venerdì 23 novembre 2012

Il direttore di “Famiglia cristiana” a Palermo


Nell’ambito delle iniziative per festeggiare il rinnovo dei locali della Libreria Paoline di Palermo, don Antonio Sciortino ha tenuto una conversazione pubbica sul rapporto tra fede e comunicazione sociale.
Per coincidenza, sono usciti oggi due miei pezzi complementari sull’argomento.
Il primo (dal settimanale “Centonove”) è un resoconto della serata.
Il secondo (sulla pagina siciliana di “Repubblica”) è un’intervista a don Sciortino (che qui riporto senza i tagli redazionali, quasi tutti riguardanti le mie domande più che le risposte dell’intervistato).



“Centonove”, 23. 11. 2012

SE LA CHIESA DIMENTICA IL VANGELO

Una serie di iniziative nel mese di novembre stanno festeggiando il rinnovo completo dei locali di una delle librerie storiche di Palermo: la Libreria delle Edizioni Paoline che, da ben 83 anni, opera in uno dei palazzi che fronteggiano la stupenda cattedrale arabo-normanna della capoluogo regionale. All’interno di queste manifestazioni si è tenuta, la sera di giovedì 15, una conversazione di don Antonio Sciortino, attuale direttore del settimanale “Famiglia cristiana”. Il tema annunziato era abbastanza pacifico: l’evangelizzazione attraverso i mezzi di comunicazione sociale alla luce del Concilio Vaticano II (di cui ricorre il cinquantesimo dell’apertura). Ma il relatore ha avuto il merito di non affrontare la questione attenendosi al registro celebrativo-omiletico: con gli occhi spalancati sull’attualità, ha mostrato il coraggio di parlare a cuore aperto senza infingimenti diplomatici.
Il filo rosso della conversazione si può concentrare nella domanda: la ventata rinnovatrice del Concilio Vaticano II è stata stemperata, se non addirittura tradita, dalla Chiesa? La risposta è stata, senza ‘se’ e senza ‘ma’ , affermativa. Per suffragarla, don Sciortino ha evocato due argomenti principali. Il primo: i papi successivi a Giovanni XXIII e a Paolo VI sono stati bloccati dalla preoccupazione di trasformare la struttura verticistico-monarchica in senso collegiale, sinodale. I “sinodi” dei vescovi continuano, ogni tanto, a essere convocati: ma si svolgono a porte chiuse e, anche quando si concludono, l’opinione pubblica (ecclesiale ed extra-ecclesiale) non sa cosa davvero sia stato detto dai prelati intervenuti. Solo dopo circa due anni il papa edita un documento sul tema del sinodo, documento nel quale c’è appena qualche rara e pallida traccia di ciò che davvero era stato dibattuto e proposto.
Ma – questo è un secondo argomento evocato dal direttore di “Famiglia cristiana” – i vescovi, praticamente zittiti dai papi, si rifanno nelle loro diocesi: riproducono, nei propri microcosmi, l’impianto piramidale. Più in particolare ciò comporta che essi si attorniano di preti fedeli e, quasi sempre, tengono i laici – uomini e donne – a debita distanza. Insomma, questi cinquant’anni non hanno assistito alla declericalizzazione della Chiesa cattolica: i battezzati-cresimati in serie B erano e in serie B sono rimasti.
L’atmosfera complessiva – ha ricordato il relatore – è ben resa dal titolo di un recente libro scritto a quattro mani da un prete e da un laico cattolico: Manca il respiro. Il fervore di idee, la vivacità di proposte, la ricchezza di sperimentazioni degli anni Sessanta e Settanta all’interno delle comunità cattoliche sono ormai un ricordo lontano: per evitare anche solo il rischio del conflitto, si preferisce un silenzio tombale. Don Sciortino non l’ha detto ma, a molti dei presenti, son tornati alla mente gli attacchi ripetuti che, negli ultimi venti anni, sono stati rivolti a “Famiglia cristiana” per il suo atteggiamento critico nei confronti di tanti aspetti della politica interna e internazionale dei governi succedutisi, soprattutto di centro-destra.
Una Chiesa che non favorisce, anzi addirittura contrasta, la comunicazione al proprio interno è una Chiesa che non sa dialogare al proprio esterno. Ci sono stati momenti nella storia recente (si pensi alla “guerra fredda” fra Stati Uniti e Urss) in cui la parola del papa, dei vescovi, dei laci impegnati (come il sindaco di Firenze Giorgio La Pira) è risuonata con autorevolezza ed è stata recepita con rispetto: ma da troppo tempo, ormai o non la si ode quando la si attenderebbe (per esempio contro le leggi razziste riguardo agli immigrati) o la si ode quando non la si attenderebbe (per esempio a favore di finanziamenti statali alle scuole private).
Se questa è la diagnosi, la terapia è semplice da enunciare e ardua da applicare: ritornare allo spirito del Concilio Vaticano II e, più in radice, al vangelo di Gesù il Signore. Non si tratta di inventare nuovi contenuti: l’essenziale è stato detto una volta e per sempre. (Anche se – aggiungerei a titolo personale - troppo spesso questo “essenziale” viene incompreso e travisato, per varie ragioni tra cui l’ignoranza delle scienze bibliche). Si tratta di inventare nuove modalità di comunicazione: non si può continuare con il tono di chi ammaestra perché non ha nulla da imparare da nessuno, bisogna osservare i nuovi stili comunicativi (inseparabili dai nuovi mezzi tecnici di comunicazione) e imparare ad adottarli. La comunicazione, oggi ancor più di ieri, lungi dal ridursi a trasmissione unilaterale da un emittente a un ricevente, è scambio bilaterale e paritetico. Una Chiesa che voglia farsi ascoltare deve acquisire un atteggiamento previo di ascolto e, conseguentemente, di sintonizzazione con la lunghezza d’onda della società. Altrimenti i suoi monologhi saranno destinati ad incartarsi in sé stessi, la sua lingua si ridurrà a un dialetto specialistico per nostalgici di un tempo tramontato e di una subcultura in via d’estinzione.

