domenica 28 novembre 2021

PERCHE' ANCORA STATUE DI SANTI CATTOLICI SI INCHINANO DAVANTI CASE DI BOSS MAFIOSI?

LE INCONFESSABILI CONNIVENZE FRA CHIESA CATTOLICA E MAFIE

 

In tutte le culture inchinarsi è un segno di reverenza, spesso anche di subordinazione. Nell’Italia meridionale – dove il senso della ‘comunità’, basata sui rapporti personali, prevale sul senso della ‘società’, basata sulle regole oggettive – esso possiede ancestralmente un forte valenza simbolica. E’ facile intuire, dunque, quanto credito sociale guadagna un boss mafioso se la statua della Madonna o di un santo protettore, nel corso di una processione, si ‘inchina’ in segno di omaggio davanti la sua abitazione: nel linguaggio espressivo dei segni, equivale a farsi proclamare Dio. O qualcosa di molto vicino al divino.  

Su questo fenomeno non mancano le documentazioni giornalistiche né i commenti occasionai di vari studiosi, ma solo in questi giorni esso è diventato oggetto di uno studio organico nel volume di Davide Fadda, L’inchino. Santi, processioni e mafiosi nel Meridione italiano (Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 168, euro 20,00). 

Il giovane autore è partito da due casi di studio (le processioni della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina e della Madonna del Rosario a San Paolo Bel Sito) e, con l’aiuto di alcuni esperti sui rapporti fra le chiese e le mafie (tra cui don Francesco Michele Stabile, Salvatore Lupo e Giancarlo Caselli), ha inserito questi due episodi di cronaca nel quadro complessivo della religiosità cattolica mediterranea e delle strategie attuate costantemente dalle cosche criminali per strumentalizzarla ai fini della propria legittimazione. Tale strumentalizzazione risulterebbe disagevole se dovesse fare i conti con una chiesa più fedele al messaggio originario di Cristo, più libera perché concentrata su principi di giustizia e di fraternità solidale; non – come invece avviene – con una chiesa “fortemente gerarchizzata”, diventata “una delle potenze indiscusse nel panorama politico europeo per quasi duemila anni” (p. 37).

Il quadro che viene restituito è variegato sia nel tempo che nello spazio: la storia scorre, per fortuna, anche sotto i ponti del Meridione italiano, così che in alcune cittadine le amministrazioni locali – in linea con la tradizione -  chiudono un occhio (o tutti e due gli occhi); in altre, invece, anche per il coraggio personale di alcuni esponenti delle istituzioni civili e religiose, il disegno egemonico dei mafiosi viene smascherato, denunziato e smantellato. Già, il coraggio che – sostiene Fadda – “significa non solo staccarsi da una proposta sociale e culturale «sbagliata» ma non cedere, per quanto possibile, alla nostra paura principale, che è morire” (p. 146). 

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https://www.zerozeronews.it/le-inconfessabili-connivenze-fra-chiesa-e-mafia/

giovedì 25 novembre 2021

CONDIVISIONE E DIFFIDENZA DI FRONTE AL PARADIGMA POST-TEISTA


 “Adista/Documenti”

n. 41 del 20.11.2021

 

IL POST-TEISMO CONTEMPORANEO: FRA CONDIVISIONE E DIFFIDENZA

 

Fra i molti pregi, il numero 35 di “Adista/Documenti” mi ha aiutato a chiarire a me stesso perché il mio giudizio sul paradigma “post-teista” oscilli, quasi per una dialettica interna, fra condivisione e diffidenza. Da una parte, infatti, la radicalità e la schiettezza con cui si contestano i paradigmi teologici precedenti mi risultano liberatori e capaci di aprire scenari entusiasmanti: francamente lo stile abituale di molti teologi di dire-e-non-dire, o di smerciare come mere modifiche di linguaggio dei sostanziali mutamenti dottrinari, mi ha stancato da tempo. Gli studiosi che Claudia Fanti e don Ferdinando Sudati continuano a farci conoscere in lingua italiana preferiscono un più evangelico “Sì, sì; no, no” che consente, e in un certo senso impone, delle più nette prese di posizione da parte del lettore. E’ questa la ragione principale per cui ho aderito con convinzione, sin dall’inizio, all’interessante rete “Inedito cammino” di cui Federico Battistutta ha efficacemente sintetizzato la missione sul numero 37 di “Adista/Documenti”.

