domenica 10 aprile 2016

SULLA CRISI DELLA SCUOLA CATTOLICA (SECONDO INTERVENTO) E REPLICA DI FILIPPONE

Su "www.tuttavia.eu"  (sito dell'Ufficio per la pastorale della Diocesi di Palermo) è stato ospitato un mio intervento (diverso dal precedente pubblicato qualche giorno fa su "Repubblica - Palermo") sulla crisi delle scuole cattoliche. Di seguito è stata pubblicata (a firma di Nicola Filippone, attuale preside del Liceo "Don Bosco" di Palermo) una replica di cui ho capito tutto, tranne il rimprovero di aver qualificato "confessionale" una scuola dei Salesiani( ?!).

PERCHE' LE SCUOLE CATTOLICHE HANNO FATTO IL LORO TEMPO
   Come è stato evidenziato da recenti notizie di cronaca, anche in Sicilia le scuole cattoliche registrano un preoccupante calo di iscrizioni. Insieme al dato statistico si riporta, di solito, come causa principale  - se non addirittura unica – la diminuzione dei contributi statali: e così si lascia supporre che basterebbe ripristinarli, o addirittura incrementarli, per risolvere la questione.
     Questo approccio mi pare superficiale e, in quanto tale, poco istruttivo sia per chi è contrario sia per chi è favorevole   - in linea di principio – all’attività delle scuole private di ispirazione cattolica.
     Riterrei più illuminante scavare un po’ più a fondo e rintracciare delle motivazioni più reali. Tra le quali distinguerei motivazioni epocali (e, come tali, ineliminabili) e motivazioni contingenti (potenzialmente emendabili).
     Tra le motivazioni epocali va innanzitutto nominata l’eclissi delle “grandi narrazioni” ideologiche. Per decenni, in piena guerra più o meno “fredda” fra il modello occidentale capitalistico e il modello sovietico social-comunista, molte famiglie hanno affrontato anche a costo di qualche sacrificio le spese per l’istruzione privata dei figli pur di sottrarli (soprattutto dal 1968 in poi) ai condizionamenti culturali dei professori di “sinistra”. Ma, con il crollo del muro di Berlino nel 1989 e con il dominio del “pensiero unico” liberal-borghese, il “pericolo rosso” è quasi del tutto scomparso dallo scenario contemporaneo: perché  investire denaro per prevenire pestilenze estinte?
     Scartate le motivazioni politiche, potrebbero restare in lizza le motivazioni teologico-pastorali: mando i miei figli dalle suore o dai preti perché così possano ricevere quell’educazione cattolica che nessuna scuola statale mi garantisce. Ma, da questo punto di vista, la scuola cattolica ha perduto appeal sia per ragioni storico-epocali che per ragioni contingenti. Per ragioni storico-epocali: la secolarizzazione ha segnato la mentalità e le abitudini di molte famiglie e, rispetto solo ad alcune generazioni precedenti, il numero dei cattolici praticanti è sceso vistosamente (dal 90% al 20 % circa). E’ ovvio che genitori che non frequentano abitualmente la messa domenicale  - e ancor meno rispettano altri “precetti della Chiesa” – non siano motivati a investire parte del bilancio familiare per indurre i figli a diventare ciò che essi non sono (più). E quella minoranza di genitori cattolici che, invece, continua a praticare la religione cattolica ? Almeno questa non sarà interessata a iscrivere i figli in scuole confessionali? Qui emerge una spiegazione legata a dati contingenti, per quanto numerosi. La dichiarazione “Non sono più cattolico perché sono stato educato dalle Orsoline o dai Gesuiti o dai Salesiani…” è ormai diventata un leit-motiv. Che l’overdose di preghiere del mattino, rosari, novene, viae crucis, ritiri spirituali…provochi negli animi infantili e giovanili una sazietà facile a diventare allergia è un dato troppo noto per esigere qui delle dimostrazioni argomentate. Per un paradosso soltanto apparente si potrebbe, dunque, evincere che, se una coppia di genitori vuole avere qualche speranza di allevare figli praticanti, deve guardarsi da ogni forma di accanimento catechetico e lasciare che cerchino (e forse trovino) da sé la strada migliore.
       Se le scuole cattoliche non servono né a proteggere dallo “spettro del comunismo” né dalla disaffezione verso le pratiche religiose, non avrebbero proprio nessun’altra funzione educativa da assolvere? Alla luce anche del magistero di papa Francesco I si potrebbe rispondere che ad esse  resterebbe una mission preziosa: essere delle officine dell’agape, dei laboratori della solidarietà, delle oasi di fratellanza. I genitori potrebbero continuare a investire in esse qualora garantissero una formazione alla serietà degli studi, alla sobrietà dei consumi, alla cooperazione fra compagni, alla cura dei deboli, alla legalità democratica, alla nonviolenza nei rapporti fra singoli e fra Stati, al rispetto dell’ambiente, al gusto della meditazione contemplativa…Ma – se siamo disposti alla sincerità almeno con noi stessi – possiamo rispondere affermativamente alla domanda se questi princìpi, questi valori, sono coltivati nelle scuole cattoliche come e più che nelle scuole statali?  In una delle scuole cattoliche più prestigiose di Palermo ho insegnato negli anni Settanta e vi sono ritornato, recentemente, come commissario esterno per gli esami di maturità liceale. Il ricordo era di una scuola né peggiore né migliore delle scuole pubbliche in cui ho insegnato negli ultimi quarant’anni: ma ho trovato un livello di deontologia professionale inferiore alla media. Le pressioni, i tentativi di raccomandazione, le strategie più varie per condizionare la correttezza dei giudizi scolastici hanno scandalizzato, e francamente scoraggiato, tre dei quattro commissari esterni (la quarta collega, dopo alcuni giorni di ostentato e aggressivo legalismo, ha alla fine improvvisamente mutato atteggiamento  contribuendo, con il proprio voto aggiunto ai voti dei commissari interni,  a decisioni palesemente ingiuste). Se questa mia dolorosa esperienza non è stata un episodio isolato, ma la conferma di un trend abituale,   perché i genitori cattolici dovrebbe sprecare denaro per un tipo di scuola privata che non si differenzia, sostanzialmente, da altri meno costosi diplomifici?