Augusto Cavadi



“Repubblica – Palermo” 23. 11. 2012

CHIESA E MAFIA, IL RAPPORTO AMBIGUO
Intervista a don Antonio Sciortino

Non è proprio un ritorno a casa, ma quasi. Don Antonio Sciortino è nato infatti cinquantotto anni fa a Delia e, dopo varie tappe, è arrivato a dirigere uno dei settimanali più diffusi, più amati e più contestati del Paese: “Famiglia cristiana”. Il periodico che, durante il ventennio berlusconiano, qualcuno ha definito – con leggera esagerazione – l’unica voce di opposizione del mondo cattolico. La Sicilia l’ha lasciata subito dopo il ginnasio e ha vissuto la maggior parte della vita a Milano. Quando qualcuno si è stupito che fosse assegnato a un siciliano l’Ambrogino d’oro, ha risposto di considerarsi ormai un milanese d’adozione. “Ma le mie radici restano sempre in Sicilia” – si affretta ad aggiungere – “assieme agli affetti e ai valori di dignità e onestà che ho respirato, fin da bambino, in famiglia e nella mia terra”. Già, la Sicilia. In cosa la trova mutata in questi decenni? La sua visione delle cose non è entusiastica: “Purtroppo, faccio fatica a capire un’atavica rassegnazione dei miei compaesani, che accettano tutto come fosse un destino cui non possono farci nulla. Come i vinti di Giovanni Verga, destinati alla sconfitta. Così, per loro è normale che, soprattutto in estate, nei paesi manchi l’acqua o arrivi col contagocce. Senza reagire come si deve, perché acqua, strada e luce non si negano a nessuno. Invece, si ritengono fortunati se dai rubinetti scorre l’acqua almeno tre giorni alla settimana. Eppure, la Sicilia è ricca d’acqua. E così in tante altre situazioni, dove il diritto diventa un favore che bisogna implorare o pagare per averlo. Non è cresciuto il senso di cittadinanza attiva e di partecipazione diretta alla costruzione del proprio destino e dello sviluppo del proprio paese. In positivo, c’è qualche accenno di risveglio civile da parte dei giovani, che non si rassegnano alla dittatura della mafia. E cominciano a capire che la malavita organizzata è una schiavitù, un destino di morte e non di libertà e di vita”.
A un prete-giornalista, che per anni ha seguito Giovanni Paolo II nei suoi viaggi intorno al mondo, è difficile non chiedere un parere sull’atteggiamento della gerarchia cattolica nei confronti dei mafiosi: dall’appello di papa Wojtyla nella Valle dei Templi alle recenti scomuniche dell’arcivescovo di Agrigento che i mafiosi non li vuole in chiesa né da vivi né da morti. “Certo” – osserva don Sciortino - “dall’affermazione di tanti anni fa che la mafia in Sicilia non esisteva e che era un’invenzione del Nord, a dichiarazioni esplicite di condanna, il salto è stato netto e positivo. Bisogna far capire che non c’è nessuna accondiscendenza da parte della Chiesa alla mafia e alla mentalità mafiosa. Malavitosi che esibiscono Bibbie, Vangeli, crocifissi e icone sacre nei loro nascondigli offendono il sentimento religioso dei credenti. E fanno un torto a Dio con il quale, come tuonava Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, dovranno fare i conti un giorno. Ma” – aggiunge subito - “la denuncia pubblica, sia pure importante, non basta. Bisogna partire dalla formazione delle nuove generazioni. Sradicare la mafia è possibile, non solo con la repressione delle forze dell’ordine, ma soprattutto incidendo nella mentalità dei giovani. Con la scuola e l’educazione. I ragazzi devono capire che il rispetto della legalità e l’onestà sono valori che appartengono non ai deboli, ma ai forti”. A proposito di educazione, gli chiedo quanto possa essere efficace un’azione pedagogica non supportata dall’esempio. E per essere più esplicito, dopo avergli ricordato che , in