Che cosa, tuttavia, mi impedisce di sentirmi totalmente a casa, in buona compagnia, quando si tratta di proporre propositive, costruttive, alternative ai relitti ormai inservibili del passato? Direi che, dal punto di vista del metodo, non mi convincono alcune opzioni di fondo che sintetizzerei in tre parole-chiave.

La prima parola è storicismo ossia la convinzione che ciò che viene dopo sia necessariamente migliore di ciò che viene prima. “Il mondo sta sperimentando una mutazione di grande portata, una metamorfosi globale; ci troviamo nell’occhio dell’uragano di un nuovo tempo assiale simile a quello del VI secolo prima della nostra era. Le idee, i costumi, le relazioni, la geopolitica, la tecnoscienza ecc. configurano un contesto assai diverso da quello derivato dalle convinzioni più profonde del cristianesimo” (p. 3 del Testo-base Per un cristianesimo post-teista). E con ciò ? mi verrebbe da chiedere. Non può darsi che le “convinzioni più profonde del cristianesimo” siano più vere, o più solide o comunque preferibili, delle novità imposteci dall’attuale “uragano”? Sartre è più attuale di Parmenide: ma questa caratteristica non gli assicura per ciò stesso una maggiore autorevolezza, credibilità. La storia non procede, trionfalmente, di bene in meglio, ma a zig-zag: il Novecento, epoca di immensi progressi da tanti punti di vista, è stato insuperabile anche nei disastri (nazifascismo, socialismo staliniano, bombe atomiche liberal-democratiche…). 

“Vere”, “solide”, “preferibili”, “autorevoli”, “credibili”…tutti aggettivi che presuppongono metri di giudizio ‘assoluti’. Che però confliggono con i “nuovi modelli epistemologici, pluralisti e relativisti che mettono in discussione l’esistenza di una verità assoluta” (ivi, p. 2). “Relativisti”: ma il relativismo – ecco una seconda parla illuminante – è una prospettiva ovvia, indiscutibile, starei per dire ‘assoluta’? Personalmente, se fossi relativista (e dunque ritenessi ‘oggettivamente’ equivalenti, interscambiabili, le teologie) mi terrei stretto il paradigma cattolico-medievale che tanto conforto può dare alle inquietudini e ai dubbi dell’uomo, anche contemporaneo, ma che trovo povero di ‘verità’. Se mi interessa il paradigma post-teista è perché lo ritengo più ‘vero’ (= più vicino alla realtà, al come-stanno-le-cose) di altri paradigmi teologici. Qualche anno fa lo psichiatra e psicoterapeuta Giovanni Jervis (nel suo   Contro il relativismo) metteva in guardia dal rischio che - in clima relativista - tutto potesse passare per buono (dogmatismi autoritari inclusi: citava papa Raztinger).

Poiché è stato lo stesso Protagora, il primo teorico del relativismo, ad avvertire che si tratta di una prospettiva invivibile (per cui, in pratica, poi anche lo scettico sceglie una via piuttosto che un’altra, in base ad esempio a criteri di utilità), anche nel nostro ambito troviamo dichiarazioni, lucide e sincere, come quella di Rita Maglietta: si tratta di “individuare, ciascuna/o con i tempi, i modi e la gradualità che ritiene, quali argomenti non sono più compatibili con la propria sensibilità, sensibilità di donne e  uomini del XX secolo. Per me l’interesse per questo filone non è di tipo conoscitivo, e non ha richiesto alcuna scelta drastica” (ivi, p. 7). Intendiamoci: né Rita né altri simpatizzanti del post-teismo si riferiscono alla “sensibilità” meramente soggettiva, quasi si trattasse di una questione di gusti (sui quali, come è noto, non est disputandum). Si riferiscono piuttosto a un sentire collettivo, a una sorta di “Spirito del tempo” o più limitatamente di “senso comune”: qualcosa, comunque, che tocca il nostro ‘sentimento’ (o presentimento), piuttosto che la nostra esigenza intellettuale di dirimere quelle “disquisizioni intorno a dio, sia post o ante, che forse hanno fatto il loro tempo e personalmente metterei da parte per un bel po’ ” (Silvia Papi, ivi, p. 9). Così l’anello si chiude: storicismo, relativismo, sentimentalismo (in senso tecnico, non riduttivo/spregiativo). 

