giovedì 7 luglio 2022

LA MAFIA E L'ANTIMAFIA SPIEGATE AI RAGAZZINI (10 - 13 ANNI)



 

FALCONE E BORSELLINO RACCONTATI AI RAGAZZINI

(nella foto l'autrice Irene De Piccoli)

Sulle stragi mafiose del '92 gli adulti sanno molto: o perché trent'anni fa le hanno vissute in diretta o perché sono stati informati in questi mesi da una pubblicistica straripante. Ma i bambini che hanno dieci o dodici anni? Per loro si tratta di avvenimenti lontani nel tempo, un po' come per la mia generazione era la lotta partigiana contro il regime nazi-fascista. Dobbiamo dunque essere grati a Irene De Piccoli, veneziana, che – con la collaborazione di due illustratori esperti, Tiziana Longo e Vincenzo Sanapo – ha dato alle stampe il volumetto Falcone e Borsellino. Eroi che non muoiono mai, Buk Buk, Trapani 2022, pp. 79, euro 9,90. 

Il registro è, ovviamente, narrativo (come si addice a lettori così giovani) e prende il volo da una targa (effettivamente esistente) davanti al commissariato di P.S. di Muggia, cittadina in provincia di Trieste, dedicata al concittadino Eddie Walter Max Cosina. A notarla è una ragazzina dodicenne, Giada, che chiede a un signore in divisa di poliziotto lumi sul personaggio celebrato. Così apprende che si tratta di uno degli agenti di scorta del giudice Paolo Borsellino, caduto nell'attentato del 19 luglio 1992. A cerchi centrifughi, la narrazione si amplia alla vita dei giudici antimafia, alla storia della mafia, alle alterne vicende dell'antimafia da allora ad oggi. L'autrice persegue- come scrive in Prefazione lo storico Francesco Fait- “un riuscito equilibrio tra la cronaca documentata e drammaticamente avvincente delle vicende di mafia e il racconto spensierato della giornata di una famiglia in vacanza”. 

Un racconto letterario non è un saggio scientifico e qualche approssimazione concettuale è dunque scusabile.


PER COMPLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLICK QUA: 

https://www.zerozeronews.it/falcone-e-borsellino-raccontati-ai-ragazzini/

lunedì 4 luglio 2022

CARLO ROVELLI: CONSIDERAZIONI SULLA GUERRA ATTUALE FRA RUSSIA E UCRAINA

 



Rilancio dal mio blog questo testo di Carlo Rovelli (accompagnato da una colomba di Bansky) perché ne condivido ogni parola. Sono convinto che ognuno è un'autorità nel proprio campo e Rovelli non è né uno storico né un politologo né un filosofo: ma, se un fisico dice cose giuste anche in ambiti differenti dalla fisica, meritano di essere conosciute.

"Amo l' America, ma..."

HO CAPITO IL MOTIVO DEL MIO TURBAMENTO


di Carlo Rovelli (*)


Poche volte mi sono sentito come in questo periodo, così lontano da tutto quanto leggo sui giornali e vedo alla televisione riguardo alla guerra ora in corso in Europa orientale. 


Poche volte mi sono sentito così in dissidio con i discorsi dominanti.  Forse era dai tempi della mia adolescenza inquieta che non mi sentivo così ferito e offeso dal discorso publico intorno a me.


Mi sono chiesto perché. In fondo, sono spesso in disaccordo con le scelte politiche e ideologiche dei paesi in cui vivo, ma questo è normale — siamo in tanti e abbiamo opinioni diverse, letture del mondo diverse.   Anche del mio pacifismo, poi, sono poi così sicuro?  Ho dubbi, come tutti.  Allora perché mi sento così turbato, ferito, spaventato, da quanto leggo su tutti i giornali, e sento ripetere all’infinito alla televisione, nei continui discorsi sulla guerra?


Oggi l’ho capito. L’ho capito proprio ritornando col pensiero al periodo della mia prima adolescenza, quando tanti anni fa la gioventù di tanti paesi del mondo cominciava a ribellarsi a uno stato di cose che le sembrava sbagliato. Cos’era stata quella prima spinta al cambiamento?   Non era l’ingiustizia sociale, non erano i popoli massacrati dal Napalm come i Vietnamiti, non era il perbenismo, la bigotteria, l’autoritarismo sciocco delle università e delle scuole, c’era qualcosa di più semplice, immediato, viscerale che ha ferito l’adolescenza di mezzo secolo fa e ha innescato le rivolte di tanti ragazzi di allora: l’ipocrisia del mondo adulto.


L’istintiva realizzazione da parte della limpidezza della gioventù che 


- gli ideali ostentati erano sepolcri imbiancati


- i nobili valori dichiarati erano coperture per un egoismo gretto


 - l’ostentato moralismo, la pomposa prosopopea della scuola, la pretesa autorità delle istituzioni erano coperture per privilegi, sfruttamento e bassezze.


Questo d’un tratto era insopportabile, per gli occhi limpidi di un ragazzo o una ragazza.


Sono passati tanti anni da allora. Il mondo mi appare infinitamente più complesso, difficile da decifrare, difficile da giudicare, di quanto non mi apparisse allora. L’illusione che tutto possa essere pulito e onesto nel mondo l’ho persa da tempo. Ma l’esplosione dell’ipocrisia dell’Occidente in questo ultimo anno è senza pari.


D’un tratto, l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori, il baluardo della libertà, il protettore dei popoli deboli, il garante della legalità, il guardiano della sacralità della vita umana, l’unica speranza per un mondo di pace e giustizia.   Questo canto a quanto l’Occidente sia buono e giusto e quanto gli stati autocratici siano cattivi è un coro in unisono ripetuto all’infinito da ogni articolo di giornale, ogni commentatore televisivo, ogni editoriale. La cattiveria feroce di Putin è additata, ostentata, ripetuta, declamata, all’infinito.  Ogni bomba che cade sull’Ucraina ci ripete quanto la Russia sia il male e noi il bene.


IO SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che una potenza militare abbia attaccato con futili pretesti un paese sovrano, mi aggiungerei al coro se ogni volta l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto in Afghanistan, in Irak, in Libia, a Grenada, a Cuba, e in tantissimi altri paesi. Lo abbiamo fatto ma ora che lo fanno i Russi ci rendiamo conto di quanto sia doloroso, non lo faremo più.”


