venerdì 3 dicembre 2021

LA SANTITA' LAICA DEL GIUDICE LIVATINO




 La laica santità del giudice Livatino

by Antonino Cangemi

In un momento in cui vengono alla ribalta le contraddizioni del sistema giudiziario e la fragilità istituzionale che dovrebbe garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, la beatificazione di Rosario Livatino riscatta il ruolo e l’identità dei magistrati.

Molte le pubblicazioni che hanno ricordato il giudice di Canicattì nell’anno della sua beatificazione. Tra di esse abbiamo scelto il saggio di Augusto Cavadi,  Rosario Livatino, un laico a tutto tondo, edito da Di Girolamo.

La scelta è ricaduta sul libro di Cavadi perché, pur soffermandosi sul profondo senso religioso che ha ispirato la vita e l’attività professionale di Livatino, ne coglie un aspetto in genere trascurato e spesso travisato: la laicità nel suo magistero di giudice.

E’ facile ritrarre Livatino come un cattolico fervente, tutto chiesa e toga, uomo di fede illuminato dalla fede nell’esercizio del suo mestiere di magistrato.

La laica santità del giudice LivatinoRosario Livatino

Il che peraltro ne giustifica ancor più la beatificazione e il sacrificio della sua esistenza dedita a Dio (nella sua agenda un’eloquente sigla: STD, sub tutela Dei) e alla giustizia. E in effetti Livatino così era, ma con una puntualizzazione doverosa che Cavadi nel suo breve saggio mette in rilievo e che meglio rende testimonianza dell’uomo e del giudice. Livatino non era un integralista, la sua fede e la sua alta levatura morale nonché la sua intelligenza, lungi dal collocarlo su un piedistallo alieno al confronto e alla “negoziabilità dei valori”, lo spingevano al contatto con gli altri, anche con chi gli era lontano per sensibilità, credo e filosofia di vita.

La laicità di Livatino si manifestava, secondo Cavadi, “nell’essere parte di ‘un popolo’” riconducendo l’espressione alle sue origini etimologiche (laos).

Lezioni di filosofia: dall'angoscia alla terapia dell'anima

Augusto Cavadi

Il contesto siciliano di Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

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Felice Lima

Il “giudice ragazzino” – come venne battezzato con un’assai infelice esternazione di Cossiga benché, quando fu ucciso, “ragazzino” non fosse – non apparteneva alla cosiddetta “casta” dei giudici (e in ogni caso di quella presunta “casta” rifiutava i privilegi e i poteri), ma al “popolo”, alla gente comune. E proprio per questo che oggi, proprio quando si svelano le debolezze e le lacerazioni  del contesto giudiziario, spicca ancor più la sua esemplarità.

Nel saggio di Cavadi sono raccolte diverse testimonianze della sua “santità” laica, della sua anomala “normalità”: a parte una professionalità riscontrabile in pochi (le sue sentenze e i suoi atti giudiziari sono formalmente e sostanzialmente impeccabili), Livatino riconosceva l’importanza fondamentale della dialettica processuale e con gli avvocati coltivava il più costruttivo dialogo, teneva in grande considerazione le ragioni e i diritti degli imputati e avvertiva il peso – non indifferente per un giudice coscienzioso – del giudicare, la sua “terribilità” per dirla con Sciascia.

 Il saggio di Cavadi si conclude con una significativa lettera scritta dall’allora giovane magistrato Felice Lima  (pubblicata su un quotidiano siciliano) in occasione delle celebrazioni istituzionali del suo martirio: un j’ accuse contro le inadempienze dello Stato a difesa dei magistrati impegnati, nelle periferie della Penisola, a contrastare la mafia con uffici e dotazioni organiche inadeguati.

 Fonte originaria:

https://www.zerozeronews.it/la-laica-santita-del-giudice-livatino/

mercoledì 1 dicembre 2021

8 DICEMBRE: UN'OCCASIONE PER RICONCILIARSI CON LE DONNE ?

 

La foto riproduce una pittura natalizia 'progressista' : Maria legge un libro mentre Giuseppe si occupa del neonato😊

* L'agenzia di stampa "Adista" ha avuto il 'coraggio' non solo di chiedermi un commento alla festa (cattolica) imminente dell'Immacolata concezione di Maria, per la rubrica "Omelie fuori dal tempio", ma perfino di pubblicarlo 😊. 

