martedì 15 aprile 2008

CROCE E SALVEMINI


“Repubblica - Palermo”
15.4.2008

CRESCERE SULLE SPALLE DEI GIGANTI

In altre epoche, senza gli alti confronti culturali “Porta a porta”, ci si doveva accontentare dei dibattiti fra liberali come Croce e socialisti come Salvemini. Che quelle dispute abbiano qualcosa da insegnare anche a noi contemporanei, Livio Ghersi prova ad argomentarlo nell’opera Croce e Salvemini. Uno storico conflitto ideale ripensato nell’Italia odierna (Bibliosofica, Roma 2007, pp. 638, euro 15). Anche in Sicilia - come nel resto d’Italia - si sta configurando un’aggregazione partitica che aspira a far convergere le grandi culture democratiche repubblicane: il liberalismo progressista, il cattolicesimo popolare, il socialismo riformista. Ovviamente non si tratta solo di annacquare questi filoni in una pappa insapore, ma di trarne ispirazione per sintesi inedite. Una direzione di marcia “post-ideologica”?

Se per ideologia s’intende un sistema dottrinario ‘fondamentalista’, può andare anche bene. Non altrettanto se il superamento dell’impianto ideologico dovesse intendersi come allegra rinunzia ad ogni fondazione teorica: come adozione di un pragmatismo furbetto in nome del quale navigare a vista secondo i risultati dei sondaggi. C’è dunque bisogno di salire sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto per vedere un po’ più lontano di loro: prima di affermare che li abbiamo superati, bisognerebbe dimostrare che li abbiamo raggiunti. I due giganti che Ghersi interroga sono Benedetto Croce e Gaetano Salvemini: con sintonia intellettuale e morale nei confronti del primo molto più intensa rispetto al secondo. Tra i preziosi suggerimenti che l’autore ricava almeno tre o quattro meritano d’essere ripresi. Primo: un laico liberale non deve essere, necessariamente, ‘relativista’ (almeno nel senso di scettico, di indifferente ad ogni scala di valori oggettivi). Come ha scritto Croce, “lo storicismo dissipa il relativismo, perché esso asside la verità sulla salda roccia della storia, l’unico appoggio che l’uomo possegga”. Secondo: “il liberalismo va distinto, nella teoria e nella prassi, dall’individualismo radicale”. Esso, infatti, non si identifica con un “mero sentimento libertario” - sarebbe anarchismo - ma si radica sul doppio cardine dello “Stato di diritto” e della “responsabilità individuale”. Terzo: difendere la laicità dello Stato non implica “irridere il sentimento religioso” che va rispettato, quanto garantire, inseparabilmente dalla libertà di religione, “la libertà di non professare alcuna religione”. Che, in concreto, significa: “Papa e vescovi sono liberi di parlare, ma chi li ascolta è libero di valutare le loro parole, così come è libero di ignorarle”. Il quarto suggerimento tocca un piano ancora più concreto: il problema della selezione della rappresentanza politica. Qui Ghersi dimostra, con finezza giuridica, che l’attuale sistema elettorale veleggia ai limiti della incostituzionalità: la legge n. 270 del 2005 è “una pessima legge”, mentre la normativa vigente in Germania costituisce “un’ottima soluzione”. La conclusione cui perviene l’autore non è proprio entusiastica: molti si dicono liberali, ma si dividono quando si tratta di darsi una rappresentanza. Sarebbe il caso, invece, secondo l’autore, che trovassero un’intesa: anche per contrastare la strumentalizzazione degli ideali liberali da parte di equivoci personaggi che spacciano per liberalismo il loro “anarco-capitalismo”.

RIQUADRO
Livio Ghersi è noto negli ambienti cittadini soprattutto per una insolita dirittura morale che lo ha indotto - da Consigliere parlamentare dell’ARS - prima a denunziare pubblicamente gli eccessivi privilegi economici riservati ai funzionari come lui, poi a dimettersi volontariamente dall’impiego ben prima di raggiungere i massimi livelli stipendiali. Meno nota la sua attività di studioso tanto scrupoloso dal punto di vista scientifico quanto attento alle istanze dell’attualità. Dal 1996 al 1998 ha contribuito, in maniera determinante, alla fondazione a Palermo del circolo politico-culturale “A. Amodeo” e alla conseguente pubblicazione dei nove numeri della rivista “Pratica della Libertà“.

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