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che i confini delle nazioni non sono rispettati, e la Russia ha riconosciuto l’indipendenza del Donbas, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho subito riconosciuto l’indipendenza della Slovenia e della Croazia, cambiando i confini dell’Europa, innescando una sanguinosissima guerra civile, e strappando terre alla Yugoslavia.”


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che Mosca bombarda Kiev, ammazzando civili innocenti, adducendo come motivo che Kiev bombardava il Donbas, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato Belgrado, uccidendo cinquemila persone, donne e bambini innocenti, adducendo come motivo che Belgrado bombardava il Kossovo”.


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO SE se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che la Russia pretende di cambiare il regime politico di Kiev perché questo regime le si ribella, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse 


“E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato la LIBIA, invaso l’IRAK, destabilizzato governi del mondo intero, dal MEDIO ORIENTE al SUD AMERICA, dal CILE all’ALGERIA, dall’EGITTO alla PALESTINA, ogni volta che un popolo votava per un governo troppo poco favorevole agli interessi occidentali, buttando giù governi democraticamente eletti come in Algeria in Egitto o in Palestina, per invece sostenere dittature come in Arabia Saudita quando  fa comodo, anche se i sauditi continuano a massacrare Yemeniti”.


SAREI FELICE DI UNIRMI AL CORO che si commuove per i poveri Ucraini, se questo coro si commuovesse anche per gli Yemeniti, i Siriani, gli Afghani e tutti gli altri, con la pelle di tonalità leggermente diversa, invece di lasciare fuori tutti gli altri a marcire.


O forse sarei in disaccordo, ma non così schifato, se semplicemente sentissi dire “siamo i più forti, vogliamo dominare il mondo con la violenza delle armi, per difendere la nostra ricchezza,  e lo domineremo.  Almeno non ci sarebbe l’ipocrisia, almeno potremmo discutere se questa sia o no una scelta lungimirante, e non sia più lungimirante smorzare lo scontro e cercare collaborazione.


E INVECE SIAMO IMMERSI NELLA PIÙ SFRENATA IPOCRISIA. Arriviamo a eccessi che rasentano il surrealismo. I nostri giornali parlano delle ambizioni “imperiali" della Cina e della Russia.  


Ma la Cina non ha praticamente un solo soldato al di fuori dei confini cinesi riconosciuti internazionalmente. La Russia ne ha solo a pochi chilometri dai suoi confini. I più lontani sono in Transnitzia, a poche decine di chilometri dai suoi eserciti. 


Gli Americani hanno cento mila soldati in Europa, hanno basi militari in centro America, in Sud America, in Africa, in Asia, nel Pacifico, in Giappone, in Corea, praticamente ovunque nel mondo. Eccetto in Ucraina, dove però le stavano iniziando. Hanno portaerei nel mare della Cina.  


Chi ha una politica imperiale?  


Dalle coste cinesi si vedono le navi da guerra americane, non credo che da New York si vedano navi da guerra Cinesi. Eppure i nostri giornalisti surrealisti riescono ribaltare la realtà fino a parlare della logica imperiale di Russia e Cina!


Si paventa l’uso della bomba atomica. Ma è l’Occidente l’unico ad aver usato la bomba atomica per affermare con l’estrema violenza il suo incondizionato domino, nessun altro lo ha fatto. 


Si dice che la Cina è aggressiva.  Ma non ha fatto una solo guerra dopo la Corea e il Vietnam, mentre l’Occidente ha fatto guerre in continuazione nel mondo intero.  


Chi è l’impero?


Il pentagono pubblica regolarmente liste di esseri umani uccisi in ogni parte del mondo dai suoi droni.  Riconosce pubblicamente che molti innocenti vengono uccisi per sbaglio. Il New York Times arriva all’orrore di scrivere un lungo articolo per denunciare il fatto che i poveri soldati americani che guidano questi droni da remoto non hanno abbastanza supporti psicologico per sopportare il duro lavoro e lo stress di dover spesso ammazzare innocenti!  Lo scandalo, per il paludato organo di stampa dei padroni del mondo, non è che siano ammazzati innocenti, è che i soldati che ammazzano non hanno adeguato supporto psicologico!


Neppure l’impero Assiro ricordato nell’antichità per la sua violenza era mai arrivato a una simile arroganza e disprezzo per il resto dell’ umanità!  Ma i nostri giornalisti ignorano felicemente che ogni settimana nel mondo qualcuno viene ucciso da droni americani, e ricordano piuttosto  indignatissimi di una persona uccisa dai russi a Londra.Come sono orrendi i Russi!  E via via così…


La Russia si è permessa di commettere anch’essa qualcosa degli orrori che l’Occidente continua a commettere. L’Irak e L’Afghanistan non avevano fatto male a nessuno: l’Occidente li ha invasi e ha fatto molte centinaia di migliaia di morti, nelle due guerre. E si permette di fare l’anima candida con la Russia?


Che lo faccia promettendo di non invadere più nessun paese, di non infilarsi più in nessuna guerra, di non voler dominare il mondo con la violenza.  Allora mi unirò anch’io al coro di condanna dei cattivi Russi.


Abbiamo sentito l’assurdo. Gli Americani invocare la corte internazionale di giustizia, che hanno sempre ostacolato e a cui non hanno aderito. Invocare la legalità internazionale, quando tutte le loro ultime guerre sono state condannate dalle Nazioni Unite e hanno fatto di tutto per esautorarle, compreso non pagare la loro parte.


Amo l’America.  Ci ho vissuto dieci anni. La conosco. La ammiro.  Ne conosco gli splendori e gli orrori. La brillantezza delle sue università, la vitalità della sua economia, la miseria infame dei ghetti neri e dei ghetti bianchi, le sue carceri dove tengono quasi un americano ogni cento, la violenza per noi europei inconcepibile delle sue strade.  


Amo anche l’Europa, dove sono nato. Ho amato quella che mi sembrava essere la tolleranza e la cautela ereditate dalla devastazione della Guerra Mondiale. Ma non posso non vedere come questa parte ricca e potente del mondo stia sempre più chiudendosi su se stessa in un parossismo di violenza contro il resto del mondo.  


Amo l’Occidente, ma per la ricchezza culturale che ha regalato al mondo intero, non per essere diventato dominante con la schiavitù e sterminando interi continenti, non per questa sfrenata violenza e ipocrisia che continuano gli orrori del passato.


Amo anche la Cina e l’India, di cui pure ho visto miserie e splendori.  È stupido discutere su chi sia migliore, come se dovessimo tutti fare la stessa cosa, o come se qualcuno dovesse necessariamente vincere sugli altri.  


