giovedì 2 gennaio 2014

Caro papa Francesco: ora cambiamo i criteri per scegliere i nuovi vescovi?


“Repubblica – Palermo”
2.1..2014

MODESTA PROPOSTA AL PAPA.
UN PRETE DI STRADA COME VESCOVO

   Se scrivere a papa Bergoglio non fosse diventato un’hobby di massa, mi sarebbe piaciuto indirizzargli una lettera che, partendo da alcune contingenze siciliane, tocca tematiche planetarie. Il dato di cronaca è che alcuni vescovi della nostra regione lasceranno nei prossimi mesi la cattedra per raggiunti limiti d’età: fra questi lo stesso cardinal Romeo, arcivescovo di Palermo e presidente della conferenza episcopale siciliana.  Come saranno scelti i successori a capo delle varie diocesi?
    Non mi sembra che il papa abbia davanti più di tre piste da percorrere.  
   La prima è anche la più comoda: lasciare in funzione i meccanismi in vigore negli ultimi cinque secoli, dal concilio di Trento circa a oggi. Per chi non ne fosse informato, la procedura prevede che in una “congregazione” vaticana (corrispondente a ciò che nell’ordinamento repubblicano chiamiamo  “ministero”) si esaminino alcuni nominativi suggeriti dai vescovi della regione; si inviino a preti e a cattolici militanti alcune lettere riservate per raccogliere informazioni sull’ortodossia dottrinale e sulla moralità di vita di ciascun candidato; e infine si nomini il nuovo vescovo con decisione inappellabile e senza alcuna pubblica motivazione. Riprodurre questo iter sarebbe comodo, certo, ma deludente. Papa Francesco ha tuonato contro il carrierismo dei preti, ma egli sa benissimo che il primo passo per chi voglia scalare la gerarchia ecclesiastica è farsi notare per ottenere la promozione a vescovo: una figura che concentra in sé, in ambito ecclesiale,  i poteri che in una città sono distribuiti tra prefetto, sindaco, presidente di tribunale e rettore di università.
    Molto meno comodo, ma molto più incoraggiante per chi conta sulla rivoluzione del papa venuto dalla fine del mondo, sarebbe un ritorno alle origini: alla elezione del vescovo in ogni diocesi dal “basso”, da  parte dei preti e dei cattolici più attivamente impegnati nelle attività pastorali. Questo metodo democratico, adottato dai discepoli di Gesù del I secolo sino a tutto il primo millennio almeno, restituirebbe alle comunità credenti un protagonismo che hanno lentamente, ma inesorabilmente, perduto, rassegnandosi al ruolo di “pecore” passivamente obbedienti. Tuttavia non è ipotizzabile che una prassi verticistica ormai plurisecolare venga capovolta nel giro di pochi anni. I tempi della chiesa, come di tutte le istituzioni mastodontiche, sono lenti e forse in questa lentezza c’è persino una saggezza: ce l’immaginiamo lo spettacolo di una chiesa palermitana o catanese in campagna elettorale a favore di questo o quel parroco? E, per analogia con chi vince le elezioni amministrative e politiche, quali figure di preti riuscirebbero  - nell’immediato – a ottenere consensi più ampi?
    Per fortuna, però, esiste una terza via. Ed è sperabile, anche se non probabile, che papa Francesco l’intraprenda. Molto in sintesi: che usi i metodi di nomina dall’alto per scegliere quei preti che meriterebbero davvero di essere eletti dal basso se le comunità credenti ne avessero la possibilità e fossero abbastanza mature per esercitarla criticamente. Non ce ne sono molti, a Palermo e più in generale in Sicilia, ma ce ne sono: di preti, intendo, che incarnano da sempre quegli ideali di apertura mentale, capacità di comprensione e accoglienza, sobrietà di vita, generosità con chiunque soffra in qualsiasi senso…che il papa si augura per tutti i preti. Perché non stupire l’opinione pubblica (a cominciare dagli apparati burocratici ecclesiastici infestati da funzionari del sacro rosi dall’ambizione e disposti a qualsiasi voltafaccia per soddisfarla) e nominare vescovi dei preti semplici, di quartieri difficili o di paesini sperduti, che da decenni testimoniano che la fede e l’amore contano più dei riti e delle amicizie influenti?  A maggio di quest’anno uno di questi preti, impegnati “a servire i poveri anzicché a servirsi dei poveri” (don Lorenzo Milani), è stato proclamato santo per essersi mantenuto fedele al vangelo più che ai potentati affaristici, partitici e mafiosi: non sarebbe bello che qualche altro confratello di don Pino Puglisi venisse ‘valorizzato’ in vita senza dover attendere che qualcuno abbia la felice idea di portarne in giro le ossa in segno di macabra devozione?

Augusto Cavadi  

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