sabato 12 novembre 2011

Ma è ancora possibile salvare la Chiesa cattolica?


“Centonove”
11.11.2011

“Salviamo la chiesa”

“Da Roma, per esperienza, di fronte a un libro tanto scomodo faranno di tutto se non per condannarlo, almeno per farlo passare sotto silenzio. Spero pertanto nel sostegno della comunità ecclesiale e dell’opinione pubblica, dei teologi, e auspico anche dei vescovi disposti al dialogo, per destare la gerarchia romana- ostinata sulle sue posizioni ideologiche e quasi completamente tutelata sotto l’aspetto giuridico e finanziario – e indurla a non ignorare la patogenesi presentata nelle pagine seguenti, la spiegazione dello sviluppo e delle conseguenze della malattia di cui soffre la Chiesa cattolica, e a non continuare a rifiutare il dialogo e le terapie scomode che s’impongono”: così l’anziano teologo tedesco Hans Küng in una delle pagine iniziali della sua ultima fatica tradotta in italiano, Salviamo la Chiesa (Rizzoli, Milano 2011, pp. 300, euro 20).
I mali della Chiesa cattolica attuale sono numerosi (e molto più difficilmente ammessi dei mali del passato), ma secondo Küng hanno una radice capitale: “dall’XI secolo il papato si è trasformato sempre più in un’istituzione di stampo monarchico-assolutistico, che ha dominato la storia della Chiesa cattolica” provocando tre spaccature: nell’XI secolo con la Chiesa d’oriente (oggi denominata “ortodosssa”); nel XVI secolo con le Chiese anglicane e luterane (oggi denominate “protestanti”); nel XIX secolo con il mondo moderno, le sue acquisizioni teoriche e i suoi valori etico-politici (a cominciare dalla libertà di pensiero, di parola e di religione: la quale ultima implica anche la libertà dalla religione, cioè il diritto di vivere anche senza professare un determinato credo confessionale). Personalmente aggiungerei una quarta spaccatura: lo “scisma sommerso” (per riprendere una formula di Pietro Prini) della stragrande maggioranza dei cattolici che, continuando a professarsi tali, in realtà se ne fregano radicalmente di ciò che il magistero ufficiale, gerarchico, insegna sia sul piano dogmatico che sul piano morale.
Ho l’impressione, però, che questa volta Hans Küng non arrivi sino al fondo della questione. Che il papa rivendichi potere assoluto è certamente una causa importante del baratro in cui si sta cacciando la Chiesa cattolica e da cui solo una ‘miracolosa’ inversione di tendenza (a cominciare da un successore di Benedetto XVI che la pensi assai diversamente da lui) potrà salvarla. Ma, a sua volta, questa pretesa monopolistica del papa non è forse effetto di equivoci ancor più radicali? Personalmente sono convinto che, sino a quando i cattolici riterranno che la Bibbia è depositaria dell’unica rivelazione divina e che Gesù Cristo sia l’unica incarnazione della Parola di Dio, sarà logicamente conseguente ammettere che un duplice tesoro così prezioso non può essere stato affidato da Dio al mare burrascoso della storia umana e che è stato necessario istituire un organo infallibile a custodia perenne della Scrittura e del dogma dell’incarnazione del Verbo. Solo se anche i cattolici - come hanno già capito alcuni di loro, insieme a teologi presenti in tutte le altre chiese cristiane – rivedranno con onestà intellettuale i due presupposti (biblico e cristologico), potranno liberarsi dalla pretesa del papato di pronunziare la parola definitiva. Che significa, con più precisione, liberarsi dai due (falsi) presupposti indicati? Significa ammettere, insieme a teologi di statura planetaria come Raimundo Panikkar o Leonardo Boff, che Dio si è rivelato “anche” nella Bibbia ma non “solo” in essa (perché la Parola di Dio splende anche nei libri di Platone, nei Veda induisti, nel Corano musulmano, nelle poesie di Leopardi…); e che essa si sia incarnata “anche” in Gesù di Nazareth ma non “solo” in lui (perché essa si è fatta carne anche in Socrate, in Buddha, in Francesco d’Assisi, in Gandhi…). Solo se si esce da una prospettiva tribale, che scambia la propria tradizione per l’unica storia universale e il proprio campanile per l’ombelico del mondo, si potrà togliere al papato di Roma ogni giustificazione teologica: esso può restare a patto di ritornare ad essere ciò che era nei primi secoli dell’era cristiana, un simbolo di unità della molteplice varietà di chiese. Il papa non più come “vicario di Cristo”, ma come “primus inter pares”: come fratello maggiore nella ricerca del Mistero che ci abbraccia e ci supera, come esempio di coerenza con i principi di semplicità e di condivisione evangelica. Solo in quanto discepolo del Maestro, al papa può essere riconosciuto il compito di “presiedere nella carità” l’assemblea dei fedeli che, appoggiandosi fraternamente l’uno con l’altra, battono – insieme alle donne e agli uomini di ogni religione e di nessuna religione – i sentieri della liberazione e della giustizia.

Augusto Cavadi

Nessun commento:

Posta un commento