Il problema del mondo non è chi deve comandare, che sistema politico dobbiamo adottare tutti.  Il problema del mondo è come convivere, tollerarsi,  rispettarsi, imparare a collaborare.


Il mondo ha diversi miliardi di abitanti. La maggioranza di questi sono fuori dall’Occidente. Ce ne sono in Cina, in India, in Russia, in Brasile, nel resto del Sud America, dell’Africa, dell’Asia. Sono la maggioranza dell’umanità.  Non hanno più simpatia per l’Occidente. Ne hanno sempre meno. Non partecipano alle sanzioni contro la Russia, molti si sono rifiutati perfino di votare la condanna della Russia all’ONU, nonostante fosse ovviamente condannabile. Non perché siano cattivi, perché amino la violenza, o abbiano biechi motivo.  Ma perché vedono la sfrenata ipocrisia dell’Occidente, che riempie il mondo dei suoi eserciti, si sente libero di massacrare, e poi fa l’anima candida se un altro si comporta male.


Il mondo, nella sua vasta maggioranza, vorrebbe che i problemi comuni dell’umanità, il riscaldamento climatico, le pandemie, la povertà, fossero affrontati in comune, con decisioni prese in comune. Vorrebbe che le Nazioni Unite contassero di più.  


È l’Occidente che blocca questa collaborazione, perché si sente in diritto di comandare, perché ha le armi dalla sua, la violenza dalla sua.


Ora l’Occidente si sente inquieto perché la Cina sta diventando ricca, per questo la stuzzica, la provoca, l'accusa di ogni cosa accusabile (e ce ne sono: scagli la prima pietra chi è senza colpe). L’Occidente cerca lo scontro con la Cina.  Vorrebbe umiliarla militarmente prima che cresca troppo e questo diventi impossibile. La classe dominante occidentale ci sta portando verso la terza guerra mondiale. I problemi dell’Ukraina si potrebbero risolvere come alla fine l’Occidente ha voluto risolvere la Yugoslavia: una guerra civile che si trascina da tempo, con interventi militari esterni, che ha portato a una separazione in parti diverse. Ma l'Occidente non vuole una soluzione, vuole fare male alla Russia. Non fa che ripeterlo.


Alla televisione sfilano le facce felici delle riunioni dei leaders occidentali, felici delle loro portaerei, le loro bombe atomiche, le loro armi innumerevoli, trilioni di dollari di armi, con cui si potrebbero risolvere i problemi del mondo, e invece sono usati per rafforzare un predomino violento sul mondo.


E tutto questo colorato delle belle parole: democrazia, libertà, rispetto delle nazioni, pace, rispetto della legalità internazionale, rispetto della legge.  Dietro, come zombi, i giornalisti e gli editorialisti a ripetere.   Sepolcri imbiancati.  Su una scia di sangue di milioni di morti straziati dalle nostre bombe negli ultimi decenni.  Da Hiroshima a Kabul, e continueranno.


(*) https://it.m.wikipedia.org/wiki/Carlo_Rovelli

sabato 2 luglio 2022

LA PEDAGOGIA "DELLA" SOFFERENZA SECONDO ORLANDO FRANCESCHELLI


LA PEDAGOGIA DELLA SOFFERENZA.

INDICAZIONI DA ORLANDO FRANCESCHELLI

Anche se – a giudizio di alcuni – la pandemia da Covid-19 è stata amplificata nel racconto pubblico, in ogni caso ha costituito un dato oggettivo nel biennio 2020 – 2021 (né, al momento in cui scrivo, sembra destinata a tramontare). Essa ha sottolineato anche agli occhi delle fasce benestanti dei Paesi occidentali ciò che in quasi tutto il resto del pianeta è esperienza quotidiana: l’esistenza umana è fragile, esposta a minacce di ogni genere. 

La sofferenza è una buona educatrice? Nei mesi più duri lo si è ripetuto, su un registro linguistico oscillante fra la previsione e l’auspicio: “Alla fine, ne usciremo. E migliori”. Ma il trascorrere del tempo conferma l’opinione più cauta di quanti supponevano – e suppongono – che, dove è in gioco l’essere umano, non scatta nessun automatismo. I fallimenti esistenziali, le malattie psichiche, i dolori fisici…tutto è intrinsecamente ambivalente: può migliorarci o peggiorarci a seconda del nostro atteggiamento di fondo (in genere migliora i migliori e peggiora i peggiori). 

E’ possibile individuare alcune condizioni favorevoli a una “pedagogia della sofferenza” , intendendo il genitivo sia come ‘soggettivo’ (la pedagogia esercitata su di noi dalla sofferenza) che come ‘oggettivo’ (o ‘di argomento’: la pedagogia che possiamo attivare, in noi prima che a vantaggio di altri,  in rapporto alla sofferenza)? Il filosofo Orlando Franceschelli ci prova nel suo Nel tempo dei mali comuni. Per una pedagogia della sofferenza (con Prefazione di Telmo Pievani, Donzelli, Roma 2021, pp. 155, euro 18,00): 

Sopportare la sofferenza per quanto si deve, ridurla per quanto è possibile, conoscere-apprendere quanto di più prezioso essa può insegnarci: la pedagogia della sofferenza educa a non sottovalutare nessuno di questi aspetti della nostra interazione con i pathemata senza redenzione” (p. 111). 

Vediamo, più attentamente, di cosa si tratta.

Sopportare tutto, e solo, ciò che va sopportato

“Sopportare la sofferenza per quanto si deve”: già, infatti non tutte le sofferenze sono inevitabili e dunque da sopportare pazientemente. Molti mali vengono a noi mortali da altri mortali più forti fisicamente, più astuti, più spregiudicati, più prepotenti, più spietati, più egoisti: sono i mali che le strutture economiche, le istituzioni giuridiche, i meccanismi politici, le tradizioni culturali…cristallizzano e perpetuano nella storia. Sono quei mali a cui i grandi riformatori – dai profeti biblici a Gandhi, Che Guevara, Martin Luther King, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (per citare quasi a caso e comunque nel limitato orizzonte di un occidentale) – ci hanno insegnato a ribellarci, facendo leva sull’indignazione individuale e soprattutto sulla mobilitazione di più o meno ampi aggregati sociali. 

