martedì 12 novembre 2013

I pregiudizi sui migranti che condizionano i nostri legislatori


“Repubblica – Palermo”
9.11.2013


       A un mese esatto dalla strage di Lampedusa, l’emozione pubblica si è affievolita ma non spenta. Bisognerà attendere ancora uno o due mesi perché anche il ricordo di questa ennesima strage scompaia nell’abisso dell’oblìo. Per andare un po’ oltre l’emozione, la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” ha organizzato un seminario di studio di tre giorni, pervenendo  - con l’aiuto di esperti di varia estrazione – a delle conclusioni che meriterebbero d’essere condivise.  Per limitarci a pochi flash, cominciamo dai numeri oggettivi. Le “invasioni barbariche” (di cui il Canale di Sicilia costituisce solo il passaggio per il 10% degli immigrati: il restante 90% arriva in aereo, treno e pullman varcando i confini del Paese a ogni latitudine) coinvolgono 5.000.000 di persone regolarizzate (che contribuiscono con i contributi INPS a pagare le pensioni dei lavoratori italiani in quiescenza)  e solo 400.000 irregolari (pari a meno dell’1 % della popolazione italiana). Senza tanti immigrati  - che lavorano sodo, pagano le tasse, fanno figli – il nostro Welfare State sarebbe in serio pericolo.
    C’è chi sposta l’allarme sul piano sanitario: quante malattie importano in Sicilia e in Italia tanti africani? Risposta dei medici specializzati in questo settore: nessuna. Arrivano da noi le persone più sane fisicamente e più decise psicologicamente: quando si ammalano è per lo stress lavorativo (i maschi) e per aborti clandestini (le donne).
     Altri ancora  - sorvolando sugli aspetti economici e sanitari – si concentrano sui pericoli culturali: che ne sarà nei prossimi decenni dell’identità italiana e, più ampiamente, europea? La domanda avrebbe senso se l’identità italiana e, più ampiamente, europea, non fosse già (diacronicamente e sincronicamente) un intreccio di tradizioni culturali (dalla filosofia greca all’ebraismo, dal cristianesimo all’islamismo, dall’illuminismo francese allo storicismo tedesco). Non solo è falso dal punto di vista storico-antropologico che esista una “identità nazionale”, ma qualora esistesse sarebbe deleterio salvaguardarla dallo scambio osmotico con le altre culture, le altre tradizioni sapienziali, le altre religioni mondiali, al caro prezzo di ingabbiarla e fossilizzarla.
     Se queste pregiudizi sono infondati, andrebbero riviste radicalmente le politiche e le normative che su quei pregiudizi sono state fondate, anche per strumnetalizzare elettoralmente le paure viscerali della gente meno informata e meno riflessiva. Sul piano propositivo, dunque, andrebbero fissati alcuni criteri illuminanti. Primo fra tutti la differenza fra le varie tipologie di immigrati: c’è chi emigra per delinquere in Paesi più ricchi (e si tratta di sparute minoranze, paragonabili ai siciliani che andavano negli Stati Uniti per rafforzare la criminalità organizzata), chi emigra per cercare condizioni di lavoro e di vita più dignitosi e chi emigra per disperazione (affrontando difficoltà inenarrabili e persino il concreto rischio di morire pur di fuggire da situazione di guerra, di fame, di persecuzione politica da parte di feroci dittature). L’attuale legislazione italiana ed europea non fa distinzione fra le varie categorie di immigrati e, trasformando la clandestinità da illecito amministrativo a reato, criminalizza migliaia di innocenti. Essa andrebbe mutata non per debolezza verso popoli stranieri che pressano alle frontiere, ma per coerenza e continuità rispetto alla civiltà giuridica europea (così nobilmente segnata dal diritto romano) e, in particolare, con la Costituzione italiana. La soluzione che è apparsa più ragionevole ai partecipanti al seminario sarebbe la più radicale: allargare ai cittadini di tutti gli Stati del mondo la medesima facoltà di spostamento di cui attualmente godono solo i cittadini degli Stati più ricchi (Unione europea, Stati uniti d’America, America latina, Russia, Giappone, Australia…). In una logica di gradualità dell’inversione della tendenza politica si potrebbero studiare delle norme meno ipocrite, quali ad esempio l’istituzione di un “permesso di soggiorno per ricerca di lavoro” (della durata di un anno) che eviti il paradosso di un immigrato che deve vivere da clandestino e lavorare in nero (dunque in condizione di sfruttamento) prima di poter chiedere la regolarizzazione giuridica in Italia.  Per secoli questa libertà di movimento sulla faccia della Terra è rientrata fra i diritti più ovvi di ciascun essere umano; oggi non lo è più e appare un’utopia. Ma forse domani tornerà ad essere ovvia come l’abolizione della schiavitù  o della pena di morte.

Augusto Cavadi

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