Dentro questo anello, per motivi logici o forse di struttura caratteriale, alcuni non  ci ritroviamo. Per fortuna o per sfortuna (nostra e/o altrui) , a differenza di altre amiche e di altri compagni di viaggio, “abbiamo bisogno di dire cosa è Dio” (o cosa non è, se non è) e non ci “vanno bene tutte le risposte precedenti: è nel cosmo, è in tutto, è nella natura, è un’energia, una forza (…), è anche nella nostra umanità più profonda” (Rita Maglietta, ivi, pp. 7 – 8). Probabilmente la nostra ricerca filosofico-razionale, quando è in gioco l’ipotesi del divino, è destinata al naufragio totale; ma se essa contrassegna l’umanità di alcune e di alcuni di noi, è perché siamo ‘perversi’ o almeno ‘ritardati’? O non è la struttura antropologica in quanto tale configurata  per dirimere le “questioni fondamentali” dell’esistenza  non solo con l’intelligenza, ma anche con essa?  Come mi è capitato di leggere non so più dove, è bello ogni tanto perdere la testa; ma anche farla funzionare comporta le sue gratificazioni. 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

sabato 20 novembre 2021

TRA ATEISMO E RELIGIONE, TERTIUM DATUR


 Sono molto grato a Davide Miccione di aver ospitato, nella Collana di filosofia da lui diretta presso l'editore Algra di Valverde, il libro in cui provo ad esprimere convinzioni, dubbi, sentimenti di quanti - come me - vedono i limiti delle certezze dogmatiche di 'credenti' e di 'atei'. E, nel travaglio della ricerca, si aggrappano a uno dei pochi appigli affidabili: una 'spiritualità' - un modo di intendere e gestire la vita - 'laica' che, in ogni ipotesi, dovrebbe precedere le opzioni in ambito teologico (come in ambito politico) e garantirne autenticità, serietà, trasparenza. 

Il libro è disponibile in tutte le librerie on line e  (su richiesta) fisiche italiane, oltre che direttamente sul sito dell'editore:

Chi volesse servirsi di Amazon è pregato di entrare nel sito della multinazionale passando per il sito:
perché, per qualsiasi prodotto (anche non librario) acquistato dopo essere entrato nel sito di Amazon attraverso questa 'porta', Amazon riconosce una piccola percentuale del suo guadagno per finanziare il blog che diffonde nella rete la letteratura sulla Sicilia. 

venerdì 19 novembre 2021

FILOSOFIA E VOLONTARIATO: UN DIALOGO A DISTANZA CON ALCUNI RAGAZZI DI ENNA

Quando alcune colleghe del Liceo di scienze umane "Napoleone Colajanni" di Enna mi hanno proposto di conversare, con le alunne e gli alunni, su "Filosofia e volontariato" sono rimasto un po' stupito. So che attraversiamo una fase di disimpegno sociale generalizzato che non risparmia certo le generazioni più giovani. Ma proprio perché la stragrande maggioranza degli studenti non aveva mai praticato attività di volontariato - anzi, non ne aveva neppure sentito parlare - l'incontro è stato sorprendentemente fruttuoso. Su base esclusivamente 'volontaria', 35 di loro hanno letto il mio libretto 

e ieri, terzo giovedì del mese di novembre (Giornata mondiale della filosofia per l'Unesco), ne abbiamo parlato in collegamento video in due sessioni mattutine, con due gruppi distinti, di due ore ciascuna.
I ragazzi hanno proiettato delle slide che attestavano un'attenzione intelligente e una reazione critica, supportate dagli stimoli delle colleghe del Dipartimento di filosofia e scienze umane. 
Mi fa piacere riprodurre anche qua un po' del materiale prodotto dalle studentesse e dagli studenti di Enna, senza minimamente ritoccarlo perché parli con la grande spontaneità e le piccole ingenuità espressive con cui è stato preparato e 'offerto'.

Qua il link a un padlet
 (che non so bene cosa sia, ma - se si clicca su - si capisce): 


Alcune alunne hanno anche scritto la Lettera aperta alla "società": sarebbe bello che qualche adulto - specie se inserito nell'apparato amministrativo statale, regionale o comunale - venisse a leggerla e si vergognasse, almeno un po', della pigrizia e della corruzione con cui ha sinora contribuito all'arretratezza socio-economica ed etico-politica della nostra Regione. Quanti milioni di euro, pervenuti dall'Unione Europea anche di recente, giacciono inutilizzati perché da decenni le Giunte siciliane e i vertici della burocrazia regionale hanno imbarcato - con criteri clientelari - funzionari e dipendenti privi di competenze e di senso civico?