Tuttavia, al netto delle sofferenze che l’uomo-lupo infligge all’altro uomo (specie se agnello), l’esistenza umana rimane marchiata da limiti ontologici insuperabili, di cui il decesso fisico è sintesi e cifra. Lo aveva notato già Agostino d’Ippona: nasciamo e di questo moriamo (anche se, abitualmente, ci diciamo che l’uno è deceduto per un incidente sul lavoro, l’altra per un male inguaribile, l’altro ancora nel corso di una rapina in banca). Eppure, oggi, alcune correnti teorico-tecnologiche sembrano voler negare l’ineluttabilità di questi limiti costitutivi dell’esistenza umana. Franceschelli denomina, complessivamente, “futurismo dei vincitori” queste varie correnti che si presentano sia nella versione 

forte del controllo tecnocratico di esseri viventi e ambiente (bio- e geo-ingegneria)” (p. 114) 

sia nella versione

gentile che comunque predilige prospettare e promettere miglioramenti futuri invece di curare le attuali ferite e contrastare efficacemente ingiustizie e privilegi che ne sono la causa. Finendo così per favorire comportamenti individuali e strategie etico-politiche che sono l’esatto opposto teso a migliorare noi stessi e la società anche mediante un serio confronto col problema della sofferenza” (pp.114 – 115). 

Ci muoviamo, insomma, sul filo d’acciaio steso su un burrone: da una parte si può cadere nel “dolorismo” (p. 8) di cui non di rado le religioni monoteistiche – influenzate da certe correnti dello Stoicismo1 - sono state agenzie educative (contribuendo alla passiva e inerte rassegnazione di intere generazioni di fedeli davanti a situazioni di sofferenza che, con blasfema narrazione, attribuivano alla volontà divina stessa); dall’altra si può precipitare nel super-omismo di chi interpreta la nietzschiana volontà di potenza come ineluttabile processo di auto-divinizzazione del mortale (meglio: di alcune minoranze elette2) , anche mediante gli strumenti della tecnica, al di là di ogni finitudine biologica e psicologica3. E’ interessante notare come da premesse onto-teologiche così distanti si possa convergere su esiti pratici, etico-operativi molto simili, se non identici: “preferire la sofferenza a ogni sua possibile riduzione” dal momento che “il piacere, il benessere, la felicità come sono intesi dai sostenitori della civilizzazione umana, da Epicuro a Darwin” (p. 109) , sono “valori” meritevoli di essere perseguiti non dal santo/saggio/superuomo, bensì dalla gente mediocre inadatta a elevarsi sulle vette della vita intellettuale e spirituale. 

Ridurre, per quanto possibile, le sofferenze 

E’ proprio per evitare questo duplice, letale, pericolo che una pedagogia della sofferenza non può esimersi dall’indicare – subito dopo l’invito a sopportare le sofferenze davvero inevitabili, irredimibili – la necessità di impegnarsi a “ridurl[e] per quanto possibile” (p. 111). A tal fine è, innanzitutto, importante la completezza della diagnosi: i mali contro cui dovremmo schierarci non ci assediano in ordine sparso, ma in compagine compatta. In proposito Franceschelli tiene a

precisare che quella del Covid-19, più che una pan-demia, è stata una sin-demia. Questo termine infatti richiama, opportunamente, l’attenzione sul prefisso syn-, ossia sull’insieme dei problemi (sanitari, ambientali, psicologici, sociali, economici) e sulla relazione tra le varie malattie che hanno favorito e reso ancora più devastanti gli effetti della diffusione del coronavirus nella popolazione (demos). E’ per queste ragioni che ‘sindemia’ esprime meglio di ‘pandemia’ non solo la sofferenza comune (la syn-patheia) causata da Covid-19, ma anche il comprensibile timore che la stessa ricerca di una soluzione puramente bio-medica potrebbe rivelarsi fallimentare. Con conseguenze più gravi, com’è agevole capire, per le fasce della popolazione maggiormente svantaggiate ed esposte a disuguaglianze socio-economiche e inospitalità ambientale” (p. 66).

A una diagnosi così impegnativa non può non conseguire una terapia altrettanto complessa. L’autore la incentra sulla “sinergia pensare-fare” (p. 124) così come è ribadita nella tradizione filosofica occidentale da Goethe (“Pensare e fare, fare e pensare. Ecco la somma di ogni saggezza”, cfr. p. 11 ) sino a Wittgenstein e Williams: una sinergia che eviti la riduzione del ‘fare’ a “un attivismo incondizionato” e il ‘pensare’ a “una contemplazione di entità soprannaturali più o meno solitaria, apatica, separata dalla vita” (pp. 17 – 18)4. Ovviamente l’intreccio fra teoria e prassi non avrebbe senso se avessero ragione o gli idealisti negatori di una consistenza reale della natura extra-mentale, come Hegel e Croce (perché operare su un “fantasma”?) o i materialisti negatori di una qualche trascendenza del pensiero rispetto alle sue radici biologiche e socio-economiche (e dunque votati a un pragmatismo del “fare senza pensare”)5, tra i quali ha rischiato, salvandosi solo  in extremis , di ascriversi Marx. Rettamente intesa, al di là della depistante opposizione fra “interpretare” e “trasformare” il mondo6, la “sinergia di pensare e fare” può alimentare “il concreto perseguimento” di quel “rapporto ragionevole e lungimirante tra ambiente naturale e storia della nostra specie” che “costituisce il nostro primo bene comune” (pp. 41 – 42). Al di là dell’illusione antropocentrica – se non antropoteistica – di poter disporre della “sovrumana storia dell’universo” come si trattasse di una delle “nostre umanissime creazioni storiche” (p. 42), ma anche della tentazione di “rifugiarsi in determinismi (genetico, socio-economico, geo-ambientale) o in fatalismi, spesso invocati nel tentativo di legittimare il proprio non assumersi responsabilità appellandosi a riduzionismi biologici o ad argomentazioni sostanzialmente metafisiche su necessità sovrannaturali” (p. 43). 

Accrescere sapere e saggezza

Sopportare i mali inevitabili e impegnarsi a ridurne al minimo l’impatto doloroso, su noi e gli altri viventi, sarebbero frutti pedagogici incompleti, per quanto preziosi, se non integrati da - o forse meglio: radicati in - un accrescimento di sapere e di saggezza. Di questa evoluzione cognitivo-etica fanno parte alcune acquisizioni. 

