciò deputata viene gestita in maniera contestata da un funzionario del consolato tunisino).
Come si evince da questi rapidi appunti, a Villa Jung si è appena avviato un cammino che, a mio parere, dovrebbe continuare con il metodo che da decenni viene sperimentato felicemente in città (ma solo per le diverse chiese cristiane) dal Segretariato per le attività ecumeniche: incontrarsi mensilmente e dare voce, per ogni incontro, ad una sola comunità religiosa affinché possa farsi conoscere e rispondere a domande e critiche. Solo se si esaminano analiticamente le posizioni e le proposte dei diversi gruppi (anche fortemente minoritari, come gli ebrei e i buddisti) ha senso che - ogni tanto - si programmino degli incontri a più voci. Altrimenti si rischia di sfiorare gli interrogativi cruciali e di rifugiarsi in dichiarazioni di principio che non sfondano la cortina della retorica d’occasione.

Augusto Cavadi

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