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

LA REPLICA DEL PROF.  NICOLA FILIPPONE
Ho letto con molto interesse l’articolo di Augusto Cavadi sulle scuole paritarie e ho apprezzato la lucidità della sua analisi alla quale peraltro sono abituati i suoi lettori. Desidero aggiungere un modesto contributo a quanto da lui scritto, basandolo sulla mia esperienza ultraventennale di docente di un istituto cattolico nel quale, da cinque anni, ho anche la responsabilità della presidenza.
   A quelle da lui considerate - e ritenute ormai in parte superate - dobbiamo aggiungere altre ragioni, ancora estremamente valide e attuali, che possono indurre una famiglia a scegliere la scuola cattolica. Per esempio preferirne una incentrata sulla persona del ragazzo. Tale motivazione, che si ispira anche alla carta costituzionale, si attua innanzitutto nella costruzione e nel mantenimento di una relazione con ciascun allievo fin dal momento dell’iscrizione, che non avviene soltanto attraverso la compilazione di un modulo (nella statale on line), ma dopo un incontro e un colloquio con la famiglia e principalmente col ragazzo che desidera frequentare. Essa continuerà lungo l’intero percorso di studi e coinvolgerà, almeno per ciò che riguarda la nostra realtà, tutti i responsabili dell’educazione, dal direttore agli animatori, dal preside ai docenti, dallo psicologo al confessore, questi ultimi solo se richiesti. Ritengo che tale aspetto sia quello più atteso da alunni e famiglie e costituisca oggi la marcia in più che una scuola debba offrire. È certamente impegnativo (personalmente tengo circa 500 colloqui l’anno), ma necessario e imprescindibile. Anche perché quella del profitto è ormai soltanto una delle dimensioni concernenti la vita dello studente. Egli è fondamentalmente desideroso di un ambiente in cui sia ascoltato, considerato, voluto bene, in cui trovi la serenità che spesso manca a casa, indispensabile per un buon rendimento.
   Tutto ciò crea le premesse ad un’altra importante motivazione: fare in modo che il giovane percepisca la scuola non solamente come istituzione da frequentare, ma come luogo in cui vivere. Non come uno spazio in cui stare cinque o sei ore, ma come una realtà che gli appartiene, dove può fermarsi anche dopo il suono dell’ultima campana ed entrare in qualunque momento della giornata. La scuola assume così la connotazione di una casa in cui i ragazzi rimangono o tornano per studiare, per partecipare alle varie attività proposte (teatro, sport, approfondimenti culturali, recuperi), oppure semplicemente per affermare, con la loro presenza, un diritto associato al piacere di respirare un’aria familiare, di rivisitare, in un’ottica più distesa delle ore di lezione, degli ambienti che sentono loro. Queste sensazioni non scaturiscono dal pagamento di una retta, che in qualche modo assegnerebbe la quota di un bene di cui fruire, ma dalla consapevolezza di far parte di una realtà in virtù di una relazione che non si esaurisce mai, come dimostra l’incessante flusso di exallievi che continuano a frequentare l’istituto dove sono vissuti per anni o a iscrivervi i loro figli. Mi permetto di ribadire quanto dissi un anno fa in un convegno cittadino, alla presenza di varie autorità politiche, accademiche e scolastiche: sono fermamente convinto che il fenomeno delle occupazioni esprima questo desiderio di vivere la scuola, insito in ogni studente. Fino a quando se ne continuerà a parlare o in termini ideologici o, peggio ancora, come di un sistematico stratagemma per anticipare le vacanze di Natale, non se ne verrà mai a capo.