Ecco il risultato (cfr. “Adista/notizie” del 13.11.2021):

 

UNA FESTA PER RICONCILIARSI CON LE DONNE

 

L’esperienza ormai pluridecennale mi attesta che, nel ‘senso comune’, la celebrazione odierna viene fraintesa. “Immacolata concezione”? Nove volte su dieci si ritiene che sarebbe il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria. Solo in rari casi si sa che, invece, ci si riferisce al privilegio divino per cui Maria – concepita dai suoi genitori Anna e Gioacchino in maniera del tutto naturale – sarebbe stata esentata, sin dal suo primo stadio di esistenza nel grembo materno, dalla macula del “peccato originale”. La ragione per cui mi trovo spesso a ribadire, con i miei amici,  questo chiarimento teologico preliminare non è particolarmente nobile. Esso, infatti, mi è indispensabile per non sciupare l’effetto umoristico della storiella di Gesù che, davanti all’adultera, sfida i presenti (“Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”) e subito dopo vede volare verso la povera donna un sasso. Giratosi di scatto per individuare l’autore del gesto imprevisto, riconosce la Madonna e, non senza disappunto, la implora: “Mamma, per favore, lasciami lavorare!”.

Al di là delle riletture più o meno ingenuamente scherzose dei racconti evangelici, la festa liturgica di oggi è davvero imbarazzante. Essa infatti, relativamente recente (risale al 1854, anno in cui il papa Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata concezione di Maria), presuppone la dottrina del “peccato originale”  trasmesso da Adamo ed Eva a tutti i discendenti (tranne Gesù e, per una sorta di effetto retroattivo  dei suoi “meriti” futuri, sua madre). Nel XIX secolo, almeno in campo cattolico, gli studi esegetici non avevano ancora chiarito che la lettura storico-ontologica del mito biblico della ‘caduta’ della prima coppia è per tanti versi insostenibile: il racconto, infatti, non ha né potrebbe avanzare alcuna pretesa di verità cronachistica, paleontologico-scientifica. Il messaggio degli ignoti autori, che utilizzano miti diffusi in tutte le civiltà coeve, è che la durezza della vita quotidiana di uomini e donne  potrebbe essere drasticamente limitata qualora orgoglio ed egoismo venissero capovolti, invertiti, in consapevolezza dei propri limiti creaturali e in solidarietà con i propri simili. 

Ma se la dottrina del “peccato originale” nasce da una lettura naif delle Scritture, per conseguenza logica di nessuna persona umana si può affermare che ne sia stato esentata, prima o dopo la nascita. Abolire questa celebrazione liturgica sarebbe dunque un passo avanti non solo verso la comunione ecumenica con le altre chiese cristiane (nessuna delle quali riconosce questo eccezionale privilegio mariano, come d’altronde non l’hanno riconosciuto teologi cattolici illustri come Tommaso d’Aquino nel XIII secolo ), ma anche verso la volontà di verità dei migliori fra i nostri contemporanei. Una venerazione più sobria, perché biblicamente più aderente, della madre di Gesù – sorella di tutte e di tutti nella crescita graduale, nella lotta contro le difficoltà interiori ed esteriori – lungi dall’allontanarla, ce la avvicinerebbe. Ce la renderebbe più cara e più imitabile. 

  L’8 dicembre del futuro potrebbe, così, diventare la celebrazione della Donna: il giorno in cui la chiesa cattolica potrebbe rivedere autocriticamente la propria impostazione patriarcale e maschilista (pre-condizione culturale, insieme ad altre, della subordinazione attuale  delle donne nel sociale e della violenza sistemica di cui sono mediamente vittime); riconciliarsi con il femminile per due millenni esaltato in Maria, ma mortificato in tutte le altre donne, troppo spesso emarginate dai ruoli di guida delle comunità o addirittura trattate come strumenti di tentazioni diaboliche. Una riconciliazione simbolica che non suonerebbe ipocrita a una condizione: che effettivamente, nel diritto canonico e nella prassi quotidiana, alle donne venisse riconosciuta la pari dignità e la pari responsabilità rispetto ai maschi. Solo così la “concezione” cattolica della donna si purificherebbe delle sue macchie secolari e risplenderebbe, finalmente, “immacolata”. 

 

Augusto Cavadi  

www.augustocavadi.com

domenica 28 novembre 2021

PERCHE' ANCORA STATUE DI SANTI CATTOLICI SI INCHINANO DAVANTI CASE DI BOSS MAFIOSI?

LE INCONFESSABILI CONNIVENZE FRA CHIESA CATTOLICA E MAFIE

 

In tutte le culture inchinarsi è un segno di reverenza, spesso anche di subordinazione. Nell’Italia meridionale – dove il senso della ‘comunità’, basata sui rapporti personali, prevale sul senso della ‘società’, basata sulle regole oggettive – esso possiede ancestralmente un forte valenza simbolica. E’ facile intuire, dunque, quanto credito sociale guadagna un boss mafioso se la statua della Madonna o di un santo protettore, nel corso di una processione, si ‘inchina’ in segno di omaggio davanti la sua abitazione: nel linguaggio espressivo dei segni, equivale a farsi proclamare Dio. O qualcosa di molto vicino al divino.  