La prima: non si può vivere alla giornata, senza una propria interpretazione della vita, Senza “maturare liberamente e criticamente anche una «propria concezione del mondo» (Gramsci)” grazie, innanzitutto, a un costante “dialogare socraticamente e laicamente con gli altri con-filosofanti” (p. 47). Le trasformazioni storico-sociali sono sì effetto di mobilitazioni collettive, ma tali movimenti macroscopici originano nella “coscienza dell’uomo singolo che conosce, vuole, ammira, crea” (Gramsci, cit. a p. 47). 

La seconda acquisizione è una specificazione/esplicitazione della precedente: l’attività filosofica a cui sono chiamati non solo i professionisti della storia della filosofia, ma i cittadini e le cittadine in quanto esseri pensanti, va intesa come indagine critica sui fenomeni illustrati dalle scienze empiriche e finalizzata a “vivere come si deve” (per dirla con Montaigne citato a p. 3) o a fare degli “uomini”, non dei “libri” (per dirla con Feuerbach citato a p. 11) . Dunque una filosofia scevra da complessi di superiorità rispetto alle “scienze naturali e umane, la conoscenza storica, la cultura umanistica nel senso più ampio (arte, teologia, antropologia, diritto, economia)” e immune dalla tentazione del teoreticismo aristocratico (secondo cui si vivrebbe per filosofare, dimenticando che, invece, si filosofa per dare il proprio contributo alla “crescita individuale e civile”, p. 6). 

Si potrebbe aggiungere una terza acquisizione ‘sapienziale’: un simile modo di praticare la filosofia, per quanto concentrato sul presente e aperto alla progettazione del futuro, non si sottrae a 

l’inquietudine e la pena che nascono dal passato: da comportamenti e fatti su cui grava il peso dell’irrevocabilità. E talvolta del rimpianto. Il conoscere-apprendere attraverso la sofferenza - ammoniva Eschilo – è un dono che costa travaglio: fa scendere nel nostro cuore, anche durante il sonno, qualche goccia di tormentoso ricordo del male” (p. 116).

Una filosofia che non ripiega in una sorta di “anti-pedagogia della dimenticanza” pur di evitare il pungolo dell’interazione con

le testimonianze più significative delle sofferenze patite sulla Terra: quelle dei sommersi” (p. 115). 

Una quarta lezione che potremmo trarre dalla “sindemia” in corso riguarda l’ampliamento del nostro orizzonte di preoccupazioni:

alle sofferenze che hanno sempre accompagnato la vita e la storia si stanno affiancando ferite ecologiche che ormai coinvolgono l’intero pianeta” (p. 122).

Alla globalizzazione dei mali non si può reagire frammentariamente, secondo la logica tribale, ma convertendosi – gradualmente – a “un cosmopolitismo all’altezza dell’Antropocene” (p. 59) consapevole del fatto che “nessuno si salva da solo” (p. 77); che “le frontiere che contano ormai sono solo quelle del pianeta” (p. 60), tra i cui cittadini vanno inclusi gli “altri «agenti animati » che vivono sulla Terra” (ivi).

Siamo entrati, infatti, nell’

Antropo-cene, un’era geologica di cui è artefice l’agire umano (Anthropos) e che è del tutto nuova (come ci ricorda il suffisso -cene, dal greco kainos) rispetto ai precedenti Olocene e Pleistocene , durati rispettivamente migliaia e milioni di anni” (p. 53)7.

Possiamo far finta di niente oppure – seguendo il pressante invito già di Jonas – assumerci la “responsabilità” di questa nuova condizione dell’uomo nel cosmo: attrezzarci di un’ “etica dell’eco-appartenenza” (p. 50).

Una quinta lezione, infine, potrebbe riguardare più direttamente la consapevolezza dei rischi intrinseci alle nostre attuali risorse scientifico-tecniche:

gli odierni rampolli di Homo sapiens dispongono di conoscenze scientifiche e capacità tecnologiche davvero formidabili, ma stentano a utilizzare con moderazione, solidarietà e lungimiranza la potenza che esse mettono nelle loro mani, e che in precedenza l’umanità non ha mai posseduto. Spesso infatti questa potenza viene finalizzata non tanto a una più giusta estensione di beni comuni quali cibo, salute, istruzione, liberazione di tempo da dedicare alla fruizione di cultura e bellezza, bensì agli interessi economici, politici, militari dei paesi e dei gruppi sociali più influenti” (pp. 122 – 123). 


PER COMPLETARE LA LETTURA BASTA UN CLICK QUA:

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/lesperienza-della-sofferenza-tra-filosofia-e-pedagogia/


NOTE

1 Si pensi alla “rigida avversione per ogni «positiva gioia di vivere […] e un disprezzo per il corpo e per la vita dei sensi» (M. Pohlenz) che rendono a dir poco problematiche non solo la benevolenza cosmopolitica e la sopportazione dei mali care agli stoici, ma anche lo stesso, concreto vivere secondo natura da essi perseguito” (pp. 100 – 101). 

2 “E’ al servizio della volontà di potenza che egli [Nietzsche] ha suggerito di mettere l’umana – anzi: sovrumana – capacità di sopportazione, spingendosi perfino a chiedere ai propri discepoli di essere disponibili non solo a soffrire, ma anche a infliggere sofferenze” (p. 105) : “ai più deboli – al gregge degli uomini allevato dalle moderne democrazie” (p. 107). 

3 Ci si riferisce ovviamente all’ “uso delle biotecnologie” “volto a produrre superuomini post- o trans-umani” (p. 41). Alcuni passaggi di testi stoici (ad esempio l’esortazione di Seneca: “Sopportate da forti [ferte fortiter]. In questo superate anche Dio: egli è esente dalla sopportazione dei mali [patientia malorum], voi siete superiori alla sopportazione”, p. 101) suggeriscono l’idea che non siamo proprio all’opposto dell’antropocentrismo nietzschiano e che l’invito di Epitteto a darsi pensiero solo di occupare il proprio posto nel mondo “con disciplina e sottomissione a Dio” (p. 103) non riesce a occultare del tutto l’orgoglio che sospinge a una “apatia” sovrumana, al di là del ‘bene’ e del ‘male’ (intesi, questa volta, in senso fisico e socio-economico, non morale come sarà per Nietzsche).