   Spesso i genitori scelgono la scuola paritaria (e dunque pubblica, non privata!) cattolica perché vogliono ancora che i figli ricevano una formazione. Questo concetto, toccato pure da Cavadi, è delicato e controverso perché formare un alunno potrebbe significare plasmarlo e dunque imporgli dall’esterno una forma ideologica o dottrinale. Ma in un’accezione per così dire metafisica la forma non è un involucro, un mero rivestimento, ma una componente sostanziale. Formare può voler dire allora aiutare il ragazzo a scoprire la sua essenza profonda, accompagnarlo nella scoperta e nell’accettazione di sé.
   Ancora qualche precisazione. Preferisco sorvolare sull’aggettivo “confessionale” con cui il prof. Cavadi si riferisce alle scuole cattoliche perché sono sicuro si sia trattato di una svista, lo stimo troppo per credere che abbia potuto usarlo con convinzione. Io non so quale sia stata la sua esperienza, ma posso assicurare, e con me centinaia di allievi e migliaia di exallievi, che nel mio istituto non si esercita nessuna forma di “accanimento catechetico”. Non vorrei scandalizzare nessuno, ma posso dichiarare di lavorare in una scuola laica, nell’accezione più nobile, che però non rinuncia alla sua identità cattolica e salesiana, che promuove la sintesi di cultura e Vangelo e che educa alla solidarietà e anche alla carità. E tuttavia essa opera nel rispetto delle libertà di ciascuno e tra i suoi alunni ha annoverato cattolici, musulmani, protestanti, agnostici e atei, iscritti a gruppi di ispirazione marxista o di estrema destra, aderenti al Movimento per la Vita, ecologisti e liberali o del tutto indifferenti verso la politica. Per noi vale sempre quello che ci ha consegnato Don Bosco: mi basta sapere che siete giovani perché vi ami assai. Siamo convinti che i principi cristiani siano pure antropologici e che attraverso di essi si debba contribuire alla costruzione di una società migliore, giusta e onesta, ma crediamo che la libertà sia un bene dinanzi al quale Dio stesso si ferma.
   Quanto alla dolorosa esperienza vissuta dal prof. Cavadi agli esami di Stato, non credo si debba generalizzare, non so quali elementi egli abbia per affermare che non si sia trattato di un caso isolato e che ci sia addirittura un “trend abituale”. Così come vorrei capire quali strumenti di valutazione egli abbia per misurare la deontologia professionale e giudicare quella delle scuole cattoliche “inferiore alla media”. Qual è la media? Per quello che può valere, la mia è una testimonianza che contiene un trend opposto, sono stato commissario interno d’esami innumerevoli volte - cominciai nel 1998 - ho sperimentato tutte le riforme e quindi ho praticato tutte le tipologie finora attuate. Non ricordo nessuna defezione da parte dei colleghi esterni e, tranne un anno in cui avemmo una presidente che iniquamente si accanì contro i ragazzi per evidenti motivi ideologici e pregiudizievoli, con tutti gli altri ho sempre trascorso momenti molto belli a livello umano e professionale, con alcuni continuiamo a sentirci, a scambiarci gli auguri e di molti di essi mi è capitato di cogliere il desiderio di tornare, che in qualche caso si è pure avverato.
   Un’ultima riflessione sul buono scuola, come è stato ampiamente spiegato la scuola cattolica non chiede soldi, ma si batte per la libertà di educazione, così come previsto dai costituenti. È troppo evidente che finché una scelta sarà subordinata al pagamento di una retta, non sarà mai libera. Pur tuttavia al “Don Bosco Ranchibile” anche quest’anno gli iscritti sono stati numerosi e di ciò siamo grati alle tante famiglie che con notevoli sacrifici non rinunciano all’esercizio di un loro diritto.