Su questo fenomeno non mancano le documentazioni giornalistiche né i commenti occasionai di vari studiosi, ma solo in questi giorni esso è diventato oggetto di uno studio organico nel volume di Davide Fadda, L’inchino. Santi, processioni e mafiosi nel Meridione italiano (Di Girolamo, Trapani 2021, pp. 168, euro 20,00). 

Il giovane autore è partito da due casi di studio (le processioni della Madonna delle Grazie a Oppido Mamertina e della Madonna del Rosario a San Paolo Bel Sito) e, con l’aiuto di alcuni esperti sui rapporti fra le chiese e le mafie (tra cui don Francesco Michele Stabile, Salvatore Lupo e Giancarlo Caselli), ha inserito questi due episodi di cronaca nel quadro complessivo della religiosità cattolica mediterranea e delle strategie attuate costantemente dalle cosche criminali per strumentalizzarla ai fini della propria legittimazione. Tale strumentalizzazione risulterebbe disagevole se dovesse fare i conti con una chiesa più fedele al messaggio originario di Cristo, più libera perché concentrata su principi di giustizia e di fraternità solidale; non – come invece avviene – con una chiesa “fortemente gerarchizzata”, diventata “una delle potenze indiscusse nel panorama politico europeo per quasi duemila anni” (p. 37).

Il quadro che viene restituito è variegato sia nel tempo che nello spazio: la storia scorre, per fortuna, anche sotto i ponti del Meridione italiano, così che in alcune cittadine le amministrazioni locali – in linea con la tradizione -  chiudono un occhio (o tutti e due gli occhi); in altre, invece, anche per il coraggio personale di alcuni esponenti delle istituzioni civili e religiose, il disegno egemonico dei mafiosi viene smascherato, denunziato e smantellato. Già, il coraggio che – sostiene Fadda – “significa non solo staccarsi da una proposta sociale e culturale «sbagliata» ma non cedere, per quanto possibile, alla nostra paura principale, che è morire” (p. 146). 

PER COMPLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLICK QUI:
https://www.zerozeronews.it/le-inconfessabili-connivenze-fra-chiesa-e-mafia/

giovedì 25 novembre 2021

CONDIVISIONE E DIFFIDENZA DI FRONTE AL PARADIGMA POST-TEISTA


 “Adista/Documenti”

n. 41 del 20.11.2021

 

IL POST-TEISMO CONTEMPORANEO: FRA CONDIVISIONE E DIFFIDENZA

 

Fra i molti pregi, il numero 35 di “Adista/Documenti” mi ha aiutato a chiarire a me stesso perché il mio giudizio sul paradigma “post-teista” oscilli, quasi per una dialettica interna, fra condivisione e diffidenza. Da una parte, infatti, la radicalità e la schiettezza con cui si contestano i paradigmi teologici precedenti mi risultano liberatori e capaci di aprire scenari entusiasmanti: francamente lo stile abituale di molti teologi di dire-e-non-dire, o di smerciare come mere modifiche di linguaggio dei sostanziali mutamenti dottrinari, mi ha stancato da tempo. Gli studiosi che Claudia Fanti e don Ferdinando Sudati continuano a farci conoscere in lingua italiana preferiscono un più evangelico “Sì, sì; no, no” che consente, e in un certo senso impone, delle più nette prese di posizione da parte del lettore. E’ questa la ragione principale per cui ho aderito con convinzione, sin dall’inizio, all’interessante rete “Inedito cammino” di cui Federico Battistutta ha efficacemente sintetizzato la missione sul numero 37 di “Adista/Documenti”.

Che cosa, tuttavia, mi impedisce di sentirmi totalmente a casa, in buona compagnia, quando si tratta di proporre propositive, costruttive, alternative ai relitti ormai inservibili del passato? Direi che, dal punto di vista del metodo, non mi convincono alcune opzioni di fondo che sintetizzerei in tre parole-chiave.