4 Secondo Franceschelli, dunque, “l’attività filosofica è ben lungi dal coincidere con lo «staccarsi da tutte le cose esteriori» e con «l’abbandonarsi alla contemplazione di Lui»: con l’entrare in conversazione con Dio o «indiarsi» , come secondo Plotino accadrebbe sempre «a chi abbia molto contemplato»” (p. 19). La filosofia non coincide con la mistica, insomma (e concordo); ma neppure – noterei sommessamente -la esclude. Ovviamente, per dirimere la questione, bisognerebbe preliminarmente convenire sul significato del vocabolo ‘mistica’ che per qualcuno significherebbe, da Meister Eckhart a Hegel, “l’approfondimento spirituale, in senso assolutamente razionale” (M. Vannini, Escatologia e/o mistica in AA.VV., Sulle cose prime e ultime, Augustinus, Palermo 1991, p. 27) e, di conseguenza, addirittura il nucleo essenziale e irriducibile sia della fede cristiana che della filosofia occidentale. 

5 La circolarità dialettica pensare-fare necessita di almeno due condizioni. La prima (inficiata, come si è visto, dall’idealismo post-kantiano) è che la soggettività ‘spirituale’ non sia tutto; che si riconosca alla realtà naturale extra-umana una consistenza su cui operare. La seconda condizione è che il soggetto non sia in tutto e per tutto omologo all’oggetto; che possegga una qualche forma di trascendenza ‘critica’ verso la materia di cui pure impastato. Franceschelli rivendica, legittimamente, la presenza in Marx della prima condizione, il realismo gnoseologico e ontologico, difendendolo (sulla scia di Lukács) dall’accusa di un pragmatismo che eliminerebbe “tanto dalla teoria che dalla prassi ogni rapporto con la realtà oggettiva” (p. 33). Non altrettanto forte mi è sembrata la sua preoccupazione di rivendicare, i Marx, la seconda condizione: a mio avviso, infatti, Marx supera i materialismi settecenteschi non solo perché “teorici” (poco attenti alla dimensione attiva, pratica, dell’essere umano), ma anche perché troppo unilateralmente…materialisti. Dietro la facciata del suo attivismo (non perdiamo più tempo in dispute teoretiche, filosofiche, interpretative del mondo: cfr. qui p. 46) mi viene da sospettare che celasse il dubbio che l’uomo, pur non essendo solo ‘spirito’, fosse anche tale. Non era così ingenuo da ignorare che recepire la lezione degli idealisti sul “lato attivo” della soggettività umana significasse, inseparabilmente, mutuarne l’istanza meta-materialistica: se sono esclusivamente un aggregato di materia, perché non dovrei beatamente accontentarmi di essere trascinato nel suo flusso perenne? Lo stesso Franceschelli cita passaggi dei Grundrisse in cui Marx tratta del rapporto tra le “forze della natura e dello spirito” (p. 36): egli li cita per segnalare “il rischio di sopravvalutare l’attività dell’uomo e svalutare la naturalità del mondo” (ivi), ma potrebbero essere anche indici a favore del mio sospetto. Il nodo teoretico resta comunque la identificazione o meno di ‘natura’ e ‘materia’: la materia è certamente natura, ma non tutta la natura. Si potrebbe azzardare: la materia è la natura prima che attui, e manifesti, alcune delle sue numerose (forse innumerevoli) potenzialità

6 Engels si dichiarava “convinto che col marxismo la filosofia sarebbe stata «cacciata dalla natura e dalla storia». Non a caso invece, per un interprete delle Tesi su Feuerbach dell’importanza di Gramsci la filosofia «in quanto filosofia della prassi non è abolita e sostituita dalla pratica, come parrebbe dalla tesi XI e dalle sue consuete interpretazioni». Appunto: da cacciare dalle nostre visioni dei rapporti tra realtà naturale e storia umana non è la filosofia, ma la prassi senza filosofia, il fare e l’attivismo senza pensare” (pp. 40 – 41).

7 “Il dibattito sulle cause, sulle conseguenze e sulle potenzialità di questa nuova epoca […] è indubbiamente arricchito dal contributo degli studiosi propensi a definire non Antropo-cene ma Capitalo-cene il periodo storico in cui viviamo, visto che il «deragliamento geologico» del sistema Terra è stato causato non tanto dall’agire di un’indifferente umanità (dall’Anthropos) quanto dal saccheggio capitalistico delle risorse naturali […], anche nella versione sovietica e cinese” (p. 53). 

mercoledì 29 giugno 2022

23 MAGGIO - 19 LUGLIO 1992: LA RECENSIONE DI D. FADDA AL LIBRO DI A.CAVADI SU MAFIA E ANTIMAFIA OGGI

(La foto proviene dalla Libreria Macaione di v. Marchese di Villabianca 102,     Palermo. Da oggi il libro è acquistabile anche in tutte le librerie fisiche italiane).

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DAVIDE FADDA RECENSISCE

  QUEL MALEDETTO 1992. L'INQUIETANTE EREDITA' DI FALCONE E BORSELLINO

(Di Girolamo editore, Trapani 2022, pp. 140, euro 15,00)


«Di vero c’è solo il botto. Ancora oggi. Di vero c’è solo il botto, e nulla più». Comincia così, con questa citazione da Giacomo Di Girolamo, l’ultimo libro di Augusto Cavadi, Quel maledetto 1992. L'inquietante eredità di Falcone e Borsellino, Di Girolamo Editore, Trapani 2022. Lo scrittore siciliano in questo saggio si focalizza sull’eredità etica che le stragi del 1992 ci hanno lasciato e su quanto siano decisivi - in questo senso - i nostri comportamenti quotidiani al fine di attuare una vera “antimafia” del fare a scapito delle sole parole (cfr. p.98). Ripercorrendo le note vicende storiche di quei giorni, l’autore sottolinea quanto «la situazione sia per certi versi identica ma anche, per fortuna, incomparabilmente diversa» (p.15), rispetto a trent’anni fa.

La peculiarità della narrazione di Cavadi è data dalla prospettiva emotiva che egli adotta inizialmente dinnanzi ai fatti del ’92. La logica è infatti di mostrare al lettore quanto l’indignazione personale metta in moto tutta una serie di meccanismi che possono essere l’arma vincente nella strada del cambiamento sociale. Il primo capitolo Tragedia storica, angoscia privata ben sintetizza questo intento. Raccontandoci la sua esperienza personale egli ci invita, come ben argomentato dalla giudice Franca Imbergamo nella Prefazione, a utilizzare questo dolore, e la relativa indignazione, come molla per una maggiore consapevolezza del proprio diritto/dovere di essere cittadini: «Gli ho chiesto – a Giovanni Falcone – perdono. Perdono a nome di quei palermitani che si erano lamentati perché il suono delle sirene disturbava la pennichella pomeridiana. […] Perdono a nome di quel politico (amico!) che, in tv, lo aveva accusato di essere ingiustificatamente cauto nell’incastrare gli amici potenti dei mafiosi. […] Perdono a nome del poliziotto che, in coda con me al panificio, prometteva al collega che l’avrebbe ammazzato lui quel giudice se non l’avesse fatto prima la mafia: troppe lavate di capo per chi veniva sorpreso a leggere la Gazzetta dello sport quando avrebbe dovuto controllare ingressi ed uscite del portone» (p.10).

