venerdì 3 maggio 2013

Celebrare le tappe dell'esistere, laicamente


“Repubblica – Palermo”

1 maggio 2013

UNO SPAZIO PUBBLICO PER I RITI LAICI

Avete mai partecipato a un battesimo cristiano di adulti, a un matrimonio islamico, a un funerale buddista? Quando celebranti e fedeli sono consapevoli del significato degli antichi gesti liturgici, lo interiorizzano, lo rivivono con convinzione, si crea un’atmosfera magica. Il teologo tedesco (figlio di italiani) Romano Guardini ha evocato mezzo secolo fa, in una celebre pagina, il sentimento di intimo coinvolgimento avvertito nel corso di una solenne celebrazione nel Duomo di Monreale.
Di contro, però, nulla è più avvilente di un culto “recitato” meccanicamente, senza coinvolgimento interiore da parte di chi presiede o di chi assiste (o di tutti quanti). In queste occasioni si va costruendo, sotto i nostri occhi, un capolavoro di ipocrisia che offende la dignità dei presenti e, in chi l’abbia, il proprio senso religioso. La ripetizione quotidiana nelle nostre chiese di queste celebrazioni senz’anima, intrise di simboli che non parlano e di parole che non evocano più nulla, destrutturano il consenso teologico molto più efficacemente di quanto possano intere campagne laiciste. E’ sempre la storia raccontata più di cento anni fa da Nietzsche: a uccidere Dio, e a trasformare le chiese in tombe del divino, sono i sedicenti credenti molto più che gli atei aggressivi.
La via d’uscita da questa impasse, che umilia in parti uguali i cittadini di ogni orientamento, non può essere l’abbandono radicale di ogni ritualità. Montagne di studi antropologici hanno suffragato la constatazione elementare del Piccolo Principe di Saint-Exupery: “Di riti c’è bisogno”. Nessuna secolarizzazione può spogliarci del bisogno di scandire i momenti cruciali dell’avventura terrestre, di appiattire le feste sul registro della quotidianità feriale. Una vita monocorde è troppo banale per essere sopportata. Che fare, dunque? Si può sfuggire all’alternativa secca fra liturgie celebrate pro forma e il nulla?
Un’ipotesi operativa è stata formulata in questi giorni da un gruppo di intellettuali palermitani che si sono rivolti con una lettera aperta all’amministrazione comunale. In essa (primi firmatari Giovanni Abbagnato, Umberto Santino e Anna Puglisi) si chiedeva, molto semplicemente, “un luogo pubblico per la celebrazione di un funerale laico che consenta di dare l’ultimo saluto a quanti, non avendo aderito ad una fede religiosa, non desiderano prendere commiato dalla vita in una chiesa, ma preferirebbero un luogo diverso, comunque degno della solennità che il trapasso di un essere umano richiede”. L’assessore Catania e il sindaco Orlando hanno prontamente recepito la proposta offrendo la ex- chiesa di san Mattia ai Crociferi che dovrebbe essere pronta per il prossimo autunno.
Se fosse possibile una chiosa, integrerei la richiesta ampliandola al di là del momento  - pur toccante – dell’addio: perché non predisporre un simile spazio pubblico a beneficio di quanti volessero, senza astio verso nessuno ma in un clima aconfessionale, accogliere un bimbo nella comunità civile o festeggiare una nuova coppia (etero o omosessuale)? Oppure (ma non vorrei risultare paradossale, pur ragionando seriamente) incontrare gli amici cari per condividere la mutua decisione di sospendere il proprio ménage matrimoniale e di intraprendere, proprio con il sostegno affettivo di tutti verso entrambi gli ex-coniugi, una nuova fase dell’esistenza? O ancora (e qui spero di essere compreso più agevolmente) per dare l’estremo saluto a un animale domestico che la morte ha strappato al nostro affetto senza che la tradizione culturale in cui siamo inseriti ci consenta di dar voce al nostro dolore e di elaborare un lutto di cui non c’è nulla da vergognarsi e su cui solo le persone immature trovano da ironizzare?
Penso a qualche villa sulla costa sequestrata a mafiosi, sacerdoti dell’odio e funzionari della violenza, da cui si possano spargere in mare le ceneri del defunto caro o in cui si possa ballare sino a notte dopo la celebrazione in municipio di un matrimonio. Sarebbe un’occasione di lavoro vero per tante persone che gestirebbero la struttura (per conto del Comune o in regime di affidamento a privati con un tariffario controllato dall’amministrazione); sarebbe un segno di modernità culturale  che la giunta municipale lancerebbe al Paese; sarebbe, soprattutto, il riconoscimento dei diritti di ogni cittadino a riconoscere  alcuni luoghi “comuni” come casa propria. 

Augusto Cavadi

1 commento:

  1. Pier Carlo Tesi14 maggio 2013 11:42

    Carissimo Augusto, sono interamente, profondamente d'accordo. Ho assistito talvolta a matrimoni "civili" sciatti e dimessi, in cui un ignaro delegato del sindaco, quasi con l'aria di scusarsi, se la sbriga in due parole raffazzonate alla meglio, se non prese in prestito dalla liturgia che evidentemente i coniugi hanno evitato consapevolmente.
    Tanto più la laicità si legittima, quanto più sa rispondere anche al bisogno di condivisione sociale, di solennità, di "eccezionalità" rispetto al quotidiano, dei grandi e meno grandi passaggi della vita, tra cui tu - con la tua grande umanità - hai giustamente compreso la perdita di un animale domestico (si pensi al cagnolino di un anziano solo).
    C'è bisogno di riti, ed è miope quella laicità che non se ne accorge e li lascia solo a liturgie ormai vuote di vero sentimento.
    Un abbraccio.
    Pier Carlo Tesi

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