domenica 21 novembre 2010

Un dialogo con Raimon Panikkar


Un dialogo con Raimon Panikkar

Come è noto, poche settimane fa è deceduto Raimon Panikkar (1918 - 2010) , uno dei massimi teologi del XX secolo. Mi sono ricordato di aver partecipato nel settembre 1989 a un seminario residenziale da lui gestito ad Assisi (in compagnia di Candida Di Vita, la cara amica che mi aveva segnalato questa opportunità).
Uno scambio fra me e Panikkar venne poi pubblicato nel 1993 nel libro che, in qualche modo, riportava gli Atti del seminario di quattro anni prima (R. Panikkar, “Ecosofia: la nuova saggezza per una spiritualità della terra”, Cittadella, Assisi, pp. 98 - 100; 104 - 106). Aggiungo anche, traendolo dalle pp. 172 - 173, il testo che mi fu chiesto di scrivere per la liturgia eucaristica conclusiva celebrata da Panikkar (le parole accompagnarono, al momento dell’offertorio, la presentazione del fuoco, inserita nell’offerta del pane, del vino, dell’acqua e dei fiori).

AUGUSTO: Il primo novenario mi è sembrato molto interessante per elaborare – per noi che operiamo in un fronte difficile come quello palermitano e siciliano attuale – un’etica dell’antimafia. Di questo la volevo ringraziare perché proprio con alcuni amici, nell’intervallo, ci siamo chiesti se non era possibile elaborare queste indicazioni per dare forza e motivazione a una lotta contro la criminalità mafiosa che è un fatto, sia regionale siciliano, sia purtroppo, di portata mondiale.
La seconda osservazione riguarda il problema cristologico. Lei ha detto che alla domanda se Cristo è Dio, nella nostra cultura occorre necessariamente rispondere sì. Io sarei forse più prudente perché, anche all’interno di una logica cristiana quale la mia, ritengo che questa risposta sia non sia stata così immediata e schematica nella storia del cristianesimo. Soprattutto non lo è stata nei primi secoli. Penso che un evangelista o uno dei primi apologisti avrebbe avuto difficoltà di fronte a questa identificazione, un po’ immediata, un po’ brutale, fra Cristo e Dio; e tutto questo la teologia contemporanea, grazie anche all’esegesi, lo va scoprendo, per cui inviterei gli amici che hanno questo tipo di preoccupazioni, che sono state per molti anni anche le mie, a farsi attenti anche a certe voci della teologia cattolica contemporanea. A Pasqua ho avuto la gioia di partecipare qui alla Cittadella alle riflessioni guidate da don Carlo Molari, che in Italia è una delle persone che con più attenzione sta distinguendo il Verbo come ‘Parola di Dio eterna’ dalla persona di Gesù, della ricchezza infinita della Parola di Dio. L’ultimo contributo, che è una perplessità, riguarda il rapporto Dio-uomo-cosmo, perché personalmente non sarei del tutto d’accordo nel dire che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio, allo stesso modo Dio ha bisogno dell’uomo e del mondo così che, in una ipotetica distruzione della creazione, il Creatore non sarebbe più nulla. Comunque, ho preferito recepire, nel suo accenno a questo rapporto Dio-mondo, una istanza positiva più che gli aspetti che mi lasciano perplesso; è l’istanza positiva, che mi pare venga dal pensiero orientale, è essenzialmente l’invito a rendere il concetto occidentale di trascendenza, che sicuramente è imperfetto. Quando noi abbiamo parlato di trascendenza, l’abbiamo intesa in senso univoco, come qualche cosa di altro rispetto al mondo, dimenticando che nella Bibbia e nella riflessione cristiana Dio è anche immanente all’uomo, proprio perché creatore; allora questa istanza positiva credo che in ogni caso vada accolta e di questo dobbiamo essere grati. Quanto poi a dire che l’uomo è relativo al mondo, questo mi lascerebbe perplesso, perché è vero che il sole è relativo alla pianta e la pianta è relativa al sole, però non credo che si tratti esattamente di un rapporto biunivoco.

PANIKKAR: Vorrei chiedere se qualcuno desidera rispondere al mio posto a questi ultimi quesiti, perché sarebbe bello poter stabilire un dialogo a più voci. Comunque, per predicare con l’esempio e prendere lo spunto da quanto ha detto Achille, cercherò di commentare le domande o dare le risposte secondo l’impostazione dello schema ‘cosmoteandrico’, invece di rispondere secondo la chiave in cui la domanda è stata formulata. (…)