Nel secondo capitolo, Trent’anni dopo, l’autore mette in evidenza cosa è cambiato e cosa invece è, per certi aspetti, addirittura peggiorato nel contrasto alle mafie. Pur sottolineando come la situazione attuale sia profondamente diversa rispetto al periodo delle stragi, Cavadi ci spiega che, nonostante la sconfitta dell’apparato militare di Cosa Nostra, il rapporto politico tra mafie e istituzioni non soltanto non è morto, ma è rigoglioso; all’ala militare, insomma, si è sostituita, in termini di importanza, l’ala politica delle mafie. Sul piano del cambiamento, invece, si sottolinea come la mancata vittoria di Cosa Nostra non sia da attribuire esclusivamente ai martiri civili più noti, di cui dobbiamo certamente custodire la memoria, ma anche a tutti quegli eroi silenziosi, che fortunatamente non sono morti e di cui spesso non conosciamo il volto, «che hanno perseverato nel fare, molto semplicemente, il proprio mestiere» (pp. 21-22).

Nel terzo capitolo, E domani?, vengono poste le basi di una proposta civica che tenga in considerazione sia la celebrazione dei martiri laici in senso stretto, attraverso la commemorazione, pur sempre necessaria, sia le azioni che quotidianamente debbono poterci distinguere in questo senso. Come fattore primario Cavadi evidenzia la conoscenza del fenomeno, di cui tratta nel capitolo quarto: Anzitutto conoscere. Pur sottolineando che la sola conoscenza del “sistema criminalità” non ne provoca, in automatico, il rifiuto, egli ritiene che questo sia il passaggio iniziale in grado di «abbattere gli stereotipi sul sistema mafioso e focalizzarlo nella sua vera identità: un’associazione gerarchica di cosche i cui membri mirano al dominio e al denaro mediante un consenso sociale ottenuto con proposte di corruzione e, se necessario, con minacce violente» (p.36). Enigmatica, in tal senso, la formula da lui rilanciata: la forza della mafia sta fuori dalla mafia (p. 38). L’approfondimento sul tema della criminalità organizzata è mal sostenuto, secondo l’autore, da «una preoccupante superficialità intellettuale», la quale troppo spesso edulcora nelle sue opere queste organizzazioni al punto da renderne al pubblico una visione per certi aspetti apologetica. Non basta, quindi, la sola forza repressiva messa in atto contro le consorterie mafiose, ma urge una rivalutazione sociale e antropologica del fenomeno. Per far questo bisogna decostruire la narrazione delle mafie come cancro per approcciarci ad esse, invece, come ad «un modello diffuso di relazioni tra le parti della società» (così V. Sanfilippo citato a p. 61). Bisogna cioè riconoscere che siamo inseriti in un sistema in continua trasformazione di cui tutti siamo un tassello a suo modo determinante. È proprio questo infatti il tema del quinto capitolo Inventare strategie di opposizione nonviolenta: l’autore sottolinea come i giudici Falcone e Borsellino avessero ben chiaro questo aspetto e come tale approccio non fosse solo più umano eticamente, ma anche più efficace professionalmente. L’approccio nonviolento di Falcone è restituito con le sue stesse parole: «Perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno […] e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono. […] Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi» (p. 65).

Nella parte finale del saggio, Boicottare gli affari illeciti e Riscoprirsi animali politici, ci viene mostrata la questione più scottante della tematica, e cioè i rapporti tra le mafie, l’economia e la politica. Il sotto-sistema mafioso immette nel sistema economico ingentissime somme di denaro che sono, a tutti gli effetti, risorse del (e nel) mercato bancario. Questa ricchezza “illegale”, determinata anche dal coinvolgimento attivo di colletti bianchi, innesca un effetto-domino anche nel mercato “legale” creando un cortocircuito per cui moltissime attività lecite sono finanziate da soldi sporchi. Se quindi l’attività giudiziaria dovrà cercare di stroncare questi meccanismi, il singolo cittadino, nel suo piccolo, può partecipare attivamente al contrasto dei medesimi, attraverso il boicottaggio di attività notoriamente in mano a mafiosi e di prodotti illegali o di dubbia provenienza. Un’ulteriore inversione di tendenza avverrebbe se i cittadini, soprattutto i migliori, si impegnassero nella cosa pubblica in modo attivo così da contrastare le cosche le quali non vogliono essere l’anti-Stato ma, attraverso i propri rappresentanti, farsi Stato: «Si perpetua un circolo vizioso per cui i cittadini più degni non vogliono compromettersi nella gestione della cosa pubblica perché inquinata dalla mafia; le amministrazioni pubbliche corrotte e corruttibili sono sempre più manovrate da boss mafiosi; e ciò allarga il fossato tra esse e i cittadini onesti che si confermano nella decisione di astenersi dall’impegno nelle istituzioni» (p.89).

Nella conclusione del saggio, Rovesciare la pedagogia mafiosa, l’autore illustra come è esercitata l’egemonia culturale mafiosa e come essa abbia primariamente dei risvolti pedagogici importantissimi nella trasmissione dei valori e dei comportamenti all’interno della comunità: «Per questo un’educazione mirata alla prevenzione e al contrasto della mentalità mafiosa è necessaria, ma non deve presentarsi con questa etichetta. La stessa parola – mafia – sulla bocca dell’educatore significa una cosa, all’orecchio del ragazzo di quartiere popolare significa un’altra cosa. Per certi versi l’opposto. La metodologia deve invece fare leva sulla sostanza, sui contenuti effettivi. […] Poi eventualmente da adulto il ragazzo potrà scoprire che i principi ispiratori che aveva gradualmente abbracciato, man mano che abbandonava la filosofia di vita assorbita passivamente da bambino, erano principi frontalmente contrari ai dettami mafiosi» (p.98).