Nicola Filippone, preside del liceo "Don Bosco" di Palermo

QUALCHE BREVE NOTA SUPPLEMENTARE DI AUGUSTO CAVADI ALLA REPLICA DEL D.S. NICOLA FILIPPONE

Sono molto grato al preside Filippone per la garbata replica, ma  - poiché parla di un liceo in cui non ho mai messo piede in vita mia - avrei preferito che fosse stato invitato a rispondermi un rappresentante di qualche altro liceo cattolico dove ho insegnato per anni e dove sono tornato alcuni anni fa come commissario governativo per gli esami di maturità: per esempio il liceo "G******" . Sarebbe lungo soddisfare la curiosità del mio cortese interlocutore (che dichiara di non conoscere la mia esperienza), ma almeno qualche cenno glielo debbo. Alcuni giorni prima degli esami una signora si è presentata alle 15 nell'ufficio della presidente della commissione, ha spiegato di essere "cognata dell'onorevole M********"  e di essere venuta per "raccomandare i nipoti". Poi, quando sono iniziati gli esami, una professoressa dell'Istituto che non vedevo da vent'anni è venuta a trovarmi per "segnalarmi" un ragazzo che stavamo esaminando in quei giorni. Accanto a ragazzi davvero in gamba e preparati, ne abbiamo trovati di incredibilmente ignoranti. Ne ricordo uno in difficoltà a cui la collega di latino chiese, in extremis, di parlare almeno un po' di Catullo: "Non ho avuto il tempo di studiare il programma di greco" fu la risposta...Le mie domande sulla Costituzione italiana erano solitamente accolte dagli studenti con uno sguardo spaesato, nonostante - come d'obbligo ministeriale - si trattasse di un argomento regolarmente inserito nel programma consegnato. A un certo punto ho chiesto alla preside del liceo di dirci, per i singoli candidati, quali "sufficienze" fossero autentiche e quali gonfiate: ma ha risposto, mentendo clamorosamente, che erano tutte valutazione meritate ! Alla fine, dopo logoranti trattative, avevamo concordato di promuovere tutti tranne tre "indifendibili" (che, cioè, non avevano raggiunto neppure la media del "quattro" tra scritti e orali). Ma, quando l'indomani ci siamo rivisti per firmare i verbali, una docente esterna dichiarò di non aver dormito tutta la notte e di aver cambiato idea: avrebbe votato, insieme a tutti e tre i membri interni, per la promozione dell'intera classe! Così avvenne provocando in noi colleghi, insieme a uno stupore enorme, il sospetto che all'improvvisa 'conversione' notturna avesse contribuito la stretta parentela della professoressa con l'onorevole S****** (in quel momento presidente del *************  ****  *********). La presidente della commissione e i restanti due membri, nel congedarci dal rettore gesuita dell' Istituto, ci tenemmo a esternare la nostra totale disapprovazione per l'esperienza professionale che avevamo vissuto. 
  Qualche giorno dopo ho ricevuto una mail anonima di un alunno che mi rinfacciava una grave mancanza pedagogica: proprio il giorno d'inizio degli scritti avevo avuto il sadismo di pubblicare, sulla prima pagina dell'edizione palermitana di "Repubblica", un editoriale in cui avevo affermato che tutti gli alunni vanno trattati equamente e, se proprio una differenza si dovesse fare, la si dovrebbe a sfavore di quanti risultassero consenzienti con le "raccomandazioni" di familiari e amici.
 Chiudo (lasciando ai due o tre lettori masochisti arrivati sin qui di giudicare con la propria testa tutti gli altri argomenti del professor Filippone) con un augurio: che il caso del suo liceo salesiano rappresenti la "media" degli istituti cattolici molto meglio del liceo ********* della medesima città.
Augusto Cavadi 
www.augustocavadi.com

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