E finalmente i tre punti dell’ultimo intervento.
Grazie per il primo: sulla lotta alla mafia ci sarebbero tante cose da dire; si tratta di problemi difficili che si devono assumere e forse i miei nove punti possono essere utili.
Sono pienamente d’accordo con tutta l’esegesi moderna: Cristo non è Dio. Cristo sarebbe in ogni caso ‘Figlio di Dio’ nel senso tradizionale; ma io non ho voluto fare polemica, ho tentato semplicemente di mostrare i tre livelli a cui ho cercato di rispondere, ma siamo d’accordo. Il punto che sottolineo adesso è quello che l’interlocutore ha visto con molta chiarezza, perché le difficoltà sorgono quando si vedono le cose più in profondità. Il mondo e l’uomo hanno bisogno di Dio, sta bene, ma dire che Dio ha bisogno dell’uomo sembra un po’ troppo. Qui io dico che ‘avere bisogno’ è un antropomorfismo, quindi sono disposto a fare una ‘retractatio’, se io ho detto ‘ha bisogno’. Io sostengo semplicemente che queste relazioni sono costitutive della realtà, ma non che la relazionalità sia la stessa in ogni caso. Per esempio, l’uomo non è relazionato con Dio nello stesso modo in cui Dio è relazionato con l’uomo, ma la relazione esiste, e senza relazione ‘non c’è’ Dio; e se il mondo creato sparisce, anche il Creatore sparisce: non c’è l’uno senza l’altro. Dio solo è isolato è un’astrazione: non esiste ‘un’ uomo senza Dio, senza materia; non esiste una materia senza un elemento di infinitudine e di libertà. Io non posso pensare l’uomo senza un fondamento: la religatio è essenziale. Invece posso pensare un Dio senza uomini, la relazione è accidentale. Ma questo è puro idealismo. La differenza sta nel mio pensare, sta nell’idea di Dio e nell’idea dell’uomo; in realtà non c’è Dio senza uomo. La relazione può non essere essenziale, ma è costitutiva.
È questo che io cerco di dire nell’intuizione ‘cosmoteandrica’ come modo di pensare. Siamo così frantumati nel pensare, che nell’uomo alcuni vedono un individuo, altri vedono la società, altri vedono la razza umana, altri vedono solo le scimmie, altri un po’ di più… Tutto questo è ancora frammentario e certamente non è l’uomo. L’uomo è la prospettiva di cui faccio parte e dalla quale io vedo tutta la realtà. In un discorso più accademico io contesto la definizione dell’uomo dell’uomo come ‘animale razionale’ per una semplice ragione di logica elementare. Da Aristotele, passando per Porfirio e fino a tutto il pensiero moderno, l’Occidente ha esercitato il genio della classificazione. Tutte deve essere classificato. Ecco la tavola degli elementi di Mendeleev, la fisica moderna, la vita cittadina… abbiamo avuto un successo enorme nel classificare la realtà. Niente sfugge alla classificazione: io sono teologo, io sono filosofo, io italiano, io indiano… Stimolati dal successo abbiamo classificato anche l’uomo. Abbiamo distinto gli esseri inanimati da quelli animati e i vegetali dagli animali, e in seno a questi ultimi l’uomo, l’animale razionale. Orbene, in ogni classificazione ci sono due cose che non possono entrare nella classificazione: 1) classificatore; 2) il criterio di classificazione. Dunque classificare l’uomo, che è il classificatore, e quello che a me interessa, e inserirlo nella classificazione, ci fa smarrire l’uomo. L’uomo è un animale razionale, dal punto di vista scientifico, professionale; chi può negarlo? Ma quello che è interessante è il classificatore; quando io domando ‘chi parla?’ - come diceva Giancarlo – chiedo chi è il classificatore. E il classificatore non può essere classificato proprio perché è il classificatore. La razionalità dell’uomo come animale razionale è qualcosa al di sopra o al di sotto o differente dall’animalità. Ma quello che sono ‘io’ è assolutamente inclassificabile, perché sono io il classificatore, e il classificatore non può appartenere alla classificazione. Noi abbiamo perso – qui ritorna ancora una volta la contrapposizione tra Oriente e Occidente – la consapevolezza di questa dignità straordinaria di essere classificati. Perciò ciascuno è univoco, è divino, fa parte di una relazionalità intrinseca e costitutiva di tutto il reale; non si può oggettivare la realtà, perché la realtà sono anch’io. E questa sarebbe la mia risposta cosmoteandrica, applicata alla difficoltà suscitata dalla domanda.

LITURGIA DEL FUOCO:
Accogli, o Tu che sei al di là di tutto,
l’offerta di questo fuoco.
Tu che hai tutti i nomi perché non hai nessun nome.
Noi ti restituiamo il fuoco che ci hai donato,
perché esso non ci appartiene.
Lo avevamo in prestito e te lo restituiamo.
Noi ti offriamo questo fuoco
con tutta la ricchezza di senso e di significati
che sfugge a noi stessi che compiamo questo gesto.
Quel fuoco, che vive morendo e che muore vivendo,
ci ricorda che anche la nostra vita la possiamo conservare spendendola
e, se non la spendiamo, se non la bruciamo, non viviamo veramente.
Questo fuoco che parte dal basso e va verso l’alto
si nutre di legno e va verso il cielo
per ricordarci che neanche noi possiamo andare verso l’alto
se non ci nutriamo della terra,
se non assimiliamo, non metabolizziamo le cose terrestri.
Questo fuoco,
che è sempre lo stesso e sempre diverso,
ci ricorda che non ci può essere unità se non nella varietà,
che non ci può essere sintesi se non nel rispetto delle differenze,
e che la vera armonia è insieme sinfonia di tante fiamme diverse.
Noi ti offriamo questo fuoco
che illumina e riscalda insieme
e che ci ricorda che noi possiamo illuminare
soltanto se ardiamo d’amore per gli altri.
Così come il nostro amore per gli altri
non è vero amore se non è anche offerta di luce.

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