La prima parola è storicismo ossia la convinzione che ciò che viene dopo sia necessariamente migliore di ciò che viene prima. “Il mondo sta sperimentando una mutazione di grande portata, una metamorfosi globale; ci troviamo nell’occhio dell’uragano di un nuovo tempo assiale simile a quello del VI secolo prima della nostra era. Le idee, i costumi, le relazioni, la geopolitica, la tecnoscienza ecc. configurano un contesto assai diverso da quello derivato dalle convinzioni più profonde del cristianesimo” (p. 3 del Testo-base Per un cristianesimo post-teista). E con ciò ? mi verrebbe da chiedere. Non può darsi che le “convinzioni più profonde del cristianesimo” siano più vere, o più solide o comunque preferibili, delle novità imposteci dall’attuale “uragano”? Sartre è più attuale di Parmenide: ma questa caratteristica non gli assicura per ciò stesso una maggiore autorevolezza, credibilità. La storia non procede, trionfalmente, di bene in meglio, ma a zig-zag: il Novecento, epoca di immensi progressi da tanti punti di vista, è stato insuperabile anche nei disastri (nazifascismo, socialismo staliniano, bombe atomiche liberal-democratiche…). 

“Vere”, “solide”, “preferibili”, “autorevoli”, “credibili”…tutti aggettivi che presuppongono metri di giudizio ‘assoluti’. Che però confliggono con i “nuovi modelli epistemologici, pluralisti e relativisti che mettono in discussione l’esistenza di una verità assoluta” (ivi, p. 2). “Relativisti”: ma il relativismo – ecco una seconda parla illuminante – è una prospettiva ovvia, indiscutibile, starei per dire ‘assoluta’? Personalmente, se fossi relativista (e dunque ritenessi ‘oggettivamente’ equivalenti, interscambiabili, le teologie) mi terrei stretto il paradigma cattolico-medievale che tanto conforto può dare alle inquietudini e ai dubbi dell’uomo, anche contemporaneo, ma che trovo povero di ‘verità’. Se mi interessa il paradigma post-teista è perché lo ritengo più ‘vero’ (= più vicino alla realtà, al come-stanno-le-cose) di altri paradigmi teologici. Qualche anno fa lo psichiatra e psicoterapeuta Giovanni Jervis (nel suo   Contro il relativismo) metteva in guardia dal rischio che - in clima relativista - tutto potesse passare per buono (dogmatismi autoritari inclusi: citava papa Raztinger).

Poiché è stato lo stesso Protagora, il primo teorico del relativismo, ad avvertire che si tratta di una prospettiva invivibile (per cui, in pratica, poi anche lo scettico sceglie una via piuttosto che un’altra, in base ad esempio a criteri di utilità), anche nel nostro ambito troviamo dichiarazioni, lucide e sincere, come quella di Rita Maglietta: si tratta di “individuare, ciascuna/o con i tempi, i modi e la gradualità che ritiene, quali argomenti non sono più compatibili con la propria sensibilità, sensibilità di donne e  uomini del XX secolo. Per me l’interesse per questo filone non è di tipo conoscitivo, e non ha richiesto alcuna scelta drastica” (ivi, p. 7). Intendiamoci: né Rita né altri simpatizzanti del post-teismo si riferiscono alla “sensibilità” meramente soggettiva, quasi si trattasse di una questione di gusti (sui quali, come è noto, non est disputandum). Si riferiscono piuttosto a un sentire collettivo, a una sorta di “Spirito del tempo” o più limitatamente di “senso comune”: qualcosa, comunque, che tocca il nostro ‘sentimento’ (o presentimento), piuttosto che la nostra esigenza intellettuale di dirimere quelle “disquisizioni intorno a dio, sia post o ante, che forse hanno fatto il loro tempo e personalmente metterei da parte per un bel po’ ” (Silvia Papi, ivi, p. 9). Così l’anello si chiude: storicismo, relativismo, sentimentalismo (in senso tecnico, non riduttivo/spregiativo). 

Dentro questo anello, per motivi logici o forse di struttura caratteriale, alcuni non  ci ritroviamo. Per fortuna o per sfortuna (nostra e/o altrui) , a differenza di altre amiche e di altri compagni di viaggio, “abbiamo bisogno di dire cosa è Dio” (o cosa non è, se non è) e non ci “vanno bene tutte le risposte precedenti: è nel cosmo, è in tutto, è nella natura, è un’energia, una forza (…), è anche nella nostra umanità più profonda” (Rita Maglietta, ivi, pp. 7 – 8). Probabilmente la nostra ricerca filosofico-razionale, quando è in gioco l’ipotesi del divino, è destinata al naufragio totale; ma se essa contrassegna l’umanità di alcune e di alcuni di noi, è perché siamo ‘perversi’ o almeno ‘ritardati’? O non è la struttura antropologica in quanto tale configurata  per dirimere le “questioni fondamentali” dell’esistenza  non solo con l’intelligenza, ma anche con essa?  Come mi è capitato di leggere non so più dove, è bello ogni tanto perdere la testa; ma anche farla funzionare comporta le sue gratificazioni. 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com