La priorità di un’antimafia del fare rispetto a un’antimafia delle sole parole è un tema di stretta attualità che è stato trattato con originalità dall’autore. Se la via è quella del 'fare' - nella risoluzione un problema plurisecolare - allora non possiamo che interrogarci sulla nostra condizione di individui, sia come esseri umani sia come cittadini. E se la sofferenza dei primi, anche espresso come sentimento di angoscia così ben descritto da Augusto Cavadi, sarà funzionale alla rivalutazione del senso civico dei secondi, allora potremmo dire di esserci avvicinati, forse, successo.

Davide Fadda

https://www.girodivite.it/Quel-maledetto-1992-L-inquietante.html 

lunedì 27 giugno 2022

18 DONNE DI TUTTA ITALIA S'INTERROGANO SUL LORO RAPPORTO CON IL SISTEMA MAFIOSO

(Foto di Gaetano Ceraulo)

DONNE DENTRO E FUORI IL SISTEMA DI DOMINIO MAFIOSO

Una scrittrice (Gisella Modica) e una sociologa (Alessandra Dino) hanno chiesto a 16 donne di varie parti d'Italia un contributo sul loro rapporto con le tematiche delle mafie meridionali. Ne è risultato un testo – Che c'entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni (Mimesis, Milano – Udine 2022, pp. 270, euro 24,00) - intessuto di registri comunicativi non omogenei: infatti il linguaggio descrittivo scientifico si intreccia con il narrativo-biografico e questo, ancora, col linguaggio inventivo della creazione letteraria. Questa varietà di registri non è un difetto perché, anzi, rende la lettura ‘sorprendente’: completato un capitolo appartenente a un certo genere letterario, te ne trovi innanzi un successivo di genere letterario completamente diverso. 

Un limite, se mai, potrebbe individuarsi nella preponderanza di dati, esperienze vissute, rispetto a una griglia interpretativa complessiva del ruolo delle donne nel mondo delle mafie. Comunque, anche se fosse metà dell’opera, sarebbe già una metà preziosa: infatti, se esiste qualcosa come un sapere mafiologico, esso può progredire solo in quanto intreccio epistemico di categorie scientifiche e di vissuti esistenziali.

In questo ricco magma di testimonianze e di invenzioni poetiche mi limito a qualche spunto.

Un primo tema è costituito dalla relazione fra violenza mafiosa e violenza di genere. In qualche mia pubblicazione sula “gabbia del patriarcato” ho avanzato delle somiglianze che in più di un passaggio di questo testo vedo ribadite. 

  • Come il sistema mafioso è oppressivo anche quando non uccide (anzi, forse soprattutto quando non ha bisogno di ricorrere alla violenza esplicita, esercitata) così il sistema patriarcale-maschilista è oppressivo anche quando non uccide (anzi, l’intensificarsi dei femminicidi è la spia di una crescente resistenza femminile alla ‘normalità’ della subordinazione di genere). Ma l'opinione pubblica (pur essendone essa stessa vittima ordinaria e quotidiana) si accorge della mafia e della violenza strutturale ai danni delle donne solo quando vede il sangue. Da qui la necessità, nell’uno e nell’altro caso, di acquisire “una visione non emergenziale del fenomeno” (Sara Pollice, p. 145); di “costruire una visione delle cose che consenta alle ragazze” – nel caso della mafia: ai cittadini – “di liberarsi da gabbie che loro stesse considerano normali, anzi, necessarie” (Clelia Lombardo, p. 91);

  • come il sistema mafioso mortifica e avvilisce l’umanità non solo delle vittime ma anche dei carnefici, così “la mentalità patriarcale” impoverisce e rattrappisce la personalità degli stessi maschi che la riproducono passivamente . In entrambe le situazioni – per dirlo con Simone Weil citata da Maria Livia Alga a p. 164 – “la violenza pietrifica, diversamente, e ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano”. La riprova: i maschi evoluti sono al di là tanto del sistema mafioso quanto del maschilismo, come Peppino Impastato che “nel corso della sua breve vita cercherà di emanciparsi, alimentando un nuovo modo di relazionarsi tra i generi” (Evelin Costa,p. 52)

  •  un altro aspetto della questione mafia-donne riguarda non più solo le analogie fra sistema mafioso e sistema maschilista, ma proprio la violenza esercitata contro le donne all’interno del sistema mafioso: il caso di Lia Pipitone, uccisa dai killer del padre mafioso nel 1983, raccontato anche da Clelia Lombardo nel suo contributo, è solo uno dei tanti evocati lungo tutto il volume (per esempio nei contributi di Sara Pollice Il filo che ci unisce, pp. 143 – 153, di Floriana Coppola, Storia di Anna, pp. 171 – 185, di Chiara Natoli, Trent’anni dopo. L’eredità di chi non c’era, pp. 215 - 217).

Un secondo tema è l’intreccio fra legami affettivi, familiari, e distanziamento cultuale, etico-politico, da soggetti decisamente mafiosi. Gisella Modica racconta il travaglio nei confronti della figura del nonno materno, per anni ammirato, poi 'scoperto' come boss. Sul piano dei vissuti esistenziali non è facile districarsi, ma concettualmente dovrebbe essere evidente la possibilità che un affetto familiare sincero co-esista con una presa di distanza pubblica, serena ma ferma, dall’universo dei propri cari. Non c’è contrasto fra i due atteggiamenti, anzi la forma più matura e costruttiva di amore potrebbe manifestarsi come invito a rinnegare un passato indecente: ti amo al punto da chiederti di liberarti, sino a che sei in tempo, dalla zavorra che sinora ti ha appesantito e infangato. E’ l’esperienza che racconta di sé un nipote di Matteo Messina Denaro grazie alle cui sollecitazioni il padre ha finito con l’abbandonare pubblicamente l’appartenenza alla cosca di Castelvetrano. 

Qui sfioriamo, e in un certo senso sforiamo su, un terzo tema che mi sta a cuore: la postura nonviolenta come co-essenziale, rispetto ai metodi giudiziari, per scardinare il sistema mafioso. Maria Di Carlo non solo ricorda lo stile di Giovanni Falcone (che è stato efficace proprio come inquirente grazie alla sua “capacità di trattare l’altro (anche un mafioso!) con rispetto umano, avendo cura di creare con lui un sentimento di empatia” (pp. 73 – 74), ma racconta anche la storia di Maria Luisa Javarone che, madre di una giovane vittima di violenza da parte di una gang, cerca (purtroppo invano) di solidarizzare con la madre di uno degli assassini del figliolo. 

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