questi ultimi anni, alcuni politici hanno costruito la propria fortuna elettorale sbandierando la propria appartenenza ecclesiale , gli chiedo come mai nessuna voce autorevole del mondo cattolico abbia preso le distanze da questi politici né quando scalavano le vette del potere né quando ne sono precipitati per acclarate responsabilità penali. Il direttore di “Famiglia cristiana” mi scruta un momento, quasi a volersi concentrare. Ma non elude la questione: “Nessuno deve strumentalizzare la Chiesa per scopi politici e di parte. Ma, al tempo stesso, neanche la Chiesa deve farsi strumentalizzare e usare, in cambio di favori e privilegi. La sua voce deve essere nitida e alta quando sono in ballo valori fondamentali. O quando vengono calpestati i diritti dei più deboli e indifesi. Deve annunciare il Vangelo nella sua interezza e scomodità, rispetto alla mentalità corrente, senza balbettare. Anche quando non è facile dire la verità. E c’è un costo da pagare. Ma la verità, come ci ricorda il Vangelo di san Giovanni, ci renderà liberi. No, quindi, ai compromessi col potere, soprattutto se iniquo”.
Don Sciortino è a Palermo per parlare, nella rinnovata sede storica della Libreria Paoline di Corso Vittorio Emanuele, del rapporto fra la fede e la comunicazione sociale. Palermo, nel maggio dell’anno venturo, sarà teatro di un evento dall’ampia risonanza mediatica: il parroco di Brancaccio, don Pino Puglisi, sarà proclamato “beato”. Alcuni considerano illuminante che la Chiesa proponga a modello un prete che, invece di fare finta di niente, abbia affrontato il prepotere mafioso faccia a faccia. Ma altri temono che, elevando don Puglisi agli onori degli altari, lo si releghi un po’ troppo in alto: che si possa suggerire, involontariamente, la convinzione che solo figure eccezionali di santi possano sfidare il martirio e che i preti “normali” siano legittimati a mantenersi prudentemente distanti da questo genere di problematiche. Ma don Sciortino sembra condividere solo in minima parte questa preoccupazione: “Tutti i preti dovrebbero fare quello che faceva don Puglisi. Che non faceva nulla di così straordinario, se non annunciare il Vangelo ed educare le nuove generazioni secondo i principi cristiani. Che sono quanto di più opposto ci sia nei confronti della mentalità mafiosa. Ed era proprio questo che dava fastidio. Perché così don Puglisi colpiva la mafia in profondità. Bonificava il terreno perché alla mafia venissero a mancare nuove leve. Mi auguro che la prossima beatificazione di don Puglisi sia un riconoscimento e uno sprone per tutti i preti a educare i giovani secondo il Vangelo. Con più coraggio”.
Prima di chiudere la conversazione sulla Sicilia di ieri e di oggi, gli chiedo uno sprazzo sul futuro. Non certo previsioni da veggente, piuttosto auspici da conterraneo. “Sogno finalmente” – mi confida - “una Sicilia protagonista del suo destino. Sia in campo ecclesiale che civile. Che sappia, una volta per tutte, reagire alla rassegnazione, e contrastare il fenomeno mafioso alla radice. Con più senso dello Stato e delle istituzioni. Ma ci vuole una nuova classe politica, meno gattopardesca, che badi più al bene comune e alla crescita della Sicilia, che ai propri privilegi, davvero smisurati. Che non danno una buona immagine dei siciliani nel resto del Paese. Noi siamo di più rispetto ai mafiosi e ai malavitosi: così dovrebbero dire le tutte le persone oneste in Sicilia. E, al tempo stesso, uscire allo scoperto e impegnarsi per una Sicilia davvero nuova. Questa bella isola ha immense risorse umane e civili. E grandi potenzialità di crescita e sviluppo”.

Augusto Cavadi

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